LE INTERVISTE STELLARI
de

IL TONNUTO

 

 

 

 

dal nostro numero 77  abbiamo preso l'abitudine di fare...

 1 0     d o m a n d e    a :

MASSIMILIANO LAROCCA

ANDREA PARODI

ALESSIO LEGA

DARIO CANOSSI de I LUF

STEFANO BAROTTI

MAX MANFREDI

LUIGI MAIERON

FEDERICO SIRIANNI

GIORGIO CONTE

DAVIDE FACCHINI

CLAUDIA PASTORINO

MAX LAZZARIN

D'ALTROCANTO

MASSIMO PRIVIERO 

GIULIA MILLANTA

MARTA J

SULUTUMANA

MARCO PYTHON FECCHIO

MAX DE BERNARDI

LELECOMPLICI

MALTRA B-FOLK

EUGENIO FINARDI

ALESSANDRO DUCOLI

LUCA MACIACCHINI

DIUGO TUSCANO

PATRIZIA LAQUIDARA

BUNGARO

PAOLO PIERETTO

PEPPE VOLTARELLI

ARTURIO FIESTA CIRCO

MARCELLO MURRU

GIANMARIA TESTA

* PREMI IL BOTTONE PER SALTARE ALL'INTERVISTA *

 

 

 

  MASSIMILIANO LAROCCA IL TONNUTO N° 77
1)QUAL’E’ TRA TUTTE QUELLE CHE HAI SCRITTO LA CANZONE A CUI SEI PIU’AFFEZIONATO?
Ogni buon autore risponde sempre che ogni canzone è come un proprio figlio, e anche io non posso che sottolineare questa tesi. Però ci sono alcune canzoni che mi porto dietro con molto piacere da anni, e "Il ritorno delle passioni" è senz'altro una di queste, una di quelle canzoni che non mi stanco mai di suonare.
2)QUAL’E’ LA CANZONE CHE, SCRITTA DA ALTRI, AVRESTI VOLUTO SCRIVERE TU?
Senza scomodare nomi illustri, devo dirti che al mio amico Andrea Parodi invidio molto "Gabriela e Chava Moreno", una bellissima storia ambientata sul border messicano......un capolavoro di scrittura.
3)QUAL’E’ STATO IL PRIMO CONCERTO A CUI HAI ASSISTITO?
Sarebbe imbarazzante dire il primo concerto serio a cui abbia assistito....diciamo che il primo concerto "serio" nell'età della "ragione" è stato Springsteen a Milano nel 1996.
4)QUAL’E’ STATO IL PRIMO DISCO (CD, VINILE O AUDIOCASSETTA) CHE HAI ACQUISTATO?
A parte i vinili di De Andrè e Dylan che mi sono ritrovato in casa.....un cd di una superband di rock-blues texano prodotti da Little Steven gli Arc Angels. Era il 1991, o giù di lì....            
5)QUAL’E’ L’ULTIMO DISCO CHE HAI ACQUISTATO?
Steve Earle "Washington square serenade". Bellissimo.
6)IL TUO LAVORO SULLE POESIE DI CAMPANA E’ SEMPLICEMENTE STUPENDO. PERCHE’HAI SCELTO PROPRIO CAMPANA?
Innanzitutto perchè è un poeta toscano come me. Poi perchè nella marea di poeti accademici che ci hanno insegnato a scuola, Campana è assolutamente fuori dal coro: visionario, vagabondo, irruento, passionale.La sua era una poesia che guardava ai francesi ma che al contempo era profondamente radicata nella nostra cultura e nel territorio toscano.Moderno e conservatore al tempo stesso. Sicuramente il poeta più musicale e sincero che abbiamo mai avuto.Non a caso fu emarginato dagli ambienti letterari all'epoca e solo di recente riscoperto in tutta la sua attualità e modernità. Speriamo che lo insegnino anche a scuola adesso!
7)LI’ A FIRENZE SEI DIRETTORE RESPONSABILE DI STAZIONE CANTAUTORI, UNA NUOVA VETRINA PER GIOVANI ARTISTI, POTRESTI TRACCIARE UN PRIMO BILANCIO DI MASSIMA DI QUESTI MESI DI LAVORO?
Direttore responsabile è un parolone.....beh, chiamo a raccolta un pò di musicisti nazionali ed internazionali per realizzare ciò che a Firenze manca da anni, ovvero un palco per la canzone d'autore e per chi vuole proporre il proprio materiale originale. E' un lungo lavoro culturale che oggi riguarda l'intero nostro paese, troppo ben abituato ai successi sanremesi e alle canzoni di facile consumo di massa. Non sono ottimista assolutamente, ma questa è una piccola battaglia culturale che va comunque combattuta. E va combattuta dal basso.
8)SIAMO TUTTI IN ATTESA DEL TUO NUOVO LAVORO “LA BREVE ESTATE”. E’ STATO PIU’ FACILE O PIU’ DIFFICILE LA SUA REALIZZAZIONE RISPETTO A QUELLA DEI LAVORI PRECEDENTI?
Più lunga e più difficile, non fosse altro perchè stavolta ho cercato di realizzare davvero un album di grande livello coinvolgendo i importanti nomi quali Riccardo Tesi, Maurizio Geri, Joel Guzman, Andrew Hardin , Carlo Muratori ed altri. Mi sono caricato di un pò di responsabilità con me stesso anche all'esterno. E' l'ora che musicisti come me Parodi, Barotti e molti altri realizzino album importanti per scuotere l'apatia mediatica italiana. Andrea e Stefano lo hanno già fatto, spero di farlo anche io con il prossimo disco.
9)HAI COLLABORATO A DIVERSI PROGETTI DI ALTRI CANTAUTORI (PARODI, CHIACCHIO). HAI IN PROGRAMMA ALTRE COLLABORAZIONI?
Sì, dovrei partecipare al primo disco di Paolo Pieretto in uscita nel 2008. Lui è un cantuautore pop-rock da seguire perchè ha rabbia ed esperienza per realizzare qualcosa di importante. Ti ricordo anche che ho partecipato ai dischi di Davide Giromini e Del Sangre....
10)IL SOGNO NEL CASSETTO??
Scrivere una nuova canzone questa sera stessa
SITO INTERNET:   www.massimilianolarocca.com
DISCOGRAFIA:
 MASSIMILIANO LAROCCA CANTA DINO CAMPANA (2001)
 IL RITORNO DELLE PASSIONI (2005)
 GLI AMORI DEI MARINAI (EP 2005)

   ANDREA PARODI IL TONNUTO N° 77

1)QUAL’E’ TRA TUTTE QUELLE CHE HAI SCRITTO LA CANZONE A CUI SEI PIU’ AFFEZIONATO??
 Si vuole bene alle canzoni che si scrivono in maniera diversa… forse se adesso te ne devo citare una mi verrebbe da dire i Rododendri della Sera che era sul mio primo disco e che era ispirata dalle lettere che mio nonno Andrea scriveva dalla Turchia a mia nonna Erina. Mio nonno era capocantiere a Diyarbakir e ha lavorato tantissimi anni alla costruzione di una diga sul fiume Eufrate. Mia nonna in quegli anni cresceva 5 figli da sola in Valtellina e mi piace pensare che oltre alle lettere ad un certo punto nel cielo compariva la luna e col calare del buio illuminava i rododendri mossi dal vento. Mi piace pensare che quella luna potessero guardarla nello stesso momenti e sentirsi per un attimo più vicini.
 
2)QUAL’E’ LA CANZONE CHE, SCRITTA DA ALTRI, AVRESTI VOLUTO SCRIVERE TU?
 Ce ne sono tantissime… quasi tutte le canzoni di Fabrizio De Andrè e anche una buona parte di quelle di De Gregori… e Rosa del Sud di Massimiliano Larocca. Immagino ti riferissi ai cantautori italiani…
3)QUAL’E’ STATO IL PRIMO CONCERTO A CUI HAI ASSISTITO?
Credo Paul McCartney… però ti voglio parlare di Jimmy LaFave… credo che sia il primo concerto che ho visto All’una&35circa di Cantù… tutta un’altra cosa dai concerti nei palazzetti e negli stadi… e poi intorno a Jimmy LaFave ci sono un sacco di aneddoti da raccontare, come la volta, qualche anno dopo, che gli aprii il concerto a Sesto a Calende… era la prima volta che suonavo in pubblico… e indovina chi era venuto da Firenze a vedere quel concerto?
4)QUAL’E’ STATO IL PRIMO DISCO (CD, VINILE O AUDIOCASSETTA) CHE HAI ACQUISTATO?
I cd non c’erano ancora… ho iniziato prestissimo ad acquistare cassette e vinili… avevo anche la fortuna di avere uno zio che ascoltava Dylan, Springsteen e De Andrè… però se devo proprio essere sincero a 7 anni acquistai alla fiera di Alzate una cassetta che si chiamava Twist ’82. Mi è sempre piaciuto il rock’n’roll…
5)QUAL’E’ L’ULTIMO DISCO CHE HAI ACQUISTATO? 
Il problema è che non ne compro mai uno alla volta… Dall’ultima visita da Carù mi sono portato a casa i nuovi di Lyle Lovett, Joe Henry, Mary Gauthier, Anders Osborne, un cofanetto spettacolare di Emmylou Harris e altra roba che adesso non ricordo…
6)IL TUO NUOVO LAVORO HA RICEVUTO LA BENEDIZIONE DI CARU’ DALLE PAGINE DEL BUSCADERO, SEI SODDISFATTO DI COME E’ STATO ACCOLTO IL DISCO?
Si finora sono molto soddisfatto… staremo a vedere… è un disco lungo, come ben sai di 16 canzoni, e spesso chi deve fare una recensione non ha il tempo di assimilarlo fino in fondo… ma è un rischio che ho voluto correre…
7) QUANDO PRESENTASTI “SOLDATI” A CANTU’ DICESTI DI AVER ALTRE CANZONI PRONTE. E’ GIA’ PREVENTIVABILE, QUINDI, UN NUOVO LAVORO IN TEMPI BREVI ?
Si questa volta non ci sarà da aspettare molto. Ci sono canzoni che in questi ultimi anni ho suonato regolarmente dal vivo come Gabriela Y Chava Moreno, Buon Anno fratello, E’ solo un fiore, I piani del Signore, Liberi… credo che il prossimo disco lo registrerò ad Austin… magari la prossima estate
8)HAI AVUTO MODO, IN QUESTI ANNI, DI ORGANIZZARE & PARTECIPARE A DIVERSI MEETING MUSICALI, OSSERVANDO, QUINDI, DA VICINO LA SCENA MUSICALE PIU’ O MENO LOCALE. C’E’ QUALCHE ARTISTA EMERGENTE CHE TI HA IMPRESSIONATO PIU’ DI ALTRI?
Il problema in Italia è che non mancano i musicisti bravi e promettenti… quello che manca è proprio la scena musicale… di nomi te ne posso fare diversi: Massimiliano Larocca, Stefano Barotti, i Del Sangre, Federico Sirianni, Alessio Lega, Paolo Pieretto… se poi la domanda è riferita anche agli artisti d’oltreoceano mi piacerebbe spendere una parola per Luke Doucet, che è davvero fenomenale e Sam Baker, un giovanotto che ha fatto il suo disco d’esordio a 52 anni e adesso è uscito con un secondo e meraviglioso disco.
9)HAI  IN  PROGRAMMA  COLLABORAZIONI MUSICALI CON ALTRI CANTAUTORI NEL BREVE PERIODO?
Le collaborazioni sono il sale di quello che sto facendo e l’unica strada da percorrere se si vuole realmente creare quella scena musicale in questo momento così frammentaria. Continueranno ad arrivare da Canada e USA grandissimi cantautori con cui avrò il piacere di viaggiare e dividere il palco. Su tutti con Joe Ely sta nascendo un rapporto professionale molto interessante…
10)IL SOGNO NEL CASSETTO??
Non smetto mai di sognare e tanti sogni si sono già realizzati in questi anni… Il sogno più autentico è quello di poter pensare che tra venti, trent’anni, continuerò a scrivere ancora canzoni con la stessa passione di oggi, non importa se arriverà o meno un briciolo di riconoscenza, vorrà dire che le motivazioni erano forti, che ne valeva la pena… Però Mauro se vuoi il cassetto lo apro e dentro ci vedo canzoni scritte a quattro mani con Francesco De Gregori, con Massimiliano Larocca, un disco metà in inglese metà in italiano registrato insieme a Lyle Lovett, John Prine, Greg Brown, Guy Clark, Joe Ely… è molto profondo questo cassetto, è pieno zeppo di sogni… o forse di progetti, che con fatica e amore cercherò di realizzare
DISCOGRAFIA
  LE PISCINE DI FECCHIO  (2001)
  SOLDATI  (2007)
SITO INTERNET: www.andreaparodi.com

 

dario canossi   de  “i luf”

IL TONNUTO N° 78

Intervista di FaZ .   Ciao  Dario, grazie per l’intervista che ci concedi.

1) Se ben mi ricordo il tuo primo concerto fu nel lontano 1978 da studente. Sei soddisfatto della strada intrapresa ?
Molto soddisfatto e divertito
2) So che insegni a scuola ed hai esperienze nel sociale.  Vedi attivismo tra i giovani per proseguire la buona musica anche domani ?
Sicuramente i giovani hanno voglia di suonare e di fare,  purtroppo la spinta ideale e le condizioni  adesso sono molto diverse . Da un lato internet con annessi e connessi, vedi myspace, you tube etc, danno possibilità enormi per avere visibilità; la tecnologia dell’home recording  da la possibilità di realizzare dischi con pochi soldi. Dall’altro le occasioni per fare musica dal vivo stanno scomparendo. I ragazzi possono far conoscere virtualmente i loro prodotti musicali al mondo ma non possono suonare da nessuna parte , questo uccide la musica e spegne l’entusiasmo.
3) Consigli ai ragazzi che vogliono intraprendere la tua carriera ?
Suonare suonare suonare, e poi ascoltare ascoltare ascoltare, essere curiosi ; evitare in tutti i modi i discografici, sono la morte della musica. Frequentare solo quelli che prima di parlare mettono sul piatto soldi veri, azioni promozionali vere. Se qualcuno vi chiede dei soldi salutatelo immediatamente , se vi propone un contratto in cui non vi garantisce nulla di concreto scappate. Le peggiori sanguisughe si annidano nella pseudo discografia; ricordate sempre che un musicista passa metà della vita a sognare di firmare un contratto e l’altra metà a pentirsi di averlo firmato.
4) Hai quasi 30 anni di esperienza nel mondo musicale. Si fa più fortuna con una buona canzone o con una buona raccomandazione ?
La seconda è quella giusta ma la prima è la più importante .
5) Se fossi sindaco cercherei di “tirare” sulle grosse spese comunali e con quel 5% risparmiato credo che riuscirei ad organizzare concerti, animazioni ed incontri culturali, insomma chiamamoli raduni sociali. Tu ?
Io sono quasi sindaco e ti dirò purtroppo non sono i soldi che mancano ma bensì le idee la capacità organizzativa dei giovani, la capacità di autogestrsi, i soldi si trovano sempre le idee non si possono comprare.
6) Sei un valido ed abile capogruppo, vuoi e riesci a radunare sempre un buon numero di musicisti ad ogni esibizione. Quanto ritieni importante il feeling di gruppo ? 
 Il branco è la forza del lupo; io senza i miei musicisti non sarei nulla. lo dico sempre a loro devo tutto, io scrivo delle cose loro le vestono , una bella donna vestita di stracci e sporca non l’apprezza nessuno, una bella canzone realizzata male non piacerà mai.
7) In pochi lo sanno ma a quanto pare la Davide van de sfroos Band l’hai creata (anche) tu nel 1999 radunando circa una decina di bravi musicisti che han fatto la fortuna di Davide. Ci vuoi dire qualcosa ?
E’ stato un momento bello e duro della mia vita a Davide devo molto con lui mi sono divertito e ho potuto realizzare parecchio, le strade poi si sono divise adesso a volte ci ritroviamo e questo è molto positivo . Nella mia vita da tutti ho imparato e a tutti ho “rubato” da lui sicuramente ho imparato molto spero di avergli anche dato molto. Continuo ad essere convinto che quella che avevo creato  per lui è stata la migliore band che abbia mai avuto e quel sound fosse il miglior vestito per le sue “poesie” che poi diventano canzoni. Ho avuto la fortuna di sentire delle anteprima del suo nuovo lavoro tenetevi pronti e non vi dico altro.
8) Si potrà mai organizzare una “Woodstock Brianzola” con i tanti gruppi locali ? Oltre a voi (I Luf), Davide v.d.s., Mercanti di Liquore, Semisuite, Finardi, Marco Castelli, Andrea Parodi Band, Arturo Fiesta Circo, Moranera, Lingalad, 7grani, etc..  (quest’anno a Mariano C.se si è fatto qualcosa di simile molto ben riuscito ed anche voi ogni anno partecipate al miglior raduno musicale,  organizzato da Don Marco)
Tutto si può fare se finalmente si smette di coltivare egoisticamente il proprio orto e si inizia a collaborare in maniera seria e costruttiva . Credo che manchi ai musicisti brianzoli la capacità di fare “sindacato” di mettere in rete le proprie conoscenze e le proprie abilità senza sempre cercare un tornaconto immediato.
9) Uno dei vostri punti di forza (de I Luf) mi pare il sincero piacere del suonare assieme. Dicci qualcosa del tuo gruppo.
Per noi ogni concerto è una festa , festa il prima il durante e il dopo, sono oramai sette anni che ululiamo assieme e ancora c’è lo stupore, l’ansia e la gioia del bambino . Alla fine di ogni concerto stiamo con la  nostra gente e questo ci da forza e carica per continuare. Il fatto di essere un collettivo aperto ci ha garantito da possibili defezioni , chi c’è suona e via senza troppe menate. Si sta bene perché l’obbiettivo non è la banconota ma la nota come dici tu, la preoccupazione dei Luf in questi anni non è mai stata quanto ci pagano ma solo quando mangiamo. Bisogni immediati e concreti che liberano la strada da molte incomprensioni.  Spero che il buon Dio conservi il branco a lungo al mio fianco.
10) Ultima… fatti una domanda a cui vuoi darci una risposta. 
 “ dove vanno le poppe d’inverno chissà dove vanno a finire” Risposta “ di sicuro non vanno all’inferno a primavera sono son pronte a fiorire” Ci vediamo in primavera.
Grazie di cuore per quello che fate per la musica.   Un abbraccio.     Dario e i LUF
Grazie davvero per la tua disponibilità e Sempre Luf, Luf x sempre!
Salutaci il branco ed arrivederci al prossimo concerto.    CIAO.

Sito:   www.iluf.net    oppure  www.myspace.com/iluf

 

 

  ALESSIO LEGA
  DAL PREMIO TENCO 2004… IN POI
IL TONNUTO N° 78

Intervista di Fabio Antonelli

Cominciamo dalla domanda forse più scontata, o forse no. Quali sono i tuoi progetti futuri, dopo aver vinto la Targa Tenco nel 2004 “Opera prima” con Resistenza e Amore, dopo aver ricoperto il ruolo di interprete della canzone francese in Sotto il pavé la spiaggia e aver registrato il live Zollette, dobbiamo magari aspettarci un disco con orchestra (forse troppo oneroso) oppure un disco sola voce e chitarra (forse troppo minimalista)?
I miei progetti sono tanti, ma ho anche imparato che bisogna averne tanti contemporanei perché se ne realizzi almeno uno. Il più immediato è un libro che raccoglie i miei articoli sui cantautori di varie nazioni, al quale sarà allegato un cd di versioni italiane delle canzoni degli autori di cui parlo.
   Per il resto, il progetto resta quello di una vita: scrivere e cantare delle canzoni utili a qualcosa.
Non ti chiedo ovviamente, vista la tua nota cultura maniacale sulla canzone d’autore francofona, le tue preferenze musicali, però ti chiedo se tale “abnegazione” non nasconda semmai una “negazione” della canzone d’autore di origine anglosassone. 
 
Ho un buon rapporto con la canzone francofona per il semplice fatto che conosco abbastanza bene la lingua francese da poterla cogliere in tutte le sue sfumature. Ma amo non di meno la canzone portoghese o quella catalana…e ho una genuflessa ammirazione per alcuni generi sudamericani (la milonga in particolar modo). Adoro anche il mondo musicale anglofono, e non mi sognerei nemmeno di considerare Brassens o Brel più cari di Bob Dylan, Randy Newman o John Lennon. Anzi mi pare del tutto esplicito che il mondo musicale che si trova nei miei dischi contragga un grande debito col Rock.
Quale è stato il tuo ultimo acquisto musicale e quale disco invece consiglieresti a chi sta leggendo questa intervista?
Durante un passaggio per un concerto a Dusseldorf mi sono appassionato a Reinhard Mey (così tanto per sfatare la mia mania francofona!), cantautore intenso, emotivo, impegnato, di grande consistenza letteraria e di richiamo fortemente popolare, e ne ho comprato i CD.  A chi legge quest’intervista non posso che stra-consigliare l’acquisto dei dischi dei miei fratelli di sangue in canzone Marco Ongaro, uno dei più geniali scrittori di cui la musica italiana si possa fregiare, e poi Isa, Max Manfredi, Lorenzo Riccardi.
Nella tua canzone
L’arte (manifesto programmatico) tu concludi con “…io canto per non ammazzare... e... attenzione... perché se non canto io sparo!”, quanto c’è di autobiografico in questo? 
Pochissimo: avendo fatto il servizio civile mi è negato per legge il diritto di possedere un’arma diversa dalla chitarra.

Sei spesso definito cantautore anarchico, ti senti più anarchico o più cantautore o forse i due aspetti coincidono?

 Mi sento anarchico come De André e cantautore come Bakunin
.
Con la tua compagna di vita, la cantautrice Isa, che a mio parere è una delle più brave cantautrici in circolazione e con la direzione musicale del maestro Marco Spiccio, anni fa avevi messo in cantiere un progetto che si chiamava Clan dei destini/avventure di carta e che sarebbe (uso il condizionale perché penso non abbia mai avuto un seguito) dovuto diventare un disco centrato sul tema dei migranti. Ci sarà mai nel futuro un lavoro a quattro mani, le tue e quelle di Isa?
 
Il disco cui ti riferisci è purtroppo rimasto nel limbo dei progetti irrealizzati cui accennavo più su. Nel frattempo io e Isa abbiamo collaborato molto spesso sul palco e anche sul disco Porta dei canti. Visto che sono state tutte esperienze felici non vedo perché non ripeterle.
Tu, purtroppo, non vivi di sola musica, ma lavori di giorno come impiegato contabile in una grande azienda, per poi di sera imbracciare la tua chitarra ed andare a suonare per centri sociali, università, locali, teatri. Si tratta di un caso di duplice personalità come per Dr. Jekyll e Mr. Hyde? Come concili le due cose?  
Con una certa rassegnazione al fatto di dormire molto poco.
Supponiamo che una sera ti chiami Pippo Baudo e ti proponga una partecipazione al festival di Sanremo, anche solo come ospite, cosa faresti? Gli attaccheresti il telefono in faccia pensando di essere su “candid camera” oppure prenderesti il primo mezzo per raggiungere direttamente il palco?
 
 Al Sanremo a cui tenevo di più ho già partecipato e vinto, e si chiama
Club Tenco. Quest’anno il mio disco Sotto il pavé la spiaggia è stato inserito fra i 5 finalisti della sua categoria (poi vinta dai miei grandi amici e compagni Tetes de bois, con l’epico Avanti pop, e colgo qui l’occasione per far loro i miei complimenti), quindi mi pare che proprio non possa lamentarmi…   Se anche quell’altro Sanremo mi garantisce di poter cantare senza alcuna censura una mia canzone, non ho nulla in contrario a onorarmi del suo invito e onorarlo della mia presenza.
In
Zollette (l’ultimo tuo disco) si trovano alcune canzoni inedite che sono traduzioni di artisti davvero sconosciuti ai più: da Renaud Sechan a Bulat Okudzava, da Alfredo Cohen ad Henri Tachan, si tratta del desiderio di portare alla luce gioielli altrimenti ignorati o la scelta di una originalità a tutti costi, con il rischio magari di essere elitari?
 
Mi fa ovviamente piacere cantare belle canzoni, anche se non le ho scritte io, e sono orgoglioso di farle conoscere agli amici che mi vengono a sentire.  Ma non ti nascondo una mia più generale ambizione: fornire una sorta di cosmogonia, di personalissima religione del canto. L’idea di costruire - coll’insieme dei miei dischi – un’opera totale in cui la citazione, il saggio, il medaglione, trovino il loro posto in un tutto assieme. Credo che un segno di maturità della canzone sarebbe quello di tentare di offrire come uno zibaldone della propria cultura, sfondando e superando l’asfittico e onanistico piano dell’autoreferenzialità o il miserabile inferno del minimalismo.   Quanto al “rischio elitario” ti rispondo rovesciando un vecchio tormentone pubblicitario che diceva “per molti ma non per tutti”… ecco vorrei che i miei dischi fossero “per tutti ma non per molti”.
Veniamo alla domanda tosta. Qualcuno ha avanzato nei confronti del tuo secondo disco
Sotto il pavé la spiaggia,  l’osservazione in senso negativo, che tu abbia lasciato troppo spazio alla creatività musicale dei Moka, al loro modo di arrangiare forse un po’ troppo barocco. Io non nego di essere tra coloro che ti preferisono in versione acustica, tu che ne pensi? 
 
Poni due problemi un po’ diversi… uno particolare per quanto riguarda il CD Sotto il pavé la spiaggia; che – lo ricordo – conteneva esclusivamente versioni italiane di canzoni farncesi dal dopoguerra a oggi. Ebbene, per quello credo ancora che fosse necessario tentare una strada pop, per non rischiare di cadere nel cliché della canzone francese tutta fisarmoniche e flon flon… la fisarmonica sta agli anni ’50 come le tastiere stanno agli anni ’80, le programmazioni ai ’90, ecc… dunque quelle canzoni erano pop alla loro origine e il nostro era un tentativo di tradurle - sul piano musicale - con un’interpretazione diversamente e ugualmente pop.   Su un piano più generale non nego affatto l’intenzione di muovermi, anche discograficamente, nell’ambito di orchestrazioni più vicine alle tue preferenze. Il CD allegato al libro, di cui ti dicevo nella prima risposta, sarà registrato in presa diretta solo con voce, chitarra e contrabbasso.

 Sito :    www.alessiolega.it 

 

  STEFANO BAROTTI IL TONNUTO N° 79

LA PRIMA VOLTA CHE TI ABBIAMO VISTO SUONARE DAL VIVO, A CANTU’ NEL LUGLIO 2004, CI LASCIASTI A BOCCA APERTA CON LA TUA CHITARRA A 12 CORDE E LA STUPENDA CANZONE “PIOVE” (TRATTA DAL TUO PRIMO ALBUM “UOMINI IN COSTRUZIONE”). A CHE ETA’ HAI INIZIATO A SUONARE LA CHITARRA E COME MAI PREDILIGI LA 12 CORDE??
Ho iniziato a 17 anni, mio padre aveva una vecchia chitarra classica in casa. E’ rimasta appesa per anni alla parete. Poi un giorno l’ho abbracciata e ho notato ricambiava. “Piove” è una canzone che adoro anche se spesso non la suono…. Mi fa sentire troppo nudo. Riguardo la 12 corde, è stata una scelta in relazione alla band. Ho preferito la 12 alla 6 corde per avere un suono di chitarra molto più avvolgente, che compensasse l’assenza di un quinto elemento alle tastiere. La 12 corde permette maggiori dinamiche.

“UOMINI IN COSTRUZIONE” E’ UN DISCO BELLISSIMO.  ORA PERO’ CON “GLI OSPITI” HAI COMPIUTO UN CAPOLAVORO DI CANTAUTORATO ALLO STATO PURO. SAI BENE CHE QUI AL “TONNUTO” IL TUO NUOVO DISCO E’ ORMAI DIVENTATO COME UNA SORTA DI “SACRO GRAAL”. QUINDI ABBIAMO AZZARDATO UN PARAGONE CALCISTICO: “GLI OSPITI” vs “UOMINI IN COSTRUZIONE” COME ITALIAGERMANIA 4-3 DEL MONDIALE ’70. PUO’ REGGERE IL PARAGONE?  
Troppo gentili… adoro il calcio, direi che il paragone ci sta tutto, anche se la distanza di quasi quattro anni tra i due dischi mi spinge spesso a pensare che siano molto diversi tra loro. “uomini in costruzione” gioca a uomo è un disco di terra. Mentre “gli ospiti” è sotto un segno d’acqua, è molto più calcio fantasia: palloni fluidi e gioco di prima. Ma entrambi hanno dalla loro gli anni 70’. Quindi, buona la vostra visione calcistica delle cose.
QUANTO DI AUTOBIOGRAFICO SI TROVA NEI TESTI DELLE CANZONI DE “GLI OSPITI”?
Beh … quasi tutto quello che scrivo è autobiografico. Negli Ospiti direi ogni verso. A parte nel brano “il profumo dei sogni” nel quale gran parte del testo è tratto da una poesia di Carmen Gargano. Ma ho pensato di lavorarci proprio perché sentivo mie quelle parole, mi ci sono rispecchiato molto.

ABBIAMO LETTO DIVERSE RECENSIONI DE “GLI OSPITI”: TUTTE QUANTE NE HANNO SOTTOLINEATO IL NOTEVOLE “SPESSORE”. SEI SODDISFATTO DI COME E’ STATO ACCOLTO IL DISCO?
Certo che si. Le critiche sono state ottime. Fa sempre piacere l’applauso degli addetti ai lavori.

NEI RINGRAZIAMENTI , IN CALCE AL LIBRETTO DEI TESTI, ABBIAMO TROVATO IL NOME DI NICK DRAKE (QUI AL TONNUTO “VENERIAMO” “PINK MOON” ORMAI
DA TEMPO). CI RACCONTI QUAL’E’ IL TUO RAPPORTO CON LA MUSICA DI QUESTO “RAGAZZO TRISTE”?
Pink Moon è uno dei più bei dischi mai stati realizzati. E lo cito nella nona traccia. “Ho una luna rosa nel piatto che gira e suona”, quando in un intervista ho detto di aver scoperto da poco Nick Drake e che mi piaceva molto. Ernesto De Pascale ha ribattuto dicendomi che per un musicista sono cose che cambiano la vita. Aveva ragione. Mi ha influenzato molto. Adoro il suo modo crepuscolare di fare musica. Ho cominciato ad utilizzare le sue accordature e ad assorbire il suo mondo melodico. Trovo che per qualunque musicista sia una vena d’oro.

TRA TUTTE QUANTE LE CANZONI CHE HAI SCRITTO, QUAL’E’ QUELLA A CUI SEI PIU’ AFFEZIONATO?
Risposta scontata … La mia preferita è sempre l’ultima che ho scritto. Ma scegliendone una per ogni disco direi …. “Compositore di canzoni” e “Gli ospiti”. Ma solo per un senso affettivo, e il ricordo di quando le ho scritte.

QUAL’E’ STATO IL PRIMO DISCO (CD, VINILE O AUDIOCASSETTA) CHE HAI ACQUISTATO?
Legend di Bob Marley. Amore a prima vista…

QUAL’E’ L’ULTIMO ALBUM CHE HAI ACQUISTATO?
The Last Waltz della Band. Non riuscivo più a trovarlo e l’ho comperato di nuovo.

PROGRAMMI PER IL FUTURO? VOGLIAMO SAPERE, INSOMMA, SE CI SONO BUONE POSSIBILITA’ DI AVERE UN NUOVO LAVORO IN TEMPI “RELATIVAMENTE” BREVI. (SIAMO “INSAZIABILI”, LO SAPPIAMO).
Per fortuna la mia penna funziona bene. Ho scritto e sto scrivendo nuove canzoni. Sto lavorando in studio ad alcune cose, ho nuove collaborazioni con musicisti, e non vorrei far passare altri tre/quattro anni prima del prossimo lavoro. Voglio cambiare un po’ direzione …. E nelle ultime tracce degli ospiti un po’ si intuisce … non saprei darmi un tempo ma sto lavorando. Male che vada vi mando dei provini chitarra e voce. Ok?

ULTIMO … MA NON ULTIMO … IL TUO SOGNO NEL CASSETTO? 
 Diciamo che ne ho più di uno … funziona come per le stelle cadenti o passare sotto i ponti con sopra treni in corsa? a  parte gli scherzi … vorrei che la musica mi permettesse di fare le scelte che intendo fare nella mia vita. E nell’angolo del cassetto c’è sempre il desiderio di una nuova canzone da vivere e scrivere.

Sito:  www.stefanobarotti.net

 MAX MANFREDI IL TONNUTO N° 79

Cominciamo subito con il toglierci, forse, il dente più dolente, mi riferisco al frequente accostarti alla figura di Fabrizio De André. Quale è stato il tuo rapporto con la sua figura, ti consideri forse il suo erede “spirituale” oppure no?
 Io sinceramente penso che in comune tra le vostre canzoni vi sia solo il fondale, il set sul quale hanno preso vita, ma che poi, ed è un gran pregio, come trovo anche scritto nella tua pagina di myspace tu assomigli solo a te stesso. Non ho né la modestia, né la presunzione di considerarmi l’erede spirituale di nessuno. Se qualcuno ravvisa inflessioni comuni nel mio stile e in quello di Fabrizio, padronissimo. Lui ed io ci siamo conosciuti appena, ed eravamo ben convinti delle nostre differenze. Capisco che, nella pletora di proposte che fioccano (o fioccherebbero, se non fossero fermate dallo scarso potere contrattuale) riguardo a “nuovi” o sconosciuti cantautori – credo che ormai siano, in Italia, qualche migliaio- l’ascoltatore o il critico si cautelino come possono, cercando e recensendo somiglianze, per non finire nel magma, nell’horror vacui. Sono stato paragonato a decine di artisti, in genere a sproposito. Con De André l’improvvisato critico ha il vantaggio di giocare in casa (tutti e due di Genova, sfumature vocali, ambienti comuni di provenienza, ostinazione nel cercare di dare qualche emozione attraverso la canzone…).
Se poi invece uno ci acchiappa, di poetica e di musica, non tarderà a trovare le differenze.

Ma questa può essere già, per così dire, la lezione numero due…Hai esordito al Tenco nel 1985, perciò limitandoci a questa data ufficiale, la tua carriera musicale ha avuto inizio ormai 22 anni fa ed ha visto la realizzazione di soli quattro dischi, di cui l’ultimo “Live in blu” un live, si tratta di pigrizia, di eccessivo perfezionismo o altro?
Sarebbe comodo darti ragione. Ecco qui il modello, riconoscibile, non dà fastidio e fa quasi simpatia: l’artista geniale e pigro, perfezionista, inaffidabile e diffidente…
Oscuriamolo subito. In realtà la tua domanda bisognerebbe girarla ai produttori. Io, a far dischi, sono sempre pronto (almeno finora). Certo, le canzoni non sono quotidiane deiezioni canine, hanno i loro tempi, vengono un po’ quandovogliono loro, vanno curate, le insegui, ti inseguono. Ma io ho sempre tanto materiale, presente, regresso o progettuale. Approfitto del fatto che le canzoni, quando hanno sostanza, non invecchiano. E faccio virtù di necessità, cercando di migliorarle nel tempo. Di situarle nel loro ecosistema (sto parlando di orchestrazioni, interpretazione… le canzoni, come gli esami, non finiscono mai).

Nella tua bacheca trovano spazio prestigiosi premi dal Tenco al Recanati, dal Lo Cascio al Lunezia, al MEI però, se al di fuori degli addetti ai lavori, si fa il tuo nome quasi nessuno ti conosce, è mai possibile che questa “Povera patria” come cantava Battiato non sappia riconoscere il tuo indiscusso talento?
Ti ho già in parte risposto. Però anche questa è una domanda “modello”, che non tiene conto della realtà delle cose, e demanda a istituzioni mitologiche (industria culturale, pubblico, mercato…) una sorta di “retto sentire” che dovrebbe essere preposto – chissà perché – a proteggere geni e talenti “a rischio”. Ma basta guardare la storia dell’arte per capire che i meccanismi non sono questi… Senza pubblicità non esiste prodotto (lo ammette qualsiasi candido orecchiante di marketing) , senza promozione l’arte rimane per pochi, e non perché sia difficile, attenzione; ma perché pochi hanno occasione e modo di fruirne. La promozione costa denaro ed investimento. Non è quindi colpa del pubblico, se non mi conosce; se non mi conosce, almeno, sul piano più ampio dei “media”. Se dai un’occhiata in rete, e tu lo sai benissimo, c’è un fiume di informazioni e notizie su Max Manfredi.
Alcune vere, altre false. Ma per instillare la curiosità nel pubblico, non basta un oscuro passaparola: ci vuole la pubblicità, la promozione. O almeno una serie di circostanze pubbliche esponenzialmente significative. Non è come trent’anni fa, che appena qualcuno veniva prodotto, lo si ascoltava in radio, lo si vedeva persino in televisione… e, soprattutto, aveva una riga di concerti organizzati.
Nella tua pagina di Myspace ti definisci “Intagliatore di musica e di parole”, definizione che mi dà un’idea di artigianato, di un artigianato della canzone, che quindi si distingue nettamente dall’idea di un’industria discografica (che forse anche per questo ti ha fino ad ora ignorato o quasi), sbaglio forse? L’industria discografica italiana, le poche volte che mi ha quasi ciecamente sfiorato, ha ritenuto più utile fare altre scelte. E’ un mercato-colabrodo, che si difende come può, come la bambolina della vecchia canzone di Michel Polnareff. Ma, anche qui, non bisognerebbe fare della mitologia.
Non c’è un rapporto a due fra l’artista e l’industria, non prima che abbia firmato un contratto.
Mi piace parlare di artigianato perché sta ad indicare un’attività continua, precisa, innamorata, consapevole e competente. L’artigianato è il necessario laboratorio (fisico ed interiore) del fatto d’arte. L’artigianato consente di “andare in scena”. In questo delicato rapporto tra parole e musica, quale aspetto ritieni essere più importante?
Nella peggiore delle ipotesi è meglio un buon testo con una brutta melodia, oppure una splendida musica ma con un testo banale? Entrambe sono da buttare. La scommessa, l’azzardo, la magia, stanno invece proprio nell’ equilibrio fra le parole cantate e la musica. E fra queste e l’esecuzione, l’interpretazione.
Non si accatastano, si bruciano insieme. E’ meglio un minestrone con la pasta scotta o con la verdura rancida, o col parmigiano ammuffito? Non c’è meglio, è un’alchimia fallita.  Non conosco una canzone con un bel testo e una brutta musica, o viceversa. Ameno, non mi viene in mente. Magari posso trovare banale la musica che accompagna un buon testo. Ma deve funzionare sempre (magari per altre orecchie). Possono esserci musiche molto semplici e testi molto articolati: il che non significa che questi siano belli o quelle siano brutta. E se, come in certi Lied orchestrali (penso ad esempio al compositore Gustav Mahler) la trasfigurazione musicale ingoia e sublima il testo precedente, ciò non significa che questo sia brutto. E, se anche lo fosse stato, ora non lo è più. E’ diventato bello “per attrito”. Nell’arte non puoi fare il conto della serva, tenendo separati gli ingredienti.
L’arte è dopo, quando la cuoca (magari la serva stessa di prima ) li mette insieme nel paiolo o nella casseruola… sul fuoco! A proposito di programmi futuri, so che non ami sbilanciarti, però questo nuovo disco si sta facendo, si farà o … e conterrà mai quella “Luna persa”, canzone assolutamente unica nel panorama della musica leggera? “Luna persa” è una canzone molto lunga che ho scritto più di vent’anni fa. Fino ad ora non ha precedenti, che io sappia, anche se la si può assimilare a certi interminabili brani di cantastorie (ma con una ricchezza musicale molto diversa) oppure, al contrario, a certe “suite” del pop progressive (ma con altre atmosfere e un impatto lirico molto più forte). Che dire? Molti, che l’ascoltano, se ne innamorano immediatamente. Altri – pochi, per fortuna – rimangono sulla difensiva, perplessi o refrattari. Penso di metterla nel mio prossimo disco, se il produttore è d’accordo. Sennò ne licenzio una versione in rete… Penso che anche tu ascolti musica di altri, quale è stato il tuo ultimo acquisto musicale e quale disco invece consiglieresti a chi sta leggendo questa intervista?
Se non mi conosce ancora, gli consiglio di procurarsi immediatamente un mio cd, sennò non si capisce di chi e cosa stiamo parlando. Se poi si parla di musica che mi piace, non basterebbero dieci cartelle… Non acquisto cd da una vita, né li scarico. Però vado su YouTube a vedere frammenti di filmati, anche di grandi poeti della canzone; e lì si scopre come una canzone non sia fatta solo di testo e musica: ma anche dello sguardo e dei movimenti di chi la canta, dalle luci che l’illuminano, dai suoni degli strumenti che sceglie e di cui dispone.
Io ho avuto la fortuna di vederti alle prese con testi di Leopardi, di Gozzano ed anche tuoi, in una serata di reading ed ancora oggi al solo pensiero, rabbrividisco per l’intensità delle emozioni da te donatemi, l’attività teatrale però è solo un hobby o una delle tante modalità espressive oltre a quella musicale e letteraria (sei autore del romanzo “Trita Provincia”)?
L’attività teatrale è una possibilità. Leggere le poesie degli altri, un dono ed un piacere. Ma vedi che stai riprendendo, in un inconsapevole telefono senza fili, quel che dicevo nella risposta precedente?
Altro che scelta fra musica e testo. La canzone è un tutt’uno, un organismo vivente, un azzardo continuo.
Vive dell’interpretazione, come e più della poesia che citavi prima (quella, in fondo, riposa su se stessa, inquieta e disponibile alla performance dell’attore di turno). Ecco, per me è importante considerare e desiderare la canzone – ma anche il teatro, e l’arte tutta – come, continuamente, uno spazio di possibilità d’azione lirica.
Il regno delle fate è stata da subito una canzone magnetica, con una musicalità che dal primo ascolto ti si annida nel cuore per non lasciarti più, sembra una semplice melodia fatta per lasciar totalmente lo spazio ad un testo che si muove in maniera più complessa su due piani, uno reale che potremmo cogliere anche noi se solo ci soffermassimo a guardaci intorno ed uno immaginifico quasi surreale di grande potenza visiva, io la ergerei a simbolo della tua piena maturità creativa. Che ne pensi?
Perché no? Vedo che piace a grandi e piccini, non scherzo. Mi sembra un miracolo, ma forse è un sortilegio.
Tu ami giocare con le parole e le assonanze, personalmente trovo magiche espressioni ”alamari di calamari e polsini di conchiglia”, “Sudore, salsedine, martello, incudine, torpore, torpedine, fatica, abitudine” tanto da renderti inconfondibile, ma quanto “lavoro di lima” c’è dietro questo lavoro di scrittura?
Le assonanze, le allitterazioni, i giochi di parole, vengono da soli. Il lavoro di lima è dietro a tutto il resto del testo.

