Poesia visiva di Morrocchi
La grafica per le sue peculiari qualità di immediatezza e di freschezza ha sempre favorito le intuizioni più genuine del poeta nel momento in cui l'immagine si pone nel suo momento lirico significante o nel suo momento grafico visivo. La fusione di questi due aspetti che attengono alla nuda architettura (struttura) della parola e alla sua distribuzione spaziale, ha raggiunto momenti altamente creativi con i futuristi, i quali spogliando le forme poetiche da ogni discorsività e da ogni afflato simbolico e aneddotico, hanno collocato le parole-segnali nello spazio con una ambientazione tipografica che anticipava, nel valore visivo, il messaggio significante, sotteso all'immagine poetica.
Partendo da questa esperienza, Giuseppe Morrocchi ha creato le sue sorprendenti Poesie visive (editore Vallecchi) con una continuità e una competenza della parola e del segno in maniera nuova e autonoma rispetto al precedente dell'avanguardia storica, sicché ad un valore visivo della struttura-segno consegue sempre per Morrocchi il valore linguistico della parola-simbolo, con una precedenza di significazione del primo rispetto al secondo.
Il libro di Morrocchi, che è presentato da Bàrberi Squarotti e da Geno Pampaloni, risolve il problema affrontato dall'avanguardia in maniera elegante e incisiva insieme, "attraverso la forzatura estrema del significante che è contemporanea e parallela alla intensificazione altrettanto alta del significato", come dice lo Squarotti, con una ironia galvanizzante e che funziona al limite, come veicolo dissacrante del messaggio pubblicitario, diffuso e consumato dal "fruitore incondizionato".
Rispetto alla neo-avanguardia la "poesia visiva" di Morrocchi è privata, come ha annotato Geno Pampaloni, della violenza gestuale e della collera intellettuale mentre, in sostanza, si presenta non come categoria linguistica primaria. E se non si propone "come ambizioso obiettivo, la palingenesi e la rifondazione di un nuovo linguaggio", certamente si muove, più modestamente ma più concretamente, su di un piano critico, ironico, niente affatto aggressivo e pregiudizialmente ideologico.
Luigi Tallarico, in "Il Secolo d'Italia", martedì 16 ottobre 1973