LIBRO CASTELLO

 

 

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Le Torri e il Castello di Maddaloni

Storia del Basso Medioevo        

 

                                                               

 

Indice

 

pag.    2       Presentazione                                                                                 

pag.    9       Origini di Maddaloni                                                                    

pag.  11       Storia dei castelli                                                                          

pag.  16       Il castello di Maddaloni                                                                

pag.  21       La torre Artus                                                                                 

pag.  25       La torre superiore, detta longobarda                                             

pag.  27       Carlo Artus d’Angiò e Ladislao di Durazzo                                 

pag.  33       Ottino e Riccardo Caracciolo                                                        

pag.  40       Pietro de Mondrago                                                                       

pag.  44       Diomede Carafa

pag.  53       Foto virtuali e non        

pag.  74       Bibliografia

pag.  75       Breve glossario medioevale                                                                            

 

 

 Presentazione

Sono trascorsi ormai diversi mesi da quando mi capita di passeggiare per le strade della mia città e istintivamente alzare lo sguardo verso la “ gran torre ”, che sovrasta il monte e domina tutto l’abitato sottostante. Non so per quale motivo mi comporto in questo modo, eppure abito a Maddaloni da sempre: qui sono nato e cresciuto, qui ho studiato, qui ho iniziato a lavorare, qui sono nati i miei figli…Forse prima ero poco attento: quella grossa torre non mi diceva niente, era soltanto un rudere, fatiscente ed offeso dalla lenta usura del tempo e dall’incuria dell’uomo.Non sapevo da quanti anni stesse lì, come si chiamasse o chi l’avesse fatta costruire, però tra me e me dicevo: “forse un giorno studierò la sua storia”. Ricordo che da ragazzino, insieme a mio fratello Michele ed altri amici delle case popolari, dietro il Convitto Nazionale, qualche volta andavamo al castello all’insaputa dei nostri genitori, a giocare, a fare il pic-nic il giorno del lunedì in Albis, oppure l’otto maggio quando tutti i maddalonesi, per tradizione, prendendo le scale della chiesa di San Benedetto, salgono fino all’eremo di San Michele. Noi, per pigrizia e anche impazienti di arrivare, ci fermavamo al castello dove, in un piccolo spiazzato, giocavamo a pallone, salivamo le scale della torretta quadra, visitavamo le stanze vuote e rovinate da scritte vandaliche, ci sdraiavamo a terra sotto il torrione per ammirare la sua possanza, la sua altezza che si allungava sempre più verso il cielo azzurro e sembrava che lo toccasse, con la sua cima merlata, già rovinata dal tempo. Poi, da sposato, insieme a mia moglie Teresa e ai primi due figli, Salvatore e Antonietta, qualche volta andavamo lì, ai piedi della torre, a giocare con il pallone, a rotolarci nell’erba,a godere il sole di qualche bella giornata estiva, a scattare qualche foto ricordo, ad osservare da sotto l’imponenza della struttura. A dire il vero, in quel momento mi incuteva un po’ di paura perché, salendo per le scale di San Benedetto, avevo letto di un avviso che la torre poteva essere pericolante, anche perché in quel periodo una torre medioevale di una città del nord era crollata! Da allora, non sono più andato al castello e sono trascorsi diversi anni, ho continuato a vivere normalmente, passeggiando per la città, con la mia famiglia, con gli amici, incurante della presenza della torre. Ma negli ultimi tempi, mi fermo a guardarla da ogni angolo di strada, l’osservo attentamente, anche quando con la mia auto entro o esco da Maddaloni. Questa visione mi affascina, m’incanta, guardo il monte che l’ospita da tanti secoli, guardo tutto il panorama, gli alberi sempreverdi che la circondano, fino ad arrivare ai suoi piedi, poi piano piano tra questi scorgo le lunette da guardia che sembrano piccole torri poco distanti tra loro, poi alzo lo sguardo verso di essa, fisso un piano alla volta segnati dai cordoni, guardo i finestroni squarciati, guardo le sue ferite mortali che salgono, fino ad arrivare alla cima. Dopo un po’ mi viene da pensare se fosse ricostruita, restaurata, riportata al suo antico splendore insieme al castello, alla torre longobarda e tutto il parco, nella felice posizione in cui si trova: come sarebbe bella! Come sarebbe bello il panorama di Maddaloni, ogni angolo sarebbe sicuramente più affascinante, più interessante, più spettacolare… La nostra città sarebbe sicuramente ai primi posti della provincia a livello turistico, avrebbe più opportunità di sviluppo: quindi più ricchezza. Si potrebbe pensare ad interessare i giovani allo studio della “ Storia medioevale “ di Maddaloni che è, secondo il mio modesto parere, molto interessante e importante nell’ambito regionale; a formare guide turistiche per un percorso medioevale da individuare nella zona pedemontana, ad allestire il castello stesso con funzione di museo permanente con esposizione di armature, con abiti antichi, armi bianche, armi da sparo; a costituire associazioni che avrebbero il compito di promuovere, in determinati periodi dell’anno, sfilate d’epoca con nobili, cavalieri, arcieri, fanti, popolani, dame, sbandieratori come fanno i comuni di S. Maria a Vico, Cervino, Arienzo , S.Felice a Cancello e Forchia ( in occasione dei festeggiamenti della Madonna Assunta, organizzano una sfilata di abiti di epoca aragonese ), e giochi come fanno tante città medioevali, come Pisa con il “ gioco del ponte “ (che attiva la partecipazione di tutti i quartieri della città), come il palio da Siena (che è divenuto un evento internazionale). Queste potrebbero essere attività nuove, opportunità da prendere al volo per un nuovo sviluppo della città, valorizzare la zona antica con l’apertura di laboratori di ceramica, di legno lavorato a mano, di tessuti pregiati, di pellame e cuoio, di spade, di pugnali, archi, pistole, ecc. Allora mi sono chiesto: visto che i proprietari non fanno niente per ridarle l’antico splendore, visto che il Gruppo Archeologico Calatino ed il Comune non riescono ad avere il possesso del sito, visto che molti cittadini non si interessano, ho pensato, nel mio piccolo, di ridarle uno “ splendore  virtuale “, ricostruendo le torri e il castello con un programma del computer per poi farle ammirare agli amici, ai parenti e ai concittadini maddalonesi attraverso foto inedite, che darò alle stampe una volta finito il lavoro. L’idea è certamente originale, ma il primo impegno è quello di imparare questa storia, avere materiale a disposizione, sia testuale sia fotografico, spulciando antiche riviste, libri che trattano questi argomenti di com’era la torre: insomma avere informazioni più dettagliate, perché l’impegno è serio. Quindi, da questo momento in poi, mi sono dato da fare per cercare più informazioni possibili. Sono andato alla biblioteca comunale e le gentili impiegate mi hanno indicato tutti i libri che narrano della gran torre, del castello e della storia della nostra città, dalle origini ai giorni nostri. Tra questi, mi sono stati di validissimo aiuto “ La storia di Galazia Campana e di Maddaloni “ di Giacinto De Sivo, “ Le torri e il castello di Maddaloni “ di Luigi Volpicella, “ Maddaloni nella storia di Terra di Lavoro “ di Pietro Vuolo, insieme con un disegno di Giacinto Gigante, del 1844, che è venuto a Maddaloni per ritrarre il suo splendido panorama. Inoltre, su Internet, ho cercato altri articoli correlati alla storia della città, ma francamente ho trovato poco materiale! Leggendo attentamente i libri citati prima, che descrivono com’era fatta la torre, ho potuto ricostruirla quasi fedelmente, perché il più gran dubbio che avevo riguardava il merlo in cima. Infatti, inizialmente, da Internet, ho scaricato tante belle foto di torri del periodo angioino – aragonese perché non capivo come potesse essere la cima, se fosse chiusa, merlata, che tipo di merlo potesse avere, guelfo o ghibellino. Ho copiato il merlo delle torri del Maschio angioino di Napoli, della torre di Mola a Formia  e tante altre per adattarle, ma non ero convinto del risultato ( anche se queste la rendevano gagliarda e bella, donandole quel vigore che aveva sempre avuto). Nonostante questi progressi,non ero abbastanza soddisfatto del lavoro svolto, per cui ho deciso di andare, dopo tanti anni, sul castello per vedere da vicino tutto il complesso, perché altri dubbi si erano presentati. Questi riguardavano la cinta muraria, se fosse merlata, i finestroni,se presentassero ancora tracce dell’incendio del 1460 ( alcuni erano stati soppressi forse ai tempi di Ottino Caracciolo). Quindi ho convinto mio fratello Michele e l’amico Franco Tagliaferro, anche loro appassionati a questa storia, con i miei figli Salvatore e Danilo, a fare una visita, portando con noi una bella Samsung S500 digitale con zoom ottico 3x. Ho fotografato da vicino tutto, in particolare i beccatelli di pietra di Piperno, i finestroni per scorgere se erano in alto quadro o a sesto acuto, se gli assi di legno sono integri o bruciati, se all’interno le pietre di tufo sono compatte o cadenti, per scrutare da vicino le ferite mortali che ospita o per capire il materiale sottostante ( se è completamente di tufo o misto con pietra calcare ), per scoprire cose non descritte dai libri consultati e dagli articoli letti. Ebbene, dopo aver fatto tutto questo lavoro, in seguito, con l’ausilio di un programma di fotoritocco del computer, ho visionato, attraverso il monitor, tutte le foto per scoprire cose nuove o per avere conferma di quello che già avevo appreso dai libri. Quindi, ho ricostruito le parti mancanti partendo dai residui rimasti dall’incuria dell’uomo e dall’azione degli eventi atmosferici nell’arco dei secoli. Alla fine, posso dire di aver ricostruito la torre Artus, forse com’era un tempo, nella sua parte strutturale ( in tufo ) e ho utilizzato l’immagine “ virtuale “ per inserirla in diverse foto di Maddaloni che avevo già scattato in precedenza, tutte corredate dalla sua presenza maestosa, ma ferita nella dignità. In tutto saranno una quindicina: potrò essere soddisfatto del mio lavoro, e di mostrarle agli amici e ai miei concittadini, di far vedere loro come sarà bella la nostra amata Maddaloni con un monumento nuovo, che da sempre è il nostro simbolo, la nostra storia, la nostra cultura, che molte città  vorrebbero avere per vantarsi di un glorioso passato, che ha visto protagonisti gente come Carlo Artus d’Angiò, Ottino e Riccardo Caracciolo e Diomede Carafa.Giunto a questo punto, posso dire di aver assolto il mio compito iniziale, cioè quello di dare una “nuova visione” alla grande torre nel contesto del paesaggio attuale della nostra città, di essere contento di aver rispolverato un vecchio ed al tempo stesso attuale problema, di cui  non si riesce a venire a capo (un completo recupero del complesso fortilizio). Ma non sono contento lo stesso, perché io, a quasi quarantotto anni, ho scoperto l’affascinante storia medioevale della mia città, e chissà  quanti concittadini la ignorano ancora come facevo io! In conformità a questa riflessione, ho pensato di far conoscere a molti di loro questi eventi, in particolare ai giovani, che devono essere fieri ed orgogliosi di appartenere a questa comunità, perché solo conoscendo la storia possono conoscere le loro origini e se stessi. Quindi, proverò a scrivere, in modo semplice e comprensibile a tutti, con i miei limiti, perché non sono uno scrittore, ma solo un appassionato di fotografia e amante delle cose belle, tutte le notizie che ho appreso, facendo una narrazione sistematica degli eventi che si sono succeduti dal 1390 (probabile inizio della costruzione della torre Artus ) al 1487 ( morte di Diomede Carafa ) a Maddaloni e in tutto il Regno di Napoli perché  le vicende di entrambi sono legate agli stessi personaggi che hanno scritto questa storia. Periodo questo che ha visto protagonisti i nostri valorosi personaggi che sono stati citati prima e che sono il nostro vanto ma che, purtroppo, non so per quale misterioso motivo, oggi, non sono presenti nella nostra memoria ( a scuola non insegnano la storia locale ), né nella nostra vita quotidiana ( non è presente nessuna strada importante o piazza che si chiami, Diomede Carafa, Ottino e Riccardo Caracciolo oppure Carlo Artus d’Angiò ( esiste un vicolo a gradini vicino alla chiesa di S. Margherita ). Spero che questa mancanza non sia stata voluta dai nostri avi per oscurare un periodo che ,sicuramente, è stato molto sofferto dalla nostra popolazione assoggettata al “signore – padrone ” di turno ( il feudalesimo è stato vissuto in tutte le regioni d’Italia e molte città lo testimoniano ancora, mettendo in risalto la loro storia attraverso i monumenti che uomini d’alto ingegno ci hanno lasciato e che sembrano musei a cielo aperto, vedi le città toscane, emiliane, lombarde, laziali e anche Napoli) ma neanche lo possiamo cancellare. Ricordo anche che la stampa a caratteri mobili di Johann Gutemberg è stata inventata, nel 1449, a Magonza; che Cristoforo Colombo, nel 1492, sbarcò in una piccola isola delle Bahamas ( che chiamerà San Salvador) aprendo, inconsapevolmente, le porte ad un nuovo continente che ha fatto la fortuna dell’umanità intera e che si chiama America; Leonardo da Vinci, pittore ( La Gioconda ) è di questo periodo (1452-1519), come pure l’Umanesimo, movimento intellettuale manifestatosi principalmente in Italia, che precedette e accompagnò la nascita e lo sviluppo del Rinascimento e dello stesso Michelangelo Buonarroti, scultore della “ Pietà “ (1475-1564). Secondo me, quindi, bisogna trarre da quest’età le cose buone e conservare una memoria storica, che tutti i popoli dovrebbero  possedere. Spero che la mia generazione si attivi per rispolverare questo periodo, per far rinascere a Maddaloni una storia che l’ha vista protagonista e legata, come con un cordone ombelicale, alla storia di Napoli, nella buona e nella cattiva sorte e, per finire questa breve presentazione, mi auguro che, un giorno, un turista passeggiando per la nostra città, mi chieda di Piazza Diomede Carafa, o di Piazza Carlo Artus, oppure di Piazza Ottino e Riccardo Caracciolo…