 

 LUIGI MAIERON IL TONNUTO N° 80

Innanzi tutto una precisazione. Nel numero di dicembre de “Il Tonnuto” recensendo UNE PRIMAVERE ho scritto che si trattava del secondo disco della sua discografia. In realtà è il terzo. Prima di SI VIF (2002) uscì infatti ANIME FEMINE che acquistai on-line da un negozio lì in provincia di Udine. Di che anno esatto è ANIME FEMINE e come giudica ora, a distanza di anni, quel disco ? Anime Femine è stato registrato nel 1996 – 1997, ma è poi uscito solo nell’autunno 1998. E’ un disco che mi piace ancora molto, alcune canzoni sono sempre in repertorio.  Certo ci sono un paio di cose che oggi rifarei in modo diverso. Rivedrei  la scelta del cantato che rifarei diversamente, non con toni così alti ad esempio. Tale scelta aveva lo scopo di dare al Cd un’impostazione “tagliente”,   ma ascoltando oggi la mia voce non  la sento del tutto ‘mia’. Stesso discorso per l’uso degli strumenti che oggi ridurrei. Ma queste sono considerazioni  che credo quasi tutti facciano nel parlare di registrazioni di molto tempo prima.                 
Scrittore, poeta, musicista e cantante. Luigi Maieron ha molte anime e, come un alchimista le sa dosare alla perfezione in ogni sua opera. Qual è il segreto?
Credo molto all’importanza che ogni forma d’arte può portare nel nostro “circolo vitale”. L’arte sottolinea aspetti che molte volte si tendono a trascurare, in tempi moderni così carichi di tensione, e di competitività. Credo nell’importanza di un’espressione artistica che non dimentichi i temi esistenziali, i valori dell’insieme, della solidarietà, i temi che dovrebbero sempre essere considerati nei rapporti.  Nel trattare tutto questo si corre il rischio di dar vita a filosofie eteree, qualunquiste, senza sostanza e di perdere quindi una possibilità. Valuto con attenzione le cose da dire, ricercando un nucleo, una sintesi, abbracciare la sottrazione per dire solo le cose essenziali. Pubblico pochissimo perché pubblico solo ciò di cui credo di esser riuscito ad aggiungervi qualcosa, quando cioè, l’esperienza ha maturato un tratto in aggiunta. Parole e riflessioni che sono servite prima di tutto a me, quale chiarimento ai tanti dubbi, ai tanti conti che non tornavano, con la speranza che qualcosa di questo possa servire ed arrivare anche ad altri.  
          L’uso del dialetto carnico  per narrare le sue storie e le sue poesie immagino sia dettato dal fatto che queste canzoni nascano così nella sua mente. E’ senza dubbio una scelta d’amore e legami con le tradizioni e la sua terra. E’ una scelta dettata solo dal cuore o vi è dell’altro ? Anche  Davide Van De Sfroos a Como o il brianzolo  Magni, come lei, raccontano storie di vita quotidiana in dialetto : pensa che questa scelta che vi accomuna di narrare le vostre storie nella “vostra” lingua possa precludere, in qualche modo,  l’ascolto di questi lavori ad una platea più ampia ?
La lingua friulana come molti dialetti è una lingua pratica, che dice le cose così come stanno senza giri di parole o concetti astrusi. Utilizzarla per esprimere temi esistenziali può diventare una vera risorsa perché ti obbliga ad essere chiaro, lineare, preciso, perché la lingua di provenienza dialettale o il dialetto stesso rifiuta ogni astrattismo, ogni figura poco chiara, vaga o imprecisa. Certo il suo utilizzo restringe il numero dei possibili ascoltatori, ma debbo dire che la forza di lavori come “Si vif” e “Une primavere” deriva anche da questo uso della lingua, dalla forza che il concetto può assumere quando la parola sottostà alla legge del vissuto che il dialetto pretende. 
Sto comunque lavorando su alcuni testi in lingua italiana portando tutta l’esperienza acquisita nello scrivere in Friulano. Voglio raccontare situazioni con la volontà di aprire il percorso di scrittura ad un mondo diverso seppur comunque confinante. Davide Van De Sfroos è riuscito nell’impresa di arrivare ad un pubblico molto ampio pur cantando in dialetto; ma Davide è un grande autore, ed un solido uomo di spettacolo. La sua scrittura ha oltrepassato il limite del dialetto perché lui è riuscito ad esaltarlo, gli ha dato dignità perché lo ha trattato con realismo e non in  modo folcloristico le sue canzoni sono frutto di un vissuto e di una sensibilità particolare e lo si sente. Questo è l’unico ‘segreto’.
Il vero problema, l’impoverimento, è che troppe espressioni ‘minoritarie’ o distanti dagli standard proposti, sono sostenute da pochi appassionati e non certo dall’industria e il più delle volte non hanno possibilità di arrivare alle orecchie di molte persone pur potenziali ascoltatori. In molti casi ci arrivi per caso, o grazie al passa parola.

           La canzone che titola il suo precedente lavoro SI VIF è, a mio parere, una delle più belle canzoni che siano mai state scritte. E’ così stupenda e così sorprendente, piena com’è di rivelazioni sull’essenza del trascorrere dei giorni. Ha qualche aneddoto da raccontarci legato alla sua “genesi”?
 Si vîf è stato l’ultimo brano scritto del cd. In questo lavoro mi piaceva raccontare i passaggi a cui siamo obbligati nel tentativo di spogliarci delle tante cose inutili che per distrazione, obbligo o tributo ai tempi moderni ci mettiamo o ci facciamo mettere addosso.
Dopo tre anni di scrittura tutto era come lo avevo sperato, ma mancava qualcosa. Non riuscivo ad inserire nel modo sperato, un concetto che consideravo centrale e che era riassunto nella frase: “no si cres avonde mai cence bogns ricuarts, si vîf distes ma a coste un pouc di plui” (non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi, si vive comunque ma costa un poco di piu’). L’origine di buoni ricordi non solo relativi a rapporti d’infanzia, ma a tutti i periodi di un’esistenza. La necessità quindi di “messa a fuoco” continua per non perdere il senso del reale per poi lasciarsi andare ad inutili rimpianti.
Poi un giorno in risposta ad una persona che mi chiedeva come stavo gli risposi:”Si Vîf “, e immediatamente capì che avevo trovato il modo di sviluppare la canzone che cercavo e che chiudeva il cerchio e concludeva il CD: Dovevo descrivere i tanti passaggi per costruire una sola vita; i buoni ricordi quale principio da considerare per noi e per gli altri.

           A Bormio in provincia di Sondrio c’è un piccolo negozio di dischi, il “COTTON CLUB”; lì nel finire del mese di aprile 2002 il signor Flavio (all’epoca il gestore del negozio) mi consigliò il disco di un cantautore friulano. Era SI VIF. Ora i negozi di musica sono letteralmente in via di estinzione e, con loro, viene a mancare un anello fondamentale che permette ai fruitori di musica di poter “accedere” a opere come il suo UNE PRIMAVERE. Cosa pensa della distribuzione e della gestione della musica oggi ?
Purtroppo la chiusura di questi negozi comporta una grave perdita, soprattutto a prodotti “minoritari” (non nel senso di minori) come questo. “Si vîf” ad esempio è diventato un piccolo caso anche grazie ai piccoli negozianti che lo consigliavano ad un pubblico alla ricerca di prodotti che andassero in direzione “ostinata e contraria”. Ho ricevuto tante segnalazioni in questo senso. Il  passa parola è un’attività meritoria al servizio di situazioni nascoste, cela qualcosa di rurale, di vero, di commovente, esprime  la volonta’ del singolo di sostenere ciò che non ha numero, non ha possibilità di riuscita per un mercato dove i prodotti superficiali la fanno da padrone e sovrastano il resto. Pensa che molte persone si sono rifiutate persino di duplicare il cd nonostante non si riuscisse piu’ a reperirlo ed hanno preferito aspettare che tornasse in circolazione.
Per la grossa distribuzione quello che stiamo raccontando in questa intervista è solo aria fritta, è il nulla, senza un numero di vendite e senza un profitto concreto restano solo parole inutili. Questo vale anche per chi si occupa di produzione, non c’è volontà di investire sui contenuti e solo circostanze fortunate e una passione smisurata possono portare a qualche risultato positivo in questa direzione. Certo è un impoverimento, la cancellazione di un mondo artigiano-rurale che invece ha una sua precisa anima e significativi contenuti. Ringrazia comunque per me Flavio del ‘Cotton Club’.

          UNE PRIMAVERE è prodotto da Michele Gazich che già aveva prodotto (insieme con Bubola) il precedente disco. Il sodalizio, alla luce dei risultati, è perfetto. Cosa ci può dire a riguardo?
Con Michele c’è una forte sintonia. E’ un musicista esperto con una profonda conoscenza del mondo cantautorale, siamo animati dalla stessa voglia di comunicare e ci appassionano gli stessi temi; ed è molto bravo ad arricchire d’ambiente ogni canzone, ogni stato d’animo. Il nostro è uno di quei sodalizi destinati a durare, e poi siamo anche legati da un sentimento di amicizia. Ricordo con gratitudine  Massimo Bubola che ha prodotto un disco come ‘Si vîf’  e che mi ha permesso di esordire nonostante la non giovanissima età (ma qualcuno dice che la giovinezza è una meta che si raggiunge solo dopo una certa età). Massimo ha avuto una speciale sensibilità e un giorno spero torneremo a lavorare assieme.  
           Tra le dieci canzoni contenute in  UNE PRIMAVERE c’è UNE MARI stupenda elegia della figura materna: com’è nata questa canzone ?
Quando c’è la necessità, quando c’è bisogno di assistenza, spesso c’è una donna che si occupa di chi è in difficoltà. Alla donna è dato nella maggior parte dei casi il sostegno di chi soffre. E’ lei che accudisce, cura, opera. E’ una forma d’amore silenziosa e presente, ancora piu’ evidente in tempi di eccesso di individualismo come quelli che stiamo vivendo. Se poi è un figlio che ha bisogno di lei, allora tutto assume dimensioni straordinarie. La madre quindi quale figura portatrice di una forma d’amore tra le piu’ alte.
           Scrittori, poeti e cantautori: ci potrebbe indicare i suoi preferiti o, meglio, quelli che più ama o ha amato ?
Mi appassionano i libri con tematiche esistenziali.  Ho amato molti scrittori. Ti elenco quelli che sto leggendo in questo ultimo periodo. Hermann Hesse o Tohmas Mann, o uno scrittore della mia regione, Carlo Sgorlon. In questi giorni sono alle prese con i libri del mitico Mauro Corona. Assieme stiamo portando in giro lo spettacolo: “Due uomini di parola”. Le sue descrizioni, certe vicende umane di gente di montagna  mi commuovono e mi appassionano. E’ un uomo antico che sprigiona una giovinezza speciale. E’ una persona molto sensibile e acuta. Imparo molto anche da lui.   
Per la musica faccio 4 nomi ma ce ne sono molti altri Tom Waits,  Nick Drake, Johnny Cash e Bruce Springsteen.
      Quali programmi avete per promuovere l’uscita di UNE PRIMAVERE ?
E’ nostra intenzione portare il progetto “Une primavere” un po’ dappertutto, compatibilmente con le possibilità, ma dove ci chiameranno noi cercheremo d’esserci. L’importante è trovare persone che ci credono a questo progetto.
           E per concludere le chiediamo se ha già qualche programma per il futuro,   qualche progetto già in cantiere?
E’ ancora presto, sto comunque prendendo appunti e annotando riflessioni su alcuni temi che mi stanno particolarmente a cuore. Ma preferisco aspettare ancora prima di parlarne, posso solo dire che sicuramente ci saranno piu’ brani in lingua italiana.

        Sito :     www.maieron.it

 

 FEDERICO SIRIANNI IL TONNUTO N° 81

Se mi permetti di condensare la tua carriera artistica in due righe, potrei dire che hai all’attivo due lavori discografici “Onde Clandestine” del 2002 e “Dal basso dei cieli”
del 2006 e due premi importanti come il Recanati (2004) e il Bindi (2006), ma com’è che tra il primo e secondo disco hai cambiato totalmente formazione musicale (se
escludiamo la partecipazione in entrambi i dischi di Edmondo Romano ai fiati) e non sei più stato invitato al Tenco dal lontano 1993? Colpa del tuo carattere?
Parto dai dischi. Una dei pochi vantaggi di “fare” il cantautore è quello di non dover seguire per forza un genere musicale ma di utilizzare, a seconda delle storie che si raccontano, un’atmosfera sonora differente. Inoltre realizzare un disco uguale al primo non m’interessava. Non dico che l’esperienza “balcanica” sia esaurita, però ci sono tanti altri mondi musicali che mi piacciono come, ad esempio, quello di un’america di frontiera che si muove nelle vaste terre fra Louisiana, Texas, bassa California e Messico oppure l’Irlanda, quella raccontata da Shane mcGowan. E nel prossimo disco credo che mi muoverò ancora, geograficamente parlando. Per quel che riguarda il Tenco, non saprei cosa dirti, “Dal basso dei cieli” da quando è uscito ha raccolto
decine di recensioni entusiaste e non è stato neanche considerato nelle nomination per i dischi dell’anno. Il carattere? E chi l’ha detto che ho un brutto carattere?

Leggo dal tuo sito ufficiale della tua rocambolesca nascita ai bordi  di un taxi, è tutto vero? Perché in fondo sembra un po’ il preludio al tuo sentirti “avventuriero con un bagaglio di storie e affanni in ogni terra piede straniero” come canti in “Il viaggio continua” presente nel tuo primo disco.
Pare leggenda ma è tutto vero. Testimoniato da un vecchio articolo di un quotidiano ligure che racconta l’avvenimento. Quando si dice che uno ha il destino segnato…
Sei nato a Genova, ma ad un certo punto hai deciso di migrare a Torino, è perché ti stava stretta “Genova città di cantautori” e città di “lenzuola al vento” come canta Max Manfredi e perché in fondo Genova è “La capitale della cultura con la cultura del capitale” e “che rese folle Dino Campana” come canti tu in “Liberaci dal mare”?
Guarda, “Liberaci dal mare”, ch’è scritta insieme a un grande scrittore genovese che forse conosci, Giampiero Orselli, è in realtà una canzone d’affetto dolente per questa città. Da cui, peraltro sono riuscito a fuggire grazie a un amore distante, che abitava sul fiume. E’ un luogo difficile, è una città cristallizzata in un bozzolo, carica di talenti che disprezza e tenta di dissuadere in tutti i modi. Per fortuna alcuni, come Max, resistono. Poi ci torno volentieri, è bellissima e ha angoli e personaggi assolutamente unici.
Leggo invece nelle note di ringraziamento di entrambi i dischi, riferimenti a vino, cocktail, vodka, insomma siamo di fronte a contenuti “fortemente alcolici”, quanto c’è di autobiografico in “Dal basso dei cieli” quando dici “Il mio nome è Avvoltoio e bevo whisky e bevo ancora appena sveglio al pomeriggio fino ai miei incontri con l’aurora”?
L’avvoltoio non sono io. È un vecchio amico scomparso l’estate scorsa dopo una vita avventurosa fra droga, alcol, galera e musica jazz. Si chiamava Peppo Parolini, era una sorta di marziano e soprattutto era un grande affabulatore. All’età di 70 anni era attorniato da giovani ragazzine in estasi che ascoltavano le sue storie, vere, inventate, poco importa. E’ che sapeva raccontarle. Non aveva quasi mai viaggiato, ma era in grado di descriverti un luogo dall’altra parte del mondo meglio di un autoctono. Per il resto anch’io non disdegno i liquori che, come avrai potuto notare, emergono abbastanza spesso nei miei racconti.
Non conosco così tante donne per far si che il dato sia supportato da basi statistiche pienamente attendibili, ma posso dirti per certo che sei uno dei cantautori più amati dal mondo femminile e penso sia un gran pregio, come ti spieghi questo aspetto? Secondo me è dovuto alla tua grande sensibilità, però dimmi tu…
Oddio, non ero a conoscenza di questo aspetto. Forse è per il mio ormai famoso brutto carattere… In effetti avere un buon pubblico femminile ai concerti aiuta perché, quando si sparge la voce, anche il pubblico maschile aumenta. Ovviamente non per venire ad ascoltare le tue canzoni… In ogni caso non saprei dirti il motivo. Credo di avere un certo ascendente su tipi precisi di donne, soprattutto assistenti sociali, psicologhe e sadomasochiste croniche.
In entrambi i dischi hai dedicato una canzone (a dire il vero due in “Onde Clandestine”) alle donne vittime della prostituzione, che differenza c’è tra “Vesna” e “Camionale” o in fondo nulla è cambiato e mai cambierà?
Ho vissuto in quartieri dove la presenza di una prostituta sotto casa era più normale di una portinaia. In “Vesna” ho voluto raccontare il viaggio di una giovane fanciulla che dall’est arriva in una grande città del nord Italia e si trova suo malgrado in una situazione scomoda e dura. Ma è anche una canzone d’amore disperato, e quel piccolo uomo che s’innamora di lei forse sta ancora peggio, perché ha negli occhi l’ineluttabilità di quel disastro sentimentale, è una specie di “Via del Campo” del ventunesimo secolo. La “Camionale” di cui parlo invece si trova a Genova, vicino al porto. Ed è costellata di bidoni col fuoco acceso, uno a un metro dall’altro. In questo caso ho voluto raccontare uno spaccato di vita verissima, di vissuto crudo, dieci minuti che si reiterano tutta la notte e tutte le notti. Tra l’altro questa canzone è stata scelta come colonna sonora del Convegno Internazionale sulla tratta delle schiave “Luna e i falò”.
Nei tuoi dischi però c’è posto anche per l’amore cantato in maniera superlativa, mi riferisco alle magnifiche “Neve” e “Tempo” presenti in “Onde Clandestine” e alle altrettanto splendide “Quando l’amore viene” e “Estranei” presenti in “Dal basso dei cieli”, canzoni da lacerarsi il cuore, ma canzoni di un amore comunque possibile, anche se magari destinato a finire come in “Estranei”.
Si, e citerei anche “La rosa rossa”. Ma io sono molto romantico, mi piacciono le persone innamorate, mi piace il battito cardiaco che aumenta e il fiato che diventa corto nell’attimo della passione, possibile o impossibile, reale o immaginata. Mi piace scrivere storie d’amore.
Altro capitolo importante nelle tue canzoni è costituito dal mondo degli emarginati, dagli extracomunitari di “Porta Palazzo” alle prostitute di
“Ultima fermata Biscione”, dai rom di “Al campo Rom” ai barboni di “Melodia per occhi stanchi” tra l’altro colti entrambi in un momento
natalizio e forse non a caso, pensi che la musica possa contribuire in tal senso a migliorare l’uomo?
Non lo so. Il Natale è uno dei periodi che amo di più, ho scritto davvero tante canzoni ambientate a Natale (tra l’altro con Max Manfredi, che anche lui ne ha scritte parecchie, si pensava di realizzare un cd a quattro mani interamente dedicato al Natale). Sarà qualcosa che mi porto dietro da bambino, però le luminarie appese, la neve che cade nel silenzio della sera, le campane, l’odore dell’incenso che scivola dalle chiese strabordanti, i bambini in attesa spasmodica, tutto questo riesce sempre a incantarmi. E siccome non c’è nulla di più attraente che la contraddizione, quale periodo migliore per raccontare storie di emarginazione, uomini e donne borderline, che la festa riescono solo a vederla fuori dai vetri illuminati delle case? E poi, come ti dicevo prima, io ho vissuto nel centro storico di Genova prima che fosse invaso dalle orde barbariche di architetti ed avvocati, ho vissuto a Sofia nei quartieri periferici e ho dormito nei campi rom di Plovdiv e di Roma, a Torino ho abitato per diverso tempo proprio a Porta Palazzo. Insomma
non ho fatto altro che scrivere quel che ho visto.
Musicalmente nei tuoi due lavori hai attinto da varie tradizioni, più balcanico-orientali nel primo disco, più tex-mex nel secondo, senza però a mio avviso uno stacco netto tra i due stili, dove ti porterà ora il vento? Quali sono i progetti futuri?
Come ti dicevo prima il mio viaggio musicale non è assolutamente terminato. Ormai ascolto pochissima musica di artisti che più o meno conosco, mi lascio invece trasportare grazie alle radio web in tutti i posti del mondo, da Singapore a Oaxaca, da Baghdad a Helsinki, da Yalta a Bogotà. Ascolto musica che non so di chi sia e, come diceva il poeta, “il naufragar…” eccetera eccetera. Il nuovo disco ha già quasi tutte le canzoni pronte, qualcuna la suono già nei concerti, sarà sicuramente un lavoro piuttosto vario. Di più non posso, anzi non ti so dire.
Vorrei ti congedassi con un tuo consiglio per gli acquisti, un disco da non perdere, io intanto consiglio chi ci legge di correre ad acquistare una delle ultime copie di “Onde clandestine” ancora disponibili su www.fortalamo.it, prima che vadano terminate perché i buoni dischi, come il buon vino, invecchiando migliorano.
Tu pensa che io non ho un originale di “Onde clandestine”, anzi se qualcuno ne avesse due copie, una gliela compro volentieri. Il gioco del disco da non perdere mi mette in ansia perché ce ne sono così tanti che sono passati dal vecchio giradischi, al cd e al pc che non saprei quale scegliere. Se vuoi ti dico tre canzoni che, nelle occasioni in cui mi cimento come dj non mancano quasi mai nella mia playlist (il che però non vuol dire che siano le mie preferite in assoluto, magari lo sono in questo momento): “Railroad man” degli Eels, “Don’t think twice” di Bob Dylan, “Fairytale in New York” dei Pogues. Che ne dici?

 

 

 GIORGIO CONTE IL TONNUTO N° 82

    Intervista di Fabio Antonelli
Caro Giorgio l’arma più affilata in tuo possesso è senza dubbio la grande ironia e allora cercherò, non so se ci riuscirò, a condurre l’intervista sotto questa luce, partendo con una domanda esistenziale del tipo da dove vieni, chi sei ora e dove tendi, insomma lascio a te la libertà di presentarti brevemente.
Già ragazzo di provincia, studente al Classico, destinato alla carriera notarile per tradizione di famiglia. Ribelle al punto di iscrivermi alla facoltà di Medicina (avrei voluto raggiungere il dott. Albert Scweitzer nel cuore dell'Africa Nera a curare i lebbrosi). Il fatto è che dopo il primo sezionamento di cadavere mi accorsi che per fare il medico bisognava avere uno stomaco forte e io non ne ero dotato... Scendo a patti col genitore. Passo a Giurisprudenza, ma non riuscirò a superare il concorso notarile. Esercito la professione di avvocato e coltivo la mia passione, quella di confezionar canzoni. Sbarco a Milano e ottengo per me e mio fratello un contratto con il Clan Celentano, ecc. ecc. Primi successi. Continuo a dividermi tra spartiti e comparse conclusionali finché i primi prendono il sopravvento.
Non volevo neppure affrontare il fatto, anagraficamente innegabile, che tu sia il fratello minore di Paolo Conte, lo faccio allora immaginando un parallelo stile Iene: nomi Paolo e Giorgio, studi diritto entrambi, inizio carriera autore di canzoni entrambi, ma allora …. nome a parte, siete identici?
Mi limito ad una battuta: la differenza tra Paolo e me sta nel fatto che quando intervistano lui, non gli chiedono mai niente di me!
Torniamo ancora al tema dell’ironia, di cui le tue canzoni sono pregne, solo pensando al tuo ultimo splendido lavoro in studio “Il Contastorie” (bello già dal titolo) mi viene in mente “Cannelloni” magnifico quadretto di una cena a due tra un lui “che mangia come un elefante” e nel farlo guarda lei eternamente a dieta e pensa ”triste la tua dieta al ristorante”?
L’ironia è forse un modo per addolcire l’amarezza derivante da tutto ciò che ci circonda? Ironia: sdrammatizzare sempre, far buon viso a cattivo gioco, sempre! Occhio che il nemico ci ascolta...
Mentre sto scrivendo queste domande sto riascoltando “Tenere-amente”, quel gioiellino di canzone che tratta con garbo e sfruttando sin dal titolo il gioco di parole “teneramente” e “tenere a mente”, il tema della frattura del rapporto uomo-donna, del definitivo addio a suggello di un amore finito, ma il protagonista non riesce più a tenere a mente quello che doveva dire alla sua donna. Il tema dell’abbandono torna spesso nelle tue canzoni, è creatività artistica o soprattutto  esperienza personale?
Mi piacciono le cosiddette "tristi storie di uomini abbandonati dalle donne". Qualcuno si è chiesto perchè non scrivo tristi storie di donne abbandonate. Risposta: gli uomini mi fanno più tenerezza, sono più fragili, più vulnerabili... le donne invece sono delle leonesse, se la caveranno sempre, anche da sole. Più "scientifiche" più "autonome".
Sempre in merito al rapporto uomo-donna hai secondo me espresso bene quel che potrebbe definirsi il Conte-pensiero, nella canzone “Rocco”, dedicata al porno-attore Rocco Siffredi in cui dici “Sesso, solo sesso fine a se stesso sono un po' perplesso, mi sento depresso...” e che si sposa a meraviglia, con la dolcezza di “Fuori ci sono i lupi”, con la tenerissima conclusione “E stiamo così bene, che ci dimentichiamo di fare l’amore… e già ci addormentiamo”. Il tema dell’amore uomo-donna è ancora di “moda”?
Rapporto uomo-donna nella canzone: non se ne può quasi più delle cosiddette canzoni d'amore. Ne sono convinto e non è solo un fatto anagrafico, perchè anche mio figlio Tom grande interprete di Django Reinhardt è assolutamente d'accordo con me e lui non ha che 24 anni!
L’utilizzo sovente della lingua francese per le tue canzoni,   più dettato da una tua precisa scelta stilistica o dalla destinazione abbastanza massiccia dei tuoi concerti ai cugini d’oltralpe o comunque ad altre aree europee in cui è prevalente la lingua francese (Belgio, Svizzera francese, ecc.)? Il francese? è lingua musicale , bella se cantata e odiosa se parlata! Ho potuto constatare di persona, che tu ami introdurre i tuoi brani nei concerti con aneddoti, gustosi racconti, sempre condotti sul filo dell’ironia e devo darti atto di essere un grande e piacevolissimo intrattenitore a tratti esilarante, cosa che fa forse un po’ a botte con molti dei personaggi delle canzoni, uomini soli, magari appena abbandonati, con l’intenzione di mollare un rapporto, delusi dalla situazione sentimentale che stanno vivendo, tutte situazioni tassativamente non autobiografiche ne devo dedurre… Sul tema "abbandoni", niente di personale. Mi preparo... dovesse mai capitarmi qualcosa del genere, patirei un po' meno, già saprei... Altro argomento ricorrente nelle tue canzoni trovo sia quello del cibo, un rapporto d’amore, quasi che le tue canzoni debbano essere gustate con tutti i cinque sensi, dal gusto “Senti come è buono, l’assaggi sì? Oppure no?” in “Ice cream shop” fino all’olfatto “Senti che profumo che ha l’erba di San Pietro, quanti bei ricordi che si trascina dietro” in “L’erba di San Pietro” e trovo che ciò sia stupendo, in questo mondo attuale in cui il cibo viene quasi demonizzato. Cibo? Sono un mangione, sempre alle prese con l'eterno problema, mai risolto, di riuscire a dimagrire anche solo di 50 grammi. E' un argomento che conosco bene, un "dramma" costante! Io ho una predilezione per i tuoi testi, oltre che apprezzare la musicalità delle tue canzoni, e trovo un altro leit-motiv: la danza, il ballo, visti come mezzo di comunicazione, di interscambio personale, come potente veicolo d’amore “Noi balliamo con leluci blu Noi ci baciamo con le luci blu” in “L’elettricista”, anche se a volte con minor successo “Le donne, le donne ballano le donne tra di loro ballano, di noi poveri uomini le donne se ne fregano e se la ridono” in “Il veglione del ‘99” o anche, con meno romanticismo, come mezzo di sussistenza in “Rock’n’ roll & cha cha cha”. Tu dove ti collochi, dentro o fuori pista? In pista o fuori pista ? Direi che all'occorrenza è doveroso e al tempo stesso eccitante, b ttarsi nella mischia. Però quanto è più affascinante una "discesa fuori pista" in solitario,au dessù de la melèe! Vorrei ricordare a chi ci legge, che sei oltre che scrittore di canzoni, anche autore di poesie come per il libretto allegato al  “Contestorie” o di racconti come la recente raccolta “Sfogliar verze”, insomma sei un artista a tutto tondo, in una globalità di linguaggi, sempre espressi con garbo, ironia e sublime finezza, quindi per concludere e tanto per fare un po’di spot pubblicitario, ci dici qual è il tuo prossimo progetto? Prossimo progetto: un recital su Guido Gozzano. Gli parlerò confessandogli di avere ta nte cose in comune e che avrei voluto essergli coetaneo. Gli farò ascoltare alcune mie canzoni e poesie sue musicate da me. Ti saluto caramente con l'augurio che nella nostra vita ci sia sempre un "elettricista" pronto ad inondarci di "luci blu", indispensabili per favorire gli amorosi slanci!

Sito ufficiale: www.geocities.com/giorgioconte/

MySpace: www.myspace.com/giorgioconte

 

 

 DAVIDE FACCHINI IL TONNUTO N° 82

  Davide, dopo lo stupendo JULEY ecco SPAGHETTI ALLA CHITARRA nuovo disco inciso con Raf Montrasio. Un disco sopraffino e molto vario. Una rivisitazione per sola chitarra delle grandi canzoni italiane (da “Lontano Lontano” di Tenco a “Nel blu dipinto di blu” di Modugno per citarne due): immagino tu sia stato molto felice di aver portato a termine questo disco con la collaborazione di uno dei tuoi “idoli” come Montrasio. Cosa ci puoi raccontare di questo nuovo lavoro?
Conosco Raf da quando ho iniziato a suonare (circa venticinque anni fa), suonava nel suo negozio di strumenti musicali quegli “strani accordi jazz” che non capivo ma  mi affascinavano… andavo a casa e cercavo di copiare quello che faceva! Negli ultimi anni siamo diventati molto amici e “Spaghetti alla chitarra” nasce proprio grazie a questa grande amicizia e stima reciproca. Raf ha iniziato a suonare nel modo in cui senti sul CD quando ha concluso la sua carriera di musicista. Suonando da solo ha cercato di riadattare decine di canzoni per chitarra registrandole per se stesso a casa, oppure come ninne nanne per i suoi nipotini. Molte volte, nell’arco degli ultimi anni, ho proposto a Raf di riunire questi suoi arrangiamenti in un CD a suo nome ma senza mai riuscire a convincerlo. Finché la sua risposta finale a questa mia idea è stata, un giorno: “Lo faccio solo se lo registriamo insieme!”… ed eccone finalmente il risultato!
Questo omaggio alla canzone italiana vuole essere l’espressione del punto di vista di due diverse generazioni che si confrontano, ‘giocando’ con la chitarra, con queste intramontabili melodie. Per me è un vero un onore suonare con una leggenda della chitarra italiana, quale è Raf Montrasio. E’ un musicista d’immensa e squisita musicalità e penso che Renato Carosone l’abbia voluto nel suo sestetto anche per questo, ma questa è un’altra - incredibile e bellissima - storia. Hai condiviso il palco con chitarristi di primissimo piano (ne cito due Beppe Gambetta e Tommy Emmanuel ma la lista è lunga…). Senza far torto a nessuno di loro chi è quello che dal punto di vista puramente tecnico ti ha maggiormente impressionato e/o colpito? Ho visto per la prima volta dal vivo Tommy Emmanuel al Festival di Soave nel 1999 ed è stato come se un treno mi fosse passato sopra. Capivo tutto quello che faceva ma … come lo faceva?!
Non suonavo ancora l’acustica e tanto meno fingerstyle e quella serata ha dato una grande svolta alla mia vita musicale. Non avrei mai pensato di poter salire sul palco con lui, invece un anno dopo è successo e da quel momento sono successe davvero tante bellissime cose che ho condiviso sempre insieme ad Anita Camarella. Non è la tecnica che m’impressiona in un musicista ma la musicalità. La musicalità è una conquista difficile per un musicista perché racchiude tutta la sua vita musicale e non, la sua personalità, il suo gusto e le sue conoscenze musicali e ognuno, a modo suo, racconta la sua storia musicale attraverso il suo strumento. La tecnica, intesa solo come capacità fisica sullo strumento, è importantissima ma non solo di quel tipo di tecnica si deve ‘nutrire’ un musicista…
Insieme con la tua compagna Anita Camarella hai intrapreso un viaggio musicale attraverso le grandi canzoni dello swing italiano degli anni ’30 & ’40. Un progetto ambizioso ma, indubbiamente, rischioso. Come ti sembra sia stato accolto questo vostro viaggio a ritroso nel tempo alla riscoperta di quei “motivetti” di anni passati? Avete altri progetti per il futuro? 
Anita è stata una grande maestra per me e sono davvero orgoglioso di poter suonare con lei!L’idea di “Quei motivetti che ci piaccion tanto” è nata quando, nel 2001, siamo stati invitatia New York per partecipare ad un Festival Chitarristico “Guitars For Life”. In quell’ambitoeravamo gli unici musicisti non americani ed abbiamo pensato, per l’occasione, di arrangiare appositamente brani ‘tipicamente italiani’ da presentare al pubblico americano. Nella ricerca che abbiamo intrapreso siamo risaliti via via sempre più verso le “origini”della canzone italiana e quando ci siamo imbattuti nello Swing Italiano non lo abbiamo più abbandonato: è stato davvero “amore a prima vista”! Per il Festival di New York abbiamo preparato 3 o 4 brani e il pubblico ne è rimasto affascinato.
Questa, per noi, è stata un ulteriore conferma della bellezza di questi brani e, una volta tornati in Italia, abbiamo intrapreso una ricerca approfondita durata circa un anno (anche se in realtà noi continuiamo ancor oggi a ricercare e ad approfondire questo “argomento” che a noi interessa e piace così tanto!) e che è infine culminata in una registrazione che abbiamo intitolato, appunto, “Quei motivetti che ci piaccion tanto” (rifacendoci, ovviante, al famoso brano “Quel motivetto che ci piace tanto”).
Per il futuro abbiamo in cantiere un paio di CD molto diversi fra loro. Uno sarà dedicato interamente a nostre composizioni: conterrà brani suonati in duo voce e chitarra, ma anche brani puramente strumentali e per voce sola. Questi ultimi sono un piccolo cammeo del nostro duo che riesce a proporre anche esecuzioni dal vivo di questo particolare genere di brani “a cappella” eseguiti con l’ausilio di una Loop-Station. Mi piacerebbe inoltre utilizzare più chitarre, elettriche ed acustiche, Dobro, Selmer Maccaferri. L’altro CD in lavorazione sarà, invece, una sorta di “percorso storico” alla scoperta della musica italiana che partirà dallo Swing Italiano fino ad approdare a brani che hanno segnato l’ascolto degli italiani in quest’ultimo secolo come “Nel blu dipinto di blu” ed altre ancora.
Ci indichi i tuoi dischi preferiti? Di ogni tempo, di ogni genere… diciamo di sempre!
Domanda di riserva?!? ;-) …E’ davvero difficile per me rispondere perché ascolto e mi piace di tutto: potrei andare avanti per giorni a raccontare il ‘perché’ e il ‘per come’ di tutto ciò che mi affascina, che scopro o riscopro e che continuo ad ascoltare. Forse i dischi ai quali sono più legato sono i primi vinili che ho fatto girare sul mio vecchio piatto quando 12 o 13 anni. Vinili originali inglesi che mio papà avrà acquistato chissà dove e che, sono sicuro, non ha mai neanche ascoltato… Beatles, Roy Orbinson, Dean Martin, The Supremes, Paul Anka… con loro ho cominciato il mio percorso di ascoltatore divoratore!! L’acustica l’ho scoperta con James Taylor e Joni Mitchell, poi è arrivato il blues e tutto il rock possibile…
sono un grande appassionato di jazz… negli ultimi anni ho approfondito l’ascolto della musica etnica della quale Anita è una grande conoscitrice… e l’elenco dei dischi (mi piace usare ancora questa parola dimenticata) potrebbe essere lunghissimo! Ascoltare musica è un’esperienza unica e mi piaceavere una visino a 360° su ciò che esiste, senza pregiudizi di sorta, imparando da tutto e apprezzandone le differenze!  Domanda spinosa. I tuoi dischi sono auto-prodotti, sono il frutto di un lavoro molto professionale e meticoloso, pensi che un giorno riuscirai a trovare qualche etichetta interessata a questo tipo di progetti e che li possa produrre e distribuire in maniera massiccia?
Sinceramente non l’abbiamo mai cercata. Vedremo cosa ci riserverà il futuro… I nostri CD sono già in tutto in tutto il mondo (anche a Cabiate!) e internet ci ha regalato una grande
visibilità. Non abbiamo certamente venduto milioni di CD ma sapere che qualcuno in Giappone o in Australia ascolta il frutto del nostro lavoro ci fa davvero molto piacere!
La cosa a cui teniamo di più è riuscire a continuare a vivere di musica e soprattutto che il lavoro del musicista in Italia venga rivalutato e considerato un lavoro al pari degli altri.
Siti Internet:   www.myspace.com/davidefacchini  www.anitadavideduo.com

 

