Una avvertenza (a mo’ di introduzione)
Eravamo ancora nell’87. In uno stanzino dentro un portone di Viale della Resistenza (un nome, un programma) dentro quell’Acerra ormai non più paesone agricolo e però ancora non completamente periferia metropolitana. Parlavamo tanto: riunioni fiume, durante le quali i meno resistenti si abbandonavano a volte a improvvisi e intermittenti sonnellini, discussioni che cominciavano nell’ora di mezzo pomeriggio quando i ragazzi nel cortile prendevano a giocare a pallone e finivano nell’aria fredda e umida di quasi mattina. Eppure ci andavamo. E non che il gruppo di “officina” fosse un’associazione di “puro intelletto” o di finti reduci da salotto. Uscivamo dal fuoco delle battaglie sociali che hanno caratterizzato gli anni ’70 e ’80 della provincia e della stessa metropoli napoletana. E avevamo i calli alle mani per i bastoni portati alle manifestazioni, per l’organizzazione dei cortei, per la partecipazione agli scontri più aspri e violenti che erano avvenuti nell’area metropolitana di Napoli già da prima del terremoto e soprattutto dopo il fatidico febbraio 1982 e lo striscione “siamo tutti sovversivi”.
Venivamo da quel movimento studentesco sviluppatosi in ambito provinciale, anzi provincialissimo, un po’ in ritardo e sicuramente in tono minore: alcuni, i più vecchi, avevano studiato a Maddaloni nel biennio rosso. Il liceo classico di quella cittadina ai confini tra la provincia di Caserta e quella di Napoli raccoglieva gli studenti della periferia a Nord-Est di Napoli, dei paesoni legati dalla linea ferroviaria che congiunge il cuore della città con Caserta: Casalnuovo, Acerra, appunto, Cancello, Maddaloni. Gente di fuori che entrava in un paese dove ancora il mercato delle vacche si svolgeva nella grande piazza d’armi, a pochi passi dal Liceo, lasciando segni evidenti e odorosi, e che divenne negli anni ’70 una fornace. Questi studenti medi “fuori-sede” desiderosi di imitare gli universitari e i medi delle grandi città, si sentivano ed erano più liberi e meno sorvegliati in un paese diverso dal loro: e, dentro un ambito in gran parte egemonizzato dal marxismo-leninismo-pensiero-di-mao-tze-tung, quasi naturalmente, si incontrarono con una classe operaia diversa, poco sindacalizzata, figlia dei grandi investimenti pubblici e delle modalità politiche “democristiane” di selezione del personale, pronta a subitanee e violente insurrezioni, ma anche ad una pratica completamente diversa da quella classica dell’operaio di fabbrica, del sindacato e del PCI. E così una generazione che voleva fare il ’68 un po’ in ritardo e un po’ per farsi bella, incontrò la lotta, immediatamente fuori dall’orizzonte sindacale, dei cantieristi della Cementir del 1972 a Maddaloni, poi della Gela ad Acerra. Un movimento studentesco che si alimentava e che si incontrava con le aree del proletariato marginale ed extra legale: dal 1977 al 1981 tra Acerra e Maddaloni vi furono oltre 1200 case occupate, di cui oltre la metà in parchi privati.
Il terremoto offrì a questo gruppo la possibilità di intervenire sullo scenario metropolitano: prima la lotta degli sfollati dell’Hotel Terminus, poi l’occupazione delle Vele di Secondigliano, e l’organizzazione della nuova stagione del movimento dei Disoccupati Organizzati Banchi Nuovi. E ancora la partecipazione al movimento degli autoconvocati dell’84 e pi la stagione dei cobas della scuola e dei cobas operai, con la ricchissima esperienza umana e sociale di Pomigliano.
Una temperie sociale che fu attraversata da questo gruppo che rimase più o meno lo stesso nonostante una parabola politica complessa e tortuosa: dallo stalinismo ingenuo e paesano degli anni ’70 dentro le organizzazioni marxiste-leniniste (dall’OCml a Fronte Unito, con alcuni che occhieggiavano al Movimento dei Lavoratori per il Socialismo e diffondevano “Fronte Popolare”) al maoismo dentro il PdUP. Poi la confluenza in DP, la scissione, la rottura definitiva con lo stalinismo e la rivalutazione di Bordiga, la costituzione dell’OCI (Organizzazione Comunista Internazionalista, con il giornale “Che fare”), e poi ancora una rottura dentro questa organizzazione e la nascita ufficiale del gruppo, appunto, di “officina” che faceva della critica del meccanicismo insito nel bordighismo, della difesa del nucleo antidogmatico del maoismo e della valorizzazione delle eresie marxiste le sue assi teoriche. Dopo il crollo del muro di Berlino, la dissoluzione del PCI e i primi anni (dal 1991 al 1994) della vita di rifondazione l’ingresso in questo partito e qualche anno dopo il tentativo di una riflessione collettiva con “Gramigna”.
Siamo ad oggi. Riproporre adesso quei testi, quelle fatiche a che serve? E’ solo amarcord, un modo per pensare ai bei tempi e soprassedere al grigiore di quelli attuali? Certamente c’è anche questo, e forse è anche prevalente. Ma c’è anche l’intenzione, che, nel dibattito che speriamo di suscitare potrebbe diventare più forte e chiara, di riconnettere le foglie quasi autunnali di questa nostra impresa collettiva con le sue radici e di sollevarci a volo d’uccello, tenere sott'occhio la strada percorsa e volgere lo sguardo verso la strada da percorrere. Ci sarà da discutere, da guardare, da ricordare. Ci sarà da raccontare, ma anche da immaginare. Da rivedersi e anche da sognare.
Con una avvertenza: i testi qui riproposti appartengono ad un contesto storicamente determinato, ad anni precisi ed a particolari dinamiche.
Va colto perciò l’essere e non la lettera della riflessione, il suo carattere storicamente innovativo e lo sforzo di un gruppo di militanti di mantenere viva, in un periodo particolarmente arido, la prospettiva della lotta di classe e l’orizzonte del comunismo.
Alcune asprezze del linguaggio e alcuni giudizi politici sono oggi, agli occhi stessi di chi li scrisse, del tutto superati. Altri, ancora, vanno apertamente giudicati come sbagliati.
Con questa avvertenza, buona lettura.