DAL MEDIOEVO AL MEDIOEVO, BREVE
STORIA DI UNA NAZIONE ALLO
SFASCIO....
DOMENICA
30 marzo 2008 muore in una piazzola
autostradale un ragazzo di 28 anni
tifoso del Parma, travolto da un
pullman in fuga di tifosi juventini,
era in programma Juventus-Parma,dopo
il tentativo, da parte dei tifosi
del Parma,di aggredire quelli della
Juventus per "vendicare" gli scontri
che si ebbero all'indomani di un
Parma-Juventus del 2005, scontri che
costarono il divieto di
frequentazione di tre anni comminato
al medesimo tifoso parmigiano poi
ucciso nella piazzola. Andare in
giro con dei colori addosso è
diventato un enorme rischio per
tutti, a prescindere
dall'appartenenza ad una presunta
tifoseria organizzata. Una logica
medioevale che ha preso piede in una
nazione vuota, completamente
svuotata di significati, per cui è
lecito e logico ammazzarsi per un
mondo perlinato di miliardari,
piuttosto che impegnarsi quantomeno
nel cercare di fare meno danni
possibili quando ci si muove. Code
in ogni dove, qualsiasi interstizio
è riempito da parcheggi, auto e
Centri Iper Commerciali con rimesse
sotterranee a 100 metri di
profondità rasentando le falde
acquifere. Un paese spogliato,
inquinatissimo, sostanzialmente
invivibile socialmente ha creato
questi vuoti pneumatici che si
riempiono di scaramucce artificiose
tra parti di fazioni risultato di
macerie post-comuniste/neo-fasciste/consumiste.
Una medioevalizzazione aggiornata al
terzo millennio che, partendo da una
economia
statual-familiare-clientelare
italiota delinquenziale, Garrone
presidente della petrolchimica Erg e
della società sportiva Sampdoria che
vuole i contributi statali del
Cip6-Enel per stoccare i suoi
rifiuti tossico-nocivi nell'Etna
previa autorizzazione del Ministero
dell'Ambiente ( intervista
documentata da Beppe Grillo nello
spettacolo Reset, ndr) come specimen
di una schiera spaventosa di
personacce insediate
contemporaneamente in 3-4 consigli
di amministrazione di aziende che
dovrebbero essere l'ossatura
produttiva di una nazione, finisce
nel liquame di una società
scorporata di infinitesimali
interessi egoistici senza la pur
minima tensione sociale. In questo
spurgo disintegrato si "illuminano"
queste morti, questi assassinii
voluti e confezionati così come sono
volute le morti a migliaia sui posti
di lavoro di una nazione
economicamente barcollante tra la
servitù della gleba ed il mega
capitalista-latifondista ante
rivoluzione industriale. Ma non è
l'inizio questo: è la fase finale di
un processo che, nel caso specifico
del così detto calcio, ha avuto
origine negli anni sessanta, gli
anni del boom economico, anni che
videro il primo morto da stadio nel
1963 a Salerno, durante
Salernitana-Potenza, tal Giuseppe
Plaitano morto a seguito delle botte
seguite dagli scontri avvenuti tra
tifosi e forze di polizia dopo che
veniva annullato un gol alla
Salernitana. Quella morte
"collaterale" fu il segno del
"cambiamento dei tempi" dato il
sorgere della STRATEGIA DELLA
TENSIONE voluta da servizi segreti
destrorsi deviati che disseminavano
bombe ed attentati in tutta la
penisola per contrastare la regal
borghesia sinistrorsa annoiata che
si industriava nel terrorismo
"romantico" che doveva scuotere le
masse proletarie. Quelle scaramucce,
che lasciarono parecchi morti
"sfigati", nel senso che si
ritrovarono lì per caso, non per
scelta, che andarono ad esaurirsi
biologicamente, nel senso che i
ventenni sessantottini, diventarono
i trentenni settantottini pronti ad
accogliere "l'onda lunga" del
rampantismo tangentocrate italiota,
quella classe dirigente oggi verso
la gerontocrazia clerical-sovietica
sempre ad impastare nei discorsi
elettorali le stesse medesime cose
che farfugliavano alla fine dei
settanta: sicurezza, sviluppo, più
ricchezza, meno tasse, si spostarono
negli stadi, visti con lungimiranza
come nuovo teatro di pseudo scontro
di masse impastate: nel 1979 così a
Roma, con una scacciacani, un tifoso
della Roma ammazzava un tifoso della
Lazio, Paparelli. Da lì in poi,
mentre i brigatismi rifluivano tra
morti, incarcerati a vita,
fuggitivi, riplasmati nelle
televisioni private, voltagabbana,
giornalisti prezzolati come prime
penne intellettuali, iniziò una
straordinaria discesa: nel 1983
all'indomani di Milan-Cremonese un
tifoso del Milan, Fonghessi, veniva
accoltellato a morte da altri tifosi
del Milan. Vistisi in difetto, i
tifosi "organizzati" dell'Inter
cercarono subito di "pareggiare" i
conti accoltellando un tifoso
dell'Austria Vienna all'indomani di
Inter-Austria Vienna di coppa Uefa
del 1983. Nel frattempo si
moltiplicavano gli scontri tra
tifoserie con contusi, feriti
gravi....Dai e dai i tifosi dell'Inter
pareggiavano i conti durante la
trasferta Ascoli-Inter del 1988,
quando il tifoso ascolano Filippini
ci lascivaa la pelle durante gli
scontri con i supporter neroazzurri.
Gli ultras rossoneri non rimasero a
guardare: nel 1989 durante
Milan-Roma muore un giovane tifoso
romanista colto da infarto mentre
scappava da una carica dei supporter
rossoneri. I neroazzurri tentano il
"pareggio" durante un Inter-Napoli
del 1990 passato alla storia per gli
striscioni antisemiti esposti
sfruttando le travi di sostegno
della copertura dello stadio. Il
pareggio vero e proprio arrivava
durante un Inter-Cagliari del 1991
quando moriva un ragazzo volando da
una delle torri che porta agli
spalti in circostanze misteriose.
Nel maggio 1993 all'altezza della
stazione di Arquata Scrivia, si
scatena una battaglia campale tra i
tifosi del Milan e quelli della
Sampdoria, i cui treni speciali per
tifosi incrociavano proprio in
quella stazione. Non ci scappa il
morto solo per miracolo, tuttavia i
supporter rossoneri si "riportano in
vantaggio" nel 1995: durante la
trasferta Genoa-Milan moriva il
tifoso del Genoa Spagnol
accoltellato a morte da Simone
Barbagia, un neotifoso del gruppo
"Brasati". Nel frattempo la liceità
dello scontro si era pervasa di
simbologia neonazista: solo il
decreto Mancino sulla sicurezza
negli stadi del 1993 impose lo
scioglimento del gruppo SKIN
INTERISTA appostatosi nella così
detta Curva Nord. Il 1995 segna una
ulteriore involuzione in quanto lo
scontro ed il morto viene cercato a
prescindere dalla partita e non
necessariamente nei pressi dello
stadio. Infatti nel 1994, 30
gennaio, Salvatore Moschella, 22
anni, muore gettandosi dal treno su
cui viaggia dopo essere stato
aggredito con alcuni tifosi del
Messina di ritorno dalla trasferta
di Ragusa. I siciliani prima lo
picchiano e poi continuano a
infastidirlo. Moschella, nel cercare
una via di fuga, si getta dal
finestrino, mentre il treno rallenta
in prossimità della stazione di
Acireale. E ancora: il
24 maggio 1999,
la mattina seguente la partita tra
il Piacenza e la Salernitana, sfida
decisiva per la permanenza in serie
A, il treno speciale che riporta a
casa gli oltre 3 mila tifosi
campani, proprio in prossimità della
stazione di Salerno, prende fuoco in
una galleria. Nel rogo, appiccato
dagli stessi tifosi, perdono la vita
quattro giovani supporter granata.
La cadenza si accelera: il 17
giugno 2001 a Messina si disputa
l'acceso derby con il Catania,
decisivo per la promozione in serie
B. Tra le due tifoserie prima della
partita si verifica un reciproco
lancio di oggetti. Dal settore degli
ospiti viene lanciata una
bomba-carta che esplode in mezzo ai
tifosi della Curva Nord e ferisce
Antonino Currò, 24 anni, il quale
finisce in coma e dopo pochi giorni
muore. Poco prima i tifosi
interisti, ancora in difetto nei
confronti del "derby" dei morti con
i "cugini", tentarono di
scaraventare un motorino dal secondo
anello della Curva Nord al primo
durante Inter - Atalanta, solo la
transenna della curva ha impedito la
caduta del mezzo sopra la testa
delle persone che assiepavano la
parte sottostante. Le pesantissime
squalifiche comminate alle società
di calcio responsabili dei propri
tifosi, nella fattispecie all'Inter
fu inibito lo stadio di San Siro per
4 giornate disputando le partite
casalinghe a minimo 300 chilometri
di distanza da Milano per motivi di
sicurezza, non interrompono la
discesa:il pastone della faziosità
infatti coinvolge le stesse forze di
polizia che si distinsero
"brillantemente" nel pestaggio
reiterato e folle durante il G8 di
Genova, pestaggio che produsse la
reazione delle persone e la morte
del giovane Giuliani ucciso da un
altrettanto giovane Carabiniere, tal
Placanica. E' un ulteriore salto
verso il basso: Il 20
settembre 2003, finisce in tragedia
il derby Avellino-Napoli. Muore
Sergio Ercolano, ventenne tifoso
partenopeo, precipitato nel vuoto
durante gli scontri tra tifosi e
polizia. In questo caso la società
Napoli fu obbligata a giocare fuori
dallo stadio casalingo per
otto partite. Non basta: le forze di
polizia furono accusate, durante il
derby Roma-Lazio del 21 marzo 2004,
di aver investito un bambino durante
gli scontri con le tifoserie
giallorossa e bincoazzurra, e per
questo la partita fu sospesa. In
realtà la notizia era falsa.
Nell'aprile 2005 i supporter nero
azzurri dell'Inter sospendevano il
derby di Coppa dei Campioni con un
fittissimo lancio di fumoggeni in
campo dopo l'annullamento di un gol
dell'Inter: siamo al tutti contro
tutti, ovvero i gruppi
"disorganizzati" si scontrano contro
i loro stessi dirimpettai, contro la
polizia e contro le stesse società
per le quali fanno il tifo.
All'indomani di questa partita
veniva emesso il decreto Pisanu
sopra la "sicurezza degli stadi",
introducendo il biglietto nominale,
il divieto di trasferta, il divieto
di striscioni e l'ingresso
elettronico scannerizzato.
Nonostante ciò il tutti contro tutti
segnò il derby siciliano tra Catania
e Palermo del 2 febbraio 2007. Nella
battaglia campale rimane sul campo
l'ispettore di polizia Filippo
Raciti, le cui dinamiche della morte
sono ancora da stabilirsi con
precisione. Non finisce quì: nel
novembre 2007, in una piazzola di
sosta dell'Autostrada del Sole,
all'altezza di Arezzo, muore
Gabriele Sandri, ucciso da un colpo
di pistola di un poliziotto che
interveniva per dividere le
tifoserie laziali e juventine che
erano venute al contatto. Scoppia
una mezza rivoluzione a Milano,
Bergamo e Roma con i gruppi ultras
che prima sospendono le partite
Inter-Lazio, Atalanta-Milan e
Roma-Cagliari, e poi si scagliano
contro le stazioni di polizia con
l'intento di "vendicare" la morte
del "loro commilitone"...in mezzo
l'Italia vinceva il mondiale di
calcio nel 2006 con lo scandalo del
calcio scommesse che coinvolgeva
arbitri, società di calcio e le
stesse strutture che regolamentano
quello che chiamano sport.
AFFARISTI CON SCIARPA E SPRANGA...ALLA
SBARRA
18/12/2009
All’indomani
delle condanne di parte della
frangia mafio-fascistoide della
Curva Sud del Milan scompaiono i
profili di numerosi “esemplari”
da face book (due profili dei
quali compaiono all’interno di
questo “splendido” fascicolo),
per non parlare della scomparsa
dei siti storici
www.guerrieriultras.it
e Brigate Rossonere. Nel
frattempo continuano a pioggia
le condanne di parecchi
esponenti di questo pseudo
universo putrefatto:
"Neosquadristi", 18 condanne
In totale 104 anni di carcere
ROMA -
Condanne varianti da dieci anni
e sei mesi a 20 giorni di
reclusione, per complessivi 104
anni, sono state inflitte questa
sera a Roma a 18 estremisti di
destra finiti sotto processo con
l'accusa di aver preso parte ad
episodi di violenza avvenuti
nella capitale tra il giugno e
l'11 novembre 2007, il più grave
dei quali è l'assalto alle
caserme di polizia e carabinieri
in occasione della morte del
tifoso laziale Gabriele Sandri.
Le pene più pesanti sono state
decise dai giudici della settima
sezione del tribunale, dopo nove
ore di camera di consiglio, per
Fabrizio Ferrari (dieci anni e
sei mesi), Andrea Attilia (nove
anni e sei mesi), Alessandro
Petrella (otto anni e sei mesi)
e Roberto Sabuzi (otto anni).
Tra i condannati anche una
donna, Michela Ussia (quattro
mesi di arresto). Due le
assoluzioni, per Fabio Pompili e
Furio Natali.
Alcuni degli imputati sono stati
riconosciuti responsabili di
associazione per delinquere. I
reati contestati dai pm Pietro
Saviotti e Luca Tescaroli
andavano, a seconda delle
posizioni, dalle lesioni
aggravate alla devastazione,
dalla violenza al saccheggio.
Tra gli episodi finiti al vaglio
del tribunale l'aggressione agli
spettatori di sinistra al
concerto della Banda Bassotti a
Villa Ada nel giugno del 2007,
la progettazione di atti di
violenza contro le forze
dell'ordine, le tifoserie ostili
e la sinistra antagonista. La
maggior parte degli imputati
ritenuti responsabili degli
assalti alle caserme sono stati
interdetti per cinque anni dagli
stadi per manifestazioni
calcistiche e di rugby e
dovranno recarsi nei posti di
polizia un'ora prima degli
incontri.
Tra le parti lese che hanno
ottenuto risarcimenti ci sono il
Comune di Roma, l'Atac, il Coni,
gli agenti feriti e singoli
cittadini.
SANDOKAN LOMBARDI AL
CINEMA, I SUOI ENERGUMENI IN
GALERA
Il giudice delle direttissime di
Milano ha condannato a pene
comprese tra i sei mesi di
reclusione e quattro anni e
mezzo di carcere sei ultrà
milanisti accusati, a vario
titolo, di rissa aggravata e
lesioni per gli scontri avvenuti
durante il derby del 15 febbraio
scorso. Un tifoso rossonero,
invece, è stato assolto. Alla
pena più alta è stato condannato
Luca Lucci, che sferrò un pugno
contro un tifoso nerazzurro che
perse l'uso di un occhio. Al
supporter dell'Inter, costituito
parte civile, è stata
riconosciuta una provvisionale
di 140 mila euro a carico dei
sei condannati da versare in
solido. Il giudice ha anche
disposto per i condannati il
divieto d'accesso allo stadio
dai due anni ai cinque anni.
Francesco Lucci, fratello di
Luca, è stato condannato a due
anni e sei mesi. Dopo la lettura
della sentenza, alcuni amici
degli imputati, molti dei quali
con addosso la maglia della
curva sud milanista, hanno
urlato «bastardi» e «a
Spaccarotella hanno dato sei
anni». Alcuni momenti di
tensione si sono verificati
all'uscita degli imputati e dei
loro amici dall'aula.
«Quel pugno mi ha cambiato la
vita e moralmente non sto bene».
Lo ha detto V. M., tifoso
neroazzurro che durante il derby
del 15 febbraio scorso venne
colpito da un pugno e perse la
funzionalità dell'occhio
sinistro. Oggi gli ultrà
milanisti, accusati a vario
titolo di rissa aggravata e
lesioni in relazione a quegli
scontri, sono stati condannati a
Milano a pene fino a 4 anni e 6
mesi. «Cerco di non soffermarmi
troppo su quello che mi è
accaduto, altrimenti rischio di
diventare pazzo», ha spiegato il
tifoso dell'Inter che si è
costituito parte civile nel
processo. «Ho l'aiuto degli
amici che mi stanno vicino», ha
aggiunto il giovane, spiegando
anche che il suo occhio «si è
completamente svuotato di
materia per quel pugno e non ho
più il cristallino e l'iride». I
medici, ha raccontato il
giovane, «hanno detto che
sicuramente nella mano il mio
aggressore aveva un oggetto
tagliente». Luca Lucci, l'ultrà
del Milan che sferrò il pugno, è
stato condannato a 4 anni e sei
mesi. In un'udienza del processo
l'imputato aveva spiegato di
essere dispiaciuto per quello
che era successo. «Si fa fatica
a credergli, perchè in questo
processo ho capito veramente chi
è questa persona», ha affermato
il tifoso dell'Inter colpito
quella sera allo stadio.
(http://www.123people.it/ext/frm?ti=ricerca%20di%20persone&search_term=luca%20lucci&search_country=IT&st=ricerca%20di%20persone&target_url=http%3A%2F%2Fvale-inter.myblog.it%2Farchive%2F2009%2F07%2F18%2Fsentenza.html§ion=blog&wrt_id=350
) C’erano una volta gli
ultras del Milan. Al loro
posto oggi c’è un gruppo
criminale nei cui reali
interessi il calcio occupa poco
spazio. L’occupazione militare
della Curva sud di San Siro da
parte di questo gruppo criminale
è avvenuta con sorprendente
rapidità e con metodi brutali.
Dentro la curva il gruppo fa i
suoi affari indisturbato, in una
delle poche zone della nostra
società in cui le regole della
legalità non valgono. Omertà e
violenza hanno accompagnato
questa presa di potere. «Io sono
orgoglioso di non essere uno di
voi», ha detto Paolo Maldini.
