Il Racconto
"Il Signore dei pioppi
che si spezzano al vento"
è tratto dalla raccolta

"Sette ossi di
rana"
Edizioni Il Cerchio Iniziative Editoriali
1997
ed è stato
pubblicato sulla rivista

"Shining" -N° 3
Marzo 1996
a cura di Franco Forte e Franco Clun
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rinchiusi nella corazza di un nome impronunziabile. Con
l'umore acido della delusione scagliato dalle dita abili nell'intreccio complicato dei
vimini.
Il servo è lì, presso il torrente che accarezza l'ala est
del Pentacastello, intento a sagomare la sua ultima cesta. E intorno a lui il turbine
dà vita alla danza vivace delle sterpaglie. Il turbine, l'alito del demone, il soffio
premonitore, l'orrenda avanguardia che bussa alle porte del Quadrante. Bussa forte il
pugno del demone, ora che già sei dei sette pioppi sono spezzati. Ulula vittoriosa la
raffica pestilenziale, sfogando la sua furia contro i tronchi orgogliosi e cancellando i
segni dei Sigilli antichi, i guardiani stilati con il sangue della sapienza occulta a
salvaguardia del Quadrante. Sei guardiani, sei giganti distrutti dal turbine, uno dopo
l'altro, inesorabilmente, per mia colpa progressiva e senza attenuanti.
Il servo è lì, è lì come sempre.
Dalla torre più alta del Pentacastello mi sforzo di sopire l'invidia per l'indifferenza
dei suoi gesti, che rinnovano la sfida alla consapevolezza della fine ineluttabile. E
accanto a lui, sul tronco ancora integro del settimo pioppo, il brillore dei caratteri
occulti, il luccichio di potere dell'estremo Sigillo, scaglia saette d'accusa e ridesta
la vaga memoria del mio ruolo tradito. Perché io sono il Signore del Pentacastello, il
Reggente del Quadrante, il Difensore. E sono anche la causa della rovina che si
preannuncia, l'inetto che spalanca le porte al demone, il valletto che srotola il tappeto di nequizia, per
accogliere in un consapevole trionfo di distruzione Colui-che-si-avvicina-a-grandi-balzi
e le sue tredici legioni alate.
Il servo è lì, è lì come sempre, seduto all'ombra
dell'ultimo pioppo del filare. Lo osservo a lungo, dalla torre più alta, lo osservo
senza stancarmi, mentre muove le dita veloci, lo osservo e ricordo... E le sterpaglie
sollevate dal turbine, in una danza obbediente e spietata, si aggregano nella sagoma
ambigua di Uno, il Duesessi, l'androgino. La figura, portata dal vento, scivola lungo il
torrente e poi si dissolve in uno sbuffo. Ma Uno, il doppio, è già morto da tempo,
soffocato dalla bava avvelenata che gli scavò la gola. Nella sagoma di sterpaglie, solo
il gioco crudele della mia mente ferita... Il ricordo di Uno, l'ermafrodito, che mi
illuse con il fuoco della salamandra, per annegarmi nell'acqua dell'oblio. Il ricordo di
Uno, il subdolo, che mi accecò i sensi con un raggio di sole, per annullarmi nel sogno
argentato della sua luna. Il ricordo di Uno, lo strisciante servo del demone, che armò
la mia mano e la sporcò di sangue nelle gole bianche, profumate e recise delle mie
concubine.
Per questo cadde il primo Sigillo, capitolò con il tradimento
del vincolo antico dell'amore. E l'alito del demone soffiò forte attraverso lo
spiraglio concesso dalla mia insana lussuria. Soffiò forte e spezzò il primo pioppo,
disperdendo il sangue rappreso dei caratteri occulti.
Il servo è lì, è lì come sempre, mummia seccata dagli anni
e dagli elementi, custode impotente dell'ultima difesa. Il servo è lì, è lì che
riposa le dita callose e consuma con lentezza la sua ciotola di riso vecchio. Il riso
tenero, il riso bianco, pane di saggi e di santi, cibo di piccole perle leggere, che non
confonde la mente né incatena le anime. Il riso, l'alimento del Prete Medio, che morì
sulla cima puntuta di un palo, per avermi vomitato contro il proprio disappunto e quello
del cielo. Morì sventrato da un palo, per mio ordine, perché diceva il vero. Il Prete
Medio morì sulla cima di un palo, così che il turbine spezzò il secondo pioppo e
disperse la magia del suo Sigillo.