 CLAUDIA PASTORINO IL TONNUTO N° 83

  Intervista di Fabio Antonelli

Tendenzialmente inizio le mie interviste con una domanda provocatoria, giusto per rompere il ghiaccio, ti chiedo quindi quanto il tuo essere una bella donna ti sia stato di aiuto o di ostacolo (dimmi tu), nel farti strada nel mondo della “canzone d’autore”, concedimi questo abusato termine. 
Ho spesso avuto l'impressione che mi abbia penalizzata togliendomi credibilità. Nella tua attività musicale sei stata alternativamente cantautrice o interprete ed io personalmente non so ancora, dopo tanti ascolti, se ti preferisco nell’uno o nell’altro ruolo, forse perché eccelli in entrambi, grazie ad una vocalità stupefacente.
In quale veste ti senti più a tuo agio?
Ho amato e amo molti programmi musicali tra loro differenti: alcuni cantautori, poesie di Borges musicate da Piazzolla, poesie di Auden musicate da Britten... Oggi amo molto ascoltare e anche cantare il Fado... Del mio repertorio cantautorale porto con me una decina di canzoni. Mi piace proporle incastonandole tra le canzoni d'altri, alternandomi dunque nei due ruoli...
Nella tua pagina di Myspace ( www.myspace.com/claudiapastorino ) ho visto una tua performance, di  parecchi anni fa, ad una trasmissione di Red Ronnie e mi è venuta in mente una critica palese, fatta dal bluesman Fabio Treves durante un live di molti anni fa, nei confronti dello stesso Ronnie, perché non lo aveva mai degnato di un invito in televisione. Il mondo della televisione quanto può essere importante per la diffusione della musica, soprattutto di musica come la tua?
Stimo molto Red Ronnie (che ho avuto l'occasione d'incontrare pochi attimi soltanto allora, nell'occasione della presentazione de I Gatti di Baudelaire) per il suo impegno in difesa degli animali e in favore della alimentazione vegetariana, impegno che come dice lui stesso gli è costato in termini lavorativi. Credo che la televisione purtroppo possa tantissimo per ciò che riguarda la divulgazione della musica e mi pare che non svolga questo compito con libertà o, talvolta, che non lo svolga affatto... Io non sono stata invitata mai dalle televisioni, tranne giusto in quella occasione. Ma non me ne lamento, in realtà non ci ho neppure mai pensato.
E’ ora di passare alle tue canzoni e partirei da “Canzone per mio padre”, un gioiellino che ti ha fatto vincere nel 1994 il Premio Musicultura Città di Recanati, davanti ad una giuria composta da artisti del calibro di De André, Gaber, Battiato e Branduardi, in cui canti “Andammo insieme in giorni desolati così vicini eppure mai incontrati”, quindi un rammarico per il non detto, il non compreso, un preludio al “non-assolutismo” del Jainismo? 
 Una canzone desolata, amara, come mi è capitato spesso di essere, ma senza tragedia... anzi, con questo spiraglio nel finale, come anche in Trentanni e in altre canzoni... Preludio, forse, di quel Distacco jainista di cui sono stata miracolata in tempi recenti...
Molte tue canzoni ruotano intorno al tema della spiritualità, da “Fammi anima” a “Un disegno più grande” a “Forse realtà”, un continuo interrogarsi sul proprio ruolo nell’universo, sul rapporto con gli altri esseri viventi, il tutto vissuto in una chiave molto personale scevra da ogni dipendenza da strutture, gerarchie. In “Forse realtà” canti “Rivedo i miei vecchi amici capisco che abitano altri universi: ricordi del tempo passato son gli unici possibili discorsi ... se sorridono sembran felici”, quanto ti senti incompresa o estranea a questo mondo d’oggi?
 Mi ritrovo da sempre nei versi di "Bernardo Soares": "Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono.Ignorato umanamente, con decenza e naturalezza." Da bambina e da ragazzina non parlavo... Fino ai 20/21 anni sono stata afflitta da una timidezza paralizzante che, sempre con Pessoa, "terrorizzava tutti i miei gesti, togliendo a tutte le mie frasi la linfa della semplicità, dell'emozione diretta". Ho coltivato una vita piena di interessi, di poesia, di musica, di tensioni, di scrittura, ma interiore e silenziosa.Scrivevo di nascosto, con una vergogna tremenda, già dagli 11 anni... non lo sapeva nessuno, chiusa in camera... mia mamma credeva studiassi...mi si è deformato il dito medio a furia di scrivere... Solo a 22 anni ho trovato il "coraggio" di tentare di comunicare e ciò è avvenuto proprio attraverso le canzoni... La mia esperienza è veramente paradigmatica della forza della musicoterapia; la scrittura e il canto nella mia vita hanno rappresentato l'inizio della comunicazione. Ma dal mio percepire il mondo in silenzio, al mio successivo percepirlo comunicandoci direttamente, non è cambiato questo sentirmi una roccia in mezzo a un fiume incapace di andare insieme alla corrente. Un'extranea, per citare Lolli, travestita da normale, in un mondo di normali che forse talvolta amano indossare divise da alternativi.
 La canzone che secondo me più ti rappresenta e, forse non a caso, il cui testo è presente integralmente su MySpace è “Trent’anni”, qui per ovvi motivi di spazio mi limito a citare solo i tuoi versi “Io l’unica cosa che ho imparato fin qua è che la sola vera trasgressione è la fedeltà”, sei pietra di scandalo come suggerisce la foto di te in croce o come si diceva prima, o semplicemente fuori da ogni moda?
Credo di essere fuori moda per mia propria natura. Secondo un "addetto ai lavori", un "esperto", sono sempre stata o troppo in anticipo o troppo in ritardo, quindi anche fuori tempo, oltre che fuori moda... Lo svantaggio, in questo, è che non si vendono i dischi, per lo meno da viva…Il grande vantaggio è questo senso di assoluta libertà che ho sperimentato ogni volta che ho preso in mano la penna.
Un’altra canzone-manifesto che mi ha letteralmente scosso, il cui testo è invece riportato nel libretto del tuo ultimo disco-raccolta “Live and let live” del 2006, è “Meat is murder” (La carne è assassinio), so che dall’età di 17 anni sei vegetariana convinta, cosa ti senti di aggiungere?
Passo la vita a domandarmi ogni giorno, ancora, sempre, come sia possibile che i miei dissimili simili non prendano le distanze da questa eterna Treblinka, da questa terrificante catena di smontaggio quotidiana, che fa nascere nella sofferenza, alleva nella sofferenza, trasporta nella sofferenza, e infine uccide, creature giovani, sane, e che vorrebbero vivere. Linda McCartney diceva che se i mattatoi avessero le pareti di vetro, tutti sarebbero vegetariani. Moby, Morrissey, Paul McCartney, Nina Hagen, così come anche Battiato, Juri Camisasca, e Tiziano Terzani, hanno sparso e spargono semi preziosi in favore del Vegetarismo. Il Vegetarismo ha motivazioni non solo etiche, ma anche ecologiche, economiche, legate al dramma della fame nel mondo, motivazioni che non dovrebbero più essere ignorate. Insisto: non dovrebbero più essere ignorate, soprattutto dai giovani, e dalle persone che si considerano impegnate! Ne parla ampiamente Rifkin, uno dei massimi economisti mondiali contemporanei, nel suo saggio illuminante "Ecocidio". Ma, dal punto di vista reale, credo non cambierà mai nulla nel trattamento che gli umani infliggono da sempre agli animali.
Tornando al dubbio amletico tra Claudia cantautrice o interprete, devo rivelarti di essere rimasto profondamente colpito dalle tue capacità interpretative, il tuo passare dal disco omaggio a De André fino alla tua partecipazione nel disco “Soldati” del mio conterraneo Parodi. Hai mai pensato invece ad una eventuale collaborazione artistica in tal veste con un altro grandissimo genovese come Max Manfredi o il veronese Marco Ongaro?
Sì, approfitto per lanciare un pubblico appello da qui al mio illustre concittadino Max: "Max, quando mi scrivi un pezzo da cantare in Duo con te?" Lui lo sa che sono una sua fan da sempre.
Ho finora volutamente tralasciato la tua esperienza di scrittrice,anche perché i tuoi libri sono tutti incentrati sul Jainismo, antica dottrina orientale della non violenza universale, che ha rimodellato il tuo stile di vita, vorrei fossi tu a parlarne seppur brevemente?
Ho passato dieci anni a documentarmi sui gruppi di mistici cristiani medievali estirpati radicalmente dalla chiesa cattolica, e poi altri dieci anni a studiare il Jainismo... Era una urgenza che suppongo derivasse da una sete, un bisogno reale di condivisione interiore di un sentire per me così potente come quello del rispetto per la vita a partire dai gesti quotidiani. Un sentire così dissonante rispetto al pensiero e ai comportamenti comuni, che mi ha fatto sperimentare diversità e isolamento... Sono nata con questa inspiegabile e non indotta simpatia-empatia verso gli animali, soprattutto i più deboli e più maltrattati. Così, nella gentilezza dei Catari verso tutte le creature e nell'ossequiosa riverenza dei Jaina verso ogni forma vivente, ho come ristorato questo mio sentire diverso. Oggi direi che la mia spiritualità si è pacificata in un sereno agnosticismo, e ha smesso di andare in cerca. Alla fine di tutti i miei "viaggi da ferma" sono ritornata in porto e la mia barca è completamente vuota.
Vorrei lasciarti lo spazio per presentare eventuali progetti futuri, sogni nel cassetto, ricette per vivere meglio, a te l’onore-onere del palcoscenico.
Oggi sono una quarantaduenne che ha iniziato a vivere da due o tre anni con un po' gioia. Dopo aver attraversato le tempeste della timidezza paralizzante, e poi dell'acquisizione di realtà atroci come la vivisezione, e dopo avere dedicato vent'anni a tentare con tutte le forze di combatterla, dopo aver studiato con voracità temi per me importanti e avere amato "grandi amori morti" attraverso i loro libri, mi piace pensare che il Jainismo mi abbia lasciato un grande dono: il Distacco. Così oggi navigo a vista in acque tranquille. Pur profondamente consapevole dei mali che l'uomo causa a se stesso e alle altre creature, cerco di cavare dalla vita anche un po' di gioia... " a forza di strizzare", citando Sbarbaro. Oggi insegno Cantoterapia e Educazione vocale; ho approfondito negli anni gli aspetti legati alla foniatri artistica e al recupero delle corrette modalità respiratorie e fonatorie, i cui difetti sono causa di numerosi problemi alle corde vocali. Ho una media di 4 o 5 concerti al mese con diverse formazioni prevalentemente classiche e diversi programmi musicali: pensa la fortuna di avere la libertà di scegliere i brani e i programmi da studiare e da eseguire, lasciandosi guidare dalla pura passione, dalla pura estetica, senza condizionamento né obblighi... L'ultima canzone l'ho scritta l'anno scorso, si intitola "Bisogna avere quarant'anni"; la incidiamo nei prossimi giorni per metterla sul MySpace. Ti ringrazio e ti saluto con la prima strofa da "Bisogna avere quarant'anni": "Bisogna avere quarant'anni e più niente da dimostrare non avere più bisogno di rincorrere conferme bisogna avere quarant'anni per cantarlo apertamente della mia specie così spietata non condivido niente".

   Sito ufficiale di Claudia Pastorino:   www.claudiapastorino.it

   Claudia Pastorino su MySpace:     www.myspace.com/claudiapastorino

 

 

 MAX LAZZARIN IL TONNUTO N° 84

  Intervista di FaZ     sul N° 84   - Puoi anche  LEGGERLA QUI

Ciao MAX. Finalmente quest'intervista.
- Ciao Faz, e ciao a tutti i Tonnuti.
E' da un po' che volevamo "conoscerti meglio". L'uscita del tuo secondo CD "Don't touch my shoes" ci dà l'occasione.
-Ben venga dunque.
Dunque , iniziamo. Sai che ti ho conosciuto del tutto casualmente selezionando musica da un sito di vendita CD ( www.crotalo.com ) e dopo averne ascoltati una 50ina ho "eletto" il tuo, "Baron Samedì", come migliore e dopo una settimana l'avevo a casa ?
- Anch' io ti ho conosciuto facendo una ricerca con un motore di ricerca.. ho letto con vero piacere quello che scrivevi sul mio lavoro. Sei l' unico che ha scoperto oltre le influenze americane quella di Paolo Conte.
Invitando i lettori ad ascoltare in anteprima (e poi acquistare!) la tua musica su www.maxlazzarin.com  o come ho fatto io sul sito di Crotalo, ci dici cosa si prova ad esordire con un proprio CD dopo 20 anni di "impegno musicale" ?
- alors, per chiarezza, il mio primo disco "Baron Samed“" si può acquistare sul sito www.crotalo.com , mentre per "don't touch my shoes" sto ancora definendo i criteri di vendita. Sicuramente per il momento mi si può contattare direttamente a info@maxlazzarin.com e per quanto riguarda le anteprime:  www.myspace.com/maxlazzarin  . Per quanto riguarda le emozioni... sono molto difficili da esprimere a parole. Io sono una persona estremamente autocritica, quindi mettersi in totale discussione con un' uscita è davvero impegnativo.. tanto grande la tensione quanto ricca la soddisfazione che ne ho ricevuto. Speriamo continui così.
Son curioso di capire come e quando ti è nata la passione del Blues della Louisiana. Forse son poco informato io ma il tuo modo di suonare è quasi unico in Italia.
Come tutte le cose anche questa è nata più o meno per caso. Patarnello, mio ex batterista e poi batterista dei Jacknives di Marco Pandolfi mi ha fatto ascoltare per la prima volta Dr John qualche anno fa... fulmine a ciel sereno! E poi James Booker, Professor Longhair, le ballate Cajun. Una totale contaminazione e libertà di stili e culture. Il passaggio dal blues di Chicago a quello della Louisiana era inevitabile!
Tu ti ispiri e, dico io, migliori i lavori del leggendario "Dr. John" che è un grande della musica rhythm&blues e che in Italia ben pochi conoscono. Molto più famoso invece nei paesi di lingua francofona. Ti conoscono in Francia, etc ?
- Il grande Dr John.. impossibile da migliorare.. io semplicemente cerco di non fare "cover" ma di buttare dentro tutto il mio mondo in ogni nota che faccio.. tutto qui..
Devo moltissimo ai paesi francofoni, "Baron Samed“" è entrato in classifica in Francia e il Belgio e il Canada lo hanno accolto con favore. Sto prendendo contatti per alcuni live in Francia proprio in questi giorni. Senza contare che Jean Charles Carbone di Abnegat Records, il produttore di Don't touch my shoes, è marsigliese..
Appassionandomi alla tua musica ho appena preso un CD di Professor Longhair che proprio in questi giorni leggo esser stato ispiratore di Dr.John. Hai altri nome da farci ?

- Sicuramente! James Booker "the spider of the keys" imperdibile. Vi consiglio anche Archibald Leon T Gross e come non nominare nomi come Jelly Roll Morton, Fats Domino o Tuts Washington. Nel mio myspace ho messo alcuni di loro e altri pianisti tra i miei "Top Friends" così se volete potete ascoltarne le anteprime.
In attesa di avere il tuo secondo CD, il primo "Baron Samedì" che ho fatto ascoltare ad amici è piaciuto a tutti. E' raro trovare pareri concordi all'unanimità. Vedo sul tuo sito www.myspace.com/maxlazzarin  che sei pieno di serate nella tua zona, Padova, Belluno, Treviso ed anche molte in Germania. Ne deduco che il tuo genere sta "decollando".
- Devo dire che ne sono contentissimo, le cose vanno bene, ma il mio scopo è quello di aprire il giro in tutta la mittle-europa. La soddisfazione più grande è che oltre ai locali e le manifestazioni "specializzate" nel blues, mi arrivano conferme anche da chi normalmente non lo propone o non lo ascolta.
Hai aperto le serate all'armonica di James Cotton, Little Willie Littlefield, la chitarra di Malvin Taylor e collabori alla grande con Pandolfi e tanti altri. Uno dei miei idoli è Fabio e la Treves Blues Band (sono appena stato all'ultimo concerto). Si potrà realizzare il mio sogno di vedervi assieme ad una serata ?
- In occasione dell' uscita di "Baron Samedì" ho avuto modo di conoscere Treves, è una persona incredibile, pieno di carisma ed energia, proprio come il suo blues. L' ho seguito molto negli anni e preso spesso come esempio. Per me suonare con lui sarebbe un vero onore oltre che un piacere. Dai Faz, crea l'incontro!
Passiamo al nuovissimo CD "Don't touch my shoes". Cosa ci dici ? E questo simpatico titolo ? (ricordo a tutti che 6 tracce sono già ascoltabili sul sito www.myspace.com/maxlazzarin ).
- "Don't touch my shoes" è un po' la continuazione di "Baron Samedì".  Devi sapere Faz, che sono spesso autobiografico nel mio lavoro, e uso moltissimo le metafore.
Baron Samedì è una figura mistica del voodoo di New Orleans, protegge i morti dai rituali magici degli stregoni che li vorrebbero zombie. Lo zombie in questione era il mio matrimonio! Le voilà... Per quanto riguarda “Don't touch my shoes”, le scarpe sono ovviamente un' altra metafora. Mi è nata ascoltando un vecchio brano di B.B.King,
"Ho camminato a lungo e credo di avere pagato i miei debiti!". Per me le "Shoes" e la strada che ho fatto con loro sono il pagamento dei miei "casini". Mi sono sfogato un po' ( sempre ironicamente s' intende ) e ho preso in giro me stesso e miei rapporti con l' altro sesso degli ultimi due anni..
p.s. uso sempre un paio di "ridicole" scarpe di coccodrillo grazie alle quali vanto una notevolissima collezione di prese per il culo. Le potete vedere nella copertina del disco..
Penultima domanda. I tuoi simboli, l'alligatore, la bombetta, la follia di un mago di note, la tua voce potente e particolare, la tua abilità al pianoforte. Come sei giù dal palco ?
- ahimè, anzi.. aivoi.. giù dal palco sono esattamente come sopra.. l' unica regola che mi impongo è quella di vivere senza mai pestare i piedi ( o le scarpe.. ) a nessuno.
Ultima domanda... fatti una domanda e datti una risposta.
- ok!
Max1: Ciao Max, mi sei molto simpatico.. qual è il sogno della tua vita?
Max2: Grazie Max, anche tu mi piaci molto (...) il sogno della mia vita è quella di suonare ogni sera della mia vita, senza sosta, senza tornare mai indietro... fino ad arrivare alla fine, che mi immagino vicino al mio pianoforte avvinghiato ad una donna stupenda ( poveretta, non vorrei essere nei suoi panni... ) .
Grazie Max "Alligator" Lazzarin !
Qui non vediamo l'ora di partecipare ad un tuo "live" ... ed ovviamente comprare il tuo CD "Don't touch my shoes" !!
Avanti sempre così ! Trooooppo coinvolgente, bravo !
See You Later !
Grazie a te Faz e grazie a tutti i tonnuti, andate avanti così, in Italia siete veramente in pochi a lavorare così!
SEe YA!

MAx

Ripeto i siti per vedere ed ascoltare MaX: 
     http://www.maxlazzarin.net
     http://www.myspace.com/maxlazzarin

 

 

 D'ALTROCANTO IL TONNUTO N° 84

  Intervista di Rho Mauro    -  Puoi anche  LEGGERLA QUI
Ci potete tratteggiare a grandi linee il percorso che vi ha portato a formare questo grande “gruppo di canto popolare”?
Il nostro gruppo ha iniziato a formarsi nella seconda metà degli anni ’80 su iniziativa di un gruppo di amici, alcuni dei quali tuttora componenti il gruppo: Giulia Cavicchioni, Sandro Elli, Enrico Ferioli, Giorgio Lavatelli, Sandro Tangredi. Giulia era senza dubbio la più esperta per quanto riguardava la musica popolare: laureata al DAMS di Bologna con una tesi sui canti di filanda, insegnante di violino ed altri strumenti, conosceva un gran numero di canti e balli popolari. Nei primi anni ha coordinato l’attività
di studio del nostro gruppo, consentendogli di crescere musicalmente e di costruire un primo repertorio, che abbiamo presentato in diverse scuole e piazze di Como e dintorni. Attualmente Giulia è l’anima dell’orchestra di giovani e adulti nota come “Musica Spiccia”; siamo rimasti in ottimi rapporti. Il gruppo “D’Altrocanto”, nel frattempo, con nuovi ingressi ed alcune uscite, ha continuato autonomamente, ma possiamo dire senza ombra di dubbio che senza di lei non sarebbe nato.
Acquistai il vostro album TRE NOCI E UN MANDARINO nel dicembre del 2001; lo trovai esposto in uno scaffale nello storico negozio di Cantù MUSIC MAKER e la copertina (stupenda) ed un titolo così evocativo mi incuriosirono subito. E’ stato la colonna sonora di quel Natale e poi via via di quelli a seguire. Un disco splendido,
una rievocazione dei canti del Natale popolare fatta come si comanda. A distanza di anni cosa pensate di quel progetto?
“Tre noci e un mandarino” è stata una tappa fondamentale del nostro gruppo: ogni anno, a partire dal 2001, durante il mese di dicembre proponiamo il repertorio natalizio incluso in quel CD – con qualche aggiunta e modifica – nelle chiese o in altri ambienti raccolti dove veniamo invitati per proporre al pubblico una atmosfera di attesa del Natale tipica del mondo contadino, quando i bambini si accontentavano di festeggiare il Natale con tre noci e un mandarino, appunto.
TRE NOCI E UN MANDARINO uscì con la stampigliatura sul fianco “DALTRO2”. Avevate già inciso del materiale prima di questo album natalizio? Se sì, ci date
qualche informazione sul vostro primo lavoro?
Nel 1998 abbiamo auto-prodotto un primo CD, intitolato semplicemente “D’altrocanto”, dove abbiamo raccolto quel repertorio frutto del lavoro dei primi anni di cui parlavamo prima. E’ stata la nostra prima esperienza in sala di incisione ed ha sicuramente contribuito ad accrescere l’amalgama del gruppo. Ci sono rimaste solo poche copie, che ogni tanto riascoltiamo volentieri.
Sul finire del 2007 avete dato alle stampe un nuovo cd “PARTIRE PARTIRO’” un disco che suona in modo magnifico. Come è anche scritto nel libretto che lo accompagna questo lavoro ha come filo conduttore la commistione tra musica, viaggio  e sogno. Sono presenti canti popolari siciliani, calabresi, venezuelani, toscani, francesi. Che tipo di lavoro è stato fatto per selezionare i pezzi da eseguire?
Per quanto riguarda la selezione dei brani di “Partire partirò”, devi considerare che, durante le nostre prove, spesso i vari membri del gruppo propongono canti o mostrano spartiti che hanno trovato da varie parti: si prova, si sperimenta ma … devono piacere a tutti e, siccome siamo in nove, finiamo per accantonare molto materiale, anche interessante. Quando abbiamo scelto il filo conduttore del CD – ovvero il rapporto tra musica, viaggio e sogno, come hai ricordato – non abbiamo faticato a trovare il repertorio giusto, anzi abbiamo fatto qualche “taglio” indispensabile per non appesantire il lavoro finale.
Tra l’uscita di TRE NOCI E UN MANDARINO e quella di PARTIRE PARTIRO’ avete lavorato a qualche altro progetto?
No, “Partire partirò” è frutto di una lunga gestazione: devi considerare che il gruppo “D’Altrocanto” è un gruppo amatoriale, tutti i componenti hanno impegni professionali e di famiglia non di poco conto. Il tempo scappa via … e così tra “Tre noci e un mandarino”e “Partire partirò” sono “partiti” ben sei anni !!
La formazione che ha inciso il nuovo cd è sostanzialmente identica a quella che confezionò l’album natalizio, ci sono Cristina Bossi alla voce e Massimiliano Lepratti al
violino al posto di Claudio Bortolami e Francesca Trabella. Questo si traduce in un affiatamento “unico” ed il risultato è un disco confezionato in soli quattro giorni di
registrazioni.
Cosa ci potete raccontare delle sessioni di registrazione di PARTIRE PARTIRO’? E’ stato registrato in presa diretta, senza sovra-incisioni?
Anche grazie alla nostra proverbiale lentezza, siamo arrivati all’incisione di “Partire partirò” piuttosto ben preparati; per questosono bastati solo quattro giorni di registrazione. A ciò occorre ovviamente aggiungere il successivo lavoro di mixaggio, coordinato dal nostro fidatissimo “Gianda” Bedetti, che ci conosce a menadito da più di dieci anni. Abbiamo cercato di ridurre al minimo le sovra-incisioni, perché riteniamo che solo la registrazione in presa diretta consente di restituire adeguatamente all’ascoltatore il “groove” raggiunto dal gruppo in ogni specifico brano. In alcuni casi si è resa necessaria la registrazione di più versioni, che poi abbiamo messo a confronto più volte prima di individuare quella giusta. Altri brani hanno richiesto pochissimo tempo: ad esempio “Mazeltov” è riuscito al secondo colpo, anche
grazie alle doti di trascinatore del nostro “ospite” Simone Mauri, clarinettista jazz di grande versatilità e fantasia.
In coda al libretto coi testi delle canzoni vi è un breve racconto “Oltre le colline” scritto da un componente del gruppo, Enrico Ferioli.
In poche righe è sintetizzato un concetto stupendo: viene cioè dimostrata la forza meravigliosa della musica capace, al semplice ascolto, di far viaggiare le persone trasportandole in altre dimensioni … “… oltre le colline”. E’ questa la vostra missione? Portare l’ascoltatore in viaggio con voi?
Proprio così: quando un brano di musica popolare viene riproposto con la giusta convinzione, il giusto equilibrio tra rispetto della tradizione e creatività, possiede una forza
evocativa notevolissima … può davvero portare chi ci ascolta a riavvicinarsi alle proprie radici, ad entrare in contatto emozionale con alcune dimensioni essenziali: il desiderio di libertà, l’amore, la nostalgia, la morte … pensa solo a come “Vitti na crozza” si avvicina poeticamente – e ci avvicina – al tema della morte … più di una persona ci ha riportato il turbamento e la commozione provocati dall’ascolto di questo brano …
 Nel vostro stile di proporre la musica popolare avete qualche particolare fonte di ispirazione (penso ad altri gruppi che fanno musica popolare, italiani e non)?
Le fonti di ispirazione sono tante e non per tutti sono le stesse. Molti di noi, anzitutto, amano i cantautori italiani più sensibili e attenti alla musica popolare: De André, Jannacci, Mauro Pagani, Endrigo, alcune cose di De Gregori. Siccome non coltiviamo  atteggiamenti competitivi o invidiosi, siamo ammiratori anche di gruppi locali come i Sulutumana, oggi Semisuite. Seguiamo con attenzione tutto ciò che fanno Riccardo Tesi, Maurizio Geri e compagnia;  Franco D. ha la raccolta di (quasi) tutti i CD
di David Grisman, forse il più grande mandolinista vivente … ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo …
Il vostro “progetto” è esemplare; è pieno di passione
per questa musica della quale si può dire che è tutto fuorché “commerciale”. Ci vuole coraggio a  soddisfatti di quanto sinora avete fatto? E del riscontro del pubblico?
Forse è eccessivo dire che ci vuole coraggio: occorre una buona dose di motivazione, questo sì, ma soprattutto una gran voglia di divertirsi con la musica.
“Partire partirò” ha avuto sinora un riscontro notevole, ovviamente a livello locale (teniamo i piedi per terra !)
Infine, salutandovi e ringraziandovi per l’opportunità che ci avete dato di presentarvi agli amici de IL TONNUTO, vorremmo sapere se avete del materiale scritto e composto direttamente da voi che potrebbe in un prossimo futuro costituire l’ossatura di un nuovo album oppure se avete in mente idee o progetti in altri ambiti culturali.
Materiale scritto: no, pochissimo (da questo punto di vista, assomigliamo ai vecchi suonatori che accompagnavano i balli nelle cascine e nelle corti di una volta …); idee e progetti nuovi: sì, ma per ora “top secret” !! Come dice un tizio su RAI 3 :   “continuate a seguirci” !!
www.daltrocanto.name
“TRE NOCI E UN MANDARINO”

 

 MASSIMO PRIVIERO IL TONNUTO N° 85

  Intervista di Lalla        puoi anche  LEGGERLA QUI

1-Tanto per iniziare, partiamo dai tuoi “inizi”: mi ha molto colpita l’episodio che racconti di quando sei arrivato a Milano, assolutamente solo, e hai avuto il fegato di proporti ad una multinazionale discografica….credo che perseguire i propri sogni con determinazione e coraggio sia un messaggio stupendo a qualsiasi età…
R. Fu un gesto di follia e di determinazione, in qualche modo mi consideravo “solo contro il mondo”, capisci cosa intendo dire..in fondo un po’ di questo continuo a portarmelo dentro. Detesto il modo molto italiano di procedere nella vita a spinte, conoscenze e raccomandazioni. Certo è tutto molto più difficile, ma questo è quel che ero e quel che sono. Non sono né meglio né peggio..ma sono così…
2- Detto fra noi, una cosa che t’invidio è l’aver girato l’Europa in compagnia della chitarra e delle tue canzoni…. c’è forse un episodio inedito di quel periodo “bohemien” che ti è particolarmente caro??
R Ce ne sono stati così tanti, anche lì parecchio folli devo dire…spesso amo ricordare che, per un periodo, in Francia il mio primo “produttore” era un esule polacco che mi portava nelle piazze e nelle fermate più giuste della metropolitana, spingeva la gente ad avvicinarsi, faceva vera “promozione” e prendeva una percentuale  sull’incasso…Chissà mai che fine ha fatto, eravamo complici in qualche modo... Mi diceva frasi tipo “Suona suona che diventiamo ricchi…” e con la birra e un ostello li spendevamo tutti, regolarmente..che Dio protegga quel pazzo se è ancora vivo .
3- Leggo anche, nelle note del tuo ultimo disco, che durante i tuoi vagabondaggi hai riempito taccuini e quaderni…scrivi ancora un diario, o fermi i tuoi pensieri sulla carta in modi diversi? Hai mai pensato di pubblicare qualcosa???
R Ho tanti diari, tanti quaderni che hanno riempito la cantina e gli scaffali della mia vecchia casa in Veneto, dove ancora vive mia madre che ogni tanto mi chiede quando vado a “sgomberare” un po’…scrivo ancora, credo anche che tra non molto finirò per pubblicare qualcosa ma sai, ho troppo rispetto verso la vera letteratura per pubblicare un ennesimo “libretto da cantautore” come fanno molti in Italia. Ho molto timore in questo versante, scrivo e pubblico già con la musica, con i suoni, con le canzoni. Ma giuro che lo farò, so che un po’ me ne vergognerò, ma lo farò anche perché molti tra la mia gente me lo chiedono…
4- Ti ricordi che a metà degli anni ’70 c’era una diatriba ricorrente sulle riviste musicali (parlo di “Ciao 2001” e “Il mucchio selvaggio”) sull’uso della lingua
italiana, che i più ritenevano inadatta per il rock? Possiamo davvero dire, anche grazie a te, che questo pregiudizio è stato sfatato???
R. Ti ringrazio per il complimento. E’ corretto dire che la lingua inglese è più adatta, in termini di suono, a quello che genericamente chiamiamo rock…è più
ritmica certamente… e questo ti porta inevitabilmente a ridurre in qualche modo il vocabolario a cui attingi, quando scrivi in italiano. Questo diventa
ancora più difficile se il tuo linguaggio “rock” non si limita a slogan o a linguaggio da bar. E’ più difficile, certamente..ma forse questo rende la cosa più stimolante…
In fondo vivo, sogno e amo in italiano, è giusto anche che usi la stessa lingua anche per la musica che scrivo. In tutto ciò, niente da dire per chi
lo fa in inglese anche qui..è una scelta rispettabilissima..
5-La tua voce, bellissima e potente, la definisci “ la tua arma migliore” (ricordiamo che è stata definita dalla stampa la più bella voce di rock mainstream
italiana!): mi chiedo se sei “ autodidatta” o se, come la sottoscritta, prendi lezioni di canto, e come ne hai cura…
R Grazie…diciamo 70% autodidatta e 30% studio. No, non ne ho una cura particolare, ovviamente ho un mio punto di equilibrio e un mio “riguardo” in
certi momenti. La forza della voce è soprattutto un discorso di emozione che tu riesci a mettere in quello che fai, è in un certo modo di trasmettere, di accentare
una parola rispetto ad un’altra, di “comunicarla” in un certo modo. E’ chiaro che è sempre e comunque lo strumento più importante, ecco..per me è ancora
un po’ più importante..
6- Confesso che il primo disco che ho ascoltato dei tuoi è stato “Dolce resistenza”, ed è stata propria una bella scoperta…al di là dell’impatto sonoro, quello che mi ha subito colpita sono stati i riferimenti storici (campagna di Russia, resistenza partigiana) che le nuove generazioni conoscono poco…forse la domanda è banale, ma credi che la musica può essere uno strumento di conoscenza per i più giovani delle nostre radici e degli errori del passato che non vogliamo più ripetere???
R Spero tu sia riuscita a recuperare anche qualche album precedente…La storia è sempre il modo migliore per conoscere e capire meglio il nostro presente. La memoria di certi valori dà senso alla nostra vita, a volte può servire a guidarci in mezzo al buio. L’amore e il rispetto per chi ha dato magari la vita per la giustizia e la libertà di chi è venuto dopo è una cosa santissima, sempre… solo un idiota o un criminale può negarne il valore….
7-”La strada del davai” è un autentico capolavoro, e tutte le volte che la ascolto mi mette i brividi….secondo me è molto efficace l’uso del dialetto, e anche se è ben tradotta in Rock & Poems, nell’inglese si perde l’emotività legata al contesto originario…..
R Forse hai ragione…in fondo quell’alpino parlava in veneto e non in inglese, ma è stata una bella sfida anche vedere come suonava in inglese. Puoi scegliere tu, poi io rimango un veneto trapiantato a Milano che ascolta quasi solo musica cantata in inglese…è un bel match intendo dire…
8-“Ho ancora cent’anni davanti di musica in nero” canti in “Biglietto di un musicista di strada”, che mi sembra fortemente autobiografica….quali sono i
progetti che non hai ancora realizzato? (magari un disco dal vivo….) Ti va di raccontarceli???
R Non vedo e non voglio vedere, forse, oltre il disco live che registreremo in autunno insieme al dvd e al best che pubblicheremo a ruota..forse anche con un libro chissà. Questo il progetto musicale a breve del menestrello che in fondo sono rimasto….Il resto lo capirò lungo la strada, amo la vita e quello che può riservare, a volte anche la disperazione e le lacrime che arrivano, le vivrò fino in fondo, finchè ci sarà forza si andrà avanti guardando indietro il meno possibile…
9-Tu sei laureato in Storia Contemporanea, e l’Italia ricorre spesso nelle tue canzoni….quali sono le cose che ti piacciono dell’Italia di oggi, e quali (temo siano molte di più!!) quelle che non ti piacciono??
R Bella domanda…Sono profondamente italiano e odio profondamente quel che è diventato in buona parte il mio paese. Ci vorrebbe troppo tempo per parlarne, credo. Ecco, quand’ero ragazzo il mio professore di latino ci diceva “ricordatevi che la parola furbo viene dal latino fur e che fur in origine significa ladro”….Non sono mai stato furbo in vita mia e forse per questo odio i furbi, capisci che intendo dire…odio i ladri come i “bamboccioni”, odio la “mafiosità” nel rapporto tra le persone, l’ignoranza diffusa, la mancanza di rispetto, la profonda ingiustizia che si vede in tante cose, l’impossiblità di vivere spesso solo in modo “civile”. In tutto questo, sono anche  orgoglioso di essere italiano. E non perché siamo campioni del mondo di calcio…
10-Da quello che leggo della tua biografia hai un figlio adolescente: anche lui è appassionato di rock?? E quanto è coinvolto nella tua attività musicale??
R Sinceramente…..mio figlio ascolta buona musica e suonicchia anche la chitarra.. ma mi guarda “da lontano” e credo sia giusto così…col tempo deciderà se la musica diventerà importante per lui come lo è per me, ma non sarò certo io a forzare…Mio padre lavorava benissimo col legno e col tempo ho scoperto quanto fosse simile
quello che faceva lui rispetto a quel che faccio io…
11- “Rock e poesia” è un binomio che nella mia storia di passioni musicali ho associato fortemente a Patti Smith, artista che ha saputo integrare ad alti livelli
queste forme…mi piacerebbe avere il tuo punto di vista sul rock “ al femminile” (che non si limiti alla presenza di coriste!), riguardo a musiciste del calibro di
Ani Di Franco, Joan as Police Woman o Michelle Shocked, e se hai mai avuto in cantiere collaborazioni o progetti di cover delle loro canzoni.
R Hai citato una grandissima poetessa del rock (Patty Smith) che ho amato e amo tantissimo. Dei nomi che fai stimo moltissimo anche Ani Di Franco. Non
faccio distinzioni di sesso, ovviamente, anche se confesso di amare di pù le voci di donna più “maschili”, ma ammetto che è un mio limite. Oh, le coriste
sono molto coreografiche e hanno una funzione che và al di là…scherzo (?) ovviamente. In generale, come ti dicevo, c’è grande musica e grande poesia a
prescindere…Patty Smith ha insegnato a scrivere a tanti maschi, ha insegnato molto a comunicare rimanendo se stessi, ha insegnato spesso a stare su un
palco…
12-“Rock & Poems” contiene canzoni che hanno segnato la mia giovinezza….da piccola ascoltavo i Platters, poi sono venuti Simon & Garfunkel, Springsteen, Dylan, Tom Waits….grazie per aver portato a nuova luce canzoni che sono davvero patrimonio di tutti (“The great pretender” l’hai addirittura trasformata in due!), e grazie dell’energia che sprigioni dal vivo, si sente che sei una persona vera che è restata fedele a se stessa, sei davvero una perla rara nell’universo musicale….ma per finire (“NESSUNA RESA MAI!”)….a cosa, oggi, ti sei arreso????
R Mi sono arreso, o mi illudo di averlo fatto, allo scorrere del tempo e ai cambiamenti che questo scorrere porta con sé….tu sei te stesso, intendo dire, e lo sei fino in fondo, ma acquisti in consapevolezza forse, magari capisci meglio come girano le cose intorno a te e su tante cose prendi atto. Magari indirizzi le tue battaglie e la tua vita nella direzione in cui i tuoi valori sono più saldi, dove sai che non cambierai mai. Puoi arrenderti all’idiozia imperante, ma non ti arrenderai mai al fatto di usare la tua vita per provare a regalare a chi ti è vicino, e a te stesso, un tuo modo per provare a rendere la vita migliore. Con la musica, con una carezza, con un pugno sullo stomaco, qualche volta….
Grazie mille, purtroppo devo fermarmi, anche se sono tante le cose che vorrei chiederti (per es. quale libro stai leggendo ora, quali sono i tuoi film preferiti, di
cosa sei goloso…), ma non voglio farti fare notte….a presto, al tuo prossimo live!!!!!!    LAURA
 

Per mantenersi aggiornati su Massimo:  www.priviero.com
 

 

 GIULIA MILLANTA IL TONNUTO N° 85

  Intervista di Mauro     puoi anche  LEGGERLA QUI

Ciao Giulia, anzitutto, grazie della simpatia e disponibilità che abbiamo potuto cogliere nel corso della breve telefonata che ha preceduto questa breve intervista.
Complimenti a te & ai tuoi soci per l’ottimo esordio con “AFTER THE ALPHA_ DECAY” un disco veramente affascinante e ricco di suggestioni. Ci spieghi
come è nato il progetto “GIULIA AND THE DIZZYNESS” e quindi come è stato possibile far incontrare una singer- songwriter come te con un chitarrista come
Giacomo Morandi ed un Dj esperto del suono come Alberto Tucci? Sembrerebbero, apparentemente, tre mondi distanti, lontanissimi.
Intanto grazie per l’interesse, e la voglia di far “circolare” la musica…IL progetto… è nato per caso, come molte delle cose della mia vita. Anni fa io registrai una
cassettaccia dove avevo inciso alcuni brani miei (molti dei quali non ricordo neanche più) e per caso, questa cassetta finì in macchina di un amico…guarda
caso quest’ultimo era (ed è ) amico anche di Giacomo Morandi, che, ribadisco per caso, durante un viaggio nella macchina dell’amico comune, ascoltò la mia
musica, gli piacque e decise di contattarmi per mettere su un progetto insieme… era la fine del ‘900…(tipo 1998) Da allora io e Giacomo suoniamo insieme, prima facendo prevalentemente covers, poi riarrangiando per due chitarre I miei pezzi. Anni dopo, nel 2005 Alberto Tucci, che già collaborava con Giacomo in un altro progetto, chiese di me , per registrare alcuni brani elettronici … cosi conobbi anche Alberto. Facemmo degli esperimenti, I primi erano molto elettronici … in seguito, siccome ci sembrava che questa mescolanza di “mondi distanti” (come hai giustamente detto te) funzionasse e creasse qualcosa di interessante, ci siamo messi, Alberto, Giacomo ed io, a riarrangiare I miei brani … quelli che ora sono nel cd!
Tu nasci, come detto, come cantautrice. Tra le tue note biografiche ho trovato riferimenti a cantautrici che qui, al TONNUTO, abbiamo nel cuore. Faccio i nomi di Joni Mitchell e Carole King. Com’è nato il tuo amore per la canzone d’autore e con quali album hai “cullato” il tuo “animo” musicale?
In casa mia si ascoltava un sacco di musica inglese, Americana..mia madre suonava il piano, mio padre la chitarra, entrambi cantavano… nessuno da professionista, ma con cultura musicale e gusto…mio padre mi insegnò I primi rudimenti di chitarra a 10 anni e con lui e mia sorella cantavamo spesso…
Cantavamo e ascoltavamo brani tradizionali inglesi ed americani, e anche popolari italiani… tutto ciò mi è ovviamente rimasto nel sangue…in pratica invece di omogeniezzati mi hanno cibato a suon di musica…Ho una vecchia registrazione di Scarborough fair, cantata da me a 5 anni!!!
Gli album: Live in Central Park (simon and Garfunkel), tutto Joni Mitchel, tutto Neil Young, Satured before using (Jackson Browne),
Original Master (jethro tull), Dark side of the moon, Shine on your crazy diamonds e A soucerful of secrets (pink floyd), tutto Bruce Springsteen,Cat Stevens, Abbey Road (beatles),Alchemy (dire straits) gli America e,  last but not least, tanta Joan Baez. Credo di non essermi dimenticata niente…con questi dischi son cresciuta..e cresco tutt’ora!!! Poi c’è anche Guccini e il requiem di Mozart!!!
“AFTER THE ALPHA_DECAY” è un disco che, inserito nel cd player, “suona” veramente alla grande. Ci sono belle chitarre, c’è il clarino, l’oboe, l’organo hammond… ci sono i suoni magici “creati” da Tucci & la tua splendida voce a coronare il tutto. Immaginiamo che siate ben soddisfatti del risultato. E’ esattamente il suono che volevate? Oppure il risultato è stata una “bella sorpresa” anche per voi?
Beh … siamo molto contenti … era ciò che volevamo anche se non lo sapevamo!!! L’idea che avevamo in mente si è andata delineando strada facendo, era come se registrando aprissimo una pista fra le frasche del bosco.. una pista che, non so come, c’era già … Le possibilità sono sempre infinite: si può scegliere uno strumento invece di un altro, un solo invece di un altro, i modi di cantare e interpretarsi sono vari … per non parlare poi in sede di mixaggio, dove si apre veramente un oceano di possibilità!!! Ma ,non so come spiegarlo, alla fine è cosi che doveva essere … I musicisti che hanno registrato sono stati grandiosi e tutti sono entrati nell’atmosfera ed hanno suonato incastrandosi bene nel quadro, e ognuno ha aggiunto la sua pennellata di colore che ha reso il tutto ancora più policromatico ….
I testi delle canzoni sono stati tutti scritti da te? Sempre nelle tue note biografiche abbiamo letto che hai viaggiato tanto. Nei tuoi testi quanto di quello che hai vissuto è riportato e/o rielaborato?
Si scrivo tutto io, parole e musica … e nei miei testi c’è tutto il mio mondo, quello che ho visto, quello che porto con me, quello che mi invento … ogni esperienza che tocca l’animo nel profondo si riversa in ciò che faccio … poi io sono una che dorme poco e male … la notte stando svegli le cose assumono sembianze diverse, e si animano,  o si trasformano … a volte in canzoni. Inoltre in quella piccola frazione delle 24 ore in cui riesco a dormire, sogno un sacco, faccio tanti sogni dettagliatissimi e molto intricati.. e anche loro poi finiscono nel “calderone”… o più che calderone lo chiamerei “imbuto”, dove entra di tutto e poi fuoriesce un testo, una musica, un disegno, una pagina di blog (mi piace molto scrivere le mie cacchiate su myspace, se vi capita dateci un’occhiata!)
La scelta di cantare in inglese ha in qualche modo a che vedere con le modalità con le quali concepisci i testi delle tue canzoni o c’è dell’altro dietro?
Ho cose scritte anche in italiano e in spagnolo (che è praticamente una seconda lingua), ma la più congeniale è l’inglese … per il fatto che fin da piccola ho ascoltato musica in inglese, e poi ho viaggiato, ho imparato bene la lingua... i testi mi escono naturalmente in inglese.
Oltre alle già citate Joni Mitchell e Carole King, ci sono altre cantautrici (ma anche cantautori) che ami particolarmente?
Beh … tutti quelli sopra citati direi … non avevo letto questa domanda e nella domanda precedente ci ho infilato tutto … aggiungo solo David Bowie (grande amore “adulto”), Nick Cave, e il jazz a cui mi sono accostata in età più adulta, in particolare Ella Fitzgerald (e come si può non amarla?!), Chet baker, Coltrane … diciamo che comunque adesso,  ancor più di prima, ascolto di tutto!!
Hai partecipato alle registrazioni de “LA BREVE ESTATE” l’ultimo album di Max Larocca: hai in programma altre collaborazioni, con lui o con altri artisti?
Ho anche registrato nel progetto “Fuentes” di Ettore Bonafè, Paolo Casu, Brahima Dembelè .. musica Africana. Per il futuro non so … sicuramente salteranno fuori cose nuove e saranno ben accette … vedremo.
Hai del materiale registrato delle tue esibizioni “soliste” & folk – acustiche nei locali della tua città Firenze & dintorni? Pensi un giorno di poter incidere un disco solo “tuo”, chitarra & voce o, comunque, prevalentemente acustico? A nostro (umile) parere con la tua notevole voce sarebbe un successo.
L’idea del disco acustico è già in cantiere .. forse il prossimo??? Magari solo voce, una o due chitarre, qualche percussione e poco altro … chissà!
Infine, salutandoti e ringraziandoti nuovamente della disponibilità, ti chiedo se con i tuoi “Dizzyness” hai in programma un tour per promuovere questo nuovo disco
e se, magari, ti potremo vedere anche qui a Como o dintorni.
Sto facendo date di promozione, più che un tour (nel senso classico di partire e stare via ..) si tratta di varie date per portare in giro questo progetto e sono date per
lo più acustiche, voce, due chitarre, vibrafono … e spero caldamente di venire dalle vostre parti, magari in autunno … o anche prima … se mi chiamate io arrivo!
Grazie mille a voi, è stato un vero piacere e spero di conoscerci di persona quanto prima … magari in occasione di un mio live.

