Poesie visive
Con l'avallo editoriale, all'insegna de "Il Campo", di Attilio Vallecchi, e con le credenziali critiche e trilingui (italiano, inglese, francese) di Giorgio Bàrberi Squarotti e di Geno Pampaloni, il fiorentino Giuseppe Morrocchi propone al lettore-spettatore, con la pregiudiziale di offrirgli, più che un risultato, "una ipotesi di lavoro", un non proprio scarno corpus (circa una trentina) di sue cosiddette "poesie visive", con questa essenziale dizione intitolando appunto il libro. Dall'area artistico-culturale fiorentina sono venute, non si dimentichi, alcune tra le prime e più perentorie sperimentazioni e proposte di questa particolare tecnica e resa combinatoria, in cui la parola scritta, presuntivamente "poetica", in allineamenti troncati, come avviene appunto con i versi di una poesia, e il ritrovato grafico o pittorico, si concertano nella pagina-quadro in un fitto reticolo di umbratili rapporti e consonanze. Sulle prime si direbbero realizzati, in siffatto genere di creazioni grafico-verbali o pittorico-verbali, quell'intuizione e quel teorico principio sincretistico delle varie espressioni artistiche che fu già enunciato dagli scapigliati e dai simbolisti ottocenteschi. Non stupisce che questo specimen congegnato secondo la formula associativa ci venga proprio da Firenze: da un artista fiorentino e da un editore del pari fiorentino.
Ma non perdiamo altro tempo, e addentriamoci negli interni del libro, la cui singolarità ed eccentricità già emergono, oltre che dal disegno di copertina scandito sui ritmi pur esso, di una capziosa bizzarria grafico-cromatica, anche da un diverso ambito di percezioni sensoriali. Dalle pagine infatti, ad avvicinarle un poco alle narici, esala un sottile acidulo odore, anzi un afrore, che non è il consueto effluvio proprio della carta stampata. Contaminazioni sensoriali, dunque, oltre che visive anche olfattive, in una concatenazione di sinestesie che si arresta solo dinanzi alla percezione acustica, ovviamente non potuta realizzare nemmeno in questa silloge insolita. Scorriamo e guardiamo, leggiamo e scrutiamo, mettendo solertemente a confronto segni alfabetici e segni figurativi, inseguendo nessi e significati interscambiabili, dall'una all'altra tavola, le ultime otto delle quali - a differenza delle precedenti che sono in bianco e nero - si modulano su preziosi e teneri colori, oltre che su accorte e delicate geometrie, su musicali ghirigori esornativi: senza dubbio "visivamente" le più allettanti, le più suasivamente comunicanti.
Ma le per le più brevi sequenze di parole, di segni consonantici e vocalici, che in variati e mossi corpi tipografici, estrosamente e funzionalmente stilizzati, sono state inscritte o incorniciate in candide striscioline, in oblunghi piccoli spazi rettangolari campeggianti sul nero o sugli accordi delle tinte, già al primo contatto rimandano a noi, non tanto il costume timbrico dei testi versificati, quanto l'echeggiare o il martellare dello slogan, delle scritte intimidatrici, che ammoniscono o che esortano, del manifesto politico o d'altro genere. Un po' tutto il frastuonare dello stile o del gergo dei cartelloni, dei posters insomma, ma qui fatto convergere sui gangli di un vivace cruccio morale o civile dell'autore. Un artigliante fraseggiare che percorre, scabro e stringato, con immediatezza giornalistica di linguaggio, un po' tutti i meandri d'obbligo della problematica d'oggi: dal comportamento degli uomini "tecnologici" alla morale, alla sociologia, alla politica (quest'ultima specialmente), in una rassegna estremamente contratta dei nodi cruciali del vivere odierno, con qualcosa che sembra premere sulla parola, sulla singola locuzione o proposizione, fino a farla scorporare da se stessa e investire la sostanza medesima dell'azione, sottraendo l'orditura verbale alla giurisdizione della letteratura, rompendone per così dire l'involucro canonico, irrigidito nei propri simboli grafici.
Incontrano la nostra solidale approvazione - al di là s'intende del fondale o del supporto cromatico-segnaletico, pur sempre godibile - il terzultimo e l'ultimo di questi testi pedagogico-ammonitorii, al cui nucleo concettuale e ideale non può non consentire di scatto il nostro senso umano. Questo il primo:
i MORTI non sono camicie!
non si lavano più con detersivo da bucato
rivoluzionari
LA VITA
è sostanza
NON si scherza
col SANGUE
concludendo
amate.
E questo l'altro:
quanti sono
i 4 MODI DI VIVERE
che contano?
i 3 MODI DI VIVERE
che contano
sono 2:
AMORE
e
amare.
Ma anche, su prospettiva bianco-rosa-verde, aderisce con forza il nostro umano pensiero ancora a quest'altro testo, che fulmineamente identifica cultura con verità, formulato e scandito con assoluta secchezza epodittica:
CULTURA
è
VERITA'
BORTOLO PENTO, in La Fiera Letteraria del 19/8/1973