E poi vennero i dodici Generali, vennero a riferire l'angoscia
per il turbine che ingigantiva, alimentato dalla mia stoltezza, nutrito dalla febbre dei
sensi che regalava il mio senno a Uno, l'androgino, doppio come una lingua di
serpente. Provarono di tutto i Generali, per ridarmi alla saggezza che il mio ruolo
reclamava. Avevo ancora un nome, in quel tempo, e volli che i miei Generali lo
ricordassero. Per questo ci fu un palo per ognuno di loro e ora le sagome fiere, sfilano
sul torrente, trasportate dal vento.
Il soffio maligno attraversò la breccia con il furore di un
fiume che straripa, forte del nutrimento elargito a piene mani dalla mia testardaggine
cieca. Il terzo pioppo si piegò in una resistenza ostinata, coraggiosa e vana. Si
dissolse la chioma in un'esplosione di foglie ovate, si spezzò il fusto bianco, sotto i
colpi dell'ascia invisibile di Colui-che-si-avvicina-a-grandi- balzi. Si sgretolò la
barriera di sangue del terzo Sigillo.
Il servo è lì, è lì come sempre, tornato prono sui vimini
dell'ultima cesta. Davanti a lui, lungo il torrente agitato dal vento, sfilano
silenziose le sagome lunghe dei Preti Minori, sottili ectoplasmi di polvere e sterpi.
Avvolti nelle tuniche amaranto, vennero in consesso dai Monti del Sale, per annullare
l'influenza nefasta di Uno, il Duesessi. Ma era tardi per questo. Era tardi, ora che le
spire del bino m'imprigionavano nel liquido appiccicume di carezze proibite.
Le tuniche amaranto sventolarono sulle punte aguzze dei pali
e, dall'alto, mi urlarono l'ennesima, disperata preghiera.
Il sangue del quarto Sigillo si confuse nella polvere del
turbine. Trasportati dall'alito infetto del demone, gli spiriti bassi invasero il
Quadrante, dissacrando con voli osceni le sale del Pentacastello. Uno, il viscido,
carezzò il mio sdegno e li impose alla mia tolleranza.
Il servo è lì, è lì come sempre, testimone imparziale
della rovina del Quadrante. Il servo è lì e, tra le pieghe profonde del viso
incartapecorito, forse sorride.
Il quinto guardiano si arrese sotto i colpi di becco rabbiosi
dei rapaci infernali, che ne attaccarono il fusto e il Sigillo, disperdendone il potere.
Accadde quando, in un impeto d'indignazione malsana e istigata, decisi la morte dei
Pentarchi, colpevoli d'avermi rammentato la pazzia che mi stava consumando l'anima.
Morirono lentamente i cinque Governatori del Quadrante, si spensero sulle cime dei pali,
sferzati e irrisi dal vento.
E ricordo il dolore. Un male feroce, dilaniante. Una spada
affilata che sezionò la mia follia, strappandole l'urlo infinito dell'estrema
sofferenza. Ricordo il dolore per la morte di Uno, il bino, l'essere immondo che amavo.
E rammento anche il suo dolore, la smorfia di sorpresa sul viso d'avorio, il corpo
affusolato che si contorce sui tappeti morbidi dell'alcova, la bava corrotta dal veleno
che sporca il pallore delle labbra sottili. Ricordo il dolore. Furono tre pali nodosi a
tenere sospese le carcasse squarciate dei miei giovani figli, tre pali che si colorarono
con il sangue del mio seme. Sulle punte di tre pali nodosi si disperse il mio seme. E,
con lui, si sbriciolò lo scudo del sesto Sigillo.
Lungo le acque inquiete del torrente, tre fantasmi di polvere,
i miei figli, i giustizieri del Quadrante, gli avvelenatori, mi regalano l'orribile
lamento del loro silenzio.
Il servo è lì, seduto all'ombra dell'ultimo pioppo del
filare. Il servo è lì che riposa, ora che l'ultima fatica è compiuta, ora che
l'intreccio della settima cesta ha percorso l'intera lunghezza della propria spirale
ideale. Il pioppo superstite, sferzato dal turbine, si piega a bagnare le fronde sul
pelo dell'acqua. China la testa l'albero antico e, talvolta, la nasconde tra gli
spruzzi del torrente. Eppure resiste, fedele fino in fondo al suo ruolo.
