Il canto della mandragora 
(racconto integrale)

 

Presso di lei c'era un carro disceso dal cielo.
Medea monta e carezza il collo dei draghi
aggiogati, scuote le redini leggere
e in un attimo è in aria...
Ritornando, si ferma sulla porta,
resta all'aperto, sfugge il contatto con i maschi...
Scava due buche. Sgozza una pecora nera,
spargendo il sangue nelle fosse avide...

                                                (Ovidio, Metamorphoses, vv. 248-256)

La donna cattiva per sua natura cade presto nel
dubbio sulla fede, presto rinnega la fede stessa,
il primo passo per la via del sortilegio. In quanto
alla seconda facoltà dell'anima, ossia la volontà,
la donna, se è presa dall'odio contro chi una volta
amava, arde d'ira e d'impazienza, si agita e ribolle
come il bollore del mare...

                               (Malleus Maleficarum, p.68)

 

d ecco in fine che, per la prima fiata nella vita, una notte sognai. Accadde in autunno, verso la fine, ché l'inverno digià bussava.

Il Racconto
"Il canto della Mandragora"

è inserito nella raccolta

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"Sette ossi di rana"
Edizioni Il Cerchio Iniziative Editoriali

1997

E Un'ora vesperale sì stranamente tiepida m'indusse a tirar tardi nei boschi taciturni che circondavano la nostra habitazione. Feci ritorno ch'era oramai notte e, acciocché la madre mia non sapesse del ritardo, salii ratta e furtiva nella soffitta, la porzione del vetusto macinatoio a me sola riservata oltre che alle blatte, e m'infilai sotto le coltri coi vestimenti tutti. Di fatto, nella foga, dimenticai, come invece si conveniva, d'ingerire il beveraggio di erbe medicinali che ogni sera la mamma, guaritrice per mestiere, mi faceva trovare in sul cassettone accanto al giaciglio. Onde, a causa di quella negligenza, per una fiata mi fu permesso sognare...

Stavo distesa sopra un lastrone di pietra liscia, con le mani legate di retro il dorso, dai piedi alla fronte completamente ignuda. Il becco era assai più grosso dell'usato, teneva le corne a falce ed il pelame lungo tratteneva grumi di sterco fresco. Belò forte, fissandomi con l'occhi suoi malefici e rossi, poscia a breve spazio mi salì sopra, fatturandomi con il lezzo suo pestilenziale. Perciocché, quando ci unimmo, tosto il fuoco devastò il mio ventre: un aggradimento in vero mai provato m'attraversò la carne, comandando al corpo mio di farsi arco sotto il peso del capro e di concedersi all'oblio.

Di fatto avvenne che, nel tempo d'un rifiato, l'aggradimento disparve, lasciando posto al dolore acuto dell'ustione. Per il che mi svegliai e fui tutta piena di vergogna, tanto che mi tornarono alla memoria le premure della madre mia: “dovrai ingerire l'intruglio vegetale ogni vespero dianzi il sonno e ne trarrai giovamento di securo”, soleva ripetere, “ché la midolla della canapa verde, la datura stramonio e il lauro ceraso buon bollito fanno, acciocché il tuo male sopisca. Contra, la malattia ti negherà riposo”. Per lungo spazio, due lustri e quasi un altro appresso, la sua premura fu anche la mia: in verità, ben feci attenzione a non saltare il decotto serale, fino a tanto che per una fiata, una sola fiata, contravvenni...

Avvertendo, dunque, un dispiacevole senso d'umidiccio, mi levai dalle coltri: scopersi le gonne bagnate ed infino il letto era fradicio della mia stessa urina. Ed ecco, nel tempo che, a tentoni, cercavo il moccolo, con l'intenzione d'allumare un po' la soffitta, un pianto querulo, per tale verso simile a quello di cento e più gatti in amore, da fora raggiunse l'orecchie mie. Onde, essendo il vano privo di finestre, m'adoprai nell'accucciarmi prontamente, ché nel punto in cui una delle travi ime s'appoggiava al muro, l'argilla seccata dal tempo s'era sbriciolata, liberando una feritoia tra la parete e la trave stessa. Intra quell'apertura, picciola ma bastante, guardai di fora.

Dentro il circolo di brace che abbruciava debolmente appena sotto la Quercia Torta, una sagoma magra si torceva e saltava sì come colta da pazzia, figurando in vero una danza sguaiata. Appese per la testa ai rami duri della Quercia, picciole figure dalla forma securamente umana, alte appena due spanne, ciondolavano piano, mosse dalla brezza leggiera: esili impiccati che gridavano il dolore loro alla notte. Ecco però che il chiarore fievole della brace non mi concesse di vedere i volti degli appiccati né, securamente, del danzatore le fattezze.

Ristetti ad ascoltare. A breve, il pianto tramutossi in sussurro ed il sussurro in verbo, così come filastrocca per creature eppure raggelante:

O Lucibello, Lucibello
demonio dello inferno
poichè bandito fosti,
lo nome cagnasti
et ay nome Lucifero maiure,
vieni ad me o manda un tuo servitore.
O Lucibello, Lucibello
demonio dello inferno
poichè bandito fosti...
(1)

M'accorsi allora che un certo tremore convulso mi scoteva, onde pensai di calare al piano imo per svegliar la madre mia, ma in quel mentre un debilitamento grande, che mi spossò le membra, vinse il mio volere. Vacillando, guadagnai novellamente il giaciglio e sopra m'abbiosciai.

E qui, un sonno ponderoso mi rapì, e per tutta notte più non sognai.

II

Il Cardinale Ginetto, pingue, foruncoloso, d'indole bonaria, eppure commissario della Sacra Congregazione della romana e universale Inquisizione (2), s'aggiustò il galero con gesto uso e replicò:

- In verità, questo non basta, Padre Domenico, la fama pubblica sovente falla... Prove clamorose e testimonio per aver visto, ecco ciò che abbisogna, ecce quae opus sunt.

Padre Domenico, professo dell'Ordine della Compagnia di Gesù, secretario e confidente dell'Eminenza, quasi per dispetto secco e nervoso, s'allisciò il gran rostro di naso e rafforzò l'accusa: - La guaritrice Camilla è donna di malaffare e di malavita securamente, pubblica incantatrice, fattucchiera e lamia. Dei misfatti suoi ci è giunta notizia da persone degne di fede e veridiche e non una sola fiata, ma spesso e sempre più spesso. Per certo ha maleficiato corpi ed anime, stregando le membra degli uomini, sia personalmente, col taglio della pèdica (3), sia nascondendo speciali sortilegi nei camposanti le notti d'Ognissanti e di Calendimaggio. Per il che, Papa Urbano dovrebbe cognoscerne, acciocché istituisca il Tribunale. Fa d'uopo inquisire per saperne a fondo.