                                                   Antonio Pagliaro

                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

 Origini di Maddaloni

 Sulle origini di Maddaloni  non c’è una verità assoluta, ma solo ipotesi che hanno avanzato i nostri autorevoli scrittori, che hanno avuto modo di scrutare documenti antichissimi e farsi, quindi, un’idea personale, che si basa su riflessioni logiche che, come un mosaico, hanno composto ma che, comunque, essi non  hanno risparmiato dubbi e critiche. Infatti ci sono dei vuoti della storia locale che nessuno ha mai portato alla luce in quanto, a quei tempi, si pensava a scrivere solo le vicende di grosse realtà ( vedi Capua ), trascurando le altre comunità.  Le ipotesi più credibili sono quelle del Mazzocchi, del De Sivo e del Piscitelli, canonico arciprete della collegiata.L’interessante ipotesi avanzata da A.S. Mazzocchi, e cioè  che Mataluni derivi da Magdal (che significa  “castello ”), riferendone l’origine alla parola araba, fu combattuta e ritenuta infondata dal Piscitelli nel suo scritto (Dissertazioni per illustrare alcuni punti della storia di Maddaloni ), dimostrando che Mataluni esisteva già prima dell’invasione araba. Per il De Sivo, il punto di partenza era il monastero di Maria Magdala che esisteva già dal V secolo in via Maddalena, all’angolo di via Alturi, che gli abitanti eressero per devozione a questa santa e decisero di donarne anche il nome al paese. Di questo monastero non ci sono più tracce: un violento terremoto lo distrusse il cinque giugno del 1688 e il suo culto fu trasferito, con l’altare e gli arredi, nella vicina chiesa di S.Aniello. La più antica notizia di Maddaloni si ebbe nel 774 (pubblicata dall’ Ughelli ) quando Arechi II, principe di Benevento, fondando il monastero di S. Sofia, tra gli altri beni gli assegnava la chiesa di S. Martino, sita nel luogo detto Mataluni. Secondo il Piscitelli questa notizia può essere vera: la chiesa di S. Martino, fino al 1807, fu dipendente da detta Badia, poi soppressa, e poi il basso popolo nostro e dei paesi vicini hanno sempre chiamato la nostra comunità Mataluni. Nel secolo IX, in un documento, Radelchi ( 841 ) concedette al gastaldo Guimario una corte ed altri beni siti in Matalone; invece Guiberto  Marepai ( 845 ) donò a Teote, abate del Volturno, una porzione dei possedimenti in Matalone. Nel secolo XII, il paese fu detto Maddala, Matala, Matalo oppure Mataloni, come è scritto in una bolla di Senne, arcivescovo di Capua, al vescovo di Caserta Rainulfo, ove si dice « in castro Mataloni et territorio eius… ». Mataluni, nome comune a più persone, divenne poi proprio delle persone che abitavano questo luogo già ai tempi dei romani, perché nella seconda guerra punica comparì il nome di Matalo, principe dei Boji, che fu di guida ad Annibale durante il  passaggio tra le Alpi e poi lo seguì fino in Campania. Questi, essendo poco curati da Annibale, non lo seguirono nella sua infelice battaglia di Capua e, abituati a vivere ai piedi delle Alpi, trovarono alle falde del Tifata un luogo conforme alle loro abitudini e qui si stabilirono e, dal nome del loro comandante Matalo, furono detti Mataluni. All’inizio Mataluni  era considerato un borgo di Calatia e, quando questa fu distrutta dai Saraceni nel lontano 862, il toponimo Mataluni finì col prevalere su quello di Calatia e il castel Galazia e il suo territorio cominciarono a dirsi castello e territorio di Mataluni.

 

 

 

 

 II

 Storia dei Castelli

 La nascita dei castelli si è avuta in un periodo storico particolare, seguito da un instabilità estrema e dalle continue guerre.Il termine castello, derivato dal latino castellum ( piccolo accampamento fortificato ), indica anche il palazzo fortificato di un signore feudale. L’Italia meridionale, già nel 410, era la preda preferita dei Visigoti di Alarico, poi degli Unni, degli Ostrogoti ed infine dei Longobardi. I castelli servivano principalmente a proteggere i loro abitanti dagli attacchi militari dei nemici e, nel momento del bisogno, il signore accoglieva anche il suo popolo per proteggerlo, insieme ai suoi familiari e ai suoi averi, a volte senza neppure richiedere l’aiuto armato del re. Spesso erano costruiti arroccati su alture e luoghi più difficili da raggiungere e meno accessibili, da cui dominavano i territori circostanti. A partire dal X secolo, i castelli erano accerchiati da mura alte e sempre più spesse, la sommità della cinta muraria consentiva camminamenti perimetrali superiori e veniva costruita in apparati a sporgere con parapetti a merli e feritoie, dai quali i difensori potevano scagliare lance, frecce, olio bollente, pietre, pezzi di ferro e altri tipi di materiale che potevano procurare danno agli assalitori. In quel periodo la struttura architettonica militare del castello venne completamente modificata, quest’ultimo venne isolato dall’esterno con profondi fossati, asciutti o riempiti d’acqua: fu costruito un ponte levatoio, che poteva essere alzato o abbassato dall’interno, e permetteva di superare il fossato con semplicità. La porta delle mura, posta al di là del ponte consisteva in una saracinesca in legno rinforzato da travi di ferro, che poteva essere manovrata dai militari in modo verticale e inserita in un alloggiamento, ricavato dal muro soprastante. I Normanni modificarono la struttura architettonica del castello, inserendo al centro una gran torre, che veniva chiamata “mastio ”.

Il mastio della fortezza di Gaeta

 Questa era solitamente alta dai dodici ai quindici metri, dotata di mura molto spesse e finestre di piccole dimensioni: su di essa sventolava il vessillo della casata del feudatario, ed era la parte più protetta e solida dell’intera costruzione. Difficilmente crollava sotto i colpi degli attaccanti e perciò, ancora oggi, di molti castelli che sono crollati, è rimasto in piedi soltanto il  mastio: esso rappresentava il cuore dell’edificio e il luogo dove il signore si rifugiava e decideva con i suoi militari come rispondere agli attacchi da parte dei nemici. Inoltre, la gran torre era anche un ottima vedetta, dove le guardie potevano controllare e informare gli occupanti del giungere di invasori verso il castello. Questa gran torre era preposta a proteggere gli abitanti del castello qualora gli attaccanti fossero riusciti ad entrarvi dentro: le scorte di cibo e le munizioni conservate preventivamente avrebbero permesso la loro sopravvivenza per diversi mesi. Quando la situazione era critica, il castellano, attraverso gallerie sotterranee collegate con l’esterno e trabocchetti conosciuti solo da poche persone, fuggiva per non sottoporsi alla resa. Il castello medioevale, oltre ad essere una fortificazione, era spesso anche un luogo di ritrovo e di festa: nella sala dei ricevimenti ospitava signori e cavalieri, dame e trovatori, menestrelli e giullari, si organizzavano tornei, giochi, si cantava , si suonava e si danzava. Nei periodi normanno, svevo, angioino ed aragonese, sorsero nuovi castelli: infatti, ogni feudatario si poteva permettere una solida costruzione fortificata, perché non doveva più difendersi da nemici venuti da lontano, ma dal vicino bellicoso. In genere l’appartamento del feudatario era posto al centro del castello, nella parte più difesa, le mura erano poco decorate, le stanze erano piccole come pure le finestre; gli arredi e la mobilia semplici, la camera da letto era la più curata, di solito addobbata con drappi e broccati pregiati. La sala dei ricevimenti era decorata finemente e affrescata da artisti locali ( o anche stranieri ) perché il signore aveva molto rispetto per i suoi ospiti e quindi li accoglieva nella migliore stanza del castello. Il pavimento non era molto curato: veniva coperto di creta o terracotta al pianterreno e in legno ai piani superiori con dei tappeti lavorati, mentre le pareti venivano nascoste da arazzi con su scene di caccia o da larghi drappi. Normalmente al piano terreno c’erano le stalle, la cantina e il corpo di guardia, al piano superiore la cucina, il guardaroba e l’armeria. Ai lati del castello, invece, dimoravano gli armigeri, le guardie e gli uomini abili alla difesa e per il pronto intervento in caso di attacco. Il cortile era al centro del castello, veniva utilizzato per le esercitazioni militari e per il tempo libero. Quando il re concedeva l’investitura di un feudo, di solito dava al beneficiario anche la proprietà del castello che, qualora si fosse comportato in modo infedele al sovrano stesso o al popolo ( quindi violando il giuramento a cui era stato sottoposto ), gli sarebbe stato tolto e sarebbe decaduto da ogni diritto sul suo feudo, con gravi conseguenze anche per la sua vita. Il castello per il feudatario era simbolo della “ dignitas ” nobiliare, perché lui non poteva vivere insieme ai suoi sudditi: doveva abitare nel luogo più elevato del suo territorio, con i soldati che gli avevano giurato fedeltà.Verso il 1440, quando le prime rudimentali armi da fuoco furono usate in battaglia insieme alle spade, alle balestre e alle lance, i castelli furono ulteriormente rafforzati e sottoposti a modifiche strutturali non indifferenti nei bastioni, nelle torri (furono abbassate per evitare crolli che decimavano gli abitanti) e nelle mura cinziarie. Le aperture verso l’esterno furono quasi del tutto eliminate, fatta eccezione a piccole feritoie attraverso le quali i soldati difendevano il maniero con operazioni belliche più sicure e precise. Ogni feudatario puntava al rafforzamento della propria potenza e al consolidamento della fortezza dove abitava e, tale comportamento, con il tempo, finì per incrinare il rapporto tra il re e il signore locale. Il risultato di quella tensione politica portò all’anarchia feudale ed al caos che, nel periodo angioino ed aragonese, scoppiarono violenti e portarono come conseguenza la reazione del potere centrale che, al tentativo di ribellione dei feudatari più bellicosi (Congiura dei Baroni), fu sanguinosa in tutto il meridione. I castelli furono assegnati ai nuovi signori vicini a re Ferrante I d’Aragona e i filoangioini ammazzati o allontanati dal regno. La costruzione fortificata, con il perfezionamento delle armi da fuoco, aveva perso la sua funzione, la sua motivazione e la sua validità di fortezza: per questo motivo i signori non ripristinarono la loro residenza, perché la trovavano antieconomica e mancante di comodità. Preferirono costruire a valle il palazzo che simboleggiava il potere del feudo, ed era sicuramente più comodo, accessibile e adeguato alle necessità del tempo. A partire dal 1600, parecchi castelli furono abbandonati o venduti, dai loro signori, ai privati i quali, nel tempo, hanno trasformato la loro architettura militare in una civile, conservandone solo un aspetto storico, artistico e monumentale.