  Giulia and the Dizzyness   “AFTER THE ALPHA_DECAY”
  Ascoltatela su MySpace:  www.myspace.com/giuliamillanta
                                        www.myspace.com/giuliaandthedizzyness

 

 

 MARTA J IL TONNUTO N° 86

  Intervista di Lalla      puoi anche   LEGGERLA QUI

Questo cappello introduttivo è volutamente ironico….io ho sempre amato il jazz, l’ho respirato in casa fin da piccola, per cui sono felice di presentare agli amici del Tonnuto un’artista speciale, una cantante versatile e dotata che ho potuto conoscere di persona…ecco a voi…. Intervista a MARTHA J
Per iniziare questa nostra conversazione, la mia prima curiosità: come, quando e/o grazie a quali incontri ti sei avvicinata al jazz??
Quasi tutti i musicisti con cui ho lavorato, mi hanno sempre fatto un sacco di complimenti per il mio “swing”. All’inizio non ci pensavo, ma quando questa osservazione
mi è stata fatta ripetutamente da musicisti diversi, ho cominciato a ragionarci  su: mi sono accorta che se avessi dovuto spiegare che cosa è lo swing e come si fa ad un allievo, avrei avuto dei problemi! Per me il fatto dello swing è una cosa naturale, come digerire, è una roba che faccio in automatico (come digerire, appunto ) e infatti a me lo swing non l’ha insegnato nessuno... Poi sono andata indietro nel tempo e mi sono resa conto che con lo swing (e di conseguenza con un certo tipo di jazz “tradizionale”) io ci sono cresciuta: quando avevo un paio d’anni o tre, i miei genitori mi regalarono un mangiadischi tutto mio (ve li ricordate i mangiadischi? Il mio era ovviamente di plastica mezzo bianchiccio e mezzo verdino...), perché mia mamma era stufa di continuare a mettermi dischi sul giradischi, che ovviamente io ero troppo piccola per far andare da sola. Avevo molti dischi per bambini (canzoncine, favole...) ma i miei preferiti erano i 45 giri di mio papà, quelli di Fred Buscaglione. Ecco da chi ho imparato lo swing!
Poi ho iniziato a suonare la chitarra e alle scuole medie mi sono beccata la classica Beatles-mania! Un’estate, avrò avuto 13 o 14 anni, ero in vacanza con i miei genitori vicino a Pescara e nella compagnia di ragazzi della spiaggia c’era qualcuno che aveva una chitarra. Ovviamente, suonavo e cantavo anche io. Un giorno qualcuno mi ha detto: “sai che canti come Joni Mitchell?”. Io non avevo idea di chi fosse Joni Mitchell, ma mi incuriosii e andai a cercare i suoi dischi, che rappresentarono un nuovo grande e importante stimolo per la mia voce e per le mie scelte musicali. Il primo provino che realizzai un paio di anni dopo (voce e chitarra!) conteneva alcune canzoni di Joni Mitchell.
Un altro “punto di svolta” è arrivato dal mio ex produttore (quello di San Remo) che, in quegli anni, pubblicò una serie di CD dedicati ad alcuni grandi del jazz. In questa serie c’era un CD dedicato a Chet Baker, prima di tutto trombettista, ma anche cantante. Questo artista è stato il mio primo punto di riferimento, il più fondamentale per l’approccio al canto degli standard jazz. Dopo ho ascoltato anche altri cantanti storici (Ella Fitzgerald, Billie Holiday, Nat King Cole, Dinah Washington ecc.).
Ti diverte andare a caccia di artisti bravi e sconosciuti (come noi del Tonnuto!)? Se si, qual è la tua ultima scoperta?
Quasi tutti gli artisti che si muovono nell’ambito del jazz sono bravissimi e per lo  più sconosciuti! Basta fare una ricerca su MySpace e si trova un mondo di artisti molto interessanti che non fanno parte dei circuiti “ufficiali” delle major, ma che, come me, hanno un’intensa attività musicale spesso di ottima qualità!
Un altro luogo in cui vado a “spulciare” in cerca di artisti “nuovi” è il sito www.cdbaby.com  dove i musicisti indipendenti mettono in vendita i loro CD (anche i miei si trovano lì!).
Secondo la tua esperienza, qual è oggi la situazione della musica jazz in Italia (qualità artistica, insegnamento, pubblico di appassionati etc)?
Come sai, io sono un cane sciolto e non sono inserita in alcun circuito ufficiale, nemmeno nel jazz, quindi non ho molto il polso della situazione. In generale, mi sembra che ci sia sempre più attenzione e curiosità nei confronti del mondo del jazz da parte del pubblico. Mi sembra che non solo il pubblico di appassionati si stia allargando, ma che anche coloro che amano principalmente altri generi musicali sempre più spesso ascoltano anche jazz. È proprio questo pubblico, a mio parere, che si sta ampliando e di questo si stanno accorgendo i grandi operatori del mercato musicale: guarda ad es. l’apertura a Milano del Blue Note e Radio Montecarlo che trasmette i concerti, ma anche la trasmissione di Nick the Nightfly che spesso programma brani che si avvicinano al mondo del jazz contemporaneo.
Vedi anche il successo presso il grande pubblico di cantanti che ripropongono i più famosi standard jazz (come Michael Bublè, che ai jazzisti “puri” gli fa arricciare il naso, ma se serve per avvicinare gente al jazz, ben venga anche Michael Bublè e il suo pop-jazz! D’altra parte, spesso si dimentica che il jazz nasce come musica popolare e che per un lungo periodo, specialmente in America, dalla radio uscivano le voci di Ella Fitzgerald, Frank Sinatra e compagnia, e nelle balere si ballava sulle note delle grandi orchestre jazz... ) Per quanto riguarda la qualità artistica, io credo che in Italia abbiamo numerosi bravi musicisti. Credo che l’ambiente in cui siamo costretti a lavorare non aiuti a
sviluppare i nostri potenziali talenti: ci sono troppi pochi locali che hanno una programmazione regolare di jazz, poche occasioni di fare jam session e incontrare altri musicisti, creando occasioni di confronto e di crescita. Sono appena tornata da Parigi: lì un giovane musicista, se vuole, può andare a fare jam session tutte le sere! A Milano questo non esiste, o esiste in maniera molto minore, ed è un peccato.
Facciamo un viaggio nel tempo….puoi sintetizzare per noi l’essenza delle tue differenti esperienze musicali prima dell’incontro con il jazz (cantante folk, i Proxima, i Cloud Nine, le Vox Gineceo)?
Un po’ di storia l’ho già raccontata prima. Quindi possiamo brevemente dire che ho iniziato verso i 18 anni ad andare in giro a fare concerti da sola con la chitarra e poi dopo qualche anno sono arrivati i Proxima: ho cominciato a lavorare con Andrea Majocchi (tastierista e compositore) e Alberto Deponti (chitarrista) credo intorno al 1987. Suonavamo qua e là nei locali e siamo stati credo fra i primi gruppi a utilizzare in maniera creativa le allora nuove tecnologie elettroniche. Infatti, una volta seppelliti i Proxima (che avevano un po’ abbandonato l’aspetto di “sperimentazione” per seguire le indicazioni più pop che venivano dalle case discografiche), io e Andrea Majocchi (con la collaborazione di Alberto in alcuni brani) abbiamo unito la mia passione per il folk inglese e irlandese e la sua passione per la musica elettronica e abbiamo dato vita al progetto Cloud Nine e realizzato
un CD che si chiama Tattoo my soul (e che prima o poi mi deciderò a mettere in vendita su cdbaby.com).
Vox Gineceo è un progetto che porta la firma di un interessante poeta e compositore che si chiama Alex Bevilacqua. Sono entrata nel Vox Gineceo perché io e Alex eravamo compagni di scuola alle Medie! Qualche anno fa Alex mi ha contattato parlandomi di questo progetto e molto volentieri ho prestato la mia voce alle sue canzoni, che ritengo siano veramente molto interessanti nel panorama cantautorale italiano, specialmente per i testi.
Nella domanda parli di “esperienze musicali prima dell’incontro col jazz”: in realtà, Vox Gineceo è parallelo al jazz, così come altri progetti che si sono sviluppati in questi ultimi anni: lo spettacolo dedicato al tango argentino, ad esempio, oppure il jazz tribute a Mina...
O anche gli sviluppi meno vicini al jazz tradizionale su cui sto lavorando con Francesco Chebat (pianoforte), Max Gini (sax) e Cisco Portone (percussioni) con cui farò un concerto il prossimo 3 agosto per il Valchiavenna Jazz & Blues Festival. Chi verrà ad ascoltare questo concerto, credo che potrà scoprire un aspetto diverso della mia vocalità, che sempre affonda le radici negli standard jazz, ma che si apre a nuove possibilità e recupera alcune mie esperienze sonore del passato (in particolare Joni Mitchell). Questi momenti live, mi sono molto utili perché li utilizzo per impostare il nuovo progetto discografico, con brani che sto componendo insieme a Francesco Chebat. Questo non vuol dire che desidero abbandonare gli standard! Semplicemente, ritengo che ci siano molteplici “mondi sonori” che mi piace utilizzare per il mio canto.
Nel CD “no one but you” c’è un brano che si intitola “Gota de lluvia” è che è tratto dallo spettacolo di Tango argentino: è vero, non è uno standard jazz, ma mi sembra che in quel punto del CD ci stia proprio bene! E soprattutto, mi piace e mi dà molte emozioni cantarlo!
A proposito di versatilità, complimenti per la tua presentazione come “cantante per matrimoni” ( http://www.lagodortasposi.it/Aziende/marthaj/musica-nozze.html )....puoi  raccontarci un’aneddoto simpatico (o una richiesta insolita) che ti è successo durante una cerimonia di nozze?
Negli ultimi anni, molti sposi mi hanno chiesto di accompagnare con la mia musica il loro ricevimento di nozze. Anche questo è un fatto interessante, per la serie “sempre più jazz nella vita degli italiani”! Qualche anno fa era fatto più unico che raro che una giovane coppia volesse jazz per la festa di matrimonio: se non avevi in repertorio musica anni ‘60/’70, liscio, lambade, balli di Simone e Pinguini ecc. non potevi lavorare in quest’ambito. E infatti io i matrimoni non li facevo!
Adesso ne faccio qualcuno e devo dire che mi diverto: mi piace anche andare a cantare in chiesa! La cosa più carina sono gli sposi, che sono tutti presi a preparare il loro matrimonio e ti trasmettono tutta la loro attesa e la loro emozione! Con gli sposi si crea sempre un rapporto speciale, un po’ perchè ti conosci prima, ti vengono ad ascoltare, poi devi decidere con loro le canzoni per la cerimonia, magari vogliono che gli prepari una canzone in particolare per il taglio della torta... sono proprio carini, tutti presi a progettare, programmare, sistemare! Poi finalmente mandano il libretto della messa: proprio stamattina me ne è arrivato uno dallo sposo di mercoledì prossimo: dovevo solo controllare se aveva messo i canti nel punto giusto, poi mi sono accorta che c’erano degli errori di stampa nel testo della Messa, così, oltre a controllare i miei canti, mi sono letta tutto il libretto, segnalando allo sposo tutti gli errori di battitura che avevano fatto! Da cantante a correttore di bozze!
Quindi capisci che con tutto questo (ma soprattutto credo grazie al potere emotivo e di coinvolgimento della musica) si instaura sempre un bel rapporto con gli sposi, che continua spesso anche dopo: mi mandano foto del viaggio di nozze, mi informano quando la sposa è in dolce attesa, mi mandano le foto dei bambini, mi vengono a trovare ai concerti... molto carino!
Da donna a donna: in campo musicale c’è reale parità di visibilità e di opportunità? E quanto conta ancora e sempre la “bella presenza”? 
Quante cantanti femmine veramente brutte (il classico cesso!) conosci? Poche o nessuna. E quanti cantanti maschi brutti ci sono? Non tanti, ma sicuramente molti più delle donne! Non c’è parità di visibilità e opportunità, specialmente nell’ambito della musica pop, della televisione, delle grandi etichette discografiche.
Questo accade anche nel jazz: se una è carina, meglio; ma prima di tutto deve saper cantare! Idem per i musicisti.
I canoni estetici a cui il mondo dello spettacolo fa riferimento sono molto più restrittivi per una donna che per un uomo: di uomini bruttarelli, fisicamente non proprio a posto e sicuramente non più giovani me ne vengono in mente un bel po’!
Al contrario, se una donna è grassa, o non ha più vent’anni, o comunque non sta all’interno di certi canoni estetici, deve essere veramente molto brava per sfondare (vedi ad es. Noa, che però è magra! A me una cantante cicciona non viene in mente... Nel senso: una con la faccia brutta – Noa – ma magra è accettabile. Una con una bella faccia, ma sovrappeso non va proprio. Si vede che la ciccia è una cosa che al discografico non piace per niente!). Quando si esce dal mondo dello spettacolo (intendo quello ufficiale, delle TV e delle major) allora forse le capacità iniziano a contare di più. Hai mai visto una cover band in un locale, dove c’è una cantante bellissima, ma stonata? Magari, nello scegliere la cantante, i musicisti della cover band hanno tenuto conto della presenza, ma sicuramente prima di tutto è stata presa in considerazione la voce.
Leggo che, oltre che interprete, sei anche compositrice: stai lavorando attualmente a qualche progetto, oppure hai qualcosa in mente per il futuro?
Come ho detto più sopra, sto lavorando ad un nuovo progetto discografico con brani che sto scrivendo da sola o con l’aiuto di Francesco Chebat. Ci sarannoanche canzoni che Francesco sta preparando per me, e in ogni caso Francesco mi aiuterà anche per gli arrangiamenti.  .In questo momento sto lavorando per sviluppare quello che chiamo “il mondo sonoro” che avrà il CD: ad esempio, non credo che utilizzerò una formazione  tradizionale (piano, contrabbasso e batteria). Quasi sicuramente, sostituirò la batteria con le percussioni. Non scarterei neanche l’utilizzo di qualche suono elettronico... Vedremo!
Oltre che cantante, sei anche un’apprezzata insegnante di canto….quali consigli puoi dare a chi desidera intraprendere una strada vicina alla tua?
Dal punto di vista tecnico, lo studio è importante. Fondamentale per me è stato trovare insegnanti che non mi imponevano uno stile, ma semplicementemi aiutavano a sviluppare la tecnica vocale, lasciandomi poi libera di applicarla secondo le mie scelte stilistiche.
Inoltre ritengo interessante rivolgersi nel tempo a insegnanti diversi: dico sempre ai miei allievi che non esiste “Il Metodo”, ma tanti metodi che possono tutti tornare utili per lo sviluppo della nostra voce. L’unica cosa è non rimanere afoni alla fine della lezione: se questo accade, o l’esercizio proposto non è funzionale e impone un utilizzo sbagliato dell’apparato fonatorio (con il rischio di rovinarsi la voce e di far insorgere patologie noiose) oppure l’allievo non ha capito bene come eseguire l’esercizio. Altra cosa importante è MAI IMITARE gli altri cantanti: ogni voce è unica, come le impronte digitali, e cercare di cantare copiando lo stile di un altro è come cercare di entrare nella sua pelle: è impossibile che ci calzi perfettamente! Quindi, è necessario capire le caratteristiche del proprio suono,  conoscerle e svilupparle, e di conseguenza scegliere un repertorio (di cover o di canzoni originali) che metta in evidenza il meglio della propria voce, che consenta di esprimere le proprie emozioni e che dia la voglia di condividerle con gli altri.
Lo spettacolo che stai portando in concerto in questo periodo è un’omaggio dichiarato alla grande Billie Holiday…immagina di dire qualcosa di lei a chi non la conosce affatto perché ne sia incuriosito….
Il tributo a Billie Holiday è uno dei tanti tributo ai grandi del jazz che presento: in genere sono tributi ad autori (Duke Ellington, Rodgers & Hart), o tematici (Le compositrici e autrici che hanno fatto la storia del jazz e che nessuno conosce – o meglio, le loro canzoni sono famosissime , ma tutti danno per scontato che l’autore sia un uomo e molto pochi, anche fra gli esperti, sanno che invece c’era anche qualche donna importante, dietro le quinte del jazz).
Billie Holiday è difficile: o si ama o si odia! La sua voce è veramente pazzesca: grazie al cielo non ha mai studiato, perché credo che insegnanti poco attenti le avrebbero tolto un sacco di difetti, rovinando irreparabilmente una delle voci più espressive della storia della musica! Vi consiglio di prendere una canzone famosa, ad esempio But Beautiful:
ovviamente ascoltate prima la versione di Billie Holiday, non sarà facile e la registrazione vecchia e rovinata non aiuterà. Poi trovate altre versioni di questo stesso brano: Frank Sinatra, Nancy King, la più pazzesca tecnicamente   come arrangiamenti è quella di Barbra Streisand! Dopo, rimettete la versione di Billie Holiday: sarà come tornare a casa, come ritrovare tiepida e morbida l’accoglienza di un divano un po’ fuori moda, con la fodera un po’ rovinata, ma che conosce così bene tutte le pieghe della nostra anima...
Cosa c’è dopo la musica nella tua vita che ti appassioni (film, libri, viaggi etc)?
Mi piace viaggiare! Credo che se vincessi un mucchio di soldi al super enalotto, dividerei il mio tempo fra sala d’incisione e viaggi per il mondo (magari potrei unire le due cose: tour delle più belle sale d’incisione del mondo!    WOW!)  Mi piace anche leggere e leggo di tutto: dai romanzi ai libri di divulgazione  scientifica (soprattutto fisica e matematica). La mia spesa per i libri riesce anche a superare quella per i CD!  E poi sono una grande fan del mio divano: il mio massimo è al pomeriggio,  fuori piove, io a casa sul divano con copertina, tisana, libro e dopo due o tre pagine... pisolino!!!
Grazie di tutto, soprattutto delle emozioni che la tua voce sa suscitare….  LALLA
  SITI INTERNET :    www.marthaj.it
                              www.myspace.com/marthasroom
                              www.cdbaby.com/marthaj
 

 

 SULUTUMANA IL TONNUTO N° 87

  Intervista di Fabio Antonelli       puoi anche  LEGGERLA QUI

Come uso fare solitamente, la prima domanda è sempre quella più ostica, siete nati nel lontano 1989 come Sulutumana per poi diventare Semisuite dopo il tour di “Decanter”, per poi tornare con l’ultimo lavoro “Arimo”, appena uscito, al vecchio nome di Sulutumana. Quanto il cambio di nome è stato dettato dall’uscita di scena di Michele Bosisio (co-fondatore del gruppo), a dire il vero non ho capito bene se si sia trattato più di una separazione consensuale o di un sofferto divorzio, e quale vuol essere il significato di questo ritorno al vecchio nome?
R. Il cambio di nome è stato senz’altro dettato dall’uscita di scena di Michele. Era necessario per noi prenderci una pausa di riflessione per il riassetto della band e per capire cosa fare del nostro passato, presente e futuro. La soluzione è stata quella di continuare il percorso intrapreso più di 10 anni fa con il nostro nome d’origine, abbiamo riflettuto a lungo e ci siamo confrontati apertamente e riteniamo che questa sia la soluzione più giusta e coerente per noi, per il lavoro fatto fino ad oggi e per il pubblico che ci segue da tanti anni.
Io credo che il vostro ultimo lavoro rappresenti un vero ritorno alle origini, al vostro primo disco “La Danza” del 2001, nello stile ci sono indubbiamente molte concordanze. E’ vero che allora l’artefice di testi e musica era il solo Francesco Andreotti, mentre in “Arimo” i testi sono di Gianbattista e le musiche di Francesco Andreotti, Gianbattista Galli e Nadir Giori, ma è anche vero che molte delle nuove canzoni sono praticamente sostenute dal pianoforte di Francesco che sa dare loro colore e sensualità, insomma c’è ancora un notevole contributo da parte di questo bravo pianista.
R. Se con Arimo diamo l’impressione di un ritorno alle origini non possiamo che esserne lieti, significa che abbiamo lavorato con coerenza e continuità, il che rafforza il concetto espresso in precedenza relativamente al “ritorno” dei SULUTUMANa. Va precisato tuttavia che da sempre, e cioè dal primo cd “La Danza”, gli autori delle musiche sono Francesco e Nadir (con qualche sporadica incursione di Michele), mentre i testi sono di Gian Battista. Ai tempi però, l’unico di noi iscritto alla SIAE era Francesco, il che spiega perchè tutti i brani risultino composti a suo nome. Detto questo, Francesco è certamente un pianista di talento e un compositore vivace e raffinato, ma lo stesso vale per Nadir e il connubio tra i due è particolarmente felice.
Tra voi e lo scrittore bellanese Andrea Vitali vi è ormai un solido rapporto fatto di amicizia, di complicità, di percorsi teatrali e promozionali comuni, voi avete tratto ispirazione dai suoi romanzi per scrivere alcuni dei vostri migliori pezzi, lui ha avuto il vostro importantissimo apporto musicale nella realizzazione di un fortunato spettacolo teatrale come “Pianoforte vendesi”, ma chi tra voi ha tratto maggior beneficio da questo sodalizio artistico?
R. I benefici del sodalizio tra noi e Andrea vitali sono certamente reciproci sia in termini artistici che, soprattutto, in termini di amicizia. Andrea Vitali però, non è l’unico scrittore con il quale avete avuto a che fare, ci sono Tiziano Terzani, Ovidio, Pablo Neruda, Simon Diaz, Paolo Monelli.
Insomma avete un rapporto felice con il mondo letterario, ma ispirarsi ad un libro o ad una poesia per scrivere una canzone è un gesto d’amore nei confronti dello scrittore di turno o una via meno irta di ostacoli per scrivere un buon testo?
R. E’ certamente una via meno irta per ottenere un buon testo, tuttavia non si tratta di una scorciatoia o di un escamotage infallibile. Il testo letterario da cui può scaturire una canzone deve averti coinvolto e sconvolto per bellezza e passione, altrimenti il risultato è solo un’emulazione di basso livello. E’ un po’ come quando il cinema ripropone sullo schermo la storia narrata in un libro di successo: spesso chi ha letto il libro arriccia il naso dopo aver visto il film, oppure si entusiasma e si emoziona ancora di più se il film non ha deluso le aspettative. Insomma, si tratta di un’arma a doppio taglio e bisogna essere particolarmente cauti e abili nel maneggiarla.
In "Arimo" trovo una maturità artistica davvero ineguagliabile, con un perfetto equilibrio tra musicalità e scrittura (grande merito di Gianbattista), cosa che c’era molto meno ad esempio nel precedente “Decanter”, che aveva punte di notevole qualità stilisticamente innovative, che, però si alternavano a brani meno riusciti, meno incidenti soprattutto dal punto di vista dei testi o sbaglio?
R. Questa è un’osservazione da ascoltatore e in quanto tale è inconfutabile. Prendiamo atto della tua analisi stilistica e ce la mettiamo in tasca.
"Arimo", raccoglie, di fatto, una serie di canzoni scritte per lavori teatrali differenti, tuttavia penso che abbia tutte le caratteristiche per potersi definire un concept-album, il filo conduttore potrebbe essere quel guardare ad un passato, il proprio, fatto di una serie di sensazioni dimenticate.
Forse a voler fare i pignoli l’unica canzone un po’ fuori tema, anche dal punto di vista musicale, suonando elettrica e non acustica, è la pur splendida “Farfala sucullo” o sbaglio?
R. Farfala sucullo è l’unico brano dell’omonimo spettacolo teatrale che è stato inserito nell’album Arimo. Questo spiega perchè risulta meno legata al resto delle canzoni, ma è un brano presente nel repertorio del concerto già da molto tempo e non abbiamo mai pensato di escluderla dal lotto. La cosa curiosa è che anche il resto delle canzoni derivano da spunti molto diversi tra loro, ciononostante se ne può ricavare una coerenza stilistica e tematica che in qualche modo ha finito col sorprendere anche noi. Quelli che sono gli argomenti del disco li abbiamo scoperti a prodotto finito e ci siamo riconosciuti totalmente nel nostro lavoro.
Sempre restando ad "Arimo" uno dei punti più alti è secondo me “Canzone dell’amante che se ne va”, raffinata, molto pianistica, lenta al punto giusto e con la voce splendida di Gianbattista a disegnarne le immagini con grande resa, il finale è cantato in lingua spagnola, però il tutto non potrebbe appartenere degnamente al repertorio di uno chansonnier francese?
R. Le tue domande sono esplicitamente di parte e le risposte rischiano l’autocompiacimento! Diciamo che attingiamo ai molti pozzi della musica
tra cui quello degli chansonniers. L’esserne degni o meno non sta a noi dirlo, ovviamente ce la mettiamo tutta.
Altro brano importante dell’ultimo disco è “Liberi tutti” che contiene il termine un po’ magico “Arimo” che dà il titolo all’intero lavoro, è la canzone dei ricordi, di quando si era bambini, di quando ci si faceva magari male anche seriamente, ma si ritornava sempre in piedi senza conseguenze letali, il mondo dei bambini visto con gli occhi di chi più bambino non è.  Il mondo dell’infanzia è un tema a voi caro, viste anche le esperienze discografiche di “Il lago di Como” e “Ciao Piccolo Principe” o sbaglio?
R. Riteniamo che il ricordare è utile, quando non è sterile e nostalgico. Il tema dell’infanzia ci è caro come tutte le cose belle che ci si lascia alle spalle, ma ancora di più ci è caro nella misura in cui ci rende consapevoli del presente e ci spinge curiosi verso il futuro. Quanto alle canzoni per bambini altro non sono che il frutto dei laboratori che saltuariamente facciamo nelle scuole. Si tratta di un lavoro stimolante nel quale la fatica è ampiamente ripagata dall’entusiasmo dei “mocciosi” coi quali abbiamo a che fare. Il lago di Como è una canzone per bambini che abbiamo proposto scherzosamente nei bis del concerto e che ha avuto un successo sorprendente. Però a guardarla bene a noi sembra che... sia proprio una bella canzone.
Non abbandoniamo "Arimo", vorrei parlare di “Legura” per affrontare il discorso dialetto, qui utilizzato solo per il titolo ed il ritornello, ma comunque utilizzato anche in passato solo in rarissime occasioni ("Viola", il ritornello di "Cussesumaiami", ecc.) a differenza del conterraneo Davide Van De Sfroos che pensa e scrive solo quasi in dialetto, perché questa scelta?
R. Premesso che il dialetto è la prima lingua che abbiamo ascoltato, imparato e parlato, non è nostra prerogativa utilizzarlo nelle canzoni. Lo facciamo per divertimento qua e là nel repertorio, soprattutto quando ci interessa trasmettere una sonorità che vada al di là delle nostre radici. Può sembrare paradossale, ma è così. Ci piace utilizzare il dialetto per confondere le acque, per creare ad esempio suggestioni africane o di qualche altro imprecisato luogo esotico. Del resto il nome stesso  SULUTUMANa è nato con questo intento.
Cosa prevede il futuro dei Sulutumana, oltre all’ovvio tour di presentazione di "Arimo"? E’ ipotizzabile una collaborazione non solo con scrittori delle nostre terre (come l’ormai pluripremiato Andrea Vitali), ma anche con altri musicisti lariani?
R. Il futuro prevede musica, palchi, canzoni, salamelle e patatine! Condividere tutto questo con altri artisti è senza dubbio una fortuna, ma siamo contrari ai minestroni senza sale; una collaborazione deve avere alla base forti stimoli, grandi motivazioni e un coinvolgimento reciproco, che è anche ciò di cui ci nutriamo a vicenda come gruppo, tutti i giorni.

   SITO principale:  www.sulutumana.net 
 

 

 MARCO PYTHON FECCHIO IL TONNUTO N° 88

  Intervista di Mauro     puoi anche   LEGGERLA QUI

Partiamo dal passato. Mi potresti mettere in ordine cronologico tutti gli album usciti negli anni addietro nei quali hai suonato?
Non c'è granché da mettere in ordine, la mia attività in studio è molto limitata.
La prima volta con i De Sfroos, parecchi anni fa. l'album era MANICOMI. Dopo un po’ di anni con Davide ho registrato AKUADUULZA, album di svolta per la sua carriera.
So che esiste un DVD live di quella tourneè registrato allo Smeraldo di Milano, ma non è mai stato pubblicato...
Di recente ho collaborato alle registrazioni de LA BREVE ESTATE di Massimiliano Larocca, ho suonato in qualche brano nel disco in lavorazione di Francesco Lucarelli di Roma e sono molto soddisfatto delle session con Paolo Pieretto. Ho appena registrato per il prossimo album di Massimo Priviero.
Infine una piccola cosa che nessuno sa: la mia wha-wha guitar in Achilipu, un brano pop per Hakim, un pop singer arabo, per la Sony spagnola (1991).
Una curiosità, se si può svelare. Com’è nato il soprannome “Python”?
Molto banale. parecchi anni fa, quando cominciai a suonare live, un bassista con cui mi accompagnavo mi diede questo appellativo per via degli stivali che indossavo. Il riferimento (a me totalmente sconosciuto) era a Python Lee Jackson, con cui Rod Stewart incise. Davide Van De Sfroos giocò parecchio su questo e fu molto divertente, sopratutto le sue presentazioni al pubblico. Pensavano davvero arrivassi dalla Louisiana o da chissà dove!
La prima volta che ti ho visto suonare di persona è stato nel 2005 nel corso del tour di AKUADUULZA. Quella volta ti ho visto eseguire numeri “magici” con la tua chitarra che ad un certo punto “miagolava” nella canzone IL CORVO. Un pezzo rock che hai interpretato in maniera assolutamente magica. Quindi ti chiedo: l’anima del “Python” è più rock o più blues… o entrambe le cose indistintamente?
Mi è piaciuto molto suonare quel brano. però penso che più che miagolare la mia chitarra strillasse!!!! Comunque non ho mai amato rifugiarmi in un genere, non si sa perchè ma c'è sempre qualcuno che vuole etichettare la musica. Il blues è naturale, tutto viene da lì ma io sono rock'n'roll!
La domanda precedente te l’ho posta perché m’è rimasta impressa la scena di Finardi che a Mariano nel 2007 ti ha chiamato sul palco dicendoti che era ora di un po’ di “blues” rendendo chiara l’idea che senza di te, la cosa, non si poteva fare. Una grande soddisfazione, immagino. Qual è secondo il tuo parere l’artista italiano più “blues”?
Eugenio ha realizzato Anima Blues, un bellissimo disco blues che meriterebbe di varcare i confini nazionali, lui è un artista vero, a 360 gradi. Pino Daniele sicuramente ai suoi esordi è stato grande, una commistione di folk nostrano e blues funky che ha lasciato il segno in molti. Oggi in  Italia tutti fanno blues ma sembrano tutti uguali, poca fantasia, poca creatività; covers, covers e ancora covers... caso a parte Angelo Leadbelly Rossi, un vero outsider. Sono orgoglioso di percorre un po’ di strada al suo fianco. E sopratutto di mangiare la sua grigliata mista!
Hai iniziato molto presto a suonare la chitarra?
7/8 anni, in chiesa.
Ti chiedo di farmi un nome di un artista ed un titolo: qual è il migliore album che hai ascoltato, sinora, in questo 2008?
Ti posso dire cosa sto ascoltando in questo momento: Eliza Gilkyson, “Beatiful World”. L'ho conosciuta grazie ad Andrea Parodi, eccezionale.
Quali sono i tuoi chitarristi preferiti, di ogni tempo, luogo, spazio?
Jimmy Page l'iniziazione, poi tanti. Tantissimi. Oggi un nome solo racchiude tutto ciò che per me è la chitarra: David Grissom.
Nel corso di questi anni “on the road” hai potuto dividere il palco con una miriade di validissimi artisti (che non cito perché sono veramente tanti oltre che per evitare anche di fare un torto a qualcuno).
So che potresti essere in difficoltà a rispondermi ma ti chiedo: c’è qualcuno tra questi che ti ha lasciato un segno?
Non c'è nessuna difficoltà. Negli ultimi anni le numerose collaborazioni con artisti USA mi ha arricchito molto (come musicista, si intende...). Nessuno in particolare, ma Eric Taylor ha un carisma tale che non puoi non emozionarti se dividi il palco con lui.
Il nome di un’artista con il quale vorresti dividere il palco?
Eliza Gilkyson, Chuck E. Weiss, Bob Dylan. ( sognare è gratis!)
Attualmente quante chitarre possiedi?
Più di quelle che mi servono.
Tra tutte ce n’è una alla quale sei più affezionato e, se possibile, ci potresti raccontare il perché?
Le amo tutte, anche quelle che ho abbandonato.
Infine, ringraziandoti della disponibilità che ci hai concesso per questa intervista, ti chiedo quali sono i programmi per il futuro e se inciderai prima o poi un album tutto tuo.
Nell'immediato continuo la collaborazione live con Angelo Leadbelly Rossi e sto preparando un concerto a fianco di Massimo Priviero. A novembre verrà registrato il DVD, a Milano. Inoltre le "solite" collaborazioni: le prossime Eric Taylor e Romi Mayes, le date su myspace.
Il mio album per ora è nella mia testa, ma prima o poi…

Grazie Python !

   sito internet:   www.myspace.com/mpythonfecchio
 

 

 MAX  DE BERNARDI IL TONNUTO N° 89

Il nostro "fingerpicking" Blues

 Intervista di FaZ        puoi anche   LEGGERLA QUI

Ciao Max, è un grande piacere per me quest'intervista.
Sono sincero, sei uno dei musicisti che più mi affascina. Persona riservata, abiti semplici ma in stile, fuggitivo come i grandi. Insomma poco fumo tutto arrosto, di quello che sazia !
1) Oso subito, se fossi nato 50 anni prima, in U.S.A., magari nero, credo saresti stato lì nell'olimpo dei 10 migliori "Fingerpicking" blues di sempre. Non puoi dirmi che sbaglio.
Diciamo che avrei sicuramente lavorato di più! L'andazzo generale in Italia è invitare l'Americano che attira più gente....fà niente se poi in Italia ci sono musicisti che andrebbero valorizzati di
più che valgono quanto loro e delle volte anche di più!
2) Oltre ad avere velocità e tecnica perfetta nel gestire le corde dei tuoi strumenti (ukulele, chitarra acustica, chitarra resofonica, banjo, mandolino) hai anche una voce ideale al genere ragtime/blues. C'è qualcosa che ti manca ?
Manca sempre qualcosa!Io sono sempre alla ricerca,nel mio modo di esprimermi, di qualcosa in più....anche un accordo in più o in meno...una sfumatura vocale...che so....qualsiasi cosa penso possa migliorare la resa finale!
3) Parlaci del tuo ultimo CD "How can you keep on moving", 20 tracce molto rilassanti e soddisfacenti, che trovo perfetto per la stagione autunnale.
Come tutti gli altri cd che ho fatto è stato registrato in poche ore "buona la prima"come si dice , senza rifare mai un pezzo ma piuttosto farne un'altro quando uno veniva male. Registro sempre una quarantina di canzoni di getto e scelgo poi quelle venute meglio e le metto sul CD. In quest'ultimo ho introdotto anche alcuni arrangiamenti di pezzi vecchi suonati solo con l'ukulele che è uno strumento che mi segue sempre con il quale amo stravolgere pezzi di ogni genere. Il resto sono pezzi dei miei autori blues & ragtime degli anni '20/'30 tutti rifatti un pò alla mia maniera.
4) Ti ho conosciuto credo 3 anni fa col tuo gruppo più "elettrico" i Blues Machine. Oggi invece sei forse più sulla musica anni '30. Un'evoluzione precisa o semplicemente alterni e mischi gli stili a seconda del gusto momentaneo ?
In realta "l'elettrico" è venuto dopo quasi per necessità. Io ho cominciato più di trent'anni fà a suonare la chitarra acustica country blues! La chitarra elettrica la suono da molto meno tempo, sono semplicemente tornato a fare quello che amo di più.....la buona musica acustica!
5) In coppia con la tua compagna Veronica Sbergia (che intervisteremo in un prossimo numero) siete una coppia strepitosa. Due voci eccellenti e due musicisti impeccabili. E' nata prima l'intesa musicale o quella di cuore ?
mah...direi di cuore! Lei ha cominciato ad appassionarsi a questo genere dopo avermi conosciuto visto che proveniva da altre esperienze musicali ed è riuscita in poco tempo ad entrare nel feeling giusto per questa musica.
6) Posso sapere la tua età ? Ho letto che l'illuminazione l'hai avuta già a 12 anni ascoltando un disco di Reverend Gary Davis, un esempio e maestro per tantissimi. Bene, sono andato sul suo sito myspace e leggo che sei indicato tra gli amici preferiti. Una bella soddisfazione per te credo.
Ah Ah Ah....per quanto riguarda "l'illuminazione" è vero....fù un vinile di Rev.Gary Davis a pormi sulla retta via più di trent'anni fà....adesso ne ho quarantaquattro. Purtroppo Gary Davis è scomparso più di trent'anni fà e il myspace l'ho aperto io in suo onore! eh eh eh
7) Amo ascoltare il banjo di Papa Charlie Jackson. Alcuni tuoi modelli Reverend Gary Davis, Doc Watson, Merle Travis. Ci fai qualche altro nome che ti entusiasma ?
Sicuramente l'altra grande fonte di ispirazione per me, oltre a quelli citati, è stato Blind Blake, probabilmente il più "bravo" fra tutti nella tecnica di "imitare il pianoforte con la chitarra" come dicevano loro! Poi ti potrei citare i vari Pink Anderson,Blind Willie Mc Tell, Mississipi John Hurt...la lista e lunghissima!
8) Navigando in internet ho trovato dei "piccoli mondi" gruppi di amici dell'ukulele, questo strumento in Italia conosciuto da pochi ma dopo averlo udito amato da tutti. E' così difficile far emergere la "novità" al pubblico chiamiamolo di massa ?
Purtroppo il pubblico "di massa" come lo chiami tu è bombardato da una televisione sempre più deleteria che non lascia spazio alla novità ma và sul sicuro con divi di cartone che durano due settimane e non lascia spazio alla fantasia e alla voglia di fare qualcosa perlomeno di diverso. Il pericoloso abbassamento del livello culturale di questo paese è sotto gli occhi di tutti!
9) A volte mi chiedo se il mondo è così schizzato e frenetico solo perchè non ascolta "buona musica". Tu che ne pensi ?
Sono d'accordo con te......la musica è un ottimo veicolo per stare bene! La buona musica intendo....non quella triturata dalle autoradio come sottofondo nel traffico!
10) Infine come ultima sono abituato a chiedere: "fatti una domanda e dacci la risposta" ma tu se vuoi dacci la soluzione a "How can you keep on moving" ?
L'assoluto amore per la musica e per quello che faccio mi aiuta a "muovermi"....anzi adesso devo "muovermi" che mi devo sparare un pò di ore di treno per andare a fare una serata in mezzo all'Appennino!
Vi lascio con un grande grazie e con l'augurio che la MUSICA sia sempre con voi, tutti i giorni ed in ogni luogo! Ciao.
GRAZIE molte Max. Sei uno di quei grandi artisti che la società fatica a vedere. Non c'è dubbio, meriteresti ancor più fama di quella che hai.
Purtroppo il mondo è spesso orbo, ma noi oggi gli abbiam messo un bel paio di piccoli occhiali !
CIAO e a rivederci ad un prossimo "live"!

