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DAL MEDIOEVO AL MEDIOEVO, BREVE STORIA DI UNA NAZIONE ALLO SFASCIO....

DOMENICA 30 marzo 2008 muore in una piazzola autostradale un ragazzo di 28 anni tifoso del Parma, travolto da un pullman in fuga di tifosi juventini, era in programma Juventus-Parma,dopo il tentativo, da parte dei tifosi del Parma,di aggredire quelli della Juventus per "vendicare" gli scontri che si ebbero all'indomani di un Parma-Juventus del 2005, scontri che costarono il divieto di frequentazione di tre anni comminato al medesimo tifoso parmigiano poi ucciso nella piazzola. Andare in giro con dei colori addosso è diventato un enorme rischio per tutti, a prescindere dall'appartenenza ad una presunta tifoseria organizzata. Una logica medioevale che ha preso piede in una nazione vuota, completamente svuotata di significati, per cui è lecito e logico ammazzarsi per un mondo perlinato di miliardari, piuttosto che impegnarsi quantomeno nel cercare di fare meno danni possibili quando ci si muove. Code in ogni dove, qualsiasi interstizio è riempito da parcheggi, auto e Centri Iper Commerciali con rimesse sotterranee a 100 metri di profondità rasentando le falde acquifere. Un paese spogliato, inquinatissimo, sostanzialmente invivibile socialmente ha creato questi vuoti pneumatici che si riempiono di scaramucce artificiose tra parti di fazioni risultato di macerie post-comuniste/neo-fasciste/consumiste. Una medioevalizzazione aggiornata al terzo millennio che, partendo da una economia statual-familiare-clientelare italiota delinquenziale, Garrone presidente della petrolchimica Erg e della società sportiva Sampdoria che vuole i contributi statali del Cip6-Enel per stoccare i suoi rifiuti tossico-nocivi nell'Etna previa autorizzazione del Ministero dell'Ambiente ( intervista documentata da Beppe Grillo nello spettacolo Reset, ndr) come specimen di una schiera spaventosa di personacce insediate contemporaneamente in 3-4 consigli di amministrazione di aziende che dovrebbero essere l'ossatura produttiva di una nazione, finisce nel liquame di una società scorporata di infinitesimali interessi egoistici senza la pur minima tensione sociale. In questo spurgo disintegrato si "illuminano" queste morti, questi assassinii voluti e confezionati così come sono volute le morti a migliaia sui posti di lavoro di una nazione economicamente barcollante tra la servitù della gleba ed il mega capitalista-latifondista ante rivoluzione industriale. Ma non è l'inizio questo: è la fase finale di un processo che, nel caso specifico del così detto calcio, ha avuto origine negli anni sessanta, gli anni del boom economico, anni che videro il primo morto da stadio nel 1963 a Salerno, durante Salernitana-Potenza, tal Giuseppe Plaitano morto a seguito delle botte seguite dagli scontri avvenuti tra tifosi e forze di polizia dopo che veniva annullato un gol alla Salernitana. Quella morte "collaterale" fu il segno del "cambiamento dei tempi" dato il sorgere della STRATEGIA DELLA TENSIONE voluta da servizi segreti destrorsi deviati che disseminavano bombe ed attentati in tutta la penisola per contrastare la regal borghesia sinistrorsa annoiata che si industriava nel terrorismo "romantico" che doveva scuotere le masse proletarie. Quelle scaramucce, che lasciarono parecchi morti "sfigati", nel senso che si ritrovarono lì per caso, non per scelta, che andarono ad esaurirsi biologicamente, nel senso che i ventenni sessantottini, diventarono i trentenni settantottini pronti ad accogliere "l'onda lunga" del rampantismo tangentocrate italiota, quella classe dirigente oggi verso la gerontocrazia clerical-sovietica sempre ad impastare nei discorsi elettorali le stesse medesime cose che farfugliavano alla fine dei settanta: sicurezza, sviluppo, più ricchezza, meno tasse, si spostarono negli stadi, visti con lungimiranza come nuovo teatro di pseudo scontro di masse impastate: nel 1979 così a Roma, con una scacciacani, un tifoso della Roma ammazzava un tifoso della Lazio, Paparelli. Da lì in poi, mentre i brigatismi rifluivano tra morti, incarcerati a vita, fuggitivi, riplasmati nelle televisioni private, voltagabbana, giornalisti prezzolati come prime penne intellettuali, iniziò una straordinaria discesa: nel 1983 all'indomani di Milan-Cremonese un tifoso del Milan, Fonghessi, veniva accoltellato a morte da altri tifosi del Milan. Vistisi in difetto, i tifosi "organizzati" dell'Inter cercarono subito di "pareggiare" i conti accoltellando un tifoso dell'Austria Vienna all'indomani di Inter-Austria Vienna di coppa Uefa del 1983. Nel frattempo si moltiplicavano gli scontri tra tifoserie con contusi, feriti gravi....Dai e dai i tifosi dell'Inter pareggiavano i conti durante la trasferta Ascoli-Inter del 1988, quando il tifoso ascolano Filippini ci lascivaa la pelle durante gli scontri con i supporter neroazzurri. Gli ultras rossoneri non rimasero a guardare: nel 1989 durante Milan-Roma muore un giovane tifoso romanista colto da infarto mentre scappava da una carica dei supporter rossoneri. I neroazzurri tentano il "pareggio" durante un Inter-Napoli del 1990 passato alla storia per gli striscioni antisemiti esposti sfruttando le travi di sostegno della copertura dello stadio. Il pareggio vero e proprio arrivava durante un Inter-Cagliari