Non è stata un’affermazione
casuale.
Alcuni passaggi di questa presa
di potere sono noti. Altri,
finora sconosciuti, il Giornale
è in grado di documentarli. Non
è l’unico caso di infiltrazioni
criminali nel tifo organizzato.
Ma il caso del Milan è più
drammatico, e merita di essere
raccontato.
Martedì scorso il pm milanese
Luca Poniz ha chiesto il rinvio
a giudizio dei capi della nuova
curva rossonera. Associazione a
delinquere finalizzata
all’estorsione. I Guerrieri
Ultras - questo il nome del
gruppo che ha cannibalizzato a
tempo di record la curva - sono
accusati da Poniz di avere
trasformato la Sud in una
macchina da soldi, imponendo con
la forza la propria legge. Gli
episodi ricostruiti da Poniz
fanno impressione. Ma c’è
dell’altro.
Una inchiesta ancora riservata,
condotta dalla Digos milanese,
sta ricostruendo in queste
settimane il filo che lega
un’altra serie di violenze.
Violenze ai danni dei tifosi
«concorrenti». E violenze sugli
spalti, sorta di messaggi
mafiosi inviati al Milan per
costringerlo a venire a patti
con i nuovi capi della curva. Il
cervello è sempre lo stesso:
Giancarlo Lombardi detto «Sandokan».
Lombardi alla partita non ci va
più, perché colpito da diffida.
Uno dopo l’altro anche i suoi
luogotenenti - Luca Lucci, Mario
Diana, Giancarlo Capelli - sono
stati colpiti da diffida. Ma
anche dall’esterno i capi
Guerrieri continuano a dettare
legge. Lombardi due giorni fa
era in via Turati, davanti alla
sede del Milan, a farsi
intervistare, spiegando e
rivendicando gli insulti a
Maldini.
Brigate Rossonere, Commandos
Tigre, Fossa dei Leoni: i gruppi
storici sono spariti dalla curva
molto in fretta. La prima volta
che il nome dei Guerrieri
compare in un rapporto dei
carabinieri è l’8 gennaio 2006,
Milan-Parma. Già in quel
rapporto si dice che il nuovo
gruppo è sospettato di rapporti
con ambienti della malavita, si
parla di una sparatoria avvenuta
poco tempo prima in via Faenza,
di gruppi che controllano lo
spaccio al Parco Lambro, di
contatti con l’oscura e tragica
storia di un agente immobiliare
morto suicida. I fatti
successivi confermeranno e
rafforzeranno questi sospetti.
Il capo, Lombardi, per la
giustizia è solo un ex ladro di
auto che ha fatto carriera: ha
messo in piedi due società di
informatica, la Avant Garde e la
L&B Informatica, controlla il
Bar Bianco all’interno del parco
Sempione insieme a un socio
macedone, gira con una Ferrari
360 Modena. Una faccia pulita,
un imprenditore? Può darsi. Ma
il 1° luglio scorso la stradale
lo ferma sulla tangenziale est
di Milano, a bordo di una
Renault Clio dal cui finestrino
vola un pacchetto imbottito di
cocaina. A guidare la Clio, è il
braccio destro di Lombardi: Luca
Lucci, un gigante rasato e
tatuato, che sotto il sedile ha
un coltello da 25 centimetri. E
qui la cosa si fa ancora più
interessante. Perché di Luca
Lucci parla in un verbale del 3
agosto 2007 il «pentito» Luigi
Cicalese. Tra decine di crimini,
Cicalese racconta anche di avere
assassinato l’avvocatessa
milanese Maria Spinella. Per
fuggire dal luogo del delitto,
dice di avere usato una Clio
nera. È l’auto di Lucci. «Luca è
un amico, gli diamo la cocaina,
lo serviamo noi». Il contatto
tra il gangster e l’ultrà
rossonero è Daniele Cataldo,
rapinatore e narcotrafficante,
amico d’infanzia di Luca Lucci.
Quando Cataldo gli chiede l’auto
che verrà usata per il delitto,
Lucci gliela dà senza fare
domande. Non è solo il suo
grossista di cocaina. È anche un
suo amico.
Se questo è il milieu che sta
dietro i Guerrieri Ultras, non
c’è da stupirsi se le loro
vittime scelgano quasi sempre di
stare zitti. La sera del 25
gennaio 2007, davanti a San
Siro, Valter Settembrini dei
Commandos Tigre viene massacrato
di botte da due Guerrieri,
Michele Caruso e Massimiliano
Colombo. Lo accusano di essere
un confidente della Digos, lo
rovinano di botte. Ma al
processo Settembrini non si
costituisce neanche parte
civile. Scena ancora più
eloquente a Torino, 20 maggio
2008, Juventus-Milan. Un tifoso
juventino, William Marzano,
viene aggredito brutalmente dai
Guerrieri. Le telecamere
immortalano il solito Luca
Lucci. Quando la polizia lo
incrocia all’uscita dallo
stadio, pesto e sanguinante,
Marzano dichiara testualmente:
«Non è successo niente, sono
caduto dalle scale».
L’impunità genera altre
violenze. Il 15 febbraio scorso
Virgilio Motta, tifoso
interista, viene aggredito
durante il derby. Luca Lucci gli
sfonda un occhio, Motta perde la
vista per sempre. Questi sono i
metodi criminali della nuova
curva del Milan. (http://contursiacida.blogspot.com/2009/05/curva-sud-milano.html
)
Una domenica bestiale e una
giornata allo stadio cambia
la vita. Il derby che doveva
essere una festa di gol e invece
si è
inghiottito un po' di vita di
alcuni tifosi. Era il 15
febbraio dell'anno scorso alcuni
cuori rossoneri scesero dal
secondo
anello al primo pieni di rabbia:
volevano vendicare lo sgarro di
aver visto uno loro striscione
tirato giù e strappato dai
tifosi
dell'Inter. In un attimo fu
tafferuglio, botte e in un
attimo
uno di loro tra le mani si
ritrovò "sangue, lacrime e una
sostanza
gialla e gelatinosa. Era il
cristallino
che non avevo più, assieme a
parte dell'iride".SEI
ULTRA'
milanisti per quella violenza
sono stati condannati
a pene fino a 4 anni e 6 mesi di
reclusione, un imputato, invece,
è stato assolto. Il verdetto,
dopo il processo per
direttissima,
è stato accolto da
insulti"Bastardi", "Infami", "A
Spaccarotella
avete dato solo 6 anni" hanno
protestato alcuni
giovani che indossavano
magliette della curva sud del
Milan.
Forse non si rendono conto che
la vittima ha perso la fun-
zionalità dell'occhio e oggi è
costretto a girare con una benda
e
gli occhiali da sole. Per
lesioni gravissime e per
l'accusa di rissa
aggravata, è stata condannato a
4 anni e 6 mesi di reclusione
Luca Lucci, uno dei capi della
curva sud del Milan. Il pm
Giovanni
Polizzi aveva chiesto per lui 4
anni e 8 mesi. Il tifoso
interista,
costituito parte civile e
assistito dall'avvocato Consuelo
Bosisio, ha ottenuto il
riconoscimento di una
provvisionale
di 140 mila euro a carico dei
sei condannati che dovranno
rispondere
in solido."I
140 MILA euro te li devi
spendere tutti in medicinali,
maledetto
infame", ha urlato la moglie di
Luca Lucci, rivolta al tifoso
nerazzurro costretto ad uscire
scortato dalle forze
dell'ordine,
assieme al suo legale.
Francesco Lucci, fratello di
Luca, è stato condannato a 2
anni e
mezzo di carcere, mentre Marco
Pacini a 2 anni. Angelo Vittori,
Marco Solari e Antonino Amato
sono stati condannati
rispettivamente
a un anno (pena sospesa), a un
anno senza sospensione
condizionale e a 6 mesi (pena
sospesa). Il giudice
Alberto Nosenzo ha disposto il
divieto di accesso allo stadio
per cinque condannati dai 2 ai 5
anni. Le altre tre parti civili
costituite,
tra cui un bambino di 13 anni
che era allo stadio col
padre, hanno ottenuto la
condanna al risarcimento che
verrà
stabilita in sede civile.
Il giudice
delle direttissime di Milano ha
condannato a pene comprese tra i
6 mesi di reclusione e 4 anni e
mezzo di carcere 6 ultrà
milanisti accusati, a vario
titolo, di rissa aggravata e
lesioni per gli scontri avvenuti
durante il derby del 15 febbraio
scorso. Un tifoso rossonero,
invece, è stato assolto.
Alla pena
più alta è stato condannato Luca
Lucci, che sferrò un pugno
contro un tifoso nerazzurro che
perse l'uso di un occhio. Al
supporter dell'Inter, costituito
parte civile, è stata
riconosciuta una provvisionale
di 140 mila euro a carico dei
sei condannati da versare in
solido. Il giudice ha anche
disposto per i condannati il
diritto d'accesso allo stadio
dai 2 anni ai 5 anni. Francesco
Lucci, fratello di Luca, è stato
condannato a 2 anni e 6 mesi.
Dopo la
lettura della sentenza, alcuni
amici degli imputati, molti dei
quali con addosso la maglia
della curva sud milanista, hanno
urlato "bastardi" e "a
Spaccarotella hanno dato sei
anni". Alcuni momenti di
tensione si sono verificati
all'uscita degli imputati e dei
loro amici dall'aula.
"Quel
pugno mi ha cambiato la vita e
moralmente non sto bene". Lo ha
detto V. M., tifoso neroazzurro
che durante il derby del 15
febbraio scorso venne colpito da
un pugno e perse la funzionalità
dell'occhio sinistro. Oggi gli
ultrà milanisti, accusati a
vario titolo di rissa aggravata
e lesioni in relazione a quegli
scontri, sono stati condannati a
Milano a pene fino a 4 anni e 6
mesi. "Cerco di non soffermarmi
troppo su quello che mi è
accaduto, altrimenti rischio di
diventare pazzo", ha spiegato il
tifoso dell'Inter che si è
costituito parte civile nel
processo. "Ho l'aiuto degli
amici che mi stanno vicino", ha
aggiunto il giovane, spiegando
anche che il suo occhio "si è
completamente svuotato di
materia per quel pugno e non ho
più il cristallino e l'iride". I
medici, ha raccontato il
giovane,, "hanno detto che
sicuramente nella mano il mio
aggressore aveva un oggetto
tagliente". Luca Lucci, l'ultrà
del Milan che sferrò il pugno, è
stato condannato a 4 anni e sei
mesi. In un'udienza del processo
l'imputato aveva spiegato di
essere dispiaciuto per quello
che era successo. "Si fa fatica
a credergli, perché in questo
processo ho capito veramente chi
è questa persona", ha affermato
il tifoso dell'Inter colpito
quella sera allo stadio.
Il giudice
ha accettato la richiesta di
condanna formulata dal pm di
Milano Giovanni Polizzi di 4
anni e 8 mesi di reclusione nei
confronti dell'ultrà milanista
sotto processo a Milano, assieme
ad altri 6 tifosi rossoneri, per
gli scontri avvenuti allo stadio
di San Siro durante il derby
Inter-Milan dello scorso 15
febbraio, nel corso dei quali un
supporter nerazzuro perse l'uso
di un occhio.Per gli altri
imputati, il pm aveva chiesto
pene da un minimo di 1 anno e 2
mesi di reclusione fino a 3
anni.
L'accusa
aveva anche chiesto
l'applicazione dai 3 ai 6 anni
del divieto d'accesso nei luoghi
di manifestazioni sportive e
l'obbligo di presentarsi negli
uffici di polizia durante le
partite, ma il magistrato ha
disposto per i condannati il
diritto d'accesso allo stadio
dai due anni ai cinque anni.
Per
Francesco Lucci, fratello di
Luca, il pm aveva chiesto 3 anni
come per Marco Pacini. Per gli
altri 3 tifosi, invece, erano
state richieste pene di un anno
e 2 mesi, un anno e 3 mesi e un
anno e 6 mesi. Il pm ha parlato
di "spedizione punitiva".
Secondo l'accusa, infatti, gli
imputati scesero nell'anello che
ospitava i tifosi dell'Inter per
vendicare lo "sgarro" di uno
striscione stracciato. Dopo le
conclusioni delle altre parti,
in giornata potrebbe arrivare la
sentenza.
Per il
tifoso che ha subito la lesione
all'occhio, l'avvocato Consuelo
Bosisio aveva chiesto una
provvisionale immediatamente
esecutiva di 500 mila euro. "Non
potrà più avere normali
relazioni sociali", ha spiegato
l'avvocato. Il giudice ha invece
riconosciuto la provvisionale di
140 mila euro a carico dei sei
condannati da versare in solido.
Una
provvisionale di 10 mila euro,
invece, è stata chiesta dal
legale per una bambino di 13
anni che quella sera era allo
stadio assieme al padre, rimasto
coinvolto nei tafferugli (per
lui una richiesta di 5.500 euro
di provvisionale). "Quel bambino
ha visto scene tremende", ha
chiarito Bosisio. È stata
chiesta una provvisionale di 20
mila euro poi per un altro
tifoso nerazzurro che negli
scontri riportò la frattura del
setto nasale. Per queste
lesioni, però, il pm ha chiesto
l'assoluzione degli imputati
perché "non sappiamo chi ha
sferrato il pugno".
L'accusa
aveva chiesto l'assoluzione per
gli imputati anche dal reato di
aver superato le separazioni
dello stadio. Il difensore di
Luca e Francesco Lucci,
l'avvocato Paolino Ardia, aveva
spiegato che "ad agire non è
stata una falange armata, come
si vuol far credere". Luca
Lucci, ha aggiunto l'avvocato,
"ha ammesso di aver sferrato il
pugno e ha anche detto di
sentirsi dispiaciuto per la
lesione provocata all'occhio".
Un altro difensore, l'avvocato
Giovanni Adami, ha affermato:
"Se la stessa rissa fosse
avvenuta in una discoteca
milanese, nessuno sarebbe stato
denunciato".(http://www.loccidentale.it/articolo/calcio.+scontri+nel+derby+inter-milan:+pene+tra+i+6+mesi+e+i+4+anni+e+mezzo+di+carcere.0075399
) Siccome al peggio non c’è
limite, appena il giudice
finisce di leggere la sentenza
una ragazzotta della curva
milanista si lancia ad un palmo
da Virgilio Motta e comincia ad
urlargli in faccia. Motta è
l’interista cui il 15 febbraio
scorso Luca Lucci, uno dei nuovi
gerarchi del tifo milanista,
spaccò a pugni il cristallino di
un occhio, rendendolo orbo per
il resto dei suoi giorni. Il
giudice ha condannato gli
imputati a versargli
immediatamente centoquarantamila
euro di risarcimento. E la
giovane donna si lancia come una
furia sulla vittima urlandogli
in faccia «Infame, verme,
bastardo, spero che i
centoquarantamila euro te li
spendi tutti in medicine».
«Bastardo, infame», fanno eco
gli altri ultras lasciando
l’aula. Luca Lucci è stato
condannato a quattro anni e
mezzo di carcere, e rischia di
farseli davvero perché è
pregiudicato. Suo fratello
Francesco e gli altri quattro
imputati se la cavano con pene
minori, perché rispondono solo
della rissa. Ma i danni a Motta
dovranno pagarli tutti insieme.
Finisce così, alle 14,30 di
ieri, il processo per la
spedizione punitiva scatenata il
17 febbraio scorso dai Guerrieri
Ultras, i nuovi signori della
Curva Sud di San Siro, durante
il derby Inter-Milan. Non è solo
il processo per una rissa tra
tifosi; è il processo che ha
portato in aula per la prima
volta la mutazione genetica
degli ultrà milanisti, la nuova
generazione di capibranco che ha
cannibalizzato la vecchia,
gloriosa curva rossonera, quella
dei Commandos Tigre, delle
«Brigate», della Fossa dei
Leoni. Si chiamano Guerrieri,
hanno le teste rasate, i
bicipiti gonfi, e più di un
contatto con la criminalità
organizzata. I loro metodi
sbrigativi hanno fatto piazza
pulita. È dal pezzo di secondo
anello occupato dai Guerrieri
che parte, il 17 febbraio, la
spedizione punitiva contro gli
interisti della Banda Bagaj,
all’anello inferiore. Il
pretesto è uno striscione
strattonato, la verità è che ai
Bagaj quelli dei Guerrieri
l’hanno giurata da un pezzo
perché hanno il vizio di fare
chiasso, di sventolare un tifo
scanzonato che è lontano dai
riti un po’ truci del mondo
ultras. La squadraccia parte
compatta, scende dal secondo al
primo anello senza trovare
resistenza. Uno steward sta
succhiano il chupachupa. Un
altro è al telefono. Parte la
caccia all’interista. Il figlio
tredicenne di Rizza, uno dei
leader dei Bagaj, vede suo padre
riempito di botte, ed è un
incubo che lo seguirà a lungo.
Intanto Luca Lucci, punta dritto
contro Motta, lo colpisce da
dietro con un gancio devastante
all’orbita. Le telecamere del
Meazza filmano tutto. Il
processo che ne nasce varrebbe
la pena di mandarlo in onda
integrale, perché mai, durante
le tante udienze, neanche
lontanamente gli imputati
mostrano segni di pentimento.
Per la vittima, solo sguardi di
scherno e insulti a mezza bocca.
L’avvocato di Virgilio Motta è
una donna giovane e tosta,
Consuelo Bosisio. È lei - visto
che il giudice sembra neppure
accorgersi di quel che accade in
aula - a mettersi di mezzo
quando contro Motta partono le
bordate degli imputati, ed è lei
(milanista doc, peraltro) a
chiedere ed ottenere il
risarcimento. Ieri pomeriggio
arriva la sentenza. Oltre al
carcere e ai soldi, c’è il
divieto per tutti i condannati
di rimettere piede al Meazza:
per cinque anni Luca Lucci, suo
fratello Francesco e Marco
Pacini; per due anni gli altri
imputati. «Bastardi - ringhiano
lasciando l’aula - allo sbirro
Spaccarotella avete dato solo
sei anni».