SITI INTERNET: www.myspace.com/maxdebernardi  www.bluesmachine.it
CD 2008 - "How can you keep on moving" acquistabile ai suoi concerti o se avete fretta ordinabile da: www.ukulele-division.com

 

 

 

 LELECOMPLICI IL TONNUTO N° 90
di Fabio Antonelli

Vorrei cominciare questa intervista dalla fine o meglio dai crediti del tuo primo e per ora unico disco dal titolo “Sotto gli occhi di nessuno” uscito questo
autunno, vi si trovano nomi molto conosciuti del panorama jazzistico nazionale come Paolo Tomelleri, Alfredo Ferrario, Massimo Caracca; com’è nato
questo rapporto di collaborazione?
Un po’ di anni fa ho scoperto un locale di Milano che si chiama Ittolitos, lì la domenica sera fanno suonare del jazz anni ’30, quello che piace a me, io
quella musica l’adoro come adoro chi la suona e in quell’occasione ho avuto modo di ascoltare e conoscere degli eccellenti musicisti. Così, a distanza di
anni, ho azzardato chiedere loro se volevano suonare con me e con gli altri del mio gruppo, mi è andata bene, loro hanno accettato
e adesso non se ne può più fare a meno, quando suoniamo tutti insieme c’è un’energia stupenda e le mie sensazioni sono indescrivibili.

Come sai, io ho parlato molto bene del tuo disco, ma il mio parere favorevole non è isolato, ne ha parlato bene anche
Alessio Brunialti e tanti altri amici di Myspace, se dovessi presentarlo a chi ancora non lo conosce come lo definiresti e quali motivi validi daresti per convincerlo ad acquistarlo o a regalarlo.
Sono contento che a qualcuno piaccia, questo disco è il sunto di parecchi anni della mia vita e le atmosfere sono esattamente quelle
che cercavo, non c’è lo zampino di nessuno. In ogni modo se dovessi convincere qualcuno a comprarlo, beh … gli direi che sono al verde e
a rischio di tracollo finanziario… oppure boh! che ascoltandolo ci può trovare qualcosa da fischiettare sotto la doccia?

Uno dei brani presenti nel disco cui sono più affezionato è senza dubbio “Il cielo di Grona” perché ha dentro di se una
carica d’amore spropositata, un cocktail equilibrato tra estasi “e il sorriso sta a difendere la stanza / fuori la luna è di ottone
che ci applaude e ci guarda / il boccale in alto quasi a toccare il soffitto / lo senti il vetro che sbatte, s’incrocia / quella è
musica” e nostalgia “E me lo chiedi? se potessi fermare il tempo / non ho dubbi lo fermerei lì / giusto prima che mi scoppiasse
la testa tra le mani / prima di girarmi e di non trovare più nessuno” davvero perfetto, in che circostanze è nato?
“Il cielo di Grona” nasce come tutti gli altri brani da storie vissute in prima persona, sensazioni belle o brutte che ti porti dentro ma che
dentro non riescono più a stare e non mi chiedere il perché… a me non serve saperlo. Qui il violino di Giulia e la chitarra di Luca hanno
accompagnato alla grande queste sensazioni all’esterno 

Un’altra splendida canzone d’amore è “Mira le labbra”, davvero indicata in questa stagione fredda perché sa scaldare i cuori e
non solo… perché hai scelto proprio questa canzone come motivo trainante dell’intero lavoro, visto che sulla tua pagina
ufficiale di Myspace è al primo posto nella play list?
Di sicuro sono la ritmica veloce e gli appunti divertenti degli strumenti a rendere piacevolmente ascoltabile il brano, il testo ha scelto
da solo il suo vestito per l’inverno freddo e lungo che però ormai non ci spaventa più… vero Mariù?

Un vero gioiellino contenuto in questo scrigno dalla copertina legnosa è poi “Acquarello”, un brano forse un po’ sottovalutato
dai più e che invece, a mio parere, contiene versi di assoluto pregio come quelli della struggente immagine finale “quanto
piove Dio come la manda la luna è tornata sul dorso della scarpa è difficile trovare un posto all’asciutto quando piove
dall’occhio alla guancia”, che ne pensi?
Penso che ogni brano abbia la sua personalità ed una storia alle spalle ben diversa, l’orecchio attento ascolta queste variazioni,
“Acquarello” è uno slow jazz che ha bisogno d’attenzione e del momento giusto.

C’è un altro pezzo importante, è “Sotto gli occhi di nessuno”, sia perché dà il titolo all’album sia perché è dedicato “ai ragazzi
delle case popolari”, perché hai scelto questo titolo e a loro hai voluto dedicare la title-track.
“Sotto gli occhi di nessuno” è una canzone importante come importanti sono stati per me i ragazzi delle case popolari con i quali sono
cresciuto e lo sono tutt’ora, anche se non ci vediamo più spesso. Mi ricorda situazioni difficili che abbiamo superato , mi ricorda chi non
ha avuto il tempo di superarle e mi fa pensare, nel bene o nel male, a tutti gli sforzi di chi cresce sotto gli occhi di gente amante del pettegolezzo,
della critica che rimane indifferente quando piangi e stai male, ad essere veramente nessuno è tutta questa gente e sotto i
suoi occhi c’eravamo noi. Ho ormai trentuno anni e stò bene quando ancora oggi passo loro davanti e li vedo parlarsi all’orecchio.

Poco fa ho accennato alla copertina del disco definendola legnosa, perché riporta la superficie legnosa di un tavolo tipo
osteria con inciso il tuo nome ed il titolo del disco, tutto intorno foto in bianco e nero, vino, carte da gioco, cicche di sigarette. Io
la trovo molto indovinata, densa di significati, che mi dici di questa scelta?
La copertina è azzeccata: il tavolo da bar, le incisioni, il vino e le carte da gioco mi fanno sentire a casa, sono cresciuto nei bar e né
me ne vanto né me ne vergogno, semplicemente mi sento a mio agio nei bar e molte canzoni le ho scritte proprio in questi luoghi.

Anche l’interno del libretto è molto curato, i testi sono riportati su fogli manoscritti e i crediti dei singoli brani riportati all’interno
di scatole di cerini (a proposito chi li usa ancora?), è stata tua questa originalissima idea?
I cerini li uso e li usavo per scrivere frasi dei miei pezzi quando ero in giro e mi è rimasta questa cosa, mentre i testi sui manoscritti sono
stati un’idea del mio amico Vir, che mi ha curato l’intera grafica pochi giorni prima di mandare il tutto in stampa, fortunatamente io e lui
abbiamo gli stessi gusti… ci piacciono i bar.

C’è una curiosità che mi porto dietro da quando ho fatto la tua conoscenza e che tra l’altro ha generato secondo me un po’ di
confusione nel mare sterminato di internet, perché hai scelto il nome di Lelecomplici? E’ la dicitura corretta, perché in internet
ho appunto trovato di tutto Lele e Complici, Lele e i Complici, Lele&complici, sei un trasformista?
Ti levo subito questa curosità. E’ che nessuno ha mai capito come si scriveva, una volta addirittura hanno scritto “Lei e i complici”, quella
sera mi ricordo ancora c’era la sala piena di uomini, ma di donne neanche l’ombra… così, posso concludere che il trasformismo non
c’entra e solo che mi sono rotto ed è rimasto semplicemente LELECOMPLICI

Penso che parlare di un secondo disco sia prematuro però, a non avere limiti di budget e a dar libero sfogo alla fantasia con
chi ti piacerebbe suonarlo?
Non è per niente prematuro ci sono già nuovi pezzi in cantiere e sogno di inciderli con neanche uno di meno degli splendidi complici
con cui ho inciso questo mio primo disco.

Ascoltatelo in Myspace :  http://www.myspace.com/lelecomplici 

 

 

 MALTRA B-FOLK IL TONNUTO N° 93

  Intervista di  Rho Mauro       puoi anche  LEGGERLA QUI

Ragazzi, partiamo dalla Genesi. Il Gruppo MALTRA B-FOLK , ci è parso di capire, nasce come associazione culturale con il nome “I Maltrainsema”. Da qui poi il progetto che ha portato alle stampe di “SPECIAN TUCC UN QUAICOSS”. Ci potete indicare brevemente l’esatto percorso che avete compiuto?
I Maltrainsema, gruppo musical-dialettale cabarettistico, nasce nel 2008, dalla passione comune dei 3 mebri “fondatori” (Walter Bianchi, Nicola Cilento, Fabrizio Visconti ) per il dialetto, la musica e le proprie tradizioni. Nel 2006 ho avuto la fortuna e il piacere di poter salire a bordo della “carovana” dei Maltrainsema. Nel corso degli anni abbiamo portato nei teatri, nelle piazze nelle feste di paese i nostri spettacoli, che si rifanno al più tipico cabaret milanese d’osteria, attraverso un viaggio storico-culturale dal 1940 sino ai giorni nostri. Proprio nel 2006, da poco entrano nella famiglia dei Maltrainsema, ho iniziato a scrivere qualche pezzo in dialetto e a musicarlo.
Nasce così l’idea di provare a percorrere un'altra strada, pur mantenendo viva la realtà dei Maltrainsema, sempre accomunata dalla voglia di stare insieme, di suonare ma questa volta di raccontare qualche cosa del proprio mondo. I mesi passano e le canzoni aumentano. Pian piano il gruppo, che viene chiamato Maltra B-Folk (per mantenere un legame con la realtà parallela dei Maltrainsema,), comincia a maturare l’idea di arricchire il proprio gruppo con altri elementi, con cui condividere questo progetto.
Elementi che prima di tutto diventano Amici. Infatti fondamentale nella ricerca di nuovi membri è quella di avere una sorta di punto di contatto umano. Quindi condividere sicuramente il mondo musicale, ma soprattutto aver la voglia di stare insieme.
Arrivano così alla batteria Andrea Dieci, ed in seguito Paolo Pastorelli al piano e tastiere, Filippo Biondo al Basso e Damiano della Bella al Violino. Cominciamo a lavorare sui pezzi, sugli arrangiamenti, ognuno portando la propria esperienza musicale.
Da li al decidere di entrare in Studio di registrazione il passo è stato breve. 9 mesi di lavoro per avere finalmente tra le mani il nostro primo CD, totalmente autoprodotto che parlasse del nostro mondo, e all’interno del quale, si può trovare un atmosfera tipica di ognuno di noi.
La scelta di cantare le canzoni del disco in dialetto varesotto, il vostro dialetto, è l’elemento caratterizzante della vostra opera. In questa scelta vi siete ispirati a lavori di artisti come Davide Van De Sfroos, oppure ci sono state altre motivazioni?
Davide Van de Sfroos, oltre ad essere un grande personaggio con un forte carisma e una grande bravura, ha avuto la capacità di riportare la lingua locale, sulla bocca dei giovanissimi!
Il dialetto grazie ai suoi primi cd e concerti non era più una lingua di “nicchia” parlata nelle poche osterie e circoli ancora aperti, ma diventava un nuovo modo di ascoltare musica.
Inutile dire che tutti gli album di Van de Sfroos sono stati ascoltati ed apprezzati, ma due sono le differenze sostanziali tra Van de Sfroos e i Maltra B-Folk Davide è un personaggio, un solista e noi siamo una band, lui racconta le sue storie in comasco, noi in varesotto.
Sono molto simili come dialetto è vero ma sono due lingue con storie diverse.
Come detto in precedenza la comune passione per il dialetto e per il genere folk (con tutte le sue innumerevoli sfaccettature) ci ha permesso di veder crescere questa famiglia di b-folk(i). Merito a Davide e tutta la nostra grande stima per il lavoro fatto, ma i Maltra B-Folk nascono e crescono in modo autonomo!
Quando sul finire di luglio è arrivata al Tonnuto la segnalazione del vostro album ci abbiamo messo veramente poco a scaricarlo, masterizzarlo e assimilarlo.
Oltretutto avete fornito un corposo libretto con i testi sia in dialetto che in italiano.
Diciamo che, una volta messo insieme il tutto era come avere a disposizione una di quelle confezioni con il packaging de-luxe che tanto vanno di moda oggi nelle riedizioni di album già stampati.
Possiamo sapere perché avete deciso di offrire gratuitamente un prodotto che, per qualità, poteva tranquillamente essere venduto?
La scelta di mettere online del tutto gratuitamente il nostro primo album, è stata ponderata al fine di poter raggiungere un più ampio numero di persone, e soprattutto al fine di sfruttare al meglioquesto nuovo media che è il Web. Grazie a questa scelta in circa 6 mesi dalla messa online gratuita sul nostro sito web www.maltra.it abbiamo superato i 1800 download effettivi, provenienti da tutta Italia,  Europa e anche oltre oceano. (Stati Uniti, Argentina, Canada).Un risultato senza dubbio inaspettato e sorprendente.Vedere che tante, tantissime persone al di fuori della nostra provincia abbiamo scelto di scaricare il nostro disco, è per noi la più grande
ricompensa per tutto il lavoro svolto!Inutile dire che questa scelta comporta il fatto di non aver “introiti”, ma anche in questo caso abbiamo preferito investire di tasca nostra per avere un prodotto che fosse davvero genuino e soprattutto che potesse superare
ogni tipo di barriera geografica e culturale.
Nelle canzoni che compongono il vostro disco, accanto a pezzi diciamo più “facili” come UNA GIURNADA SFIGADA ci sono pezzi decisamente più impegnativi come IN DI’. Secondo noi la forza del disco è anche in questa vostra capacità di mischiare benissimo nell’arco dell’ascolto momenti leggeri ad altri più complessi. Come nasce una canzone dei MALTRA ?
Questa è una domanda da un milione di dollari! A parte gli scherzi. Ho iniziato a scrivere quasi per gioco, cercando di riportare su carta, le impressioni, le emozioni le immagini che nel corso degli anni erano rimaste per qualche motivo in un angolino
nascosto.Diciamo che è stato come fare un piccolo foro in un diga. All’inizio qualche piccola goccia di parole ha cominciato a sgorgare. Poi improvvisamente quel piccolo foro si è ingigantito e tutto quello che per anni sembrava sopito in un letto di ricordi è
riaffiorato improvvisamente. In genere i testi partono con una direzione, e poi vengono tante volte completamente stravolti. E’ capitato ad esempio quando ho scritto “ul ladro di sogn”. Inizialmente doveva essere una sorta di ninna nanna, con protagonista
una chitarra un po’ speciale.Poi man mano che scrivevo il protagonista ha mutato le sue sembianze, così come il contesto e la trama. Diciamo che alcune volte stento a credere che il pezzo sia scritto di mia mano! Come detto prima capita di farsi
trasportare durante la scrittura. E si ha la netta sensazione che la persona che sta scrivendo quei pezzi sia un'altra. La parte musicale, nasce con una chitarra alla mano, e per la melodia generalmente canticchio qualcosa in una sorta di inglese molto
maccheronico, che risulta però essere molto musicale.  Poi le due realtà (musica e testo) vengono fuse insieme. In seguito arrivare l’aspetto più bello nello scrivere una canzone. Ovvero la scelta dell’arrangiamento.
Ci ritroviamo nella nostra Maltra-Caverna (e qui non mi dilungo nello spiegare cosa sia, dovete venire assoluatemnte a vederla!!!!) e tutti insieme si propongono idee, suggerimenti impressioni. Il fatto di essere un gruppo numeroso da questo punto di
vista è una grande grandissima opportunità di crescita.
Ognuno porta agli altri le proprie esperienze in campo musicale (in alcuni casi molto diverse) e si comincia a provare, ad azzardare a sperimentare.
LA TUSA DA USMA’ è una canzone “epica”. E’ tratta da una leggenda locale? Oppure è frutto di immaginazione?
La tusa d’Usmà è ispirata ad una leggenda riguardante la nascita del Lago di Monate (VA).Una storia bellissima che incarna tutti gli aspetti della leggenda. Il cattivo. La bella del villaggio, il diavolo, la maledizione. La nostra terra è densa di storie e leggende che, come vuole la tradizione, cercano di spiegare fenomeni allora impiegabili, sapendo, con grande maestria, dipingere colori e immagini dense di significato. La tradizione orale rimane una dei tesori da custodire e divulgare a chi, oggi come oggi, ha perso la voglia di immaginare e sognare.
AL CIRCUL DA CAIDA’ è, a nostro modesto parere, la scelta più azzeccata per l’apertura del disco. E’ un pezzo che
travolge subito l’ascoltatore e lo porta dritto tra le vostre braccia. Fa il paio, come tematica e sviluppo, con la canzone
LA BALERA del De Sfroos. Immaginiamo la conosciate. Cosa ci potete raccontare in proposito?
Questo pezzo, omai diventato un “must” nei nostri concerti, è sicuramente un pezzo “nostalgico”, che cerca di riportare le atmosfere, le immagini, i protagonisti di un luogo di ritrovo fondamentale sino a qualche anno fa nei vari paesi che popolano la
nostra provincia. Il testo è stato scritto dal nostro Barone Walter Bianchi, che ha avuto la fortuna di vivere di persona quelle atmosfere e di conoscere quei personaggi che grazie a qualche bicchierino in più diventavano veri e propri poeti. Tante storie, tanti
aneddoti sono nati nei circoli. E tanti personaggi ancora oggi portano sulla loro pelle nomi, nomignoli, avventure che proprio nei circoli hanno mosso i primi passi! La vicinanza con la Balera di Van de Sfroos forse è da riconoscere solo ed esclusivamente sul fatto che entrambi i luoghi decantati purtroppo sono divenuti solo un ricordo (tranne rare rarissime eccezioni).
Le virate rock contenute nel pezzo SUN MAI ANDA’ IN GUERA rendono chiara l’idea che siete a vostro agio su qualsiasi tappeto musicale, non solo folk. Avete anche voi l’anima rock?
Quando abbiamo preso in mano “Sun mai andà in guera” si cercava un arrangiamento che si distaccasseun po’ dall’animo folk che echeggia per tutto il disco. E’ un pezzo particolare che aveva bisogno di un arrangiamento altrettanto particolare. E’ stato un lungo lavoro, che però per quanto ci riguarda è riuscito a far emergere un pezzo che sia per il tema trattato che per il modo in cui viene “cantato” era destinato a rimanere nel cassetto ancora per qualche tempo!
I Maltra B-Folk hanno un animo rock ? certo! Diciamo che abbiamo una pelle folk su cui ci piace indossare vestiti diversi!
Quante copie di SPECIAN TUCC UN QUAICOSS sono state scaricate sinora dal vostro sito?
Dalla messa ondine il 30 giugno 2008 abbiamo superato i 1800 download effettivi.
Per comprendere appieno il fenomeno MALTRA al Tonnuto (colpevole) manca di esaminare la vostra dimensione LIVE.
Nell’attesa di colmare questa lacuna vi chiediamo si ci potete fare qualche considerazione sulle vostre esibizioni.
Siete sempre “full band” quando suonate? C’è spazio per improvvisazioni e jamsession?
Essendo un gruppo numeroso, l’uscita live alcune volte porta con se qualche piccolo problema organizzativo.
Siamo in 8. Ognuno con la propria vita, con le proprie esperienze e con il proprio lavoro. Logicamente è capitato più di una volta di uscire live non in versione completa. La nostra fortuna sta proprio nel fatto che, essendo davvero ben amalgamati e avendo una forte base finalizzata allo stare insieme, riusciamo a intercambiarci (ove possibile) per cercare di dare comunque il massimo, anche se non siamo al completo!Per quanto riguarda l’improvvisare, capita, certo! E la fa da padrone il posto dove suoniamo e la
risposta della gente! Credo che quando fai una cosa con il cuore, divertendoti, sia naturale lasciarsi andare
a provare a dare quel 101 % in più.
Infine, ringraziandovi per la cortese disponibilità, parliamo del futuro. Il Tonnuto è già in attesa di buone notizie. Immaginiamo che ci siano già canzoni nuove, nuovi progetti. E’ vero?
Il 2009 molto probabilmente porterà tante novità nella famiglia dei Maltra B-Folk. Alcune sono ancora in fase di “analisi”. Quasi certamente entro fine anno 2009 uscirà il nostro secondo cd! L’esperienza di registrare un album è stata fantastica! E la voglia di ritornarci è davvero tanta! Ma più avanti vi daremo qualche notizia in più, non vi preoccupate!Poi ci saranno concerti, che rimangono il momento più divertente e più atteso da noi b-folk(i)!
 

 

 

 EUGENIO FINARDI  IL TONNUTO N° 94

  Intervista di Fabio Antonelli           fatta per il numero 94   LEGGILA ANCHE QUI

  Ti ho conosciuto per la prima volta in quella occasione di Mariano Comense, perché come ti avevo anche scritto, pur avendo sentito le tue prime canzoni non avevo probabilmente colto il messaggio o quello che avevi da dire in quegli anni, vorrei perciò chiederti cosa ti è rimasto di quella serata, se te la ricordi, in cui ti ho visto suonare anche al fianco di Davide Van De Sfroos.
Mah, mi ricordo che è stata una bella serata, molto divertente… mah sai, però faccio un po’ fatica, è passato un po’ di tempo, a focalizzare esattamente, mi ricordo che c’era un bel pubblico in quel palazzetto, non mi ricordo bene i dettagli, mi sembra di
capire che c’è qualcosa di legato o che ci vuoi legare…


No, beh volevo sottolineare che proprio lì ti ho colto nella tua natura blues che conoscevo poco, sai ero rimasto un po’ alle tue canzoni più famose…
Sì tu parli allora del progetto Anima Blues…

Esatto.
In realtà quella è la mia vera musica, quella è la musica che io avrei fatto se non avessi scritto “Musica ribelle” e se questo non fosse diventato un gran successo. Quei dischi lì per me dovevano essere una parentesi all’interno di una carriera di rock-blues, se vogliamo era quella la musica che ho sempre suonato per me stesso poi sai, le sliding doors, quelle con Demetrio Stratos, con gli Area, c’era questa voglia come si diceva allora di essere funzionali al movimento cioè di essere in qualche modo utili a tutto quello che stava accadendo in quel periodo storico e così è nata, come dire, la voglia di scrivere in italiano però doveva essere una cosa assolutamente temporanea, non pensavamo che sarebbe stata tutta la vita.

Ti ha però coinvolto praticamente fino agli ultimi anni, quelli più recenti.
La musica italiana dici? Beh, sì dopo sono entrato in una specie di meccanismo… diciamo chiaramente industriale, beh all’inizio ovviamente con la Cramps c’è stato un momento, tutto bellissimo, negli anni settanta, poi negli anni ottanta, come tanti insomma, sono dovuto entrare nell’industria e non mi sono mai trovato molto bene nell’industria discografica normale.

Io però devo dire di averti conosciuto, a livello di dischi, con la quadrupla raccolta “Un uomo” che forse è l’approccio più sbagliato, so che di solito non sono ben viste le raccolte dagli autori stessi.
No no, quella l’ho fatta io, anzi… quella l’ho curata io personalmente e penso dia una buona prospettiva su quello che è stato un percorso mio musicale ed anche umano…

Tra le canzoni inserite io ho trovato particolarmente splendide “Un uomo” ed anche “A mio padre” puoi dirmi qualcosa di queste due canzoni?
“Un uomo” è una canzone scritta in tre tempi, prima la musica e… mesi e mesi dopo… così di getto, il testo e poi l’arrangiamento fatto a New York, con Lew Soloff trombettista dei Blood, Sweet & Tears e con sua moglie che è arpista della Filarmonica di New York, è un pezzo cui tengo molto perché è uno dei pezzi più belli di quella che io chiamo la mia terza fase, la maturità; mentre invece “A mio padre” è un testo della fine della prima fase del periodo Cramps, ero molto giovane e mi fa ridere che allora mi ritenevo già grande ed invece… ne avevo ancora di michette da mangiare (ride).

Un altro brano che ho trovato in questa raccolta è “Il mare deragliato” che è un pezzo di Fabrizio Consoli che è anche un amico mio, perché l’hai voluto inserire?
Mah… perché Fabrizio ha scritto tante canzoni con me, ma tante tante proprio… da “Qualcosa in più” a “La forza dell’amore”, ne abbiamo fatte un sacco proprio…

Ma com’è nato questo incontro?
Oh… anni fa, lui è venuto a suonare con me che era un ragazzino proprio, piccolo piccolo, la prima volta che è salito su un palco era con me… insomma io… una delle cose di cui sono più fiero è di aver scoperto un sacco di talenti.

Restando un po’ alla tematica blues, visto che è anche l’impronta di questo brano di Consoli volevo parlare ancora un attimo di “Anima Blues”, di questo progetto che è stato anche un po’ un ritorno, come dicevi prima, alle origini visto che poi è la musica che sentivi tua agli inizi carriera fino a quando c’è stata questa lunga parentesi della musica in italiano, “Anima blues” è stato anche un distaccarsi da quelle che sono le major, le case discografiche più importanti?
A beh… sì non me l’hanno fatto fare e non me l’avrebbero mai fatto fare così. Ho potuto farlo così rigoroso, così puro, vero… proprio solo liberandomi da ogni vincolo, ho fondato una mia casa discografica e il disco, come loro prevedevano, non si è pagato da solo, però i concerti poi l’hanno ripagato e comunque ne è valsa la pena è proprio la realizzazione di un sogno impagabile, senza prezzo.

Hai potuto finalmente fare quello che volevi, in piena liberta?
Si è stata la libertà, ho approfittato della crisi dell’industria discografica per rinunciare a dei denari che comunque diventavano sempre meno e sempre più faticosi da guadagnare, facevo sempre più fatica a starci dentro… in quel mondo… e sono entrato così in un mondo di produzioni indipendenti, molto più gratificante e poi alla fine… sì, economicamente è un sacrificio, però ci si campa benissimo, così come Treves e altri hanno ampiamente dimostrato.

Vorrei ora passare un attimo all’ultimo tuo disco “Il cantante al microfono”, che ti è valso anche la Targa Tenco 2008 come migliore interprete, io penso che quella del Tenco sia
stata una scelta più che giustificata e che il ruolo di interprete ti calzi a pennello, ho trovato la tua interpretazione molto valida.
Grazie grazie… sono commosso!

Ma la scelta di Vladimir Vysotsky, è stata dettata dallo stesso carattere ribelle che vi accomuna o è stato tutto più casuale?
Guarda… lì in realtà sono stato scelto… beh, sono stato scelto io in realtà, scelto da Sentieri Selvaggi, da questo gruppo di musicisti contemporanei per questo progetto su Vysotsky ed è stato un incontro, un innamoramento… però loro sono un gruppo con un’attività concertistica, compositiva, straordinaria molto ricca ed è stato un onore essere invitato… proprio io… Nel mondo della classica si fa così, è il gruppo che chiama il solista e devo dire è stato un immenso onore essere chiamato da loro ed ho anche imparato, ovviamente… ho dovuto imparare a lavorare sul rigo, leggendo… insomma è stato anche faticoso e molto stimolante, ho dovuto sviluppare quasi una tecnica nuova di canto, ampliare quella che avevo, portarla quasi alla recitazione, ma lavorare con artisti di quel livello è straordinario, poi in disco sembra tutto un gioco…

Hai accennato, parlando proprio di questo disco alla recitazione e devo dire che, secondo me, questo lavoro ha un notevole aspetto teatrale.
Certo! Ed, infatti, è faticosissimo da fare dal vivo, quando lo eseguiamo dal vivo faccio sempre tre quattro blocchi di tre pezzi, perché è massacrante…

Beh ho visto alcuni spezzoni video dello spettacolo e devo dire che hai dimostrato doti da mattatore del palcoscenico…
Grazie

… e forse questo ti ha portato al nuovo lavoro, quello in teatro, dal titolo “Suono”, ci hai preso gusto diciamo.
Sì sì in realtà V. mi ha fatto capire di avere anche una dimensione palcoscenica.

Visto che non ho avuto occasione di vederlo me ne parli?
E’ un lavoro teatrale, quindi molto diverso da ciò che è un concerto, perché un concerto… in un certo senso… è una cosa liquida, riempie lo spazio che ha a disposizione, può essere un club, un teatro, un palasport… il teatro, invece, è una scatola ben precisa, è lo spettatore che deve entrare nella finzione scenica e lì io recito dei monologhi che ho scritto, alcuni autobiografici, altri dal tema più universale commentandoli con alcune delle mie canzoni che erano appropriate al monologo cui seguivano.

Quindi questa potrebbe essere la tua nuova svolta, quella dico del teatro?
A me piace molto il teatro sì, ho già in mente un altro paio di possibili lavori, adesso devo sviluppare le idee, mi piace proprio come rapporto con il pubblico, hai la gente vicina, la senti proprio e loro sentono te e vedono te… non lo so… da una parte c’è la musica negli stadi che io non amo nemmeno da spettatore, dall’altra penso a questa dimensione teatrale o da club, che è molto più intima e più vera.

Quindi non vedremo più un tuo disco, diciamo cantautorale?
Forse… legato ad uno spettacolo teatrale, potrebbe essere… diciamo che il problema in realtà è anche economico, di mercato… in questo momento il mercato non giustifica la produzione di un disco o diciamo un disco caro ecco… un disco fatto come una volta, stando un mese in sala d’incisione, poi un mese di missaggi e così via… è impensabile, non si può più fare o lo possono fare in dieci in Italia… forse… per gli altri bisogna riuscire a fare le cose in maniera diversa e io purtroppo il pop, così… non lo so fare, con immediatezza, come quanto il blues o anche la classica contemporanea.

Ritornando invece ancora al disco d’autore, anzi uso il termine cantautorale, anche se poi non mi piace più di tanto, ho letto di una certa tua polemica che c’è stata nei confronti del
Premio Tenco, in merito a ciò che è il concetto di musica d’autore, volevo che chiarissi un po’ quello che era il tuo punto di vista, magari non è stata una vera e propria polemica… Beh… secondo me, c’è proprio un discorso sulla valutazione di quanto è importante che la musica sia d’autore o meno, cioè nel senso che per me Johnn Lennon e Paul McCartney (ride) erano in due, Mick Jagger e Keith Richards sono in due, Elton John le migliori cose le ha scritte insieme a Bernie Taupin… cioè… Ira e George Gershwin, in realtà Mozart è da ponte, c’è sempre stato un Mogol e un Battisti, il paroliere e il musicista…

Nel senso che secondo te non può esserci un buon testo senza una buona musica e viceversa….
No… è che secondo me, la maggior parte dei cantautori fa testi un po’ pretenziosi, musiche non a livello e soprattutto, non sa cantare… cioè io sono più per l’ofelè fà il tò mestèe, il musicista fa la musica, il poeta fa il testo, il cantante lo canta, il direttore lo dirige, i musicisti lo suonano e tutti al meglio del loro livello. Per dire, il disco su Vysotsky era un disco così, era un disco in cui ogni aspetto era legato alla massima professionalità, insomma… tu ti fideresti ad andare da un dentista che fa anche il ciabattino ed anche le protesi?

Beh… l’Italia ci insegna che in questo paese ci si arrangia un po’ a far tutto…
Ma è una mania… si è una mania, a me non piace neanche nel cinema, cioè non condivido quelli che fanno i film tutto da soli …

Ti riferisci a Nanni Moretti?
… che ci mettono poi anche la moglie dentro, no io mi riferivo a Benigni, onestamente a me… boh… cioè mi piace come comico, come attore, ma il fatto di farsi i film… di fare tutto, mi sembra veramente eccessivo, è semplicemente questo! Non trovo giusta l’enfasi sulla canzone dei cantautori, uno che canta e scrive e suona, scrive parole e musica di quello che fa… e chi se ne frega! Non lo trovo un genere, lo trovo un limite semmai.

Ma tra i diversi cantautori trovi qualcuno che comunque ritieni valido?
James Taylor

Ed invece, tra gli italiani?
Samuele Bersani, Fossati… Zucchero

Volevo chiederti le ultime due cose, ritornando a quello che era stato il tuo inizio carriera, non quello che avevi in mente, cioè il blues, ma quello dei tuoi brani più famosi… ecco, volevo
sapere quale tra i brani che hai fatto in quel periodo, ritieni ancora valido ed attuale e quale invece ritieni magari più datato, troppo legato a quegli anni e che magari ti dà anche fastidio riproporlo dal vivo se te lo richiedono?
Mah… in generale ci sono i pezzi più legati alle emozioni che hanno ancora valore, anche “Musica ribelle”, “Extraterrestre”, la stessa “Radio” ed altri, che erano un pochino più ideologici che sono magari tipo “Giai Phong”, che sono un po' più datati, anche se poi “Giai Phong” io lo amo a livello di musica. Ma in generale ci sono alcune canzoni proprio… in cui il tipo il testo è invecchiato, perché parlava proprio di quella epoca lì!

L’ultima domanda è invece quella che si rivolge di solito ai bambini, cosa vorresti fare da grande, come vedi il tuo futuro d’artista?
Mah, vorrei come aspirazione, come sogno, arrivare a cantare alla Scala, questo sarebbe davvero un sogno, lo so… un sogno.

Ma con cosa vorresti arrivare alla Scala?
Mah... non so con cosa, magari con la musica classica contemporanea, chiaramente non ho una vocalità lirica, quindi dovrei cantare con la mia tecnica vocale, però il sogno è quello, c’è invece poi l’altro sogno… che sarebbe… ma ormai ci ho rinunciato… quello di riuscire ad andare all’estero, ma ho capito che la mia condanna è quella di non riuscirci più (ride),  condanna che è un po’ quella di tutti noi cantautori perché legati alla lingua?

Ma neppure con il blues?
No, beh… io speravo con il blues di riuscire ad uscire dai confini italiani, ma purtroppo non abbiamo trovato gli agganci giusti, non so…

Forse ci sarebbe voluta una major alle spalle?
Beh… e sì… ma questo progetto l’hanno proprio rifiutato, l’hanno rifiutato tutte le grandi case discografiche, comunque la distribuzione digitale in America è abbastanza soddisfacente.

D’altronde in Italia mi sembra che quando si incontra un successo con un prodotto, si continui poi a puntare su quello, senza rischiare nel nuovo o sbaglio?
Mah… è un atteggiamento molto poco originale, cioè arriva Amy Winehouse ed escono tre cantanti che cantano in quel modo lì, poi esce Nora Jones ed escono altri tre che cantano in quel modo lì, esce Maria Carey e ne escono dieci che cantano in quel modo lì, bene o male sono quasi tutti imitatori… soprattutto quelli che escono da questi programmi televisivi sai… in realtà sono anche capaci… ecco sono bravi ad imitare …
 

 

 

 ALESSANDRO DUCOLI  IL TONNUTO N° 95

  Intervista di FaZ       PUOI LEGGERLA ANCHE QUI

Ciao Sandro, davvero felice di scambiar due parole con te, instancabile cantautore. Classe 1971, bresciano, con circa 15 CD all'attivo, tra apparizioni e sparizioni varie. Quando lessi la prima volta la crono dei tuoi album pensavo di trovarmi di fronte ad un "vecchietto". Sai che ragazzi della tua età si trovano con massimo 2 o 3 raccolte di canzoni? E' una tua esigenza personale realizzare in continuazione CD?
Io mi sento vecchio dentro … con presunzione ed ambizione. Per cui forse le virgolette andrebbero meglio su “ragazzi” piuttosto che su “vecchietto”. Non lo so perché continuo a fare dischi. Prima provo a raccontarti una minchiata poi provo con una risposta più seria: << Una volta giocavo a calcio ed ero una vera promessa del calcio bresciano, poi l’università e i sabati sera alla “Adriano” mi hanno allontanato definitivamente dal rettangolo verde. Ancora oggi, qualche volta la gente che mi incontra in giro mi chiede: “giochi ancora a calcio!?!”. Il tono di voce tradisce spesso il seguente significato: “sembrava che dovevi fare tutto te e invece alla fine sei un pirla qualsiasi come tanti altri”. Ecco perché credo che continuerò a fare dischi: per evitare di imbattermi in analoghe situazioni>>. La risposta più seria potrebbe essere: <<Perché mi piace molto e mi consente di rimettere ordine alle idee confuse che ho nel cervello. Fare una canzone spesso può voler dire “fissare” un concetto o anche solo un arrangiamento di chitarra. Se non fosse così ti resterebbero in testa e nelle mani un sacco di cose tutte mischiate, e ogni volta che ne aggiungi qualcuna, mischiate sempre più male di prima.
La musica per te è come il pane. Musica in continuazione a prezzi molto popolari. Voglio farti conoscere come io ti ho conosciuto di persona. Serata, all' 1&35circa, locale di buona musica. Serata all'insegna dei migliori cantautori italiani. Uno è Larocca "nostro" beniamino qui al Tonnuto da anni. L'altro sei tu, il Ducoli. Per Larocca siamo venuti, per te ce ne siamo andati... contenti! A fine serata sono venuto a comprarti 2 CD. Abbiamo parlato. Ti ho chiesto il primo e l'ultimo. Mi chiedi "quanto hai nel piatto?" Ti rispondo 10-15 euro. Dici "allora facciamo così, ti dò quelli che mi hai chiesto...ed in regalo questo terzo.
10 euro". Ti pago. Grazie. Prendi i soldi e mi dici "aspetta! Tieni, ti regalo anche questo... e questo. In totale hai 5 copertine ed 8 CD. Vedrai ti piaceranno." rimango sorpreso di cotanta generosità. "Caspita!" gli dico "Grazie. Dai ti dò 20 euro allora". Sembra rimanere un po' sorpreso anche lui e conclude "Grazie amico, sei davvero un signore.". Beh, Ducoli se sono stato "signore" è grazie a te! Generosità per generosità. Ma fai sempre così?
Il mio ricordo del dopo serata non è molto lucido per colpa di Carlo dell’Una e 35 …o dei suoi distillati, ma mi fido del tuo resoconto. Ti dirò semplicemente che a me non piace vendere i dischi a prezzi non “attuali”. Lasciando perdere le grandi produzioni, che hanno prezzi che mettono paura e riso allo stesso tempo (guarda cosa costano i dischi in autogrill!!!!!!), nei casi “normali” come ad esempio il mio, se il mercato ha saturato l’offerta il prezzo dev’essere abbassato di conseguenza. È una legge che vale per ogni prodotto di qualsiasi tipo e non vedo perché la musica debba restarne fuori. Una delle cose più insopportabili (e curiose forse …) che mi è capitato di osservare in questi ultimi anni, è stato il continuo proseguire di molta gente che produce dischi e canzoni, nel cercare di vendere a prezzi inadeguati. Io non pago il disco di uno sconosciuto più di 5 euro. Non per mancanza di rispetto o mero snobbismo, ma solo perché 5 euro è un prezzo onesto e di “stile”. Se ti pagano un prezzo più alto è più un atto di sostegno economico che di curiosità musicale fine a se stessa. Dispiace dire queste cose ma è così purtroppo. E non vedo perché debba essere diverso nel caso dei miei dischi. Se poi ti riferisci ai dischi in più che ci metto oltre al prezzo dei 5 magnifici euro, beh allora la risposta può essere anche questa: ogni volta che faccio un disco, nonostante le maniacali correzioni dei booklet, mi accorgo solo dopo qualche mese di alcuni errori, anche gravi, che non mi lasciano nemmeno dormire; forse si tratta “pippa”, ma è così e non ci posso far niente … devo liberarmi al più presto delle copie residue e programmare una ristampa migliore.
Se non ti ho convinto ancora posso semplicemente dirti che per me è un vero piacere regalare tutte le opere disponibili a chi mostra un sincero interesse verso le mie canzoni. Mi capita così poche volte che alla fine si tratta di un investimento assolutamente sostenibile.

