

Capodistria,
luglio-ottobre 1923
* Comunicazione
letta l'11 aprile 1923 al X Congresso della «Società nazionale per la storia
del Risorgimento italiano», in Trieste. Spoglia delle, note e della parte
introduttiva, essa fu stampata dapprima in Le Nuove Provincie (Roma), anno I,
fase. 2 ; pp. 47-58. Venne successivamente inserita negli Atti del X Congresso
della Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano; Aquila degli
Abruzzi, Off. graf. Vecchioni, 1923; pp. 107-132. Qui torna in luce per
rendersi accessibile a una cerchia sempre più vasta di studiosi e per mondarsi
delle scorrezioni onde apparve in ispecie bruttata, per incuria di chi doveva
curarne la stampa, negli Atti suddetti.
I
Fu anche di recente, e con ragione, osservato che la
storia del risorgimento politico d'Italia è non pur da fare, ma da rifare (1).
Certo è tutto da rifare il commentario di quanto
venne operando da Campoformio a Vittorio Veneto il partito antiaustriaco e separatista
in Istria.
Non era davvero il caso, prima della guerra di
redenzione, che noi potessimo scoprire da noi stessi certi altarini ; forzato
riserbo, di cui largamente e astutamente profittarono scrittori per lo più
austrofili o dall'Austria indettati, per cercare di volgere ad arbitrarie
significazioni i fatti della storia, in servizio solitamente del pensiero
dinastico e militare degli Absburgo.
Una certa misura dovettero del pari imporsi, mentre
stava per isvolgersi o si svolgeva la lotta ultima fra Italia ed Austria,
quelli dei nostri fuorusciti che, come il Salata e il Tamaro, erano in grado,
per virtù di ricerche già da tempo avviate, di conoscere tutti gli intimi
congegni della nostra più recente storia provinciale e potevano scriverne con
indiscussa competenza, a rivendicazione di un'idea che non si affievolì mai tra
noi ed era il nostro miglior titolo alla redenzione ; come avevano dovuto, per
ferrea necessità di cose, evitare di cadere in troppi particolari tutti gli
assertori e propagandisti del diritto e delle aspirazioni nostre nel '48-'49,
nel '59, nel '66, nei '78, ogni qualvolta, cioè, si fosse affacciata anche per
l'Istria la possibilità di un definitivo ritorno all'Italia.
Nessuno stupore pertanto che di quella che fu
nell'ultimo secolo la nostra più vera e più libera storia soltanto poche ed
incerte notizie sieno trapelate finora, e che l'Istria sia in questo riguardo poco
meno che un'incognita alle stesse giovani generazioni istriane.
Ma oggi che l'Italia non è più aggiogata al duro
carro della Triplice e che la polizia, le carceri e i patiboli dell'Austria
sono, grazie a Dio, dileguati per sempre insieme con essa, eccoci finalmente in
grado di dar mano a una redazione ampia, circostanziata e soprattutto
imparziale della nostra domestica storia durante il lungo titanico travaglio
sostenuto dalla nazione per conseguire la propria unità e l'indipendenza
politica. E siccome non v'ha storia senza indagine minuta, senza amorosa e
intelligente investigazione d'archivi, di memorie, di epistolari, di
testimonianze d'ogni genere e specie, così facciamoci a interrogare piamente
quanto ancora sussiste che ci riporti alle più degne e magnanime azioni dei
padri.
Tutto non potremo rintracciare: non potremo in primo
luogo rinvenire ciò che l'Austria stessa distrusse o andò per timore di essa
distrutto; ma quel tanto che potè salvarsi e che noi riusciremo a ridare in
luce sarà pur sempre bastevole a costruire sopra genuine e incrollabili basi la
storia istriana degli ultimi cent'anni; la quale storia altro non è né può
essere se non la narrazione degli sforzi fatti dai migliori dei nostri nel
duplice intento di contribuire col consiglio e con l'opera al riscatto della
nazione e di conservare integro e saldo all'Italia il suo estremo baluardo
orientale.
II
Non molte epoche della moderna storia istriana
esercitano sullo studioso tanta forza d'attrazione quanta suole esercitarne il
breve periodo racchiuso fra lo scoppiare, lo svolgersi e il finire delle
agitazioni quarantottesche.
Gli è che nel '48-'
E solenne dimostrazione d'italianità riesce pure il
primo atto elettorale, a cui è invitata la popolazione dell'Istria, in virtù
della costituzione promulgata dall' imperatore Ferdinando il 25 aprile del '48(Aprilverfassung)
e del successivo proclama imperiale del 16 maggio, che trasformava le
progettate due Camere in una Assemblea costituente (Konstituierende
Reichsversammlung)composta di 383 deputati da eleggersi
a suffragio universale(3)
Indetti con la patente imperiale del 9 maggio, i
comizi elettorali si tengono nel giugno successivo. Ben poco tempo, come si
vede, è concesso alla propaganda ed all'agitazione. Tuttavia l'Istria, come
obbedendo ad una precorsa intesa, concentra unanime i propri suffragi sugli
esponenti più in vista del liberalismo e della italianità paesana : su Antonio
Madonizza, Michele Fachinetti e Carlo De Franceschi per i distretti italiani
della terraferma, su Francesco Vidulich per le isole del Quarnero e per il distretto
giudiziario di Albona. Quanto ai distretti slavi dell'lstria interna (4),
povere terre abitate in massima parte da incolti contadini e però di
scarsissima importanza nella moderna storia della intera provincia, essi
elessero a proprio deputato un uomo caro alle autorità austriache, certo Vlach,
impiegato governativo fuggiasco da Milano, che non farà mai causa comune con
gli altri e più veri rappresentanti dell' Istria.
Per comprendere tutto il significato e tutta la
portata del successo ottenuto dall' Istria nelle sue prime elezioni
parlamentari, basti considerare il fatto che nella vicina Trieste, dove pur
ferveva da parecchi anni un intenso lavorìo di preparazione politica e di
rivendicazione nazionale, soccombette in quegli stessi giorni nel Conti il
rappresentante dei nuovo liberalismo cittadino e trionfò ancora una volta
nell'Hagenauer e nel Gobbi l'austriacantismo borsistico e il conservatorismo
mercantile ; e che ne! Friuli, regione in gran parte non meno etnicamente pura
di qualunque altra terra d'Italia, su cinque deputati uno solo spuntò che
potesse dirsi veramente italiano e di sentimenti non del tutto servili, il
Pitteri (5). Fra le regioni adriatiche unica la Dalmazia (piange il
cuore, oggi, a dirlo) potè vantare dei risultati press'a poco
uguali a quelli conseguiti dall' Istria e mandare alla Costituente austriaca
una deputazione quasi esclusivamente composta di elementi italiani e
liberali.