(http://www.settimanasportiva.it/index/it/news.show/articolo.html?sku=4973
)
Biglietti gratis e un film
scoppia la pace con la curva
Cinquemila tagliandi al derby ed
altre promesse. Protagonista di
una pellicola sul tifo un
pregiudicato che guida gli
ultrà. E così nonostante il
4-0... di
PAOLO BERIZZI
Berlusconi saluta i
tifosi dopo la vittoria
del 16mo scudetto
MILANO - Prima, a sorpresa,
il miele. "Avanti con Silvio.
L'amore non è bello se non è
litigarello". Poi, anche qui
non proprio in armonia con
quanto stava succedendo in
campo, lo spot
cinematografico. "Il 4
settembre tutti al cinema:
L'ultimo ultras" (co-protagonista
del film in uscita oggi -
diretto e interpretato dal
regista e ultrà laziale
Stefano Calvagna - è il capo
della curva Sud rossonera,
Giancarlo Lombardi, detto
Sandokan, recentemente
rinviato a giudizio per
tentata estorsione ai danni
del Milan e ritenuto dai
magistrati un boss criminale).
Sabato 29 agosto, stadio di
San Siro: disastroso (per il
Milan) derby della Madonnina.
All'ignaro tifoso quei due
striscioni vergati con vernice
spray e esposti a più riprese
sei giorni fa in curva Sud -
anche quando la squadra di
Leonardo era sotto di quattro
gol - hanno creato un senso di
smarrimento. Cos'è cambiato, e
perché, e così repentinamente,
tra i vertici del Milan e i
suoi ultrà? Erano, eravamo
rimasti alla durissima
contestazione di giugno: la
curva infuriata scesa in
piazza contro la società, rea
di voler vendere, e infine di
avere venduto, Kakà. "Galliani
gobbo, Berlusca interista.
Meschini e bugiardi: e ora
vendete il Milan".
Gli striscioni degli ultrà,
nei tribolati giorni delle
trattative con il Real Madrid
per l'asso brasiliano, poi in
effetti ceduto , erano puro
fiele. Puzzava di minaccia lo
slogan - che non sfuggì agli
uomini della Digos - scandito
alla vigilia delle elezioni
provinciali ed europee: "Voto
Podestà solo se resta Kakà"
(Guido Podestà, candidato del
Pdl in corsa all'epoca per la
guida della provincia di
Milano sostenuto direttamente
dal premier Silvio
Berlusconi). L'ultima partita
di campionato, il 23 maggio,
Guerrieri e Brigate rossonere,
i due gruppi oggi confluiti
sotto il marchio "Curva Sud
Milano", avevano messo in
scena una robusta
contestazione contro
Berlusconi (e il
giocatore-simbolo Paolo
Maldini). "Sono anni che
compri bidoni e figurine,
quest'anno chi compri... le
veline?" era scritto su un
lenzuolo srotolato in curva.
Accompagnato da un invito
rivolto al premier a vendere
il Milan e a andare "fuori dai
c...". E poi? Poi, passata
l'estate, qualcosa è successo.
Annunciate nuove contestazioni
alla ripresa del campionato -
per sfogare le frustrazioni di
mercato - gli ultrà hanno
improvvisamente cambiato
linea. Stop alle
contestazioni, "avanti con
Silvio".
E' bastato un atteggiamento
più "brillante" da parte dei
vertici del Milan, accusati di
tirchieria non solo negli
acquisti ma anche con la
curva. Cinquemila biglietti
omaggio sarebbero stati
destinati agli ultrà in
occasione del derby di sabato
scorso. Con la promessa, se la
pace continuerà a regnare, di
eventuali nuove forme di
sostegno nel corso del
campionato.
A decidere che era arrivato il
momento di finirla con le
critiche a Berlusconi sono
stati i due capi che da tre
anni governano la curva Sud:
Giancarlo Lombardi, detto
Sandokan, e il "Barone", al
secolo Giancarlo Capelli,
entrambi già arrestati e
diffidati ad andare allo
stadio. Stando a un'inchiesta
del pm milanese Luca Poniz,
Lombardi è un "criminale" a
capo di un'associazione a
delinquere recentemente
rinviata a giudizio (11 gli
ultrà finiti sotto processo,
tra cui gli stessi Lombardi e
Capelli) per una tentata
estorsione (biglietti) alla
società di via Turati.
"Lombardi - scrive il
magistrato - è il capo
indiscusso del gruppo di
tifosi denominati Guerrieri
ultras, costituito con
modalità e caratteri propri
dell'associazione criminosa,
anche in relazione al
riconosciuto profilo criminale
di Lombardi".
Sandokan da
oggi sarà sul grande schermo.
Interpreterà se stesso ne
L'ultimo ultras (un cameo
anche per Andry Shevchenko,
convinto a recitare nel film -
ha raccontato il calciatore al
Giornale - da Giancarlo
Capelli). Dice il regista
Stefano Calvagna: "Con
Lombardi ci unisce la passione
per il cinema, visto che
Giancarlo studiava per
diventare attore".
MILANO - Il pm di Milano
Giovanni Polizzi ha chiesto
quattro anni e 8 mesi di
reclusione nei confronti di Luca
Lucci, un ultra' milanista sotto
processo a Milano, assieme ad
altri 6 tifosi rossoneri, per
gli scontri avvenuti allo stadio
di San Siro durante il derby
Inter-Milan dello scorso 15
febbraio, durante i quali un
supporter nerazzuro perse l'uso
di un occhio. Meno severe le
pene chieste per gli altri
imputati, che vanno da un minimo
di 1 anno e 2 mesi di reclusione
fino a 3 anni.
«Signore, lei ride troppo e
questo non va bene». LUCA
LUCCI - un armadio d’uomo con la
testa rasata e il bicipitone
tatuato - è il VICE capo ultrà
del Milan che al derby di
febbraio rovinò per tutta la
vita un tifoso rivale con un
cazzotto in faccia. Ieri lo
processano insieme a nove
camerati di curva. Lui ghigna,
scherza, insulta la sua vittima
e tratta male il pm. E non sa
che gli sta per piombare sulla
testa una rivelazione che getta
su tutta la faccenda una luce
ancora più cupa: quella sui suoi
legami con il mondo del crimine
organizzato.
Perché fu lui, leader indiscusso
della curva rossonera IN VECE DI
SANDOCAN , a fornire l’auto
usata dal killer LC per un
delitto efferato, e per poi
lasciare subito dopo la città.
Sulla Clio nera di LUCA LUCCI,
il 31 ottobre 2006 LC andò ad
appostarsi sotto casa
dell’avvocatessa Maria Spinella
prima di crivellarla di colpi. E
con la stessa auto fuggì a
Courmayeur dopo il delitto. A
passargli l’auto fu DC,
rapinatore e spacciatore, amico
d’infanzia del capo ultrà.
Ieri, quando questo singolare
filo rosso tra il mondo del tifo
organizzato e quello del crimine
viene alla luce, LUCA LUCCI
smette improvvisamente di
ridere.
A rivelare il dettaglio è
Celestina Gravina, il pm che
indagò sulla morte
dell’avvocatessa Spinella. Per
caso, la Gravina era di turno
anche il 15 febbraio scorso, la
sera del derby. E si è così
trovata a indagare sulla
spedizione degli ultrà
milanisti, che alle 20.34
scendono dal secondo anello del
Meazza per vendicare l’affronto
di uno striscione strappato. Ne
seguono 55 secondi di follia,
immortalati dalle telecamere
della Digos.
I filmati vengono proiettati in
aula ieri, per la prima volta.
Quando il nastro segna le 20.36
si vede LL che carica il destro
e colpisce in piena faccia
l’interista VM, spaccandogli
l’iride e rendendolo cieco per
sempre dall’occhio destro. In
aula, sono a pochi metri. La
vittima, con l’occhio bendato,
accanto al suo legale Consuelo
Bosisio. Dietro di lui LL,
enorme, con la t-shirt nera
d’ordinanza, guarda scorrere il
filmato delle violenze e quando
il giudice gli chiede se si
riconosce conferma
sghignazzando, «Certo che sono
io, basta vedermi di profilo!».
Poi, non bastasse, si mette a
insultare la vittima, il giudice
lo caccia, e lui continua in
corridoio: «’Sto pezzo di merda.
’Sto scemo».
Sembrerebbe un crudo, banale
trattato di sociologia
metropolitana. I dieci ultrà
sulla panca degli imputati. I
loro amici arrivati a
solidarizzare. I capelli a zero.
Le donne pallide, torve. Nessun
accenno di contrizione. Guardano
scorrere le immagini. Qualcuno
si identifica nelle immagini.
Altri negano di ritrovarsi in
quella ressa di incappucciati,
di black bloc da stadio, di
cazzotti che vanno e vengono.
Poi iniziano gli interrogatori.
Il primo è lui, LL. Racconta
come la Curva sud stesse
preparando la coreografia per il
derby da sei mesi. Che, appena
l’hanno dispiegata, da sotto gli
interisti hanno iniziato a
strapparla. «Siamo scesi per
avere un chiarimento, non per
fare a botte». Ma le immagini lo
ritraggono mentre, come prima
forma di chiarimento, si mette a
distruggere lo striscione della
«Banda Bagaj» interista. E
inizia la sarabanda.
«Siamo tutti ragazzi normali»,
sbruffa. Ma poi arriva la
domanda che non si aspetta. La
faccenda dell’auto del killer.
Apparentemente non c’entra con
il processo, ma getta una luce
diversa sulle sue retrovie. E
costringe a ricordare come non
sia la prima volta che i
Guerrieri Ultras, gruppo che ha
cannibalizzato la curva
milanista, inciampano in una
brutta storia.
"
autore:
qui studio a voi
stadio
«Signore, lei ride troppo e
questo non va bene». LL - un
armadio d’uomo con la testa
rasata e il bicipitone tatuato
- è il capo ultrà del Milan
che al derby di febbraio
rovinò per tutta la vita un
tifoso rivale con un cazzotto
in faccia. Ieri lo processano
insieme a nove camerati di
curva. Lui ghigna, scherza,
insulta la sua vittima e
tratta male il pm. E non sa
che gli sta per piombare sulla
testa una rivelazione che
getta su tutta la faccenda una
luce ancora più cupa: quella
sui suoi legami con il mondo
del crimine organizzato.
Perché fu lui, leader
indiscusso della curva
rossonera, a fornire l’auto
usata dal killer LC per un
delitto efferato, e per poi
lasciare subito dopo la città.
Sulla Clio nera di LL, il 31
ottobre 2006 LC andò ad
appostarsi sotto casa
dell’avvocatessa Maria
Spinella prima di crivellarla
di colpi. E con la stessa auto
fuggì a Courmayeur dopo il
delitto. A passargli l’auto fu
DC, rapinatore e spacciatore,
amico d’infanzia del capo
ultrà.
Ieri, quando questo singolare
filo rosso tra il mondo del
tifo organizzato e quello del
crimine viene alla luce, LL
smette improvvisamente di
ridere. A rivelare il
dettaglio è Celestina Gravina,
il pm che indagò sulla morte
dell’avvocatessa Spinella. Per
caso, la Gravina era di turno
anche il 15 febbraio scorso,
la sera del derby. E si è così
trovata a indagare sulla
spedizione degli ultrà
milanisti, che alle 20.34
scendono dal secondo anello
del Meazza per vendicare
l’affronto di uno striscione
strappato. Ne seguono 55
secondi di follia, immortalati
dalle telecamere della Digos.
I filmati vengono proiettati
in aula ieri, per la prima
volta. Quando il nastro segna
le 20.36 si vede LL che carica
il destro e colpisce in piena
faccia l’interista VM,
spaccandogli l’iride e
rendendolo cieco per sempre
dall’occhio destro. In aula,
sono a pochi metri. La
vittima, con l’occhio bendato,
accanto al suo legale Consuelo
Bosisio. Dietro di lui LL,
enorme, con la t-shirt nera
d’ordinanza, guarda scorrere
il filmato delle violenze e
quando il giudice gli chiede
se si riconosce conferma
sghignazzando, «Certo che sono
io, basta vedermi di
profilo!». Poi, non bastasse,
si mette a insultare la
vittima, il giudice lo caccia,
e lui continua in corridoio:
«’Sto pezzo di merda. ’Sto
scemo».
Sembrerebbe un crudo, banale
trattato di sociologia
metropolitana. I dieci ultrà
sulla panca degli imputati. I
loro amici arrivati a
solidarizzare. I capelli a
zero. Le donne pallide, torve.
Nessun accenno di contrizione.
Guardano scorrere le immagini.
Qualcuno si identifica nelle
immagini. Altri negano di
ritrovarsi in quella ressa di
incappucciati, di black bloc
da stadio, di cazzotti che
vanno e vengono. Poi iniziano
gli interrogatori. Il primo è
lui, LL. Racconta come la
Curva sud stesse preparando la
coreografia per il derby da
sei mesi. Che, appena l’hanno
dispiegata, da sotto gli
interisti hanno iniziato a
strapparla. «Siamo scesi per
avere un chiarimento, non per
fare a botte». Ma le immagini
lo ritraggono mentre, come
prima forma di chiarimento, si
mette a distruggere lo
striscione della «Banda Bagaj»
interista. E inizia la
sarabanda.
«Siamo tutti ragazzi normali»,
sbruffa. Ma poi arriva la
domanda che non si aspetta. La
faccenda dell’auto del killer.
Apparentemente non c’entra con
il processo, ma getta una luce
diversa sulle sue retrovie. E
costringe a ricordare come non
sia la prima volta che i
Guerrieri Ultras, gruppo che
ha cannibalizzato la curva
milanista, inciampano in una
brutta storia.
A quanto pare,
questa accozzaglia di
fascisto-delinquenti, coopta al
loro interno persone “ben
accavallate” di danari,come la
ragazzetta di cui sopra, perché,
come diceva Lenin,anche le
rivoluzioni costano. Di
rivoluzionario ivi non c’è
nulla: solo la possibilità di
avere un “rifugio” sicuro quando
magari i parchi sono “troppo
affollati” per lo “spacciottamento”,oppure
quando non ci sono in vista
“cene di gala”, così come ci
illustra Davide Milosa de “IL
MANIFESTO”.
tratto dal
"MANIFESTO" del 28 Dicembre 2008
di Davide Milosa
MILANO - Le relazioni pericolose
tra club e capi-tifosi, con
scorta e processo in corso Alla
festa della Curva sud, l'ad
rossonero e gli estorsori del
Diavolo
Il vicepresidente del Milan ed
ex titolare della poltrona più
alta in Lega calcio, Adriano
Galliani, utilizza la scorta di
Stato per recarsi a incontri con
persone dalle quali gli agenti
di polizia dovrebbero
proteggerlo. Risultato: spreco
inutile di denaro pubblico. Un
brutto pasticcio di cui dovrà
prendersi carico il ministro
dell'Interno Roberto Maroni,
storico tifoso dei colori
rossoneri.
Lo strano cortocircuito va in in
scena a Milano. Pochi giorni
prima di Natale in un noto
ristorante del centro. Nel
locale parte il primo e gli
altri vanno dietro. Una, due,
tre volte. Canzoni da stadio.
Fermi, poi di nuovo insieme.
Come in curva. Anzi meglio. Qui
c'è pure da bere e da mangiare.
Le teste rasate non si contano.
Sono in tanti. Pigiati in un
piccolo ristorante di Brera. Di
solito qui si mangia carne
argentina. Questa sera si
festeggia il gruppo Curva sud,
tifo organizzato del Milan. Sta
scritto ovunque: sullo
striscione appeso alla parete,
su felpe e magliette. E' natale.
Per la precisione il 19 dicembre
2008. E vuoi che tra tanta gente
non ci sia un diffidato. Più
d'uno. La scelta è vasta: lancio
di fumogeni, rissa, resistenza.
Condannati, poi rilasciati, di
nuovo riacciuffati. Vita da
ultras. Nessuno ci fa caso.
Quello che conta sono i colori.
Storia antica quella della curva
rossonera. Gloriosa addirittura.
Per conferma chiedere a
Giancarlo Capelli, alias il
Barone, vecchio cuore rossonero,
capobastone del territorio
curvaiolo con lasciapassare per
tribune vip e transoceaniche a
bordo dell'aereo milanista.
All'adunata ci sta pure lui.
Bello con i suoi occhialetti
bicolore. Canta e si diverte. Ma
non dimentica la galera.
Annusata per qualche settimana.
Motivo: estorsione al Milan. Lui
più banderuola che bandiera. Ci
ha provato e gli è andata male.
E per questo a gennaio sarà alla
sbarra. Non da solo, ovviamente.
Ma con altre sei persone
arrestate dalla Digos di Milano
nel maggio 2007. Balordi di
professione come Giancarlo «Sandokan»
Lombardi, origini casertane,
capo armato dei Guerrieri Ultras
della sud indagato anche per
tentato omicidio. O come
Marietto Diana, precedenti per
armi e droga. Lombardi il 19
dicembre è in Costa Rica. Mentre
Marietto e lì assieme a Barone.
Tutti dovranno rispondere a
vario titolo di associazione a
delinquere, estorsioni, violenze
e minacce.
Il bello, però, deve ancora
arrivare. In tarda serata,
infatti, tra le tante teste
pelate più di tutte brilla
quella di Adriano Galliani,
vittima delle estorsioni e ad
oggi parte lesa con la società
nel processo che si svolgerà nei
prossimi mesi. Galliani sorride
imbustato nel suo completo
d'ordinanza: giacca blu e
cravatta gialla. Parla anche.