 

Il castello De Sivo visto dalla torre Longobarda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

Il Castello di Maddaloni

 

L’edificio è situato a 170 metri sul livello del mare, ha una forma irregolare e nel corso degli anni ha subito molte trasformazioni, come si possono notare ancora oggi. Il complesso della fortificazione è sviluppato intorno alla grande torre rettangolare che è alta più di venti metri. Essa si sviluppa su due livelli: il primo è composto da due stanzoni, separati da un muro centrale, traforato da due archi a tutto sesto, che mantiene le due volte a botte; il secondo è formato da un unico ambiente, attualmente scoperto, ma tempo fa coperto da una volta a crociera. Anticamente, al castello si entrava dal primo livello, con l’ausilio di un ponte levatoio ( sono ancora visibili delle mensole conficcate nel muro, al lato nord della torre insieme a buchi che tenevano le catene del ponte ) che veniva poggiato, dai militari, dalla torre al muro di cinta, dove vi erano delle scale che portavano al piano superiore. L’accesso al piano terra è opera recente, e conduce ad un cortile, dal quale si entra nei due stanzoni descritti prima. Da qui si accede ad una grande sala, che doveva essere di rappresentanza; da questa si passa ad altri due vani più piccoli posti uno dopo l’altro. La sala più grande è dotata di due finestroni a sesto acuto, che ( sul lato destro ) si affacciano verso la torre Artus, che dista una cinquantina di metri più giù. Le volte delle tre sale furono ricostruite dalla famiglia De Sivo ( nel 1821 ) e decorate con affreschi che, ancora oggi, si possono ammirare, nonostante il tempo e l’abbandono li stiano sciupando. Nelle volte delle due sale più piccole campeggia una insegna araldica, che raffigura un leone rampante su sfondo verde, con una fiaccola tra le zampe anteriori ( ed è disegnato ), su un busto di armatura, con un elmo con visiera, a feritoie leggermente inclinate. Sull’elmo ci sono tre pennicchi piumati bianchi e sul lato destro del cimiero c’è un’impugnatura di una spada e la punta di una lancia, mentre sul lato sinistro ci sono rappresentate la punta di una lancia ed un’ascia. Ai lati del busto, dall’altezza delle spalle fino al bacino, ci sono due drappi bianchi con due lance, che fungono da aste. Lo stesso stemma è dipinto, come particolare, su un lato della sala grande ( sembra di fattura più antica e interessante ) ed ha inoltre una scritta “ VIS MIHI LUX “ e, a detta di qualcuno che conosce la storia, questa insegna doveva essere della famiglia Sabrano, che ebbe in suffeudo Maddaloni per poco tempo (concessione di Carlo II del 28 gennaio 1304 ad Ermengano Sabrano, di casa francese). Il De Sivo nel suo libro su Maddaloni scrive: “I Sabrani avean per insegna un leone d’argento in campo rosso”. Però, con mio stupore, soffermandomi un giorno ad ammirare la cappella della famiglia De Sivo (sita nel cimitero di Maddaloni), ho notato che lo stesso stemma è inciso sul pavimento di marmo; ciò mi fa pensare che esso potesse essere il simbolo araldico della famiglia dello storico. Le altre parti che costituivano il castello erano le cisterne ed il muro perimetrale che finiva ai piedi della torre Artus, scomparso dal lato della cava. Al lato nord sono ancora visibili tracce della merlatura e delle feritoie per la difesa. Una torretta quadra, con ponte levatoio, controllava l’accesso ad una seconda cinta muraria merlata, composta da piccole torri quadrate, che racchiudeva tutto il perimetro della collina verso il centro abitato. Invece, per chi veniva dall’antico borgo murato l’ingresso al castello era da sud attraverso una torretta quadrata adiacente al grande torrione. Tito Livio, narrando le vicende di Roma del 541 nel libro “ Historae  ”, nominò i nostri luoghi affermando che Annibale, mentre era impegnato a combattere in Puglia, ebbe la notizia che la sua Capua era stata assediata dai romani ed (egli), invece di continuare a lottare per la presa di Taranto, diede ordine ai suoi uomini di rientrare in Campania. Durante il cammino si trovò in una valle occulta dietro il monte Tifata, vicino Capua, vide il castel Galazia e decise di  occuparlo con la forza. Da lì corse per cacciare i romani da Capua che, a loro volta seppero resistere bene e Annibale per rabbia si avviò verso Roma, con l’intento di assediarla, ma anche lì fu respinto. Questo episodio fu scritto anche dal De Sivo nel suo libro “ Storia di Galazia Campana e di Maddaloni  ”. Maggiori informazioni, invece, si hanno in periodo normanno al quale si fa risalire l’edificazione del castello che diventa luogo strategico per la conquista del ducato di Napoli da parte di Ruggero II, come si evince dalla cronaca di Alessandro da Telese. Con la fine del regno normanno il valore strategico del castello diminuì come testimoniato da un diploma del 1209, dal quale si intuisce che lo stesso è considerato più un tenimento exstramoenia che un baluardo militare. Con Federico II fu di nuovo al centro di vicende storiche importanti; nel 1230, a seguito della pace di Ceprano, fu dato in pegno al papa Gregorio IX. Acquisì di nuovo importanza nella guerra tra angioini e durazzeschi quando fu al centro di diverse operazioni militari. Re Ludovigo d’Ungheria venne in Italia con sedicimila uomini per vendicare la morte del fratello Andrea, ucciso la notte del 18 settembre 1345, all’età di diciannove anni, nel castello di Aversa ( per una congiura organizzata da Carlo, suo cognato, duca di Durazzo, e fatta eseguire da un gruppo di sicari guidati da Carlo Artus ). Si fermò al Castello di Maddaloni, che occupò per fronteggiare meglio re Luigi, che stava a Capua e che aveva sposato Giovanna, moglie del giovane Andrea ucciso dalla congiura. Giovanna, che era sospettata da re Ludovigo, quando fu riconosciuta non colpevole dell’uccisione del giovane marito dal papa Clemente, il re, ( già pago di aver visto morire gli assassini di suo fratello e stanco di stare in Italia ), partì da Maddaloni per andare in Ungheria. Intanto la regina ritornò dalla Provenza, dove si era rifugiata e con il nuovo marito, Luigi, fu incoronata a Napoli. Il Castello di Maddaloni  ospitò il re Luigi di Taranto nel 1353, quando di persona volle affrontare il ribelle conte di Caserta, Francesco della Ratta. Un giorno al re, che stava sul verone del castello, fu posto davanti un prigioniero amico del ribelle: tante persone si avvicinarono per vedere ed  all’improvviso, per la calca, crollò il verone, trascinando nel burrone i soprastanti, ( dei quali diciotto morirono ) e solo per la prontezza dei riflessi del principe di Taranto, il re Luigi non cadde anche lui, scampando alla morte. Un altro re dimorò nel castello, Luigi d’Angiò che, alla morte della regina Giovanna, ereditò il suo regno che, però, fu conteso da re Carlo di Durazzo; varcata la frontiera, cavalcò verso Maddaloni e vi si acquartierò. Ciò accadde il quattordici ottobre del 1382 e portava con se i più potenti signori di Francia e del regno, con più di quarantamila soldati a cavallo. Il freddo, la peste e il cibo che mancava, in un inverno insolitamente rigido, decimarono i soldati e i cavalli di quell’esercito e il re non potette più attaccare Napoli e, lasciata Maddaloni, si diresse verso la Valle Caudina e così i durazzeschi ripresero Maddaloni.

          

  Il Castello De Sivo oggi !!                                           Il castello De Sivo ...rifatto

                                     

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

La torre Artus

Chiunque giunga a Maddaloni, proveniente da qualsiasi direzione, è colpito da questa “ gran torre ”, che cattura l’attenzione dello spettatore, offrendogli la sua magnificenza, la sua potenza, il suo slancio e il suo dominio su tutto il territorio circostante. Molti uomini illustri hanno subito il suo fascino, ma pochi ne hanno parlato e, tra questi, il giurista Luigi Volpicella, proveniente dalla Puglia, il quale viaggiava spesso, per motivi di lavoro, sulla linea ferroviaria di Maddaloni Superiore, per recarsi a Napoli. Egli pensò di approfondire le ricerche e di scrivere un importante saggio che andò alle stampe sulla rivista “ Napoli mobilissima ” nel 1904. Anche Giacinto De Sivo, lo storico maddalonese, ne subì il fascino, narrando la storia nella sua grande opera “ Storia di Galazia Campana e di Maddaloni  ” dove la chiamava la “ torre rotonda  ”. Era anche proprietario di quest’ultima e lì, a volte, si rifugiava per avere un po’ di tranquillità, per scrivere opere importanti che lo hanno reso famoso e posto all’attenzione dei critici del suo periodo. Lo stesso De Sivo affermava che di questa maestosa opera non ci sono documenti scritti o progetti che ci possano dare la data precisa della sua costruzione ma, guardando le caratteristiche della sua architettura, si può dedurre che sia stata eretta nel quattordicesimo secolo. Inoltre, diceva che una cornice di pietra di Piperno racchiudeva una tavola di marmo (l’unica che rimase di quattro che erano ai lati della torre, anch’essa scomparsa dal 1975) in cui era impresso lo scudo della famiglia Artus, inclinato e sormontato da un padiglione quadrato coperto dalla pelle d’ermellino, in livrea invernale, e da una testa di gufo con grandi orecchie. Lo scudo cadente conteneva otto rocchi o merli, che rappresentavano il blasone degli Artus e gli stessi rocchi si notano attorno alla prima fascia della torre che è a base poligonale. Questa presenta ventidue facce e in ognuna di loro prima c’era un rocco, in rilievo e scolpito nella pietra di rozzo tufo, ora, invece, ne mancano all’appello sei o sette , forse perché staccati da mani egoiste o dall’azione del tempo. La torre Artus è posta a 170 m sul livello del mare, una volta era a guardia della via Appia per Benevento, controllava anche l’accesso alla Valle Caudina e dominava ampia parte della pianura tra Capua e Nola. Di materiale tufaceo, ha un diametro di oltre 13 m ed è alta 7 m, per poi elevarsi in forma cilindrica con un diametro di 12,5 m ed un ulteriore altezza di 25 m, (superando abbondantemente i 33 m, che giungono a 36 m con la lunetta di guardia, che è posta sul terrazzo e che, ancora oggi [ vista dall’alto ] si intravede tra gli arbusti cresciuti per incuria della stessa. È delimitata da ogni piano da tre cordoni di pietra di Piperno (redondone) la quale, in pezzi di circa 30 cm uniti tra loro, è conficcata nel tufo e ciascuno è spezzato da grandi finestroni ( ora squarciati ) e coronata dai ruderi dell’estrema cornice merlata, anch’essa in pietra di Piperno ( ne sono rimasti nove beccatelli ), e le caditoie per la difesa piombante. Il piano terraneo ha un colore antico e all’interno è diviso da un muro in due locali, a forma di semicirconferenza: quella a sinistra doveva servire da cisterna, come scrive il De Sivo nel suo libro, perché “ si vede ancora il segno delle acque che vi furono, e i tubi di terracotta che di su per entro il muro la facevano cadere dentro; la parte settentrionale era forse serbata a riporvi frumento o altre munizioni da bocca ”. A questo si poteva entrare dal primo piano, attraverso una botola e con l’aiuto di una scala di legno ( oggi, invece, si entra direttamente nella scarpa del basamento attraverso un’apertura rudimentale, simile al verone del primo piano, creata, forse, nel secolo scorso). Al primo piano si entrava dal ponte levatoio che doveva poggiare sulla torretta quadra posta all’ingresso e collegato, con l’ausilio di catene, al muro della torre, al verone da cui i militari la manovravano ( sono ancora visibili i buchi, ma del ponte di legno non c’è nessuna traccia, mentre si notano ancora le due rampe di una scala, ricavate dal muro, che conduceva alla torretta quadra).La torre ha tre piani a volta di varia altezza, ma i due superiori erano smezzati da assiti di legno, che facevano diventare quattro i piani (ciascun composto da una sala rotonda, da focolai e forni). Per passare da un piano all’altro, nel muro, c’erano costruite piccole scale che, insieme con altre di legno ( mobili ), erano poggiate: quindi si poteva salire fino al terrazzo, dove era attiva la lunetta di guardia. Oggi queste non ci sono e non è più possibile salire ai piani superiori, che si possono intravedere solo guardando attraverso i buchi, che una volta ospitavano le botole e che si aprono nelle volte a botte dai soffitti. La cinta muraria inizia quadra all’ingresso, poi è interrotta in altri tre punti da casamatte a forma di lunette da guardia e provviste di feritoie. La torre Artus, ancora oggi possente, presenta una lunga spaccatura verticale sul lato sud e sul lato nord e sembra che stia quasi per aprirsi (forse colpita da qualche fulmine nei secoli scorsi, come scrive il Volpicella nel suo saggio), che la rende più vecchia e offesa nella sua dignità dall’incuria degli uomini e dall’azione degli agenti atmosferici.