Sorrise il Cardinale, perforando con l'occhio quel gran nasone del secretario suo. Indi, s'assise in sul seggio e, nell'aggiustarsi la porpora, disse: - S'io non fossi il Cardinale Ginetto ti contrasterei alquanto per tutto ciò che vai dicendomi. E ti rammenterei, allora, con quanta poca prudenza e diligenza il Tribunale verifica, talora, i crimini pretesi e confessati. Tuttavia, per buona fortuna o mala sorte, fui Ginetto e Cardinale e pure membro dello stesso Santo Uffizio, onde mio malgrado ti seguii in questo viaggio periglioso, che da Roma ci condusse alla città Interamnia (4). Ma adesso, Padre Domenico, esigo da te argomentazioni inappellabili e, solo in quanto le prove m'appariranno più chiare del giorno, nel nome del Santo Padre Urbano VIII, ch'è securamente anima ispirata, darò proseguimento all'inchiesta. Contra, sarò portato a considerare la presente, soltanto quale visita di cortesia a Monsignor Visconti (5) che soffre gl'incomodi della vecchiezza e dei malori, che ne sono oramai inseparabili compagni. Parlamene ancora, dunque, e convincimi!

Il Gesuita, alto e rigido come un pioppo nero, s'impose la calma, indi sibilò sì come vipera usa fare: - Eminenza, voi ben cognoscete la devozione mia alla causa del Santo Uffizio, Ignazio di Loyola che fu uomo Santo me n'è testimonio diretto. Ad maiorem Dei Gloriam indirizzai la mia vita tutta e pure di questo voi siete istruito. Pur tuttavia permetterommi di ribadire la buona fede che mi spinge a perseverare nell'accusa. La Camilla di cui converso, di provenienza e d'altro nome priva, dimora con la figlia sua Apollonia, adolescente, in un vetusto macinatoio non molto remoto, celato dai boschi ombrosi che sorgono alle pendici del monte Gran Sasso, nel versante che mostra la faccia a questa città. Il macinatoio, detto della Quercia Torta, è sito in loco impervio ed, in verità, isolato dal mondo. Eppure, per una fiata, i boschi hanno aperto l'occhi e l'orecchie e quel testimonio per aver visto che Voi reclamate ebbene esiste ed è appena fora che attende d'essere ammesso a conferire con l'Eminenza Vostra.

- Ordunque, cosa aspettiamo? S'introduca tale presunto testimonio - ordinò il Cardinale, tradendo, questa fiata, una picciola irritazione.

Ignazio Brosi, per mestiere capraro, curvo, rugoso e sdentato per stenti e per veneranda età, si trascinò nella stanza fronzuta d'affreschi. Roteò il guardo d'intorno e, poscia, sbattè le ginocchia sue per terra, chinando la testa.

- Sono qui al Vostro comando, Santa Eminenza, e per servirvi e acciocché la Vostra benedizione mi raggiunga - disse, con voce sommessa.

Ginetto benedisse frettolosamente con le tre dita, facendo bella mostra dell'anellone d'oro con zaffiro maschio, indi sollecitò: - Mettiti diritto, dunque, e riferisci di Camilla tutto quello che l'occhi tuoi hanno veduto.

Così fece il pastore e, in vero, fu chiaro nel racconto, nel mentre che Padre Domenico da Mondragone mal celava una sottile smorfia di maligno gradimento.

- Era dopo la mezza notte, Eminenza, la vigilia della festa. Giravo pei boschi, ché la capra mia migliore s'era perduta, quella col vello riccioluto e grassa. Peregrinai per lungo spazio, in quanto la luna intiera m'era d'ausilio, fino a che, senza averne conscienzia, mi ritrovai dappresso l'habitazione di Camilla, onde vidi la lamia stessa ballare sotto la Quercia Torta, ignuda e tutta impiastricciata d'un unguento nero. E strillava forte la malefica, in latino mi parve e in altra lingua mai sentita... Voi, Eminenza, perdonerete un povero capraro ch'è ignorante e non cognosce nemmanco la lingua buona per conferire con l'uomo Santo quale siete... Eppure io giuro al cospetto Vostro che quanto vado dicendo risponde a verità, che Iddio mi faccia cenere subito adesso!... E, dipoi, l'assatanata, tramite uno stocco, tracciò per terra un circolo perfetto e nel circolo altri segni. Indi, trasse da una sacchetta che stava appoggiata all'albero un infante securamente morto e lo posò sovra i disegni, ripigliando subito a strillare e a saltare qualmente quei poveracci colti dal fuoco di Sant'Antonio. A quel punto la paura nera mi prese e scappai via come il fulmine, abbandonando la frasca d'avellana che m'avea celato. E questo è tutto, Eminenza, eccetto che la capra buona non la trovai più.

Il Cardinale Ginetto s'alzò dal seggio e puntò l'indice diritto sul naso d'Ignazio.

- Dimmi la verità, vecchio capraro, ti piace tracannare di quello buono. - Non fu una domanda, in vero sonò più d'accusa.

- Eminenza, io v'assicuro, vi giuro... - principiò il pastore, e non disse oltre, ché Padre Domenico intervenne in favore suo e l'interruppe.

- Il vecchio dice il vero, Eminenza, mi permisi di predisporre accurato controllo. Egli, ad indagine attenta, non risulta dedito alle bevande: in verità, le sue condizioni d'economia non appaiono punto ridenti e...

E qui, per una fiata, fu il Cardinale a tagliare corto. - Bene est, bene est, Padre Domenico! - disse rimettendosi assiso. - Procura d'alloggiare il capraro in città, acciocché si tenga a disposizione e che sia ricompensato per il suo servigio. Avete il mio permesso di ritirarvi.

Il professo si congedò segnando col capo e mosse il suo passo legnoso, per scortare il testimonio fuori dalla stanza affrescata. Nel mentre, il cuor suo gongolava senza ritegno.

III

Il dilucolo era uliginoso e il sapore aspro delle muffe mi grattava piacevolmente le nari. La Quercia Torta si levava come un gigante minaccioso e bieco.