Ma ritorniamo ai deputati
istriani.
III
Primeggiava fra essi il Madonizza, allora nel fiore
degli anni (era nato nel
1806) e delle forze. Originario di Capodistria,
aveva studiato a Padova e fatto la pratica d'avvocato a Trieste nello studio di
quel grande animatore di coscienze e difensore ad oltranza delle prerogative
statutarie triestine, che fu Domenico Rossetti. Giovane di trent'anni, aveva
avuto l'ardire di fondare a Trieste, col plauso e l'aiuto di Prospero Antonini,
del Besenghi, del Carrer, del Dall'Ongaro, dei fratelli Zecchini, del Kandler,
un periodico tutto impregnato d'italianità e di modernità, La Favilla, che,
durato dieci anni giusti ('36-'46), lasciò luminosa traccia di sé nella storia
triestina dell'epoca. Innamoratosi perdutamente di una bella e colta signora
triestina, Giuditta Parente-Almanzi, aveva potuto ottenere, trionfando di mille
ostacoli, ch'essa divorziasse dal poco degno marito e passasse a nuove nozze
con lui; e, cinto come d'una romanzesca aureola, s'era ritirato a godersi la
sua felicità nella nativa Capodistria.
Dove peraltro la sua tempra fattiva ed energica, il
concetto altissimo ch'egli ha dei doveri cittadini, l'amore
infinito ch'egli porta al proprio paese lo spingono irresistibilmente a
collaborare ad ogni opera dipubblica utilità, a farsi, incuorato dal Giordani e
dal Tommaseo, valido sostenitore delle idee dell'Aporti intorno
agli asili di carità per l'infanzia, a recarsi nel '42 con altri
capodistriani a Vienna per patrocinarvi importanti interessi della città.
In pari tempo è uno dei più tenaci ed aperti fautori dell'italianità
e d'ogni specie dì riforma liberale e democratica. E
l'Austria, che da un pezzo ne sorveglia ansiosa le
mosse, lo ripaga negandogli sistematicamente un posto d'avvocato.
Nel '47 soltanto, a quarant'anni suonati, egli
ottiene di poter aprire studio proprio; ed è
l'anno stesso in cui, spintosi, nel corso di un viaggio di
diporto, sino a Roma, vi visita il papa Pio IX, allora in voce di
sovrano amante della libertà e del progresso. Scoppiati i rivolgimenti del '48,
egli è uno dei corifei dell'agitazione politica in Istria; e,
iniziatasi l'era costituzionale, nulla sembra più logico e
giusto che la candidatura di lui alla deputazione
parlamentare.
Con quali propositi il Madonizza sarebbe andato a
Vienna l'aveva fatto chiaramente capire, attraverso il sonoro ma un po' vacuo e
impreciso frasario dell'epoca, certo suo pubblico manifesto del 1° giugno, in
cui gl'istriani erano eccitati a non votare né per uno «straniero», né per un
«impiegato governativo», e dove «l'immortale» Gioberti era proclamato «il più
grande dei moderni filosofi».
Di qualche anno più giovane del Madonizza, il De
Franceschi era quello degli altri tre deputati che più gli si accostava per
inclinazioni d'animo, risolutezza di vedute, sete d'operosità, dirittura di
carattere. Veniva dall'Istria interna e aveva percorso anche egli gli studi
legali. Da parecchi anni viveva a Rovigno, ove rivestiva presso quel Tribunale
circolare la carica di cancelliere di consiglio, e giustamente passava per uno
dei cuori più fortemente imbevuti di carità patria.
Testa calda fino ad un certo punto e natura
essenzialmente pratica, egli non sarebbe uscito da un giusto equilibrio
contemperatore delle esigenze della realtà e dei bisogni del sentimento, e
avrebbe egregiamente cooperato col Madonizza all'attuazione di una politica di
sensato e insieme ardito liberalismo.
Ben diverso dal Madonizza e dal De Franceschi
appariva il Fachinetti, spirito sognatore per eccellenza, assorto sempre nel
roseo mondo delle proprie astrazioni e incapace, per mancanza soprattutto d'un
vigile senso d'opportunità e di misura, di tradurre in azione pratica e
proficua le vagheggiate ideologie, pur essendo un nobile poeta, un caldo
patriotta e un animoso giornalista.
Che tra lui e il Madonizza, che era propriamente il
suo opposto, si dovesse o prima o poi determinare un conflitto d'idee e di
metodi, era più che prevedibile; e il conflitto venne, e doloroso; ma non tale,
ad ogni modo, da lasciare tracce troppo visibili e da compromettere seriamente
l'attività parlamentare del numerato drappello.
Non ancora trentenne, il Vidulich era il più giovane
di tutti. Di lui si sapeva allora ben poco ; ma non cadeva dubbio che stesse
alla testa dei giovani dell'Istria insulare più teneri delle idee di
patria, di libertà e di democrazia.
Questi gli uomini e le tendenze: i fatti (possiamo
dirlo sin da questo momento) furono pari agli uni e alle altre. Ed è ben giusto
che finalmente l'attività esplicata e il contegno serbato dalla deputazione
istriana alla Costituente austriaca quarantottesca
siano conosciuti un po' meglio
di quanto non sia risultato finora al poco
che si venne stampando in merito e che riguarda precipuamente l'azione del
Fachinetti (6), non esistendo una men che mediocre e men che sommaria
biografia né del Madonizza (7), né del De Franceschi (8),
né del Vidulich (9).
Chi verga queste righe condurrà la propria
narrazione su la scorta anzi tutto di una ricca serie di documenti storici di
prim'ordine e della massima attendibilità, tuttavia sconosciuti : le lettere
che il Madonizza cotidianamente e in piena confidenza scrisse da Vienna alla
moglie diletta e che, pur non astraendo da questioni d'indole familiare e
municipale, contengono al primo posto una minuziosa e vivace cronistoria dei
dibattiti parlamentari e degli avvenimenti di Vienna, intrecciata (fatto che
oggi riveste particolare significazione e importanza) alle notizie che assiduamente
giungevano alla capitale austriaca dal teatro della guerra italiana e che il
deputato istriano trasmetteva con acceso e spasimante cuore di patriotta a
colei che sola poteva comprenderlo, perché nello stesso grado vibrante della
stessa passione.
Queste lettere, belle anche di linguistica
scioltezza e che tra poco saran date integralmente in luce, si credettero per
un gran pezzo perdute ; e lo stesso De Franceschi, che le aveva viste scrivere
a Vienna una per una, ne deplora nelle sue Memorie autobiografiche (memorie
pur esse di grande momento ed inedite) la scomparsa.