 

 

              

                                                                                          La Torre Artus come si presenta oggi!!                                  La torre Artus...virtuale

 

 

V

 La torre superiore, detta Longobarda

Si trova isolata su un monte, a quota 250 metri sul livello del mare, si affaccia sulla valle sannitica ed è formata da una torre cilindrica a base scarpata e da due cinta di mura concentriche. È alta 20 metri e si articola su cinque livelli, più la copertura. Al primo livello si trova la cisterna e al secondo un vano di servizio, al quale si entra da una botola dal pavimento del terzo livello, adibito ad abitazione. A questo livello si poteva andare utilizzando un ponte levatoio, appoggiato al secondo perimetro murario ed era provvisto di due finestre e del parapetto del pozzo (per prendere acqua dalla cisterna, che fluiva da un canale in cotto, che raccoglieva l’acqua piovana dalla copertura). Il terzo livello è provvisto di una botola circolare nella volta a crociera, che comunicava con i livelli superiori con l’ausilio di una scala a chiocciola. La cima della torre presenta, ancora oggi una corona di pietre sagomate che costituiscono i beccatelli e le caditoie per la difesa piombante. La seconda cinta muraria concentrica alla torre, ( fatta in pietra viva locale ), ha un perimetro esterno poligonale con scarpatura, interrotta da due torrette troncoconiche, che difendeva la porta d’entrata e il ponte levatoio della torre. Questa cinta presenta all’interno numerose aperture, di cui  alcune venivano usate come saettiere, mentre altre come deposito di armi o vani di servizio. La terza cinta muraria è costituita da un muro circolare concentrico al secondo, che segue l’andamento del terreno ed è in pietra calcare, per un’altezza di quasi un metro e uno spessore di circa novanta centimetri. Questo nucleo normanno ( periodo di Ruggero II ) in epoca angioina (sotto la castellania di Ottino Caracciolo) fu fortificato con scarpatura sia alla torre che al perimetro murario: la torre era più bassa e fu allungata di un piano con il coronamento, mentre la seconda cinta era più alta dell’attuale e coronata da una merlatura quadrata ancora visibile nella torretta troncoconica più alta. Oggi la torre superiore, (detta comunemente anche castelluccio o torre longobarda), è abbandonata a se stessa, come tutto il complesso fortilizio, e presenta squarci notevoli che la rendono offesa, debole e cadente.

 

 

                

                                                                                          La torre superiore oggi!!                                  La torre superiore con casamatta ...rifatta       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 VI

 Carlo Artus d’Angio’ e Ladislao di Durazzo

 Carlo Artus d’Angiò, Conte di Sant’Agata dei Goti, signore di Montenegro, di Tocco e d’altre terre, divenne feudatario di Maddaloni l’undici febbraio del 1390 per volere del quattordicenne Ladislao di Durazzo, figlio di Carlo di Durazzo, re di Napoli fino al 1386 ( fu assassinato con una congiura in Ungheria, dove si recò per prendere la corona ) e sotto la reggenza della regina madre, Margherita di Durazzo.Ladislao divenne re all’età di dieci anni ma, essendo ancora molto piccolo per governare, i suoi parenti filoangioini (approfittando della debolezza della reggenza) scalzarono dal trono la famiglia regnante e nominarono re Luigi II d’Angiò. I sostenitori degli angioini, nel 1387, occuparono Napoli e costrinsero la regina Margherita, col piccolo Ladislao e la famiglia, a barricarsi in Castel dell’Ovo, dal quale fuggirono alla volta di Gaeta. Nel 1390 arrivò un importante sostegno per il re esiliato e minorenne: fu eletto al soglio pontificio un napoletano, Pietro Tomacelli, che assunse il nome di Bonifacio IX, prendendo le parti di Ladislao contro l’usurpatore Luigi II. In questo periodo, il piccolo re, con il consiglio della madre, decise di affidare Maddaloni (che voleva far diventare una roccaforte militare e voleva creare una solida base durazzesca in Terra di Lavoro) al Conte di Sant’Agata dei Goti, che era conosciuto più per la sua bravura militare e per l’indifferenza che mostrava verso qualsiasi ideale che per cieca fedeltà alla corona. « Per i maddalonesi l’infeudamento al conte di S. Agata fu una vera disgrazia. L’Università, che nel 1381 aveva ancora il privilegio di eleggere liberamente sindaci e mastrogiurati, perse quel po’ di autonomia politica e amministrativa  che era sopravvissuta ai progressivi infeudamenti sotto le famiglie de Sorrento, de Amatracio, de Intensa, de Sabrano e della Ratta. Eppure il papa Innocenzo IV, nel 1230, e il re Roberto d’Angiò, nel 1315, avevano garantito a Maddaloni la perenne condizione demaniale, cioè, l’obbligo di versare i tributi solo alla corona¹ ». Ladislao aveva capito che solo con l’aiuto di uomini come Carlo Artus poteva riconquistare il Regno di Napoli. Questi era un valido condottiero ed un importante esponente della classe baronale; inoltre era nipote di quel Carlo Artus, figlio naturale “ bastardo ” di re Roberto, Gran Camerario della regina Giovanna I che, nel 1345, (come riferì Domenico da Gravina) ammazzò il giovane re Andrea ad Aversa, in modo brutale, insieme al figlio Bertrando e altri sicari e, successivamente, a loro volta trucidati per ordine della regina stessa per placare la vendetta di suo cognato, re Ludovigo di Ungheria, fratello di Andrea. Gli riconfermò la donazione del feudo il 23 marzo del 1391, nella fortezza di Gaeta, in perpetuo col castello e fortezze, uomini, vassalli, pertinenze e diritti, aggiungendovi il mero e misto imperio (in pratica il potere di giudicare in sede civile e in sede penale), salvo il ricorso al re, ed aggiungendo il diritto di riscuotere i proventi fiscali ed altro. Nulla, con quel diploma, rimaneva al re, salvo il supremo dominio. Già nel 1380 l’Artus si era dichiarato alla causa della regina Margherita, offrendogli il suo aiuto dal castello di Morcone: voleva avere strada libera da Acerra e Marigliano dove, il passo del Gaudello, costituiva la via dei suoi mulini di Limatola e, dall’altro verso, Capua ed Aversa, terre di chiara fama della casata dei Durazzo.

 1 - Pietro Vuolo: Maddaloni nella storia di Terra di Lavoro - Maddaloni 2005

 

 

 

 

 

 

 

          

                                                                                                   La gran torre Artus "offesa"                                       La gran torre Artus...ricostruita

 Carlo Artus aveva diseredato i figli avuti da Ragonia Marzano di Sessa, famiglia rivale al re, a favore d’altri due figli avuti dalla seconda moglie, Giovannella Gaetani di Fondi, il nome di uno dei quali era Ladislao (come quello del sovrano) e aveva celebrato questo matrimonio con la sua approvazione. Giovannella portò in dote mille once d’argento che, una volta arrivate a Maddaloni, servirono per iniziare i lavori della “ gran torre  ” e rinforzare militarmente la città, come era nei piani di Ladislao e Carlo. Arrivato a questo punto, il castellano di Maddaloni si sentiva più forte e il re gli promise un incarico importante come camerario, oppure da conestabile, o da cancelliere, non appena ne avesse avuto l’occasione, ma non poteva ridargli indietro il contado di Monte Odorisio che, pochi anni prima, aveva tolto agli Artus e venduto per fare cassa. Infatti, Ludovico Artus, padre o zio di Carlo, prima di lasciare questo mondo, ordinò ai familiari di scolpire sul suo sepolcro “ Ludovico Artus conte di Sant’Agata e di Monte Odorisio  ” per dare l’idea di come amava questo feudo. Il re, per tenerlo buono, gli assegnò le baronie di Boiano e Prata; il papa Bonifacio IX, il quattordici maggio del 1399, a Roma, gli rilasciò una bolla, con la quale gli riconfermava la donazione fattagli dal re e lo assolveva ampiamente di tutte le censure e scomuniche nelle quali era incorso. Infatti aveva occupato colla forza il castello di Maddaloni ( che era demaniale del re): occupare un feudo riconosciuto dalla chiesa significava incorrere nelle censure della chiesa stessa e, inoltre, gli donò anche il castello di Valle di Maddaloni, che fino a quel momento era dei Della Ratta di Caserta. Il dieci settembre dello stesso anno, Ladislao ormai già ventitreenne, si lanciò alla conquista di Napoli e riuscì ad occuparla, mentre re Luigi II era impegnato nella lotta contro i principi pugliesi. Sopraffatto dalla determinazione del giovane durazzesco, Luigi abbandonò la propria causa e fece ritorno in Francia. Per Ladislao era giunto il momento di imporsi come unico e legittimo sovrano e, per ottenere lo scopo, non esitò a perseguitare i suoi nemici e le velleità dei filoangioini. Spietato, il giovane re si dimostrò da subito ancora più scaltro e dispotico di suo padre Carlo III, che pure aveva seminato terrore e morte nell’imporre il proprio dominio. La sua prima preoccupazione fu quella di consolidare il suo potere a Napoli a spese dei baroni, commissionando l’assassinio di molti suoi rivali. La casata dei Sanseverino, ispiratrice della rivolta filoangioina, fu duramente punita con una sfilza di lutti che ne ridussero la capacità sovversiva e i loro corpi, sepolti sommariamente, furono divorati dai cani. I Marzano di Sessa furono perseguiti anche loro e non potevano gli Artus, a questi congiunti con sangue ed interessi, rimanere salvi e tranquilli. Verso la fine del 1402, o che il re non trattenesse la sua rabbia, o che Carlo tornasse a ribellarsi (nell’aprile del 1401 non venne al parlamento convocato dal re in S. Chiara) giunse il momento della sua dipartita. Egli fu fatto arrestare insieme al figlio Giacomo, proprio da Ladislao in persona, il quale, al processo, influenzò la sentenza del giudice Giovanni da Capestrano della Gran Corte della Vicaria, che lo condannò a morte. Il magistrato, dopo la sentenza, convinto di aver condannato un uomo innocente, si dimise subito dall’incarico e divenne frate e vivendo santamente, dopo la sua morte, fu fatto beato. La sentenza fu fatta eseguire in pubblico, alla presenza del figlio Giacomo, che non fu dichiarato colpevole di tradimento ma, nel momento in cui al padre fu mozzo il capo, il giovane morí di schianto e i due corpi furono buttati e sepolti sommariamente in aperta campagna. Solo la pietà di un fido domestico serví a recuperare le due teste, separate dal busto, e le riportò a S. Agata dei Goti. Il De Sivo racconta che nella chiesa di San Francesco a S. Agata, dove si trova la tomba di Ludovico Artus, un giorno fecero dei lavori di restauro e, spostando il suo sarcofago, trovarono al suo interno uno scheletro con tre teschi, di cui i due in più si pensa essere di Carlo e Giacomo. Una volta domate le insidie interne Ladislao spostò le sue attenzioni all’esterno dei confini del regno. Nacque in lui il sogno di costruire una gran realtà statale, che doveva comprendere l’intera penisola italiana, unificata sotto la corona di Napoli e le insegne dei Durazzo. Nel 1408 cinse d’assedio Roma e Perugia, le quali capitolarono e furono costrette a consegnarsi al sovrano. I monarchi del nord, per fronteggiare Ladislao, costituirono una Lega capeggiata dalle città di Firenze e Siena, alle quali si aggiunsero i rappresentanti d’altre città, come Bologna. Il papa Alessandro V si oppose strenuamente a Ladislao e, dopo averlo scomunicato, richiamò in Italia Luigi II d’Angiò e lo nominò re di Napoli. Dopo vari scontri, nel 1411, Luigi rinunciò per la seconda volta al trono di Napoli e fece ritorno in Francia. L’anno successivo il papa Giovanni rinunciava definitivamente a sostenere Luigi d’Angiò e investiva Ladislao del Regno di Napoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 VII