Dice che lui di quelle
estorsioni non sa nulla e
soprattutto, riferisce chi a
quella festa c'era, promette
nuove aperture a quei capitifosi
che fino al maggio 2007 si
spartivano i guadagni dei
biglietti per le trasferte.
Perché fino ad allora Barone,
Lombardi e Diana avevano
l'abitudine di fare la voce
grossa in società. E se Galliani
tergiversava, loro, beati, se ne
andavano a bussare alla porta
del presidente Berlusconi.
Dopo gli arresti di maggio e
alcune minacce anonime, il
Prefetto di Milano ha deciso di
dare la scorta a Galliani. Gente
della polizia pagata con soldi
pubblici. Agenti scelti
incaricati di seguirlo ovunque.
Fin dentro la tana del lupo, nel
frattempo diventato del tutto
mansueto, visto che tra Barone,
Diana, Luca Lucci, reggente
della curva in nome e per conto
di Lombardi, e Adriano Galliani
il 19 dicembre sono stati solo
baci e abbracci. Scontato, a
questo punto pensare che
l'emergenza sia passata e che il
ministro Maroni decida di
togliere la scorta a Galliani.
Perché la linea dura deve valere
per tutti: ultras e dirigenti.
Su questo lo stesso capo del
Viminale, il 16 settembre scorso
non aveva dubbi: «Se si vuole
salvare il calcio, le società
devono mettersi in prima fila e
isolare i violenti».
Intanto, poche ore prima del
pasticcio del 19 dicembre, in
via Vittor Pisani, sempre a
Milano, Galliani sta seduto ai
tavoli di Giannino, locale di
gran lusso, meta fissa di
calciatori, veline e politici.
Con lui il figlio, ultras in
borghese e consigliere del padre
in fatto di calciomercato. Si
mangia bene da Giannino. Poi
ecco comparire il Barone. Lui è
sorpreso. Galliani pure. Quattro
parole per condire la scena di
un incontro casuale e il
vicepresidente salta sull'auto
della scorta che si mette dietro
a quella del Barone. Quindi
l'incontro con gli ultras
immortalato da almeno tre
fotografie. Tutto concordato?
L'ipotesi appare quasi una
certezza se si ricorda ciò che è
avvenuto il 14 dicembre negli
studi di Mediaset. La giornata
di campionato si è appena
conclusa con il posticipo
Juventus-Milan. I rossoneri
hanno perso 4-2. In studio a a
Controcampo si commentano le
immagini. All'improvviso un
gruppo di ultras milanisti fa
irruzione. E' gente piuttosto
arrabbiata. Molti sono andati a
Torino senza biglietto e non
sono entrati allo stadio. Urlano
che vogliono i biglietti.
Qualcuno in studio si spaventa.
La sceneggiata dura pochi minuti
e si conclude all'esterno degli
studi di Cologno Monzese con
tafferugli vari fra carabinieri
e tifosi. Ci scappa pure un
fermo. Come si diceva, vita da
ultras. Il giorno dopo, il fatto
viene tenuto basso, soprattutto
dai Tg di Mediaset. Riferito
solo nella cronaca e non nel
retroscena di alcuni capitifosi
che da casa, guardando la tv,
comandavano il blitz con il
cellulare.
Alla Digos, però, hanno le idee
piuttosto chiare: Juve-Milan non
c'entra, c'entrano i biglietti
per le trasferte, quelli che
prima degli arresti del 2007
gestivano Barone e Lombardi e
che ora restano in mano alla
società. I capitifosi, che in
questi mesi sono tornati in
libertà in attesa del processo,
hanno rialzato la testa.
Minacciano contestazioni e lanci
di fumogeni organizzati per far
prendere multe salatissime alla
società. Tutto come scritto
nell'ordinanza d'arresto:
torciate a comando, ordini
impartiti via sms.
C'è di più, però: l'ombra della
criminalità organizzata che come
a Napoli, anche a Milano
infiltra le curve. L'inchiesta
ha messo a fuoco strane alleanza
tra tifosi della Juve e del
Milan. Un patto di ferro stretto
tra Lombardi e uno dei capi dei
Viking bianconeri, la cui sede,
stranamente si trova a Milano.
Il progetto nasce nel 2005.
L'obiettivo è lo scioglimento
della Fossa dei leoni, gruppo
storico del tifo italiano, per
controllare l'intera curva. La
cosa avviene puntualmente. Nel
frattempo, Sandokan Lombardi si
è già comprato i capi delle
Brigate Rossonere, altra sigla
del tifo milanista, con promesse
di denaro. Nel Risiko curvaiolo
restano fuori i ragazzi dei
Commandos tigre: il 16 ottobre
2006 davanti a un centro
commerciale viene gambizzato uno
dei capi. Il 27 gennaio 2007,
prima di Milan-Roma, Walter
Settembrini, altra figura
storica dei Commandos, viene
pestato a sangue in piazzale
Axum davanti a migliaia di
persone.
A questo punto la curva è roba
di Lombardi e pochi altri. Un
territorio franco dove tessere
affari di ogni genere. La droga
è uno di questi. Tanto più che
l'uomo dei Viking è imparentato
con la famiglia di 'ndrangheta
dei Rappocciolo. Gli uomini
dell'antimafia lo ritengono
«abilissimo a far perdre le
proprie tracce» soprattutto «per
il suo inserimento in circuiti
criminali di elevato spessore».
Nel 1998 a Milano partecipa a
una sanguinosa sparatoria. Lui
dalla parte degli uomini di Cosa
nostra e della 'ndrangheta
contro i serbi di Dragomir
Petrovic. Obiettivo: il monopolo
del traffico di droga. Di più:
il cognome Rappocciolo è
stranoto all'antimafia milanese
e presente nell'ultima grande
inchiesta che ha svelato le
infiltrazione del boss calabrese
Salvatore Morabito fino dentro
l'Ortomercato e ai piani alti
del palazzo Sogemi, la società a
partecipazione comunale che lo
gestisce. Non è finita. Perché
tra i picchiatori di Sandokan
c'è uno dei boss delle case
popolari di via Flaming, zona
ovest di Milano, già condannato
per l'omicidio del figlio del
superboss calabrese Santo
Pasquale Morabito. Un tipo tosto
legato ai clan Barbaro e Papalia
che regnano nell'hinterland sud
della città. La storia criminale
c'è tutta. «Tanto più -
confidano alcune ragazzi della
curva - che questi girano sempre
ben accavallati (armati, ndr)».
Hanno luoghi di ritrovo,
imboschi e una ragnatela di
rapporti con i più importanti
trafficanti di droga di Milano.
Fatti, questi, ben noti ad
Adriano Galliani che così, dopo
l'irruzione di Mediaset, annusa
l'aria. Tanto più che da mesi la
squadra gioca male e non fa
risultati. Cosa che non piace
alla proprietà. A Milanello
qualcuno parla di una
rifondazione. Berlusconi junior
vorrebbe la testa di Galliani e
Ancelotti. Insomma, le acque
sono agitate, meglio non creare
ulteriori increspature. Da qui
l'incontro di Brera, voluto
dallo stesso dirigente rossonero.
Un incontro gestito male.
Azzardato. E dove le parole del
vicepresidente vengono lette dai
capi come la promessa di
riaprire i rubinetti dei
biglietti per le trasferte come
era già cattiva abitudine fino
alla finale di Champions league
ad Atene nel 2007. Allora il
giro d'affari ruotava attorno ai
due milioni di euro l'anno.
Il capo dei Commandos,
qualche anno prima, non poteva
entrare allo stadio. Però alla
festa del Milan campione
d’Italia, nel 2004, aveva un
tavolo accanto a quello del
presidente Berlusconi. «Noi
siamo soliti festeggiare con
la nostra famiglia allargata»,
dice la società. Una
definizione che comprende sia
il presidente della Regione
Formigoni e l’allora sindaco
di Milano Albertini, sia una
quindicina di ultrà esponenti
deiCommandos, delle Brigate
Rossonere, e della (oggi
sciolta) Fossa dei leoni. Un
frammento dei rapporti
pericolosi che Inter e Milan
intrattengono con i «cattivi»
delle curve. Rapporti
leciti,ma alla base di un giro
d’affari da milioni di euro,
della gestione di un potere su
migliaia di ultrà, e di un
meccanismo di ricatto più o
meno latente verso i club. Che
negli ultimi mesi è sfociato
in unatentata estorsione ai
danni dei rossoneri.Concolpi
di pistola e un pestaggio.
Equilibrio
sottile
Rapporti a rischio. I capi
ultrà viaggiano spesso sugli
stessi charter che portano i
giocatori e i dirigenti. «Ma
volano a loro spese», fanno
sapere da Milan e Inter.
Entrano negli spogliatoi di
San Siro e nelle aree vip.
Perché i leader della curva
possiedono pass nominali, con
tanto di foto per «muoversi
liberamente in ogni settore
dello stadio, compresi gli
spogliatoi dei giocatori »
(deposizione di un dirigente
del Milan). Lostesso succede
per l’Inter.Avolte, i legami
diventano lavorativi. Come per
un esponente di Alternativa
rossonera, impiegato in un
ufficialissimo Milan point.
Infine, sul sito delle Brigate
rossonere Gilardino, Inzaghi,
Kakà e Gattuso mettono
gratuitamente a disposizione
la loro (costosa) immagine per
pubblicizzare magliette,
cappellini e felpe del gruppo.
Fin qui, niente di illecito.
Solo la prova di una certa
contiguità tra le società e i
gruppi di tifosi più estremi.
Di contatti che vengono
considerati inevitabili. E da
coltivare: servono a
«responsabilizzare» i capi dei
tifosi, con il risultato «di
essere una delle squadre meno
sanzionate in Europa e in
Italia», come chiarisce un
responsabile del Milan in un
verbale della Digos. Il fatto
è che l’equilibrio è fragile.
E il confine tra rapporto
corretto e complicità sottile.
Il patto
nerazzurro
Quindici maggio 2005, a San
Siro si gioca la partita
Inter-Livorno. In curva Nord,
quella nerazzurra, compare una
croce celtica. Sventola per
pochi minuti, poi viene
ritirata. Cosa è accaduto? Un
responsabile della polizia ha
avvertito un referente della
curva, che ha girato
immediatamente l’ordine: «Fate
levare quella roba». Il
magistrato che ha indagato
sugli ultrà interisti parla di
collaborazione «efficace». È
il sistema nerazzurro, per
come è stato ricostruito dagli
investigatori. Funziona così:
concessione di benefici
«limitati» ai capi-curva in
cambio di una sorta di
«servizio d’ordine». Il tutto
sotto la supervisione della
polizia, che però non compare
mai sugli spalti. L’Inter
assicura cinquanta biglietti
omaggio «consegnati a Franco
Caravita (leader della curva
Nord, ndr) e da questi gestiti
con successiva distribuzione »
ad altri esponenti degli
ultrà. La contropartita, per
l’immagine e per le casse di
una società di calcio, è
enorme: una curva calma,
niente guerriglia urbana
(rarissima fuori da San Siro
negli ultimi anni), poche
multe per incidenti e lancio
di fumogeni. Ma come: si
tratta con i «cattivi»? Ci si
affida a loro per il servizio
d’ordine, anche se alcuni
hanno precedenti penali? E
qual è il limite di questi
accordi? La risposta l’ha data
il pm Fabio Roia chiedendo
l’archiviazione dell’indagine
sul lancio di fumogeni che
portò all’interruzione del
derby diChampions del 12
aprile 2005: «È evidente come
questa intesa possa suscitare
qualche perplessità sotto il
profilo etico e della
eventuale prospettiva
investigativa, ma la gestione
dell’ordine pubblico in
situazioni di particolare
complessità comporta una
visione ampia e flessibile del
problema». Un pragmatismo
efficace da un lato,mache
dall’altro rappresenta una
sorta di resa del sistema
calcio: le società sono i
«soggetti deboli» per il
principio della responsabilità
oggettiva (le intemperanze dei
tifosi si pagano con multe e
squalifiche del campo);
polizia e carabinieri non
entrano mai nelle curve di San
Siro per evitare «possibili
provocazioni», eun anello
chiave della sicurezza sono
gli ultrà stessi. Viene da
pensare: ma cosa succede negli
stadi italiani se questo
modello,come accertato dopo
mesi di indagine, è il
risultato della «bonifica
culturale» del presidente
Moratti? Se il calcio è una
macchina da soldi, 3 per cento
del Pil, le curve tentano di
ritagliarsi la propria fetta.
Il tifo che diventa mestiere.
Il giro d’affari
Primo: i biglietti per le
trasferte. Di solito le
società li vendono ai
rappresentanti della curva.
Niente di illecito.Maquesto
cosa comporta?Unodei capi
ultrà del Milan haammessodi
rivenderli a 2-3 euro in più.Edè
il primo ricarico. Sui
biglietti si fonda poi
l’organizzazione dei viaggi:
pullman e treni per le
trasferte più vicine, aereo
per quelle distanti. I
curvaioli comprano il
pacchetto completo. Che
comprende, ovviamente, altri
ricarichi. Moltiplicando per
le 18 trasferte di campionato,
più quelle di coppa Italia e
di Champions, alle quali
partecipano in media, per le
squadre milanesi, tra le mille
e le 4 mila persone, si scopre
che una stagione calcistica
può fruttare 5-600 mila euro.
Sottobanco poi, è un’altra
storia: biglietti regalati,
venduti sottocosto o pagati
inmododilazionato. Per l’Inter
la magistratura ha escluso
questa prassi, sul Milan (come
parte lesa in un tentativo di
estorsione da parte di gruppi
ultrà) c’è un’indagine in
corso. «Ma per società molto
importanti — spiega Maurizio
Marinelli, direttore del
Centro studi sulla sicurezza
pubblica— l’omaggio può
arrivare anche a un migliaio
di biglietti». In questo caso
gli introiti per gli
ultrà-affaristi si
moltiplicano. «I capitifoseria
hanno un potere enorme
—aggiunge il procuratore capo
di Monza, Antonio Pizzi, che
ha condotto l’inchiesta oggi
passata a Milano —. Ricattano
le società che forniscono loro
biglietti sottocosto o in
omaggio. Il giro d’affari per
una curva è nell’ordine di
milioni di euro».Aquesto fiume
di soldi bisogna aggiungere
gli aiuti per le coreografie
(negati dalle società) e la
vendita dei gadget: cappelli,
felpe, magliette. Questa è la
montagna di soldi da spartire.
Che non arriva a tutta la
curva, manelle tasche dei
pochi che comandano.
Conseguenza: i capi degli
ultrà milanesi pensano più
agli affari che alla violenza.
Ma appena gli equilibri si
spostano, c’è qualcuno che per
entrare nel business è pronto
sparare. È quel che sta
succedendo intorno a San Siro.
La tentata
estorsione
Nell’autunno 2005 si scioglie,
dopo 37 anni, la Fossa dei
Leoni. È un gruppo storico del
tifo rossonero, ma ha due
macchie: è l’unico rimasto di
sinistra e non risparmia le
critiche alla società. La
ragione dello scioglimento
sembra tuttadacercarsi dentro
il codice d’onore ultrà: i
Viking juventini hanno rubato
lo striscione alla Fossa, che
per la restituzioneha chiesto
la collaborazione con la Digos.
Questa storia è anche un
pretesto. In realtà, c’è già
un nuovo gruppo, di destra,
che sgomita per la leadership:
i Guerrieri ultras. I
Guerrieri si sarebbero alleati
con le Brigate Rossonere. I
Commandos vanno in minoranza.
E pagano. «I nuovi cominciano
a sgomitare. In due direzione:
per guadagnare spazio nella
curva e per ottenere il
riconoscimento dalla società.
Che consente di partecipare al
giro d’affari» spiega un
investigatore. Così, l’ottobre
scorso, due uomini in moto
sparano alle gambe di A. L.,
32 anni, esponente dei
Commandos, davanti a un
supermercato di Sesto San
Giovanni. Il 25 gennaio, un
altro leader dello stesso
gruppo viene picchiato fuori
da San Siro da sette persone
(due sono state arrestate e
stanno per andare a processo).
È conciato così male che
ancora oggi non si sa se ce la
farà. Intanto, i Guerrieri
chiedono biglietti alla
società. Forse anche
abbonamenti. Mail Milan, per
due volte, rifiuta. E,
combinazione, subito dopo per
due volte dalla curva piovono
fumogeni: Milan- Lilla, 6
dicembre, e Milan-Torino, 10
dicembre 2006. Il Milan
annuncia una linea più dura:
taglia i pass. Galliani va in
procura a Monza, che nel
frattempo ha indagato dieci
ultrà:«Manon sono io che mi
occupo di queste cose». Non
c’è stata nessuna denuncia. La
procura è arrivata alla
tentata estorsione indagando
sulla sparatoria. «Nei nuovi
gruppi di ultrà—rivela
uninvestigatore — ci sono
molti delinquenti comuni, con
precedenti per spaccio e
rapine». Sicuri che valga la
pena tenerli in famiglia?
I MAFIO-FASCISTI:I NUOVI
DELINQUENTI
DOPO LA RISSA DEL DERBY,LA
FRANGIA NERA ESTREMISTA tenta
di schiacciare i vertici
berlusconiani
Fischi, striscioni,
contestazione
l'amara partita di Berlusconi
Tifosi rossoneri contro il
presidente del Consiglio:
"Sono anni che compri bidoni e
figurine, quest'anno chi
compri...veline?"
di FABRIZIO BOCCA
MILANO - Nel giorno della
festa di Maldini,
settantamila persone con una
sciarpa celebrativa in mano,
lo stadio di San Siro ha
messo in scena anche una
contestazione alla società e
a Berlusconi, arrivato allo
stadio proprio per
festeggiare l'addio al
Meazza del capitano
rossonero. Ma ha trovato un
clima molto diverso da
quello che si aspettava. Dal
secondo anello della curva
sud dello stadio, dove
risiede il tifo ultrà
rossonero, sono arrivati
anche fischi indirizzati
alla società e al presidente
del Milan. E soprattutto
sono stati esposti pesanti
striscion di contestazione.
