Il Signore dei pioppi che si spezzano al vento
(racconto integrale)

 

I venti bastardi, predones Dei et exules paradisi, sono quelli in cui si mescolano gli spiriti infernali per andare ad affondare le navi e creare rovine di ogni tipo sulla terra. Fanno parte di una legio damnatorum e sono capaci di dissolvere con i loro mulinelli castelli e regni.

( Dal pensiero di Michele Scoto nel Liber Particularis)


l servo è lì, è lì come sempre, seduto all'ombra dell'ultimo pioppo del filare. Con l'anima ostinata che affonda nel bozzolo inviolabile del suo silenzio. Con i sogni distrutti 

 

 

Il Racconto
"Il Signore dei pioppi 
che si spezzano al vento"

è tratto dalla raccolta


"Click qui per conoscere "Sette Ossi di rana"

"Sette ossi di rana"
Edizioni Il Cerchio Iniziative Editoriali
1997

ed è stato pubblicato sulla rivista



"Shining" -N° 3 Marzo 1996
a cura di Franco Forte e Franco Clun

rinchiusi nella corazza di un nome impronunziabile. Con l'umore acido della delusione scagliato dalle dita abili nell'intreccio complicato dei vimini.

Il servo è lì, presso il torrente che accarezza l'ala est del Pentacastello, intento a sagomare la sua ultima cesta. E intorno a lui il turbine dà vita alla danza vivace delle sterpaglie. Il turbine, l'alito del demone, il soffio premonitore, l'orrenda avanguardia che bussa alle porte del Quadrante. Bussa forte il pugno del demone, ora che già sei dei sette pioppi sono spezzati. Ulula vittoriosa la raffica pestilenziale, sfogando la sua furia contro i tronchi orgogliosi e cancellando i segni dei Sigilli antichi, i guardiani stilati con il sangue della sapienza occulta a salvaguardia del Quadrante. Sei guardiani, sei giganti distrutti dal turbine, uno dopo l'altro, inesorabilmente, per mia colpa progressiva e senza attenuanti.

Il servo è lì, è lì come sempre. Dalla torre più alta del Pentacastello mi sforzo di sopire l'invidia per l'indifferenza dei suoi gesti, che rinnovano la sfida alla consapevolezza della fine ineluttabile. E accanto a lui, sul tronco ancora integro del settimo pioppo, il brillore dei caratteri occulti, il luccichio di potere dell'estremo Sigillo, scaglia saette d'accusa e ridesta la vaga memoria del mio ruolo tradito. Perché io sono il Signore del Pentacastello, il Reggente del Quadrante, il Difensore. E sono anche la causa della rovina che si preannuncia, l'inetto che spalanca le porte al demone, il valletto che srotola il tappeto di nequizia, per accogliere in un consapevole trionfo di distruzione Colui-che-si-avvicina-a-grandi-balzi e le sue tredici legioni alate.

Il servo è lì, è lì come sempre, seduto all'ombra dell'ultimo pioppo del filare. Lo osservo a lungo, dalla torre più alta, lo osservo senza stancarmi, mentre muove le dita veloci, lo osservo e ricordo... E le sterpaglie sollevate dal turbine, in una danza obbediente e spietata, si aggregano nella sagoma ambigua di Uno, il Duesessi, l'androgino. La figura, portata dal vento, scivola lungo il torrente e poi si dissolve in uno sbuffo. Ma Uno, il doppio, è già morto da tempo, soffocato dalla bava avvelenata che gli scavò la gola. Nella sagoma di sterpaglie, solo il gioco crudele della mia mente ferita... Il ricordo di Uno, l'ermafrodito, che mi illuse con il fuoco della salamandra, per annegarmi nell'acqua dell'oblio. Il ricordo di Uno, il subdolo, che mi accecò i sensi con un raggio di sole, per annullarmi nel sogno argentato della sua luna. Il ricordo di Uno, lo strisciante servo del demone, che armò la mia mano e la sporcò di sangue nelle gole bianche, profumate e recise delle mie concubine.

Per questo cadde il primo Sigillo, capitolò con il tradimento del vincolo antico dell'amore. E l'alito del demone soffiò forte attraverso lo spiraglio concesso dalla mia insana lussuria. Soffiò forte e spezzò il primo pioppo, disperdendo il sangue rappreso dei caratteri occulti.

Il servo è lì, è lì come sempre, mummia seccata dagli anni e dagli elementi, custode impotente dell'ultima difesa. Il servo è lì, è lì che riposa le dita callose e consuma con lentezza la sua ciotola di riso vecchio. Il riso tenero, il riso bianco, pane di saggi e di santi, cibo di piccole perle leggere, che non confonde la mente né incatena le anime. Il riso, l'alimento del Prete Medio, che morì sulla cima puntuta di un palo, per avermi vomitato contro il proprio disappunto e quello del cielo. Morì sventrato da un palo, per mio ordine, perché diceva il vero. Il Prete Medio morì sulla cima di un palo, così che il turbine spezzò il secondo pioppo e disperse la magia del suo Sigillo.