La madre mia, Camilla, smunta, sottile e pallida come la cera, serrata nei suoi vestimenti scuri, pareva quasi uno spauracchio per corvi. E purtuttavia la sua compagnia m'era cara, ché sola s'era curata di me nello spazio di quell'anni, vincendo con le erbe la brutta malattia per la quale mi era negato sognare. Di fatto, ella m'avea istruito intorno a tutto quello che del mondo digià cognoscevo, giacchè il padre mio defunse ante ch'io fossi viva... A lei soltanto rivolgevo il mio affetto ricognoscente, oltre che al signor Brogio, l'unico vero amico della mamma e persona davvero singolare che, talvolta, il sabato sul tardi ci recava visita di cortesia.

- Ecco quello che, di fatto, l'occhi tuoi hanno veduto. Il rimanente l'hai fantasticato di securo - mi disse la genitrice, additando le radici di mandragora appiccate ai rami del fusto antico di secoli. - Ce le ho messe io, ché mi servono secche.

Vedo come ciò sia possibile, madre, ma il danzatore allora? Pure lui videro l'occhi miei... E il pianto, in fine? Di chi era il lagno notturno? - Agognavo un'esplicazione che mi rendesse novella serenità.

- E' giusto! - sentenziò lei, nel mentre che l'occhi grigi da sorcio saettavano d'ira. - E' giusto che la vista tua si sia ammalata di traveggole, per il fatto che molto mancasti dimenticando la pozione. E chiamati fausta, ché sorte peggiore di più gradi avrebbe potuto coglierti. Ordunque, al vespero di oggi bevi il decotto e riposerai tranquilla, parola mia che di erbe cognosco... Ma basta ciance, figlia! E' tempo che tu prenda a deambulare nei boschi per la cerca, ché le scorte d'erbe saranno a momenti esaurite. E avanti d'ogni altra cosa, recami una buona presa di boleti maligni, di quelli gialli che digià t'insegnai, acciocché possa contentare i compratori prossimi venturi.

Decisi che l'insistenza sarebbe stata nociva, ché di fatto per lei la chiacchierata finiva così, chi cognosceva mamma Camilla lo sapeva. Non intieramente persuasa m'avviai per la cerca e, al momento medesimo, sopraggiunse la carrozza. Era nera, chiusa, tirata da quattro cavalli bruciati, bardati con finimenti di colore chiaro. Il cocchiere saettava la frusta senza risparmio e le bestie, con le froge larghe, schiumavano sudore, distrutte dalla fatica. C'erano due passeggeri nel cocchio, celati da grevi tabarri neri. Di uno distinsi l'onor del mento rossiccio, ma solo questo. Il conducente strattonò i cavalli acciocché s'arrestassero e la madre mia si fece incontro ai mantelli neri che stavano scendendo dal mezzo. Poscia, non vidi oltre, ché me n'andai per la strada mia.

La cerca fu buona. Colsi una discreta presa di boleti maligni, quelli più anelati dalla genitrice, e in aggiunta taluni porcini e molti ceppatelli bianchi, ottimi per mangiare. Nel ritornare, m'imbattei nel signor Brogio. M'apparve sì repentinamente, che in verità mi s'arricciarono i capelli dallo spavento.

- Picciola Apollonia, da quando ti reco timore quasi fossi un mazzamarillo? (6) Che non ricognosci più la faccia d'un amico? - mi disse lui e piegò i sopraccigli a significare disappunto. Certo è che, in quel frangente, Brogio mi sembrò più alto del consueto, e già lo era assai, e le sue guance più scavate e l'occhi, in verità, più rossi.

- Fu la sorpresa, voi non mi recate timore, signor Brogio, vi cognosco per amico - gli sorrisi, un poco per scusarmi e un poco per beffare me stessa e il mio inopportuno battisoffia.

Allora sorrise a sua volta e i sopraccigli folti tornarono diritti. Frugò per breve spazio sotto la cappa nera, estrasse una spera ovale, incorniciata di legno verniciato color dell'oro e, infine, me la porse.

- Ecco un dono per te, giovane amica, te l'avrei recato al macinatoio, ma vedi bene che la sorte me ne esime. Sono certo che ne sarai contenta, ché questo è l'oggetto giusto acciocché tu possa godere per prima e passo passo la beltà del tuo sembiante.

Restai senza dire, e per la gioia e sovrattutto a causa della maraviglia. Afferrai la spera ovale e la strinsi fortemente al petto. Conscio dello stupore mio, il signor Brogio m'allisciò il mento, costringendomi a guardagli l'occhi rossi. Al tocco della sua mano irsuta, un brivido caldo mi passò il filo della schiena, strisciante come una serpaccia traditrice e, per quella sensazione che nemmanco capivo, m'allarmai. Raccattai, dunque, il cestello abboccato di funghi e scappai via. Ed avvenne che, mentre correvo giù per il sentiero che portava all'habitazione mia, di retro mi giunse la risata cavernosa del signor Brogio e con la risata, l'ammonimento suo:

- Corri, corri Apollonia! Scappa, giovine lepre!... A breve spazio bramerai la mia carezza.

E m'accadde di ruzzolare malamente e di sgraffiarmi sulle pietre puntute, ma di fatto non mollai il cestello e nemmanco la spera che, senza averne conscienzia, seguitavo a serrare sul petto. Mi risollevai da terra, invece, non dandomi carico delle sdruciature, e corsi più forte che dianzi.

Il cocchio nero sostava per l'appunto nello spiazzo brullo antistante il macinatoio e il conducente, sistematosi sdraioni a cassetta, pisolava con la bocca spalancata. Un moscone curioso saggiava, ronzando, quel pertugio buffo.

Superai di carriera la Quercia Torta e le radici di mandragora appiccate a seccare. In verità, il risovvenimento della visione notturna mi largheggiò d'un sussulto ed un groppo m'artigliò il gargarozzo. In tanto che stavo per entrare nell'habitazione, un parlare concitato mi raggiunse dall'interno. Disserrai la porta di quel giusto che mi abbisognava per sbirciare ed ascoltare e me ne rimasi acchiocciolata. C'eran due ecclesiastici nella stanza con la madre mia, vestiti col saio, ed a parlare era quello più basso, con l'onor del mento rossiccio.

- ...e Giancinto Centini si agita alquanto, ché tutti i tentativi sono stati vani. Infino la trafittura e l'abbruciatura di una statua di cera vergine colle sembianze del Barberini non impetrarono la mira e, in novelle riunioni segrete, alle quali parteciparono anche altri frati, appellati di fiata in fiata di rincalzo, furono richiesti i diavoli in persona, ma vanamente, ché non presenziarono punto... Ed è questo, Camilla, il movente che ci indusse sull'opportunità del tuo consiglio, ché Urbano VIII pare fatto di ferro (7).

- Quello che penso è che il loco delle riunioni non fosse quello giusto - disse la madre mia, agitando l'indice sottile. - Può essere che l'ammazzamento d'una lamia sia stato consumato proprio lì oppure nei pressi.

