La sera della festa
(racconto inedito)

 

na magnifica sera, una di quelle che un uomo ricorda, come il primo bacio rubato alla ragazzina lentigginosa, come la musica ruffiana, complice di quell’impulso d’erotismo esordiente.

 

 

 

Una magnifica sera d’autunno, questa sera di festa!

Accarezzata dalla brezza leggera, l’acqua del laghetto s’increspa, e la papera scura, quella grossa striata di viola, sbatte le ali, innervosita dal nuovo gioco di piccole ombre. Una tartaruga nuota lungo l’argine, proprio sotto la staccionata del recinto. Si ferma, sporge il collo tozzo dal pelo dell’acqua, forse mi guarda. Mostra, con una sorta di orgoglio, le due macchie che vivacizzano la sommità della testa, due ghirigori nitidi, identici, rossi, preistorici sigilli di un immortale retaggio genetico. Sei bina come me, tartarughina? Questo significano le due macchie rosse sul tuo capo robusto? Sei due volte tartaruga com’io sono uomo due volte?... Un paragone che non regge, lo so, un pensiero che nasconde soltanto il desiderio consapevole di un compagno di viaggio. Povero animaletto corazzato! Due macchie rosse sulla testa non fanno due teste, non fanno due cervelli.

- Bella faccia da funerale!... Cancella quella fottuta espressione, te lo ordino!... E’ una festa in tuo onore questa, ricordi? - Ride, soddisfatto della propria bonaria autorevolezza, e mi regala una gran manata sulla spalla. Una folata di vento, un soffio più energico, muove le fronde dei platani che incorniciano il laghetto. E anche i platani ridono.

E’ il Generale, uno dei responsabili del Progetto, maestoso nella divisa da cerimonia scintillante di mostrine. Ha un nome impronunziabile che non ricordo mai, un nome con tante kappa. Per questo al Centro Innesti preferiamo chiamarlo semplicemente Generale. La sua mano robusta mi allunga l’astuccio di plastica, una confezione costosa di sensostimolanti. - Questo è il mio regalo, divertiti! - mi dice, e allunga le labbra sottili in un sorriso eginetico. Strizza l’occhio e si allontana, per raggiungere  gli altri invitati che vagabondano nei giardini che circondano la mia casa.

Ha ragione, non dovrei sentirmi depresso, non questa sera, non alla Festa di fine Progetto. Anche se domani, in un certo senso, una parte di me morirà, nulla può giustificare il sentimento di frustrazione che mi tormenta. Tutto secondo le previsioni. Domani farò ritorno al Centro, dove la vecchia microrete neurale verrà rimossa dalla mia testa, per far posto alla nuova: un altro microcervello ausiliario per un Progetto nuovo di zecca. Quello vecchio può considerarsi concluso. Risultati soddisfacenti hanno scritto nel rapporto finale, fallimento completo dico io, considerato che il problema rimane irrisolto. Era un Progetto stimolante, indubbiamente, pretenzioso forse, ma stimolante. Avrebbe potuto aprire strade nuove alla ricerca, orizzonti inimmaginabili. Scavalcare quello che gli studiosi chiamano tecnicamente sbarramento, il muro di gomma contro il quale matematica e fisica da tempo rimbalzano, il limite invalicabile della conoscenza: ecco, era questo l’ambizioso obiettivo del Progetto. E l’individuazione della metamatematica, il sistema primario che deve esistere ma che nessuno è mai riuscito a fermare, la costruzione originaria verso cui tutti gli altri sistemi convergono, avrebbe rappresentato il nuovo trampolino di lancio per lo sviluppo della ricerca. Fallimento completo dice il mio cervello organico. Fallimento completo ripete il mio cervello biosintetico. E so che hanno ragione. Tutti e due.

- Bella faccia da funerale!... La festa è in tuo onore, ricordi? - E’ il Professore, l’esperto di biomeccanismi neurali, quello che gioca al piccolo chirurgo con le mie circonvoluzioni. Lui ha un nome pronunziabilissimo, ma tutti al Centro lo chiamiamo semplicemente Professore.