del 1991 quando moriva un ragazzo volando da una delle torri che porta agli spalti in circostanze misteriose. Nel maggio 1993 all'altezza della stazione di Arquata Scrivia, si scatena una battaglia campale tra i tifosi del Milan e quelli della Sampdoria, i cui treni speciali per tifosi incrociavano proprio in quella stazione. Non ci scappa il morto solo per miracolo, tuttavia i supporter rossoneri si "riportano in vantaggio" nel 1995: durante la trasferta Genoa-Milan moriva il tifoso del Genoa Spagnol accoltellato a morte da Simone Barbagia, un neotifoso del gruppo "Brasati". Nel frattempo la liceità dello scontro si era pervasa di simbologia neonazista: solo il decreto Mancino sulla sicurezza negli stadi del 1993 impose lo scioglimento del gruppo SKIN INTERISTA appostatosi nella così detta Curva Nord. Il 1995 segna una ulteriore involuzione in quanto lo scontro ed il morto viene cercato a prescindere dalla partita e non necessariamente nei pressi dello stadio. Infatti nel 1994, 30 gennaio, Salvatore Moschella, 22 anni, muore gettandosi dal treno su cui viaggia dopo essere stato aggredito con alcuni tifosi del Messina di ritorno dalla trasferta di Ragusa. I siciliani prima lo picchiano e poi continuano a infastidirlo. Moschella, nel cercare una via di fuga, si getta dal finestrino, mentre il treno rallenta in prossimità della stazione di Acireale. E ancora:  il 24 maggio 1999, la mattina seguente la partita tra il Piacenza e la Salernitana, sfida decisiva per la permanenza in serie A, il treno speciale che riporta a casa gli oltre 3 mila tifosi campani, proprio in prossimità della stazione di Salerno, prende fuoco in una galleria. Nel rogo, appiccato dagli stessi tifosi, perdono la vita quattro giovani supporter granata. La cadenza si accelera: il  17 giugno 2001 a Messina si disputa l'acceso derby con il Catania, decisivo per la promozione in serie B. Tra le due tifoserie prima della partita si verifica un reciproco lancio di oggetti. Dal settore degli ospiti viene lanciata una bomba-carta che esplode in mezzo ai tifosi della Curva Nord e ferisce Antonino Currò, 24 anni, il quale finisce in coma e dopo pochi giorni muore. Poco prima i tifosi interisti, ancora in difetto nei confronti del "derby" dei morti con i "cugini", tentarono di scaraventare un motorino dal secondo anello della Curva Nord al primo durante Inter - Atalanta, solo la transenna della curva ha impedito la caduta del mezzo sopra la testa delle persone che assiepavano la parte sottostante. Le pesantissime squalifiche comminate alle società di calcio responsabili dei propri tifosi, nella fattispecie all'Inter fu inibito lo stadio di San Siro per 4 giornate disputando le partite casalinghe a minimo 300 chilometri di distanza da Milano per motivi di sicurezza, non interrompono la discesa:il pastone della faziosità infatti coinvolge le stesse forze di polizia che si distinsero "brillantemente" nel pestaggio reiterato e folle durante il G8 di Genova, pestaggio che produsse la reazione delle persone e la morte del giovane Giuliani ucciso da un altrettanto giovane Carabiniere, tal Placanica. E' un ulteriore salto verso il basso:  Il  20 settembre 2003, finisce in tragedia il derby Avellino-Napoli. Muore Sergio Ercolano, ventenne tifoso partenopeo, precipitato nel vuoto durante gli scontri tra tifosi e polizia. In questo caso la società Napoli fu obbligata a giocare fuori dallo stadio  casalingo per otto partite. Non basta: le forze di polizia furono accusate, durante il derby Roma-Lazio del 21 marzo 2004, di aver investito un bambino durante gli scontri con le tifoserie giallorossa e bincoazzurra, e per questo la partita fu sospesa. In realtà la notizia era falsa. Nell'aprile 2005 i supporter nero azzurri dell'Inter sospendevano il derby di Coppa dei Campioni con un fittissimo lancio di fumoggeni in campo dopo l'annullamento di un gol dell'Inter: siamo al tutti contro tutti, ovvero i gruppi "disorganizzati" si scontrano contro i loro stessi dirimpettai, contro la polizia e contro le stesse società per le quali fanno il tifo. All'indomani di questa partita veniva emesso il decreto Pisanu sopra la "sicurezza degli stadi", introducendo il biglietto nominale, il divieto di trasferta, il divieto di striscioni e l'ingresso elettronico scannerizzato.  Nonostante ciò il tutti contro tutti segnò il derby siciliano tra Catania e Palermo del 2 febbraio 2007. Nella battaglia campale rimane sul campo l'ispettore di polizia Filippo Raciti, le cui dinamiche della morte sono ancora da stabilirsi con precisione. Non finisce quì: nel novembre 2007, in una piazzola di sosta dell'Autostrada del Sole, all'altezza di Arezzo, muore Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola di un poliziotto che interveniva per dividere le tifoserie laziali e juventine che erano venute al contatto. Scoppia una mezza rivoluzione a Milano, Bergamo e Roma con i gruppi ultras che prima sospendono le partite Inter-Lazio, Atalanta-Milan e Roma-Cagliari, e poi si scagliano contro le stazioni di polizia con l'intento di "vendicare" la morte del "loro commilitone"...in mezzo l'Italia vinceva il mondiale di calcio nel 2006 con lo scandalo del calcio scommesse che coinvolgeva arbitri, società di calcio e le stesse strutture che regolamentano quello che chiamano sport.