 Ottino e Riccardo Caracciolo

 Dopo la condanna di Carlo Artus, Maddaloni godette del regio demanio per poco tempo, le campagne militari svuotavano le casse, e così il re Ladislao, il dodici febbraio del 1413, nella sala del Maschio Angioino, rendeva castellani e capitani di Maddaloni i fratelli Ottino e Riccardo Caracciolo, figli di Giovanni, conte di Gerace de’ Caracciolo Rossi, con carica fino all’estinzione del debito in garanzia di un prestito di undicimila ducati che aveva ricevuto. Ottino fu cameriere e capitano d’arme di Ladislao, di insigne valore, uomo giusto e fedele e dimostrò queste qualità in diverse occasioni. Il ventisei maggio del 1410, durante uno scontro con i soldati di re Luigi, cadde prigioniero e, come si usava a quei tempi, si ricomprò la sua libertà pagando un riscatto e tornò dal suo signore ( esempio lodato da tutti, ma che pochi facevano ). Quando Ladislao gli ordinò di trovare il modo di far venire il capitano Braccio da Montone al suo servizio ( a quei tempi era considerato il più forte mercenario in circolazione) per farlo ammazzare egli, essendo una persona giusta e in disaccordo con il suo signore, avvisò il capitano di non prendere in considerazione l’idea di accettare incarichi da Ladislao, pena la sua morte. Nel maggio del 1413 il re conquistò nuovamente Roma e lo Stato della Chiesa ritornò nelle sue mani; poi assediò Firenze e, in seguito, voleva assoggettare il Nord al Regno di Napoli. Purtroppo, questo non accadde mai, in quanto il giovane sovrano si ammalò all’improvviso e rientrò a Napoli via mare, dove morì il quattro agosto del 1414, alla  età di trentotto anni in Castel Nuovo (Maschio Angioino). Si sospetta che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali e a questo riguardo si narra che egli si era innamorato di una ragazza, figlia di un medico di Perugia, che persuase la figlia ad assicurarsi dell’amore eterno del re con magici unguenti, per vendicare il suo onore o per riscattare la sua città, occupata dal re  o perché si fece corrompere, tanto che, una volta adoperati dalla credula amante, portarono il sovrano alla fine dei suoi giorni. Ladislao non aveva figli legittimi a cui lasciare il suo potere, nonostante avesse contratto tre matrimoni (suoi discendenti furono Rinaldo di Durazzo principe di Capua e Maria da Durazzo, che morí in tenera età) e la sua corona andò alla sorella Giovanna. Questa, debole di mente e facile ad innamorarsi, sposò Giacomo della Marca, della casa di Francia, il quale, tradendo i patti, volle subito il titolo di re e la rese più prigioniera che regina e moglie. I cavalieri napoletani non vedevano di buon occhio questo fatto e non volevano ubbidire ad uno straniero, che era anche molto superbo e, a dire il vero, anche odiato dal popolo. Ottino Caracciolo studiò un piano per liberare la regina da questa gabbia dorata, che scattò nel mese di settembre del 1416 quando Giovanna, di ritorno da un matrimonio di una giovane fiorentina, fu liberata dal nostro eroe con Anneghino Mormile. Con grande coraggio, si buttarono davanti ai cavalli della carrozza reale, scortata dai soldati francesi, i quali non riuscirono a fermare l’ardore dei due che erano molto bravi con la spada e aiutati anche dal popolo, che intervenne portando la sfortunata all’Arcivescovado. Il giorno dopo tutta Napoli insorse, portando in trionfo Giovanna a Castel Capuano, mentre il marito fu fatto suo prigioniero e Ottino fu nominato conte di Nicastro. Poi, fu nominato scrivano di razione ( controllava i conti di tutte le milizie del regno e le loro paghe ) e, nel 1419, fu gran cancelliere e riconfermato alla castellania di Maddaloni. Il quindici gennaio del 1420, la regina Giovanna ordinò ai fratelli Caracciolo di far riparare e fortificare il castello di Maddaloni, a spese della Regia Corte, per farlo diventare un baluardo in previsione di guerre future e per la fama delle prime artiglierie (bombarde che sparavano palle di pietra) che erano utilizzate negli scontri e, forse, per questo motivo, fu soppressa la finestra del secondo piano posta sopra il verone che ospitava il ponte levatoio della torre Artus. Alfonso d’Aragona, indicato prima dalla regina come legittimo suo erede al trono di Napoli, su consiglio del diplomatico Antonio Carafa (detto il Malizia), fu poi combattuto dalla stessa Giovanna, che scelse come nuovo erede un angioino, Luigi III d’Angiò.  Ottino, sempre fedele alla sua sovrana, non appena ebbe notizia dell’adozione di Luigi, alzò i gigli angioini nel suo castello e, da quel momento, come un falcone, con i suoi cavalieri, si scagliava contro i partigiani di Alfonso, mantenendo la strada di Napoli sicura a quelli della regina, pericolosa agli aragonesi. Ogni catalano catturato, infatti, veniva rimandato al suo re privo del naso, di un occhio e di una mano mentre i soldati di Ottino, una volta catturati, erano buttati nelle galere di Alfonso e lì dimenticati. Queste erano crudeli rappresaglie di quell’epoca. Eppure, in Terra di Lavoro, egli era l’unico a sostenere la causa angioina, dopo che Raimondo Orsini e Baldassarre della Ratta avevano fatto di Nola e Caserta le basi della conquista aragonese nel napoletano. Il diciassette agosto del 1432, Ottino liberò di nuovo la regina da un suo favorito, Giovanni Caracciolo detto Sergianni, gran siniscalco (non era un suo parente, ma iniziarono la carriera d’armi insieme ai tempi di Ladislao). Sergianni era amato da Giovanna e lui se ne approfittava, ma col tempo era diventato molto importante nel regno, disprezzava i baroni e tutti gli affari del governo erano nelle sue mani. Egli non era ancora sazio di ricchezze ed onori; era duca di Venosa, conte d’Avellino, signore di Capua e voleva il principato di Salerno e il ducato d’Amalfi, ma la regina rifiutò queste nuove richieste, anche per la lagnanza degli altri cortigiani. Sergianni reagì male a questo diniego ed andò in escandescenza, insultò la regina in malo modo e questa per reazione, confidandosi tutta nervosa dinanzi alla duchessa di Sessa, Covella Ruffo, ordinò il suo assassinio. Covella odiava Sergianni, si diede subito da fare per eseguire gli ordini della regina, convocò Ottino per preparare insieme un piano di morte. Una notte un servo chiamò Sergianni per avvertirlo che la regina stava male, nel momento in cui lasciava la sua camera, fu aggredito dai sicari che lo eliminarono. Ottino per questo omicidio non fu punito, ma ringraziato. Nel novembre del 1434, Luigi III d’Angiò, mentre assaliva Taranto con le sue truppe, fu colpito da una febbre forte, che lo portò alla morte. Lo stesso capitò, il due febbraio del 1435, alla regina Giovanna II, all’età di sessantacinque anni, dopo averne regnato quasi ventuno. Senza  figli, aveva dichiarato suo erede, dopo la morte di Luigi III, il fratello di questi, Renato d’Angiò. Ottino continuò ad essere fedele alla causa angioina, anche con il nuovo re: infatti, lottò strenuamente per anni contro Alfonso e null’altro appariva ostile a questi, se non il castello di Maddaloni che, con il suo signore, cavaliere prudente, generoso ed assai ricco, aveva al suo servizio trecento fanti, i quali nulla lasciavano stare in pace in Campania. Nell’agosto del 1441, re Alfonso, finalmente riuscì a prendergli Maddaloni attaccandolo con un forte esercito. Ottino corse a Firenze dal papa Eugenio IV, suo sostenitore e di parte angioina, per chiedere una copia della bolla firmata da papa Martino V (nel 1427), che riconfermava gli atti concessi da Ladislao e Giovanna allo stesso castellano di Maddaloni. Egli firmò la bolla il primo settembre del 1442, ma gli avvenimenti resero vano il possesso di questo documento. Dopo due anni d’assedio la guerra inaspriva sempre di più e, dopo aver subito l’attacco dell’ artiglieria (tra cui spingarde, colubrine e la più grossa bombarda mai costruita, la San Giorgi da Santa Lucia), i napoletani erano stremati: un muratore, spinto dalla fame ad uscire da Napoli ed allettato da una cospicua somma, si offrì di introdurre nella capitale i catalani, attraverso un passaggio segreto. Il due giugno del 1442, quattrocento soldati, tra cui Diomede Carafa, guidati dal manovale, entrarono nella città per un vecchio acquedotto in disuso di Porta Capuana e si impossessarono di una torre. Gli angioini accorsero a respingere gli invasori, ma furono presi alle spalle dal resto dell’esercito nemico il quale, scalate le mura della parte opposta lasciate incustodite, aveva potuto finalmente occupare Napoli. Circondato da ogni lato, Renato si difese molto bene per diverse ore; poi, sopraffatto dal nemico, si chiuse con tanti dei suoi, tra cui Ottino, dentro Castel Nuovo. La città fu saccheggiata dai soldati aragonesi; le donne , denudate e violentate, venivano mutilate delle mammelle, gli uomini impiccati…  Poi, su comando di Alfonso, le violenze cessarono e l’ordine ritornò in Napoli. Renato, vista inutile ogni resistenza, s’imbarcò con i suoi fidi collaboratori su due galee provenzali e fece ritorno in Francia. La sua partenza consigliò alla resa la guarnigione di Castel Capuano, Capo di Monte e Sant’Elmo e mai più gli angioini poterono tornare in Italia da regnanti. Ottino ricevette l’indulto, come fu stabilito dai patti della resa di Castel Capuano, ma non potette giovarsene perché, ormai anziano, poco dopo morì senza lasciare eredi (sposò Caterina Ruffo). Alfonso d’Aragona, il ventisei febbraio del 1443, fece il suo solenne ingresso a Napoli, percorrendo le vie della capitale sopra un carro dorato, seguito dal clero e dai baroni del regno. Con la presa di Napoli, l’aragonese unirà questo regno a quello di Sicilia.

 

                                

 VIII

 Pietro de Mondrago

 Il ventisei agosto del 1441, Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, ( figlio di Ferdinando I d'Aragona, si meritò questo appellativo, quando, all'ascesa al trono, distrusse una lista sulla quale comparivano i nomi dei nobili che avevano mostrato un atteggiamento ostile nei suoi confronti ) una volta tolta Maddaloni al Caracciolo, volle subito porla in mani fidate, traendone cinquemilaquattrocento ducati da Giannantonio Marzano, duca di Sessa, con patto di ricompera. Il re aragonese, il ventisei luglio del 1446, nominò il catalano Pietro de Mondrago ( il quale gli aveva dato i cinquemilaquattrocento ducati per riscattare Maddaloni dal duca di Sessa ) capitano e castellano di Maddaloni. Re Alfonso diede a Pietro i castelli e la terra, in perpetuo per sè ed eredi, col diritto di giudicare e scegliere i magistrati; inoltre, gli concesse il privilegio di riscuotere un ducato a focolare per la tassa generale e disporre del ricavato ( nel 1444 i focolari a Maddaloni erano 249). Il De Sivo scrive nel suo libro:«… ogni quindici anni uscivano dal tribunale della regia camera i numeratori dei fuochi pel regno; e non è da raccontare quanti lamenti e fughe ed estorsioni avvenissero. Molti fuggivano dalle case, raschiavano dalle ciminiere il nero del fumo e in ogni modo s’ingegnavano di fare scomparire le tracce del fuoco recente; ond’era uno stento a verificarli. Talvolta più famiglie univano loro economie; altri mutavano il casato o si diceva napoletano; perché Napoli retta a gabella non pagava fuochi. Talvolta fuggivano gli uomini e le donne vestivano a lutto, infingendosi vedove e giungevano a dirsi meretrici ». Il Mondrago, gratificato da tanta fiducia, acquistò maggiore prestigio, tanto che ogni abitante di Maddaloni (sia egli contadino, esattore, ufficiale o collettore) doveva rispettarlo e obbedirgli come il re in persona. Con il trattato di Terracina (quattordici giugno del 1443), poi ratificato a Siena (sei luglio), Alfonso riconobbe il papa Eugenio IV come legittimo papa e questi, a sua volta, riconobbe Alfonso re di Napoli e, dopo un anno ( quindici luglio del 1444 ), anche Ferrante, figlio naturale di Alfonso, fu riconosciuto dal papa erede al trono di Napoli. Alla morte di re Alfonso, che avvenne il ventotto luglio del 1458, gli successe il figlio Ferdinando, avuto da una relazione extraconiugale con la cognata Caterina (la moglie Maria di Castiglia non gli aveva dato figli), che gli spagnoli chiamavano Ferrando e i napoletani Ferrante. Il nuovo re riconfermò la castellania e la capitania a Pietro, con la custodia e la conservazione dei castelli e dei fortilizi, ma ereditò un regno non molto solido, insidiato da nemici sia all’interno che all’esterno, dagli aragonesi che ne debilitavano la base. I baroni, che erano stati ostili ad Alfonso, dopo la sua morte, si misero in contatto con Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, che era a Genova, e ottennero che nell’ottobre del 1459 venisse nell’Italia meridionale (sbarcò sul litorale domizio tra le foci del Volturno e del Garigliano) per assumere il comando della resistenza, che si stava organizzando contro Ferrante. Il re aragonese si trovò a dover fronteggiare una vera guerra di riconquista, anche contro  componenti della sua stessa famiglia (il cognato Marino Marzano e lo zio della moglie, Gianni Orsini) e dovette impegnare la corona presso alcuni mercanti di Venezia per allestire un esercito capace. Giovanni d’Angiò si schierò nel casertano per chiudere Napoli dall’entroterra e Antonio da Trezza, osservatore politico e ambasciatore del duca di Milano, riferiva che il castello di Maddaloni era come “ un gran falcone ” in Terra di Lavoro. Pietro de Mondrago, sapendo che Giovanni d’Angiò stava ottenendo delle vittorie ai danni degli aragonesi e vedendo che contrattaccava anche tra Cancello e Maddaloni,si accordò con gli angioini segretamente tanto che fu definito dal Pontano,segretario di stato e uomo d’armi di Ferrante, e da Antonio da Trezze il “più perfidodei traditori, insieme ai castellani di Ischia e di Trani. Arrivati a questo punto le cose non andavano bene per Ferrante che, per uscire da questo periodo negativo dovette giocare d’astuzia: con l’aiuto del papa e di Francesco Sforza, incontrò separatamente i baroni ribelli promettendo loro buoni uffici, per poi isolarli e sconfiggerli. Intanto Pietro de Mondrago era diventato una spina nel fianco, ma siccome era un uomo potente, e per giunta catalano e genero di messer Johanne Miroballi di Napoli, fu risparmiato da una sicura vendetta di Ferrante e, una volta riavuto i 5400 ducati  dal re, patteggiò di poter rimanere a Napoli, senza timore per se e per la sua famiglia. Conseguentemente, nel 1460, il Castello di Maddaloni pagò a caro prezzo il tradimento del suo castellano: fu bruciato completamente dagli aragonesi (ancora oggi si vedono i monconi bruciati degli assiti di legno, che smezzavano i piani della torre Artus e il legno delle finestre anneriti dal fuoco) e abbandonato a se stesso. Tutti gli abitanti che vivevano attorno ad esso, messi in fuga dal fuoco, non vollero più tornare lassù, dove molto era il disagio e non vi erano più rifugio e sicurezza. La vita delle pianure, la vicinanza ai campi fertili, l’acqua a portata di mano, le chiese vicine e il piacere di vivere all’aperto e in libertà… Tutto questo concorreva a far lasciare le vecchie abitazioni, malagevoli e distrutte. Quindi, re Ferrante aveva tolto alla gran torre Artus quel prestigio militare che, sulla via dei tre mari, poteva sempre costituire motivo di lotte intestine, perciò era un pericolo per la stessa sopravvivenza del regno di Napoli. Da quel momento iniziò la sua lenta agonia, che ancora oggi continua.

