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GLI ESERCITI NAPOLETANI Nella storia militare d'Italia, Napoli e il Sud costituiscono capitolo a sé, non solo per le prove di valore date dai loro eserciti e dai singoli nei tempi del massimo assopimento delle virtù patrie, ma anche per il contributo alla dottrina recato da insigni comandanti e studiosi dell'arte della guerra, dal Pignatelli al Colletta, dal Capecelatro al grande Giuseppe Palmieri, marchese di Martignano (1721-1793), le cui Riflessioni critiche sull'arte della guerra piacquero molto a Federico II di Prussia. " Parecchi corpi — narra Rodolfo Corselli, ufficiale e storico del nostro secolo — militarono con onore fra le milizie di Carlo V. La battaglia di Pavia non solo fu guadagnata mercé la bravura del marchese di Pescara ma in essa un corpo di Napoletani comandato dal marchese di Sant'Angelo fece prodigi di valore. Questi ebbe l'audacia di assalire a corpo a corpo il re Francesco I e ne fu ucciso. Una schiera di cavalieri napoletani attaccò l'avanguardia francese comandata dal maresciallo Chabannes, la mise in rotta e fece dei prigionieri. Nella battaglia di Muhlberg (24 aprile 1547), dove Carlo V sconfisse i protestanti e fece prigionieri l'elettore di Sassonia e il langravio di Assia, la cavalleria napoletana decise le sorti del combattimento, passando l'Elba a guado a fronte di numerosi nemici. Sul finire del sec. XVI, la Spagna teneva sotto le sue bandiere otto reggimenti napoletani, i quali si segnalarono negli assedi di Ceuta e Orano, nella guerra del 1701 contro il Portogallo, e soprattutto nella guerra di successione contro Luigi XIV. Nel decennio in cui altri Italiani combattevano vittoriosamente alla battaglia di Guastalla (1733), anche le truppe di Carlo III, re di Napoli, pugnavano onoratamente nella guerra di successione. Il Keralio, che scrisse la storia della guerra dal 1737 al 1739 fra gli Austriaci e i Turchi, afferma che " nel 1738 nel combattimento di Orsova, l'esercito austriaco avviluppato dai mussulmani nelle gole che fiancheggiano il Danubio, dovette in gran parte la sua salvezza al faro valore con cui combatté il reggimento napoletano del conte Francesco Marulli, dando tempo all'esercito di disporsi al combattimento". Carlo III di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, giunse a Napoli il 10 maggio 1734: il nuovo re si portò dalla Spagna, quale dono fattogli dal padre, una buona metà di quello che doveva essere il suo esercito, compresa gran parte dell'artiglieria. Quella locale napoletana, infatti, si limitava agli addetti alla fonderia di cannoni di Napoli, ai Magazzini delle polveri di Castel delI'Ovo, al laboratorio di munizioni sulla strada di Chiatamone, alla Scuola e ai bombardieri delle fortezze e presidi costieri: il tutto per un complesso di appena 300 uomini. Le truppe provenienti dalla Spagna ammontavano invece a circa 35.000 uomini, cui vanno aggiunti altri 20.000 giunti poco dopo: erano composte da reggimenti spagnoli e anche da reparti irlandesi, svizzeri, valloni e corsi. All'inizio del regno di Carlo III l'influenza spagnola su tutto l'ordinamento dello Stato fu grandissima. Ciò era inevitabile: oltre al re, quanti avevano posti o incarichi di una certa importanza provenivano dalla Spagna. Pertanto, anche l'organizzazione e i regolamenti militari erano di chiara impostazione iberica. Gli stessi ufficiali superiori erano anch'essi spagnoli: in conclusione si fece di tutto per far scomparire quanto ancora sapeva di austriaco. Carlo III, convinto che per la sicurezza del suo regno era più adatta la forza della religione che quella delle armi, istituì i famosi dodici Reggimenti Provinciali soltanto nel 1743. I1 6 luglio 1738 aveva già istituito l' " Ordine Cavalleresco di San Gennaro ", che imponeva ai decorati l'obbligo di udire ogni giorno la messa. La " prammatica " del 1735 confermò le norme di reclutamento a suo tempo emesse dal governo vicereale; solo con le Ordinanze del 25 novembre 1743 la costituzione dei suddetti reggimenti provinciali manifestò l'intento regio di amalgamare contingenti locali con le truppe spagnole o d'altra provenienza.