Spesso, attratto prima dalla musica poi mi affeziono al personaggio più che al professionista. Tu sei un "bel personaggio". Ti vedrei (sentirei) bene pure in radio! Preferisci i "live" col pubblico o concentrarti per nuove canzoni?
Sono due aspetti della musica che mi piacciono e attirano allo stesso modo. In studio ho la possibilità di cantare come si dovrebbe, mentre dal vivo le necessità di teatralizzazione del racconto richiedono magari un’attenzione meno approfondita a favore dello spettacolo. Ti dico solo che difficilmente mi piace riascoltare quello che faccio dal vivo, mentre nel caso dei cantati in studio, qualche interesse maggiore per il riascolto c’è.
Le canzoni, quante? 150 ? le scrivi tutte tu ? Mi piace citare frasi di una dei tuoi primi successi, Lolita "il tuo cuore è troppo grande, nella notte troppo grande, siamo solo i meccanismi dentro ai nostri meccanismi. Hai un cuore troppo grande per due occhi soli e la notte è troppo veloce per riuscire a fermarla".
Io scrivo buona parte del materiale. A volte scrivo con altri (soprattutto con Mario Stivala, il chitarrista con cui ho realizzato diverse cose da Malaspina in avanti). Altre volte ancora partecipo a veri e propri progetti di “squadra” dove faccio la parte che serve. Comunque scrivo quasi in continuazione, soprattutto perché mi piace correggere e ricorreggere il materiale prodotto prima di realizzarlo. Forse è una malattia.
Nella serata che ci siamo incontrati eri col bravissimo pianista di origine russa, Andrey Kutov. Riportagli per piacere i nostri complimenti. In generale però hai collaborato con tantissimi musicisti. Vuoi segnalarci qualche altro "personaggio" o band?
In questi anni di onorata militanza live e studio ho avuto l’onore di suonare con molti musicisti e questa cosa mi rende veramente “ricco”. Spero solo siano un poco più ricchi anche loro … Comunque, anche nei casi in cui le collaborazioni hanno avuto un epilogo non certo felice (succede un po’ a tutti di cambiare strada senza avvisare tutti i compagni di viaggio ..), credo che siano state tutte “appassionate collaborazioni”.
A maggio iniziano le registrazioni di “Piccoli Animaletti” e ritorneranno delle partita alcuni musicisti con cui ho già collaborato: Ellade Bandini, Max Gabanizza e Michele Gazich, solo per citare quelli che certamente ci saranno. Per quanto riguarda il passato non mi va di dirti nomi e cognomi perché ne escluderei sicuramente qualcuno.

Ci spieghi il "progetto Cobb" ? Passaggio all'inglese, voce cattiva, roca, spesso urlata. Vogliamo consigliare il CD "Easylove" ? Bellissima la traccia "Moana's life" in entrambe le versioni.
Io faccio un lavoro pubblico che richiede una certa “seriosità” (non è pagato niente ma richiede comunque molto), per cui un po’ mi vergogno di presentarmi come quello che di giorno fa il serio e la sera si sbronza cantando un sacco di felici storielle. Mi sono inventato quindi un fratello gemello, rinnegato, che tiro in ballo ogni volta che qualcuno, durante alcune mie argomentazioni professionali serie, mi ricorda di aver letto sul giornale che scrivo canzoni che parlano di peccatrici e di peccatori. In quei casi la mia risposta è sempre una sola: << Quello, è quel pirla di mio fratello da cui sia io che le mie sorelle abbiamo cercato di liberarci fin da quando è nato>>. A volte funziona. Se invece vuoi una risposta seria, provo a metterla così: <<la mia origine musicale, se di origine si deve parlare, arriva dal Rock’n’Roll e dal Folk prima ancora che dal cantautorato italiano. Ho iniziato a provare lo sviluppo di alcune linee liriche che, pur utilizzando la lingua inglese, avessero gli schemi e le intenzioni del cantato in italiano. Questa cosa sta suscitando molte perplessità, soprattutto tra i puristi e i professori della lingua inglese (… e ho scoperto che l’Italia ne è piena) ma io credo che alla fine riuscirò a far capire quali siano le necessità del mio progetto
lirico anche a loro. Per ora non sta andando come speravo>>.

Apprezzo gli ultimi 2 CD che hai stampato: nel 2008 "Artemisia absinthium" in italiano con firma Ducoli e appena uscito gennaio 2009 "I leave my place to the bithes" in inglese con lo pseudonimo Cletus Cobb. Opposti fra loro. Il primo fa trovare pace il secondo "spacca tutto". Il primo secondo me è uno dei tuoi migliori, suonato coi Bartolino's , un CD che crea atmosfera relax positiva.
L'ultimo in inglese invece , fa molto casino ma almeno per quelli della nostra generazione che apprezzavano (come me) Billy Idol o i Guns&Roses, si ritroveranno giovanissimi di colpo. Ti chiedo come mai queste due facce. Una da angelo ed una da diavolo?
Questa cosa è proprio rinchiusa in quello che ti stavo raccontando prima. Ovvero nella necessità di trovare una formula che consenta di cantare la stessa cosa con qualsiasi lingua tu la proponi. E non sto parlando di tradurre una canzone e ricantarla con il testo adattato, sto parlando di cantare la stessa cosa in due modi diversi. In questi ultimi mesi sta avendo un discreto riscontro (guarda caso proprio in terra Americana), un lavoro che sto facendo con Boris Savoldelli (il mio maestro di canto!). Si tratta di un vero e proprio esperimento musicale che, nientemeno che Mark Murphy, ha definito “Universal language” … altro che Professori! A parte questo, io credo che non debbano esistere schemi predefiniti per fare canzoni. Nei progetti del “Ducoli” scrivo in italiano perché comunque riesco ad ottenere il risultato che voglio senza il dubbio della “sperimentazione lirica”, nel caso di “Cobb”, forse, prima ancora di ipotesi di sperimentazioni, viene la necessità di fare casino e Rock’n’Roll … anche se si tratta della stessa cosa.
In facebook ho trovato il gruppo "Quando ci si accorgerà del grande talento del cantautore Alessandro Ducoli?" con spiegazione "Questo gruppo vuol rendere omaggio ad un grandissimo cantautore di Breno (BS) di nome Alessandro Ducoli, che sforna da anni lavori stupendi ma, ahimè, è sconosciuto ai più, non essendo mai riuscito a farsi produrre..." Cosa dici ? Che rapporto hai coi fans e amici ?
Ti confesso che questa cosa mi ha non poco imbarazzato. Nel senso buono del termine. Soprattutto perché l’idea è nata da Andrea Amati (chitarrista e autore bresciano che sta nientemeno scrivendo il nuovo disco di Franco Califano!), di cui io sono fan senza aver proposto nessun fans club. Io non ho un grande rapporto con chi mi segue perché finora mi hanno seguito in pochi. Quelli che mi seguono sanno che io pago sempre da bere e difficilmente dico bugie. Gli altri sanno quello che vogliono sapere e non mi offrono mai da bere. Comunque se succederà qualcosa di più potrò dirti qualcosa di meglio, per ora direi solo un <<Viva Amati! Siempre!>>.
In quasi conclusione possiamo dire che chi apprezza Carboni, Capossela, Rino Gaetano, Tom Waits, Chuck Weiss, il RockNRoll, il RythmNBlues, Idol, i Guns, e chi altro...apprezzerà sicuramente il Ducoli ? Approposito ma come ti dobbiamo chiamare da oggi ? Ducoli, Bacco il Matto, Cobb, Bedman, o come ?
Preferisco: “The Dog”.
Siamo alla decima domanda. Purtroppo non posso fartene altre perchè gli uomini devono (sigh) avere dei puntelli fissi e noi de IL TONNUTO ne facciamo sempre 10 a tutti. Tu sei il più bello degli altri ?! Come sempre dico alla decima: "Fatti una domanda e dacci la risposta". Prima però volevo anche sapere come si chiama il tuo cagnolino.
Il mio cane si chiama Pepita. Siamo amanti. Per la domanda e risposta provo con un breve dialogo:
<<Ducoli, ma tu conosci quelli del Tonnuto?>>
<<Li conosco eccome! Sono il meglio in circolazione. Hanno addirittura dato spazio a tuo fratello>>
<<Non posso crederci. Credo che gli abbia pagato duecento birre come fa di solito per far parlare dei suoi dischi inutili>>
<<Questo non lo so, però se devo essere sincero i suoi dischi non sono meno dei tuoi>>
<<Cosa fai!??!! Ti schieri con Cobb e con il Tonnuto contro di me!?!?!>>
<<No, sto semplicemente dalla parte di quelli che stanno con il Rock’n’Roll>>
Tosto ! GRAZIE, “the Dog” !
La musica ha bisogno di personaggi come te.
CIAO e ripassa dal comasco che ci si rivede ad un altro "live".

 

 

 LUCA MACIACCHINI  IL TONNUTO N° 96

  Intervista di Mauro       PUOI  LEGGERLA ANCHE QUI

Luca, giusto per iniziare, potresti definire la tua “arte musicale” partendo dal fatto che, come tu stesso hai scritto sul tuo sito web, ami nominarti “artigiano” più che artista?
DIFFICILE RISPONDERE IN POCHE PAROLE … DEFINIZIONE PIU’ SINTETICA E PRECISA DELLA SOLITA “TEATRO-CANZONE” NON MI VIENE … SEMMAI
POSSIAMO ANDARE PIU’ A FONDO DEL CONCETTO PARTENDO PER L’APPUNTO DAL SIGNIFICATO INTRINSECO E NON DA QUELLO GENERICO E SUPERFICIALE DI”ARTE”. MI SPIEGO: IO PARTO DA UNA FORMAZIONE DI ISTRUZIONE CLASSICA(ho fatto il liceo classico a Varese) E POI LA SCUOLA D’ARTE DRAMMATICA PAOLO GRASSI A MILANO E IL CONSERVATORIO(SIA PUR DA PRIVATISTA) A NOVARA PER IL DIPLOMA IN CHITARRA CLASSICA. QUESTO PERCORSO MI HA INCULCATO UNA CONCEZIONE FATTA DI DURISSIMO LAVORO E SACRIFICIO QUOTIDIANO E DI UNA FORMAZIONE COME CONTINUA RICERCA; OGGI PORTO AVANTI ANCHE GLI STUDI DI PIANOFORTE JAZZ E DI ESPRESSIONE CORPOREA A TESTIMONIANZA CHE IL PERCORSO NON E’ MAI CONCLUSO,MA CIO’ CHE PIU’ CONTA E’ CHE HO MATURATO UNA VISIONE ASSOLUTAMENTE
“TEATRALE” (attenzione:nel senso più lato del termine) NON SOLO DELL’ARTE MA ANCHE DELLA VISIONE DELLA REALTA’: IN ALTRE PAROLE , CIOE’, TUTTO (ANCHE BANALMENTE LA COMPOSIZIONE DI UNA CANZONE E LA SCALETTA DEI BRANI DI UN CD) HA UN RITMO E UN TEMPO CHE VA RISPETTATO NEL SENSO DI IMMAGINARSI
IL RESPIRO E LA PERCEZIONE DEL PUBBLICO,NON SOLO DI QUELLO IN SALA MA ANCHE DI QUELLO A CASA CHE SEMPLICEMENTE ASCOLTA.
Nel corso degli anni hai preparato diversi spettacoli: dalla rivisitazione delle canzoni della tradizione popolare lombarda alle canzoni della  resistenza, per passare a rivisitare musiche di grandi artisti da De Andrè, a Gaber, interessandoti anche di noti personaggi come Gianni Brera per citarne uno. Ci puoi dire qual è lo spettacolo a cui sei più legato e che rappresenta in maniera assoluta la tua idea artistica?
SICURAMENTE “SEMAFORO ROSSO”; ANCHE PERCHE’ E’ IN PRATICA LO SPETTACOLO IN CUI MI SONO PERMESSO DI DIRE QUELLO CHE MI PARE CON LA
MODALITA’CHE MI E’ PIU’ CONGENIALE:LA DIFFICOLTA’ DI CRESCERE COME ARTISTA (E DI VIVERE DI QUESTO) ATTRAVERSO L’ALTERNANZA DEL TEATRO
(QUINDI DEI MONOLGHI) E DELLA CANZONE. MA IN IMMEDIATA SUCCESSIONE RICORDO ANCHE “VIRGILIO E’ BALLABILE”,ESPERIMENTO IN TEATROCANZONE
DEL TENTATIVO (A GIUDICARE DAI RISULTATI,RIUSCITO) DI RACCONTARE LA STORIA DI ROMA ANTICA ATTRAVERSO UNA AFFABULAZIONE TEATRALE E LE CANZONI TRATTE DAI POETI LATINI … NELLE SCUOLE HA AVUTO E HA TUTTORA UN SUCCESSO STREPITOSO … AL PUNTO CHE … E’ GIA’ IN ATTO UN SECONDO CAPITOLO DELLA SAGA SUI CLASSICI
Quanto è difficile, oggi, essere “artigiano” nel campo musicalletterario? Quanto bisogna lottare per poter affermare il proprio valore? Non trovi che sia assurdo che troppo spesso nel tuo campo
artistico vengano premiate scelte molto meno impegnate e certamente molto meno “artigianali” … per non usare il termine “plastificate”? Per restare in tema: non trovi che l’arte di grandi personaggi come Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè abbia avuto paradossalmente maggior risalto dopo la loro morte che non quando essi calcavano i palchi di tutta Italia? Siamo la patria del Valore Postumo?
QUANDO CREPIAMO DIVENTIAMO TUTTI SANTI,SI SA. E’STORIA DI SEMPRE, COME E’ SEMPRE STATO CHE SI DA’LA PRIORITA’ DA CLASSIFICA A CERTE
COSE CHE TU FRA LE RIGHE NOMINI…E QUA POTREMMO APRIRE DIBATTITI CHE VANNO AVANTI DA SECOLI….BISOGNA ANDARE A X FACTOR O A SANREMO
PER ESSER RICONOSCIUTI,PER DIVENTAR FAMOSI(A PARTE CHE NON E’ POI COSI’ AUTOMATICO).IO LOTTO QUOTIDIANAMENTEALTERNANDO LE
COSE CUI TENGO TANTISSIMO A PROGETTI PURAMENTE COMMERCIALI PERCHE’ DEVO CAMPARE ANCH’IO;MA PRENDENDO IL CORAGGIO A DUE MANI,
ABBIAMO L’ONESTA’ DI RICONOSCERE UNA COSA: A VOLER FARE QUESTO TIPO DI MESTIERE SIAMO VERAMENTE IN TROPPI! E PROBABILMENTE NON
C’E’ SEMPRE POSTO PER TUTTI O COMUNQUE CAPITA DI NASCERE NEL POSTO SBAGLIATO O NEL MOMENTO SBAGLIATO ECC. ECC. …L’UNICA E’ CERCARE
DI ANDARE AVANTI FACENDO LE PROPRIE COSE CON COERENZA(COME DICO NELL’OMONIMA CANZONE) ED ONESTA’ SENZA IL TERRORE DI PICCOLI
COMPROMESSI CHE PER RESTARE A GALLA SONO PUR SEMPRE NECESSARI…PERCHE’ NEGARE CHE SIAMO TUTTI IN RICERCA DEL”GRANDE SALTO” DI
POPOLARITA’ CHE PUO’ARRIVARE (MA NON NECESSARIAMENTE DURARE) AMMESSO CHE “QUELLO GIUSTO” SI ACCORGA DI TE?
…RIGUARDO ALL’ARTE POSTUMA NON SONO DEL TUTTO D’ACCORDO:GABER E DE ANDRE’ HANNO AVUTO APPREZZAMENTO E VALORIZZAZIONE ANCHE
QUANDO ERANO IN VITA,MA MAGARI ALLORA AVEVANO UN NUMERO DI SEGUACI ALTO MA PIU’ DEFINITO…ORA PERCHE’ SON MORTI …ALE’, TUTTI A
RISCOPRIRSI EREDI,FIGLI SEGUACI E CHI PIU’ NE HA PIU’ NE METTA…LA RISCOPERTA POSTUMA DI UN ARTISTA NON E’NECESSARIAMENTE UNA COSA
NEGATIVA,ANZI,BEN VENGA,POI PENSO CHE SI POSSA SEMPRE DISTINGUERE CHI GIA’ERA ESPERTO DA TEMPI NON SOSPETTI DA CHI SI “IMPROVVISA”TALE
PER MODA.
Il tuo esordio discografico è datato 2005 con l’album “Milan l’è on gran Milan”. A distanza di quattro anni cosa ci puoi dire di quel lavoro? Abbiamo sentito due tracce che sono contenute nel tuo nuovo cd e ci sono sembrate due performance ispirate.
SONO SINCERO: FU UN ESORDIO ASSOLUTAMENTE CASUALE E SENZA ALCUN INTENTO COMMERCIALE O ARTISTICO: CONOBBI PER CASO IL TITOLARE DELLA
“ECOSOUND” (CHE POI PUBBLICO’ IN SEGUITO ANCHE “Semaforo rosso”) CHE SENTENDOMI ESIBIRE IN QUELLO SPETTACOLO,MI DISSE CHE POTEVA
ESSERE INTERESSATO A INSERIRE NEL SUO CATALOGO UNA RACCOLTA DI CANZONI MILANESI. IO POSSEDEVO CASUALMENTE UNA REGISTRAZIONE DAL
VIVO DI QUELLO SPETTACOLO E GLIELA CONSEGNAI; DAL MIO PUNTO DI VISTA FU UN PRETESTO PER ESORDIRE DISCOGRAFICAMENTE; CREDO CHE
ABBIA UN VALORE DOCUMENTARISTICO PERCHE’ SI TRATTA DELLA RIPRODUZIONE ASSOLUTAMENTE FEDELE ,SENZA TRATTAMENTI DI STUDIO DI UNO DEI MIEI PIU’ FORTUNATI SPETTACOLI; COMPRENDE BRANI DEL REPERTORIO DEL CABARET MILANESE ,RESI NOTI DA NANNI SVAMPA,WALTER VALDI,ENZO JANNACCI E SOLAMENTE UN BRANO SCRITTO DA ME “LA DONA VACA”,CHE CREDO CHE SIA IL PRIMO PEZZO CHE HO SCRITTO IN ORDINE CRONOLOGICO E CHE MI FECE VINCERE IL “DELFINO D’ARGENTO “ AL FESTIVAL NAZIONALE DELLA CANZONE DIALETTALE DI OSPEDALETTI(IM) NEL 2002
“Semaforo Rosso” è il titolo del tuo nuovo lavoro e dello spettacolo musicale che ti vede collaborare con l’amica Michela Marelli. Ci descrivi brevemente come si è sviluppato questo progetto?
E’ LO SPETTACOLO ,COME ACCENNAVO SOPRA,DELLA MIA VITA. IL SOGNO DI SCRIVERE UN’OPERA DI TEATRO CANZONE COMPLETAMENTE INEDITA SI E’
REALIZZATO CONCENTRANDOSI SUL TEMA DELLA DIFFICOLTA’ DA PARTE DELL’ARTISTA DI FARSI ASCOLTARE COI SUOI MESSAGGI FORTI ALL’INTERNO
DELLA REALTA’ DOVE VIVE (QUI SEGNATA DA UNA METAFORICA “CITTA’”,CON RISVOLTI CALVINIANI- NON A CASO VIENE CITATO UN BRANO DA “LE CITTA’
INVISIBILI” DI CALVINO NELLO SPETTACOLO). IN REALTA’ IN ORDINE CRONOLOGICO E’ DIFFICILE DIRE SE SIA STATO CONCEPTIO IDEALMENTE PRIMA IL
DISCO O LO SPETTACOLO PERCHE’ E’ STATO UN LAVORO CHE ABBIAMO PORTATO AVANTI CON IDEE MOLTO CHIARE MA CHE HANNO AVUTO UNA GESTAZIONE
LENTA.. LO SPETTACOLO COMPRENDE PERO’ SOLO 9 DELLE 15 CANZONI DEL DISCO; INSIEME ALLE ALTRE 6 ,DUNQUE IL DISCO E’ UNA SORTA DI ANTOLOGIA DELLE MIE OPERE DAL 1999 AL 2006
In “Semaforo Rosso” (come peraltro già segnalato nella recensione all’album apparsa sul TONNUTO) ci sono canzoni in italiano e canzoni in dialetto. Come nascono le canzoni nella testa di Luca Maciacchini?
Passano da italiano dialetto o viceversa? Oppure ogni canzone ha una storia a sé?
CERCO DI FAR NASCERE LE MIE CANZONI DA IDEE CHE NASCONO DAL “PARTICOLARE”; A PARTE QUALCHE ECCEZIONE,SPESSO PARTO DA UN TEMA CHE PUO’ NASCERE DA OSSERVAZIONI CURIOSE E DA EVIDENZIARE CON LA “LENTE DI INGRANDIMENTO” ,COME NEL CASO DE “IL PULITO” NATO DA UN ARTICOLO DI GIORNALE SULLE MANIE DI PULIZIA DEGLI ITALIANI,OPPURE DA UN TEMA POCO AFFRONTATO IN MANIERA DIRETTA COME LA COERENZA, OPPURE DA VITA VISSUTA COME “L’ULTIMO PROVINO”; QUANDO SI TRATTA DI TEMI GENERICI TIPO “INVETTIVE” CERCO UNA FORMA MAGARI CHE POSSA COLPIRE A MO’ DI SLOGAN ANAFORICO (COME “SCUSI EH!”) O MAGARI CON FORME MUSICALI E DI ARRANGIAMENTO UN PO’ GROTTESCHE. IL DIALETTO E’ SEMPRE UN ELEMENTO UN PO’ CASUALE; C’è STATO UN PERIODO CHE MI VENIVANO BENE COSI’ E ALLORA LE SCRIVEVO IN DIALETTO SEMPLICEMENTE PERCHE’ COSI’ MI “GIRAVA”,COSA CHE TENDO OGGI A FARE MOLTO MENO(A
MENO CHE NON CI SIANO ESPRESSE RICHIESTE SU COMMISSIONE) UN PO’ PERCHE’ MI INTERESSA DI MENO UN PO’ PERCHE’ COL DIALETTO RISCHI DI TAGLIARTI FUORI UNA GROSSA FETTA DI MERCATO.
Parliamo un po’ dei tuoi “eroi musicali”, quegli artisti cioè che hanno avuto una decisa influenza sul tuo modo di fare musica e concepire  l’arte. Un posto speciale, immagino, avrà sicuramente il Grande Signor
G., e poi? Ci fai altri nomi?
OLTRE A GABER E DE ANDRE’,CHE ASCOLTAVO SIN DALL’ETA’ DI 3 ANNI (GRAZIE AI MIEI GENITORI) SONO POI VENUTI GRADUALMENTE TUTTI I GRANDI DELLA CANZONE ITALIANA:FRA ESSI JANNACCI,VECCHIONI,VENDITTI,DE GREGORI,BENNATO,GUCCINI,RINO GAETANO,E ANCHE I GRANDI DEL CABARET MILANESE:NANNI SVAMPA,WALTER VALDI,ROBERTO BRIVIO,MA ANCHE ALTRI GIUDICATI “MINORI” COME FRANCO FANIGLIULO,GIANFRANCO MANFREDI,STEFANO ROSSO; ACCANTO A QUESTI PER MIA FORMAZIONE METTO GLI AUTORI DI CHITARRA CLASSICA COME MAURO GIULIANI,MARIO CASTELNUOVO-TEDESCO,FERNANDO SOR,HEITOR VILLA LOBOS,LEO BROUWER, OLTRE AI MAESTRI CLASSICI CONTEMPORANEI COME MAURICE RAVEL, JOAQUIN RODRIGO … INSOMMA E’ SUFFICIENTEMENTE … COMPOSITO
COME UNIVERSO?
Ho notato che tra i link del tuo sito vi è quello di Susanna Parigi che nel numero di marzo abbiamo ospitato (in una recensione di Fabio) anche sulla nostra fanzine. Quali sono i colleghi che stimi maggiormente e con i quali, magari, collaboreresti volentieri?
A PARTE I MIEI PIU’ STRETTI COLLABORATORI DEL MOMENTO CHE SONO MICHELA MARELLI,DAVIDE COLAVINI E MARIA ANTONAZZO(CON QUEST’ULTIMA
PORTO AVANTI IL LAVORO SULLA CANZONE FRANCESE) SEGUO CON MOLTA AMMIRAZIONE FLAVIO OREGLIO,OGGI UNO DEI PRINCIPALI ESPONENTI
DEL TEATRO-CANZONE IN ITALIA,OLTRE A CARLO FAVA E SIMONE CRISTICCHI (e a me ovviamente!) , NONCHE’ LUCA BONAFFINI,CANTAUTORE MANTOVANO
CHE FU UNO DEI PRIMI A,DICIAMO COSI’ ,ACCORGERSI DI ME NEGLI ANNI PASSATI. Ma MI PIACE CITARE ALCUNI ESPONENTI DELLA CANZONE
D’AUTORE ITALIANA,SPARSI UN PO’ PER L’ITALIA CHE RITENGO VALIDI E CON CUI HO INSTAURATO UN RAPPORTO DI AMICIZIA E DI STIMA RECIPROCA,
COME PATRIZIA CIRULLI,LUIGI MARIANO,MARIA LAURA RONZONI E ROCCO ROSIGNOLI.
Domanda al limite del possibile. Se Luca Maciacchini, oggi, dovesse incontrare il ragazzo che era dopo la maturità classica che consiglio si sentirebbe di dargli, oppure, che insegnamento gli potrebbe trasmettergli
certo che, in futuro, ne farebbe buon uso?
“VIVI TUTTI I TUOI PASSAGGI DI CULTURA,STUDIO, ARTE ,CON AMORE E CON LA COSCIENZA CHE IL TEMPO “NON E ‘TANTO QUANTO SI CREDE”(B.Brecht)”
Qual è l’ultimo cd musicale che hai acquistato?
PRATICAMENTE NEGLI STESSI GIORNI HO ACQUISTATO L’ULTIMO CD DEI MERCANTI DI LIQUORE INSIEME A MARCO PAOLINI “MISERABILI”,(TRATTO
DALL’OMONIMO SPETTACOLO) E UN CD DI ALDEBERT ,UN CANTAUTORE FRANCESE,INTITOLATO “LES PARADIS DISPONIBLES”,CHE HO SCOPERTO UNA
MATTINA ASCOLTANDO RADIO TRE (ME LO SON FATTO ARRIVARE DAL BELGIO DA UN MIO AMICO LI’ RESIDENTE,IN QUANTO NON IN VENDITA IN ITALIA)
Quali sono i tuoi dischi preferiti (di ogni tempo & genere)?
DOVENDO RISPONDERE A BRUCIAPELO DIREI SENZ’ALTRO “NON AL DENARO NON ALL’AMORE NE’ ALCIELO” DI DE ANDRE’, “DIALOGO TRA UN IMPEGNATO E UN NON SO” di GABER “CANTO DI PRIMAVERA” DEL BANCO “IO E ME” DI FRANCO FANIGLIULO “GIANFRANCO MANFREDI 1981” DI GIANFRANCO MANFREDI
Tutta l’opera del gruppo “CANTACRONACHE”(Fausto Amodei,Michele Straniero, Sergio Liberovici,ecc. “LA FOLLIA “ di Margot(Margherita Galante Garrone,miglie di Sergio Liberovici) L’ultimo album di JACQUES BREL (1977) “INITIALS B.B”. di SERGE GAINSBOURG Ultimamente sto scoprendo anche il rock progressive anni 60 – 70 per cui citerei anche ,oltre al “White album” dei Beatles, anche le opere prime di Gentle Giant e di Emerson Lake & Palmer,e ,ultimo ma non ultimo “1978” –gli dei se ne vanno,gli arrabbiati restano,” degli Area L’opera di teatro – canzone perfetta è … ?
“SEMAFORO ROSSO”,NATURALMENTE!
 Infine, ringraziandoti per la disponibilità, e ricordandoti che hai un invito ufficiale per una pizzata in quel del TONNUTO vorremmo sapere se stai lavorando a qualche nuovo progetto e se ci puoi anticipare qualcosa in proposito.
STO LAVORANDO AL NUOVO CD CHE DOVREBBE USCIRE NEL 2010, CHE AVRA’ SULLO SFONDO UNO DEI PROTAGONISTI DELLA LETTERATURA ITALIANA …
DANTE ALIGHIERI … E SARA’ UNA SORTA DI MIO … INFERNO PERSONALE … CON LA SPERANZA ALMENO SE NON DI UN PARADISO ALMENO DI UN PURGATORIO!
INOLTRE STO PORTANDO AVANTI “OMERO JAZZ & BLUES”,SECONDO CAPITOLOCOME ACCENNAVO SOPRA) DELLA SGA SUI CLASSICI,SCRITTO SEMPRE CON
MICHELA MARELLI E PRODOTTO DA TEATRO . IN FOLIO; SI TRATTA DI UNA RIVISITAZIONE IN CHIAVE BLUES DELL’ILIADE DI OMERO; INFINE PROSEGUONO
LE REPLICHE DI “CAPITAN BRIANZA E IL DESTINO DI DONNA GIOVANNA” SCRITTO E DINTERPRETATO DALL’ATTORE BRIANZOLO DAVIDE COLAVINI,DI CUI
HO SCRITTO ED ESEGUO DAL VIVO LE MUSICHE E LE CANZONI.

 

 

 DIEGO TUSCANO "IL TUSCO"  IL TONNUTO N° 97

  Intervista di Mauro       fatta per il numero  97  LEGGILA QUI

1) Eccoci, Diego, tre anni per un’intervista … è quasi record. Ma ci siamo. Per IL TONNUTO Diego Tuscano già leader e vocalist di AUTODISTRUZIONE BLUES & poi SANNIDEI , (per citare solo due gruppi nei quali hai lavorato) è uno dei maggiori “agitatori” musico-culturali che operano stabilmente tra Piemonte e Valle D’Aosta. Per
Diego Tuscano chi è “Il Tusco”? Ci tracci una breve nota biografica?
Ciao Mauro!! Pensa che il Tusco è solo un nomignolo che mi porto dietro dai tempi delle scuole medie almeno. Nonostante la mia latitanza il TONNUTO rimane sempre un’icona in vista in un angolo dello schermo del mio supercomputer in larice massiccio realizzato ad’hoc dai mastri liutai Valdostani. La mia prima vera band nel 1988, gli Autodistruzione Blues, poi i SanniDei dal 2000 fino al 2007 e adesso ecco l’ElettroCirco. Immezzo a queste tre bands principali una miriade di collaborazioni. A questo proposito invito i lettori a visitare il mio sito
personale www.myspace.com/iltusco

2) Tra le tue (molte) influenze musicali troviamo i FREE, RORY GALLAGHER, IVAN GRAZIANI passaggi trasversali tra il rock blues più tosto e il progressive italiano: chi è il personaggio musicale più amato dal Tusco?
In questo momento una band su tutte: i PATTO

3) Ci parli del nuovo progetto musicale in cui sei personalmente coinvolto: l’ELETTROCIRCO? Come nasce questa nuova creatura musicale?
La parola “progetto” incombe nella mia vita con una brutalità estrema, mi assilla, non demorde. Dopo un qualunque concerto, per il meritato riposo, appoggio la mia miseranda carcassa su di un letto ed ecco! Subito, il progetto! Negli anni addietro il mio progetto era quello, quotidiano, di rendere il mio aspetto diurno somigliante a quello di un comune essere umano ma ora con un gruppo come l’ElettroCirco la cosa assume l’aspetto di un’impresa titanica. La musica del gruppo, rigorosamente cantata in italiano, si contraddistingue x l’ampia gamma di registri utilizzati. Le influenze sono molteplici con nomi di riferimento quali Miles Davis, John Coltrane, The Mars Volta, James Brown, Jimi Hendrix, Frank Zappa, Free, Led Zeppelin, Ivan Graziani, Pink Floyd, Patto, Black Sabbath, Sly & the Family Stone, il movimento Prog italiano, AC/DC, Kyuss, Nick Cave and the Bad Seeds, Cypress Hill ecc., il tutto filtrato e mixato dalla sensibilità elettro/psichedelica /hip-hop del tastierista-dj Jean Fontain.

4) Con l’ELETTROCIRCO avete proprio da poco pubblicato il primo disco dall’omonimo titolo. Di quel disco ho potuto ascoltare diverse canzoni e, nel complesso, lo trovo proprio un lavoro “tosto”. Come procede la promozione del vostro primo lavoro in studio?
Bene direi. Stiamo suonando molto in Piemonte e Valle d’Aosta . Tre settimane fa siamo stati a Roma, Artena e ad Aversa in Campania dove un’agenzia, con la quale ci siamo legati x 8 date nel centro-sud, ci ha fatto anche girare un promo-video di “Autostrade perdute”, la canzone che apre il nostro album. Presto sarà disponibile sullo Space dell’Elettro-Circo e su youtube. Bella esperienza.

5) Qualche annetto fa, ai tempi dei SANNIDEI, mi recapitasti quello stupendo lavoro live che è SANNIDEI EN CONCERT. L’opinione comune è che la dimensione “live” è quella che meglio si addice a grandi performer come te & i tuoi soci: avete pensato all’opportunità di pubblicare qualche registrazione live dell’ELETTROCIRCO? Alcune immagini
che girano su YouTube depongono a favore di questa nostra tesi.
Abbiamo pensato a questa opportunità e credo si possa realizzare. Intanto myspace e youtube (non youporn purtroppo) permettono, a noi e ai fans, di buttare on-line tutto il materiale live che ci riguarda. L’opinione che la dimensione live sia quella che meglio si addice ai gruppi rock la condivido solo in parte. Infatti le nostre performance sono figlie dell’esperienza in studio, che è stata fondamentale x darci l’esatta “portata” delle canzoni, che adesso eseguiamo dal vivo con più convinzione e divertimento. L’album, la fotografia di un momento, di un’esecuzione, di un’emozione è un punto di partenza fondamentale x una band che vuole portare in giro le sue canzoni. Personalmente adoro registrare in studio come salire sul palco.

6) Ho letto nel tuo myspace che collabori anche con un gruppo denominato MAX ARRIGO & THE SHANGAI NOODLE FACTORY. Cosa ci puoi raccontare in merito a questo progetto?
Max Arrigo è stato il chitarrista / cantante dei Voodoo Lake, una delle southern-rock band più importanti d’Europa. Un paio di anni fa ha messo su la sua band e ultimamente cercava un cantante con le mie caratteristiche. Mi ha trovato ed ora stiamo suonando dal vivo e registrando un album (un mix di brani scritti da Max e cover come “Ride on a pony” dei Free). E’ la prima situazione in carriera nella quale canto esclusivamente in inglese. L’ElettroCirco e la Factory sono due band compatibili, non ci sono “conflitti d’interesse” e riesco a gestirmi senza problemi nel ruolo di front-man di due bands così attive.

7) Nella classica isola deserta il Tusco deve portarsi cinque dei suoi vecchi vinili … non uno in più. Quali porterebbe ora come ora?
THE ALLMAN BROTHERS BAND:AT FILLMORE EAST PATTO:HOLD YOUR FIRE FREE:FIRE AND WATER MILES DAVIS:A KIND OF BLUE IVAN  GRAZIANI:PARLA TU LIVE!!

8) Il mondo della musica è un “mondo difficile”. Ne abbiamo forse già parlato nel corso di qualche nostro passato colloquio telefonico. Che considerazioni puoi lasciarci a questo proposito?
Personalmente amo il mondo della musica. Ho 38 anni e da 23 canto professionalmente. Faccio concerti, registro albums e sono rimasto in ottimi rapporti con quasi tutti i miei ex compagni d'avventura.

9) Andando a cercare notizie sull’ELETTROCIRCO mi sono imbattuto nel parere di un vs. amico il quale dichiarava tutta la sua ammirazione per il vostro lavoro e per la passione con la quale, negli anni, avete portato in giro la vostra musica. Se il Tusco dovesse fare una prima analisi retrospettiva della sua carriera musicale sinora che valutazioni farebbe?
Premesso che devo elogiare i musicisti che suonano con me, i quali mi spronano e talvolta “moderano” . Contestualmente dobbiamo combattere con questa maledetta quotidianità. Ad onor di cronaca anni or sono ci trovavamo ad affrontare tematiche diverse. Oggi , più maturi,non possiamo disconoscere quanto creato così faticosamente . Siamo ad un giro di boa e dal punto di vista retrospettivo siamo pronti a commettere errori ancora più grandi. GRAZIE ESPERIENZA!! (Esperienza è il nome di una mia ex) .