Invece, per fortuna nostra, non erano che ben
custodite, con cura pari all'affetto, dalla superstite figlia del Madonizza,
signora Idalia Sandrin, che oggi finalmente, caduto con l'avvento della libertà
ogni motivo di riserbo, può permetterne, a onore del padre suo e
dell'intera provincia, la pubblicazione e lo studio.
IV.
La cerimonia d'apertura della neoeletta Costituente
si congetturava non dovesse aver luogo che sul finire di luglio. Ma,
intollerante d'indugi, l'assemblea principiò a funzionare, benché in forma non
del tutto ufficiale, sin dalla metà di quel mese.
Il Madonizza, il De Franceschi e il Fachinetti, dopo
un viaggio in comune, erano giunti a Vienna il 7 luglio e avevano cercato
subito di orientarsi nel nuovo — e
ancora un po' torbido — ambiente. Con una assiduita
che oggi farebbe forse sorridere, se non si sapesse originata da un profondo
sentimento del proprio dovere, essi vogliono intervenire a tutte le sedute
preparatorie della Costituente e accettano altresì di assistere a radunate
extraparlamentari di singoli clubs e comitati democratici tedeschi,
ovunque accolti con festosa cortesia.
Dotato di una facoltà di osservazione
penetrantissima, il Madonizza comprende di primo acchito che quello che viene
organizzandosi nella Hofreitschule, più che un Parlamento dei soliti, è, e non
solo per la diversità delle lingue in esso echeggianti, una «Babele» vera e
propria, dalla quale è tutt'altro che lecito sperare grandi cose.
Non è trascorsa una settimana dal loro arrivo a
Vienna, e i tre deputati istriani già si sentono in dovere di dare il primo
segno pubblico di vita.
La stampa tedesca ha annunziato che dalla Dieta di
Francoforte si vuol unire alla Confederazione germanica anche l'Istria
ex-veneta. Non è il caso di tacere: ed ecco i rappresentanti parlamentari
dell’Istria pubblicare su per vari giornali tedeschi e italiani quella fiera e
pur pacata e ragionata protesta, così altamente vibrante di ribelle italianità,
a cui si affretteranno a far eco per via di animose risoluzioni i comuni tutti
dell'Istria e che rimarrà nella storia istriana come uno dei più solenni ed
espliciti documenti d'inflessibile volontà nazionale (10).
Intanto alle sedute preliminari la questione
linguistica, sorta con la Costituente stessa, s'inacerbisce. Le pretese degli
slavi gettano l'allarme fra i tedeschi. E il Madonizza, che insieme coi suoi
compagni ha già preso posto in un settore di sinistra, alla moglie: «Noi
italiani siamo in tenuissimo numero. La nostra voce sarebbe insolentemente
soffocata; ma le ragioni de' Polacchi, de' Galiziani, e de' Czechi son pur le
nostre. E tutti uniti, se anche non riusciremo a spegnere il principio che la
lingua parlamentare sia la tedesca, certo dovrà esser trovato un mezzo di
raccostamento.... Aspettiamo di momento in momento que' di Dalmazia, ed uniti
ai Tirolesi [vuol dire Trentini] formeremo un club puramente italiano per
essere propugnatori del nostro principio.
Il punto della lingua è soprammodo difficile, ed è
forse tanto importante, che prevedo nientemeno che lo scioglimento
dell'Assemblea. Un deputato mi propose di trovare un mezzo conciliativo, ed io
dissi che non ve n'era altro che quello di formare dell'Austria una federazione
di Stati. Altrimenti la garanzia delle nazionalità e delle lingue sarebbe
un'illusione, un diritto senza effetti (11).
Parole piene di saggezza politica e di profetico
acume: Il Madonizza non avrebbe potuto formular meglio il problema statale
austriaco, quale s'era venuto impostando in seguito al risveglio delle nazionalità
; e quel presentimento di catastrofe che in lui istintivamente s'insinua e gli
fa predire corta vita all'assemblea, si direbbe quasi l'oscura divinazione del
tragico e inevitabile destino dell'Austria.
La speranza, che il Madonizza e i suoi colleghi
nutrivano, di veder presto riuniti, dal comune interesse, in un unico compatto
e concorde gruppo tutti i parlamentari italiani, non si potè allora, per più
ragioni, avverare, e fu male : s'avverò soltanto molti e molti anni più tardi,
in ben altre circostanze e sotto ben diversi auspici.
La protesta dei tre deputati istriani contro
l'aggregazione dell'Istria alla Confederazione germanica aveva fatto un certo
colpo ; e qualche giornale tedesco dei più retrivi non s' era potuto trattenere
dal censurarla altezzosamente.
Proprio quel che ci voleva per riscaldare il sangue
al Madonizza. Egli scrive: «Probabilmente apriremo una polemica... Se l'Istria
sognasse mai per isventura di appartenere alla Germania, il suo sagrificio sarebbe
compiuto.
Senza dubbio vi avranno de' compri e vili
propagandisti che persuaderanno alla più nera apostasia, ma la dignità
degl'Istriani saprà, ne sono certo, apporvi una barriera insuperabile. La nazionalità
di un popolo è cosa sacra, invulnerabile, che resiste al tempo e
all'oppressione. Usbergo nostro sieno i fasti passati e le speranze avvenire» (12)
.
E' questo, chi ben guardi, qualche cosa di più
e di meglio che l'altisonante e convenzionale linguaggio
dell'epoca: è il primo annunziarsi di quello che sarà il pensiero
separatista istriano.
Ma la più vera e costante preoccupazione del
Madonizza non è ciò che avviene alla Costituente austriaca e nella città di
Vienna : è ciò che sta succedendo sui campi della Lombardia e del Veneto. In
ogni sua lettera egli da alla moglie tutti i ragguagli da lui potuti
raccogliere su le mosse dell'esercito sardo. Sono notizie vaghe, inesatte, il
più delle volte a breve andare contraddicentisi.
Nel trasmetterle, il Madonizza cerca di essere più
calmo e freddo che può.
Se non che sotto l'affettata nanchalance si sente
l'ansia che lo divora.
Dalla partita che si giuoca fra
Con l'arrivo del Vidulich, seguito il giorno 17, la
deputazione istriana è ormai al completo ed ha uno scambio di vedute coi
trentini, allo scopo di concretare la pubblicazione in comune di un giornale
italiano.
«Il nostro scopo principale», commenta il
Madonizza, «è di dare il maggior possibile sviluppo all'elemento italiano nelle
nostre patrie. Ci proponiamo di scrivere liberissimamente.»(13)
Purtroppo, non ne fu fatto poi nulla, anche perché l'attività dei trentini era
in gran parte assorbita dall'aspra lotta da essi già a Francoforte ingaggiata
per il distacco amministrativo della loro regione dal Tirolo.(14)
Il Madonizza non parlava che a stento il tedesco:
tuttavia non era affatto alieno dall'accostare i governanti e dal patrocinare
in persona presso di loro le cause che molte e ardue gli venivano affidate via
via dalla sua città natale e dai suoi elettori. E quando esprimeva il proprio
pensiero, non aveva peli sulla lingua.