                   

                                                                                                 La torre Artus… mentre brucia!                           La torre Artus oggi!!

 

 IX

Diomede Carafa

 Maddaloni, dopo aver subito l’incendio del 1460 da parte di Ferrante I d’Aragona, tornò al regio demanio fino al primo febbraio del 1465, quando fu dato in feudo a Diomede Carafa (1406-1487), giovane capitano valoroso e fedele già ai tempi di re Alfonso. La notte del sabato due giugno del 1442 egli, insieme a quattrocento soldati, entrò in un acquedotto in disuso per prendere alle spalle i soldati angioini, di guardia a Porta Capuana, e s’impossessarono di una torre e, benché ferito, riuscì a piantare la bandiera d’Aragona sul bastione. Dieci anni dopo si distinse anche nella battaglia contro i fiorentini, a cui recò molti danni e recuperò una mandria di bestiame, che servì a sfamare l’esercito aragonese comandato dal capitano Ferrante, figlio di Alfonso. Nel 1459 riportò una brillante vittoria a Francolise su Jacopo Montagano: riprendeva Calvi e assicurava la via degli Abruzzi agli aragonesi. Per queste azioni, considerate eroiche da parte del re, fu nominato prima ufficiale di scrivano di razione, poi consigliere di stato e, infine, castellano di Castel Capuano. Il re Alfonso, inoltre, lo volle impegnare come aio e istruttore di Ferrante nelle faccende militari e di governo e, quando costui salì al trono, lo nominò suo consigliere segreto per la prima rivolta dei baroni. Diomede era il sesto figlio di Antonio Carafa, detto il Malizia, famoso diplomatico della regina Giovanna II, a cui indicò re Alfonso come erede al trono di Napoli. Antonio da Trezze, ambasciatore degli Sforza a Napoli, il cinque luglio del 1458 scriveva al duca di Milano: « …che non c’è a Napoli persona più eminente di Diomede Carafa, ministro, tesoriere, guardaroba, segretario e scrivano del re Ferrante ». Fra tutti i titoli accumulati quello di conte di Maddaloni era per Diomede il più caro e questo gli fu concesso il primo febbraio del 1465, con notevoli lodi di encomio per i grandi servigi resi alla casa d’Aragona per la conquista del regno di Napoli contro Giovanni d’Angiò. La donazione del feudo consisteva in “ castelli e fortilizi, vassalli e loro redditi, feudi, feudatari e suffeudatari, angarie e parangarie, case, possessi, vigne, oliveti, giardini, terre colte e incolte, monti, pianure, prati, selve, bochi, pascoli, alberi, le prestazioni di molinatura e di bacchiatura, il servizio di scafa, le vasche da tintura, da macerazione o da irrigazione, i diritti di caccia, passaggi, tenimenti e territori, acque e i loro corsi, di baiulazione, di giustizia anche capitale ed ogni altra pertinenza di consuetudine o di diritto ”². Questo avvenne il diciotto marzo del 1466: Diomede fu pubblicamente investito dei feudi proprio a Maddaloni, nella piazza antistante la chiesa dell’Annunziata, dove vi era il sedile dell’Università. Essendo l’infeudazione un fatto politico, ai maddalonesi non dispiaceva di essere infeudati a Diomede, che fu per prestigio, fasto e munificenza tra i primi del regno. I Carafa abitarono sempre a Napoli e a Maddaloni fecero costruire il palazzo baronale (l’attuale Villaggio dei Ragazzi) e abbandonarono il castello, distrutto dalle fiamme di Ferrante. Oltre ad essere conte di Maddaloni era anche barone di Formicola con i territori di Pontelatone, Sasso, Sesto e Roccapirozza, Guardia Sanframundo, Limata e San Lorenzello, Civitella ed altri. Sulla gran porta del suo palazzo a Napoli, al Nilo, aveva scritto, «IN ONORE DEL RE E DELLA PATRIA, DIOMEDES CARAFA COMES MATALONE MCCCCLXVI».

 

2 - Pietro Vuolo: Maddaloni nella storia di Terra di Lavoro - Maddaloni 2005

Diomede era poeta ed abile politico, amava l’arte e, in linea con il suo amore per l’antichità, arricchì il palazzo con statue, opere d’arte e lo aveva reso immagine e specchio del gusto umanistico; nel cortile vi era una gran testa di cavallo in bronzo, creata dall’ingegno di Donatello, giunta a Diomede da Lorenzo dei Medici per rapporti di stima ed amicizia. Il palazzo documenta la straordinaria fusione tra elementi decorativi di gusto classico o ancora gotico e la tecnica costruttiva prevalentemente catalana. La facciata è decorata con un’elegante cornice, sorretta da mensole e il portale marmoreo reca la data del 1466 e l’epigrafe che ne immortala il fondatore; inoltre, sono rappresentate le insegne della famiglia Carafa nel portone d’ingresso ligneo. Il Carafa raggiunse notevole importanza anche nel campo culturale e famosi sono i banchetti che si tenevano a Gaeta, secondo il modo di fare dei romani: gli invitati leggevano fino a notte tardi i classici e discutevano sulla grandezza del sapere antico. Scrisse in volgare i “ Memoriali  ” più per esperienza di vita e di politica che per esigenza letteraria. Questi ultimi seguivano i gusti dell’umanesimo, ma in prospettiva di praticità: prevaleva il parlar disinvolto, confidenziale, saggio. Diomede scrisse anche poesie, che furono stampate dal Giulita nel 1576 e dettò un trattato sull’ammaestramento militare. Diomede Carafa, fu anche aio e precettore di Eleonora d’Aragona, figlia di re Ferrante. Eleonora, quando andò in sposa ad Ercole d’Este, duca di Ferrara, ricevette un testo da tenere in considerazione in quegli anni: “ Eleonora d’Aragona e i doveri del Principe ” che fu scritto per orientarla, con suggerimenti pratici, nel governo dello stato, della giustizia, dell’amministrazione della cosa pubblica e privata. Questo testo fu scritto proprio da Diomede tra il 1473 e il 1477. Fra i suggerimenti c’era la segretezza, la moderazione e la riservatezza, perché la nobildonna si doveva comportare in modo che né il duca, suo marito, né i consiglieri avrebbero potuto pensare che lei volesse fare valere la sua autorità. Nel suo ruolo di duchessa, Eleonora, doveva si governare, ma non dominare. Non doveva porre la sua autorità al di sopra di quella del marito o degli stessi ufficiali consiglieri, che si trovavano a corte o nelle diverse zone del dominio estense. Doveva essere un tramite tra le richieste del popolo e il duca, ascoltando e meditando e partecipando alle riunioni politiche, rimanendo “ un poco nell’ombra  ”, ma nello stesso tempo prestando molta attenzione a quanto veniva detto in esse, per poter poi usare ciò che aveva ascoltato. Diomede fu anche intimo consigliere di Alfonso, figlio di Ferrante ed erede al trono di Napoli, nonché duca di Calabria; siccome il consigliere non vedeva di buon occhio Francesco Coppola, conte di Sarno, e Antonello Petrucci, segretario del re, che avevano raggiunto la ricchezza con loschi affari e che a corte erano diventati molto importanti, a discapito dei vecchi nobili, convinse il giovane principe a fermare la prepotenza di questi due nuovi signori. Alfonso, come il padre Ferrante, era un giovane condottiero forte come un leone, che stava sempre ad armeggiare e, siccome le battaglie avevano un costo esoso, lui era sempre a corto di soldi; a sua volta, convinse il vecchio re a dargli il permesso di eliminare il conte di Sarno e il Petrucci, per appropriarsi dei loro possedimenti. Questi, comprese le intenzioni del giovane, si accordarono con il principe di Salerno della casa Sanseverino, che era alleato agli angioini, ed organizzarono una congiura contro il trono degli aragonesi. Diomede fu anche istruttore di Ferrante, figlio di Alfonso, che sopportò il peso di questa congiura, che portò alla guerra civile e, successivamente alla venuta in Italia del francese Carlo VIII. Nell’agosto 1486, il re Ferrante invitò, con un finto  matrimonio di una sua nipote (figlia del duca di Melfi) con Marco Coppola (figlio del conte di Sarno) i principali baroni nella grande sala aragonese: fece arrestare quelli che erano stati l’anima della famosa seconda congiura ( lo stesso conte di Sarno, il segretario del regno Antonello Petrucci e i figli di costui, i conti di Carìnola e di Policastro ) e li fece giustiziare il quindici maggio del 1487. Il Carafa fu meritevole del motto « Il valore fu pari alla gloria, la gloria a duratura memoria ». Queste parole sono scritte in latino sul suo sarcofago nella chiesa di San Domenico in Napoli, dove fu sepolto in veste bianca, con spada e speroni, in una coperta di broccato. L’immagine marmorea lo vede supino, con armatura col pugnale al fianco, con le mani incrociate sul petto ed i piedi appoggiati ai cagnolini in segno di fedeltà. La salma fu deposta il giorno dopo la sua morte, che avvenne il diciassette maggio del 1487; erano presenti la casa aragonese ed i notabili del regno. Aveva avuto due mogli, Maria Isabella Caracciolo de’ Rossi e Sveva Sanseverino, e quattro figli: Giantommaso, Giannantonio, Isabella e Giovanna. Diomede aveva dettato le ultime volontà, il quattordici maggio precedente, in Castel dell’Ovo, e indicava il suo primogenito, Giantommaso, erede universale che, pertanto, diveniva il secondo conte di Maddaloni. A Giannantonio, diede la baronia di S. Angelo e altri paesi e liberava tutti i suoi schiavi, bianchi o neri, insieme alla fida Caterina. Il suo patrimonio, alla data della morte, fu stimato di quarantamila ducati di entrata e la sua dinastia durò quasi trecentocinquanta anni.

