Le orme dei cammelli
(racconto integrale)

 

                                 

 

he camel-drivers gradually approach the market; the cries of beggars for “Back-sheesh” are heard amid the bustle. The beatiful princess enters carried by her servants, she

Il Racconto
"Le orme dei cammelli"

sulla rivista




"Terzo Millennio"
N° 5 Marzo 97
Curata da Franco Forte e Franco Clun

"Sette Anni Oscuri"
Curata da Franco Forte e Franco Clun

stays to watch the jugglers and snake-charmer. The Caliph now passes through the market and interrupts the entertainment, the beggars are heard again, the princess prepares to depart and the caravan resumes its journey; the themes of the princess and the camel-drivers are heard faintly in the distance and the market-place becomes deserted.

(Synopsis dallo spartito In a persian market, di Albert W. Ketèlbey)

Il visitatore.

The Caliph passes through the market-place  and interrupts the intertainment.

La nota è stridula, fastidiosa, aliena. Nessun pentagramma sarebbe in grado di ospitarla, ne sono certa. Nessun pentagramma, in nessuna chiave conosciuta. Le mie dita si paralizzano, inorridite, e si allontanano dai tasti del pianoforte, interrompendo bruscamente l’esecuzione sull’ultimo accordo in ottava bassa. Consumo dolorose, infinitesimali frazioni di tempo, prima di rendermi conto che non sono state le mie dita a compiere la scelta stridente. No, non avrebbero potuto: a loro, ormai, non è concesso prescindere dall’automatico pigiare sapiente. Così, la terrificante consapevolezza mi raggiunge e mi gela: è stata la porta che sorveglia la mia prigionia, la massiccia porta in legno di cedro, è stata lei che, muovendosi sui cardini, ha mortificato il mio talento, disturbandolo con la breve nota cigolante.

Mi volto con lentezza e, mentre lo faccio, la nausea mi assale.

Strette nel lino sporco della tunica, le carni straripanti e flaccide di Yussuf invadono lo spazio vuoto della porta spalancata. Al chiarore tremulo della lampada, il viso tondo e sudato, adorno di gioielli pacchiani, diffonde nella stanza scavata nel tufo ondate maleodoranti di trascuratezza.

 Sotto il fèz, Yussuf  ha la faccia da maiale. Anche il suo cuore corrotto è quello di un maiale.

 Non è solo, questa volta, c’è un altro uomo con lui, uno che non ho mai visto. Quando Yussuf, il maiale, si avvicina, trascinando sui sandali deformati la mole sciabordante, il visitatore lo segue e poi lo affianca. E’ un uomo alto, molto alto e molto magro. Veste un abito scuro di fattura occidentale, con il cravattino sottile che stringe il colletto candido della camicia di seta. Il suo viso ha i lineamenti sfuggenti, gli occhi velati di umore e la pelle malata.

E’ un uomo cattivo, lo capisco dal modo in cui si accarezza le mani, è un uomo cattivo ma anche vanitoso, e questo lo intuisco dai baffetti curati e dai capelli superstiti che ha pettinato con metodo, nel tentativo di mascherare una calvizie devastante.

- Ecco il mio fiore! - dice Yussuf in circasso, allargando le braccia in un gesto zuccheroso. E’ un atteggiamente studiato, lo conosco, si finge affezionato alla propria merce per venderla meglio. - Eccolo il mio piccolo fiore, la mia bellissima Principessina! - ripete in inglese, sfiorandomi i capelli con le dita unte.

- Non farla troppo lunga, Califfo! - dice il visitatore in un arabo piuttosto approssimativo e le parole sibilano come saettate dalla lingua di un’iguana. Yussuf non sopporta che lo si chiami Califfo, è un nomignolo che lo manda su tutte le furie. Questa volta, però, non protesta; evidentemente, reputa l’affare troppo lucroso, per rischiare di comprometterlo con una sfuriata.  - Hai ragione, è bella, ma non vale più di quarantamila. Non sono autorizzato a spenderne di più - aggiunge l’europeo e tossisce senza staccare le labbra. E’ una brutta tosse secca e forse lui mantiene le labbra serrate per non sputare pezzi di polmone.

- Quarantamila? Quarantamila? Che Allah l’Immenso mi fulmini!- grida il maiale, agitando in alto le braccia. - Con quarantamila non recupero nemmeno le spese di mantenimento. Nossignore, nemmeno le spese alimentari. Guardala bene, amico mio! - lo invita ad avvicinarsi. - Tocca i suoi capelli di ossidiana, accarezza la pelle d’alabastro.