Il più pesante questo: "Sono
anni che compri bidoni e
figurine, quest'anno chi
compri ... le veline?".
Per l'intero corso dell'anno
i duri del tifo rossonero
hanno contestato la società
e Adriano Galliani se ne era
anche lamentato in più di
un'occasione dicendo che in
altri paesi tutto questo non
succede, che i tifosi sono
molto più vicini alla
squadra e alla società.
Alternando anche insulti ai
tifosi della Roma, gli ultrà
sono andati però sul
pesante: "Vendi kakà per
risanare la società, e non
spendi più i tuoi milioni .
Caro Berlusconi grazie di
tutti e vai fuori dai
c....". Un altro ancora
molto più secco: "Devi
spendere!".
Parte del tifo si oppone
anche alla separazione del
Milan da Ancelotti dopo otto
anni di panchina e numerosi
successi tra cui due
Champions League: "Carletto
uomo di onestà vittima
perdente di questa società".
Altri attestati di stima nei
confronti di Shevchenko.
Sfogate le frustrazioni di
mercato e contestata la
società poi i tifosi hanno
preso a sostenere
normalmente il Milan in una
difficilissima partita
contro la Roma.Il
Milan saluta con una
sconfitta (2-3)contro
la Roma l'ultima partita a
San Siro di Paolo Maldini (GUARDA
LE FOTO).Il
capitano dei rossoneri
beccato da parte della Curva
Sud in un clima di grande
tensione.
I rossoneri rischiano dinon
accedere direttamente alla
Champions League:
la Fiorentina (1-1 a Lecce)
è infatti a tre punti e
nell'ultima giornata, in
caso di sconfitta a Firenze
con più di un gol di scarto,
il Milan dovrà passare dai
Preliminari.MILANO,
24 maggio - Seduto in
tribuna al Meazza per
assistere all'ultima partita
casalinga di Paolo Maldini
prima del ritiro dal calcio
giocato, il patron rossonero
Silvio Berlusconi è stato
pesantemente contestato dal
tifo organizzato del Milan.
Nei primi minuti della sfida
contro la Roma, la Curva Sud
rossonera ha esposto due
striscioni all'indirizzo del
presidente del Consiglio.
«Vendi Kakà per risanare la
società e non spendi più i
tuoi milioni. Caro
Berlusconi grazie di tutto e
vai fuori dai c.», recitava
il primo, seguito da un
altro con scritto: «Devi
spendere».
GLI STRISCIONI - La
contestazione verso
Berlusconi sta andando
avanti anche durante la
partita, sempre a colpi di
striscioni esposti dalla
Curva Sud. «Sono anni che
compri bidoni e figurine.
Quest'anno chi compri...le
veline???», recita uno
esposto sul finire del primo
tempo. Poco prima due
striscioni sono stati
dedicati alla situazione di
Andriy Shevchenko,
l'attaccante che in estate
dovrebbe rientrare al
Chelsea dopo una stagione di
prestito. «Sheva non si
vende», era scritto sul
primo e il concetto è stato
ribadito poi su un altro
lungo lenzuolo: «Sheva è un
grande uomo e un grande
calciatore, il suo futuro
deve essere di un solo
colore», con l'ultima parola
scritta a lettere rossonere.
Maldini vs. Curva Sud: i
fatti che hanno portato
allo scontro
25.05.2009 10:21 diPietro
Mazzaraarticolo
letto 5033 volte
Il rapporto tra Paolo
Maldini e la Curva Sud
si è rotto in maniera
definitiva ieri
pomeriggio durante il
giro di campo effettuato
da Paolo per ricevere
l'ultimo tributo del suo
pubblico. Ma proprio
durante questo
cerimoniale, la Sud ha
esposto in transenna la
bandiera dedicata a
Franco Baresi, indicato
dagli ultras come il
"vero ed unico"
capitano. Gli screzi tra
Maldini e la Sud sono da
ricercarsi nella storia
triste rossonera. Il
primo scontro pubblico
si ebbe durante
Milan-Parma, stagione
97/98, la prima di Paolo
da capitano. Il Milan
arrivò decimo dopo i
proclami di Capello di
inizio stagione e
durante la partita con i
gialloblu, la Sud diede
le spalle al campo,
seguita stranamente da
tutto lo stadio, prima
di dare il via ad un
fitto lancio di fumogeni
e uova dopo il gol del
vantaggio del Parma. Il
secondo scontro risale
alla finale di Istanbul,
persa dal Milan contro
il Liverpool. La Sud
accusa i giocatori di
essersi seduti ed
identifica nel capitano
l'uomo che avrebbe
dovuto far mantenere
alta la concentrazione.
Infine, l'ultimo
episodio si è avuto dopo
Milan-Werder Brema di
quest'anno, che ci è
costata l'eliminazione
dalla coppa Uefa. A fine
partita, la Sud ha
pesantemente fischiato
la squadra e Maldini,
prima di uscire, portò
l'indice alla bocca,
facendo segno ai tifosi
di stare zitti. Inoltre,
come riporta anche il
sito della Gazzetta, in
un'intervista rilasciata
qualche mese fa alla
rosea, Maldini aveva
dichiarato: "Sono
molto arrabbiato, come i
miei compagni. Dopo
tutto quello che abbiamo
dato, fatto e vinto,
meritiamo un trattamento
diverso. Questo
atteggiamento è iniziato
nel derby di ritorno
dell’anno scorso. Con un
aiuto da parte della
nostra curva, non
avremmo perso quella
partita. I motivi? Ci
sono motivazioni
economiche, giochi di
potere. Ma se sono
queste le ragioni per
andare allo stadio, non
so più che cosa pensare.
Comunque non è solo la
curva a non sostenerci:
anche i tifosi degli
altri settori se ne
stanno zitti. Io credo
che quando si canta
'Abbiamo il Milan nel
cuore', poi bisogna
dimostrarlo. Ormai noi
giochiamo in trasferta o
in campo neutro: mai
davvero in casa. Non mi
sembra logico, e la
squadra non ci sta più.
I fischi a Dida e
Gilardino? Non li
comprendo. I fischi ci
sono sempre stati, ma
qui si sta andando
oltre. A San Siro si
sentono applausi ironici
per Dida quando blocca
una palla facile. Ma
quello è il portiere
della finale di
Manchester, è un
campione d’Europa come
Gilardino. San Siro è
sempre stato magico:
adesso stiamo perdendo
questa
magia"
«Vogliono
farci le scarpe, tanto poi a
chi gliene frega di dare i
biglietti a loro o di darli a
noi». Così, al telefono,
discutono due ultrà milanisti
del gruppo «Commandos tigre».
In curva sud, al Meazza, è
tempo di faide. Una nuova
formazione è nata, sulle
ceneri della disciolta «Fossa
dei leoni». «Guerrieri ultras».
Cercano spazio tra le frange
del tifo. E, soprattutto,
mirano a un riconoscimento da
parte del Milan. Perché dietro
la fede calcistica, esistono
interessi economici: il mercato del
bagarinaggio e il
merchandising della curva.
Ogni mezzo è lecito.
Dalle aggressioni ai gruppi
rivali alle intimidazioni nei
confronti della società di via
Turati. E sette «Guerrieri»
sono stati arrestati, con
l’accusa di associazione per
delinquere, tentata
estorsione, resistenza a
pubblico ufficiale e lancio di
oggetti durante una
manifestazione sportiva. Nelle
scorse settimane, l’ultima
minaccia al club. Tagliandi
per la finale di Champion’s
League di questa sera, «o non
saremo più in grado di tenere
buoni i ragazzi della curva».
Una «cupola» agli ordini di
Giancarlo «Sandokan»
Lombardi e Giancarlo Capelli
(il
«Barone»,
capo storico della curva
rossonera), seguiti da Mario
Diana, Claudio Tieri,
Alessandro Pozzoli, Marco
Genellina, e Federico «Pablo»
Zinguerenke. Gli agitatori
della «sud», costati al Milan
multe e il rischio di vedersi
squalificare il campo. Per
questo, la società avrebbe
dovuto cedere ai ricatti dei
«Guerrieri».
Lombardi invia un sms a
Diana: «Dopo che sono state
accese, ma tante, chiamami».
Pochi minuti dopo, ancora
Lombardi: «Grande, le ho
viste». E poi, «Bella torciata».
L’ultimo messaggio di Sandokan
è delle 21.22, a Pozzoli: «Sì,
camerata,
ma per le torce diffidano il
campo?».
Lombardi, dopo il lancio di
due torce, commenta con
Zinguerenke: «Dici basta?».
Risposta: «Penso di sì,
sicuramente un altro giro è
una botta. L’arbitro ha
scritto».
Ancora Lombardi: «Allora
basta!».
Alle 18.17, Lombardi chiama
Pablo: «Ma secondo me, se
chiami il Milan e chiedi un
incontro adesso te lo
danno...».
Questa la pretesa: agire in
una «zona franca» e diventare
interlocutori della società.
Perché «la costituzione dei
“Guerrieri ultras” - scrive il
gip Federica Centonze
nell’ordinanza di custodia
cautelare - non è che un
pretesto per stabilire una
posizione di egemonia che
prevede la commissione di
delitti anche gravi, quali il
ferimento di Avignano (il
tifoso aggredito a colpi di
pistola lo scorso 16 ottobre a
Sesto san Giovanni), lo
sfondamento dei cancelli,
l’estorsione e che consenta la
gestione degli affari che
ruotano intorno allo stadio».
In particolar modo, «la
gestione dei biglietti
concessi dalla società Milan»,
così da «determinare notevoli
introiti per i gruppi
organizzati».
L’ultimo business, la
finale di coppa. Il 10 maggio
scorso, Sandokan e il Barone
si presentano nella sede del
Milan. Parlano con la
responsabile del settore
booking della società
rossonera, e con
l’amministratore delegato del
«Milan Entertainment».
Pretendono biglietti per la
partita contro il Liverpool.
La società prende tempo. I «Guerrieri» chiedono
di incontrare il presidente
Sivio Berlusconi.
L’avvertimento è che «siamo in
grado di condizionare
l’atteggiamento di tutta la
tifoseria ultrà della curva,
verso chicchessia». La
minaccia, più esplicita, è di
non essere più in grado di
«tenere buoni i ragazzi».
Ancora, tra il 14 e il 17
maggio scorso, in via Turati
arrivano e-mail minatorie. Nel
frattempo, la contestazione
monta anche a San Siro.
Striscioni e cori contro
l’amministratore delegato del
Milan, Adriano Galliani. Lo
scorso 9 gennaio, dopo aver
sporto denuncia, Galliani ha
spiegato agli investigatori
della Digos di aver saputo
«dalla Gozzi che le richieste
di questi tifosi riguardavano
disponibilità e gestione dei
biglietti della curva sud», ma
di «non aver mai avuto alcun
tipo di rapporto diretto con
il tifo organizzato».
Lesioni volontarie
gravissime.
Condanne miti (l'accusa era
tentato omicidio) per
Michele Caruso (4 anni e 4
mesi, domiciliari) e Max
Colombo (3 anni e 4 mesi,
libertà vigilata), detto
Nanà, i due ultras milanisti
(Brigate rossonere)
protagonisti del pestaggio
al 42enne Walter Settembrini
avvenuto prima di Milan-Roma
del 25 gennaio.
La sentenza di ieri,
però, conclude solo un
capitolo di una storia tutta
da raccontare.
A partire dall'ultras del
Milan (Commandos Tigre,
gruppo di riferimento di
Settembrini) gambizzato il
17 ottobre 2006 a Sesto
S.Giovanni.
Un fatto che le indagini
inquadrano in uno scontro
per gli affari (2
milioni di euro l'anno)
in curva Sud. Dietro la
lotta di potere, scatenata
dopo lo scioglimento (oscuro)
della Fossa (2005), ci
sarebbero pregiudicati legati
al crimine organizzato
che opererebbero all'ombra
di un nuovo gruppo ultras
(arrivato dopo la Fossa).
Tra questi un elemento di
spicco della banda di
narcotrafficanti della
Barona - non presente tra i
57 arresti di una settimana
fa - , che partecipò alla
sparatoria di via Faenza
(1998), e un altro coinvolto
nell'omicidio di Rocco Lo
Faro (1996), figlio del boss
della 'ndrangheta Sante
Pasquale Morabito.
L’uccisione avvenuta il 29
gennaio 1995, prima della
partita Genoa-Milan, del
giovane tifoso Vincenzo
Spagnolo sul piazzale
antistante lo stadio
Ferraris, colpito al cuore
da una coltellata da un
ultrà milanista, mise in
evidenza una realtà già
profondamente mutata.
Dall’inizio di quel
campionato si erano,
infatti, già formate le
“Brigate rossonere due”, una
sorta di gruppo informale e
clandestino, di struttura
parallela al club ufficiale.
Al suo interno
anche qualche figura
proveniente dalla militanza
nell’estrema destra. La
“rissa” a Genova, come
scrissero i magistrati, “era
stata da loro programmata”.
Alcuni dei personaggi
coinvolti li ritroveremo
nuovamente, di lì a qualche
anno, implicati in almeno
due altri gravissimi fatti
di sangue:
- il ferimento nell’aprile
1997, sui Navigli, in piena
campagna elettorale, del
consigliere comunale di
Rifondazione comunista Davide Tinelli,
- l’assassinio di Alessandro
Alvarez, un giovane
neofascista, nel marzo del
2000 a Cologno, nell’ambito
di un mai chiarito
regolamento di conti sul crinale di
oscuri traffici di armi e
droga. Quest’ultimo
episodio portò alla
rocambolesca assoluzione
dell’unico imputato, un
neofascista a sua volta,
riconosciuto innocente solo
per l’impossibilità di
utilizzare le prove
raccolte, irregolarmente
acquisite dai carabinieri
che sequestrarono senza
autorizzazione un suo
giubbotto con tracce di
polvere da sparo, e
raccolsero illegalmente una
sua deposizione in cui lo
stesso confessava di essere
stato presente al momento
dell’agguato.
La “Fossa” venne accusata di
aver richiesto
l’intermediazione della
Digos. Un fatto
inaccettabile secondo le
regole della curva. Prima le
accuse, mai realmente
dimostrate, poi le
pressioni, le minacce e le
aggressioni, infine la
decisione da parte dei
dirigenti della “Fossa” di
abbandonare.
Nel vuoto creatosi si
materializzò un nuovo gruppo
che ne prese subito il
posto, i “Guerrieri ultras”,
con il simbolo di un
guerriero scozzese. Non
spuntavano proprio dal
nulla, già presenti in
curva, legati
come ormai brigate e
commandos a consolidati giri
di malavita organizzata,
colsero solo un’occasione.
La curva con i suoi affari,
valutabili secondo alcune
stime,
in due milioni di euro
l’anno
(tra rivendita di biglietti,
gadget, coreografie e
organizzazione delle
trasferte), rappresentò un
richiamo irresistibile.
Così è oggi la curva sud,
quella del Milan, con nuovi
padroni, in procinto di
ridisegnare le gerarchie,
non tramite infiltrazioni di
tipo politico. I
richiami sempre più
insistenti alla destra
sembrerebbero rappresentare
in definitiva solo una
conseguenza del prevalere di
ambienti criminali, da
sempre con spiccate simpatie
destrorse.
Due i fatti di cronaca su
cui la magistratura sta
indagando.
- Il ferimento a colpi di
pistola, il 17 ottobre dello
scorso anno, a Sesto San
Giovanni, di un esponente
dei “Commandos tigre”,
- l’aggressione a Milano,
fuori dallo stadio, il 25
gennaio, ad un altro tifoso
milanista proveniente dai
centri sociali, accusato di
essere un confidente della
polizia. Dieci gli indagati
per il primo episodio, due
le persone arrestate per il
secondo.
IL FATTO
- Martedì scattano le
manette ai polsi di
Giancarlo Capelli, alias "Il
Barone", 59enne storico capo
della curva rossonera. E
poi, ai polsi di Giancarlo "Sandokan"
Lombardi, 32enne, Mario
Diana, 40 anni, Claudio
Tieri, 33 enne, Federico
Zinguernke, detto Pablo,
31enne, Alessandro "Peso"
Pozzoli, 34 anni e Marco
Genellina, 24enne. In
effetti nell'ordinanza di
custodia firmata dal gip
Federica Centonze, ricorrono
anche i nomi di Karim
Navarrini, Cristian Torti e
Davide Maarouf. Per loro tre
però il pm non chiede alcuna
misura cautelare, visto che
non si configura il reato
associativo.
LE MOTIVAZIONI
- Perchè sono finiti in
carcere? Per estorsione ma
anche "per tutta una serie
di delitti, in occasione e
nell'ambito di
manifestazioni sportive
calcistiche, ed in
particolare di reati di
porto e lancio di torce ed
artifizi pirotecnici e di
estorsione, ai danni della
società Milan Ac", scrive il
gip. In effetti questa
dizione generica è solo il
preludio a una brutta storia
che potrebbe - almeno a
livello di ipotesi - essere
"replicabile" come modello
anche per altre società
(ricordate il derby tra Roma
e Lazio con i tifosi in
campo?).
IL FERIMENTO
- Le indagini cominciano con
il ferimento di Leonardo
Avignano, il 16 ottobre
2006. Il ragazzo "viene
attinto da uno dei colpi
d'arma da fuoco esplosi al
suo indirizzo dal passeggero
di una moto che
immediatamente dopo si dà
alla fuga" presso il Centro
Commerciale 'Vulcano' di
Sesto San Giovanni. Gli
inquirenti indagano e cosa
scoprono? Che Avignano
risulta "appartenere ad un
gruppo organizzato di tifosi
ultras denominato Commandos
Tigre. Le notizie acquisite
in quel frangente dalla
Digos di Milano e dalla Ps
di Sesto San Giovanni
convergono nella direzione
di un atto criminale
derivato da dissidi e risse
verificatisi all'interno
della curva ultras
milanista, rispetto ai quali
l'atto a danno di Avignano
sembra avere una finalità
punitiva". E qui occorre
qualche spiegazione alle
carte processuali.