 

 

 

 

 

                                                                                                                      Stemma dei Carafa

 Per dovere di cronaca ricordo che i Carafa raggiunsero l’apice della notorietà come “principi ” della chiesa con il Cardinale Oliviero (1430-1511) e Gian Pietro (1476-1559), papa col nome di Paolo IV, che inaugurò un periodo di repressione ancora più aspra delle devianze dottrinali, sostenendo vigorosamente l'Inquisizione. L’ultimo della dinastia dei Carafa fu il duca Marzio Domenico (1765) per l’abolizione dei feudi  e per mancanza di figli. I beni di questo duca passarono al principe di Colobrano, Marzio Gaetano Carafa, e con loro il castello e le torri. Questi ruderi, compreso la collina, furono venduti il cinque gennaio del 1821 dal principe ad Aniello de Sivo di Maddaloni, (per atto del notaio Pasquale Rocereto di Napoli), che già aveva in fitto la « casa di mezzo » con cortile e giardinetto, un pezzo di terra chiamato « la grotta » sito ai piedi del castello e un pezzo di oliveto di moggia uno e passi diciannove, acquista insieme ai cespiti sopraddetti la « restante porzione di oliveto con le mura che la circondano parte dirute e cadenti, la torre così detta Palombara ed il castello ossia Torrione »³. I nuovi proprietari coprirono la nuda collina con boschi e giardini sontuosi che ben presto si popolarono di ricca selvaggina (c’erano più di mille fagiani in allevamento, oltre a cinghiali, cervi e lepri) e stimolò la curiosità dei re, Francesco I, che venne in visita nel 1827 e poi nel 1828 con la regina e con la principessa Cristina (poi regina di Spagna) e Ferdinando II nel 1846. Il castello, insieme alla torretta longobarda, fu in gran parte rifatto da Antonio De Sivo (fu trasformato in un palazzo signorile), mentre la torre Artus fu rafforzata da Giacinto, fratello di Antonio. Il Volpicella chiuse il suo saggio scrivendo: « questi tre edifici, la cui conservazione è fortunatamente così assicurata, formano oggi una linea assai dilettosa all’occhio dell’artista e danno alla mente del pensatore il pascolo delle fortunose loro vicende ». Purtroppo, questa certezza è durata fino all’ultima guerra mondiale quando, sia per gli atti vandalici, operati dalle truppe alleate, sia per l’indifferenza degli attuali proprietari, il castello ha subito ripetute azioni distruttive da persone che hanno rubato pavimenti, soglie, infissi……

Oggi, a distanza di centodue anni, avremmo bisogno di nuovo dei fratelli de Sivo per rimettere a posto questo meraviglioso panorama, che tanto ha fatto sognare gli artisti di ogni luogo, che venivano a Maddaloni per immortalare questo sogno incantevole.

 3 Rosa Carafa: Una residenza fortificata trasformata nell’800 – Napoli, Salerno 1985

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un giovane G. De Sivo...virtuale

Tuttora, gli eredi dei signori De Sivo assistono passivamente al degrado del castello e penso che noi, come cittadini di Maddaloni, abbiamo il dovere di fare qualcosa per evitare che questo abbandono continui, e attivarci a sostegno anche del Gruppo Archeologico Calatino e della Pro-Loco, e sollecitare un intervento deciso dell’Amministrazione Comunale a rilevarne la proprietà. Speriamo che un giorno questo luogo incantato ritorni al suo antico splendore…

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Palazzo Ducale (oggi Villaggio dei Ragazzi)

 

                                                          

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

GIACINTO DE SIVO: “ Storia di Galazia Campana e di Maddaloni ”– Napoli 1860-1865

FRANCESCO PISCITELLI: “ Dissertazioni sulla storia di Maddaloni ” - Maddaloni 1885

LUIGI VOLPICELLA: “ Le Torri e il Castello di Maddaloni  ” – Trani 1904

PIETRO VUOLO: “ Maddaloni nell’età angioina e aragonese  ” – Storie minime maddalonesi – Maddaloni 1999

PIETRO VUOLO: “ Maddaloni nella storia di Terra di Lavoro  ” – Maddaloni 2005

VINCENZO NAPOLITANO: ” Il castello medioevale  ”

FEDERICO CORDELLA: “Il Castello di Maddaloni  ”

ENRICA GUERRA: “ Eleonora d’Aragona e i doveri del principe  ”

LILIA ROCCO: Cenni storici sul “ Palazzo Diomede Carafa di Maddaloni ”

ROSA CARAFA: “Una residenza fortificata trasformata nell’Ottocento” Napoli, Salerno 1985

MICROSOFT ENCARTA 2006: Enciclopedia Premium

WIKIPEDIA: “ Angioini  ”

 

G.De Sivo …virtule

 

Breve Glossario Medioevale

 

Aio: Un tempo, educatore, istitutore.

Angioini: Dinastia della contea d'Angiò, nella Francia nordoccidentale.

Aragonesi: Sovrani della casa d'Aragona che a partire dal 1282 regnarono in Sicilia e, dalla metà del secolo XV, anche a Napoli.

 Archibugio: Arma da fuoco portatile usata nei secoli XV e XVI. L'archibugio consisteva in origine di una canna pesante e di un dritto fusto, ed era così ingombrante che per sparare doveva essere sostenuto da un supporto.

 Arciere: 1 Milite a piedi o a cavallo, armato d'arco. 2 Tiratore d'arco.

 Ariete: Antica macchina da guerra costituita da una trave armata di testa di ferro, usata per demolire porte e muraglie.

ArmaturaEquipaggiamento, realizzato generalmente in cuoio e metallo, atto a proteggere il corpo durante il combattimento. L’armatura era costituita da diversi elementi, destinati a proteggere le varie parti del corpo: lo scudo, l’elmo, la corazza, il pettorale, lo schiniero. Più tardi, durante le crociate, vennero adoperate armature di maglia di ferro dette usberghi. Nel corso del XIV secolo le armature vennero modificate in modo da deviare i dardi scagliati dalle balestre che, viaggiando a elevata velocità, penetravano facilmente la maglia di ferro. Vennero realizzate così nuove “pezze d’arme” per braccia e gambe, e una sorta di giubba che, dotata di piccole piastre fissate internamente, si chiudeva sul davanti, aderendo al corpo.

Armi bianche: Strumenti di offesa e difesa atti a colpire di punta o di taglio. Fino alla sviluppo delle armi da fuoco, conseguente alla scoperta della polvere da sparo, sono state il mezzo prevalente nella guerra. Armi bianche sono il pugnale e il coltello, la spada, il gladio e la sciabola, la mazza e la mazza ferrata, la baionetta e la sciabola-baionetta per i fucili della cavalleria. Assimilabili sono le armi da lancio: freccia, lancia, giavellotto, fionda. La difesa dalle armi bianche veniva assicurata dallo scudo, dalla corazza, dall'elmo, più o meno provvisto di celata.

 Assedio: Complesso delle operazioni svolte da un esercito attorno a un luogo fortificato per impadronirsene con la forza.

 Balestra: Arma da guerra e da gara ampiamente diffusa in Europa nel corso del Medioevo. La balestra consisteva di un fusto di legno, o impugnatura, e di un arco in legno, ferro o acciaio, disposto

trasversalmente al fusto. Una corda, trattenuta in un incavo da un meccanismo di arresto comandato da una manetta, veniva messa in tensione da un sistema di carrucole o, nei modelli più piccoli, manualmente. Il proiettile (chiamato dardo), che era collocato in una scanalatura all'estremità del

fusto, poteva essere lanciato con notevole potenza tirando la manetta. Per caricare le balestre più grandi e potenti occorreva la collaborazione di diversi uomini.

 Baluardo: Gran bastione di una fortificazione.

Bombarda: Rudimentale tipo di bocca da fuoco dei sec. XIII e XIV.

Barbacane: Opera dell'antica fortificazione fatta per rinforzo di altre opere | Muro con feritoie che s'innalzava davanti alla porta della fortezza per accrescerne la difesa.

 Baronia: Dominio del barone Potere economico o politico, di ambito molto esteso e dispoticamente esercitato.

 Bastione: Elemento architettonico angolare applicato, agli inizi del XVI secolo, alle costruzioni fortificate con lo scopo di consentirne una difesa ottimale e di agevolare l’uso delle artiglierie proprie racchiuse al loro interno.

 Caditoia o Piombatoia: Apertura fatta negli sporti e nei ballatoi delle antiche fortificazioni, da cui si scagliavano sassi, saette, fuochi, artificiali, olio bollente, calce viva,pece per colpire il nemico.

 Cameriere o Camerario: Titolo dato al gentiluomo di corte addetto alle stanze del sovrano.

Cannone: L'invenzione del cannone risale alla prima metà del XIV secolo. I primi cannoni usavano cariche di polvere pirica per sparare grosse pietre o sfere metalliche ed erano sostanzialmente costituiti da voluminosi tubi metallici ad anima liscia che venivano caricati dalla bocca; il rinculo veniva assorbito dal moto all'indietro dell'affusto, che per questo era dotato di ruote.

 Caporale: Primo graduato della gerarchia militare, comandante una squadra.

 Casamatta: Locale di un'opera di fortificazione, fornito di cannoniere per il tiro delle artiglierie sistemate all'interno.

 Castello: Castello Nell’Europa medievale, residenza fortificata di un signore feudale.

 Catapulta: Macchina da guerra usata nell'antichità e nel Medioevo per lanciare dardi, massi o altri tipi di proiettili. Le catapulte di dimensioni maggiori erano montate su una robusta piattaforma di legno; si trattava di armi simili a gigantesche balestre, il cui propulsore veniva caricato tirandolo all'indietro per mezzo di funi, ed era trattenuto da un gancio di arresto.

 Cavaliere: 1 Chi va a cavallo. 2 Soldato dell’arma di cavalleria. 3 Membro della cavalleria medioevale.

 Cerchia urbana: Primo elemento difensivo di una città, la cerchia urbana consiste in una muratura fortificata, di varia forma e spessore, che circonda l’abitato e consente eccezionali raggruppamenti di truppe al suo interno.

 Cimiero: Decorazione posta alla sommità dell'elmo

 Clero: Insieme dei sacerdoti cui è affidato il culto divino.

 Colubrina: Antica bocca da fuoco, di piccolo calibro, con forte portata.

Conestabile: Gran scudiero di corte, poi ufficiale della corona, con alto comando militare o importanti incombenze civili.

 Contado: 1 Campagna circostante una città. 2 Popolazione del contado.

Conte: Titolo nobiliare dapprima pari e in seguito immediatamente inferiore a quello di marchese

Contrafforte: Rinforzo in muratura sporgente a scarpa da una costruzione o da un muro di sostegno.

Cortina muraria: Nel contesto dell’architettura difensiva indica la costruzione perimetrale in muratura che delimita e protegge una città, una fortezza, un castello o anche solo un edificio dimensionalmente rilevante.

Crociato: Soldato di una crociata.

Daga: Spada corta e larga, a due fili.

Donzello: Giovane nobile che doveva conseguire l'investitura cavalleresca | Donzello di corte, paggio.

Duca: Anticamente, sovrano di un ducato | Persona insignita del grado di nobiltà inferiore a quello di principe e superiore a quello di marchese.

Duello: Forma di combattimento in cui due contendenti si affrontano ad armi pari. Il duello, di origine medievale e molto diffuso fino alla prima metà dell'Ottocento, rappresentava la drastica risoluzione di una controversia, il modo più onorevole per rispondere a un'offesa.

Elmo: Copricapo protettivo, di solito di metallo, cuoio o materiale plastico, utilizzato in operazioni militari, in particolari occupazioni e in alcune attività sportive. Gli elmi per il combattimento, dalle forme più svariate, vengono indossati fin dai tempi più antichi. Dagli inizi del XV secolo fino al 1650 circa, vennero sviluppati in tutta Europa modelli diversi per forma e dimensioni, decorati in modo più o meno elaborato. Al diffondersi delle armi da fuoco, gli elmi persero la loro utilità, in particolare come protezioni per il volto.

Epigrafe: 1 Iscrizione. 2 Citazione in versi o in prosa all’inizio di un’opera o di una sua parte. Dedica posta in fronte a un libro.

 Fante: Soldato di fanteria

 Feritoia: Con il termine feritoia si designa una sorta di nicchia ricavata nello spessore murario delle

torri e degli edifici muniti, coperta da una voltina ribassata o da un architrave in pietra e destinata, a partire dall’XI secolo, ad ospitare almeno un difensore.

Feudatario: Nel mondo medievale, titolare del feudo.

Fortilizio: Piccola fortezza.

Fossato: Opera difensiva consistente in un profondo ed ampio scavo facilmente allagabile introdotto, lungo il perimetro esterno di una costruzione fortificata per ottenere un isolamento controllato dalla pianura circostante e sopperire all'assenza o alla elementarità di altre difese.

Gabella: Imposta,spec. dazio.

Galea: Nave da guerra a remi e a vela, tipica del Mediterraneo, usata fino al sec. XVIII

Gastaldo In epoca longobarda, dignitario con funzioni di amministratore per conto del re.

Ghibellino: Nel Medioevo, chi (o che) in contrapposizione ai guelfi, sosteneva l’imperatore contro il papato.

Giostra: Nel Medioevo e nel Rinascimento la giostra era un combattimento, con lance o altre armi smussate, svolto fra due cavalieri come prova spettacolare di abilità e di ardimento. La giostra era una "singolar tenzone" (tra due cavalieri); una giostra "a plurale tenzone" (a coppie o a squadre) si chiamava torneo.

