LA CHIESA,
L'INCONTENIBILE SESSUALITÀ
E L'AUTOTORTURA

(Raffaele Garofalo, prete, su Adista dell'8 febbraio 2003)


Sono rimasto sorpreso leggendo su Adista dello scorso 4 gennaio un argomentato commento al divieto ai gay di accedere al sacerdozio. Non il divieto vaticano mi ha sorpreso (dal Vaticano cosa ci si può aspettare?), ma la firma al commento.
Se un rettore di seminario tratta alla luce del sole un tema da sempre ipocritamente nascosto, vuoi dire che, volendo, e sottolineo volendo, anche dall'interno delle istituzioni è possibile forzare l'eterno muro del silenzio.
Condivido pienamente il ragionamento di don D'Aloia e mi permetto di aggiungere qualche mia considerazione.
Una società civile e matura non considera più tabù una tendenza omosessuale. Per i credenti, poi, si nasce e si diventa ciò che si è, anche per "volontà di Dio". Essere gay non è moralmente riprovevole, come non lo è provare attrazione per l'altro sesso: riprovevole è praticare violenza sulle persone, "chiunque" sia a commetterla. Abusare dei minori è un crimine mai sufficientemente deprecato, ma la nostra società non sembra indignarsi adeguatamente anche quando la violenza è subita dalle donne, spesso accusate di "provocazione"!
Il Vaticano è giustamente allarmato per lo scandalo dei preti statunitensi che hanno abusato dei bambini ma trascura di prendere in debita considerazione il rapporto dei vescovi d'Oceania che condannano i frequenti abusi praticati su ragazze da preti non gay, o la denuncia di violenze subite in Africa da suore ad opera di religiosi non omosessuali. L'educazione alla sessualità è legata alla maturazione psicologica e alla formazione della personalità dei "singoli" soggetti.
Da anni, teologi e psicologi cattolici auspicano nella Chiesa un ritorno alla prassi del celibato facoltativo, come avveniva nelle prime comunità cristiane. Paolo, infatti, rivendicava il diritto di portare con sé una "sorella", come facevano altri evangelizzatori, ma sottolineava che, personalmente, riteneva opportuno "non avvalersi" di tale possibilità (1Cor 9,5). A chi faceva fatica a seguire il "consiglio" evangelico del celibato raccomandava di "sposarsi anziché bruciare dal desiderio" (1Cor 7,9) ed esortava il vescovo ad essere "marito di una sola moglie" (1Tim 3, 2). Tutto ciò testimonia che, ai primordi della Chiesa, esercitare il ministero non significava tanto essere
celibi quanto "giusti davanti a Dio e davanti agli uomini". Si può essere sposati e dediti alla promozione umana dei propri simili, come essere celibi e schiavi della passione per il denaro, per il potere o accecati da nepotismo. Storiche compensazioni, queste, di un celibato vissuto male.
È auspicabile che la Chiesa, con serenità, ristabilisca, sul piano dottrinale, il giusto valore da attribuire al sesso, la sua collocazione nell'ambito di una morale cristiana autentica. Con Girolamo e Agostino la sessualità cominciava ad assumere una valenza essenzialmente peccaminosa: era "tollerata" solo ai fini della procreazione. Si dimenticava che, se tale pulsione era stata "voluta" da Dio, di certo non a corto di idee alternative, non Gli era sfuggita di mano! (Eva fu presentata ad Adamo come "un aiuto a lui corrispondente", Gen 2, 18).
Influenzati dal manicheismo e da una mancata rielaborazione delle loro "licenziose" esperienze giovanili, i Padri citati vedono la sessualità come male mortale da evitare anziché mutua testimonianza d'amore tra uomo e donna. Una deviazione che farà del sesso la prima, se non unica materia di esame nella confessione e il campo della sconfitta perenne per una Chiesa che sottopone i fedeli ad un "giogo insostenibile". È ricorrente tra i teologi la boutade che gli italiani sono in maggioranza cattolici all'anagrafe, in pochi dediti alla pratica religiosa, ma nella totalità "protestanti" in camera da letto. Per la morale cattolica, infatti, è lecita l'attività sessuale praticata "solo" da coniugi sposati in Chiesa e "quando" intendono procreare.
Anche i papaboys, entusiasti di nonno Wojtyla, sulla spianata di Tor Vergata si comportavano da protestanti facendo uso "indiscreto" di profilattici e accostandosi poi alla comunione, previo lavaggio automatico d'obbligo. Decine di confessionali erano approntati per dispensare la misericordia di Dio tramite fraticelli disposti alla massima comprensione. I riti, diversi, si ripetevano con puntualità ogni notte ed ogni mattina. Una mortificazione del sacramento della "conversione", una umiliazione per i penitenti combattuti tra la pulsione della vita, gli ormoni in tempesta e una Chiesa che, come lo struzzo, non affronta il problema con chiarezza.
Se i papaboys vogliono crescere (nella comunità ecclesiale), dovranno affrontare Wojtyla o chi dopo lui, contestando che non esiste una prova biblica a sostegno di una morale impossibile che favorisce l'ipocrisia di tutti.
Il matrimonio cristiano non può essere concepito, materialisticamente, come "fabbrica" di figli, né luogo di autotortura in nome di Cristo. "Ama e fa' quello che vuoi", diceva lo stesso Agostino. Se "ami" non puoi volere che il bene, intendeva dire. Questo dovrebbe insegnare la Chiesa piuttosto che indagare su ciò che fanno Adamo ed Eva negli anfratti del loro paradiso terrestre.
Un teologo tedesco affermava che affidare a dei religiosi celibi ogni decisione in materia di morale sessuale è come chiedere a dei non-vedenti di cogliere le sfumature dei colori di Monet.
I religiosi hanno cercato la loro soluzione nel celibato. Spetta ai laici credenti riappropriarsi del diritto di decidere in merito ai problemi di morale che riguardano loro in modo specifico e diretto. "Lo Spirito spira dove vuole" sta scritto.
Anche nei papa-boys. E i gay? Saranno figli di un altro dio...!


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      Ikthys