LA STORIA
- I Commandos Tigre sono una
delle organizzazioni della
curva milanista. Nascono
poco dopo la Fossa dei
Leoni, nata nel 1968. Le
“Brigate rossonere”, la
seconda formazione per
importanza, arrivarono più
tardi, nel 1975. Sono gli
anni in cui nella curva sud
dello stadio di San Siro,
protagonisti migliaia di
giovani, si sventolava un
gran bandierone con il
ritratto del Che. Un
fenomeno solo in parte
imitativo delle grandi
manifestazioni di massa
dell’epoca. Questo è lo
scenario "consolidato" della
tifoseria milanista, che poi
però comincia a mutare. Dopo
un anno dalla discesa in
campo di Berlusconi. A
mostrare quanto sia avvenuta
la virata a destra dei
supporter è l'uccisione
avvenuta il 29 gennaio 1995,
prima della partita
Genoa-Milan, del giovane
tifoso Vincenzo Spagnolo sul
piazzale antistante lo
stadio Ferraris. Dall’inizio
di quel campionato si erano,
infatti, già formate le
“Brigate rossonere due”, una
sorta di gruppo informale e
clandestino, di struttura
parallela al club ufficiale.
Al suo interno anche qualche
figura proveniente dalla
militanza nell’estrema
destra.
La “rissa” a Genova, come
scrissero i magistrati, “era
stata da loro programmata”.
Nel marzo del 2000 a
Cologno Alessandro Alvarez,
un giovane neofascista,
viene assassinato. Alla
fine, dopo questo travaglio,
muore la Fossa dei Leoni. E
nascono i Guerrieri, con il
simbolo di un guerriero
scozzese.
I Guerrieri iniziano a
"sgomitare". Non sono
entrati in campo per nulla.
Il loro intento è mettere le
mani su un business molto
redditizio,
quello della rivendita dei
biglietti.
Un giro d'affari che viene
stimato sui due milioni di euro
all'anno.
"Il
gruppo dei Gerrieri compare
nell'autunno del 2005 -
spiegano i magistrati - ad
opera dell'indagato
Giancarlo Lombardi che, dopo
lo scioglimento della
storica Fossa dei Leoni,
cerca spazio all'interno
della curva. Come si vedrà
nel proseguio, tuttavia, la
presa di posizione di
Lombardi e soprattutto il
metodo prevaricatore con cui
cerca di affermarsi,
determinano una serie di
tensioni, legate in
particolar modo alla
gestione dei biglietti
concessi a condizioni
agevolate dalla società
Milan, e fino a quel momento
destinate alle formazioni
consolidate, quali i 'Commandos
Tigre', con il loro
referente Michele Cardona,
detto 'Ricky', e le 'Brigate
rossonere', in persona del
loro leader Giancarlo
Capelli detto il Barone".
IL BARONE
- Capelli, appunto. Il
rispettatissimo "Barone". 59
anni, si trova
all'improvviso senza
organizzazione alle spalle.
La Fossa si è sciolta, il
leone è fuori dalla gabbia.
Cerca un nuovo gruppo da
guidare, con l'esperienza e
la diplomazia, la forza e il
carisma. Per Lombardi, alla
ricerca di un posto al sole
(e allo stadio) per i
Guerrieri, è l'uomo giusto
per "sfondare" e imporsi. Ma
per fare questo deve prima
provocare una rottura del
"Barone" con l'altro capo
storico, quello dei
Commandos, Cardona.
In pratica il meccanismo
è semplice. Torce, bastoni,
violenza. Tutto viene
utilizzato per prendere il
sopravvento all'interno
della curva. E per coprire
quel buco lasciato vuoto
dalla Fossa dei Leoni.
IL MILAN
- Ma non è l'unica direzione
seguita da Lombardi e
Capelli. Perchè l'obiettivo
non è solo quello di avere
il predominio, ma
soprattutto quello di
ottenere i tagliandi a
prezzi scontati da
rivendere. E allora Claudio
Tieri, dei Guerrieri, inizia
a tempestare di telefonate
la società rossonera.
All'altro capo del telefono
risponde a volte Daniela
Gozzi, responsabile della
gestione settore stadio, a
volte Marco Minorati,
addetto al booking.
"Il Tieri continuava ad
insistere di voler essere
messo in contatto con
qualche dirigente della
società, minacciando, al
contempo, che nel caso in
cui la sua richiesta in
merito ad un'eventuale
distribuzione di bilgietti a
favore del suo gruppo, sia
da parte della società Milan,
che da parte degli altri
gruppi Ultras non fosse
stata prese in
considerazione, di poter
causare disordini allo
stadio sia tramite lancio di
torce in campo che con
scontri con gli altri gruppi
ultras interni alla curva
milanista, anche in
occasione della partita del
giorno successivo, l'8
novembre 2006", spiega
Minorati ai magistrati.
Lombardi chiama Tieri
proprio l'8 novembre. E una
sua frase intercettata è
eloquente: "Noi siamo noi,
vogliamo farci i cazzi
nostri e lì dentro tutti si
fanno i cazzi loro, non vedo
il motivo perché non
dobbiamo avere il filo
diretto con la società".
Filo diretto a qualunque
costo. E se c'è da portar
dentro razzi e mazze, non ci
sono problemi. Lo conferma
una telefonata del 13
novembre 2006 tra Tieri e
Karim Navarrini.
TIERI: Cazzo, mi sono
perso i gadget sabato sera
NAVARRINI: che gadget?
T. Eh il casco, il
manganello, qualche pezzo di
quei poliziotti
N. ahhh
T. Era da scavallargli tutto
N. che non è facile, vuol
dire anche pigliarle se gli
vai sotto per rubargli la
roba è pericoloso. Ho
sentito che li avete
pettinati mica da ridere
T. e minchia Marcone (Genellina,
ndr) sta entrando, aveva una
torcia in tasca, minchia
questo lo ha brancato io mi
sono subito messo in mezzo,
ma oh, ma che cazzo fai,
mollalo gli ho detto,
minchia per una torcia stai
facendo questo bordello,
minchia si gira l'altro,
sbammm, parte con il
manganello
N, oh, ma sei scemo?
T. oh ragazzi, ma siete
fuori? a quel punto lì cosa
abbiamo fatto, io glio ho
dato un caclio a uno, è
arrivato l'altro, il vecchio
di fossa...
N. Pablo?
T. Pab lo, ha caricato di
bestia poi nel frattempo
quell'altro correva dietro a
Marco verso le rampe,
minchia quando quelli lì
sono partiti, gli altri due
li abbiamo mollati un attimo
son partiti, siamo riusciti
a tirargli le manganellate
da dietro, minchia sono
finiti in un angolo tutti e
tre e tutti attorno, la loro
fortuna che è arrivato
Giancarlo che ha detto
"ragazzi lasciateli stare"
N. dopo ti vengono su ad
acchiappare se li ammazzi
eh...
T. va beh, magari li
spaccavi un po', ERA UN
PUNTO DOVE NON C'ERANO
TELECAMERE
MODELLO LAZIO
- Sempre Tieri parla al
telefono con Navarrini una
settimana dopo. E dà
un'indicazione interessante.
T. Sembra che la società
si stia ammorbidendo anche
su un discorso di agevolare
bene determinate cose. Se
sti merda invece di pagare
le multe ci girano un po' di
soldi per fare un po' di
cose non sarebbe mica
male...
N. Come fanno alla Lazio che
non pagano le multe e pagano
gli ultrà. Li pagano e basta
T. "almeno darci una mano
nelle trasferte più cazzute,
o regalami il biglietto o
pagami il volo"
T. Dice che la società
dovrebbe agevolarli,
rompendo meno i coglioni,
altrimenti lancerebbero
fumogeni in campo per fare
multare di 250mila euro la
società, "così ci
romperebbero meno il cazzo e
ci darebbero le loro
agevolazioni Alitalia".
N. Se vogliono rompere i
coglioni, romperemo i
coglioni
T. Spacchiamo lo stadio e
glielo buttiamo in campo,
però non lo facciamo alla
partita del Milan ma a
quella dell'Inter, così
almeno squalifichiamo il
campo a loro.
Tieri è sempre più
esplicito, e direttamente
con il Milan, parlando con
la Gozzi. "Da questi
biglietti facciamo uscire
anche dei soldi che servono
a diciamo... dare com un
rimborso spese a chi dà una
mano a contribuire a far sì
che la curva sia sempre
piena... Signora i fumogeni
si possono eliminare,
dipende tutto da voi, gli ho
detto. Noi non abbiamo
nessun problema a non
accendere i fumogeni,
dipende da voi! Ho detto,
per adesso noi stiamo
tranquilli.
L’ORIGINE, DOVE
PARTE IL MAFIO-FASCISMO
Contrariamente alla crisi
ideologica del mondo che si
rifaceva al marxismo,
liquefattosi soprattutto per
il tracollo economico della
nazione di riferimento
principale,ovvero l’URSS, il
mondo che a vario titolo si è
rifatto al nazi-fascismo gode
paradossalmente di un mito che
sembra eternarlo: ovvero dal
fatto che l’Asse (Nero) sia
stato distrutto totalmente sul
campo,morendo combattendo fino
all’ultimo. Questa tensione
all’autodistruzione ha finito
per avvolgere i sinistri
protagonisti di un alone
mefitico
irresistibile,surreale, cosa
che il mondo sovietico, con la
sua liquidazione,non ha
lasciato ai posteri.
Pomeriggio del 01 maggio 1945.
I cadaveri di Hitler, Eva
Braun, Joseph e Magda Goebbels
bruciavano a Berlino, ma in
parecchi si erano scavati una
fuga in grande stile
dall’ultimo bunker del Fuhrer.
Il giornalista argentino
americano Uki Goni ha
recentemente rintracciato la
rete d’uscita nazista
spulciando nella filiale di
Marktgasse a Berna, in
Svizzera. Gli elvetici
giocarono per tutto il
conflitto su una miriade di
tavoli. Da una parte
chiudevano il conflitto in
Italia attraverso
l’avvicinamento del generale
SS Wolff,comandante in capo
dell’Italia occupata dalla
Germania nazista, dall’altra
accompagnavano i nazisti
all’uscita. Nella rete
purtroppo rientrava anche lo
stato di Dio in terra, una
commistione che la curia
naturalmente tiene ben
nascosta nei suoi millenari
archivi. D’altra parte anche
il demonio è, teologicamente,
una creatura di Dio. Così
nella cattolicissima
Argentina, una delle sedi
d’arrivo principali per i
nazisti in fuga, il presidente Peron dissertava
amabilmente col “dottor morte” Mengele sopra
vivisezione e mutazioni
artificiali dei caratteri
esteriori. L’importante
colonia ivi stanziata non
diede seguito ad una deriva
ideologica esplicita. Il
peronismo certamente non si
presentava e non si presenta
come una ideologia. Esso è più
che altro un guazzabuglio di
tante anime tenute insieme da
una figura carismatica. Più
attive in Europa le ex SS
radunatesi intorno alla figura
di
Thiriart
che fondava la
Jeune Europe,
una delle internazionali nere
che in Italia radunò
formazioni come
Ordine Nuovo
e
Quaderni Neri
che avevano tra le loro file
personaggi come
Gaudenti,
futuro fondatore di
Rinascita Nazionale
e ,
Claudio Orsi,
nipote di Cesare Balbo, nonché
Marcantonio Bezichieri,
dirigente di Fiamma Tricolore.
Questa sezione vide poi la
fuoriuscita dei cosiddetti
Nazimaoisti,
infiltratisi nella sinistra
extra parlamentare entro
l’ampia cornice della
strategia della tensione
italiana. In Jeune Europe a
sua volta sorse il
filone comunitarista,
una sorta di idea mondialista
euro asiatica, un guazzabuglio
di idee sociali pseudo
sinistrorse che in Italia
presero piede all’interno del
Fronte Nazionale di Adriano
Tilgher
che andò a realizzare la
rivista Rosso è Nero affiliata
al Partito Comunitarista
Nazional Europeo sorto in
Belgio nel 1984. Definitisi
comunitari, propugnavano una
preservazione dell’identità
radicata sul territorio anche
attraverso l’intervento
sociale dello stato. Un
razzismo patinato, meno
cruento: al posto delle camere
a gas e dello Zyclon B, muri
sopra i mari, schedature dei
migranti, ghettizzazione,
scorporo delle identità,
giustapposizione: “Noi
andiamo a vivere presto in
comune la nostra vita e la
nostra rivoluzione! Una vita
comunitaria per la pace, per
la prosperità spirituale, per
il socialismo.” ( 107,
Da un discorso di Adolf Hitler
al Reichstag del 1937)
La deriva ideologica nazi
fascista sembra incanalarsi
entro la liquidazione del
mondo sovietico avvenuta nel
1989. La disintegrazione della
contrapposizione per blocchi
ha dato spazio a nuove
interpretazioni storiche ed
ideologiche nelle quali tutto
si confonde soprattutto entro
gli schieramenti politici
post democratici sempre più
espressione di marketing
sociali tesi a raccogliere i
consensi più disparati
saccheggiando l’intero spettro
politico da sinistra a destra.
A livello teorico tuttavia la
commistione tra socialismo in
un solo stato e nazional
socialismo non sembra un
assurdo come dimostrò lo
stesso Hitler quando scelse il
suo vessillo ( 108, cfrt.
A. Hitler, Mein Kampf )
Dalle teorizzazioni anti
imperialiste di Rathenau,
in Germania circolavano
parecchi libelli nazional
comunisti come quelli di
Laufenberg ( 109, cit.
in G. Buonfino, Teatro Totale,
Massenspiel, Chorspiel in
AA.VV. Avanguardia Dada Weimar,
Venezia, 1978, pag. 36-37)
ritenuti responsabili, da
parte di una certa
storiografia, di quella cesura
di opposti estremismi
responsabile del crollo di
Weimar. In realtà in Germania
le opposte fazioni si
fronteggiavano con violenza ed
alla social democrazia si deve
semmai il fallimento della
costruzione di un socialismo
di stato in grado di eliminare
le contraddizione tra capitale
e lavoro. Contraddizione che i
nazisti seppero occultare
grazie all’opera di elementi
filo sovietici: i fratelli
Strasser, come visto nel
secondo capitolo del presente
libro, e Muchow (
110, cfrt. D. Diotti, I
Momenti del Nazismo, Roma,
2006) ( 111, Muchow leader
della Nationalsozialistiche
betriebs Zellen Organization,
morì in circostanze oscure nel
settembre 1933) che
seppero sfruttare ampiamente
una composizione sociale dell’NSDAP
costituita per ¾ da operai
dequalificati, lavoratori
industriali ed agricoli. Un
nucleo molto forte e
sfuggevole,tanto che in
parecchi casi avveniva il
balzo dall’altra parte.
(112, cfrt. Sergio Bologna,
Nazismo e classe operaia,
1933-1993, Milano 1994)
Hitler naturalmente aveva
pianificato un’altra direzione
per l’NSDAP ed una volta
giunto al potere spazzò via
tutte quelle teste che
andavano in direzione opposta:”Fra
le SA, le camicie brune, il
cui capo era Ernt Rohm, si era
fatta largo l’dea di una
“seconda rivoluzione” , si
denunciava il sussistere nel
Reich di gruppi reazionari,
che erano quelli della destra,
e una combutta di Hitler con i
baroni dell’esercito e
dell’industria. Ebbene il 30
giugno 1934 valse
essenzialmente come
troncamento di questa corrente
radicalista del partito e di
un suo supposto complotto.” ( 113, cit. in J. Evola,
Note sul III Reich, appendice
in AAVV., il fascismo visto
dalla destra, Roma, pag.
160-161) La commistione
destra sinistra ci riporta
alle dichiarazioni di P. Drieu
La Rochelle: “ Quando la
vittoria non toccasse al
tripartito, i più dei fascisti
veri che scampassero al
flagello passerebbero al
comunismo, con esso farebbero
blocco. Sarebbe allora varcato
il fosso che separa le due
rivoluzioni.” ( 114,
cfrt. P. Drieu La Rochelle,Italia
e civiltà, 1944)
Thiriart, come visto,
riprese il discorso negli anni
sessanta. Il suo social
nazionalismo allargato
all’idea di una Europa anti
americana si frammischiava con
stalinismo, titismo, maoismo
fino a giungere alla
realizzazione del Partito
Comunitarista Europeo. La
corsa sfrenata di questa
ibrida ex SS terminò nel 1970,
quando vennero meno i
finanziamenti economici per la
realizzazione sul campo di una
falange armata. In Italia la
spinta
social nazionale
fu una diretta diramazione
della socializzazione voluta
da Mussolini. Questo filone
prendeva quota anch’esso negli
anni sessanta col fallimento
del tentativo dell’MSI di
entrare nel governo ( n.d.r.
Il disastroso governo Tambroni).
L’ala social nazionale si
ricollegava al concetto di
Europa come bastione anti
americano presagendo uno
svincolo dalla Nato, un
riarmo, una moneta unica, un
sistema economico dai forti
accenti autarchici. Durante la
visita in Italia di Nixon, i
social nazionalisti
diffondevano questo volantino: “ La civiltà europea, la
nostra nazione, non ha bisogno
di bandiere stellate. Se la
democrazia puttaniera ha
accettato una volta la
liberazione, adesso è ora di
finirla. Diamo il benservito
all’alto protettore americano.
Dimostriamo che l’Europa, da
Brest a Bucarest, è in grado
di difendersi da sola con le
sue forze economiche e
militari e, quel che più
conta, di riprendere con
energie morali e rinnovata
coscienza politica il suo
posto alla guida del mondo”.