- L'altro frate, quello lungo con l'occhi tondi da allocco, ghermì il braccio di mamma Camilla e, con voce arrochita, addimandò: - Cosa suggerisci, dunque, a me e a frate Bernardino (8), strega? Tu cognosci certamente come operare, acciocché Maffeo Barberini finalmente stecchisca.

La genitrice mia, a quel dire, rise d'una risata squacquerata, e poscia confermò: - Sissignori, buoni padri, lo so certamente e a voi lo dirò con soddisfazione, ché vi cognosco come persone che sanno ricompensare nella giusta misura. Mi rammento d'un loco securamente adatto alla ripetizione del sortilegio. Ma se nemmanco questo sortirà buoni effetti, allora altro ancora necessiterà, per rendere propizia la riuscita di quanto agognato (9).

Cosa intendi significare, in fine, per altro ancora? - volle informarsi il frate barbarossa.

- Voglio significare sacrifizio - rivelò la madre mia, pispigliando quasi. - Ma, bada bene frate Bernardino, che voglio significare sacrifizio umano!

Gli ecclesiastici si guardarono l'un l'altro, sì come avrebbero fatto due tonti bastonati. Il frate appellato Bernardino fu il più ratto a vincer lo stupore e, allisciandosi la barba rossiccia, dichiarò: - Di fatto, siamo pronti a tutto quanto necessario, purché Maffeo Barberini stiri i piedi in perpetuum.

- Sit ita sane! - confermò occhi d'allocco, allargando le braccia spropositate.

Mamma Camilla ridacchiò compiaciuta e s'avvicinò d'un passo ai frati che oramai pendevano dalla bocca sua.

- Vedo che non m'ero ingannata riguardo la determinazione vostra. Ed io vi sarò di grande ausilio, ché v'indicherò con precisione i posti adatti, la procedura ed il momento. Per questo tornate a me tra un giorno giusto, ma rammentate di tenere fuori il nome mio dalla faccenda, ch'io vi consiglio e dipoi la parte mia è finita.

- Stattene tranquilla, lamia! - bofonchiò frate Bernardino. - T'assicuro che non avrai noie di sorta, e di più sarai ben rimpolpata. Daglieli, frate Cherubino (10)!

Il lungo lasciò tintinnare l'argento di qualche paolo sul tavolino intarlato e, strabuzzando l'occhi tondi, disse: - Eccoti qualche moneta. A cose compiute potrai metterne in saccoccia assai di più.

In quella, vidi la madre mia che s'avventava sui paoli luccicanti e i due visitatori che raccattavano i pesanti tabarri. Ed allora, mi trassi via dalla porta e, ratta, ritornai sul sentiero, acciocché gli ecclesiastici, sortendo dal macinatoio, reputassero che stessi sopraggiungendo al momento medesimo. E nel mentre che mi sforzavo di controllare il rifiato grosso, tale per averlo tenuto più tempo sospeso, una famiglia intiera di gorgoglioni mi trapanava il cervello, ché la conversazione or ora spiata m'avea ispirato scombussolamento e sovrattutto delusione. Non che avessi capito molto di quel gran confabulare, epperò una cosa, almeno una, m'appariva luminosa come il sole: la madre mia Camilla non era, di fatto, la semplice guaritrice ch'io pensavo fosse e che lei desiderava assembrare, ma qualcosa d'altro e di più brutto certamente.

Tanto ero secura di questo che una determinazione era digià presa: in vero, nemmanco al vespero di quel giorno avrei sorbito l'intruglio d'erbe. E tutto in quanto la visione della notte dianzi era, di fatto, assai viva e se sogno era stato, ma ora ne dubitavo assai, se sogno era stato, ero in succhio di sognar novellamente.

IV

Ignazio Brosi, il capraro, era stato legato mani e piedi ad un piano di legno inclinato. Ignudo, sporco del suo stesso sangue, col torace disseminato di vesciche ancora sfrigolanti, gemeva debolmente, ché la voce l'avea tutta regalata ai ferri arroventati.

Il torturatore, un omaccione nerboruto mancante d'ambedue l'orecchie e lucido sulla pelata, buttò nel braciere l'unghia dell'alluce appena estirpata, indi ripose nel cassettino dei ferri la tanaglia, in quanto il povero Ignazio non aveva altre unghie da elargire a chicchessia. Dipoi, l'afferrò pei capelli, gli scrollò forte il capo e l'interrogò per l'ennesima fiata: - Allora, spulciacapre, ricognosci le tue menzogne o, in vero, preferisci che passi all'abbrustolirti l'occhi?

Fu un filo di voce quello che uscì dalla bocca sdentata del vecchio capraro. - Tu, carnefice, tu... sei un porco figlio di scrofa e... Camilla... Camilla una lamia di securo... Io non rinnego!...

Un calpestio di passi lesti annunziò l'ingresso del Cardinal Ginetto e del suo fido secretario maneggione nelle segrete del Vescovado teramano e indusse il torturatore a sospendere per un attimo l'esercizio, per la verità accurato, dell'arte sua.

- Ai vostri servigi! - disse il manigoldo, piegando il torso quel tanto che il buzzo permetteva.

L'Eminenza diede una sbirciata attenta alla massa sanguinolenta che, una fiata, era stata il capraro Ignazio Brosi e addimandò: - Dunque, boia, quali nuove mi rechi?

L'interpellato si rimise diritto e, quasi col tono di chi si scusa, riferì: - Nessuna nuova, Vostra Eminenza, persiste nel suo diffamare la presunta strega. E, per quel che ne so io, che di torturati ne ho visti a frotte e che mi vanto, dunque, di buona esperienza, il capraro non ne avrà ancora per molto, ch'è pure vecchio d'anni. Ma v'assicuro che il lavoro mio è stato fatto con accuratezza, perciocché se il moribondo che avete dinanzi riesce purtuttavia a sputar menzogne, allora è figlio diretto del demonio.

- Come pur v'avvertii, mia Guida Illuminata, questa è una morte inutile, che la Camilla lamia era e lamia è rimasta - pispigliò quel gran nasone di frate Domenico, gongolando la sua soddisfazione.

- Morte inutile, dici? - lo rimbrottò il Cardinal Ginetto. - Non per noi, che ora possiamo dirci sicuri del fatto nostro, e nemmanco per Ignazio che diparte innocente da questo mondo di peccato e godrà securamente del Bene Celeste. Di fatto, è l'augurio che faccio pure a me stesso: moriar si magis gauderem, si id mihi accidisset.