- Quarantamila, non un dollaro di più. Te l’ho già detto: è tutto quanto sono autorizzato a spendere per la ragazza.

- E i denti? Guarda che denti! - insiste Yussuf, spostandomi le labbra con le due mani e scoprendomi le gengive, così come si fa con i cammelli. - Controlla tu stesso, amico mio, bianchi e robusti. Confessalo, confessalo che non hai mai visto una bocca così perfetta!

- Quarantamila - sibila l’uomo alto e tossisce.

- Che l’Onnipotente Allah m’incenerisca adesso! - brontola il maiale. - E le spese sostenute per la sua educazione? I migliori precettori le ho procurato, i migliori! Per le lingue e per la musica. Mi hanno ridotto quasi in miseria, quei maledetti. Spero che Malâk-li-Wafât, l’Angelo della Morte, li rapisca presto, per sprofondarli nell’inferno più profondo!

- Quarantamila - conferma l’europeo. Si volta e, rigido come un palo, si avvia. - Passeremo a ritirare la merce fra dieci giorni esatti - precisa prima di uscire. Il fascio di luce abbagliante che, attraverso l’uscio, trafigge la penombra  della stanza di tufo lo inghiotte.

L’espressione  sconsolata di Yussuf  mi mette di buon umore e decido di trattarlo male. Lo faccio spesso e senza nessun timore di ripercussioni. Il maiale non mi picchia, perchè non vuole rischiare di deteriorare la merce. Fra noi due, ne sono convinta, è lui il vero prigioniero.

- Ho bisogno di altro olio per la lampada - gli dico. - E di molta frutta fresca. Non mi sento molto in forma in questi giorni e non vorrei arrivare in cattiva salute all’appuntamento con il nuovo padrone. Lo dico per te, Califfo. Lo sai, ne andrebbe della tua serietà professionale.

Il maiale stringe gli occhietti in un’espressione di odio furente e serra i denti con tanta energia che riesco ad udirne lo scricchiolìo. Poi, strascicando i sandali sul tufo, guadagna a sua volta l’uscita.

- Che Allah ti stramaledica, piccola ingrata! - borbotta mentre si allontana. - Non mi pentirò mai abbastanza del cattivo affare che ho fatto. Tua madre mi alleggerì di un cammello giovane, uno splendido gàmal che avrebbe fatto l’invidia di un vero Califfo. E cosa ne ho avuto in cambio? Una piccola strega con la lingua di una serpe velenosa.

- Bravo, Yussuf! Sangue di sâhira genera sangue della medesima specie. E mia madre fu strega davvero, nella sua piccola porzione di deserto - lo dico più che altro per rammentarlo a me stessa, poichè la porta di cedro si è già richiusa ed il maiale non può più sentirmi. Non si preoccupa nemmeno di chiuderla a chiave quella porta, si limita a bloccarla dall’esterno con un palo trasversale. Yussuf lo sa, non è tanto quel legno robusto ad inibire i miei aneliti di fuga, quanto il micidiale deserto siriaco, la steppa maledetta che circonda quest’oasi di roccia porosa. Sab’Bi’âr è lontana, troppo lontana. Irraggiungibile come Az Zilaf o Dimashq.

Sono di nuovo sola con la mia prigione. Muovo lo sguardo d’intorno, cercando conforto nel calore freddo dello scarso arredamento. Un tavolino sgangherato, una sedia di vimini, uno scaffale per i libri ed un giaciglio straripante di cuscini rappresentano la mia dotazione per il soggiorno forzato. E qui, sotto la nicchia bassa, c’è il pianoforte a mezza coda, bianco, laccato, perfetto, con il suo sgabellino tondo ed il mobiletto per gli spartiti; quasi un miraggio, uno squarcio di lusso moderato e fuori posto che soverchia lo squallore che domina  l’ambiente.

Il mio pianoforte, l’unico vero conforto. Mia madre, la sâhira irachena, diceva che la musica, se suonata nel modo giusto, è in grado di aprire le porte dei mondi, diventa la chiave magica che può trasportarci negli universi che brameremmo conoscere. Credo sia vero. Per questo mi esercito tanto, di giorno e di notte, senza curarmi dei crampi che tormentano le mie dita. Per questo. Perchè le note del mio pianoforte si aggreghino in un’esecuzione perfetta. E suono In a persian market di Ketèlbey, suono sempre lo stesso brano, il mio pezzo prediletto, la musica capace di resuscitare odori e sapori della mia terra distrutta. E quando, finalmente, l’esecuzione fonderà note e pause nell’amalgama perfetto, allora forse la porta di cedro si spalancherà sul mercato persiano dei miei sogni.