Giullare: Nell'Europa medievale, attore di strada o di corte.

Gogna: Collare di ferro che si stringeva attorno alla gola dei condannati alla berlina.

Guardia: L’atto del custodire, del guardare un luogo, una persona.

 Guelfo: Nel Medioevo,chi (o che) in contrapposizione ai Ghibellini, sosteneva il papato contro l’imperatore.

 Guerra: Un ‘azione di eserciti che si offendono vicendevolmente.

Investitura: Concessione di un feudo, di una carica, di un diritto e sim., spec. mediante atto o cerimonia solenne

Lancia: Arma costituita da un'asta di lunghezza variabile terminante con una punta aguzza, usata sin dai tempi preistorici sia come arma per il combattimento ravvicinato o per colpire a distanza, sia per la caccia. L'asta era di solito di legno, lunga circa due metri e mezzo, mentre la punta era in selce o in osso nei tipi più arcaici, in bronzo o in acciaio nei modelli posteriori.

 Longobardi: Popolazione germanica che dominò la penisola italiana dalla metà del VI alla fine dell'VIII secolo, dando una profondissima impronta all'assetto politico-istituzionale dell'Italia per i secoli successivi.

Maniero: 1 In epoca feudale, dimora del feudatario. 2 Castello, villa di campagna.

Marchese : Titolo nobiliare intermedio tra quello di conte e quello di duca

Medioevo: Periodo della storia europea successivo al declino dell'impero romano d'Occidente. Convenzionalmente si fissa la sua data d'inizio nel 476, anno in cui venne deposto Romolo Augustolo, ultimo sovrano dell'impero romano d'Occidente. Convenzionalmente se ne fa coincidere la fine con la "scoperta" dell'America, da parte di Cristoforo Colombo, nel 1492.

Menestrello: Figura di intrattenitore professionista dell'Europa medievale, capace di suonare, cantare, raccontare storie ed eseguire acrobazie e giochi di prestigio o di destrezza. Alcuni menestrelli erano stabilmente in servizio presso le corti, allo scopo di distrarre e divertire i signori e i loro nobili ospiti; ma nella maggior parte dei casi erano itineranti.

Merlo:La parte superiore di ogni lavoro o di fortificazione murata, non continua, ma interrotta ad uguale distanza dalle aperture dalle quali si saetta il nemico. Secondo la tradizione i merli sono di forma rettangolare per i merli guelfi e a coda di rondine per quelli ghibellini.

Milizia: Esercizio del mestiere delle armi. Vita militare.

Normanni o Vichinghi: Nome attribuito a diversi popoli scandinavi protagonisti di ripetute scorrerie e di ampi movimenti migratori tra l'800 e il 1100, noti nel periodo altomedievale come vichinghi.

Ostrogoti: Popolazione germanica che con i visigoti costituì uno dei due rami principali dei goti.

Paggio: Giovane nobile che in passato veniva avviato ai gradi superiori della cavalleria e alle cariche di corte.

Picca: Arma in asta terminante con punta acuta di ferro, usata anticamente dai soldati di fanteria.

Polvere pirica: Polvere esplosiva costituita da una miscela di nitrato di potassio (75%), di carbonella (15%) e di zolfo (10%). La polvere pirica, detta anche polvere nera o polvere da sparo, è il primo esplosivo utilizzato nella storia.

Principe: Membro non regnante di una famiglia reale | Figlio di sovrano regnante. | Principe ereditario, destinato alla successione del trono per diritto ereditario | Principe consorte, marito d'una sovrana regnante.

RE: Sovrano di un grande stato.

Regina:Moglie del re. 2 Donna che regna, essendo a capo di una monarchia.

Rocca: Sinonimo di rupe, il termine rocca compare in origine con il significato di edificio fortificato omogeneo a destinazione mista (militare e residenziale), elevato su un’altura rocciosa e munito di torre. Ma successivamente, trasformato dal processo semantico tipico di tutte le lingue,il termine viene utilizzato per designare, specie nel Quattrocento (periodo del suo massimo sviluppo), un castello di pianura con prevalente funzione militare, destinato ad ospitare non più il signore feudale, ma le truppe stanziate sul territorio ed il loro comandante, e spesso costruito ex novo come rinforzo della cinta muraria cittadina già esistente.

Sacco: Depredazione intera di una città, di una terra fatta da gente armata. Saccheggio.

Saetta: Proiettile che si tira con l’arco.

Saraceno: Musulmano, spec. nell’antica terminologia risalente alle crociate.

Scarpatura: Opera difensiva consistente nell’integrazione o nel semplice accostamento di un muro inclinato alla base della cinta muraria di una città o di una fortificazione, allo scopo sia di rafforzarne le fondamenta ed aumentarne la stabilità strutturale, sia, nello stesso tempo, di tenere a maggior distanza possibile dal perimetro murario torri d’assedio e scale nemiche.

Scomunica: Pena o censura di diritto canonico comportante l'esclusione dalla comunione dei fedeli, con i relativi effetti definiti dai canoni.

Scudiero: Colui che serve il cavaliere nei bisogni della guerra.

Scudo: Difesa di forma varia e materiali resistenti diversi che, infilata nel braccio sinistro, serve a difendere il corpo.

Siniscalco: Nell'alto Medioevo, ufficiale di palazzo incaricato di sovrintendere al servizio di tavola della mensa del re.Più in generale, titolo di funzionari reali con mansioni amministrative, politiche e a volte militari.

Soldato: Anticamente, chi esercitava a pagamento il mestiere delle armi.

Spingarda: Antica arma da fuoco incassata a foggia di grosso moschetto.

Svevi:  Insieme di tribù germaniche (tra cui marcomanni, alamanni, vangioni, bavari, senoni) delle quali diede notizia Giulio Cesare già nel I secolo a.C. come popolazioni stanziate a est del Reno.

Sudditi: Chi è sottoposto a una sovranità statale.

Torneo: Festa o spettacolo d’armi, nel quale i cavalieri (gli unici a potervi partecipare), rinchiusi in un largo steccato, assalendosi in squadre o a coppie con le lance in resta, cercano di rimanere padroni del campo, gettando in terra l’avversario.

Trovatori: Poeti che componevano in lingua d'oc e che diedero vita, tra l'XI e il XIII secolo, alla grande stagione della lirica provenzale. Il termine deriva dal provenzale trobadours, connesso con trobar, "trovare, comporre poesia".

Unni: Antica popolazione nomade di stirpe turco-mongola proveniente dall'Asia, che giunse in Europa nel IV secolo d.C. Le fonti antiche sono concordi nel descrivere gli unni come un popolo dedito quasi esclusivamente alla guerra, che sviluppò una grande abilità nel combattimento.

Uomo d’arme: E’ un soldato nobiledi cavalleria pesante armato di lancia e spada. Nella seconda metà del 1400 ha ai suoi ordini sei cavalli in Francia e Quattro in Italia che sono così chiamati: uomo d’arme,scudiero, donzello e valletto.

Usbergo: Specie di cappa di maglia fitta di ferro o di ottone a protezione del capo e del collo, usata anche per i cavalli.

Valletto: Giovane servitore, colui che nella milizia segue sopra un ronzino l’uomo d’arme per le fatiche del campo, cercare il foraggio, governare i cavalli da battaglia.

Vassallo: Nella società feudale, uomo libero che si assoggettava a un signore mediante vassallaggio.

Verone: Terrazzo scoperto, balcone.

Villani: Gente di villa, contadini.

Visigoti: Popolazione germanica.

 

                                             Antonio Pagliaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Pagliaro

 

Fotografo  On-Lus Galleria d'Arte "Il Castello" di Maddaloni (CE)

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  • Collaborazione con i migliori fotografi della Regione.

        Principali Mostre Fotografiche

  • Notte bianca 2007 a Maddaloni -"Un click per Maddaloni" -Mostra fotografica con Antonio Tedesco e Michele Pagliaro.
  • "Maddaloni nelle immagini" -Mostra fotografica con Antonio Tedesco e Michele Pagliaro - Duomo di Casertavecchia (12-13-14 Ottobre 2007).
  • "Maddaloni nelle immagini" -Mostra fotografica con Antonio Tedesco e Michele Pagliaro - Convitto Nazionale Statale "G.Bruno" -Maddaloni (dal 20 al 29 Ottobre 2007).
  • "Tra Cielo e Terra" -Mostra fotografica con Antonio Tedesco-Congrega di Santa Maria del Soccorso - Maddaloni
    (dal 08 al 26 Dicembre 2007).
  • "Tra Cielo e Terra" - Mostra fotografica con Antonio Tedesco - Duomo di San Michele  Arcangelo - Borgo di Casertavecchia (dal 27 Dicembre 2007 al 06 Gennaio 2008.

  • "Le bellezze medioevali in Campania" - Studio d'Arte " Il Castello" (dal 03 al 31 Maggio2008) - Maddaloni

  • "La pietà popolare attraverso le donne"- Congrega della Concezione (dal 10 al 31 Maggio 2008) - Maddaloni

  • Concorso Fotografico Nazionale Comuni-Italiani.it
     

       Foto pubblicate sui quotidiani:

  • Il Mattino                                                     
  • Corriere di Caserta
  • Il Giornale di Caserta
  • Roma
  • Caserta nuova
  • Il Caffè
  • Orizzonti (mensile)
  • DEN (mensile del denaro)                 
  • Art Diary (1993 e 1995)
  • Set
  • Ansa.it
  • La Gazzetta di Caserta

        Produzioni  RVM DVD-Film

  • Visita guidata al Centro Nautico di Presenzano - 2004
  • Omaggio a Salvatore di Giacomo - Salone storico Convitto Nazionale Statale - Maddaloni 2005
  • G.D.G. Tiro con l'Arco Fase Provinciale 2005 - Aversa
  • Notte mondiale a Maddaloni - Italia World Champion 2006
  • Passeggiando tra i ruderi del Castello di Maddaloni - 2006
  • Convegno:Castello di Maddaloni " Questione nazionale" - Foto virtuali e non del Castello di Maddaloni - Pro Loco Maddaloni -12 Gennaio 2007
  • P.O.F. Personale Educativo a.s. 2007/2008
  • Rettori dei Convitti Nazionali a Maddaloni -  Febbraio 2010
  • Pubblicità per il Liceo Classico Europeo di Maddaloni - Gennaio 2010
  • Carnevale  2010 a scuola - Convitto Nazionale Statale - Maddaloni 2005
  • Storia del Convitto Nazionale Statale e del Convento francescano - Febbraio 2010
  • II° Festival di Teatro "Convitti in scena 2010" -  Chiostro del Convitto Nazionale Statale "G. Bruno"- Maddaloni (CE)
  • Recita "Incantesimo del bosco" - Giugno 2010

        Produzione letteraria

  • Le Torri e il Castello di Maddaloni - Storia del Basso Medioevo - Maddaloni 2006
  • Breve storia della città di Maddaloni - Calendario VV. UU. - Maddaloni 2007
  • Breve storia del castello di Maddaloni - Calendario VV. UU. - Maddaloni 2007
  • Corso di Informatica per la Scuola Media - Maddaloni 2007
  • Corso di Informatica per la Scuola Media - Maddaloni 200
  • P.O.F. Personale Educativo a.s. 2007/2008

        Articoli  e/o foto pubblicati su testate on-line o siti web:

  • "Le bellezze medioevali in Campania" - Casertanews;Maddalonesi.it;Napoli Arte;Il Castelloweb;La voce del Matese

  • Scuola di tifo - Il Castelloweb;Casertanews;

  • Foto della "Chiesa nella roccia" - SassiLive.it;Comuni - italiani.it;

  • Tutti i Rettori nazionali a Maddaloni - Casertanews;Maddalonesi.it;Il Castelloweb;

  • Rientrati a casa i Rettori dei Convitti nazionali - Casertanews;Maddalonesi.it;Il Castelloweb;

  • Dopo 40 si rivedono gli ex convittori del G. Bruno - Casertanews;Maddalonesi.it;Il Castelloweb;Caserta On;

  • Gli alunni del G. Bruno in visita al Papa - Il Castelloweb;

  •  La scuola media del  G. Bruno ad Ischia in visita guidata - Il Castelloweb;

        Manifesti pubblicitari o depliant illustrativi

  • Depliant illustrativo I.P.S.S.A.R.- Cassino (FR).
  • Depliant illustrativo (in parte) Convitto Nazionale Statale "G. Bruno"-Maddaloni (CE).
  • Il Castello "Questione nazionale" Copertina avanti/retro.
  • Manifesto "Una domenica con voi"  7 Marzo 2010 "Open Day"  Liceo Classico ed Europeo "G. Bruno" di Maddaloni

 

 

Fine del libro

 

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