- Siete tutti porci... porci figli di scrofa... e... e Camilla è una lamia di securo... Che voi possiate crepare... presto... - biascicò il capraro in un ultimo rifiato. Poscia, sputò, strabuzzò l'occhi e crepò lui.

- Iuvante Deo, il vecchio ha reso l'anima ed i suoi patimenti sono finiti - annunziò Ginetto e impartì pietosa benedizione. - Ma bando alla mestizia, ch'è tempo d'attivarsi. Giambattista Visconti non ci negherà certo l'ausilio che ci abbisogna, in quanto la malattia non è riuscita ad ammorzare lo spirito generoso che gli è naturale. Una presa d'uomini d'arme non ce la rifiuterà.

- No, non ce la rifiuterà di certo, quando Vostra Eminenza l'informerà sulla quistione - confermò il professo, sollevando la mano secca. La vipera ch'era dentro il suo corpo s'agitava di gioia.

- Cosa ne faccio di questo? - addimandò l'omone disorecchiato, indicando la salma martoriata d'Ignazio.

- Fanne ciò che vuoi - disse il Cardinale che avea digià la testa altrove. - Ma presto, che in verità questi caprari puzzano da vivi e più ancora da morti.

V

La notte era digià matura e sul macinatoio regnava una pace assoluta, ché nulla si moveva all'interno e nello spiazzo. Il moccolo acceso spandeva un chiarore soffuso nella mia soffitta polverosa, ravvivando d'un tremolio frequente i ragnateli penzolanti dalle travi. La ciotola del decotto era al posto suo, in sul cassettone, vuota però, ché il suo contenuto l'avevo fatto sparire, sì come progettato infino dalla mattina.

E, per riempir l'attesa, feci la cosa che di sovente avevo fatto nel trascorrere di quel giorno: trassi da sotto le coltri, ch'erano un buon nascondiglio, la spera dorata che avevo ricevuto in dono e presi a rimirarmi il sembiante. Per la verità, prima d'allora, non avevo avuto assai occasioni di poterlo fare, se non nell'acqua di qualche rivo, ma adesso, di fatto non avrei smesso mai, ché avevo scoperto la delicatezza che le fattezze mie vantavano, a dispetto dell'incuria. E, nel rimirarmi, m'accarezzavo i capelli lunghi e sottili, colorati col carbone, e i sopraccigli folti e il naso picciolo e diritto e i labbri carnosi e, ancora, sbarravo l'occhi grigi, nel tentativo vano di scovare il punto in cui si scostassero da quelli della madre mia. La madre mia! La stessa che avevo amato e seguito fedelmente per tutti quell'anni... Quale delusione! La madre mia Camilla, una lamia!... Ma lo era davvero? In cuor mio, la speranza di un'esplicazione assolutrice tardava a morire.

Il tramestio che mi raggiunse dal piano imo m'annunziò che la genitrice s'era levata dal giaciglio. Frettolosamente, riposi la spera tra le coltri, soffiai sul moccolo e m'accucciai presso la feritoia tra la parete e la trave. Dovetti aspettare un po', dianzi di poter vedere mamma Camilla che sortiva dal macinatoio, tenendo per il collo un gallo nero a parer mio digià morto, e si portava sotto la Quercia Torta. Dipoi l'osservai che s'adoprava nell'accatastare in una picciola pira legni e sterpaglia, all'interno d'un cerchio da lei stessa tracciato nella terra con l'unghie. E, quando le radici di mandragora appiccate all'albero presero a lanciare nella notte il pianto querulo che oramai cognoscevo e la pira prese fuoco di per sé, rischiarando tutta la scena e fugando ogni possibile dubbio, questa fiata, riguardo l'identità della lamia, la madre mia depose il gallo nero sui legni che abbruciavano e, presto, principiò a ballare attorno al circolo.

Novellamente, il lamento dell'esili figure impiccate tramutossi in sussurro e, poscia, in verbo:

O Lucibello, Lucibello
demonio dello inferno

poiché bandito fosti,

lo nome cagnasti

et ay nome Lucifero maiure,

vieni ad me o manda un tuo servitore.

O Lucibello, Lucibello

demonio dello inferno

poiché bandito fosti...

E, al buio dei boschi, vennero ballonzolando i mazzamarilli, piccioli, deformi, vestiti soltanto del loro lungo vello color della terra, orripilanti. Li ricognobbi pur non avendoli mai visti, ché le storie narrate accanto al focolare ne erano state ognora abboccate. Ne venne uno e dipoi un altro e dipoi un altro ancora ed, in fine, ne vennero a frotte, per imbrancarsi alla mamma Camilla nella danza. Di sbalzo, la fiamma della pira crebbe tanto d'altezza che quasi andò a lambire i primi rami della Quercia Torta e, dal fuoco, l'erebo vomitò un becco enorme e nero che roteò l'occhi rossi d'intorno, sì come usa il condottiero dianzi dello scontro, per fare il saggio dell'entità e del proposito degli uomini che comanda.

Quello che successe ancora quella notte io non potei vederlo, ché sì come la fiata precedente il tremore convulso ghermì le membra mie e lo spossamento mi costrinse a ritornare sul giaciglio. Ma quali che fossero, dovette trattarsi d'avvenimenti tanto straordinari quanto spaventevoli, di quelli che non a tutti è dato di cognoscere.

Dormii d'un sonno tanto pesante che, quando mi destai, il sole avea digià consumato un pezzetto del suo arco. Dal piano imo mi raggiunse un chiacchierio confuso e serrato. Ricognobbi la voce della madre mia, poscia quella di frate Bernardino e, subito appresso quella roca di frate Cherubino. Mi bagnai la faccia con l'acqua del catino, mi diedi in fretta una rassettata alle gonne e, senza nemmanco pettinarmi, calai dabbasso, ché oramai sapevo qual era l'unica cosa che potessi fare. Ed era d'uopo che la facessi al più presto, in quanto con poca probabilità si sarebbe offerto momento più propizio.

Mi videro, mamma Camilla e gli ecclesiastici, nel mentre che calavo le scale, sì che interruppero bruscamente il parlottio.

- Questa è la figlia mia Apollonia - mi presentò la genitrice e l'occhi suoi grigi ebbero un brillore, mi parve, d'orgoglio. Al memento fresco degli orrori spiati, il fatto mi sonò discordato.

Dei due frati, solo Bernardino accennò un sorriso dentro la barba rossiccia. L'altro, contra, tenne l'occhi bassi e nemmanco mi degnò d'un guardo. Abbozzai, tuttavia, la reverenza. Poscia, raccattai il cestello e, con fare disinvolto, dichiarai: - Vado per la cerca, madre, vedrò di non impiegarci troppo.