10) Infine, ringraziandoti per la disponibilità, vorrei chiederti se c’è, nell’ambiente musicali che frequenti, un personaggio che stimi particolarmente (con il quale hai già collaborato o vorresti collaborare) che vorresti segnalare al TONNUTO.
Mauro sono io che ti ringrazio x questa bella chiaccherata. Il Tonnuto mi piace tantissimo, lo sai. In questo momento seguo i Fuszion, a mio parere l’unica vera jam band italiana

 

 

 

 

 

 PATRIZIA LAQUIDARA  IL TONNUTO N° 103

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  di Fabio Antonelli
Carissima Patrizia sono passati alcuni mesi ed ho ancora in mente il tuo concerto tenuto il 9 agosto sul lago di Como, dove davanti ad un pubblico numeroso e caloroso, hai dimostrato
chiaramente di avere una notevole padronanza del palco, sospesa in bilico tra raffinata sensualità e tenera semplicità, tra l’altro accompagnata da ottimi musicisti. Soprattutto
nelle tue esibizioni live ti senti incarnare più la ricercatezza o la naturalezza?
Io ricerco la naturalezza sempre, nella vita come nel palco anche se non posso negare che in me convivono molte sfaccettature e molti “personaggi” e a me piace
incarnarli tutti, nella vita e quando canto. Forse questo può sembrare “ricercatezza, ma e' comunque qualcosa di molto naturale e istintivo per
me, questa ricerca di ruoli e di voci diverse, una caratteristica che mi ritrovo addosso fin da quando ero bambina.
Con “Funambola” hai, secondo me, realizzato uno splendido disco, un disco molto personale, che ti rappresenta molto, in cui ti sei messa a
nudo e non solo fisicamente come è in realtà avvenuto con le foto della copertina e del libretto, dove sei ritratta in bellissime foto di Edo Bertoglio
che danno l’idea sia del movimento sia dell’equilibrismo, come è nato in realtà questo progetto?
Quando ho deciso di farmi fotografare da Edo Bertoglio, già sapevo molto bene l'idea che volevo comunicare attraverso quelle immagini ed
è quella che hai colto anche tu. Avevo già in mente delle pose che avrei assunto e volevo che dessero l'idea di qualcosa che sta in equilibrio, un
equilibrio sottile, sul filo, ma non precario. Un'idea di forza e di fragilità e questo è esattamente quello che si sente anche nelle canzoni dell'album,
nei testi e nel mio modo di cantare. Rispecchiava un mio momento, per cui avevo la necessità di presentarmi così, nuda.
Qual è invece la canzone di Funambola che più ti rappresenta, forse la sensuale “Senza pelle”, l’arguta e gustosissima “Oppure no” che uno
canterebbe all’infinito oppure…?
Credo sia “Ziza” o, almeno, le parole rappresentano perfettamente come io mi sento. Questo fare i conti sempre e costantemente con me
stessa, camminare per strada e parlare da sola, questo vivere intensamente una cosa ma sapere anche scomparire in un attimo, saper mimetizzarmi
con la realtà e gli altri. E poi in questa canzone parlo di felicità. E a me la felicità piace tanto... (sorriso)
In “Nuove confusioni” citi l“orgoglio nordestino, ma so che sei nata a Catania, quanto ti senti legata alle tue terre di origine, quanto veneta o
quanto invece ti senti cittadina di un unico mondo?
Da molto tempo ormai non mi sento d'appartenere a qualcosa o qualcuno in particolare. Da piccola soffrivo per questa cosa. Quando la mia
famiglia si trasferì al nord, la Sicilia rimase per molti anni una terra madre da ricordare, guardare, cantare. Poi ho viaggiato molto, ho scoperto
posti dove mi sono sentita a casa, persone che ho sentito come la mia famiglia e ho capito che per me non c'è mai stata una casa vera e
propria, un riconoscermi in qualcosa completamente. Attitudine che invece vedevo nei miei amici e che io non ho mai avuto, men che meno
ora. Tra pochissimo uscirà un disco che si chiama “Il canto dell'anguana”.
Sono canzoni originali in lingua veneta (quasi un omaggio alla terra che mi ha “adottato”) da me prodotto e cantato. Parla di un luogo davvero
molto circoscritto, di figure mitiche (le anguane appunto) che abitano quel luogo, nell'alto vicentino, vicino a dove io vivo, ma alla fine il
disco è universale, parla di tutti i luoghi del mondo. Per me questo è molto importante, microcosmo e macrocosmo, cittadina di nessun posto
e del mondo. Sono la stessa cosa alla fine. In “Nuove confusioni” comunque, la canzone di cui tu parli, l'orgoglio nordestino è l'orgoglio
dei contadini del nord est brasiliano, nelle terre del Sertao, dove mi trovavo, quando ho scritto quella canzone.
In “Oppure no” parli del tuo futuro lasciando aperte molte possibilità, io guardando la tua attività di questi ultimi anni ho visto che oltre a partecipare
a parecchi Festival importanti anche all’estero, hai collaborato con lo storico e scrittore Emilio Franzina per due conferenze-spettacolo
“Veneto Transformer”(riflessioni in parole e musica sulle migrazioni e sulle metamorfosi del nordest) e “Storie di storia”, hai affrontato anche
la canzone popolare veneta insieme a Debora Petrina con lo spettacolo “Come Nuove”, mentre nello spettacolo "Creuza de Luna" accompagnata
da quattro musicisti hai intrecciato le canzoni di Garcia Lorca con la polifonia del rinascimento spagnolo, il tango di Piazzolla con il fado e a
canzone napoletana con i classici brasiliani in un unico crogiuolo musicale, insomma ti sei dimostrata un’artista a tutto tondo, ma qual è allora
la tua vera identità?
E non è finita! Ho cantato nello spettacolo teatrale di e con Massimo Carlotto come protagonista femminile interpretando brani armeni, vene-
-ziani, corsari ecc., questo mi ha dato la voglia di confrontarmi anche con il teatro e, infatti, da quest'anno collaboro con una compagnia teatrale
dove spero di poter lavorare presto come attrice oltre che come cantante. La mia identità artistica è mista e multipla così come lo è la
mia di persona. Mi piace confrontarmi con cose molto diverse, sfidarmi sempre, capire fin dove posso arrivare e questo non è mai stato un
problema per me, anzi, è sempre stata solo una risorsa. Il problema è stato solo per i discografici che puntualmente mi chiedono “ma tu cosa
vuoi fare”, “ma tu chi sei”… credo che se venissero a un mio concerto capirebbero che c'è sempre un nesso, un filo tra le cose che faccio e in
tutte abita la parte migliore di me.
Puoi già dirmi qualcosa del tuo nuovo lavoro discografico, so che dal vivo hai già presentato nuovi brani, vedrà forse qualche nuova collaborazione
importante e soprattutto quando vedrà la luce?
De “Il canto dell'anguana” ti ho già parlato. Uscirà in primavera. Non vedo l'ora che venga alla luce!!! E’ un album in cui credo e che mi piace
molto, soprattutto è sicuramente un album che traccia un confine. Nel frattempo sto lavorano all'altro mio album che uscirà a mio nome, ma
per adesso è solo dentro alla mia testa, con canzoni che bussano e spariscono, che vengono e vanno. In questi mesi cercherò di acchiapparli
tutti, sono farfalle bellissime, che hanno bisogno di mani delicate per non essere sciupate.

 

 

 

 BUNGARO   IL TONNUTO N° 105

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  Di Fabio Antonelli
Partiamo da qualcosa di attuale, anzi di questi giorni di febbraio, come giudichi l’esclusione da questa sessantesima edizione del Festival di Sanremo del tuo brano
Dal destino infortunato, presente nel tuo nuovo disco Arte appena pubblicato e scritto su un testo inedito di Sergio Endrigo e che ha visto la collaborazione di due
grandi artisti virtuosi il pianista cubano Omar Sosa ed il contrabbassista Ferruccio Spinetti, soprattutto a valle di quanto ascoltato in questa edizione delle mille contestazioni?
Il mio tentativo era quello di omaggiare un grande poeta come Sergio Endrigo e portare sul palco del festival quel Brasile tanto caro e riconoscente alla grandezza di Sergio. Ivan Lins, J. Morelenbaum - e il venerdì Gilberto Gill - sarebbero saliti con me. Ma senza polemizzare penso sia stato meglio così
visto l'andazzo festivaliero di quest'anno. Il destino infortunato sta percorrendo la sua strada... fortunatamente
Al Sudamerica e precisamente al Brasile è legata un’altra importante collaborazione presente nel disco, mi riferisco a quella con la cantante
brasiliana Paula Morelenbaum che ti affianca nel brano Arte che dà il titolo all’intera raccolta ed in cui canti «Cosa provo quando sono di fronte
ad un’opera d’arte / Come di fronte ai tuoi occhi che mi stanno a guardare / Uno sbilanciamento un senso di vuoto… / Di bellezza bruciante
che non passa mai» il tema è l’amore, l’amore che è vita, che è motore della vita o sbaglio? Quanto è stata proficua questa collaborazione?
Cantare e condividere con Paula è stato così naturale, immediato e seducente. Abbiamo parlato da subito la stessa lingua. Paula si è immersa
in Arte con una visione di una bellezza bruciante… Straordinaria.
C’è un brano secondo me, più di altri, in cui gli artisti che vi hanno preso parte hanno caratterizzato fortemente il risultato finale, in senso positivo
ovviamente, mi riferisco al suggestivo Madonna di lu finimundu dove l’organetto di Ambrogio Sparagna con quella sua carica pololaresca e la
voce accorata di Lucilla Galeazzi hanno veramente dato una ventata di sanguigna vitalità, che ne pensi?
Li ho voluti con tutta la mia meridionalità. Ambrogio aveva già dimestichezza con il Salento, la taranta e l'odore della mia terra. Lucilla credo
sia una delle voci più intense della musica popolare italiana e non solo.
La sua voce è un fuoco in continuo movimento... un talento travolgente A Madonna di lu finimundu hanno dato un contributo carnale e pazzesco.
Personalmente ho poi trovato molto efficaci proprio per il loro carattere minimalista (mi riferisco all’aspetto musicale) i due brani conclusivi
ossia Piacere di vederti, da te cantato solo voce e chitarra in coppia con l’ironico Neri Marcorè e l’intima Piccenna mia dove canti con il solo
prezioso accompagnamento della chitarra di Guinga, quasi che il lavoro per sottrazione abbia aggiunto fascino alle tue canzoni, è solo mia questa impressione?
Hai ragione. Rimanere nudi con un solo strumento ed una voce è stato il momento più emotivo ed emozionante di questo viaggio. L'essenza è la
cosa che mi attrae di più. Sono due canzoni molto ispirate... Piccenna mia è dedicata a mia figlia Giulia e Piacere di vederti è dedicata a noi e
alla nostra preziosa amicizia. Neri è un grande talento umano, unico.
Ascoltando e riascoltando il disco credo che una delle canzoni più personali sia Punti di vista, sembra una di quelle canzoni capaci di esporre
a nudo l’autore, di umanizzarlo, che mi dici in proposito?
E' la canzone più ironica del disco, suonata e cantata di getto. Il mio punto di vista rispetto a quello che ci gira intorno in questo momento
storico… un senso di nulla ci culla… questa è l'aria che ci vogliono far respirare…
Le tue canzoni sono per lo più scritte con Pino Romanelli, quanto sono frutto del comune sentire oppure la vostra collaborazione è strettamente
suddivisa in ruoli differenti?
Pino Romanelli è un amico, un fratello e un grande scrittore di canzoni.
Tra noi c'è un’alchimia antica, lavoriamo insieme da 27 anni e miracolosamente dalla nostra prima canzone a oggi, continuiamo ad avere la
stessa visione del mondo. Veniamo dalla stessa terra e la provenienza conta molto. Il suo talento è al di sopra e mai banale.
Quanta importanza attribuisci agli arrangiamenti di questo tuo lavoro, firmati quasi tutti o dal maltese Aidan Zammit già collaboratore di Nicola
Piovani, Vincenzo Cerami e Niccolò Fabi o dal sensibile Michele Ascolese collaboratore per anni di Fabrizio De Andrè, io credo che abbiano
saputo soprattutto mettere in risalto il piacere di cantare, di viaggiare attraverso le emozioni trasmesse dalle canzoni, proprio come avviene
con i libri, i quadri, l’”arte” appunto…
E' fondamentale avere a fianco dei "sarti" che ti sanno vestire e capire quale è il colore giusto, al momento giusto. In Aidan e Michele c'è arte e
arte e dedizione, abbiamo curato insieme la produzione artistica. Aidan suona e arrangia con me da molti anni, lavoriamo benissimo insieme
e vogliamo le stesse cose, e' un musicista e un talento straordinario.
Ha scritto e arrangiato magistralmente il disco. Michele è una forza della natura, ancora innamorato della musica e si vede in Arte, Trafficante
e Madonna di lu finimundu arrangiati con un gusto e un’esperienza inconfondibile. Tanta anima!
Dovessi convincere qualcuno ad acquistare questo tuo nuovo disco su quale aspetto punteresti?
In questo progetto c'è l'urgenza di fare arrivare a chi lo ascolta la naturalezza e l'amore per ogni nota scritta e pensata, non si vuole allontanare
dalla bellezza delle cose. Sono piccoli "MICROFILM"... spero di esserci riuscito.
Quindi sulla qualità e le intenzioni. E’ un disco vissuto, pieno e coerente nel bene e nel male.
A questa tua nuova uscita discografica seguirà un tour di presentazione e nel caso vedrà coinvolti anche qualcuno dei prestigiosi ospiti presenti nel disco?
Stiamo preparando una serie di eventi. Dal 22 marzo farò un tour radio in tutta Italia, come si faceva una volta. Ci sarà una serie di presentazioni
live, i primi di maggio dove verranno a trovarmi tutti gli ospiti del disco... il viaggio continua e spero per molto.

 

 

 

 PAOLO PIERETTO   IL TONNUTO N° 107

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  Eccoci, finalmente, a raccogliere la testimonianza del nostro “Artigiano di Parole”: Paolo Pieretto. Allora Paolo, a sei mesi
dall’uscita del tuo primo album come valuti l’accoglienza e i riscontri che hai ricevuto?
Caro Mauro, prima di tutto voglio ringraziare te e tutti gli amici “tonnuti” per il sostegno che state continuando a darmi, davvero questo affetto è
molto importante per me. Sono contentissimo dell’accoglienza che ha ricevuto il disco, ho avuto la fortuna di fare diverse serate in giro per
l’Italia e di sentire alcune mie canzoni trasmesse in radio, ma soprattutto il grande piacere di incontrare nuovi amici che mi hanno conosciuto
grazie ad “Artigiano di parole”. La soddisfazione più grande poi è sempre quella di vedere ai concerti le persone cantare le canzoni che ho scritto,
soprattutto i bambini…
Qui al TONNUTO il tuo disco ha raccolto unanimi consensi. E’ stato il nostro disco dell’anno 2009. In questi primi mesi del
2010 ti sei dato un gran da fare girando in lungo e in largo la penisola portando la tua arte all’attenzione del pubblico e
della critica. Pensi di aver fatto abbastanza o ritieni che la promozione del disco abbia margini di miglioramento ?
Credo che i margini di miglioramento ci siano sempre, sto cercando di fare il massimo per promuovere il disco non solo seguendo la strada
tracciata dalla Pomodori Music in questi anni ma anche grazie all’aiuto di Olly Ragni della MBO Music che conosco da tempo e ha sposato il
progetto, ma anche per lei è davvero difficile riuscire ad aiutarmi e farmi conoscere attraverso canali con più visibilità, un po’ per una questione di
genere musicale e un po’ perché senza un budget dietro le spalle in Italia è difficile fare di più… pensa che alcune radio e riviste hanno ricevuto
il mio disco e hanno risposto con un preventivo… In fondo però proprio per questo sono ancora più grato a chi nonostante tutto mette le
logiche commerciali in secondo piano e concede spazio alle realtà come la mia.
“Artigiano di parole” è un disco del quale vorremmo sentire parlare a lungo … diciamo almeno fino a ottobre o novembre
… diciamo fino a quel premio … come si chiama ? Quello che premia la canzone d’autore … sì, dai quello lì presentato da
quel simpatico preside del liceo di Cantù … hai capito. Ma siamo scaramantici e non ne pronunciamo il nome. Tu ci pensi mai?
Eheheheh… Sarebbe un onore essere preso in considerazione, se ti capita di incontrare quel preside magari dagli una copia del mio disco!
Comunque è proprio vero che le cose capitano quando meno te le aspetti, quindi ho imparato a non aspettarmi niente e pensare invece a scrivere
canzoni migliori di quelle che ho già scritto.
“Artigiano di parole” ha una copertina che, a nostro parere, è bellissima. Dovessi scegliere una fotografia “simbolo” della
tua vita artistica, uno scatto che racchiude un momento particolare del tuo cammino sinora quale sceglieresti? Non so, con l’amico Parodi in America oppure uno scatto di quelli
fatti per la copertina del disco o qualche altro …
Ti ringrazio molto, la mia compagna Laura ha scattato quella foto… per me rappresentava l’idea di liberarsi di tante cose, simboli, paure, racchiuse
in quel cappello lanciato in aria e lasciato finalmente alle spalle per continuare la strada più leggero… Ci sono due foto di cui ti voglio
parlare: in una, scattata da Eileen Rose, sono proprio con Andrea ad Asbury Park dietro ad una rete all’interno del vecchio “Amusement Park”
cantato da Springsteen in “Born to Run”. Racchiude tutti i sogni, le speranze e l’amicizia di due ragazzi che hanno fatto un po’ di strada insieme
e che ancora, spero, insieme ne faranno… L’altra invece, che forse è quella che più mi rappresenta oggi, l’ha scattata sempre Laura lo stesso
giorno della foto di copertina e vede le suole consumate dei miei stivali in primo piano che sembrano raccontare quanta strada ho fatto mentre
la strada stessa dietro di me e il mio sguardo dicono quanta ancora ce ne sia da fare… e quanta voglia abbia io di farla tutta!
Tra le canzoni del tuo disco c’è “Supermarket Italia” … una canzone “medagliata” con una storia alle spalle. Ci racconti
per bene la vicenda legata a questa canzone che, tra mito e leggenda, ci ha sempre incuriosito?
L’ho scritta nel 2001, lavoravo con un ragazzo marocchino di nome Rachid che un giorno mi disse: “noi in Marocco abbiamo un supermercato
a Rabat, uno a Marrakech, uno a Casablanca… voi invece solo a Casatenovo ne avete quattro! L’Italia è un supermercato!” Da lì mi venne
l’idea del “Supermarket Italia” in cui tutti siamo in vendita, vittime del sistema che noi stessi alimentiamo. Avevo 23 anni e registrai il provino
da solo su un vecchio Fostex analogico e lo mandai al Premio Recanati, era la prima volta che mi iscrivevo a un concorso ed andò bene perché il
brano arrivò in finale ed andai in studio a realizzarlo in maniera più professionale per poterlo inserire nella compilation del Festival. L’anno
successivo lo stesso brano arrivò in finale a Castrocaro, in realtà avrei voluto presentare un’altra canzone, magari più melodica, ma quando in
semifinale mi trovai circondato da centinaia di ragazzi e ragazze che proponevano brani “sanremesi” all’ultimo momento decisi di cantare
“Supermarket Italia” per differenziarmi… Arrivai così ad esibirmi in diretta su Rai1 ma la Rai decise che i dieci finalisti avrebbero dovuto proporre
canzoni nazional-popolari e non brani propri… Ci diedero un bussolotto ed estraemmo un biglietto con scritto il titolo della canzone da cantare,
alla fine io riuscii ad aggiudicarmi “Gianna” di Rino Gateano ma per protesta indossai una maglietta tricolore con al centro un codice a barre
per rappresentare l’idea del “Supermarket Italia”.
In occasione di un tuo concerto di presentazione del disco ti abbiamo visto all’opera insieme a Franco Cufone e Davide
Dabusti. Detto che Cufone è un superbo musicista (è anche co-produttore del tuo disco) e che Dabusti, pure, si è rivelato
un fenomenale chitarrista ci racconti come è nato l’incontro con questi due artisti?
Sia io che Davide frequentavamo il C.P.M (Centro professione musica) di Milano nel 1998, lui studiava chitarra ed io invece canto e ci siamo conosciuti
nel laboratorio di “musica d’insieme”. Lì conobbi anche Marino Chieregato che suona la batteria nel disco. Davide è un musicista superbo
e un ragazzo d’oro, in “Luna Brigante” c’è la voce recitante di suo nonno, il poeta Giuseppe Ballerini. Franco invece aveva lavorato al disco
dell’amico Freddie Del Curatolo e aveva mixato “Soldati” di Andrea Parodi.
Quando nel 2006 ero pronto per iniziare le registrazioni mi rivolsi a lui e ringrazio il destino che me lo ha fatto conoscere perché, al di là delle
indubbie qualità professionali, davvero auguro a tutti di incontrare lungo la propria strada una persona dello spessore di Franco.
Nel tuo disco si alternano momenti molto rock a momenti più riflessivi, nell’animo dell’artigiano di parole si muovono
molteplici influenze musicali, ci descrivi quali sono le più ricorrenti?
Le mie influenze sono essenzialmente quelle della canzone d’autore Italiana, in primis Bennato, Rino Gaetano e De Andrè, e il rock Americano
di Springsteen, Mellencamp, Steve Earle, Neil Young… In generale quando scrivo parto dall’idea di ciò che voglio dire, di conseguenza
viene il “mondo” musicale che può essere rock o più intimo; se ti cade un martello sul piede non puoi raccontarlo su una base tipo “Il celo in
una stanza”… Ci sono periodi in cui scrivo solo ballate e altri in cui invece solo brani rock, ma credo che quando poi si va a selezionare i brani
da inserire in un disco sia bene rappresentare più stati d’animo e toccare diverse corde, anche per non correre il rischio di ripetersi. Mi hanno
sempre colpito i dischi così e nel mio piccolo mi piaceva l’idea per di passare in successione per esempio da “Bambino Disobbediente” ad “A
un metro dalle Nuvole”.
Tu sei un ragazzo veramente per bene. Non è che ti vogliamo lisciare il pelo. E’ una constatazione di fatto. Sei veramente
una bella persona. E hai una parola sola. Ci avevi promesso che quando sarebbe uscito il disco ce l’avresti fatto avere e,
bontà tua ce l’hai addirittura recapitato a domicilio. Più facile o più difficile vivere nel 2010 seguendo salde regole morali?
Forse anche in Italia varrebbe la pena rispolverare quel titolo del film più famoso dei Coen “Non è un paese per vecchi”.
Che ne pensi?
Sei troppo buono Mauro, per me è stato un piacere venire a trovarti con l’amico Luca Dai e portarti il mio disco… Hai citato uno dei miei film
preferiti… Credo che si debba sempre andare avanti secondo i propri ideali e la propria etica, se si vuole cambiare il mondo bisogna cercare
di non diventare come ciò che non ci piace ma cercare attraverso i nostri mezzi di proporre un mondo diverso, con sogni e valori diversi… Io
cerco di farlo attraverso le canzoni e il mio modo di vivere. E’ vero che “non è un paese per vecchi” ma finchè si cresce non si inizia ad invecchiare,
quindi c’è ancora speranza di riuscire a far diventare il mondo il nostro posto. E proprio come nel finale di quel film, si deve cercare di
andare avanti ed accendere una luce più in là.
Nel corso delle chiacchierate che abbiamo avuto modo di fare insieme è sempre saltato fuori qualche aneddoto particolare.
Del resto questo è normale: tu hai viaggiato tanto e hai conosciuto tante persone così che è sempre un piacere
ascoltare le tue “memorie”. In questi anni di eventi & incontri ce n’è uno in particolare che vorresti ricordare?
Quando ne ho la possibilità mi fa sempre particolarmente piacere parlare di Giuseppe Ballerini, quello che io continuo a definire il più grande
artista che abbia mai incontrato e al cospetto del quale a maggior ragione io non posso che definirmi solo “artigiano”; settimana scorsa sono
stato a trovarlo a Bobbio, sull’Appennino emiliano, “Pino” adesso ha 97 anni ma è lo stesso balzato in piedi dalla sedia come un ragazzino e mi
ha portato a fare un giro nella sua casa-museo e in particolare mi ha parlato di un’opera che ha chiamato “L’attesa”. In realtà non ha scolpito
niente, semplicemente passeggiando ha trovato un sasso dalla forma particolare, l’ha portato a casa, l’ha messo vicino ad un altro e credimi
se ti dico che l’effetto era quello dei profili della Madonna in attesa di Gesù con S.Giuseppe al suo fianco. Ecco dove sta la magia di un artista,
nella capacità di scovare la poesia dietro a un semplice sasso levigato dal fiume.
Infine, per chiudere questa nostra chiacchierata tonnuta vorrei che ci parlassi un po’ del futuro. “Artigiano di parole” è
un disco che ha avuto una lunga gestazione, è risaputo. Ma se i risultati sono questi noi saremmo anche disposti ad
aspettare altrettanto a lungo per il seguito. Vorremmo, tuttavia, una tua rassicurazione, sul fatto che ci sarà da aspettare
molto meno…
Posso dirti che il materiale per un nuovo disco ci sarebbe già, titolo compreso, così come c’è l’idea di iniziare a lavorarci con Cufone in
inverno, probabilmente a Venezia… quello che non c’è purtroppo è il budget! Se riesco a risolvere questo piccolo problema nel 2011 uscirà
il secondo album…
Avanzerei una proposta “di legge”: lanciamo una sorta di azionariato popolare che permetta di arrivare alla pubblicazione
di un disco tramite il contributo dei fans. Non so, 10, 20 euro a testa a coprire le spese del “frutto futuro” … che ne dici? Una pazzia??
Secondo me è una bella idea, pensa che per scherzo avevo proposto qualcosa di simile prima dell’uscita del disco a un concerto, chiedendo
di comprarlo in anticipo per finanziarne la realizzazione! Potrebbe essere una bella trovata, io ti assicuro che sarei contento di anticipare i
miei 10,20 euro per il prossimo album di Andrea o Max Larocca o Stefano Barotti…
Un saluto Paolo. E sempre grazie.
Grazie a te per tutto! A presto.

 

 

 

 PEPPE VOLTARELLI   IL TONNUTO N° 108

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  di Fabio Antonelli
Peppe Voltarelli: calabrese superstar
Sono trascorsi tre anni dal suo disco d’esordio (come solista) Distratto ma però, c’è stata nel frattempo una lunga tournée che ha toccato anche tantissimi
paesi stranieri tra cui Irak, Repubblica Ceca, Austria, USA, Spagna, Svizzera, Germania ed ora è tornato nei negozi con un nuovo lavoro Ultima notte
a Malà Strana, scritto e cantato in italiano e calabrese, ma non solo…
Partiamo da dove ci hai lasciato, da Distratto ma però disco d’esordio in cui esordivi con un trainante brano intitolato Italiani superstar, mi sembra invece
che da questo tuo nuovo disco si possa ricavare l’enunciato “Calabresi superstar” perché è si un viaggio intorno al linguaggio, ma è anche un forte richiamo
alle proprie radici seppure in un contesto rapidamente mutevole, dico male?
Dici benissimo e ti ringrazio per l'assist per questo lavoro ho fatto un intervento di sottrazione di pulizia scavando nel mio calabrese moderno e irrispettoso
c'è tanta amarezza in tutto ciò che penso della mia terra e la lingua riflette questa sensazione di impotenza
Restiamo in tema di raffronti, rispetto al tuo precedente lavoro, mi sembra che tu abbia lavorato musicalmente per sottrazione, riducendo l’impianto
sonoro all’essenziale grazie anche all’aiuto di un virtuoso come AM Finaz, è solo una scelta stilistica o è anche mirata alle future esecuzioni dal vivo?
Entrambe le cose il live condiziona lo stile e Finaz mi ha confortato in questo viaggio con le sue scelte essenziali ma sempre misurate attente e ponderate
da produttore vecchia maniera per reggersi con tre strumenti un brano serve la massima attenzione e cura come dal vivo quando hai solo due mani una
voce e un piede per portare il tempo Il disco si apre e si chiude praticamente con lo stesso pezzo, una specie di canto tribale fatto di pochissimi versi legati al movimento, ci si muove in lungo e in largo ma in fondo si rimane sempre uguali, forse stranieri in ogni luogo?
L'idea era di giocare con il movimento e l'ironia un po’ come la beffa di trasferirsi a Berlino e scrivere tutto un album in calabrese comico vero?
A proposito di versi, questa volta intesi come emissioni sonore, si può dire che in questo disco costituiscano una terza via dopo l’italiano ed un moderno calabrese?
Emissioni sonore melodie e battiti per le costellazioni del disordine è l'unica lingua che non ha bisogno di google translator
Tra i pezzi dell’album penso che Quanto ni vo sia uno dei più intensi e sentiti, in cui esce maggiormente il tuo essere un grande interprete, in questo caso di
te stesso, come è nato questo brano?
Misurare l'amore è un’impresa impossibile una domanda senza risposta e l'ossessione di pesare qualcosa che non ha peso di risparmiare dal niente
sono cresciuto in una famiglia con problemi di misure e di calcolo mamma statale e precisa papà socialista sportivo e oggi mi porto dietro questa specie
di spaesamento pure nelle canzoni che scrivo Parlando di interpretazioni, qui ne hai fornita una molto sentita e condivisa di
Enriquez (Bandabardò) affrontando Gli anarchici di Leo Ferré, perché proprio Ferré e perché proprio questa canzone?
Grazie all'amicizia con i Tetes De Bois e con Les Anarchistes ho scoperto la poesia di Leo Ferrè la sua profondità e il suo rigore mi avvicino a lui come uno
studente ai primi anni di liceo con quella curiosità e quella gioia cantare Gli Anarchici mi fa pensare alla politica di altri tempi agli ideali alla giustizia e
ogni volta che la canto chiudo gli occhi per sognare sempre la voce di Erriquez è davvero potente è uno di quelli amici che ti fa sentire forte
In questo nuovo disco c’è molta attenzione verso una società sempre meno a misura d’uomo, Sta città è esemplare in tal senso, ma anche verso un paese
in cui forse ti riconosci sempre meno, almeno così mi sembra ascoltando Il paese dei ciucci brano che inizia con quel annuncio che mi ricorda tanto il
“Pinocchio” di Comencini, quando il Gatto e la Volpe annunciano lo spettacolo dei burattini, non è forse questo il rischio maggiore, di essere burattini in
mano ad un potente Mangiafuoco?
Capita spesso di sentirci senza forza disarmati e impotenti bisogna accettare questa situazione e leggerla diversamente c'è qualcosa che ci sfugge e non si
tratta solo di burattini e mangiafuochi Chiudiamo il discorso con Ultima notte a Malà Strana, toccante e poetico brano capace di rendere percepibile un incolmabile senso di straniamento, ce ne parli?
Il viaggio è una sfida alla solitudine se ti siedi a quel tavolo sai cosa rischi i corvi gli impiegati travestiti i fiumi neri la vodka l'italiano sono sempre seduti
al tavolo con me non hanno nazionalità è un fatto di pochi secondi come un giramento di testa così è stata Mala Strana un suono come tornare a Mirto e
scoprire che il mare non c'è mai stato e che seduto al Pioppo c'è Drupi che si gode il panorama
Partirà un lungo tour e proseguirà anche l’attività teatrale, visto il successo di Medea e la luna lo spettacolo legato a Lunga notte di Medea di Corrado
Alvaro di cui nel disco troviamo Marinai, la splendida canzone che chiude lo spettacolo?
Medea con Krypton è stata un esperienza indimenticabile e formativa con Cauteruccio c'è affinità seguo le sue indicazioni registiche molto attentamente
perchè mi fido di lui come un padre artistico spero di fare altri lavori con lui. La tournée è iniziata e con la nuova squadra che mi segue cioè On The
Road dei fratelli Barbaro ho trovato un’ottima sintonia suonare e scrivere con entusiasmo non ripetendosi mai sempre alla ricerca di un messaggio umano e solidale

 

 

 

 ARTURO FIESTA CIRCO   IL TONNUTO N° 112

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INTERVISTA
di Laura Bianchi

Un circo, di solito, non si vede fra le quinte. Ma questo circo non è come gli altri. Un circo fatto di musica e di musicisti innamorati della musica non si vede tutti i giorni. Questo circo, poi, riesce a fare magie. A non fare più sentire freddo anche sottozero; a far cantare gente in giaccheccravatta o in canottiera; a parlare di Gesù senza fare la predica; a divertirsi e divertire, ma anche emozionarsi e emozionare. Sergio Calonego, metà italiano, metà belga, che ha rubato dal nonno Arturo il secondo nome, ma è anche chiamato dai musicisti ‘lo zio’, è il direttore di una circorchestra anomala, figlia della Brianza operosa e capannonosa, che, incrociando le rotte del jazz, del rock e della canzone d’autore, espia il peccato originale liberando la propria creatività leggermente deragliata, con qualche distrazione a sud.
Ora, la circorchestra ha inciso un disco, ‘…e lo chiamerai Giovanni’: dove la buona novella si trasforma in canzoni in perenne e sfuggente equilibrio. Inutile classificare il progetto del Circo. Meglio lasciare la parola a loro. E anche l’incontro con il caporchestra e coi musicisti trasporta in un mondo dove l’illusione diviene realtà, la storia sogno, l’arte vita. Tra le quinte del Circo, si vede entusiasmo, esperienza, umiltà, fantasia.
TONNUTO : Com’è arrivata l’idea di Giovanni? 
ARTURO : Ho iniziato a scrivere a ruota libera una sera che non riuscivo a dormire. Mi trovavo in Messico in un
piccolo borgo che si chiama Mahahual, credo. La mattina avevo in mano dei racconti, immagini più che altro, che
nel tempo sono diventate canzoni. Ogni personaggio rappresentava una virtù o un volto. C’era un cornuto, un
figlio non certo, una donna devota, una un po’ meno, il traditore ..l’ eroe. A quel punto mi sono accorto che le
dinamiche erano molto simili a quelle del Nuovo Testamento. E non mi sono fermato più.
TONNUTO : È un disco che sa di Sud ma anche di Francia: quali sono i tuoi viaggi?
ARTURO : Ho viaggiato molto, ma Francia e Belgio non sono mai stati solo viaggi . Sono i colori della mia famiglia.
Ricordi di quando andavamo a trovare i parenti con interminabili viaggi in treno o in macchina. Il controllo dei
passaporti quasi sempre di notte o di prima mattina . Il profumo del giorno che si sveglia e tu pensi “ tra un po’
arriviamo”. Credo che per osmosi quei colori siano entrati nel mio mondo sonoro.
TONNUTO : Chi è l’idiota? Come siete riusciti a incastrare così bene un pezzo indie rock in un disco dal sapore jazz?
ARTURO : Sull’argomento girano un paio di leggende, messe in giro da me, e sono tutte rigorosamente false. Non
trovo sia importante dare le coordinate esatte . Ci sono parecchi “idioti” in giro; credo sia più creativo che ognuno
possa evocare il suo. L’inserimento del brano nella scaletta di “ Giovanni “ non era neanche previsto e c’è un
siparietto simpatico sulla vicenda ..ma mi piacerebbe ti rispondesse PEPPO che è stato complice di questo
azzardo.
GIUSEPPE MAGNELLI : Se non mi ricordo male “il fattaccio” successe uno dei primissimi giorni in studio (forse il
secondo). China stava ultimando le batterie, quando io esponevo allo zio le mie perplessità sulla scaletta del
disco (all’epoca eravamo ancora dell’idea di disporre le canzoni e raccontare la storia in modo cronologico). M
sembra che stessimo vagliando la proposta di un reading dello zio su una base strumentale del sottoscritto,
quando all’improvviso lo zio si blocca. Con gli occhi spiritati esclama in modo profetico: “registriamo l’idiota,
Pepito, registriamo l’idiota, registriamo l’idiooota..” Quell’immagine io ce l’ho ancora stampata davanti agli occhi.
Penso sia stato uno di quei momenti in cui non si ha il tempo di pensare. Normalmente si ragiona coi numeri, con
le classificazioni e con le etichette. Il CIRCO al contrario segue le intuizioni. E quel momento è stato un momento
di pura intuizione.
TONNUTO : Come hai vissuto l’inevitabile modello di Fabrizio De André, e come lo hai risolto nella scrittura?
ARTURO : Se scrivi storie in musica i conti, con Fabrizio De André, prima o poi li devi fare. Personalmente sono
cresciuto con il blues degli anni 20/30, il periodo prebellico, e da sempre vivo il bluesman come un cantastorie.
Quando sono inciampato nella musica di Fabrizio, piuttosto tardi devo dire, è stato come incontrare un fratello
maggiore. Di lui ho subìto e subisco il fascino dell’uomo, della sua poesia e di quella sana predisposizione a farsi
domande più che a dar risposte.
TONNUTO : Giovanni siamo noi, scrivi nell’introduzione: c’è un Giovanni più Giovanni di altri?
ARTURO :Probabilmente tu. E neanche lo sai.
TONNUTO : La cura del libretto, le note, i disegni, dicono un rispetto per chi compra il disco. I testi si possono
trovare sul vostro sito, ma non tutto il resto. Qual è la tua posizione nei confronti di chi scarica gli mp3? E quella
verso chi compra su i-tunes?
ARTURO : Libretto, note , disegni sono tutti opera di Sara Denova, pianista, pittrice ed artista poliedrica nel senso
più”rinascimentale” del termine. Di mio c’è solo l’idea di un bimbo che, con i piedi nell’acqua, svela la sua
“visione”.. La tecnologia? Penso che sono cambiati e cambieranno i formati, ma la musica si ascolta sempre con
le orecchie. Quello che è perduto, forse, è un certo romanticismo legato all’oggetto. Io non mi sognerei mai di
avere un CD masterizzato di Pierre Bensusan. Non si tratta di rispetto, è un mio bisogno di tattilità. E’ proprio una
questione di sensualità, quasi di olfatto. A me il virtuale non incendia. Forse anche per questo motivo non ho un
Facebook personale e non seguo molto le vicende del Web.
TONNUTO : Hai avuto da poco una figlia: quanto è pesato questo aspetto nell’elaborazione del disco?
ARTURO : Mia figlia è stata ed è un elemento di leggerezza. Prepararle la colazione la mattina è il miglior antidoto
contro la dispersione.
TONNUTO : Sul palco è evidente che ti diverti, e ogni concerto è diverso; è perché tasti il polso del pubblico,
oppure perché sei umorale e segui la tua ispirazione?
ARTURO : Forse con gli anni sono diventato un po’ più sexy.
TONNUTO : Fra te e i musicisti del circo ti separano almeno dieci anni, se non di più: come ti senti con una
generazione diversa dalla tua?
ARTURO : Li sento diversi da me, ma sono incuriosito dal modo che hanno di percepire le cose. Onestamente
non vivo un confronto . I giovani, per me, sono uno stimolo molto forte al capire dove stiamo andando. Questo è
quello che penso io, ma sarebbe interessante vedere cosa ti rispondono loro ..
SARA GIOLFO : Non riesco a vedere due generazioni diverse, lo zio è come la bella musica: senza tempo.
FABIO BIANCO : Difficile immaginare un confronto generazionale con lui, che non cerca di passare per il musicista
NAVIGATO, anche se, a differenza nostra, ha fatto in tempo a vedere LOVE BOAT!!!
SARA DENOVA : Ho sempre avuto un debole per gli uomini più grandi...!
TONNUTO : A quali progetti state lavorando? Sempre come circo, o c’è in cantiere qualcos’altro?
ARTURO : A livello personale vorrei registrare un disco totalmente strumentale di chitarra acustica fingerstyle.
Come CIRCO invece posso dirti che dopo una lavoro così impegnativo come è stato “ Giovanni “ abbiamo tutti
bisogno di lavare la mente e fare un po’ di “stretching terapeutico”, anche perché la prossima sfida che voglio
proporre ai ragazzi del CIRCO sarà molto impegnativa. Per cui ..posso anticiparti che con il CIRCO stiamo
lavorando ad un EP defatigante, un singolo “easy-dance”, che verrà utile per esorcizzare le tossine e per togliermi
di dosso l’etichetta di cantautore che mi sta scomoda. Il cantautore di oggi deve rispettare troppe regole formali.
Sono un compositore acustico che a volte racconta storie elettriche. Questo è quello che c’è in cantiere. Non è
escluso che in futuro chieda ai ragazzi di seguirmi nella Techno.
TONNUTO ( al CIRCO ) : Ognuno di voi apporta un colore particolare nel lavoro: è il risultato di una scelta meditata,
o è venuto nelle prove?
SARA GIOLFO : Credo che i colori che portiamo derivino semplicemente dalle nostre diverse personalità, vissuti,
sensibilità musicale ed esperienze.
FABIO BIANCO: E' avvenuto involontariamente col passare del tempo. Arriviamo tutti da esperienze musicali
diverse, ognuno di noi è un colore ben definito e ArtuRock (come mi piace chiamare lo Zio Fiesta) si diverte
parecchio a fare il pittore!
CHINA : Nessuna scelta meditata. Ogni canzone, dopo che è stata scritta dal Fiesta, viene arrangiata senza porsi
nessun tipo di schema. Il risultato finale si ottiene sempre quando ognuno di noi è riuscito ad esternare
l’emozione che la canzone gli ha evocato. Il CIRCO, come più volte ricordiamo anche nei concerti, non è una band,
ma una “palestra” fatta di persone con esperienze e visioni differenti che si trovano molto bene insieme. Un
insieme di artigiani, ognuno specializzato nel suo campo, che lavorano duro per un obiettivo comune: suscitare
emozioni attraverso la musica.
TONNUTO ( al CIRCO ) : Com’è lavorare con un musicista che è anche autore di testi?
CHINA : Personalmente ho sempre suonato con persone che erano autori dei loro pezzi. Ed ho un grande rispetto
per questo. Credo che ci siano musicisti portati per la scrittura e musicisti portati per l’arrangiamento. Io faccio
parte della seconda categoria. Nello specifico lavorare con il Fiesta è molto facile, perché quando porta i suoi
pezzi in sala prove è in grado di trasformare l’aspetto sonoro in aspetto visivo; quindi ti trovi a “vedere” le canzoni
come se fossero dei quadri. Quello che ti resta da fare è colorarli. Inoltre reputo il Fiesta un grande
autore/musicista, per la piena libertà che lascia alle persone con cui suona. Sa sempre quando è il momento di
fare un passo indietro e quando, invece, è il momento di spingere sull’acceleratore. Non c’è niente di meglio per
permettere alle persone la libertà di esprimersi.
SARA DENOVA : Quando ho registrato l'introduzione de "La Regina del Circo", nella mia testa c'era un bellissimo
quadro di una donna seduta su una scogliera, le onde bianche s'infrangevano dolcemente sulle rocce,
bagnandole i piedi. Guardava l'infinito sapendo di essere l'ultima persona al mondo. Questa era l'immagine che
lo Zio mi ha sussurrato nelle cuffie mentre ero in studio di registrazione: davanti a me in quel momento non c'era
più un pianoforte, ma il volto di quella donna, il suo sguardo, la sua malinconia, la sua solitudine. Lo Zio non è
solo un grande autore, ti permette di entrare completamente nelle storie che scrive, di vederle, di farne parte. Su
quella scogliera quel giorno c'ero io.
FABIO BIANCO: Fino ad ora ho avuto solo esperienze di questo tipo nei vari progetti musicali ai quali ho
partecipato. Preferisco quelli che cantano i propri testi, perché, secondo me, riescono meglio a trasmettere il
senso delle parole. Questo può aiutare molto i musicisti a suonare in modo differente i diversi momenti di una
canzone.
SARA GIOLFO : Per quanto mi riguarda questo è un fatto insolito, perché sono abituata a essere autrice dei testi
che solitamente canto, ma in questo caso il fatto che i testi siano scritti dallo zio è un fattore ancor più
stimolante: è facile immedesimarsi e vivere appieno ciò che una persona scrive, è invece una sfida riuscire a
“entrare” nei testi di qualcun'altro. Devo dire che la scrittura del Fiesta è talmente comunicativa e poetica da
credere di aver vinto questa sfida. E, se posso permettermi, non credo di lavorare con un musicista che è anche
autore di testi, ma con un artista e poeta a tutto tondo.
TONNUTO ( al CIRCO ) : Tutti voi lavorano ad altri progetti paralleli: cos’avete portato di questo lavoro negli altri
progetti, e viceversa, cosa vi siete portati in questo?
SARA DENOVA : Nel Circo ho messo una parte di me, e mi sono portata dentro una parte di loro.
CHINA : Più che uno scambio tra progetti credo che sia uno scambio fra persone. E’ importante da musicista
sapersi mettere in gioco e con umiltà accettare critiche e consigli. Vivo la musica come un viaggio in cui non si
arriva mai alla meta, ma c’è sempre qualcosa da imparare. Ed è questo il bello. Lungo il percorso si incontrano
molte persone e si vivono molte esperienze. E’ questo che costituisce il tuo bagaglio. Inevitabilmente ogni volta
che entri a fare parte di un progetto metti in gioco tutta la tua esperienza. Ma devi anche essere pronto a
smentire molte delle certezze che credevi di esserti costruito, perché nella musica tutto è relativo e niente è
assoluto. Di sicuro una delle cose migliori che il CIRCO può trasmettere è quanto ci si possa divertire suonando,
non tralasciando la qualità dell’esecuzione.
SARA GIOLFO : Sicuramente tanta esperienza live e la voglia di mettere in gioco tutto al 100% senza prendersi
troppo sul serio.
FABIO BIANCO: Ogni minuto passato a suonare in sala prove, o su un qualsiasi palco, sia con il Circo che con gli
altri progetti lo vivo come un arricchimento del mio bagaglio musicale. Come lo è ascoltare musica o suonare da
soli in casa... anche fischiettare sotto la doccia! Tutte queste cose vengono trasmesse agli altri musicisti dei vari
progetti con cui si suona e viceversa. E' un continuo dare e ricevere.
TONNUTO ( a SARA DENOVA ) : il tuo pianismo è più vicino ad un Einaudi, ma spesso, sul palco, richiami l’estro
di un Bollani o di un Allevi. A chi ti senti più vicina?
SARA DENOVA : Bollani? Magari! Sono tre grandi pianisti, con modi di suonare e di esprimersi completamente
diversi tra loro. In "E lo chiamerai Giovanni" ho cercato di superare il mio solito modo di suonare (che si avvicina
maggiormente ad Einaudi): grazie al Circo sto imparando ad usare il pianoforte in maniera più libera, più giocosa,
a toccare dei tasti che prima non vedevo nemmeno Vorrei, col tempo, riuscire ad avvicinarmi a tutti e tre i pianisti,
prendere qualcosa da ognuno di loro, e da altri ed altri ancora!
TONNUTO ( a SARA GIOLFO ) : la voce arricchisce il tessuto melodico dei pezzi. Come ti sei avvicinata al cantato
della voce principale?
SARA GIOLFO : Sulle voci abbiamo fatto un lavoro puntuale a seconda dei pezzi. E' capitato così che per alcuni
brani è stata seguita una linea di cori piuttosto classica che facesse da contrappunto a delle frasi che andavano
rinforzate mentre per altri abbiamo seguito una strada più sperimentale che cercasse di far “vivere” in prima
persona i protagonisti della storia, come per esempio ne “La regina del Circo”, o addirittura la voce è stata usata
quasi alla stregua di uno strumento aggiuntivo, come nel ritornello de “L'acrobata” o “L'idiota”. Vi sono pezzi in
cui tutte queste sfumature sono state mescolate, come ne “la regina” stessa.
TONNUTO ( a CHINA ) : come hai risolto in chiave ritmica l’impostazione tipicamente chitarristica della
composizione dei brani?
CHINA : In realtà non ho dovuto risolvere proprio niente. Dopo la fase di scrittura di “E lo chiamerai Giovanni”, il
primo embrione di arrangiamento è stato proprio di chitarra acustica e batteria. Io e il Fiesta ci siamo trovati in
sala prove e abbiamo iniziato a costruire l’intelaiatura di tutti i brani che poi hanno composto il disco. Da
batterista è molto facile lavorare con il Fiesta, sia per il suo approccio ritmico alla chitarra, sia perché la mia e la
sua visione sui brani coincidono il 99% delle volte.
TONNUTO ( a PEPPO ) : la chitarra elettrica dialoga con quella acustica-jazz dello zio. Quale contributo pensi di
dare ai pezzi?
GIUSEPPE MAGNELLI : In una parola: anomalia. Io vengo da una filosofia di chitarrismo che vede in Jimi Hendrix,
David Gilmour e Robby Krieger i capiscuola. Quindi gente che ha messo in primo piano non virtuosismi o
tecnicismi, bensì una ricerca. A me piacciono le ricerche, le deviazioni da ciò che è convenzionale. E devo dire nel
CIRCO trovo terreno fertile. Nel CIRCO vige l’anarchia intesa come rottura di qualsiasi schema aprioristico e
preconfezionato, che non si tramuta in caos grazie alla responsabilità e intelligenza di chi ne fa parte. Nel circo
quello che conta davvero è l’emozione.
TONNUTO ( a FABIO BIANCO ) : il basso è da sempre considerato uno strumento rock, ma qui emergono anche
conoscenze jazz. Quali sono i tuoi riferimenti?
FABIO BIANCO: Il basso elettrico rispetto al contrabbasso effettivamente sembra più adatto ad un contesto Rock,
però è meno ingombrante! Come riferimenti diciamo che adoro i grandi contrabbassisti come Charles Mingus,
Scott LaFaro, Paul Chambers. Credo comunque che sia questione di sensibilità più che di riferimenti, ed in questo
lo zio mi ha insegnato e continua ad insegnarmi molto, capace di far suonare una Telecaster come una chitarra
semi acustica solo col tocco delle dita!
TONNUTO : In una frase, descrivete le emozioni che sperate di suscitare in chi vi ascolta e vi vede in concerto.
CHINA : Ogni esecuzione dal vivo ha le sue emozioni. La cosa più bella che ti possa capitare è far provare a chi
ascolta la stessa emozione che stai provando in quel preciso momento. Se questo succede, stai suonando
un’emozione e non semplicemente una canzone.
FABIO BIANCO: Le stesse che ho provato io per anni seguendo l' Arturo Fiesta Circo da spettatore, prima di essere
coinvolto in questa follia!!! Alla Grande!!!
SARA GIOLFO : L'ambizione è quella che le persone appena finito il live si dicano “una cosa così non la rivedrò per
un po' di tempo”. In tre parole curiosità, divertimento e trasporto.
SARA DENOVA : Spero le stesse che proviamo noi sul palco.
ARTURO : citando Paolo Conte mi auspico che sia musica “ ..che tolga le scarpe e le calze alle femmine “
GRAZIE!!!