L’azione dei social
nazionalisti si doveva
comunque trasformare col
riflusso e la fine delle
agitazioni del 1968-69. Erano
sorti agli estremi ideologici
collusioni con apparati di
stato ultra conservatori e
filo americani e con la
nascita del
Partito Quadri Armato
social-nazionale
la deriva era verso la
delinquenza al più alto
livello. In mezzo si pose
Lotta di Popolo.
Franco Freda
così li stigmatizzò: “La
formula paradossale del Nazi
Maoismo , non del tutto falsa,
ma anche non del tutto
giustificata, permette di
scindere i suoi elementi
costitutivi, perché i
comunisti mirano a rilevare
l’aspetto nazi per
terrorizzare i compagni e i
neofascisti mirano ad
evidenziare gli aspetti
maoisti per impaurire i
camerati.” Lotta di Popolo
social nazionale usciva dalla
decisione di farsi movimento (
di contestazione) all’interno
dell’eterno nostalgismo
dell’MSI. Gli elementi
estremisti dell’MSI erano
stufi dell’immobilismo post
repubblichino e volevano
riplasmarsi sopra la nuova
realtà che andava formandosi.
Deus ex Machina di tutto ciò
era l’eterno Thiriart
che proprio in Italia ebbe
numerosi seguaci.
Giovane Nazione di Antonio De
Bono e Spartaco Paganini,
Movimento Politico Ordine
Nuovo e Quaderni Neri di
Salvatore Francia
risulteranno essere i recapiti
italiani di Jeune Europe. I
militanti di Lotta di Popolo
raccontano di scontri di
piazza contro gli stessi
picchiatori dell’MSI, tuttavia
il fenomeno social nazionale
sembrava non aver avuto
particolare rilevanza a causa
della profonda ambiguità, cosa
che tuttavia non impedì la
realizzazione di una
organizzazione sfruttando il
terreno ideologico prodotto
dalla rivoluzione culturale in
Cina: “ Il mondo si muove e
noi non stiamo fermi.
Ovviamente non è solo un nome
che cambia ma è tutta una
prassi che si va perfezionando
…”. ( 115, da un
volantino di Lotta di Popolo
rinvenuto a Pisa il 27 aprile
1969) Il grimaldello
maoista veniva abbandonato nel
1971: “ Occorre che i pochi
elementi lucidi dei gruppi
marxisti leninisti si
scrollino dalla testa le
proprie illusioni e le proprie
superficialità…E’ ormai un
dato di fatto che la maggior
parte degli operai è del tutto
integrata nella borghesia e ne
ha accettato completamente la
concezione mercantile e
consumistica della vita. La
realtà è ben diversa e lontana
dalle analisi di classe tanto
di moda in questi tempi: lo
stesso comunismo ha dimostrato
in ogni tempo che le proprie
possibilità di consolidarsi si
sono sempre identificate con i
potenti imperativi di un
popolo: lo capì per primo
Stalin sia russificando il
comunismo malgrado
l’opposizione subito stroncata
di Trotzky, sia ricorrendo
agli istinti nazionali del
popolo russo…E’ proprio questo
potente richiamo alla comunità
nazionale di un popolo che è
riuscito a modellare delle
incerte istanze di libertà
dallo sfruttamento economico o
razziale, in lotta armata
contro gli oppressori.” Poi si
precisa:” Bisogna abituare le
masse ad una lotta permanente
ed alla diffidenza sistematica
nei confronti di tutto ciò che
è ufficiale e tipico di questa
società e di questa cultura…La
lotta rivoluzionaria pertanto,
contro ogni giudizio negativo
basato sul metro del costume
borghese o
sull’interpretazione borghese
del diritto e della morale,
possiede un alto contenuto
etico”.
Lotta di Popolo Social
Nazionale
cedeva il fronte ideologico
all’ulteriore riflusso del
1977. I fuoriusciti ed i “cani
sciolti”
(
*1°a-
Tra questi “cani sciolti”
abbiamo
Walter Maggi,scomparso
per overdose nel maggio 2007.”
Al cospetto di qualche parente
infastidito dai simboli pagani
e dai saluti fascisti, a
Milano, il 30 maggio scorso,
di pomeriggio, presso la
camera mortuaria dell’obitorio
di via Ponzio, in zona Città
Studi, una piccola folla di un
centinaio di camerati si è
ritrovata per rendere
l’estremo saluto a Walter
Maggi, quarantaduenne figura
di rilievo del variegato
panorama del neofascismo
milanese, già dirigente del
Fronte sociale nazionale di
Tilgher, poi del
Movimento dei socialisti
nazionali(ex Lotta di popolo
social nazionale).
A rendere omaggio al feretro,
prima della traslazione della
salma al cimitero di Lambrate,
dove sarebbe stata cremata,
anche
Adriano Tilgher,
il segretario del Fronte
sociale nazionale, giunto
appositamente da Roma, e
persino Stefano Delle Chiaie,
il “grande vecchio” del
neofascismo italiano,
attorniato da alcuni amici
calabresi. Il
Fronte sociale nazionale, una
specie di reincarnazione di
Avanguardia nazionale (insieme
a Ordine nuovo la maggiore
organizzazione dell’estremismo
di destra fra gli anni
Sessanta e Settanta, sciolta
nel 1976 per ricostituzione
del partito fascista),
al di là dalle apparenze, è
tuttora diretto da
Stefano Delle Chiaie,
detto “caccola” per la sua
bassa statura, inquisito e
assolto per la strage di
piazza Fontana e alla stazione
di Bologna, ma soprattutto al
servizio, in ben 17 anni di
latitanza, del franchismo
spagnolo, del generale Augusto
Pinochet in Cile e di altre
svariate dittature
sudamericane. Spalla a spalla
con Tilgher e Stefano Delle
Chiaie:
Marco De Rosa e
l’italo-argentino Attilio
Carelli,
storici esponenti della
Fiamma tricolore;
l’onorevole
Paola Frassinetti,
deputata di Alleanza
nazionale;
Marco Clemente e sua moglie,
Roberta Capotosti,
entrambi dirigenti di An;
Fabrizio Fratus ( 1b- “Fabrizio
Fratus, ex Fiamma tricolore,
molto legato a
Lino Guaglianone
(tra gli uomini simbolo di
questa destra dura che vuole
tornare a farsi sentire a Roma
contro il rientro nei ranghi
imposto da Alemanno.
Lino Guaglianone, ex
terrorista dei Nar (Nuclei
armati rivoluzionari),
ora ricco commercialista e
imprenditore, proprietario
della palestra Doria in via
Mascagni a Milano, una figura
importante di raccordo fra la
destra radicale e gli
“istituzionalizzati” aennini.)
e ora tornato nei ranghi di An.
«Non mi riconosco in Cuore
nero - spiega Fratus - ma
colpendo loro hanno colpito
tutta la destra.”(Fratus si
riferisce alla distruzione del
Centro Sociale di
Roberto Jonghi Lavarini
(
2b-
fondatore di
Cuore Nero a Milano.
«Tra i simpatizzanti di
Cuore nero
ci sono giovani borghesi della
Milano bene e proletari figli
del popolo, uniti
dall´appartenenza alla
comunità ideale della destra».
Poi l´autoritratto sconfina in
una retorica un po´ comica:
«Siamo giovani romantici,
arditi, futuristi,
dannunziani, pazzi e poeti:
avanguardia e tradizione,
siamo come i 300 spartani
delle Termopili, una falange
formidabile, una testuggine
invincibile».
Dice cose così, il trentaquattrenne Jonghi
Lavarini, e le dice da quando
stava ancora in An: dieci anni
fa, da presidente del
consiglio di Zona 3, teneva in
bella mostra nel suo ufficio
un ritratto di
Mussolini in
uniforme col braccio destro
teso nel saluto romano. Una
delle tante intemperanze,
neppure la più tosta, che gli
costò l´allontanamento dal
partito. Adesso si fa chiamare
"Barone
nero", senza
più imbarazzi. Ed è senz´altro
a se stesso che Jonghi
Lavarini pensa quando traccia
le coordinate della galassia
dell´estrema destra milanese
raccolta attorno al centro
culturale devastato ieri notte
da un´esplosione. Lui è un
(ex) «giovane borghese della
Milano bene», mentre a
rappresentare i «proletari
figli del popolo» dovrebbe
essere l´altro partner della
strana coppia che si è messa
in testa di riunificare tutte
le anime del neofascismo in
questo negozio a un passo dal
Monumentale:
Alessandro Todisco,
per tutti
Todo,l’ultras
dell’Inter)
sito in Viale
Certosa a Milano),
non più tardi di un anno fa
ancora segretario
dell’onorevole
Daniela Santanchè;
Roberto Jonghi Lavarini,
chiamato il “Barone nero”, già
presidente per Alleanza
nazionale al Consiglio di zona
3; il nobile
Tomaso Staiti di Cuddia delle
Chiuse,
segretario della federazione
missina fra la fine degli anni
Settanta e l’inizio negli anni
Ottanta, più volte deputato
oggi capo del Movimento
NazionalPopolare, e
Marco Valle, storico dirigente
del Fronte della gioventù,
poi nella Fiamma tricolore e
nel Movimento sociale europeo,
oggi nella commissione di
garanzia cittadina di Alleanza
nazionale.
Stefano Di Martino,
vice presidente del Consiglio
comunale milanese e dirigente
nazionale di An, non potendo
intervenire, aveva inviato un
suo messaggio, ricordando la
lunga militanza in comune con
lo scomparso. Più che un
funerale, quasi un’istantanea
dell’estrema destra milanese,
in bilico tra una miriade di
gruppi, Alleanza nazionale, ma
anche frange della malavita
organizzata. Dal saluto a
Walter Maggi si dipana tutta
la storia fisica del
sottobosco
neofascista che nel 1995 Pino
Rauti cercò di coagulare in
Fiamma Tricolore
all’indomani della svolta di
Fini a Fiuggi dell’anno
precedente. Lo spazio di una
breve stagione presto
naufragata in furibondi
litigi, espulsioni e
scissioni. Anche a Milano. Nel
capoluogo lombardo sono due le
aree di riferimento: da un
lato,
Forza nuova
con un patto d’alleanza con
Azione sociale di Alessandra
Mussolini,
il Fronte sociale nazionale di
Tilgher e il Movimento
sociale-lista Rauti
fuoriuscito da Fiamma
Tricolore, dall’altro, la
Fiamma tricolore.
Capo indiscusso di Forza Nuova
in Milano è
Duilio Canu,
ex fondatore e leader di
Azione skinhead,il
cui striscione campeggiava in Curva Nord interista,
organizzazione sciolta
d’autorità nel 1993 per
istigazione all’odio razziale.
Con lui anche il vecchio
Sergio Gozzoli,
a 14 anni nella Rsi, e Don
Giulio Tam,
prete fascista ordinato a suo
tempo dallo scismatico
monsignor Lefebvre.(Recentissima
la feroce polemica interna
alla Chiesa Cattolica in
relazione al pacchiano errore
di Papa Benedetto XVI di
riaccogliere i preti
scismatici lefebreviani
negazionisti dell’Olocausto)
Azione sociale,
l’ultima creatura di
Alessandra Mussolini, è invece
guidata da
Roberto Giacomelli,
“maestro” di arti marziali in
una nota palestra, la
Bulldog’s Gym, situata in una
traversa di viale Monza. Poche
decine di elementi. Con loro,
comunque, candidato alle
ultime elezioni politiche,
anche Lino Guaglianone, ex
terrorista dei Nar (visto in
precedenza con Fratus).
Il Fronte sociale nazionale,
venti militanti in tutto, dal
canto suo, non si è ancora
ripreso dalla pesantissima
vicenda dell’assassinio di
Alessandro Alvarez,
un giovane neofascista
cresciuto nell’organizzazione,
freddato con tre colpi di
pistola a Cologno nel marzo
del 2000, sullo sfondo di
non mai chiariti traffici con
la malavita organizzata.
Praticamente inesistenti,
infine,
i fedelissimi dell’ex capo di
Ordine nuovo Pino Rauti,
appena una decina,raggruppati
intorno al Movimento Sociale
lista Rauti. In forte ascesa,
invece, sull’altro versante,
la Fiamma tricolore,
solo un centinaio di iscritti,
ma con forti intrecci ormai
consolidati con alcuni gruppi
giovanili legati al circuito
Hammerskins.
Da qualche tempo questa
formazione sta tentando di
importare anche a Milano
l’esperienza romana delle Onc
(Occupazioni non conformi) e
delle Osa (Occupazioni a scopo
abitativo, ovviamente “solo
per italiani”), lanciando a
livello locale temi come il
“mutuo sociale”. L’immaginario
utilizzato è di tipo
movimentista, fortemente
aggressivo e violento.
Forti i legami con alcune
frange ultras delle curve, sia
dell’Inter che del Milan, di
cui parleremo (Nel corso del
2008 tuttavia forti dissidi
interni porteranno ad un
progressivo ridimensionamento
di Fiamma Tricolore: la
fuoriuscita di Cuore Nero, di
Blocco Studentesco e dell’area
Hammer…). In mezzo, per
così dire, gli aderenti al
Movimento nazionalpopolare di
Tomaso Staiti
di Cuddia, un piccolo gruppo
con buone risorse economiche
situato presso la sede degli
ex repubblichini dell’Unione
nazionale combattenti in via
Rivoli;
il Movimento dei socialisti
nazionali, a cui ultimamente
era approdato anche Walter
Maggi,
nell’orbita del quotidiano
Rinascita Nazionale e
dell’omonimo gruppo (animati
da Ugo Gaudenzi, inizialmente
utilizzando lo stesso stemma
delle Ss italiane), e della
rivista Uomo Libero di Piero
Sella, conosciuta per le sue
tesi razziste e antisemite.
Non più di trenta, comunque, i
militanti di questo
raggruppamento, su posizioni
marcatamente antimperialiste e
filo-islamiche. A fare da
ponte tra queste sigle e
Alleanza nazionale, la
cosiddetta
“Destra per Milano” di Roberto
Jonghi Lavorini fondatore del
Centro Sociale Cuore Nero
assieme all’ultras dell’Inter
Todisco,
ancora una volta nella lista
di An alle ultime elezioni
comunali. Jonghi Lavarini,
aderente alla “Fondazione
internazionale generale
Augusto Pinochet”, per anni
collaboratore dell’agenzia
investigativa Tom Ponzi, per
la quale si è occupato
soprattutto di “infedeltà e
devianze”, da anni si vanta di
intrattenere relazioni con i
neonazisti tedeschi dell’Npd. A tenere i contatti fra
tutte le diverse famiglie
dell'estrema destra, il
Comitato per Sergio Ramelli,
alias “I camerati”,
dicitura con cui solitamente
si firmano i manifesti. Una
sorta di coordinamento
milanese, ora presieduto, dopo
la morte di
Nico Azzi, da Luca Cassani detto “Kassa”, inquisito
nel 1997 per l’accoltellamento
di un consigliere comunale del
Prc, poi successivamente
prosciolto,attualmente uno dei
capi bastone dei milanisti
Guerrieri Ultras Curva Sud.
A questa struttura di
collegamento continuano a dare
il proprio contributo anche
altre storiche figure
dell’estremismo nero:
Remo Casagrande,
notissimo picchiatore degli
anni Settanta,
Cesare Ferri,
accusato e poi assolto per la
strage di piazza della Loggia
a Brescia, e Maurizio Murelli,
condannato in concorso con
Vittorio Loi per aver ucciso
nel 1973 un poliziotto a
Milano, colpito al petto dal
lancio di una bomba a mano
durante i disordini seguiti a
una manifestazione dell’Msi.
Nico Azzi, per la cronaca,
apparteneva al gruppo de La
Fenice, la sezione milanese di
Ordine nuovo. Rimase ferito
dall’esplosione del
detonatore, il 7 aprile 1973,
nella toilette del treno
Torino-Roma mentre tentava di
innescare un ordigno a tempo,
composto da due saponette di
tritolo da mezzo chilo l’una,
che avrebbe certamente fatto
una strage. Le modalità di
svolgimento dei suoi funerali,
nel gennaio scorso,
suscitarono più di qualche
protesta, soprattutto per il
luogo dove fu officiato il
rito funebre: la basilica di
Sant’Ambrogio, dedicata al
patrono della città, dove tra
fasci littori e croci celtiche Nico Azzi fu accompagnato
nel suo ultimo viaggio,
presente il vicepresidente di
Alleanza nazionale Ignazio La
Russa, da due schiere di
camerati intenti a salutarlo
romanamente. Da questo
crogiuolo, di storie e
percorsi, ha preso corpo anche
il nuovo progetto di “Cuore
nero”. L’inaugurazione di
“Cuore nero” era stata a lungo
preparata, anche con ripetuti
incontri, in particolare con
Gabriele Adinolfi, uno dei
fondatori di Terza posizione,
gruppo eversivo della seconda
metà degli anni Settanta, ed
oggi mente pensante di casa
Pound a Roma, il principale
centro sociale dell’estrema
destra capitolina. Non a caso,
in questi ultimi mesi,
Adinolfi era stato più volte
visto a Milano, insieme al
figlio Carlomanno, ospite a
casa di Maurizio Murelli a
Cusano Milanino. In prima fila
a gestire l'operazione erano
stati chiamati Roberto Jonghi
Lavarini e soprattutto
Alessandro Todisco (già
condannato per istigazione
all’odio razziale nell'ambito
dello scioglimento a Milano di
Azione skinhead e coinvolto in
diverse aggressioni), in grado
di mobilitare il giro degli
Hammer e degli ultras: la vera
massa di manovra. LA SETTA
DEGLI HAMMER
Gli Hammer, non più di un
centinaio fra Lombardia,
Veneto e Lazio, si considerano
l’elite del movimento
naziskin. Strutturati quasi
come una setta segreta, in
modo gerarchico e piramidale,
appartengono alla rete
internazionale degli “Hammer
Skin White Nation” in lotta
nel mondo per la supremazia
della “razza bianca”. Più
difficile di quanto si pensi
potervi entrare. Gli aspiranti
sono costretti ad una gavetta
di almeno quattro anni e,
successivamente, se ammessi, a
riti di iniziazione. Si parla
di pestaggi di immigrati o di
lotta con il coltello contro
cani da combattimento. Solo
alla fine si potrà essere
“marchiati” da un grosso
tatuaggio con due martelli
incrociati in una parte
visibile del corpo, collo o
avambraccio. Uscirne è
difficilissimo. Chi l’ha fatto
ha dovuto cancellare o
bruciare i tatuaggi e subire
per anni minacce e ritorsioni.
