Le misure del Tempo
(Frammento)

 

a Regina Bianca è sciocca. E, vista da qui, non si muove neanche bene. Oh, non che non abbia una sua logica, l'Amabile Cacciatrice: mi ha spinto lungo le tre misure della  

Scacchiera, haeliminato i miei pezzi uno ad uno, per darmi lo scacco fatale. Ha perfino esagerato, troppo sicura di sé, costringendomi all'ultimo salto, l'inconcepibile.E' quasi ridicola ora, la Vecchia Sdentata, mentre contempla la mia presenza-assenza. Non credeva mi fosse possibile e non può raggiungermi.
Eppure, a pensarci adesso, la mia posizione è matematicamente semplice, geometricamente ineccepibile.
D'altronde, come potrebbero reggersi le tre dimensioni della Scacchiera se non ce ne fosse, essenziale, una quarta!
Ma la Regina Bianca è sciocca.
 

(Luigi Abbatescianni, Stallo).


Il Senza Nome
 

Dovrei rincasare in orari più umani, lo so. E alimentarmi in modo corretto e dormire un po' di più. Così la mia ulcera non avrebbe altre scuse per recriminare, nulla di cui lamentarsi, e il grasso verme ruvido che striscia nel mio stomaco, mordicchiandone le pareti, sopirebbe in una pace meritata e auspicabile. Oppure dovrei sostituirlo con uno artificiale, il mio stomaco intendo, con un biomeccanismo di nuovo modello. Dovrò decidermi a farlo, una volta o l'altra. La sostituzione, tutto sommato, comporterebbe dieci giorni di ricovero in una clinica cibernetica. Al massimo. Sarebbe l'occasione giusta per riposare un po'.
E questa maledetta afa che non dà tregua. Saranno le tre del mattino e il cemento dei palazzi continua a rimbalzarmi lo schiaffo appiccicoso del calore incamerato durante la giornata precedente. Avverto tutta la stanchezza di una lunga notte trascorsa in osteria, una lunga notte consumata tra succhi alla pera, discussioni strampalate e il sorriso di circostanza di una giovane cameriera con l'orecchio ricostruito. Una lunga notte che poteva essere diversa, speciale.
Trascino le gambe pesanti sul mosaico scolorito che pavimenta il porticato e, in un reiterato sforzo d'esistenza, affronto il colonnato che mi guiderà lungo la strada del ritorno a casa. Attutito dal caldo umidore di questa notte bolognese, l'ultimo vociare proveniente dall'osteria in chiusura mi accompagna per qualche isolato.
L'uomo che sbuca dal portone socchiuso ha un gran brutto ghigno, i muscoli delle braccia gonfi e un esteso tatuaggio, che, in un ghirigoro di sapore bizantino, dal torace si espande fino al collo, andando a morire sulla guancia sinistra. Il secondo ceffo, quello che si celava dietro un pilastro del portico, indossa un giubbetto tempestato di borchie, e le sue pupille sono dilatate dalla droga e dalla cattiveria. Stringe nella mano destra una spranga di legno e me la mostra con soddisfazione. La sua espressione sfottente mi ricorda qualcosa. Devo averla già vista da qualche parte. Di recente.
- Guarda guarda che bel ranocchio di città! - mi dice, con la voce impastata.
- Peccato per la puzza! - aggiunge il tatuato, e si asciuga le mani sudate, sfregandole sulle brache luride. - Sarà la faccia di cacca! Giaggià, è una varietà di ranocchio con la faccia di cacca!
La necessità di valutare la situazione imprevista cancella di colpo la stanchezza. E il rapido esame delle possibilità non lascia molte scelte: voltarsi e tentare la fuga non servirebbe a molto, ne sono convinto, e in quanto alla speranza di ricevere aiuto neanche a parlarne, la Strada Maggiore è più deserta del Sahara questa notte. Ecco, lo dicevo io, dovrei rincasare in orari più umani.
Il calcio poderoso che vibro dal basso verso l'alto, preciso, efficace, affonda nei genitali molli del tatuato, che si piega vomitando saliva e un lungo ululato. Questo non basterà, ne sono certo, questo è solo l'inizio. E, infatti, il ragazzo borchiato mi è subito addosso, con la spranga di legno già sollevata e pronta a colpire. Dalle fessure dei denti mancanti m'investe l'alito fetido che accompagna il suo grido di guerra. Ma l'urlo furente s'interrompe a metà e il bastone non parte. Gli occhi e la bocca si spalancano, e la maschera d'odio stampata sul viso subisce una trasformazione repentina, plasmandosi nella scultura grottesca dell'incredulità. Poi l'energumeno crolla in avanti, e incontra il mosaico della pavimentazione con un tonfo sordo. In mezzo alla schiena, dal giubbetto borchiato, il dardo sottile si erge come l'asta di un orologio solare. L'altro, quello tatuato, muove rapidamente lo sguardo all'intorno, masticando imprecazioni, e poi, ancora piegato sul ventre, decide per la ritirata e si dilegua nel buio del portone.
- Fatti fottere! - impreca la figura incappucciata, comparendo dall'ombra di un pilastro. L'alleato indossa un tabarro scuro che lo copre fino ai piedi; un lembo del mantello, legato sotto il mento, è ripiegato all'indietro e lascia libero il braccio che regge la balestra. Sotto il cappuccio, gli occhi neri e profondi, due schegge d'ossidiana, stillano lampi nervosi e familiari. E, quando lascia scivolare il cappuccio, quella che era solo una sensazione trova conferma: il misterioso soccorritore non è altri che il mio amico Gigi, l'eterno complice delle lunghe notti d'osteria.
- Che ci fai qui? - gli dico. - Quando ci siamo salutati, alla taverna, non avevi detto che saresti andato subito a dormire? E quella gabbana da cospiratore? E la balestra?
Lui sorride, ambiguo, e mi mostra gli incisivi sporgenti.
- Troppe domande in una volta, amico mio! Il mantello è per non rischiare d'essere riconosciuto da chi so io, qualora lo incontrassi. E la balestra... ti spiegherò con calma, ma prima togliamoci dalla strada, ché quella specie di cartina geografica potrebbe tornare in compagnia. Ti posso anticipare solo questo: l'ho fatto!
- Fatto cosa?
- La misura, ho trovato la misura! Ricordi la nostra discussione all'osteria?
- Ci mancherebbe altro! L'abbiamo appena lasciata l'osteria! Certo che me la ricordo la faccenda della misura, ma non capisco cosa...
- Il Gigi dell'osteria non è lo stesso che hai di fronte - cerca di spiegare lui. - O meglio, è lo stesso ma... adesso, andiamo via, non ho molto tempo.
- E questo? - gli dico, indicando l'assalitore trafitto. - Non dovremmo chiamare qualcuno?
- Chiamare qualcuno? Magari attendere il passaggio di un blindato della Vigilanza? E cosa racconti ai poliziotti della ronda?... Andiamo, per l'amor del Cielo! Se questa sequenza finisce di girare, non avrò il tempo di spiegarti.
Questa volta non attende ulteriori repliche. Nasconde la balestra sotto il tabarro e comincia a correre lungo il porticato. Mi soffermo solo un altro istante, per degnare di un'ultima occhiata il cadavere disteso sul mosaico. Poi lo imito nella fuga. Ma quando, seguendo lo svolazzo del mantello, imbocco la stradina laterale nella quale l'ho visto svoltare, il mio amico Gigi è sparito, e con lui il rimbombo dei suoi passi nel silenzio della città deserta.