 

AFFARISTI CON SCIARPA E SPRANGA...ALLA SBARRA

18/12/2009

All’indomani delle condanne di parte della frangia mafio-fascistoide della Curva Sud del Milan scompaiono i profili di numerosi “esemplari” da face book (due profili dei quali compaiono all’interno di questo “splendido” fascicolo), per non parlare della scomparsa dei siti storici www.guerrieriultras.it e Brigate Rossonere.  Nel frattempo continuano a pioggia le condanne di parecchi esponenti di questo pseudo universo putrefatto: "Neosquadristi", 18 condanne
In totale 104 anni di carcere

 

"Neosquadristi", 18 condanne In totale 104 anni di carcere

ROMA - Condanne varianti da dieci anni e sei mesi a 20 giorni di reclusione, per complessivi 104 anni, sono state inflitte questa sera a Roma a 18 estremisti di destra finiti sotto processo con l'accusa di aver preso parte ad episodi di violenza avvenuti nella capitale tra il giugno e l'11 novembre 2007, il più grave dei quali è l'assalto alle caserme di polizia e carabinieri in occasione della morte del tifoso laziale Gabriele Sandri.

Le pene più pesanti sono state decise dai giudici della settima sezione del tribunale, dopo nove ore di camera di consiglio, per Fabrizio Ferrari (dieci anni e sei mesi), Andrea Attilia (nove anni e sei mesi), Alessandro Petrella (otto anni e sei mesi) e Roberto Sabuzi (otto anni). Tra i condannati anche una donna, Michela Ussia (quattro mesi di arresto). Due le assoluzioni, per Fabio Pompili e Furio Natali.

Alcuni degli imputati sono stati riconosciuti responsabili di associazione per delinquere. I reati contestati dai pm Pietro Saviotti e Luca Tescaroli andavano, a seconda delle posizioni, dalle lesioni aggravate alla devastazione, dalla violenza al saccheggio.

Tra gli episodi finiti al vaglio del tribunale l'aggressione agli spettatori di sinistra al concerto della Banda Bassotti a Villa Ada nel giugno del 2007, la progettazione di atti di violenza contro le forze dell'ordine, le tifoserie ostili e la sinistra antagonista. La maggior parte degli imputati ritenuti responsabili degli assalti alle caserme sono stati interdetti per cinque anni dagli stadi per manifestazioni calcistiche e di rugby e dovranno recarsi nei posti di polizia un'ora prima degli incontri.

Tra le parti lese che hanno ottenuto risarcimenti ci sono il Comune di Roma, l'Atac, il Coni, gli agenti feriti e singoli cittadini.