E poi vennero i dodici Generali, vennero a riferire l'angoscia per il turbine che ingigantiva, alimentato dalla mia stoltezza, nutrito dalla febbre dei sensi che regalava il mio senno a Uno, l'androgino, doppio come una lingua di serpente. Provarono di tutto i Generali, per ridarmi alla saggezza che il mio ruolo reclamava. Avevo ancora un nome, in quel tempo, e volli che i miei Generali lo ricordassero. Per questo ci fu un palo per ognuno di loro e ora le sagome fiere, sfilano sul torrente, trasportate dal vento.

Il soffio maligno attraversò la breccia con il furore di un fiume che straripa, forte del nutrimento elargito a piene mani dalla mia testardaggine cieca. Il terzo pioppo si piegò in una resistenza ostinata, coraggiosa e vana. Si dissolse la chioma in un'esplosione di foglie ovate, si spezzò il fusto bianco, sotto i colpi dell'ascia invisibile di Colui-che-si-avvicina-a-grandi- balzi. Si sgretolò la barriera di sangue del terzo Sigillo.

Il servo è lì, è lì come sempre, tornato prono sui vimini dell'ultima cesta. Davanti a lui, lungo il torrente agitato dal vento, sfilano silenziose le sagome lunghe dei Preti Minori, sottili ectoplasmi di polvere e sterpi. Avvolti nelle tuniche amaranto, vennero in consesso dai Monti del Sale, per annullare l'influenza nefasta di Uno, il Duesessi. Ma era tardi per questo. Era tardi, ora che le spire del bino m'imprigionavano nel liquido appiccicume di carezze proibite.

Le tuniche amaranto sventolarono sulle punte aguzze dei pali e, dall'alto, mi urlarono l'ennesima, disperata preghiera.

Il sangue del quarto Sigillo si confuse nella polvere del turbine. Trasportati dall'alito infetto del demone, gli spiriti bassi invasero il Quadrante, dissacrando con voli osceni le sale del Pentacastello. Uno, il viscido, carezzò il mio sdegno e li impose alla mia tolleranza.

Il servo è lì, è lì come sempre, testimone imparziale della rovina del Quadrante. Il servo è lì e, tra le pieghe profonde del viso incartapecorito, forse sorride.

Il quinto guardiano si arrese sotto i colpi di becco rabbiosi dei rapaci infernali, che ne attaccarono il fusto e il Sigillo, disperdendone il potere. Accadde quando, in un impeto d'indignazione malsana e istigata, decisi la morte dei Pentarchi, colpevoli d'avermi rammentato la pazzia che mi stava consumando l'anima. Morirono lentamente i cinque Governatori del Quadrante, si spensero sulle cime dei pali, sferzati e irrisi dal vento.

E ricordo il dolore. Un male feroce, dilaniante. Una spada affilata che sezionò la mia follia, strappandole l'urlo infinito dell'estrema sofferenza. Ricordo il dolore per la morte di Uno, il bino, l'essere immondo che amavo. E rammento anche il suo dolore, la smorfia di sorpresa sul viso d'avorio, il corpo affusolato che si contorce sui tappeti morbidi dell'alcova, la bava corrotta dal veleno che sporca il pallore delle labbra sottili. Ricordo il dolore. Furono tre pali nodosi a tenere sospese le carcasse squarciate dei miei giovani figli, tre pali che si colorarono con il sangue del mio seme. Sulle punte di tre pali nodosi si disperse il mio seme. E, con lui, si sbriciolò lo scudo del sesto Sigillo.

Lungo le acque inquiete del torrente, tre fantasmi di polvere, i miei figli, i giustizieri del Quadrante, gli avvelenatori, mi regalano l'orribile lamento del loro silenzio.

Il servo è lì, seduto all'ombra dell'ultimo pioppo del filare. Il servo è lì che riposa, ora che l'ultima fatica è compiuta, ora che l'intreccio della settima cesta ha percorso l'intera lunghezza della propria spirale ideale. Il pioppo superstite, sferzato dal turbine, si piega a bagnare le fronde sul pelo dell'acqua. China la testa l'albero antico e, talvolta, la nasconde tra gli spruzzi del torrente. Eppure resiste, fedele fino in fondo al suo ruolo.

