NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE

Abbiamo avuto occasione di parlare qualche tempo fa, in queste pagine, di Giuseppe Morrocchi e di segnalare l'originalità del suo romanzo: "Gli elefanti felici". Il giovane autore propone ora alla nostra attenzione un'opera che si può definire senz'altro, già ad una prima "lettura-visione", interessante e ricca di vitalità umana ed artistica. Le "Poesie visive" di G. Morrocchi non hanno nulla a che vedere con gli esperimenti di tal genere effettuati in questi ultimi anni in Italia; ciò che infatti ci colpisce subito nell'opera sono la continuità e la chiarezza del discorso, anche se attuato con mezzi espressivi nuovi. Non c'è nulla dell'astrattezza, dell'intellettualismo e del grafismo che avevano caratterizzato i tentativi del "Gruppo 70", sia pure con il fine preciso di svelare con amarezza la vanità contenutistica ed umana della parola nel mondo contemporaneo. Morrocchi si avvale di una tecnica, quella di riunire in modo del tutto personale, su di un certo sfondo e con un certo colore da lui ideati, dei collages di ritagli di stampa, con lo scopo di denunciare, in maniera imparziale e nello stesso tempo pensosa, la crisi di valori della società contemporanea. La denuncia però non è aggressiva, polemica e dissacratrice, bensì critica e consapevole, pervasa da un senso finissimo dell'ironia che la rende gradevole e vivace, nonostante la forza severa del suo più profondo significato umano. I bersagli tipici di questa denuncia sono il consumismo, i falsi miti del sesso e del denaro, le false ideologie rivoluzionarie, la crisi delle istituzioni, la crisi della cultura ed, infine, più tragica, la progressiva morte della natura. L'analisi di questo mondo acquista una sua forza poetica grazie allo stretto rapporto tra il segno e la parola: la parola che, presa da un certo testo, ne riproduce le caratteristiche deformanti e mistificatrici ed il segno grafico che, attraverso un certo gioco dispositivo, restituisce alla parola la validità del suo significato più autentico e più sferzante sul piano morale. Le "poesie visive" però non si limitano alla denuncia, sia pure critica, cosciente ed ironica, ma acquistano valore proprio perché, accanto all'analisi, affiora chiaramente anche l'impellente desiderio dell'autore di avvertire se stesso e gli uomini del pericolo che li circonda, invitandoli alla speranza non cieca ed illusoria, ma consapevole, in un mondo migliore, i cui puntelli più saldi resteranno l'amore, la negazione della violenza ed il ritorno alla natura. Non condividiamo perciò il giudizio seppure brillante nel complesso, di Geno Pampaloni, quando parla di "momento crepuscolare" nell'arte del Morrocchi, giacché se decadente può definirsi, sotto certi aspetti, la società contemporanea, decadente non è lo spirito con cui l'autore ci invita alla presa di coscienza e al rinnovamento.

MARIA RITA CAPITANUCCI, in L'Italia che scrive (9.09.1973)