Recatosi un giorno dal ministro Doblhoff per
ottenere che si sospendesse la leva militare in Istria, alle obiezioni che
questi gli fece ricordandogli che si trattava di un provvedimento che non
ammetteva eccezioni perché esteso a tutto l'Impero, egli afferma di avere
senz'altro risposto «che gl'Istriani hanno comune con gl'Italiani l'origine, la
storia, le tradizioni, i costumi, la lingua, che costringerli a lottare con
essi sarebbe un renderli fratricidi, e che perciò voleva giustizia si
rispettasse la loro delicata posizione.» (15)
Uno non sarebbe potuto essere più logico, ma
neanche più audace. Né minore ardimento dimostra il Madonizza in un successivo
colloquio col ministro Bach, che, colpito dalla franchezza di lui, prima lo sta
con intenso animo ad ascoltare per più di tre quarti d’ora, poi lo
incarica di stendergli una memoria relativa allo stato economico ed
amministrativo dell' Istria ed ai bisogni di essa.(16)
Il 21 si tengono alla Costituente le prime elezioni
alle cariche presidenziali. Riescono eletti, come si sa, a presidente il
deputato Schmitt, a primo vicepresidente il deputalo Strobach, a secondo
vicepresidente il deputato triestino Hagenauer. E interessante assai il
commento che fa su queste nomine il Madonizza. «Esse», egli scrive, «furono
concertate in precedenza dai vari clubs. S'ebbe in mira di dimostrare con ciò
il rispetto dovuto alle varie nazionalità.
Quindi lo Schmitt rappresenterebbe la nazione
tedesca, lo Strobach la slava, l'Hagenauer l'italiana. Ciascuno dei tre, dopo
pronunciata la elezione, disse alcune parole contenenti una specie di
professione di fede politica, e l'Hagenauer disse con acconcezza di modi che in
qualità di deputato della parte meridionale dell'impero, e precisamento in qualità
di deputato italiano, avrebbe cooperato alla prosperità del proprio paese, ed
alla sua nazionalità, collo stringere sempreppiù i vincoli di fraternità fra i
vari popoli dell'Austria» (17).
Così esposta e così integrata, la dichiarazione
dell'Hagenauer, individuo che nessuno sforzo ottimistico potrebbe far mai
passare per ciò ch'egli assolutamente non era, se anche perde un po' di quel
sapore antiaustriaco e sovversivo che la tradizione patriottica le aveva finora
attribuito, non può tuttavia uguagliarsi (come vorrebbe Angelo Vivante, storico
non troppo sereno di quello ch'egli chiama l' Irredentismo adriatico, ad una
semplice allusione «alla varietà di stirpi unite dal patto costituzionale a
Vienna.(18)
Siamo giunti finalmente al 22 luglio, giorno in cui
l'arciduca Giovanni, in sostituzione e rappresentanza dell' imperatore,
riparatosi fin dal 15 maggio con la Corte ad Innsbruck, solennemente inaugura
il Parlamento, dal quale l'Austria sperava la propria rigenerazione.
V.
Fu, com'è noto, vana
speranza.
Convocata allo scopo precipuo di dare al vetusto
impero degli Absburgo, che la rivoluzione aveva scrollato sin dalle fondamenta,
un definitivo assetto basato sul sistema parlamentare, la Costituente austriaca
del 1848-
Rósa, nel suo interno, dal tarlo implacabile del
problema nazionale e linguistico; minacciata, esteriormente, dalla reazione che
ogni tanto tentava di alzare il capo, essa impiegò la più gran parte della sua
prima sessione a discutere, impelagandosi in una miriade di questioncelle
accessorie, l'abolizione dei superstiti diritti del feudalismo agrario,
proposta dal giovanissimo deputato Kudlich, nome rimasto a buon diritto famoso,
come quello dell'uomo che più e meglio di tutti contribuì a rimmodernare
l'Austria e la cui opportuna riforma, divenuta legge in seguito al voto
parlamentare del 7 settembre, doveva sorvivere anche alla definitiva caduta del
costituzionalismo quarantottesco ed essere attuata dal rinnovato regime
assolutista.
In tutto questo tempo, la deputazione istriana, che
insieme con gli altri parlamentari italiani ha aderito, pur senza legarsi del
tutto, a far causa comune col Club capitanato dal principe Lubomirsky,
il quale, composto di Czechi, Polacchi e Sloveni, è detto, per la tendenza sua
a riorganizzate l'Austria su base federale, dei federalisti; la deputazione
istriana fa del suo meglio per assolvere con dignità e utilità il suo non
facile compito, i più pronti ed alacri al lavoro sono sempre il Madonizza e il
De Franceschi.
Il Vidulich, giovane e inesperto, si lascia per lo
più condurre a rimorchio.
Il Fachinetti, intollerante di destreggiamenlì
politici e di tutto che non suoni pronta ed esplicita adesione alla grande
causa italiana, a poco a poco si strania dai colleghi e dai lavori
dell'Assemblea, con grande ira del Madonizza che non gli risparmia rimproveri,
lo chiama utopista e di lui parla con grande acrimonia alla moglie.
Sarebbe lungo riferire, dalle lettere del Madonizza,
sempre molto diffuse, sempre frementi d'amor patrio, sempre riboccanti di
particolari - più o meno veridici - su la guerra italiana, i minuti dettagli
dei dibattiti parlamentari e dell'azione spiegatavi dai deputati istriani.
Bisogna di necessità trascegliere e sintetizzare.
È tristemente famosa la proposta fatta nella seduta
del 26 luglio da certo Selinger, deputato moravo, di votare un indirizzo di
encomio all'esercito austriaco operante in Italia. Nel delicato frangente non
manca l'animo ai deputati dell'Istria, che, d'accordo con gli altri
parlamentari italiani, stabiliscono tosto di mostrare in modo risoluto e non
equivoco il loro dissenso. E quando difatti è messa in discussione alla
Costituente
L'esito dell'interpellazione ci è riferito
così dal Madonizza: «Il Ministro rispose, secondo il solito, in modo evasivo.