- Non sono soddisfatto. Per quel che mi riguarda, il Progetto si è rivelato un fallimento - azzardo.

 Si sfila gli occhialetti, e con il fazzoletto policromo strofina le lenti spesse. - Un fallimento? Perché?... Adesso possiamo finalmente affermare che la metamatematica non esiste, che non è mai esistita. Un’invenzione, un verme pericoloso che scava nel cervello di fisici malati, irrimediabilmente contagiati da panzane con radici esoteriche… E’ un risultato, è comunque un risultato. Non quello sperato, certo, ma un risultato. E tu hai fatto bene il tuo lavoro. Soltanto, occorrerà che la ricerca muova verso altre direzioni, direzioni diverse, alternative.

Ragionamento ineccepibile, positivo, scientificamente perfetto. Una vocina interna mi stimola: diglielo, parlagli dell’intuizione! E’ uno dei cervelli che ha assunto il ruolo di suggeritore. Quale sarà dei due?... Cosa importa. Non lo assecondo, e resto zitto.

-  Non pensarci più e divertiti! - aggiunge il Professore, inforcando gli occhialetti. - Il vecchio Progetto è concluso, finito, superato. Fattene una ragione. Da domani penseremo al nuovo.

- Già, il nuovo Progetto, le colture idroponiche per i viaggi stellari... quei viaggi che soltanto la metamatematica avrebbe reso possibili. Il classico serpente che si morde la coda.

- Atteggiamento pericoloso, il tuo, atteggiamento distruttivo... Tu sei un privilegiato, amico mio, un Innestato: ogni tuo pensiero provato vale oro, qualunque sia il campo d’indagine. E io t’invidio, lo confesso, t’invidio perché posso contare soltanto sul mio cervello, un cervello piccolo piccolo, uno solo... Le ricerche per le colture sono fondamentali, il nuovo Progetto non è sminuente, è importante quanto il vecchio... Ecco, ti ho portato un regalo, il regalo appropriato. -  Mi porge un astuccio schiacciato. Lo apro. Contiene un miscrodisco empatico. Lo inserisco nel lettore dell’orecchio, e la musica si diffonde lungo le reti neurali. Per un po' ascolto le note, pizzicate da dita sapienti.

-  Chitarra classica, un andantino credo. Cos’è?

- Un ghiribizzo intitolato Le streghe. Di Paganini. Di Paganini, che non compose soltanto pezzi per violino, ma anche brani per uno strumento meno nobile come la chitarra. Senza sentirsi sminuito.

Lo seguo con lo sguardo, mentre si allontana sul prato.

Dovevi dirglielo dice la vocina. Cosa? Cosa potevo dire? A loro non interessano le intuizioni, solo i pensieri provati. Cosa avrei dovuto dire al Professore? Che la metamatematica non si può fermare, ma soltanto intuire? Con uno, due o cento cervelli, si può soltanto intuire? Che nessuna rete neurale, micro o mega che sia, potrà mai fissarne il concetto in un pensiero provato? Questo avrei dovuto dirgli? Che io la vedo, la metamatematica, distintamente, in un infantile bacio rubato e in una tartaruga di preistorico ricordo e nel frusciare ridanciano di un platano e nelle ali agitate di una papera scura? E che in essa intuisco il Metamatematico da cui promana?... Forse hai ragione, conviene la vocina, probabilmente non avrebbe capito... Del resto, rimane un problema tuo: io domani, a Dio piacendo, dovrò morire... Il suggeritore si è rivelato: è il cervello innestato, la microrete neurale ausiliaria.

Qualcuno, dalla casa, ha acceso i lampioni, piccole stelle gialle a illuminare i giardini. L’allegra compagnia è al gran completo e reclama il festeggiato. Mi avvio.

Già, al Metamatematico piacendo, domani anch’io morirò per metà. Ma questa, questa è la sera della festa.

ã by Antonio Piras

Torna alla pagina precedente


L'INNAMORATO

Torna alla Home Page

Frappe (clicca), avance ou recule, mais souviens-toi qu’une châine de fleurs est plus difficile à briser qu’une châine de fer.