Così, adesso che anche Yussuf il maiale se n’è andato, io posso riprendere a picchiare sui tasti. Lo farò fino a quando le dita non saranno di nuovo indolenzite. Regolo la luce della lampada e sfoglio lo spartito. Scelgo di ripartire dalla quinta scena, una delle mie preferite, quella in cui si muove l’incantatore di serpenti:

The snake-charmer

La lezione.

E’ una piccola bottiglia dalla forma schiacciata, priva di etichetta. Vassili ne avvicina il collo alle labbra e manda giù un sorso del liquido incolore, accompagnando la deglutizione con una smorfia di disgusto. Il Russo lo sa che non riuscirà a svuotarne molte altre di bottiglie, lo sa che dovrà morire presto. Ha il ventre gonfio, teso come la pelle di un tamburo e, nel viso pallido e scavato, muove due occhietti venati e spenti. Sono gli occhi di un uomo che non dorme da troppo tempo, gli occhi di un relitto tormentato da un delirio ricorrente, un incubo popolato da mostri liquidi che vagano nelle carni lungo le gallerie scavate dalla vodka.

Stravaccato sui cuscini del mio giaciglio, il Russo ingurgita un ennesimo sorso e poi rutta. In quel mucchietto sconfitto, di Vassili Malinsky, il grande pianista, restano poche tracce sbiadite. Lui adesso è per tutti il Russo, semplicemente il Russo, l’ubriacone.

- Dice Yussuf che quella di oggi sarà la tua ultima lezione - parla un circasso perfetto, ma dalla bocca impastata le parole vengono fuori a fatica, mutilate - Peccato! Dovrò cercare un altro modo per procurarmi la vodka.

- Questi sono problemi tuoi - gli dico in tono seccato, fingendo un’indifferenza che non provo. - Vuoi che prenda il libro degli esercizi?

Vassili solleva con sforzo le palpebre, mi guarda e poi abbozza un sorriso.

- No, niente esercizi. Se dev’essere l’ultima, questa sarà una lezione diversa dalle altre, mondo fottuto, una lezione speciale - beve un altro sorso dalla bottiglia schiacciata. - Prendiamo il brano che hai sul leggìo... Cos’è? No, non dirlo, lasciami indovinare... In a persian market di Ketèlbey, giusto?

- Si, è quello.

- Non era difficile, tu suoni sempre la stessa musica - trattiene un rutto o un conato di vomito. - Perchè, perchè sempre quella?

- Perchè? Dovresti saperlo! E’ il pezzo capace di riportare la mia mente nella terra che amo. Per questo. Voglio imparare a suonarlo come mai nessuno è riuscito a fare.

- Già, l’esecuzione perfetta! E’ questo che intendi, vero? D’accordo, prendi quello spartito.

Seppure un po' interdetta mi affretto ad eseguire. Senza pretendere ulteriori spiegazioni, perchè in questo momento gli occhi del relitto non sono quelli del Russo, l’ubriacone, ma quelli di Vassili Malinsky, il grande pianista. E, dentro il relitto, Vassili Malinsky sta compiendo un grosso sforzo, me ne rendo conto, uno sforzo immane per riacquistare una favilla di lucidità.

- Avanti, rileggilo con attenzione! - riesce persino a mettersi in piedi.

- Devo suonarlo?

- No, solo leggerlo. In silenzio, per cercare le note segrete, quelle che non sei mai riuscita a vedere, le note magiche che guideranno le tue dita verso l’esecuzione perfetta.

Lo faccio. Anche perchè il suo tono mi ricorda sfumature di sapienza già intuite negli insegnamenti sporadici di mia madre, la sâhira persiana. Così, consapevole dell’importanza della ricerca, scorro con lentezza i simboli abituali, li osservo mentre si aggregano nell’armonia di note e silenzi, costruiscono le  battute e si sublimano nell’amplesso dei movimenti. Ma, per quanto mi sforzi, non riesco a vedere che simboli noti, già assimilati. Da tempo. Sollevo lo sguardo ed incontro il sorriso terrificante di Vassili.