 

 

 

 MARCELLO MURRU   IL TONNUTO N° 113

INTERVISTA
di Fabio Antonelli

Marcello Murru, romano d’adozione ma nativo di Arbatax può definirsi a tutti gli effetti, un vero poeta del nostro
tempo che, come cantava nel suo penultimo disco “Bonora”, è un “tempo di virgole, difficile mettere un punto”.
Ora, dopo sei anni di pausa, è finalmente tornato con un nuovo interessantissimo lavoro dal titolo “La mia vita
galleggia su un petalo di giglio”. L’ho avvicinato per approfondire le tematiche affrontate nel disco ed ecco cosa è
emerso da questo piacevolissimo dialogo.
Partiamo dal titolo del disco “La mia vita galleggia su un petalo di giglio”, com’è nato?
Il titolo è una cosa non mia, non scritta da me, è una frase che ho quasi rubato a un’intervista fatta da Giuseppe Videtti (Repubblica)
a Tom Waits parecchi anni fa in cui il musicista americano aveva detto un qualcosa di simile, è l’unico verso del disco che non ho
scritto io, però mi piaceva questa idea della vita che galleggia.
Un’espressione molto autobiografica o no?
Me la sono sentita molto autobiografica anche rispetto a quella che è la mia storia e adatta all’album che ho scritto.
Secondo me sintetizza bene il contenuto dell’album.
Si, anche se è difficile sintetizzare in una frase un album che, come hanno detto molti, è un lavoro sull’amore ma anche sulle mille
sfaccettature dell’amore con tutte le possibili varianti, la perdita, l’abbandono, la sparizione, il ritorno, ho voluto cercare care di
mettermi un po’ a nudo, fare i conti con me stesso.
Una sorta di bilancio?
Mah, è sempre molto difficile per me parlare di bilanci, però sono uno che si ridiscute e questo tema l’avevo già sfiorato altre volte,
non credo comunque vi siano autori che non abbiamo mai parlato d’amore, più che altro vi è la mia inquietudine nei confronti di un
discorso amoroso.
Può essere considerato un concept album sull’amore o è una forzatura?
Quando l’ho scritto, non avevo pensato a questo, la prima canzone che ho scritto di questo lavoro è “Facile di questi tempi”, ma in
quei giorni vivevo un momento molto personale e molto doloroso della mia vita ossia la perdita di una persona a me tanto cara, non
sto a girarci attorno, era morta mia madre da pochissimo, quindi non avevo pensato a un disco sull’amore, poi riflettendo sulla mia
situazione personale e sull’esperienza vissuta all’interno della mia famiglia, ho voluto un po’ ripercorrere il passato, mia madre
raccontava molto la sua storia che aveva avuto con mio padre e volevo quasi ricostruire alcune sfaccettature che erano appartenute
alla loro storia, una lunga storia d’amore con tutte le guerre che accadevano, mio padre che partiva per le guerre d’Africa e lei che lo
aspettava. Sono partito un po’ da un’analisi di quel tipo per arrivare a tutto il resto. Comunque questo disco appoggia le sue radici su
una mancanza, su una perdita di una persona cara come può essere appunto una madre per un figlio.
Il tema dell’abbandono o della perdita ricorre spesso nel disco anche all’interno della dinamica del rapporto uomo-donna. Si, ho cercato di entrare un po’ nelle varie sfaccettature, ovviamente dando la mia interpretazione, sono un buon ascoltatore anche di
storie altrui, credo che siamo tutti attorniati da amici che prima o poi ci raccontano l’inizio di una storia o la crisi di un rapporto, non
è un tempo facile per i rapporti amorosi questo, ho cercato di farne tesoro realizzando questo disco sull’amore.
Amore che può essere anche quello per la propria terra, come in “Il mio sud”.
Ah si certo, in effetti, ci sono brani che affrontano l’amore in maniera più ampia, mi piace pensare come un tuo collega ha definito
questo disco dicendo che potrebbe essere il mio “Frammenti su un discorso amoroso”, discorso che quindi implica anche il rapporto
con la propria terra, con il mio sud, ma anche con tutto il sud del mondo, naturalmente parlo in prima persona come uomo del sud,
c’è molto della mia Sardegna, ma il discorso è più ampio.
A me piace molto l’immagine che hai usato “Il mio sud è a nord di tutto”.
(Ride) Si quella è una rivendicazione direi, quasi paradossalmente politica, di questi tempi.
Sono rimasto molto affascinato dall’atmosfera di questa canzone, un po’ come mi era capitato con “Blu” canzone presente nel
tuo precedente disco “Bonora”.
“Blu” in effetti, è un brano che piace molto anche a me, fu la prima canzone che scrissi dopo il mio intervento (trapianto di fegato).
Mi ricordo ancora oggi, ero in studio e registravo un album con Lilli Greco, il quale era rimasto molto impressionato dal mio modo di
scrivere e decise di produrre quel disco che nacque con una parte di canzoni scritte prima dell’intervento e una parte dopo.
Altra canzone del tuo nuovo disco piena di fascino è “Lontano” in cui canti “Mi piace toccare le parole / Prima di suggerirtele”
che secondo me raccoglie un po’ il tuo stile poetico e altri versi come “Ma il tempo raccoglie conchiglie e rami secchi da
ardere”.
Si ritorna sempre un po’ il mare nella mia vita. (ride)
C’è questo tempo dettato dalla natura che scorre inesorabile.
Si si, questo che dici è corretto, anche se per me è sempre molto difficile dare delle spiegazioni a quello che scrivo, io spero sempre
di incontrare delle persone che mi spieghino le cose che scrivo, mi sorprendono molto gli artisti che cercano sempre di spiegare
quello che hanno scritto, per me non è così semplice, io credo che la miglior spiegazione sia quella che può dare il pubblico che
ascolta, la completezza di una canzone si raggiunge solamente quando l’ascoltatore la farà sua. Io scrivo all’alba, in una sorta di
dormiveglia, non scrivo mai in altri orari. Scrivo nelle ore di stanca, mi piace camminare a lungo stancarmi tanto, in quei momenti
allora mi arrivano le cose che ritengo più interessanti. Per me le canzoni non dovrebbero mai essere definitive come testi, mi sono
trovato qualche volta a fare dei concerti in cui sentivo quasi la necessità di cambiare le parole e non perché non ricordassi il testo, ma
perché le storie in qualche modo crescono e la fantasia magari le porta lontano da quello che era stato il punto di partenza e questo mi
capita a volte proprio quando suono dal vivo.
Io purtroppo non ho mai avuto la fortuna di assistere ad un tuo concerto, immagino quindi che anche lì non ami spiegare al
pubblico le tue canzoni.
In effetti, parlo pochissimo, non dico quasi niente, com’è stato ad esempio nel concerto che ho appena fatto all’Auditorium di Roma,
però è anche vero che la scaletta di questo nuovo spettacolo è una specie di viaggio che io percorro a mio modo. Probabilmente è
anche la mia esperienza teatrale, vengo da anni di avanguardia e non so più se il mio è un cantare o un raccontare, però mi piace
cercare di portare il pubblico in viaggio con me lungo un percorso emotivo, non amo però spiegare le canzoni per non bruciarne il
mistero, sarà poi il pubblico a rispondere con quel tanto di emotività necessaria a se stesso e anche alla canzone. Io questa risposta
comunque l’avverto sempre quando faccio i miei concerti.
Ci sono poi canzoni che più di altre lasciano spazio all’interpretazione, mi viene in mente “Danzatrici ioniche”.
Beh è in corso una sorta di dibattito su questa canzone, tutti mi chiedono di questo brano, che per altro è uno dei brani che amo
moltissimo tra quelli di questo lavoro, credo di capire che è anche il brano più misterioso.
In effetti, è forse il brano più bello del disco proprio perché resta misterioso, oserei dire quasi criptico.
E’ l’unica cosa che solitamente racconto perché capisco anche che ci sono molte immagini che si sovrappongono, quindi credo che
tutto questo mistero andrebbe un po’ svelato, c’è molta prostituzione in questo brano. Ero andato a trovare un’amica in una zona
particolare di Roma che è vicina al Verano, il cimitero monumentale di Roma e all’uscita da casa sua mi ero trovato in un mondo
quasi felliniano dove c’erano decine e decine di ragazze, di travestiti e di macchine che giravano attorno. Per raggiungere il punto in
cui avrei preso l’autobus, dovetti percorrere quasi un chilometro di strada e durante questo cammino rimasi molto suggestionato da
quello che vedevo. Ho descritto semplicemente quello che ho visto e quello che ho sentito, però ne ho fatto una specie di Roma un
po’ felliniana appunto. Sono sempre stato molto affascinato dal cinema, che entra molto nelle mie canzoni, avevo scritto ad esempio
“Testaccio” (presente in “Arbatax”) e vi avevo introdotto l’attrice Silvana Mangano. Anche in questo disco c’è un omaggio a Sergio
Leone proprio all’apertura del disco quando canto “Buonasera sono tornato” che, in effetti, è una scena di Sergio Leone con Clint
Eastwood dove c’è una scena in cui l’attore americano entra in un saloon e dice appunto “Buonasera sono tornato”. Quando sono
arrivato a Roma, tanti anni fa, ho anche avuto occasione di incontrare qualcuno di questi grandi registi. So che tra l’altro tu nasci artisticamente dal teatro grazie al regista Mario Ricci che ti scelse per il suo Majakowski.
Fu il primo spettacolo che io feci, praticamente arrivai a Roma, ero uno studente universitario, in quell’occasione accompagnai
un’amica ad un provino e il regista era convinto che fossi un attore e mi disse “Finalmente ho trovato il mio Majakowski”, non avevo
ancora capito se stesse scherzando o no, capii poi che non scherzava affatto e cercai di spiegargli che non ero un attore, ero uno
studente, andavo all’università, ma egli disse “Io ho assolutamente bisogno di uno che abbia la tua fisicità, vedrai faremo un
laboratorio di sei sette mesi e sarai pronto per entrare in scena”. Ero ancora studente e avevo pochi soldi, la sua proposta economica
mi sembrò allettante e decisi di provare questa esperienza. Dopo sei sette mesi debuttò questo spettacolo su Majakowski e la stampa
cominciò a parlarne. Feci così parte dell’avanguardia teatrale romana che alla fine degli anni settanta pullulava di centinaia di teatri
off. Io interpretavo proprio Majakowski ed il regista decise di farmi radere i capelli ed è da allora che mi porto questa testa.
Tommaso Chiaretti in quell’occasione su le pagine del quotidiano "La Repubblica", ti definì “ribelle, scontroso, carattere
difficile da decifrare, misterioso, snob, seducente", ti riconosci nelle sue parole di allora?
In quegli anni, che di questo evento ne parlasse Tommaso Chiaretti, uno dei più importanti critici italiani, era stupendo. Non so però
se fossi proprio così, comunque il mio personaggio giocava un ruolo con quel tipo di caratteristiche, non dimentichiamo che avevo
dovuto fare grossi sacrifici per entrare in quella parte, perché stavo interpretando il poeta della rivoluzione, anzi il massimo poeta
della rivoluzione in Russia per cui mi trovavo addosso un peso enorme ed ero entrato talmente nella parte che anche certi
atteggiamenti erano legati un po’ a quel personaggio, mentre nella vita sono sempre stato piuttosto timido. In merito ad una seconda
edizione dello spettacolo proprio Chiaretti scrisse che c’era in me un che di snobistico ma mi è difficile riconoscermi in uno snob,
diciamo che il ruolo richiedeva questo anche perché il Majakowski che io interpretavo, entrava nei salotti di Mosca e ne combinava
di tutti i colori, si truccava, faceva cose molto strane, era molto eccentrico, la bellezza dei versi che scriveva, era anche accompagnata
da un’eccentricità fisica. Io ero indubbiamente entrato molto nella parte anche perché, non essendo dotato di tecnica e non avendo
studiato teatro, mi ero in parte inventato quel ruolo aiutato anche dal regista e giocando molto d’istinto. Mi ricordo però che lo
spettacolo fu visto dai più grandi registi dell’epoca come Antonioni, Fellini, Lindsay Kemp con i quali mi ritrovai poi a fare anche
dei provini, anche se non feci mai del cinema se non un film con Memè Perlini, qualche anno dopo, ma è storia passata stiamo
tornando indietro di troppi anni.
E’ vero, torniamo allora alla tua ultima fatica, si può dire che stilisticamente assomiglia più ad “Arbatax” che non al tuo
penultimo disco “Bonora”?
Si e no, nel senso che “Bonora”, che per altro è un lavoro che mi piace molto, è molto diverso dall’ultimo disco.
C’è però molta elettronica in "Bonora".
Si questo è vero
Mentre nell’ultimo lavoro tornano molto gli archi.
Si, è vero, gli archi li abbiamo voluti per sdrammatizzare alcune situazioni e li abbiamo concordati e dosati con Marco Sabiu per
rendere meno carico il disco. In “Bonora” invece l’elettronica era un po’ più presente. Devo però dirti che in questo disco mi sono
sentito molto più libero di decidere che in “Arbatax” e in “Bonora”. In “Arbatax”, che continuo ad amare, trovo però che ci fossero
un po’ di forzature, Lilli Greco, in effetti, mi aveva spinto in zone un po’ troppo contiane, un po’ troppo Avion Travel, anche se è
vero che vi suonavo gli Avion Travel. In questo nuovo lavoro ho voluto sentirmi più libero, senza forzature discografiche, non
c’erano proprio discografici alle mie spalle quando ho registrato “La mia vita galleggia su un petalo di giglio”.
Ti sei sentito più Marcello Murru?
Si, esatto, mi sono sentito più Marcello Murru, libero di muovermi come ho voluto. Se potessi, anche se so che non è possibile,
alcune cose dei due dischi citati le rifarei, anche se ci sono brani che continuo ad amare molto e seguito ad interpretare nei concerti.
A proposito di concerti seguirà un tour di presentazione?
Questo è un grande mistero (ride), credo però che alla luce del fatto che le cose si stanno muovendo bene e che voi giornalisti siete
molto generosi con questo lavoro (sorride) allora credo che mi vedrò costretto, anzi con grande piacere penso questa primavera
porterò il concerto un po’ in giro per l’Italia. Me lo chiedono un po’ da tutte le parti. In fondo sono stato fermo per tanto tempo non
certo per snobismo ma perché quando fai una musica di un certo tipo, non è certo semplice portare in giro il tuo lavoro.
A proposito del concerto di Roma, ti sei esibito con la stessa formazione del disco?
No, non mi piace mai riprodurre fedelmente il disco, dei musicisti del disco avevo con me solo lo splendido Alessandro Gwiss e il
chitarrista Riccardo Manzi abituale compagno dei miei live, poi c’erano contrabbasso e chitarre ma senza batteria, odio i batteristi …
non è vero, scherzo ovviamente, però quando c’è di mezzo la parola a volte, i batteristi esagerano ed allora preferisco magari una
formazione più atipica, senza batterista. Generalmente dipende molto da dove vado a suonare, dalle situazioni logistiche per cui le
formazioni possono essere più o meno larghe, vedremo cosa ci riserverà questo “tour”…

 

 

 

 GIANMARIA TESTA   IL TONNUTO N° 123

  Esclusiva di Fabio Antonelli
Sono stati ancora una volta i francesi, forse più sensibili di noi alla musica di qualità, a far scoprire al grande pubblico il
talento di Gianmaria Testa, cuneese, classe 1958, che solo fino a pochi anni fa si sentiva forse più ferroviere che non
cantautore. Dalla pubblicazione del suo disco d’esordio “Montgolfières”con l’etichetta francese Label Blue nel 1995 di anni ne
sono passati tanti, tra i tanti episodi c’è stata anche una Targa Tenco come migliore album dell’anno, ricevuta nel 2006 per
l’album sull’attualissimo tema dell’immigrazione intitolato “Da questa parte del Mare”. Dopo cinque anni eccolo tornare con
un nuovo bellissimo album, “Vitamia”, sentiamo cosa ci racconta.
Vorrei cominciare dalla copertina del disco che ti ritrae dietro una vetrata, una foto in cui ti si vede e non ti si vede, c’è un
motivo dietro questa scelta?
Mah, un motivo… banalmente è una foto che mi piaceva, io sono molto refrattario a mettere una mia immagine sulle
copertine, quindi è stato un buon compromesso tra chi voleva mettere assolutamente una mia foto e il non essere invadente.
Il titolo “Vitamia”, invece, scritto così tutto attaccato?
In realtà il titolo doveva essere “18 mila giorni”, perché quella era l’età che avevo quando ho cominciato a pensare e a scrivere
questo disco poi, dato che sono lento di scrittura e i giorni sono diventati 19 mila e più, ho scelto così questa parola “Vitamia”
tutto attaccato, perché non è ovviamente un disco che ha nessuna pretesa di essere il riassunto di un qualcosa, meno che mai
di una vita seppure non così straordinaria come la mia. In questo disco ci sono però degli appunti di percorso, un po’ di
passato, molto presente e anche una canzone che contiene questa parola Vitamia, che è una specie di laica invocazione per
un futuro in cui sia pensabile il futuro di nuovo.
Perché in effetti “Vitamia” non è il titolo di una canzone, ma è solo una parola che sta dentro una canzone.
Si, fa parte di una canzone intitolata “18 mila giorni”.
Canzone che hai voluto dedicare allo scrittore e amico Erri De Luca.
L’ho dedicata a Erri De Luca perché lui e quelli come lui, in piccola parte anch’io, hanno vissuto una stagione, mi riferisco agli
anni ’70, in cui ci si sentiva parte di un movimento che intravedeva un cambiamento possibile, con tutti i limiti, tutte le
contraddizioni, tutto quello che si vuole, ma la cosa fondamentale era quella, c’era una percezione, una voglia di cambiamento
e di futuro. Ovviamente non è che spero che tornino quegli anni, perché gli anni passati è bene che stiano dove sono, però che
ci sia di nuovo quella voglia di immaginare un futuro che adesso, sinceramente, mi sembra che manchi un po’.
In effetti, in questo disco si avverte un po’ questa sensazione di non vedere la luce.
Si, io ho fatto anche fatica a scrivere in questi anni, mi è sembrato e mi sembra ancora, che c’è stato un grande passo indietro
nel mondo occidentale in generale, una specie di ritorno a una sorta di medioevo. Viviamo un’epoca in cui intanto c’è tanto
catastrofismo, basta pensare alle allarmanti condizioni del pianeta con tutto quello che ne consegue, c’è stato un calo
d’idealità, una religione che è tornata a essere molto invasiva, invadente, integralista e che non ha molto a che fare con la
spiritualità, insomma mi sono sembrati dei segnali di regressione e non di progressione. Spero quindi che arrivi davvero una
luce.
Nel disco effettivamente, a parte l’incipit iniziale della canzone “Nuovo” e la gioiosa canzone finale “La giostra”, si avverte una
certa cupezza.
In effetti, molte canzoni parlano di lavoro o meglio di non lavoro, perché una è una lettera di licenziamento, un’altra è una
canzone di uno che sale sul tetto di una fabbrica perché licenziato. Il momento presente mi sembra più questo che altro. La
prima canzone, invece, è una canzone che ho dedicato a mio figlio più piccolo, perché i figli sono una ragione sufficiente e
necessaria per immaginarselo un futuro, che rende obbligatorio un futuro. L’ultima invece, “La giostra”, è una canzone che
vuole essere una specie di non rinuncia a sorridere perché in ogni caso si vive e bisogna tirarsi su, per forza.
Anche se poi, come canti in questa canzone, si finisce per sorridere solo in sogno, quasi aggrappandosi a esso.
(ride) Si, un po’ si. Anche se, in realtà, non lo sento come un disco particolarmente cupo, credo solo che chi scrive o ha una
qualche attività pubblica, non possa esimersi dal vedere cosa lo circonda, dal viverlo e dal descriverlo in qualche modo, un po’
come avviene con la canzone “Ventimila leghe (in fondo al mare)”, che parla in modo ironico della secessione. Bellissima quella canzone, perché da un’idea semplicissima, è nata una storia stupenda.
Guarda è’ talmente assurda questa storia della secessione, è una storia tragicomica, direi che questi sono stati proprio anni
tragicomici per certi versi.
Una canzone che mi ha incuriosito, invece, perché la trovo un po’ inquietante, è “Aquadub”.
“Aquadub” è un testo che avevo scritto per un batterista che è anche un caro amico e si chiama Philippe Garcia e che, quando
non suona con me, suona musica dub. Mi aveva chiesto un testo e avevo scritto questo, poi ho deciso di metterla, perché in
realtà la sento collegata con quella che viene dopo “Sottosopra”. Questa canzone è come il ricordo del bambino che c’è dentro
di noi, parla di quest’uomo che sta ricordando il bambino che c’è dentro di lui, mentre in realtà si trova, da solo, sul tetto di una
fabbrica a parlare con un bambino.
Interessante, non avevo colto questo passaggio davvero molto bello, invece “Lele”? Com’è nata?
“Lele” è una storia vecchissima, è una canzone che risale a trentacinque anni fa e nasce dalla lettura di un articolo di un
giornale che si chiamava La Gazzetta del Popolo. Un giorno, su questo giornale, c’era stato un trafiletto in cui si parlava del
suicidio di una donna, madre di alcuni figli, l’articolo era una specie di rimprovero fatto a questa donna che aveva deciso, di
farla finita, pur essendo madre di figli. Allora esistevano ancora i matrimoni per procura e c’erano delle donne del sud che
sposavano contadini del nord, in questo specifico caso si trattava di un contadino delle Langhe. L’ho registrato ora, perché
adesso non si parla più delle donne del sud Italia con uomini del nord italia ma resta comunque il disagio delle donne del sud
del mondo che vengono qua. Nuto Revelli ha scritto un bellissimo libro in cui ha intervistato queste donne del sud e che
s’intitola “L’anello forte”, m'è piaciuto sia il libro sia il titolo, perché rimane vero che le donne sono l’anello forte della società,
però sono anche quelle che subiscono di più ogni momento complicato della società, ancora oggi.
E’ bellissimo, in questo brano, l’intervento finale di Mario Brunello con il violoncello.
Beh, lì Mario Brunello, grandissimo violoncellista, mi ha fatto questo regalo e trovo il suo intervento come una specie di sudario
messo pietosamente sopra questa donna che decide, di farla finita.
Un’altra canzone che a me piace molto, è “Dimestichezze d’amor", dove credo che ci sia una ricercatezza incredibile nell’uso
delle parole.
Quella è una canzone di serenità, per una volta tanto in questo disco, che va d’accordo con i miei anni e le storie che durano
da molto tempo, ma, dentro le quali però, si mantiene una fiamma accesa. Una canzone serena e frizzante per certi versi.
E questa scelta del titolo “Dimestichezze d’amor”, che è bellissimo, secondo me?
Perché l’innamoramento di per sé non ha nessuna monotonia possibile, non si è mai veramente abituati quando si è
innamorati, è un periodo in cui tutto è una specie di apice. Negli amori che durano per tanto tempo, c'è invece come
un’abitudine, una dimestichezza quindi con la quotidianità che però non frantuma l’amore. Questa è la ragione del titolo.
La canzone “Di niente, metà”? Sembra un po’ il contraltare di “Dimestichezze d’amor”.
Si è il contrario, è una canzone che parla di una cosa abbastanza complicata che è questa, io faccio parte della generazione
che per prima ha votato la legge sul divorzio e ha anche approfittato di questo istituto, la prima generazione, quindi, che ha
avuto la possibilità di interrompere un qualcosa che prima era considerato indissolubile. Continuo a pensare che è giustissimo
e rivoterei la stessa cosa, è vero però anche, che non siamo stati capaci di proporre una vera alternativa all’istituto
matrimoniale, quindi in certi casi il divorzio, soprattutto quando ci sono figli, lascia degli strascichi molto spiacevoli, anche
molto dolorosi. Qualche volta poi, probabilmente, le separazioni sono un po’ affrettate dal fatto che è possibile farle, c’è molta
più difficoltà a costruire e rispettare i tempi altrui, che non mollare tutto. Insomma è una canzone un po’ complicata ed è stata
complicata anche da scrivere.
Per questo, alla fine, come dici tu, ci si trova a dividere il niente.
Si, finisce così, finisce sempre che si è meno della metà.
E’ stato difficile scrivere questo disco dopo aver vinto la Targa Tenco con “Da questa parte del Mare”, un disco per altro
monolitico, un concept album sul tema dell’immigrazione?
E’ stato difficile scrivere, ma non perché quel disco avesse vinto il Tenco, io sono stato molto contento di avere ricevuto questo
riconoscimento, ma …
Ti auguro anche non sia l’ultimo riconoscimento …
Non è questo. Vedi, non è che i riconoscimenti rendano i dischi migliori o peggiori, solleticano, diciamo così, il tuo amor proprio,
il tuo egocentrismo e in tal senso io sono come tutti gli altri, sono stato contento ma non è questo il punto. Non metto “Da
questa parte del mare” come termine di paragone, certamente però è stato un disco che ha discretamente prosciugato,
perché obbligarsi a scrivere su un unico tema un disco intero, per me è stato difficile. Ho capito quanto fosse grande De Andrè,
dalla difficoltà che ho avuto io nello scrivere quel disco, se penso che lui, di dischi monografici ne ha fatti diversi e tutti molto
belli, non posso che dire che era davvero un grande. E’ stato quindi difficile riprendere, per l’epoca che stiamo vivendo e
perché dopo quel disco ero abbastanza svuotato di mio.
C’è stata dunque molta difficoltà a riprendere a scrivere canzoni.
Si, soprattutto nel riprendere con la scrittura, d'altronde io non sono mai sicuro se poi scriverò altre canzoni o un altro disco …
Non vorrai anche tu annunciare il ritiro …
No no, io non annuncio niente, dico solo che non ho mai stipulato contratti per più di un disco alla volta, perché non so mai se
poi scriverò ancora. Io scrivo solo quando ho l’impulso irrefrenabile a scrivere e questo non vuol dire che io produca delle cose
migliori, solo che scrivo quando mi sembra di dover dire qualcosa innanzitutto a me stesso. La canzone ha questo privilegio,
così come qualunque creatività, tu dipingi un quadro, ci metti una tua emozione e poi questa emozione la puoi guardare
perché l’hai dipinta. Se scrivi una canzone poi, la puoi cantare e l’emozione, quando poi canti la canzone, torna fuori. Questo è
il rapporto che ho con la canzone, però non dico mai, a priori, che farò un altro disco e non ho mai accettato che qualcuno mi dicesse devi fare un disco ogni due anni o ogni tre anni. Quando me l’hanno proposto, ho detto no. Tornado alla domanda, no
io non annuncio che smetto, credo che non lo annuncerò mai, non penso …
E voglio anche sperare che non smetterai mai di scrivere canzoni, perché dal tuo primo disco “Montgolfières”, che ho
apprezzato da subito quando in Italia eri ancora uno sconosciuto, a questo “Vitamia” hai davvero inanellato una serie di ottimi
lavori …
Mah, io credo che ognuno di noi utilizzi qualche modo alternativo per provare a raccontare soprattutto se stessi e il non dicibile
a parole. Di fronte a un’emozione anche abbastanza banale, come un bel tramonto, ad esempio, anzi l’ennesimo bel tramonto,
uno può scattare una fotografia, un altro bacia la sua ragazza, un altro piange, un altro ride, a me viene di scrivere una
canzone, l’ho sempre fatto anche prima che iniziassi a pubblicare dischi e penso che lo farò, anche se dovessi non più
pubblicarne.
Quando hai iniziato a scrivere le tue prime canzoni?
A tredici anni, quando ho avito la mia prima chitarra.
Molto presto ...
Si, da prestissimo, non saprei neanche dire perché, ma evidentemente è stato il mio modo di raccontarmi queste cose che non
riesco a dire altrimenti.
Adesso fai ancora il ferroviere?
No, mi sono licenziato nel 2007. Ho fatto venticinque anni di ferrovia e ho smesso soltanto perché, anche con il part-time, non
riuscivo più a far le due cose. Avevo troppi concerti e da una certa età in avanti, banalmente, diventa molto più faticoso
lavorare ad esempio la notte e partire poi, il mattino seguente, per andare a suonare magari in Germania, in Francia o anche
solo in Italia. Ho dovuto perciò scegliere e anche in modo abbastanza travagliato, anche con dispiacere, perché quello è un
lavoro che è un lavoro, avevo dei colleghi con cui mi trovavo benissimo, però non ce l’ho fatta a fare entrambe le cose. L’ho
fatto per molti anni, dal ’95 fino al 2007.
Leggo dal comunicato stampa, che per la promozione del disco hai delle date imminenti in Italia.
Si, sarò ad esempio a Genova, Torino, Varese, Roma, Sorrento, Milano al Teatro Dal Verme a dicembre e poi anche all’estero
come sempre.
Perché tu sei nato artisticamente all’estero.
Si, ho pubblicato il mio primo disco in Francia e questa è una delle ragioni per cui ancora adesso, vado a fare molte date
all’estero, l’area francofona del mondo è abbastanza vasta, se funziona a Parigi vuol dire poi che funzionerà anche a Ginevra,
Bruxelles. Parigi poi, vuol dire anche Vienna, Montreal, New York, diciamo che è andata così.
Come mai questo tuo successo all’estero ancor prima che in Italia?
Nel mio caso è stato abbastanza casuale, i primi che mi hanno fatto una proposta seria e per me accettabile sono stati quelli
della Label Bleu, un’etichetta che adesso non c’è più, che faceva dischi di jazz e che in quel periodo ha deciso di cominciare a
pubblicare dischi di canzoni con il mio disco “Montgolfières”. Il disco ha avuto delle critiche buonissime, i primi concerti in
Francia sono andati bene, è arrivato l’Olympia quando ancora c’era il vecchio Olympia, quindi questo ha proiettato il tutto
abbastanza lontano. E’ stato comunque un percorso abbastanza casuale, perché io ho fatto il mio primo disco che avevo
trentasei anni suonati …
Avevi però già vinto due premi importanti.
Si, a Recanati, nel ’93 era la prima volta in pratica che facevo sentire le mie cose a qualcun altro, avevo mandato qualcosa
così per curiosità, per capire se quel che scrivevo poteva avere un senso anche per qualcun altro e ho vinto questo premio per
due volte. La prima volta c’è stata anche qualche etichetta italiana che si è proposta, ma non ero convinto, secondo loro poi
dovevo cambiare tutto. La seconda volta, nel ’94, una produttrice francese mi ha cercato e mi ha detto che c’erano delle case
discografiche francesi che erano interessate e che avrebbero pubblicato il disco. Abbiamo scelto insieme la meno glamour di
tutte, questa etichetta che pubblicava jazz con nomi tipo Enrico Rava, Paolo Fresu e altri, proprio perché avevano un approccio
molto più tranquillo, non c’era bisogno di fare nulla se non una normale attività musicale, senza fare sfaceli di televisione o
altro, che io non avrei voluto fare.
Alla fine, per fare un disco in Italia hai dovuto aspettare nel 2000 la pubblicazione di “Il valzer di un giorno”, il tuo quarto disco.
Avrei potuto farlo anche prima, però è andata così. “Il valzer di un giorno” è un disco che ho fatto appunto in Italia e che avevo
pensato per il solo mercato italiano, perché c’era il problema dei dischi troppo cari e il disco era stato concepito per essere
distribuito nelle edicole, c’erano ancora le lire e mi pare costasse 10.000 lire. Poi, in realtà, Harmonia Mundi quando lo sentì,
decise con mia grande sorpresa, di pubblicarlo in tutto il mondo. Ero stupito perché in quel disco c’erano anche delle poesie di
Pier Mario Giovannone, che nel disco suonava con me la chitarra, che io leggevo nel disco. Io stesso dissi a Harmonia Mundi di
non sapere quanto potesse interessare un disco così a un americano, un tedesco, un austriaco. Loro mi dissero che gli andava
bene così ed ebbero ragione, perché”Il valzer di un giorno” è stato il mio disco che ha venduto di più, penso che abbia
superato abbondantemente le 100.000 copie ed è stato una specie di caso.
Tra l’altro era un disco non d’inediti ma di tue canzoni già note al pubblico, qui quasi spogliate di tutto …
Si, sono state eseguite con due chitarre e la mia voce.
Hai anticipato in qualche modo il tuo disco “Solo dal vivo”?
In merito a “Solo dal vivo”, tornavo da una tournée in America e non sapevo neanche che stessero registrando, si era
all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il concerto è stato registrato come avviene per tutti i concerti scopo archivio, poi mi
hanno mandato il cd ed io, quando l’ho sentito, mi sono detto: “Questo potrebbe essere il mio disco dal vivo”, mi avevano già
chiesto diverse volte di farlo, ma non ero mai abbastanza convinto. Invece, in quella sera a Roma, l’ultima data dopo una
tournée infinita, tornavo finalmente a casa, c’era davvero una specie di tranquillità anche esecutiva. Così è nato questo disco
“Solo dal vivo”, di cui sono molto contento e che è andato molto bene