Reparti e relative uniformi del 1755 sono oggi elencabili grazie a una serie di acquarelli coevi, conservati al Museo di San Martino di Napoli, provenienti da una raccolta intitolata Divisas y Antiguidades de todas las Trvpas, etc. Altro documento del tempo è il meno noto Documento De Ridder (dal nome di un collezionista parigino), che è consultabile presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito in un riassunto fatto a suo tempo dal Cenni. E importante perché prova che i due battaglioni di ogni reggimento differenziavano l'uniforme grazie a una diversa colorazione dei calzoni. Il secondo battaglione li portava di colore uguale a quello del panciotto, detto allora " giamberghino ", diminutivo di " giamberga ", che era il nome dato all'abito che, dalla vita in giù, si allargava a gonna fino al ginocchio e che sembra derivi dal nome del maresciallo di Francia Friedrich Hermann Schomberg (1615-1690). Nel 1765 il Tanucci, allora reggente al trono per la tenera età del re Ferdinando IV, scioglieva i Reggimenti Provinciali e ne formava sei nuovi. Tra il 1780 e il 1799 il Regno di Napoli usciva dall'orbita spagnola e, per iniziativa del ministro Giovanni Acton, l'esercito si rinnovava nella struttura e nelle uniformi. Il colore di queste si generalizzò nella giamberga blu per la fanteria, mentre le truppe a cavallo l'ebbero celeste o verde, con calzoni di pelle giallastra. Il taglio andò modificandosi verso un abito a falde e paramani più corti, sancito dal regolamento dell'8 aprile 1791. La Rivoluzione Francese e gli avvenimenti che la seguirono incisero profondamente sull'organizzazione militare napoletana. In seguito all'alleanza con gli Inglesi, seimila soldati combatterono contro la Francia a Tolone, nel 1793. I reggimenti di Cavalleria " Re ", " Regina " e " Principe ", ai quali poi si aggiunse il "Napoli " (in tutto circa duemila uomini, comandati dal generale Alessandro Filangieri, principe di Cutò), si distinsero in modo particolare nella campagna d'Italia del 1796, tanto da richiamare l'attenzione dello stesso Bonaparte che li chiamò, per i loro candidi mantelli, "i diavoli bianchi ". Con la loro tempestività e il loro valore, essi salvarono, dopo la vittoria francese di Lodi del 10 maggio 1796, l'armata austriaca in ritirata. Napoleone ne rimase impressionato al punto da essere spinto a concludere l'armistizio di Brescia con il re di Napoli. Lo scrisse al Direttorio e lo ripeté all'ambasciatore di Francia in Toscana, Miot, dicendogli testualmente: " I Napoletani hanno quattro eccellenti reggimenti di Cavalleria che mi hanno cagionato molto danno e dei quali mi sta a cuore sbarazzarmi al più presto! ". Non prevedeva certo che pochi anni dopo, prima il fratello Giuseppe e poi il cognato Murat avrebbero portato le trionfanti aquile napoleoniche sul trono di Napoli e che quella stessa Cavalleria lo avrebbe valorosamente servito nella tragica campagna di Russia. L'esercito del Regno di Napoli, che durò dal 16 febbraio 1806 al 20 maggio 1815 e di cui furono re, come si è detto, prima Giuseppe Bonaparte, fino al 15 luglio 1808, e poi Gioacchino Murat fino al 20 maggio 1815, fu pari e talvolta superiore a quello del Regno Italico per numero di corpi, qualità, valore e anche per l'eleganza delle uniformi. In particolare Murat, che era ed è ancora famoso per la sua grande passione per l'abbigliamento militare, si dedicò personalmente alla progettazione di alcune di esse, specialmente per i corpi della Guardia e della cavalleria in