- No, ragazza mia, non è così che le troverai. Quelle note non sono state scritte nè sopra un rigo nè in uno spazio - esausto, torna a sdraiarsi sui cuscini del giaciglio. - Potrai trovarle soltanto in te stessa, quando il tuo cuore segreto riuscirà finalmente a penetrare l’essenza delle scene che la musica descrive.

- Le scene?

- La descrizione delle scene. Rileggi la descrizione delle scene all’inizio dello spartito, ruba il soffio vitale dei personaggi che le animano, muovi la tua mente secondo i loro ritmi. Così, solo così potrai scoprire le note non scritte.

E, all’improvviso, in uno squarcio di sapienza atavica, capisco. Nelle scene, è lì che la musica supera se stessa, è lì che si nascondono le note della perfezione. Nei servitori che trasportano la bella Principessa e nello sterco dei cammelli, fra le pieghe sprezzanti delle vesti di un Califfo ed i canti imploranti degli accattoni, fra i veli variopinti dei prestigiatori e lo sguardo concentrato dell’incantatore di serpenti. E’ in questo, in tutto questo che riposa il segreto.

- Ti ringrazio Vassili Malinsky - gli dico, stringendo lo spartito sul petto. - Ti ringrazio, maestro, per quest’ultima lezione.

Quando sollevo la testa per incrociare i suoi occhi, mi rendo conto che Vassili ha perso l’unica occasione per godere di un ringraziamento o per leggere, nelle mie lacrime, la riconoscenza. Si è addormentato sui cuscini del giaciglio. Oppure è già morto.

L’esecuzione.

Yussuf, il maiale, affonda le carni flaccide nei vimini della sedia. E suda. Il rametto di palma che agita a mo’ di ventaglio non smuove aria sufficiente a procurargli il desiderato refrigerio.

- Allora? Cos’è questa storia dell’omaggio musicale? Che vai tramando, piccola serpe?

- Di cosa hai paura, Califfo! - stuzzicarlo mi ha sempre divertito, ma questa volta, ne sono consapevole, nelle mie parole aleggia uno spirito d’intenzionale malevolenza. - Dovresti sentirti sollevato. Ancora qualche ora e poi, finalmente, potrai liberarti della piccola sâhira che tormenta la tua esistenza. E la sâhira, schiava affezionata, intende ricompensare il suo amatissimo Signore per tutte le attenzioni che lui, nella sua infinita benevolenza, ha voluto accordarle. E come può farlo? In quale modo  la piccola sâhira potrà mai ripagare il suo Padrone? Con quale omaggio? Con l’unico alla sua portata, naturalmente: un piccolo regalo musicale, un pugno di note estratte dalle profondità del suo cuore segreto.

- Va bene, va bene! Smettila di solleticare il mio nobile deretano! Saprei ben io quale regalo pretendere da te, che Allah mi perdoni! - smette di sventolare il rametto di palma e, con un enorme fazzoletto dai colori vivaci, si asciuga il sudore del viso. - Se solo l’europeo non mi avesse imposto di consegnarti intatta... E già, perchè il tuo nuovo padrone non è certo uno che si accontenta! Ti vuole giovane, bella, colta, musicista e incontaminata. Un animo raffinato, non c’è dubbio. O perverso.

- Stai cercando di terrorizzarmi?

- Allah me ne guardi! - per una volta, il sorriso di Yussuf non è quello di un maiale, ma quello di ì bn awâ, lo sciacallo. - Terrorizzare la piccola strega? Yussuf non potrebbe mai perdonarselo! Yussuf adora la sua piccola sâhira, e, visto che lei ci tiene tanto, accetterà con gioia il  suo regalo musicale - è un tentativo grottesco di imitare il mio  tono canzonatorio. - Che l’omaggio sia breve, però, chè Yussuf  ha altre incombenze da sbrigare.

- Non preoccuparti - gli dico. - Durerà soltanto il tempo necessario.

Lo spartito, il mio spartito, è già sul leggìo, aperto sulla prima scena, quella in cui i cammellieri si avvicinano al mercato. Lo sgabello è posizionato alla distanza dovuta. Chiudo gli occhi, per raggiungere la giusta concentrazione, l’attenzione necessaria e sufficiente a resuscitare le tacite armonie delle note non scritte. E quando li riapro le mie dita sono pronte e, con vellutato trasporto, cominciano a suonare.

  The camel-drivers gradually approach.