- Vai pure, dunque - acconsentì la lamia. - Vai pure, ch'io ho da parlare con questi bravi frati.

Non tentennai oltre nell'infilare l'uscio. La carrozza nera riposava nello spiazzo ed il suo cocchiere, come d'uso, sonnecchiava a cassetta. M'avviai di buona lena su per il sentiero pietroso e, quando fui secura d'essere fuori dalla vista, gettai via il cestello e presi a correre a rompicollo, ché sapevo bene come per giungere alla città Interamnia occorresse quasi un giorno di calesse. Abbandonai tosto il sentiero, e per prudenza e nella speranza di specular tempo procedendo, per quanto possibile, lungo una linea diritta. All'ombra dei boschi, superai le erte e mi precipitai giù per le chine, concedendomi, talora, delle brevi soste per rifiatare.

E accadde che mentre, per l'ennesima fiata, mi sedetti a riposare e a strizzare il sudore dalla camicia, la voce cavernosa del signor Brogio mi raggiunse e mi raggelò: - Cosa vuoi fare, picciola Apollonia?... Torna sui tuoi passi, che il destino tuo non è soggetto ad essere mutato... torna sui tuoi passi, Apollonia!

Ruotai il guardo tutt'intorno: nessuno, non c'era nessuno! Scattai in piedi, con la prestezza d'un leproncello. Intontita, come in un sogno che non m'apparteneva, scalai altre salite e scagliai le gambe dolenti giù per altre chine, fino a quando, nei pressi d'un rivo, dirupai lunga distesa.

- Desisti, Apollonia! - disse la voce del signor Brogio. - Desisti dal tuo proposito, ché la città è lontana... Desisti dalla follia, fanciulla, ché non sarà il tuo gesto a mutare la tua sorte e quella di Camilla!

Ancora, girai l'occhi sbarrati e, ancora, non vidi nessuno. Il gelo della paura guidò i miei movimenti: ausiliandomi con le mani, ché le gambe oramai erano infrollite, percorsi altro spazio ed, in fine, con le gonne stracciate e le gambe e le braccia coperte di sgraffi, senza averne pienamente conscienzia, infilai un sentiero carraio…

La carrozza quasi mi travolse. Era nera e chiusa come l'altra, ma veniva tirata da sei cavalli e, sulla fiancata, recava uno scudo coronato, giallo. Nella parte superiore spiccava un copricapo cordonato ed entro lo stemma risaltavano tre croci ed un torrione (11). Scortavano il cocchio cinque cavalieri dal guardo bieco che mi videro e s'arrestarono: due di loro erano armati d'archibugio. Anche la carrozza, poco più innanzi s'arrestò e ne scesero due uomini di Chiesa. Il primo, pingue, foruncoloro, eppure vestito d'abiti preziosi, mi parve, al momento, persona d'importanza. L'altro, secco, nervoso, condannato dalla natura a recare il peso d'un gran naso, apparteneva sicuramente a rango più imo e, di fatto, l'occhi suoi erano quelli d'una serpe.

- De unde appari, giovinetta? - m'addimandò il prelato, con voce zuccherina. - Da quale mostro fuggi, sì tutta sgraffiata e sgomenta?

Non lasciai punto che la titubanza mi sopraffacesse, ché oramai mi sentivo al sicuro e lontana dai malefizi della madre mia, e d'un fiato principiai la denunzia.

- Fuggo dalla genitrice mia che sorpresi in sortilegi notturni e complotti diurni... Fuggo da mamma Camilla ch'è una lamia!

Gli uomini di Chiesa si guardarono l'un l'altro con la stessa faccia di quelli nati scemi. E, nel tempo che uno dei tipacci m'ausiliava nel mettermi diritta, occhi di serpe volle capacitarsi. - Lasciami capire, bambina, saresti tu Apollonia, la figlia della guaritrice Camilla?

- Della strega Camilla, sissignore - precisai, rassettandomi le gonne, ed appresso, come un rivo che trabocca, principiai il racconto delle mie scoperte.

- Necessitiamo d'altre conferme, Eminenza? - sibilò il nasone, quand'ebbi finito la narrazione.

- Invero, Padre Domenico, non sono tanto le conferme che m'assillano al momento - disse quello chiamato Eminenza, tormentando l'anellone, securamente di vaglia, che portava alla destra. - Quanto l'identità dei due furfanti in combutta col demonio, e pure quella della presunta vittima dei sortilegi loro.

Ma io mandai bene a memoria i nomi dei frati coi tabarri! - intervenni, facendo sfoggio della mia ritenzione. - Ché quello con l'onor del mento rosso s'appellava Bernardino e l'altro, con l'occhi d'allocco, Cherubino. E, in aggiunta, come vi dissi, fuggendo dal macinatoio li lasciai con mamma Camilla a confabulare intorno ai misfatti loro. Perciocché, attivandovi all'istante, potreste pure cognoscerli di persona.

- Securamente sarebbe cosa auspicabile - commentò il prelato. - Ché qualora li mancassimo al macinatoio della Quercia Torta, diverrebbe certo difficile pizzicarli, ché di Bernardini e di Cherubini frati ce ne sono a frotte. Ma dimmi ancora, picciola Apollonia: rammenteresti pure il nome del poveretto maleficiato? Ché pure sarebbe nozione importante.

E qui, tentennai alquanto, ché i pensieri miei erano assai più nebbiosi, dipoi risposi ugualmente: - Ecco, di questo non potrei garantire, ché una fiata lo sentii appellare Barberini, Maffeo Barberini per intiero, ed altra fiata Urbano con un numero appresso…

- Sant'Iddio! - esclamò nasone occhi d'allocco, recando ambedue le mani alla bocca. - Sant'Iddio, il Santo Padre!

Il foruncoloso, contra, non si scompose più di tanto. Allungò un braccio bonario sulla spalla mia e m'invitò: - Vieni, figlia, ché abbiamo ancora da parlare oltre. Monta in carrozza, sicché potremo farlo per bene, durante il tragitto per la Quercia Torta.

Giungemmo al macinatoio quando il giorno si faceva bruno. Lo spiazzo antistante era deserto: il cocchio nero se n'era dunque andato per via diversa da quella da noi percorsa e, per i due frati affatturatori, questo inferiva la salvazione (12).

