Un coraggioso libro di Giuseppe Morrocchi
Proposta: rinnoviamo la cultura
Oggi il mercato è invaso da decine di volumi pseudo-sperimentali, in gara tra loro per la conquista dell'assurdo e del sensazionale. Dietro l'incomprensibile gli "autori" celano per lo più òa òprp sterile confusione, come molti "pittori" nascondono nell'astrattismo la loro incapacità. Da tutto questo ciarpame emergono poche personalità che portano avanti la ricerca e la sperimentazione con impegno e serietà: ad essi è affidato il difficile compito di rinnovamento della nostra cultura.
Uno di questi autori è Giuseppe Morrocchi, che ha esordito come narratore con i racconti "Donne rosa" (1969) e proseguito, poi, con il romanzo "Gli elefanti felici" (1971). Con l'ultimo suo libro "Morrocchi 4", egli continua nella serie di proposte comunicative iniziata col volume "Poesie visive" (1973) e sperimentata anche nell'ambiente universitario fiorentino dal 1970 al 1974.
Quest'opera che prende le mosse dalle più avanzate ricerche semiotiche, è decisamente rivoluzionaria, non tanto nella forma, quanto nelle sue più profonde implicazioni ideologiche.
La società tecnolgica ci sottopone, attraverso i mass media, ad un continuo bombardamento che mira a fare dell'individuo un passivo consumatore e un ignaro complice del sistema. In questo quadro l'importanza dell'operatore culturale è rilevante. L'operatore, infatti, divenuto "animatore", come scrive Morrocchi, si inserisce nella realtà con un duplice scopo: 1) continua presa di coscienza dei fenomeni che caratterizzano la società di oggi e in particolar modo nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa (stampa, televisione, radio, cinema, pubblicità) che con la loro costante imposizione di falsi modelli rendono l'uomo sempre più un automa, facendogli subire l'azione di leggi sociali imposte dall'esterno e integrandolo così passivamente nel sistema, nell'abitudine: 2) impegno affinché ogni individuo abbandoni il suo ruolo di passivo consumatore, ma diventi egli stesso produttore di cultura (né integrazione né esclusione dalla società).
Questa raccolta di Morrocchi sconfina in vari generi (poesia visiva, poesia tradizionale, fotografia) e supera in tal modo, in una sintesi perfettamente compiuta (il che avveniva, del resto anche in "Poesie visive") la comoda e superficiale divisione in "generi" cristallizzata dalla cultura borghese dell'Ottocento. L'autore recupera "quei materiali ritenuti inutili (giornali, cartoni, carta da parati, tessuti, scatole, ecc.) già utilizzati dalla societò consumistica" per procedere alla "rivalutazione delle cose più semplici e 'meno importanti' ed alla riscoperta di determinati valori umani presenti proprio nelle persone considerate dalla società borghese 'inferiori'".
L'azione di Morrocchi è dunque una "rivalsa nei confronti di quelli che sono gli strumenti dell'attuale società con i quali essa cerca di condizionarci secondo determinati modelli". Utilizzando gli stessi strumenti costruisce frasi e figure "con significati di controdecondizionamento, smitizzando pseudo simboli di una societò falsa".
Chiaramente, dunque, l'azione-estetica privata di qualsiasi retorica, ha la sua importanza "come formazione antiautoritaria e antirepressiva" che respinga la mistificazione e la standardizzazione che si manifestano in ogni aspetto.
Tutto il lavoro di Morrocchi si svolge in questo senso ed è caratterizzato dall'impegno di corresponsabilizzazione di ogni individuo nella lotta contro i falsi modelli, i bisogni indotti, la manipolazione, il controllo delle coscienze.
L'originalità e la carica rivoluzionaria del libro stanno proprio nell'utilizzazione dei mezzi, degli strumenti, dei contenuti e dei canali della società consumistica per la contestazione di questo stesso modello di società. E' proprio qui che le ipotesi delle ricerche semiotiche più recenti trovano la loro concreta applicazione. La "terza semiotica", infatti, sposta l'ottica dell'analisi dal prodotto alla produzione, cioè al momento attivo della "scrittura" materiale del senso, dell'organizzazione e della messa in relazione delle unità significanti.
A questo punto è chiaro che non è tanto importante quello che viene comunemente definito "contenuto" (ed infatti Morrocchi non propone soluzioni, che risulterebbero inevitabilmente "autoritarie", poiché "suggerite"), quanto la "pratica", cioè il processo di trasformazione di una materia in un prodotto mediante un lavoro.
Un'opera complessa, estremamente interessante e stimolante, in quanto lo stesso lettore viene chiamato in causa con ruolo attivo ed esce così dalla condizione di sfruttamento (passività della fruizione-lettura) in cui è stato relegato dalla logica dominante della società capitalistica.
Ecco dunque che il sottotitolo dell'opera: "Io? Anche in versi dalla parte degli oppressi", assume un significato di contestazione costruttiva ben lontano dalla facile demagogia delle mode pseudo-rivoluzionarie.
Barbara Para, in La Tribuna politico-letteraria (3.02.1975)