 

 

 

SANDOKAN LOMBARDI  AL CINEMA, I SUOI ENERGUMENI IN GALERA

Il giudice delle direttissime di Milano ha condannato a pene comprese tra i sei mesi di reclusione e quattro anni e mezzo di carcere sei ultrà milanisti accusati, a vario titolo, di rissa aggravata e lesioni per gli scontri avvenuti durante il derby del 15 febbraio scorso. Un tifoso rossonero, invece, è stato assolto. Alla pena più alta è stato condannato Luca Lucci, che sferrò un pugno contro un tifoso nerazzurro che perse l'uso di un occhio. Al supporter dell'Inter, costituito parte civile, è stata riconosciuta una provvisionale di 140 mila euro a carico dei sei condannati da versare in solido. Il giudice ha anche disposto per i condannati il divieto d'accesso allo stadio dai due anni ai cinque anni. Francesco Lucci, fratello di Luca, è stato condannato a due anni e sei mesi. Dopo la lettura della sentenza, alcuni amici degli imputati, molti dei quali con addosso la maglia della curva sud milanista, hanno urlato «bastardi» e «a Spaccarotella hanno dato sei anni». Alcuni momenti di tensione si sono verificati all'uscita degli imputati e dei loro amici dall'aula.
«Quel pugno mi ha cambiato la vita e moralmente non sto bene». Lo ha detto V. M., tifoso neroazzurro che durante il derby del 15 febbraio scorso venne colpito da un pugno e perse la funzionalità dell'occhio sinistro. Oggi gli ultrà milanisti, accusati a vario titolo di rissa aggravata e lesioni in relazione a quegli scontri, sono stati condannati a Milano a pene fino a 4 anni e 6 mesi. «Cerco di non soffermarmi troppo su quello che mi è accaduto, altrimenti rischio di diventare pazzo», ha spiegato il tifoso dell'Inter che si è costituito parte civile nel processo. «Ho l'aiuto degli amici che mi stanno vicino», ha aggiunto il giovane, spiegando anche che il suo occhio «si è completamente svuotato di materia per quel pugno e non ho più il cristallino e l'iride». I medici, ha raccontato il giovane, «hanno detto che sicuramente nella mano il mio aggressore aveva un oggetto tagliente». Luca Lucci, l'ultrà del Milan che sferrò il pugno, è stato condannato a 4 anni e sei mesi. In un'udienza del processo l'imputato aveva spiegato di essere dispiaciuto per quello che era successo. «Si fa fatica a credergli, perchè in questo processo ho capito veramente chi è questa persona», ha affermato il tifoso dell'Inter colpito quella sera allo stadio. (http://www.123people.it/ext/frm?ti=ricerca%20di%20persone&search_term=luca%20lucci&search_country=IT&st=ricerca%20di%20persone&target_url=http%3A%2F%2Fvale-inter.myblog.it%2Farchive%2F2009%2F07%2F18%2Fsentenza.html&section=blog&wrt_id=350 )
C’erano una volta gli ultras del Milan. Al loro posto oggi c’è un gruppo criminale nei cui reali interessi il calcio occupa poco spazio. L’occupazione militare della Curva sud di San Siro da parte di questo gruppo criminale è avvenuta con sorprendente rapidità e con metodi brutali. Dentro la curva il gruppo fa i suoi affari indisturbato, in una delle poche zone della nostra società in cui le regole della legalità non valgono. Omertà e violenza hanno accompagnato questa presa di potere. «Io sono orgoglioso di non essere uno di voi», ha detto Paolo Maldini. Non è stata un’affermazione casuale.
Alcuni passaggi di questa presa di potere sono noti. Altri, finora sconosciuti, il Giornale è in grado di documentarli. Non è l’unico caso di infiltrazioni criminali nel tifo organizzato. Ma il caso del Milan è più drammatico, e merita di essere raccontato.
Martedì scorso il pm milanese Luca Poniz ha chiesto il rinvio a giudizio dei capi della nuova curva rossonera. Associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. I Guerrieri Ultras - questo il nome del gruppo che ha cannibalizzato a tempo di record la curva - sono accusati da Poniz di avere trasformato la Sud in una macchina da soldi, imponendo con la forza la propria legge. Gli episodi ricostruiti da Poniz fanno impressione. Ma c’è dell’altro.