Il mezzo nostro s'arrestò presso la Quercia Torta e gli ecclesiastici m'invitarono a calare. E qui, vidi la madre mia Camilla che sortiva dal macinatoio e vidi gli uomini d'arme galopparle contro e circondarla. Subito principiò la giostra e la lamia fu percossa e sbeffeggiata, coperta di sputo e strascicata pei capelli, tanto che i gridi suoi ferivano l'orecchio. Poscia, il comando perentorio del pingue prelato diede fine al carosello.

- Fermate le mani, adesso, che il Tribunale non s'assumerà il compito di giudicare una strega con i piedi digià stirati!

- Per la figlia quali progetti avete, Eminenza? - addimandò il secco col nasone, nel mentre che i tipacci affunavano mamma Camilla. - Ché non oso pensare che non ne abbiate alcuno.

- Sarcasmo vano il tuo, Padre Domenico, ché di fatto un proposito lo maturai: penso di lasciare Apollonia qui al macinatoio, nella speranza fondata che i ribaldi tornino domani o un altro giorno. In vero, compito suo sarà quello d'accoglierli senza metterli in sospetto, ché al rimanente penseranno due dei nostri celati nell'habitazione... Tu farai questo per noi, nevvero fanciulla mia?

La faccia dell'Eminenza assunse espressione sì bonaria e confortante, da non ammettere rifiuto.

- Farò come tu dici - confermai.

Nel mentre, i ceffi trascinavano mamma Camilla alla carrozza. Il suo sembiante era coperto di sangue e di macchie nere, propiziate dalle percosse cieche: si lamentava piano. Ma l'occhi suoi grigi non erano punto spenti e quando, nell'incrociarmi, si fissarono nei miei mi sconvolsero alquanto, chè quelli non erano tanto l'occhi di chi odia o di chi accusa, quanto quelli di chi prova pietà.

VI

Stesa sul giaciglio, coi ceppatelli che mi strisciavano nel ventre, carezzavo la spera dorata, nel mentre che frotte di pensieri m'impedivano il sonno. Dal piano imo mi raggiungevano i ghigni smodati dei due ceffi archibugiati che, per accompagnare il pasto funghereccio, avevano dato fondo alle riserve di vino di mamma Camilla.

Mamma Camilla!... Cognoscevo digià i perigli che la sorte le riservava, ché i trattamenti dell'Inquisizione erano di fatto risaputi: strappata di fune ed aculeo e grattugia e ceppo per i piedi e, appresso il supplizio, l'abbruciamento al palo. La maraviglia mia stava nel solo fatto di non provare sentimento di sorta, non la pietà per la lamia, non il rimorso per averla denunziata e nemmanco la paura, ché oramai mi sentito protetta. E il signor Brogio? Forse che la voce sua cavernosa m'avrebbe novellamente raggiunta e raggelata?... Ed infino a che punto era immischiato nei malefizi della madre mia?

Dabbasso, le risa impastate dei tipacci si fecero più frequenti e sonore. Riaccesi il moccolo, ché il sonno continuava a tardare e, novellamente, presi a rimirarmi il sembiante nella spera. Appariva tirato ed imbrattato di terra, ma non per questo m'assembrò meno piacente: di fatto, l'occhi grigi vivevano d'un brillore inusitato, un tipo di luccicore che solo in quelli di Camilla, talora, avevo rimarcato. Fu allora, securamente, che una sorta d'intuizione prese a scavarmi una tana nel cervello. E qui, venne pure il sonno ed arrivò così improvviso che m'addormentai col moccolo acceso e la spera serrata sul cuore. Il pensiero dell'intruglio vesperale non m'avea nemmanco sfiorato, ché oramai cognoscevo di non essere punto malata. Per la qual cosa, novellamente, sognai...

E sognai d'un gran rogo e, nel fuoco, la mamma Camilla che abbruciava strillando come un porco ante d'essere scannato. Di retro le lingue rosse, il faccione pasciuto dell'Eminenza sogghignava e quello di Padre Domenico sbavava di soddisfazione. Dipoi, la lamia sospese di gridare e sentenziò: - Apollonia, picciola figlia mia, t'avvedrai dell'errore tuo quando, di fatto, sarà tardi, ché se ti tenni celato il mio segreto non fu per mancanza d'amore, quanto per lungimiranza. Ogni cosa appartiene al tempo che gli spetta ed il tempo della cognoscenza tua risultava ancora prematuro... Ma rammenta, figlia, che sangue di lamia partorisce sangue di lamia e nulla di diverso!

In fine, le lingue di fuoco si fecero più alte e, accartocciandosi attorno a mamma Camilla, ne celarono intieramente la figura. Le facce gaudenti degli uomini di Chiesa si dissiparono gradatamente ed io mi dissonnai di colpo, sudata e con l'ansima. Ma, in vero, la tana che quella sorta d'intuizione mi stava incavando nel cervello s'apprestava a sfociare nella luce...

Mi trassi dalle coltri e ristetti ad ascoltare: dal piano imo non mi giungeva suono alcuno, ché securamente gli uomini d'arme smaltivano nel sonno il vino trangugiato. Contra, da fora, il lamento delle mandragore s'alzava prepotente sul sibilo leggiero del maestro, levatosi novello. Di fatto, si trattava d'un lamento diverso dall'usato, più canto che piagnisteo, e per certo verso accattivante. Riposi con cura la spera e, col moccolo che ancora allumava, calai dabbasso sulla punta dei piedi. Trovai gli uomini dell'Eminenza col capo riverso sul tavolo, le canne dei gargarozzi aperte, affogati nel sangue loro. Di fatto, non tremai e nammanco provai altre emozioni, ché poscia il travaglio dello scavo, l'esatta intuizione della natura mia grattò via l'ultima scorza e sbocciò alla luce: perchiocché, dal momento stesso, il sangue mio fu quello di Camilla ed il suo nero cognoscere divenne il mio.

Rammenta, figlia, che sangue di lamia partorisce sangue di lamia e nulla di diverso, m'avea detto in sogno la lamia.

A breve spazio bramerai la mia carezza, m'avea ammonita la voce del signor Brogio.

Spensi il moccolo, sortii dal macinatoio e mi portai sotto la Quercia Torta. Sicura della sapienza che l'erebo stesso mi donava, tracciai con l'unghie il Cerchio ed i Sigilli per l'apertura della Porta e, subito appresso, principiai la Danza per la Grande Evocazione... E, nel mentre che il corpo mio si torceva nella delizia di figure oscene, perdendosi nell'estasi del Male Assoluto, il cuore di lamia celato nel mio petto s'unì al canto delle mandragore appiccate alla Quercia Torta:

 

O Lucibello, Lucibello
demonio dello inferno

poiché bandito fosti,

lo nome cagnasti

et ay nome Lucifero maiure,

vieni ad me o manda un tuo servitore…

 

E qui, i mazzamarilli sortirono dai boschi per offrire le loro squisite deformità alla Danza Infernale... Ne venne uno e dipoi un altro e dipoi un altro ancora ed, in fine, ne vennero a frotte, piccioli, vestiti soltanto del loro lungo vello color della terra.

