Per Giuseppe Morrocchi

Se un tratto distintivo può essere individuato nell'opera di Giuseppe Morrocchi, questo dovrebbe essere riferito alla densità semantica del suo discorso. L'autore, è vero, proclama che sua intenzione sarebbe quella di sottolineare l'incomunicabilità della struttura poetica o, meglio (penso di interpretare la sua dichiarazione), l'aleatorietà dell'espressione, sottintendendo il possibile gioco che il fruitore può mettere in moto nel riempire a piacimento tutti i vuoti della scacchiera o nel sostituire quelli che già occupati non gli garbano. In realtà l'esito del suo programma è di versante opposto, forse perché Morrocchi, nel suo 'furore' dissacratorio, dimentica o finge di dimenticare che anche l'aleatorietà nell'esperienza estetica assume valore comunicativo, posto che in questa non esistano tratti facoltativi, concorrendo ogni differenza (anche il vuoto, la pausa, il suggerito) a costituire valore formale e quindi comunicativo. Ma al di là delle dispute teoriche un fatto è certo: raramente la poesia condensa, come in questa che abbiamo davanti, un così alto tasso di densità semantica, ripeto. Si sa, non è operazione estranea alla poesia contemporanea, soprattutto a quella che nasce dal dibattito contestativo delle avanguardie o dei suoi rigurgiti, ma in Morrocchi assurge quasi a valore di manifesto. Non voglio equivocare: se fosse solo questo la sua poesia rimarrebbe nell'ambito programmatico, come è accaduto in diversi casi del novecento. Per suo merito il nostro autore non è un teorico: in fondo le sue affermazioni vanno prese con il beneficio dell'inventario. E non è possibile rammaricarsene.

Già la struttura metrica porge qualche spia illuminante: si pensi all'uso così insistito di monemi tronchi (veri o procurati con la spezzatura della parola) in clausola di verso, che accentuano la cadenza ritmica e la predispongono a forti pause cesurali; si pensi alla capienza sonora del verso, che con una certa propensione si articola mensuralmente nell'arco del decasillabo, verso, come i parisillabi, sostenuto da un andamento ritmico fortemente rilevato; e di contro si pensi all'uso discreto che l'autore fa delle uscite sdrucciole, per non interrompere o per non allungare l'incalzare degli ictus. Sono osservazioni, ma non irrilevanti: Morrocchi possiede naturalmente una tensione accentuativa, che carica di significati ulteriori il senso del discorso. Certo, da un punto di vista formale andrebbero dette molte cose: l'aggregazione di versi mensuralmente diversi, per esempio, che procura alla cadenza andamento atonale, o l'associazione di più parole in una per mettere in evidenza l'iterazione di un suono o l'identificazione di un senso (esilisilenziniziano; obliqueuntuose), e via dicendo. Ancora più singolari sono i brandelli di memoria che affiorano nel magma della sua officina a riproporci i suoni di altre stagioni vissute dalla nostra poesia (nel giorno sei colomba e luce; in questo andare obliquo dell'uomo; in un momento muta profilo; vanno a non finire le ombre), senza che questi cadano nel citazionismo, così fastidioso in alcune delle più recenti esperienze estetiche. Del resto sarebbe errato pensare che sotterranea non scorresse in Morrocchi l'ambizione del 'grande stile' (e basta una citazione: cielo consumato di grande pomeriggio). Piuttosto si deve ritenere che questa inquietudine abbia la funzione di contraltare al frantumarsi del suo discorso in tante cellule, legate fra loro dalla tensione dinamica di una logica fitta d'impulsi e lucida nel progetto.

Un assunto, quasi colto a caso, mi sembra illuminante in proposito: la grande strage del pensiero. Ecco: la poesia di Morrocchi trae origine da questa considerazione, ma proprio l'averla espressa la rende di segno opposto, perché il pensiero negativo è pur sempre pensiero e non meno esente da organicità del suo contrario. Se si volesse segnalarne la tragicità non sarebbe sufficiente una vita: a noi oggi possono bastare i frammenti del nostro autore, naturalmente con una approssimazione per difetto. Questa, del resto, è la ragione che l'induce a caricare di quella densità, che si diceva, ogni minima cellula comunicativa, così che il discorso si costruisca nell'aggregazione e nell'accumulazione dei significati.

Se questo è un modo possibile di salvarsi, sia pure sul versante negativo, non so, anche se in segreto l'accarezzo. Certo è che Morrocchi lo persegue con cosciente intensità, e dentro vi metterà tutti i turbamenti veri o falsi e le suggestioni che fanno parte del nostro vivere quotidiano, con gli esiti che gli sono consentiti. Ma anche se la 'dichiarazione' dovesse risultare falsa, bisognerebbe ricordare che uno degli uffici dell'esperienza estetica, e non il minore, è quello di far credere il falso più vero del vero: un ufficio che, mi sembra, il nostro autore abbia assunto con ogni responsabilità.

----------------------------------------------------------------- Mario Ramous