Disse però che le armi austriache si avanzavano respingendo l' inimico, che si
sarebbero usati modi pacifici, e che il popolo riceveva dovunque con entusiasmo
l'esercito liberatore. A questo audace parlare, mi rivolsi a cinque o sei
giornalisti che stavano dietro al mio banco, e dissi loro : Scrivete nei vostri
giornali che ciò che dice il ministro Latour è una menzogna; scrivete che i Vandali
furono più umani degli Austriaci; scrivete che le loro ruberìe, le loro
violazioni, i loro incendi, le loro stragi sono scritte nel libro della
giustizia divina; scrivete che iniqua ed infame è la guerra che si combatte;
scrivete che voi siete millantatori di libertà se tanto ferocemente conculcate
l'altrui indipendenza; questo scrivete, se siete giornalisti d'onore e di
coscienza». (19)
Sembrano parole di Giuseppe Mazzini. Né con minore
temerità e veemenza di linguaggio protesta nella tornata del 30 settembre il
Fachinetti contro nuovi eccessi dell'oppressione austriaca nel Lombardo-Veneto,
mentre dalle colonne dell'Osservatore Triestino il De Franceschi, specialmente
abile a polemizzare su per i giornali, ricaccia in gola ad un redattore della Allgemeine
Oesterreichische Zeitung certe sue azzardate e mendaci affermazioni
su l'Istria.(20)
Ma intanto la sorte delle armi si fa sempre più
contraria all'esercito di
Ecco con quali singhiozzanti e furibonde parole,
egli ne ragguaglia la fida consorte. «Il sagrifizio è consumato. Riceverai il
dispaccio telegrafico, col quale il ministro Latour partecipava quest'oggi alla
Camera, che Radetzky era entrato in Milano il giorno 6 alle ore 10 di mattina.
Nel dispaccio si aggiunge, a scherno maggiore, che l'armata faceva il suo
ingresso col giubilo universale. Quale fosse l'impressione ch'io provai a tale
funebre annunzio, non saprei esprimerti a parole. So che asciugai delle lagrime
di fuoco, che come scintille mi spuntarono dagli occhi. Io tremavo come se una
mortal febbre m'avesse improvvisamente colto. L'enigma e il mistero di che ti
parlai ieri, potei scioglierlo senza fatica. L'esercito austriaco percorse le
pianure lombarde preceduto dal tradimento, dalla più nera delle macchinazioni.
L'onore ch'egli farà credere al mondo di avere riconquistato è una sfacciata
menzogna. I suoi allori saranno insudiciati d'infamia. Maledizione allo
spergiuro che apparecchiò nuovi ceppi alla infelice Italia. Iddio serbi un
supplizio spaventoso, degno della sua ira, lungo quanto l'eternità, allo
scellerato che fu ministro di tanta sventura.
Se la giustizia del Cielo fosse pigra a scagliare i
suoi fulmini, non credo più alla giustizia del Cielo» (21).
Così il Madonizza. Bisogno di commenti non c'è.
Tutt'al più si potrebbe — a titolo di curiosità
storica — rilevare con quale veemente
spontaneità s'ingeneri anche nell'animo del Madonizza, allora pur tanto lontano
da ogni terra-italiana e da ogni contatto con la rivoluzione unitaria
nazionale, il sospetto che
Parole non troppo diverse da quelle del deputato
istriano echeggiarono in quei dolorosi giorni in ogni parte d'Italia; e larga
traccia n'è pervenuta sino a noi nelle memorie e nei carteggi del tempo, quasi
a documentare l'identità della fede e delle aspirazioni in tante terre diverse
e la nobile incredulità degli animi di fronte agli inattesi insuccessi
dell'«italo Amleto».
Nature calcolatrici e pratiche, il Madonizza e il De
Franceschi approfittano della loro presenza a Vienna e del loro privilegiato
carattere di deputati per estorcere al governo austriaco varie
concessioni in prò della loro provincia e dei loro
elettori.
Fra altro, ii Madonizza, ch'è sempre il più
intraprendente ed energico, ottiene, dopo memorabili conferenze con vari
rappresentanti del potere esecutivo, che il tedesco sia insegnato nell'erigendo
ginnasio comunale di Capodistria soltanto come disciplina facoltativa (22) e
che «tutte le autorità governative, circolari, distrettuali, ecclesiastiche,
civili, camerali dell'Istria abbiano a corrispondere coi privati e con le
morali corporazioni nella sola lingua italiana.» (23)
Non minore autorità il Madonizza si viene
procacciando alla Costituente, dove, l'11 settembre, è alla testa di quei deputati
istriani e dalmati i quali chiedono e ottengono che «tutte le proposte,
emende, protocolli di seduta, il regolamento degli affari, le interpellazioni
sieno tradotti in italiano»(24), e dove «qualunque volta occorra di
mettere assieme un Comitato, una Commissione o Giunta, in cui si desideri sieno
uomini veramente liberali, gli si usa la distinzione di metternelo a parte.»
(25)
Fatto che pur deve far stupire un poco, se si
pensi che l'imperfetta conoscenza che il Madonizza ha del tedesco gl'impedisce
di salire la tribuna degli oratori e di rendersi noto anche a quel modo. Di
quanto però egli fa ed ottiene non è mai contento. «Non bisogna credere che io
mi faccia qui onore», dichiara un giorno alla sua Giuditta. «Che vuoi ch'io
possa, dove ho la lingua legata e tolto il mezzo ad effondere le ispirazioni
dell'anima e gli affetti del cuore? Per quanto m'è dato, parlo all'uno e
all'altro, esterno le mie idee, prorompo in accenti di concitazione, mostro che
ho sensi non servi, ma generosi, ma liberi. Ti assicuro, e lo dico senza
jattanza, che se la mia voce potesse alzarsi ed essere udita in mezzo
l'assemblea, essa tuonerebbe tremende verità, e non si rimarrebbe
senz'applauso. (26)
Il 4 ottobre Michele Fachinetti, sempre più a
disagio in un Parlamento, dove sola è possibile una politica di astuzia e di
opportunismo, e accasciatissimo anch'egli per le sciagure toccate all'esercito
sardo, lascia Vienna e fa ritorno in Istria, non senza avere prima della
partenza un ultimo, violento diverbio col Madonizza e in completa rottura con
questo e col De Franceschi.(27)
Tralasceremo di ripetere ciò che l'amarezza del
momento suggerì al Madonizza di scrivere alla moglie. Ma ricorderemo che ben
più equo e spassionato giudizio egli ebbe a pronunziare sul Fachinetti qualche
anno più tardi, dopo immaturamente scomparso il suo antico
compagno di deputazione e di fede.(28)
Rimanevano pertanto nella capitale austriaca, alla
vigilia dell'insurrezione d'ottobre, il Madonizza, il De Franceschi ed il
Vidulich.
VI.