Il servo è lì, seduto sul greto, il servo è lì che mi
aspetta. Percorro in un sogno ovattato le sale appestate del Pentacastello, attraverso
la corte nascosta, costeggio le cinte possenti. Ovunque mi accompagna il sordo
frullare d'ali degli spiriti bassi, le larve d'orrore che hanno eletto il maniero a
nuova dimora. Mi lascio alle spalle il fossato e sono all'aperto. Il turbine avverte
l'intrusione e raddoppia la furia, lacerandomi le vesti e pungendomi gli occhi e la
pelle con granelli di polvere cocenti. Vacillante, quasi cieco, avanzo ostinato nel
vento e lo raggiungo sul greto. Il servo è qui, seduto sotto il pioppo piegato, il
servo è qui, più vecchio del tempo. Davanti a lui la cesta finita. Più indietro,
lungo la linea del filare distrutto, ancora sei canestri, coperti da panni di lino
annodati. Il servo è qui, davanti a me. I suoi occhi piagati, due braci fra la pelle
secca del viso, leggono nei miei la disperazione e il timore di una domanda sospesa. Per
questo, consapevole, pietoso, il vecchio me ne evita l'umiliazione.
E
la voce è un sussurro sfiatato, che quasi si perde nel fragore del turbine: - Signore,
fai quello che devi, concludi il lavoro con l'ultima infamia!... Abbatti il guardiano,
frantuma lo scudo, riempi d'orrore la cesta vuota!
Lo ascolto con le labbra tremanti, mentre saette di polvere mi
martoriano il corpo. Una folata possente gonfia il panno di un canestro, lo gonfia e lo
solleva, sciogliendone i nodi. Mi avvicino di un passo e le vedo: adagiate sul fondo,
colorate dal livore della putrefazione, mi scherniscono le teste mozzate di Uno, il
Duesessi, e dei miei figli, gli avvelenatori. Così intuisco il segreto celato dalla
compassione dei sudari. Una cesta per ogni Sigillo caduto, un recipiente per ogni valore
tradito. E a marcire nell'intreccio dei vimini, le teste recise delle mie concubine, del
Prete Medio, dei dodici Generali, dei Preti Minori, dei Pentarchi... Non le vedo, ma ne
avverto il biasimo, meno il perdono. La domanda è superflua, oziosa, frustrante. Ma i
denti serrati non riescono a trattenerla:
- C'è qualcosa di diverso che io possa fare?
Il servo scuote la testa antica e mi risponde in un soffio. -
Non c'è, mio Reggente, non c'è nulla di diverso e più ragionevole...
Colui-che-si-avvicina- a-grandi-balzi è pronto a sfondare le porte. E' impaziente,
furioso, agita gli artigli. Ma l'ultimo scudo lo blocca e nega alle sue legioni alate
l'acceso al Quadrante... Il pioppo non cadrà, mio Signore, non cadrà il pioppo e
nemmeno il Sigillo, se la cesta rimarrà vuota... Ascolta il tuo servo, fai ciò che
devi, non permettere che la statica corruzione delle orrende avanguardie accompagni il
Quadrante alla fine dei tempi... Non uccidere la speranza, apri la strada al caos della
regressione totale: dall'abisso più nefando si risale solo dopo aver toccato il
fondo!
E' nel giusto, il servo è nel giusto, questo lo so, l'ho
sempre saputo. Non posso che cedere alla saggezza del suo consiglio.
- Quando? - gli chiedo.
- Adesso, mio Signore, devi farlo adesso... Completa l'orrore!
Con un unico gesto, un gesto ormai atteso, si sfila la veste
di sacco e, nudo, piega la testa sul canestro vuoto. Come vermi di pietra, sulla pelle
vecchia delle braccia, delle gambe, del torace, le mille cicatrici che donarono il
sangue alla magia dei Sigilli. Il colpo di spada che vibro è feroce, preciso, non
permette grido né sofferenza. E l'intreccio della settima cesta accoglie, in un tonfo,
la testa rasata del servo, la testa mozzata del Prete Maggiore. L'ultimo orrore è
compiuto.
Il turbine muore di colpo, la polvere smette di fustigare il
mio corpo e si posa. Nel silenzio terrificante che subentra al fragore del vento,
l'ultimo pioppo crolla di schianto e il sangue dei caratteri occulti si sgretola e vola
nell'acqua.
Immobile, ascolto il silenzio e, nell'attimo breve, assaporo
la pace. Poi, il cielo velato si oscura, coperto dalla nuvola immonda delle legioni
alate. Colui-che-si-avvicina-a-grandi-balzi ha sfondato le porte. Il demone è qui, che
striscia nelle mie carni e raffredda le ossa. Il demone è qui e reclama il suo premio.
ã
by
Antonio Piras |