Più appresso, quando risonò il calpestio, un soave brivido d'allettamento prese a fendermi il sangue. In certo modo, si trattava d'un brivido ch'era un avvertimento ed anche, di fatto, una promessa, la promessa d'un piacere assai più grande.

E, quanto il calpestio crebbe e dipoi crebbe ancora, fui secura di non essermi ingannnata riguardo l'origine sua, ch'era proprio Lui in persona che stava arrivando, Lui il Terribile, Lui il Padre mio, Lui il signor Brogio.

Gli zoccoli del Becco fanno gran rumore sul sentiero pietroso.

 

 

NOTE

(1) Invocazione a Lucifero il cui testo è tratto dalla confessione "spontanea" della strega Matteuccia di Francesco, processata a Todi, nel marzo del 1428. Con la filastrocca evocativa, la presunta strega prestò la confessione di una serie di formule magiche, che comunque siano state estorte, presentano una parvenza di autenticità.

(2) Detta anche Santo Uffizio, sorse all'epoca della Controriforma, per opera di Paolo III (1542), sotto la forma di una Commissione di sei Cardinali inquisitori, competente in materia di fede, con giurisdizione su tutta la cristianità. Con Paolo IV (1555-1559) e Pio V (1565-1572) essa esercitò un vero terrore. Sisto V la riorganizzò (1588), facendone la prima delle 15 congregazioni romane. La sua severità venne mitigandosi col tempo.

Nel periodo che va dalla fine del 1634 a tutto il 1635, la Commissione inquisitrice era formata dai seguenti sei Cardinali: Scagia, Celsi, Bagni, Zacchia, Verospi e Ginetto.

(3) Tra le pratiche di magia nera più diffuse in Abruzzo. Consisteva nel raccogliere il terreno su cui era impressa l'orma del piede della persona a cui si voleva nuocere e nel farla seccare al fuoco, con l'intento di far seccare e consumare contemporaneamente anche la persona cui essa apparteneva. Per rendere più lenta l’agonia, si soleva inumidirla di tanto in tanto con spruzzi d’acqua.

(4) "Interamnium" è l'antico nome della città di Teramo. Sta per "città tra i fiumi", il Vezzola ed il Tordino.

(5) Trattasi di E. Giambattista Visconti, eletto Vescovo LV. Ordinis Eremitarum (come egli stesso s'intitolava) S. Augustini, Congregationis observantiae Lombardiae. Monsignor Visconti, quando fu eletto Vescovo di Teramo, aveva 54 anni: dal necrologio si ricava che morì a 84 anni, dopo 30 di ministerio. Arrivato a Teramo il 3-5-1609, morì l'11-5-1638.

(6) Spirito o folletto che, nella tradizione popolare, si diverte ad intrecciare le code delle bestie da stalla e ad insidiare le belle giovinette. Diffuso in tutto il territorio nazionale, assume di volta in volta compiti, nome ed iconografia differenti. Mazzamarillo nel teramano (Mazz'marill), diviene Mazzamambrillo nell'alto Molise (Mazzamambrigl).

Pare, però, che l'origine del personaggio sia romagnola. Lì lo troviamo con il nome di Mazzapegolo o Mazapegul o Mazapeder o Mazapigur o Mazapegual. In ogni caso è indiscutibile il suo legame infero.

(7) Nel Conclave successivo alla morte di Gregorio XV, fu eletto Papa Maffeo Barberini, col nome di Urbano VIII. A quel Conclave partecipò anche il Cardinale Felice Centini, che ebbe pare momenti favorevoli all'elezione. Il nipote del Cardinale, Giacinto Centini, nutriva la segreta speranza di divenire nipote d'un Papa, con i vantaggi conseguenti. Nel 1630, circolarono voci secondo le quali, in base a divinazione astrologica, Urbano VIII era prossimo a morire. Poiché, al contrario, il Papa si reggeva bene in salute, Giacinto Centini decise di favorirne la dipartita, con l'aiuto di alcuni frati dediti alle pratiche magiche, i quali l'incontrarono per la prima volta nella sua villa di Spinetoli, presso Ascoli Piceno. Visto che però i primi malefici non sortirono gli effetti sperati, la congrega dei congiurati decise di rivedere l'iter operativo, avvalendosi, verosimilmente, del consiglio di una "professionista".

(Ampia trattazione della vicenda in "MAGIA E POLITICA", del Prof. Giuseppe Profeta - Ed. Libreria dell'Università – Pescara).

(8) Trattasi di fra Bernardino da Montaldo, eremita, che in realtà era fra Diego Gucciolone, dei Minori osservanti di Palermo, che dopo esser stato condannato ed imprigionato dal S. Uffizio per sortilegi, incantesimi e negromanzie, era fuggito a Lisbona ed aveva, per 7 anni, fatto il Cappellano in una galera della flotta che viaggiava nelle Indie Occidentali. Tornato in Italia, si era fatto eremita, rifugiandosi nella Diocesi di Recanati.

(9) Dopo la vanità dei primi sortilegi, lo scongiuro fu ripetuto a Corropoli (Teramo), ma ancora senza effetto alcuno. Si decise allora di realizzare una seduta più solenne in Campli (Teramo), con l'intervento di sette Sacerdoti e con un sacrificio umano a Satana.

(10) Trattasi di fra Cherubino Serafino da Ancona, minore osservante.

(11) Lo stemma della Diocesi di Teramo.

(12) La cattura dei due frati e di Giacinto Centini avvenne per altro motivo non legato alla nostra storia. Pare, che quale vittima del sacrificio umano che avrebbe dovuto consumarsi nella seduta solenne di Campli, il Centini avesse designato fra Domenico Zancone da Fermo, agostiniano e congiurato egli stesso, il quale aveva dimostrato poca segretezza. Fra Domenico intuì il pericolo e corse ad avvertire l'Inquisizione, chiedendo per sé l'impunità. Giacinto Centini fu decapitato. I due frati, Bernardino e Cherubino, furono impiccati, i loro corpi bruciati e le ceneri gettate nel Tevere. Domenico Zancone fu condannato alla galera a vita e a recitare due volte al giorno un'Ave, un Pater ed un Credo. Altri ecclesiastici furono condannati a pene minori.

ã by Antonio Piras

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LA MORTE

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