Scoppiato con inaudita violenza il nuovo turbine, i
deputati istriani, che, insieme con gli altri membri della sinistra, avevano,
il 19 settembre, votato in favore della proposta che la Costituente desse
udienza alla deputazione ungherese venuta a Vienna per sollecitare appoggi alla
causa della libertà del proprio paese, fronteggiano imperterriti la
perigliosa situazione.
Anzi,
il 7 ottobre, trucidato il giorno innanzi dal popolo furibondo il ministro
Latour e rifugiatosi l'imperatore Ferdinando con la Corte ad Olmùtz, il
Madonizza è compreso dall'Assemblea fra i venti deputati cui si affida il
difficile incarico di prendere le decisioni meglio rispondenti alla gravita
dell'ora; e quattro giorni più tardi troviamo il Madonizza nella deputazione di
parlamentari spedita dalla Costituente ad Olmϋtz per far presente
all'imperatore la necessità di emanare al più presto ordini tali che plachino
gli spiriti e riconducano l'ordine e la calma.
In
mezzo ai trambusto, il pensiero del Madonizza va con crescente tenerezza alla
moglie lontana, alla quale egli aveva promesso di non trattenersi a Vienna in
caso di disordini e che egli ora giustamente immagina tormentata dalle maggiori
apprensioni. Ond'è che il 15 ottobre, di ritorno dal faticoso quanto inutile viaggio
ad Olmϋtz, egli si affretta a giustificarsi verso di lei con questa
pagina, veramente magnifica di eloquenza, di generosità, di
patriottismo:
«È vero che t'avevo promesso di lasciar Vienna ad
ogni lieve sommossa. Ma credimi, Giuditta mia, il sentimento della libertà che
accarezzai chiuso nel cuore per tanti anni mi vi trattenne con irresistibile ed
arcana violenza.
Vidi colle novelle istituzioni aprirsi un seducente
orizzonte; conobbi che con codarde macchinazioni si voleva frastornare, il
nostro bel sogno; m'accesi al fiero disdegno che scosse il popolo ingannato ;
rimasi attonito a quella lotta di sangue che intrepidamente sostenne per non
lasciarci ricingere delle antiche catene ; i più generosi apostoli
dell'indipendenza, i più leali rappresentanti della nazione vidi dominare la
rivoluzione; que'che erano segnati come vili fautori dell'assolutismo
scomparire e fuggire vergognosamente nel rimorso forse di non aver giovato la
santa causa. Se io avessi disertato nelle ore solenni del periglio, avrei
smentito i miei sentimenti e non avrei dovuto lagnarmi dell'altrui disprezzo.
In mezzo però al sobollimento della
rivoluzione non mancai di osservare il contegno che assumeva la Camera, e
l'opinione che regnava nel popolo riguardo ai Deputati. Quando mi convinsi che
il primo era scrupolosamente legale, e la seconda in modo indubitato a noi
favorevole, non feci più calcolo d'altro.
Che se all'incontro la Camera si fosse arrogata
poteri ultronei, in guisa da aiutare piuttosto la licenza che di proteggere la
libertà, e se il popolo in un delirio d'intemperanza le avesse rifiutato il suo
voto di fiducia, allora sarebbe stata vera demenza e imperdonabile audacia il
non allontanarsene. Il perché, Giuditta mia, sta certa, che qualunque volta
potesse accadere che l'uno o l'altro de' due casi s'avverasse, io non porrei in
mezzo un istante di volare al tuo seno. Allora ci verrei senza scrupoli, allora
crederei di essere degno di te, e de' miei concittadini. Devo infine rimarcarti
che la rivoluzione attuale non è, come pensi, diretta al solo affrancamento
del popolo viennese, ma, riuscendo essa vincente, recherà il prezioso beneficio
della libertà a tutti i vari popoli che compongono il vasto Impero, e
segnatamente alla nostra Italia, su cui pesano tante sventure e
tante viltà.»
Ma le sorti di Vienna e del Parlamento precipitano.
Il 25 ottobre è comunicato all'assemblea il rescritto sovrano che ordina la
chiusura temporanea della Costituente e la sua riconvocazione per il 15
novembre nella cittadella di Kremsier, in Moravia; rescritto che getta lo
scompiglio fra i deputati tuttavia presenti e l'esecuzione del quale essi
indarno tentano di
impedire
mandando
una loro rappresentanza all'imperatore.
Il 30 Vienna si arrende alle truppe di
Windischgraetz e la Costituente tiene l'ultima seduta della sua prima sessione,
il 1° novembre Antonio Madonizza annuzia con l' usato affetto alla moglie la
sua partenza da Vienna, dove ormai imperversa la più feroce reazione, e il
suo imminente ritorno a lei e alla
tranquilla Capodistria.
VII.
Tre settimane dopo, e precisamente il 23 novembre,
avveniva quello che era stato promesso in origine per la metà del mese, cioè la
riapertura della Costituente in Kremsier.
Essendosi il Fachinetti nel frattempo dimesso, della
deputazione istriana facevano ritorno ai lavori parlamentari il
Madonizza, il De Franceschi e il Vidulich ; il Madonizza questa volta non più
solo, ma in compagnia della moglie diletta. Circostanza questa che, se valse
allora a rendere pienamente felice lui, priva noi oggi della possibilità di
esercitare un minuto e costante controllo pur su l'attività spiegata dalla
deputazione istriana durante la seconda ed ultima sessione della Costituente
austriaca quarantottesca.
Del Parlamento di Kremsier fu sempre detto piuttosto
male; e non a torto.
Col suo contegno scorato e remissivo esso
parve voler quasi fare ammenda delle colpe attribuite dai reazionari al Parlamento
viennese. Certo, esso si rassegnò a vegetare nella borgata morava in cui l'avea
fatto confinare la imperiosa volontà degli czechi, destramente capeggiati dal
vecchio Palacky, e dove gli fu imposto di non accudire ad altro lavoro che a
quello del tanto atteso progetto di costituzione ; mentre poco o nessun
calcolo facevano di esso i poteri esecutivi.
Figurarsi con quale e quanto piacere dovessero
vivere in mezzo ad una cosiffatta assemblea uomini dello stampo dei tre
deputali istriani.