genere. Dell'esercito del periodo di Giuseppe sappiamo ben poco e per quello di Murat molte sono ancora le lacune e le perplessità. In genere, per ricostruirne le uniformi si risale alla raccolta di acquarelli del pittore Orlando Nori, conservati al Museo di San Martino di Napoli. Egli li dipinse nella seconda metà dell'Ottocento, in base ai ricordi di vecchi soldati di Murat. Altre fonti sono le opere di Lienhart e Humbert e quella del Knotel. Ma è ormai certo che contengono varie inesattezze. Fonti essenziali restano i decreti, le ordinanze e i regolamenti dell'epoca, cioè la documentazione ancora ricavabile dall'Archivio di Stato di Napoli; il quale, purtroppo, ha subìto nel corso della sua esistenza distruzioni e dispersioni varie, tra cui, decisiva, quella segnalata dal noto uniformologo francese Forthoffer: durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana un reparto di Tedeschi, giunto da Roma, prelevò gran parte della documentazione della Sezione " Guerra e Marina " dell'Archivio di Stato di Pizzofalcone e in particolare proprio il materiale riguardante le ordinanze e i regolamenti relativi alle uniformi dell'esercito del periodo murattiano. Ciò perché, si dice, a un'alta personalità del Terzo Reich (forse Goering) interessava moltissimo tutto ciò che si riferiva a tali uniformi. Gioacchino Murat chiuse la sua avventura a Tolentino, dove fu battuto dagli Austriaci (3 maggio 1815) e quindi costretto a lasciare Napoli ai Borboni.
Il re Ferdinando I, rientrato nella capitale, affidò subito al generale austriaco Laval Nugent (1777-1802) la riorganizzazione dell'esercito, che Vienna avrebbe voluto sufficientemente forte per trarne, in caso di guerra, non meno di 25.000 uomini. Il Nugent riuscì a mettere insieme un'armata composta da una Guardia Reale, 14 reggimenti di fanteria, 4 battaglioni cacciatori, 5 reggimenti di cavalleria, artiglieria e genio; riuscì anche a costituire una "milizia provinciale" di 90.000 uomini. Ma sia questa che l'esercito permanente erano ostili ai Borboni, ai quali, con i famosi moti di Nola (2 luglio 1820) in pochi giorni, strapparono la concessione della costituzione. Seguirono l'intervento austriaco e la rotta dell'esercito borbonico, sul quale il re infierì ferocemente. Fu quindi instaurato il reclutamento volontario e nel 1825, sotto Francesco I, si formarono anche quattro reggimenti di mercenari svizzeri. Questi, forti di 6.000 uomini, restarono il nerbo dell'esercito anche sotto Ferdinando II (1830-1859), che affiancò loro volontari e uomini di leva in numero molto ridotto. Erano ammessi a far parte dell'esercito anche i figli di ufficiali e sottufficiali dell'età di dieci anni, detti << figli di truppa >>. Durante il regno di Ferdinando II e soprattutto durante quello del suo successore Francesco II, si verificano fatti connessi con il Risorgimento nazionale, di cui stiamo per trattare, a cominciare dalla partecipazione napoletana agli eventi del 1848-1849, quando due divisioni napoletane, al comando di Guglielmo Pepe, si affiancarono per breve tempo all'Armata Sarda. Al loro richiamo in patria (21 maggio) alcuni reparti rifiutarono il ritorno e seguirono Pepe a Venezia. Altri combatterono a Curtatone e Montanara. Agli avvenimenti del 1860-1861, che vedranno la fine del regno, le forze armate borboniche si presentarono forti di 100.000 uomini. Come è noto, non bastarono a salvare il regno né il ricordo di un esercito e di una marina un tempo prestigiosi. |
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