GIUSEPPE MORROCCHI - Dalla città, Syntesis Press, Milano, 1978; Giorni di luglio, Rebellato, Venezia, 1978.
Difficile stabilire, a un attento esame, nella assennata dissennatezza delle opere che compongono la raccolta Dalla città di Giuseppe Morrocchi, il limite tra sperimentazione e creatività, tra techne e poiesis, tra ricerca poetica e parola poietica; le opere che compongono questa raccolta, e dico non a caso opere perché ogni poesia è un insieme di poesie frastagliate, rotte, ricomposte, divise, costruite, spontanee, queste opere hanno un carattere, insieme sperimentale e creativo, technico e poietico, artificiale e naturale, quasi unico in una operazione di frontiera che apre frontiere di operazioni nuove, nuovi spazi di parola e nuovi tempi di parole libere e necessitate, confuse e chiare, antiche e nuove, come si addice ad ogni sperimentazione che non diventa sperimentalismo, a ogni operazione nuova che non chiude varchi, ma apre strade espressive originali. Sì che la confusione linguistica diventa nel processo chiarezza del medesimo processo creativo, che apre a nuove possibilità espressive e a ulteriori semplicità.
La conferma della forza poietica di questa parola è facile trovare nell'altra opera del Morrocchi, i Giorni di luglio, dove la techne si acquieta, la sperimentazione rivive in una parola nuova, nuda nella sua semplicità originaria, parola che sa dire perché ha saputo farsi strada nel groviglio delle sue difficoltà fino alla facilità del suo essere semplicemente parola. Dalla città e dalla sua confusione creativa, nascono perciò i giorni di luglio e la loro chiarezza, la cristallina purezza di una parola che ha saputo sperimentarsi e ritrovare nel profondo della sua notte (mai soltanto notte) la sua semplicità poietica, e la sua luce di parola dicente: "Ma ormai non mi ascoltavi: freddo / nella stanza e sul letto disfatto / e nel parlottare della via. / Il momento del sole per andartene".
(Salvatore Lo Bue), in Sintesi, novembre, 1979.