Tuttavia, fedeli al mandato e fedeli soprattutto al
loro programma politico-nazionale, essi compiono anche a Kremsier il dover
loro. Perciò, quando il Governo, ad ingraziarsi gli slavi meridionali, nomina
governatore della Dalmazia il bano Jellacich, affermando di aver avuto con ciò
«riguardo all'elemento slavo, ch'è di gran lunga il preponderante sulla costa
dalmato-istriana,» e quando, poco dopo, il ministro dell'interno, respingendo
la richiesta della deputazione istriana, che al tedesco
sia sostituito in Istria quale lingua d'ufficio l'italiano, assevera su le basi
di un'artificiosa statistica che in Istria la nazionalità italiana costituisce
«la decisa minorità», mentre invece è la slava ad avervi la prevalente
maggioranza (29) , essi insorgono animosi ed unanimi a difesa del
millenario carattere del proprio paese, e il Madonizza, non pago d'aver dettato
la protesta, magnifica di fieri e "liberi sensi italiani, che,
sottoscritta da tutti e tre i deputati dell'Istria, viene presentata alla
Costituente, affinchè questa «ne faccia conto nel redigere lo Statuto
fondamentale dell'Impero», scrive altresì al Municipio di Capodistria, allora
retto da un esperto pilota, Francesco Combi, suggerendo che si ricorra
immediatamente ad una specie di plebiscito dei Comuni istriani.
«La patria», egli dichiara, «esige tutto il senno e
tutto il cuore de' suoi figli nel difficilissimo momento, in cui, con
vilipendio delle più solenni promesse, con ischerno della civile indipendenza e
delle politiche franchigie, si attenta a quell' ineffabile privilegio del
nostro cielo, del nostro suolo, della nostra storia, de' nostri affetti che
dobbiamo venerare e serbare illesi quanto la religione dei nostri padri.» (30)
Consigli ed esortazioni che troviamo ribaditi
in un proclama successivamente rivolto agl'Istriani da tutti e tre i deputati
insieme. E la conseguenza è che il plebiscito ha luogo e riesce alla più
solenne e memoranda riconferma della italianità dell'Istria. Giustizia vuole
sia rammentato che in tutta la lotta parlamentare per la rivendicazione dei
diritti nazionali i deputati istriani trovarono nei deputati
dalmati i loro più fidi alleati.
Ma la cosa ebbe uno strascico. Avendo gli elettori
del distretto di Volosca protestato contro il proprio deputato, quel Vlach che
già conosciamo, il quale pretendeva nientemeno che essi sollecitassero
l'aggregazione dell'Istria alla Croazia, il Fachinetti si mise coraggiosamente
a sostenere nel Costituzionale di Trieste le ragioni già messe in campo dai
suoi ex-colleghi di deputazione (31). E anche questi dovettero
riprendere la parola nel Messaggero dell'Adria (32), per replicare all'
Osservatore Triestino che, voltata improvvisamente casacca, era saltato su ad
accusarli di «aizzare le malaugurate passioni esaltate e sconsiderate di una
parte degl'Istriani.»
Notevole pure l'interpellazione presentata il 16
gennaio 1849 dai tre deputati istriani contro la sospensione del Giornale
di Trieste, organo del liberalismo triestino, e contro il quasi contemporaneo
divieto di diffusione dei giornali triestini oltre l'Isonzo (33).
L'arbitrio delle autorità governative triestine era evidente, giacché in
Trieste non vigeva allora lo stato d'assedio. Il Ministero peraltro trovò modo
di scagionarle affermando cbe la stampa triestina tendeva a suscitare
sommovimenti in Italia e che il Giornale di Trieste era dovuto
morire per... mancanza di abbonati.
Venuto finalmente a termine il famoso progetto di
costituzione (al quale, in sede di commissione, aveva collaborato anche il
Madonizza) e accortisi il Governo di Schwarzenberg e la Corte ch'esso mirava ad
introdurre in Austria un vero e proprio regime parlamentare democratico, fu
deciso, tanto più che l'Italia si poteva ormai considerare domata, le cose in
Ungheria procedevano di bene in meglio ed era mutato, in seguito alla
abdicazione di Ferdinando, anche il sovrano, fu deciso di mandar tutto
all'aria. Detto fatto.
La
Costituente venne sciolta ii 7 marzo in via definitiva, bruscamente rimandati
alle case loro i deputati, promulgata per manifesto imperiale la costituzione
detta di marzo (Märzverfassung); costituzione
che non ebbe poi mai, com' è risaputo, applicazione pratica.
La reazione aveva trionfato.
Dei tre superstiti deputati istriani il meno
avvilito dev'essere certamente rimasto, di fronte al nuovo irreparabile
sopruso, il Madonizza. Dìfatti, era lui che il 22 ottobre, in un'ora non meno
tragica, aveva scritto: «In mezzo a tutto questo io non ho chiuso l'animo alla
speranza, imperciocché penso che le violenze non hanno mai strozzato la
libertà.»
Nobilissime parole che tutto ci dicono il
lungimirante senno politico e l'indomabile fede patriottica dell'uomo, che più
tardi dovrà essere l'anima della gloriosa Dieta istriana del " Nessuno
" e che l'Austria per ben due volte caccerà in bando dal proprio
paese.(34) Esse servono pure a farci
comprendere come la morte della Costituente austriaca non segnasse
una fine, ma un cominciamento.
VIII.
Ecco quale a noi si presenta, narrata per sommi capi
e ristretta alle sue principali e più significative manifestazioni, l'opera
svolta alla Costituente austriaca del 1848-49 dalla esigua ma coraggiosa e
pugnace schiera dei deputati istriani.
Bisogna lealmente convenire che, dati i tempi che
allora correvano, gli umori che la circondavano e l'ambiente in cui le era
forza destreggiarsi, essa non poteva compiere meglio la propria missione ;
missione non facile e che doveva, a rigore di logica, consistere anzi tutto nel
dire alti ed espliciti il carattere storico e la volontà nazionale dell'Istria,
pur senza lasciare incautamente trasparire il desiderio di una radicale
emancipazione dall'Austria e abilmente mantenendosi entro gli stretti confini
della legalità e del costituzionalismo.
I principi da essa fermati, le vie da essa
battute, le armi da essa prescelte furono normative per la politica in
progresso di tempo adottata e quasi sempre seguita dal partito che resse le
sorti dell'Istria sino allo scoppio del supremo conflitto italo-austriaco.
Il Madonizza, il Fachinetti, il De Franceschi ed il
Vidulich, qualunque sieno le attitudini assunte posteriormente dai singoli e
nonostante il propendere d'uno di essi per metodi generosi ma impratici
(antagonismo di direttive politiche che dividerà poi sempre il campo nazionale
nella più recente storia istriana, ma non impedirà che essa abbia il suo fatale
svolgimento); il Madonizza, il Fachinetti, il De Franceschi ed il Vidulich sono
dei veri e propri antesignani e confessori dell' imprescrittibile diritto
nazionale dell'Istria.
Splendono in essi, e nel Madonizza particolarmente,
le migliori virtù della razza latina e gran parte di quel sano equilibrio, di
quel profondo intuito pratico, di quella acuta antiveggenza, che
contraddistinsero gli uomini di governo e i diplomatici della
Serenissima.