Già sciolti dalla
magistratura, una prima volta
nel 1998, “per istigazione
all’odio razziale, etnico e
religioso”, gli Hammer a
Milano saranno una ventina, ma
con altrettanti “novizi” in
cerca dei due agognati
martelli. Attorno a loro
ruotano anche altri gruppi,
come gli “Ambrosiana skinhead”,
una ventina di giovanissimi
ragazzi di periferia, sempre
con il coltello in tasca,
assidui frequentatori di pub,
tra via Ripamonti e il
Ticinese, con più di qualche
legame “di strada” con la
malavita locale. Nella
galassia delle teste rasate,
anche cani sciolti. Tra gli
altri, la banda capitanata dal
fratello di Alessandro Todisco, Franco, detto “Lothar”,
esperto in arti marziali e
plurigiudicato anche per furto
e stupefacenti, nonché per
rissa allo stadio in occasione
di Inter-Basilea dell’agosto
2004, alla perenne ricerca
di scontri e risse unitamente
a un giro ristretto di amici
tra cui spiccano “il Pirata”,
“Fanter” e “Darietto”. Oggi
“Lothar” si guadagna da vivere
facendo il buttafuori, grazie
all’interessamento di Marco
Clemente di Alleanza
nazionale, già in Forza nuova
ed attualmente esponente della
corrente di Alemanno, di cui
cura i finanziamenti a Milano
e in Lombardia. )
si raggrumarono agli inizi
degli anni ottanta nella
rivista
Orion
andando a creare due fazioni:
Nuova Azione di Marco Battarra
(*2a) e Forza Nuova
a sua volta confluita nel
Movimento Antagonista Sinistra
nazionale con all’interno il
musulmano
Claudio Mutti,
fanatico cultore della 13°
divisione SS costituita da
musulmani erzegovini che
combatterono contro i
partigiani di Tito. Una buona
componente social nazionale
fuoriusciva dai ranghi di
Rauti e del suo Movimento
Sociale Fiamma tricolore
grazie all’opera di
Tilgher(Fronte Sociale
Nazionale).
Dalla testata Fronte nazionale
un editoriale veniva titolato:
Rosso è Nero. Il richiamo era
il primigenio fascismo
socialista poi ripreso nei 600
giorni di Salò, nonché tutta
l’esperienza dei fratelli
Strasser e di Rathenau
( ndr. Già citati in
precedenza). La deriva
tuttavia era dietro l’angolo:
“ La legione di Osama ( Bin
Laden) raccoglie elementi da
tutte le nazioni arabe, così
come le SS da tutte le nazioni
ariane. L’esaltazione della
spiritualità semita ricorda
l’interesse nazionalsocialista
per la spiritualità ariana,
soffocata nel sangue
dall’intollerante eresia
giudaica, trionfante nella
confusione razziale a Roma
negli ultimi anni
dell’Impero.”
Con l’approssimarsi delle
elezioni politiche del 2001 e
sotto il pesante incalzo della
ricerca di danari, Tilgher si
avvicinava a Rauti e di
conseguenza rientrava
nell’alveo del danaro
forzitaliota-alleanzino
berlusconiano. Rosso è Nero
non ci stava e nei suoi
editoriali inaugurava un
corposo mix di riferimenti
disparatissimi: da Stalin a
Mussolini, dal subcomandante
Marcos a Cafiero. I social
nazionali si ribattezzavano
nuovamente entrando nel
Partito Comunitarista Nazional
Europeo.
La tesi si fa esplicita:
“Il comunitarismo è contrario
alla lotta di classe…Il lavoro
sarà il criterio di valore per
stabilire le nuove gerarchie.
Ai lavoratori migliori non
verranno dati maggiori
guadagni ma posizioni di
potere.” Torna così a
riaffacciarsi il concetto
nazista di “sangue e suolo”.
Il breve percorso storico
riportato ci è servito per
porre in risalto quel
frammischiarsi, quell’impastarsi
di idee e persone che
contraddistinguono un sotto
mondo illuminato dal pallore
di luci sotterranee.
Doppia,tripla militanza,
opposti che si intersecano.
Così, ad esempio, i destrorsi
ultras dell’Inter ( “Alessandro
Todisco,
per tutti
Todo. Ha 35
anni, la testa rasata, il
corpo tappezzato da tatuaggi e
una fama conquistata sugli
spalti di San Siro come
capo degli Irriducibili
dell´Inter. Todo, da
sempre legatissimo agli
ambienti della destra
oltranzista, è stato coinvolto
nell´inchiesta giudiziaria che
portò allo smantellamento di
Azione skinhead, sulle cui
ceneri sono nati gli
Irriducibili. Da qualche anno
ha aperto un negozio, gadget e
abbigliamento a uso degli
ultrà, proprio nella zona
attorno al Monumentale,
dandogli un nome molto
politicamente scorretto,
"Calci e pugni", a parodiare
il "Baci e abbracci" di Vieri
e Maldini. Come tutti i
piccoli astri di questa
galassia nera, Todo era un
assiduo frequentatore della
Skinhouse di via Cannero, alla
Bovisa. Da lì, una sera
d´estate del 2003, partì la
spedizione punitiva che contro
alcuni giovani del centro
sociale Conchetta. Ma il
locale è stato chiuso
nell´ottobre scorso, per cause
di forza maggiore: i lavori
della metropolitana. «Ci si
andava per una birra, ed era
finita lì», racconta Todo.
«Alla Skinhouse non si faceva
politica e anche per questo
abbiamo pensato che fosse
arrivato il momento di
proporre qualcosa di nuovo a
Milano; abbiamo visto giusto,
dopo quello che è successo
l´altra notte: la cosa che ha
più dato fastidio sono stati
gli inviti spediti a tutti
quelli che stanno a destra, da
An a Forza nuova».)
si confondono con i “camerati”
del Milan grazie agli
interessi incrociati di
Giancarlo Capelli,
“il barone” delle Brigate
Rossonere, e di
Franco Caravita,leader
dei Boys Ultras nerazzurri. E’
solo la punta di un Iceberg:
mentre sul fronte interista si
sono mantenute, anche sotto la
dirigenza Moratti, influenze e
connotazioni spiccatamente
destroidi, attraverso il
gruppo degli Skins prima e
degli Irriducibili e Viking
oggi, sul fronte milanista da
tempo sia le Brigate Rossonere
che ancor di più i Commandos
Tigre hanno dato una svolta di
tipo razzista al tifo. La
situazione è andata
peggiorando da quando, due
anni fa (ottobre 2005), si è
sciolta la storica Fossa dei
Leoni, ultimo baluardo di un
modello ultras che non
ammetteva compromessi con i
vertici societari e, seppur
composta principalmente da
ragazzi di sinistra, non
consentiva si “politicizzasse”
il tifo. Da allora uno scontro
senza esclusione di colpi ha
iniziato a insanguinare la
“lotta per il potere” della
curva milanista costellandola
anche di aggressioni e agguati
a pistolettate. Diversi i
procedimenti giudiziari
attualmente in corso.
Molti i nomi degli ultras
interni alla destra radicale:
il già citato Luca Cassani, ex
Fossa dei Leoni ed oggi
esponente di spicco dei
Guerrieri;
l’ex assessore di Opera e
responsabile locale
dell’Associazione culturale
Area COMITATO PER SERGIO
RAMELLI (legata alla corrente
di Alemanno, nonché come visto
collettore finanziario per il
sostegno di tutta la galassia
d’estrema destra),
Alessandro Pozzoli, detto
“Peso”, anche lui già attivo
nella Fossa, poi con i
Guerrieri, indagato per le
“guerre intestine” nella curva
milanista e parente di quell’Alberto
Pozzoli, ex esponente di
spicco della curva interista e
consigliere comunale di
Alleanza nazionale a Opera,
accusato insieme al collega
Ettore Fusco della Lega per
l’incendio, nel dicembre
scorso, delle tende destinate
ai Rom. Nelle scorse elezioni
comunali i Guerrieri Ultras
del Milan hanno sostenuto due
candidati di Alleanza
nazionale: Carlo Fidanza,
attuale capogruppo a Palazzo
Marino e
Roberto Jonghi Lavarini,
primo dei non eletti,come
visto fondatore di Cuore
Nero,legato a doppio filo agli
Irriducibi dell’Inter. Un
“guerriero”,
Carlo Lasi,
finito nei guai per un tentato
omicidio (ha sparato al suo
datore di lavoro per futili
motivi), è stato persino
candidato in An nei consigli
di zona 3 e 4. Questa alleanza
tra curve e fascisti si è
anche consolidata grazie a
Giancarlo Capelli, storico
leader delle Brigate Rossonere,
e
Giancarlo Lombardi, detto “Sandokan”,
dei Guerrieri Ultras, in
rapporti di strettissima
amicizia con Alessandro
Todisco,
leader insieme al fratello
Franco “Lothar” degli
Irriducibili interisti.
Ultimamente hanno entrambi
partecipato ad una festa per
la fine dei suoi arresti
domiciliari e prima ancora ai
funerali di Nico Azzi,il
predecessore di Cassani alla
cura del COMITATO PER SERGIO
RAMELLI. I vertici delle curve
dello stadio milanese si
frammischiano spesso e
volentieri sia con i vertici
dell’estrema destra che con
collettori delinquenziali di
medio livello, il cui fulcro
rimane ancora il quartiere
dormitorio di Quarto Oggiaro.
Si parla di cameratismo, ma
non si vede in loro una
effettiva base ideologica se
non quella di tutelarsi “il
territorio” per la difesa di
interessi specifici (da cui la
scazzottata del derby ad
esempio, tipica mossa per
saggiare il terreno e vedere
se è possibile una
“espansione”….).(
http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2884&Class_ID=1004
)
Il capannone è basso e grigio,
delimitato da un muro, tra due
palazzine. Fino a qualche
tempo fa ospitava una
carrozzeria. La via è senza
uscita. Poco oltre i prati.
Siamo alla periferia di
Bollate (Novate-Quarto Oggiaro,questo
è il percorso), a Madonna
in Campagna, in via Alfieri 4.
È qui che il 18 ottobre scorso
è stata inaugurata la nuova
Skinhouse. La precedente
esperienza, in via Cannero a
Milano, nel quartiere Bovisa,
si era conclusa dopo dodici
anni a metà ottobre del 2006,
causa i lavori per l´apertura
della stazione di Dergano
della linea tre della
metropolitana. Anche in quel
caso lo spazio era stato messo
a disposizione da un privato,
una costruzione inserita
nell´area di un'ex officina, e
a nulla erano valse le
proteste dei cittadini che si
erano costituiti in comitato
per chiederne la chiusura a
seguito dei concerti fino a
tarda notte, con naziskin
provenienti da diverse città,
anche dalla Svizzera,con il
contorno di inni fascisti
cantati a squarciagola e
montagne di lattine di birra
ovunque. Eppure proprio da via
Cannero il 7 agosto 2004 era
partita una spedizione di
teste rasate, con magliette
nere con svastiche e aquile
naziste, diretta ai Navigli
dove aveva accoltellato sei
giovani dei centri sociali,
uno dei quali rimasto per
giorni tra la vita e la morte. Lo stesso pubblico
ministero Luisa Zanetti
nella sua richiesta di
custodia cautelare nei
confronti dei partecipanti al
raid squadristico aveva
sottolineato come la
"Skinhouse di Milano" fosse
una "base per ritrovarsi, per
organizzarsi, per riunirsi,
per pianificare e decidere gli
atti aggressivi e intimidatori
(quali risse,
lesioni,danneggiamenti, furti,
devastazioni, incendi)", un
"luogo di partenzaper le
spedizioni punitive e per
rifugiarsi al termine delle
stesse" .Il 13 dicembre dello
stesso anno, nel corso di una
perquisizione erano anche
stati sequestrati coltelli,
bastoni, mazze da baseball e
catene.
*THE HAMMERSKIN NATION*
Ad animare la nuova realtà di
Bollate, come la precedente,
la setta degli Hammer, una
sorta di circuito
internazionale neonazista, con
sedi anche in Europa in
Inghilterra, Spagna, Francia,
Olanda, Svizzera e Italia,
originata da una costola del Ku Klux Klan nella
seconda metà degli anni
Ottanta a Dallas nel Texas.
Gli Hammerskins sono da sempre
uno dei più pericolosi e
violenti gruppi dediti al
perseguimento della
"supremazia della razza
bianca", i cui militanti negli
Stati Uniti sono stati più
volte accusati e condannati
non solo per aver assaltato
sinagoghe ebraiche o per aver
compiuto brutali pestaggi, ma
anche per l´assassinio di
alcuni ragazzi di colore. Così
è stato nel giugno 1991 ad
Arlington nel Texas, dove tre
aderenti alla Hammerskin
nation (Hsn) uccisero a
fucilate un ragazzino che
aveva avuto il solo torto di
incrociarli, e a Natale dello
stesso anno, a Birmingham in
Alabama, quando un senzatetto
nero fu finito a colpi dimazza
da baseball e di stivali
ferrati. Dopo l´ennesimo
accoltellamento di un giovane
afro americano nel 1999 in
California un tribunale penale
li definì "una gang di
strada". Ma l´elenco dei
delitti da citare sarebbe
molto più lungo.
*IL DOPPIO MARTELLO*
In Italia la "fazione
madre" degli Hammerskin è da
sempre quella milanese.
Ora ha anche riaperto la sede.
Una cinquantina i
militanti,compresi gli
aderenti ad Ambrosiana
skinheads e a Brianza skin,
due gruppi locali ora federati
agli Hammer. Agli Ambrosiana
skinheads fa ancora
riferimento quel Riccardo
Colato, detto "Riki", già
condannato per un raid a Bari,
il 3 gennaio 2006, dove si
trovava in vacanza,contro un
pub frequentato da gay.
Denunciato per discriminazione
razziale e danneggiamenti,
assieme ad altri cinque, ebbe
il foglio di via con l´ordine
di non tornare più nel
capoluogo pugliese per tre
anni. Ogni "fazione" deve
essere composta da almeno sei
membri, ma per diventare
Hammerskin, e cioè entrare in
quella che i suoi promotori
considerano "l´élite
dell´élite" del movimento
naziskin, è necessario seguire
una lunga trafila: essere
presentato da un altro membro
e prestarsi a un periodo di
prova che dura almeno quattro
anni. Successivamente si è
sottoposti a riti iniziatici.
Si parla di pestaggi ai danni
di immigrati e di lotte con il
coltello contro cani da
combattimento. Solo alla fine
si potrà ricevere la toppa e
tatuarsi su una parte visibile
del corpo, collo o
avambraccio, il simbolo con i
due martelli in marcia mutuato
dal film, di cui si rovesciano
il senso e le intenzioni, di
Alan Parker, The Wall, del
1982, basato sulle musiche
dell'omonimo album dei Pink
Floyd. Il doppio martello
nell'immaginario degli
Hammerskin rappresenterebbe
l'arma per abbattere i muri
che proteggerebbero le
minoranze etniche e religiose.
Surreali, in questo contesto,
le dichiarazioni di alcuni
esponenti della Skinhouse
rilasciate a un giornale
locale: "Noi non siamo
assolutamente nazisti e
nessuno di noi ha mai avuto
denunce per aggressioni". Ma è
sufficiente entrare nella
sezione eventi del loro sito
per imbattersi subito
nell´effige di un manifesto
del 1944 utilizzato per il
reclutamento nelle Ss
italiane, seguito da una
locandina dedicata agli"Eroi
della Rsi" che invita a un
pellegrinaggio al Campo X del
Cimitero Maggiore a Milano,
dove sono stati sepolti alcuni
dei più importanti gerarchi
del fascismo, tra gli altri
Alessandro Pavolini e
Francesco Maria Barracu.È
possibile poi visionare un
poster a firma "Italia Hammer
Skinheads"con tanto di saluti
romani, ma anche una foto
scattata in occasione
dell´Hammerfest del 2007, il
più importante raduno
internazionale del gruppo, con
la bandiera di guerra del
Terzo Reich con il doppio
martello al posto della
svastica. Fino a qualche tempo fa compariva anche
l´istantanea di uno striscione
esposto allo stadio di San
Siro in favore della
liberazione di "Norberto",
cioè Norberto Scordo. La
storia è questa: la scorsa
estate, essendo rimasta ancora
vacante la carica dicapo degli
Hammer, dopo la scelta del
vecchio leader Alessandro
Todisco,detto "Todo", di
impegnarsi a tempo pieno in
Cuore nero, si era deciso di
affidare temporaneamente le
redini del gruppo a un
triumvirato. Tra loro anche
Norberto Scordo, già
condannato insieme ai due
fratelli Todisco, Alessandro e
Franco, per aver aggredito a
martellate nel 1992 due
giovani, un ragazzo e una
ragazza di 18 anni, usciti dal
Centro sociale Leoncavallo.
Neanche il tempo di insediarsi
che Scordo, a seguito di
un´altra aggressione ai danni
di alcuni punkabbestia, il 19
luglio, alle colonne di San
Lorenzo, è finito dietro le
sbarre,processato e condannato
a sei mesi per direttissima. È
uscito solo qualche settimana
fa.