Bononia, A.D. MCCL
C'è una città a valle, circondata da un muro alto, e vista dai colli sembra una nave, un'arca che volge a sud la sua prua. E la torre più alta, nel centro, è il suo albero, e quella al suo fianco, inclinata, gli fa da sartiame.

Il sole picchia forte, in questa mattina d'estate, e l'ombra del porticato, qui in Piazza del Tempio, non riesce ad alleviare l'umido disagio di un'atmosfera satura. Il dipinto è quasi finito, e il risultato complessivo della mia fatica mi gratifica. Aggiungo qualche pennellata sapiente alle pietre delle rovine, quelle più esposte che fanno da sfondo, sfumandone i contrasti tonali, e regalo colpi di luce alla statua del Condottiero, distribuendo il bianco con misurati colpetti di spatola sottile. Completati i ritocchi, mi allontano di un passo e contemplo l'opera terminata. Un bel lavoro, davvero un bel lavoro!, penso soddisfatto. C'è una sola cosa che mi rende più felice di un quadro riuscito: venderlo a buon prezzo.
- Guardate! - strepita il bambino. - Ha dipinto la statua del Mercenario!
Fa parte di un gruppo di novizi dell'Ordine del Tempio, un gruppo di studio che si aggira fra le rovine del Palazzo di Enzo. Sulla sua piccola testa rasata, una placca metallica riflette uno spicchio di sole che, superata la difesa del portico, s'insinua fra le colonne. Con ogni probabilità, al bambino è stato asportato un cancro al cervello. E' un tipo d'intervento abbastanza comune, e sotto la placca, mi gioco i pennelli, vive un apparato cibernetico, un qualche tipo di complicata ricostruzione biomeccanica........

 

ã by Antonio Piras


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