E quel loro non mover collo né piegar costa
nell'infuriare dei rivolgimenti viennesi, quel loro dignitoso e coerente
atteggiarsi nel multilingue parlamento austriaco, quel loro perorare così disinteressato
e temerario in favore dell'Italia e dei propri fratelli, mentre la nazione di
cui sono parte fatalmente soccombe nella prima prova delle armi, re
si ritira sotto il peso della sconfitta e il
sospetto del tradimento, Milano è riabbandonata alle feroci soldatesche
austriache, Venezia — ultimo asilo e ultima
speranza della rivoluzione italiana —
è stretta da un assedio senza scampo; quel loro nobile e imperturbato contenersi
ne' più critici giorni della nuova storia italiana, deve riempire di legittimo
orgoglio gl'istriani e far giustamente desiderare, a tutti che anche dei loro
nomi resti onorevole menzione nei fasti del nostro nazionale risorgimento.
GIOVANNI QUARANTOTTO
(1) Ferdìnando
Martini: Due
dell'Estrema: il Guerrazzi e il Brofferio Firenze, Le Monnier, 1920; pag. VIII
(2) Carte
Luciani; Civico Museo Correr dì Venezia.
(3) Taluno potrebbe chiedere: e
non sarebbe stato miglior espediente rivoluzionario e più esplicita
dimostrazione politica l'astensione completa dalla vita costituzionale
austriaca? La risposta è facile. La politica dell'astensionismo fu sempre,
nelle terre nostre, un'arme a doppio taglio, data la loro composizione
etnica e il pericolo, per noi, d'esser fatti passare dai nostri avversari per
slavi; pericolo chiaramente manifestatosi, come si vedrà in seguito, fino dal
'48. Consigliata più tardi ai nostri dai patriotti fuorusciti che avevano
avuto campo di osservarne la pratica efficacia in altre regioni italiane,
la politica dell'astensionismo ottenne i primi e migliori successi in Istria
nel '61 alla famosa Dieta del Nessuno ; ma fu in progresso di tempo dovuta
nuovamente abbandonare, benché ne fosse partigiano il capo stesso de! movimento
separatista, Carlo Combi, appunto perché non potesse cader dubbio
sull'italianità delle nostre terre, sempre più audacemente e assiduamente
insidiate dalle mene dello slavismo, ad arte sostenuto e diffuso dall'Austria.
(4) Di
quella parte cioè della penisola istriana su cui non si era mai esteso il
dominio Veneto e che per un gran pezzo fu comunemente detta anticoaustriaca.
(5)
Giambattista; nonno del compianto poeta e presidente della «Lega Nazionale».
Una coraggiosa interpellanza di lui sulla «pacificazione» dell'Italia si può
leggere in [Francesco] [Salata]: Il diritto d'Italia su Trieste e l’Istria;
Bocca, Torino, 1915; pp.
253-255.
(6) Cfr. Valeriano
Monti: Michele Fachinetti poeta e uomo politico; Pola, tip. Boccasini &
Co dei fratelli Niccolini, 1909.
(7) Brevissimi e insufficientissimi cenni
biografici del Madonizza furono stampati in
morte di lui dai vari giornali istriani e triestini; cenni
raccolti poi nell'opuscolo intitolato La morte di Antonio nob. de
Madonizza; Capodistria, Tondelli, 1870. Qualche notizia e più lettere di
lui inserì Giuseppe Caprin ne' suoi Tempi andati, Trieste, Caprin,
1891 ; passim e appendice.
(8) II miglior scritto sul De Franceschi è pur sempre l'ologio
funebre che ne tessè [Marco] [Tamaro] in L'Istria (Parenzo), a. XII, n.
579: 14 gennaio 1893. Del De Franceschi però esistono, come sarà detto più
oltre, e saranno pubblicati dal figlio Cantillo, degl'importantissimi ricordi
autobiografici.
(9) Per quanto tenuta in termini apologetici
e cerimoniosi, l'unica biografia del Vidulich che meriti ricordo è quella
pubblicata da [Marco] [Tamaro] in L'Istrìa (Parenzo), a. VIII, n. 372:
26 gennaio 1889.
(10) Vedila
integralmente riprodotta in Francesco Salata, o
p. cit, pp.224-225
(11) Lettera
del 13 luglio 1848.
(12) Lettera
del 16 luglio 1848.
(13) Lettera
del 17 luglio 1848.
(14) Cfr. Livio Marchetti: Il Trentino nel Risorgimento: Milano, Società Dante Aligheri di
Albrighi e Sagati & C.;1913; vol. I
(15) Lettera
del 21 luglio 1848.
(16) Idibem.
(17) Ibidem.
(18) Angelo Vivante : Irrendentisimo adriatico ; contributo alla discussione sui
rapporti austro-italiani; Firenze, Libreria della Voce, 1912; pg 28, nota 2
(19) Lettera
del 9 agosto 1848.
(20) Alcune parole di risposta anche all'anonimo autore dell'articolo:
«Triest 25. ]uly; Des Istrianers Natìonalitat», stampato nelt'Allgemeine
Oesterreichische Zeìtung, N. 138 e 139 («Osservatore Triestino» del 23 settembre
1848, appendice). Su la questione nazionale in Istria ritornava animosamente,
il 9 agosto, nelle colonne dello stesso giornale, il Fachinetti.
(21) Lettera del 9 agosto 1848.
(22) Lettera del 5 ottobre 1848.
s
(23) Lettera dell' 1 ottobre 1848.
(24) Lettera dell' 11 settembre
1848.
(25) Lettera del 24 ottobre 1848.
(26) Lettera del 26-27 luglio 1848.
(27) Non so
quanta fede si possa aggiustare alla romanzesca narrazione corsa intorno alla
partenza del Fachinetti da Vienna e riferita con riserva anche dal Monti (op.
cit., pag. 28).
(28)
Trieste, tip. Pagani,
1852; foglio volante. Lo scritto fu poi ristampato dal Madonizza stesso nel suo
Almanacco Istriano; Capodistria, Tondelli, 1864. Un'eco dei dissensi fra il
Madonizza e il Fachinetti è pure in una lettera di quest'ultimo a Giulio
Solitro, riprodotta in parte dal Monti, op.
cit., pag. 48.
(29)
Cfr. Francesco Salata,
op. cit., pg. 250.
(30) ìbidem.
(31) Nazionalità, in «Il Costituzionale»
(Trieste), a. H, n. 11 :13 gennaio 1849.
(32) A. I, n. 1: 28 gennaio 1849 (Trieste).
(33)
Vedine una testuale
riproduzione in Francesco Salata, op. cit., pp. 255-256.
(34)
Sulla Dieta del nessuno e
la sua grande importanza nella storia del separatismo istriano vedi Attilio Tamaro,