Accade quasi subito, alla fine della decima battuta. Si manifesta con un mutamento appena percettibile, una sottile sfumatura di vividezza che si mescola alla luce pacata della lampada. Me ne accorgo perchè mi aspetto un cambiamento e sono pronta a registrarlo. Il maiale no, non ci fa caso, è troppo impegnato a sventolarsi con il rametto di palma. Quando, però, dall’undicesima battuta, le mie mani guidano le crome lungo la graduale scalata del crescendo e la nuova sfumatura di luce si aggrega alla melodìa delle note, condividendone le trasformazioni, persino Yussuf  si rende conto che, nella prigione di tufo, qualcosa di meraviglioso e terribile sta accadendo.

 La porta di cedro che si spalanca di colpo, spinta dal fascio di luce che preme dall’esterno, interrompe il suo tentativo di riflessione. Il maiale smette di sventolarsi, schiaccia le carni flaccide sui vimini della sedia e lascia cadere lungo i fianchi le braccia pesanti. Seppure profondamente immersa nella trance musicale, riesco a distinguere con chiarezza i suoi occhi sbarrati, rapiti dal fascino dei ghiribizzi di pulviscolo che danzano nel getto di luce.

Le mie dita continuano a martellare sui tasti, suonando di mendicanti che disperdono nel trambusto richieste imploranti e di servi che sorreggono una portantina sigillata dai drappi preziosi. E, nel monolito di luce, il pulviscolo ondeggia e si aggrega, sagomando cammelli e cammellieri, prestigiatori e mangiatori di fuoco. Così, percorrendo la strada di luce che trafigge la porta spalancata, scena dopo scena, personaggio dopo personaggio, il mercato persiano dei miei sogni ruba lo spazio alla stanza di tufo e lo asserve.

Yussuf ha smesso di sudare e muove le labbra in un tremito di parole insensate. Forse è già impazzito. Spingo le dita nella composizione di accordi corposi, ponderati, impietosi. L’incantatore di serpenti si avvicina alla sedia di vimini, depone ai piedi del maiale la sua cesta e la scoperchia: lente ed inesorabili, lucide serpi policrome abbandonano il contenitore e strisciano sul pavimento di tufo. Strisciano obbedienti e solidali, desiderose di depositare il liquido letale nei polpacci carnosi.

Il tempo è compiuto: lo scenario è nitido, l’esecuzione perfetta ed il mio cuore di sâhira pulsa al ritmo delle note. Questo significa che, quando smetterò di pigiare sui tasti, la musica non si fermerà, perchè il mercato continuerà a diffondere le note segrete generate dalla sua disordinata armonia. Allontano le mani dal pianoforte,  mi alzo e mi avvio. I servi mi attendono presso la portantina e, quando mi avvicino, si inchinano alla nuova Principessa. Uno di loro, il più robusto, sposta i drappi preziosi, mi aiuta a salire e a sdraiarmi fra i cuscini vaporosi. Poi, con la testa bassa, richiude i tendaggi. Un ondeggiare lieve mi avverte che il viaggio è cominciato.

In un’ultima, breve sarabanda di ricordi recenti, rivedo Yussuf, con la sua faccia da maiale, Vassili stretto alla sua bottiglia di vodka, una stanza scavata nel tufo, una porta di legno di cedro, un pianoforte a mezza coda, bianco, perfetto. E ripenso all’europeo ed ai suoi polmoni marcescenti. Povero europeo! Impazzirà di rabbia quando, entrando nella prigione, non troverà la merce pattuita. Dovrà accontentarsi della carcassa del maiale. Posso persino vederlo, mentre si spreme il cervello nel tentativo di ricostruire l’accaduto. E magari, con un po' di sforzo, riuscirà a trovare una ragione plausibile anche per lo strato di sabbia che ricopre il pavimento di tufo.

Il mio cuore sorride, sorride perchè lo sa cos’è che l’europeo non riuscirà mai a spiegarsi. Le orme, le orme dei cammelli su quella sabbia.

Lontane, un po' ovattate, le note accompagnano l’inizio del mio viaggio. Sono le ultime, quelle più pacate, quelle ricche di silenzi. Sono le note di chiusura.

The market-place becomes deserted

 

Ringrazio mia moglie Antonella  per
le pazienti consulenze musicali: la realizzazione
di questo racconto deve molto alle note del suo
piano elettrico.

ã by Antonio Piras

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L'IMPICCATO

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