Il servo è lì, seduto sul greto, il servo è lì che mi aspetta. Percorro in un sogno ovattato le sale appestate del Pentacastello, attraverso la corte nascosta, costeggio le cinte possenti. Ovunque mi accompagna il sordo frullare d'ali degli spiriti bassi, le larve d'orrore che hanno eletto il maniero a nuova dimora. Mi lascio alle spalle il fossato e sono all'aperto. Il turbine avverte l'intrusione e raddoppia la furia, lacerandomi le vesti e pungendomi gli occhi e la pelle con granelli di polvere cocenti. Vacillante, quasi cieco, avanzo ostinato nel vento e lo raggiungo sul greto. Il servo è qui, seduto sotto il pioppo piegato, il servo è qui, più vecchio del tempo. Davanti a lui la cesta finita. Più indietro, lungo la linea del filare distrutto, ancora sei canestri, coperti da panni di lino annodati. Il servo è qui, davanti a me. I suoi occhi piagati, due braci fra la pelle secca del viso, leggono nei miei la disperazione e il timore di una domanda sospesa. Per questo, consapevole, pietoso, il vecchio me ne evita l'umiliazione.

 E la voce è un sussurro sfiatato, che quasi si perde nel fragore del turbine: - Signore, fai quello che devi, concludi il lavoro con l'ultima infamia!... Abbatti il guardiano, frantuma lo scudo, riempi d'orrore la cesta vuota!

Lo ascolto con le labbra tremanti, mentre saette di polvere mi martoriano il corpo. Una folata possente gonfia il panno di un canestro, lo gonfia e lo solleva, sciogliendone i nodi. Mi avvicino di un passo e le vedo: adagiate sul fondo, colorate dal livore della putrefazione, mi scherniscono le teste mozzate di Uno, il Duesessi, e dei miei figli, gli avvelenatori. Così intuisco il segreto celato dalla compassione dei sudari. Una cesta per ogni Sigillo caduto, un recipiente per ogni valore tradito. E a marcire nell'intreccio dei vimini, le teste recise delle mie concubine, del Prete Medio, dei dodici Generali, dei Preti Minori, dei Pentarchi... Non le vedo, ma ne avverto il biasimo, meno il perdono. La domanda è superflua, oziosa, frustrante. Ma i denti serrati non riescono a trattenerla:

- C'è qualcosa di diverso che io possa fare?

Il servo scuote la testa antica e mi risponde in un soffio. - Non c'è, mio Reggente, non c'è nulla di diverso e più ragionevole... Colui-che-si-avvicina- a-grandi-balzi è pronto a sfondare le porte. E' impaziente, furioso, agita gli artigli. Ma l'ultimo scudo lo blocca e nega alle sue legioni alate l'acceso al Quadrante... Il pioppo non cadrà, mio Signore, non cadrà il pioppo e nemmeno il Sigillo, se la cesta rimarrà vuota... Ascolta il tuo servo, fai ciò che devi, non permettere che la statica corruzione delle orrende avanguardie accompagni il Quadrante alla fine dei tempi... Non uccidere la speranza, apri la strada al caos della regressione totale: dall'abisso più nefando si risale solo dopo aver toccato il fondo!

E' nel giusto, il servo è nel giusto, questo lo so, l'ho sempre saputo. Non posso che cedere alla saggezza del suo consiglio.

- Quando? - gli chiedo.

- Adesso, mio Signore,  devi  farlo adesso... Completa l'orrore!

Con un unico gesto, un gesto ormai atteso, si sfila la veste di sacco e, nudo, piega la testa sul canestro vuoto. Come vermi di pietra, sulla pelle vecchia delle braccia, delle gambe, del torace, le mille cicatrici che donarono il sangue alla magia dei Sigilli. Il colpo di spada che vibro è feroce, preciso, non permette grido né sofferenza. E l'intreccio della settima cesta accoglie, in un tonfo, la testa rasata del servo, la testa mozzata del Prete Maggiore. L'ultimo orrore è compiuto.

Il turbine muore di colpo, la polvere smette di fustigare il mio corpo e si posa. Nel silenzio terrificante che subentra al fragore del vento, l'ultimo pioppo crolla di schianto e il sangue dei caratteri occulti si sgretola e vola nell'acqua.

Immobile, ascolto il silenzio e, nell'attimo breve, assaporo la pace. Poi, il cielo velato si oscura, coperto dalla nuvola immonda delle legioni alate. Colui-che-si-avvicina-a-grandi-balzi ha sfondato le porte. Il demone è qui, che striscia nelle mie carni e raffredda le ossa. Il demone è qui e reclama il suo premio.

ã by Antonio Piras


IL PAPA

Torna alla pagina precedente Torna alla Home Page

IL CARRO

Frappe (clicca), tu marche à ta perte;elle sera le fruit de ton imprudence.


Frappe (clicca), tu brisera les obstacles et tu écraseras tes ennemis.