Una inchiesta ancora riservata, condotta dalla Digos milanese, sta ricostruendo in queste settimane il filo che lega un’altra serie di violenze. Violenze ai danni dei tifosi «concorrenti». E violenze sugli spalti, sorta di messaggi mafiosi inviati al Milan per costringerlo a venire a patti con i nuovi capi della curva. Il cervello è sempre lo stesso: Giancarlo Lombardi detto «Sandokan». Lombardi alla partita non ci va più, perché colpito da diffida. Uno dopo l’altro anche i suoi luogotenenti - Luca Lucci, Mario Diana, Giancarlo Capelli - sono stati colpiti da diffida. Ma anche dall’esterno i capi Guerrieri continuano a dettare legge. Lombardi due giorni fa era in via Turati, davanti alla sede del Milan, a farsi intervistare, spiegando e rivendicando gli insulti a Maldini.
Brigate Rossonere, Commandos Tigre, Fossa dei Leoni: i gruppi storici sono spariti dalla curva molto in fretta. La prima volta che il nome dei Guerrieri compare in un rapporto dei carabinieri è l’8 gennaio 2006, Milan-Parma. Già in quel rapporto si dice che il nuovo gruppo è sospettato di rapporti con ambienti della malavita, si parla di una sparatoria avvenuta poco tempo prima in via Faenza, di gruppi che controllano lo spaccio al Parco Lambro, di contatti con l’oscura e tragica storia di un agente immobiliare morto suicida. I fatti successivi confermeranno e rafforzeranno questi sospetti.
Il capo, Lombardi, per la giustizia è solo un ex ladro di auto che ha fatto carriera: ha messo in piedi due società di informatica, la Avant Garde e la L&B Informatica, controlla il Bar Bianco all’interno del parco Sempione insieme a un socio macedone, gira con una Ferrari 360 Modena. Una faccia pulita, un imprenditore? Può darsi. Ma il 1° luglio scorso la stradale lo ferma sulla tangenziale est di Milano, a bordo di una Renault Clio dal cui finestrino vola un pacchetto imbottito di cocaina. A guidare la Clio, è il braccio destro di Lombardi: Luca Lucci, un gigante rasato e tatuato, che sotto il sedile ha un coltello da 25 centimetri. E qui la cosa si fa ancora più interessante. Perché di Luca Lucci parla in un verbale del 3 agosto 2007 il «pentito» Luigi Cicalese. Tra decine di crimini, Cicalese racconta anche di avere assassinato l’avvocatessa milanese Maria Spinella. Per fuggire dal luogo del delitto, dice di avere usato una Clio nera. È l’auto di Lucci. «Luca è un amico, gli diamo la cocaina, lo serviamo noi». Il contatto tra il gangster e l’ultrà rossonero è Daniele Cataldo, rapinatore e narcotrafficante, amico d’infanzia di Luca Lucci. Quando Cataldo gli chiede l’auto che verrà usata per il delitto, Lucci gliela dà senza fare domande. Non è solo il suo grossista di cocaina. È anche un suo amico.
Se questo è il milieu che sta dietro i Guerrieri Ultras, non c’è da stupirsi se le loro vittime scelgano quasi sempre di stare zitti. La sera del 25 gennaio 2007, davanti a San Siro, Valter Settembrini dei Commandos Tigre viene massacrato di botte da due Guerrieri, Michele Caruso e Massimiliano Colombo. Lo accusano di essere un confidente della Digos, lo rovinano di botte. Ma al processo Settembrini non si costituisce neanche parte civile. Scena ancora più eloquente a Torino, 20 maggio 2008, Juventus-Milan. Un tifoso juventino, William Marzano, viene aggredito brutalmente dai Guerrieri. Le telecamere immortalano il solito Luca Lucci. Quando la polizia lo incrocia all’uscita dallo stadio, pesto e sanguinante, Marzano dichiara testualmente: «Non è successo niente, sono caduto dalle scale».
L’impunità genera altre violenze. Il 15 febbraio scorso Virgilio Motta, tifoso interista, viene aggredito durante il derby. Luca Lucci gli sfonda un occhio, Motta perde la vista per sempre. Questi sono i metodi criminali della nuova curva del Milan. (http://contursiacida.blogspot.com/2009/05/curva-sud-milano.html )
Una domenica bestiale e una giornata allo stadio cambia
la vita. Il derby che doveva essere una festa di gol e invece si è inghiottito un po' di vita di alcuni tifosi. Era il 15 febbraio dell'anno scorso alcuni cuori rossoneri scesero dal secondo anello al primo pieni di rabbia: volevano vendicare lo sgarro di aver visto uno loro striscione tirato giù e strappato dai tifosi dell'Inter. In un attimo fu tafferuglio, botte e in un attimo uno di loro tra le mani si ritrovò "sangue, lacrime e una sostanza gialla e gelatinosa. Era il cristallino
che non avevo più, assieme a parte dell'iride".SEI ULTRA' milanisti per quella violenza sono stati condannati a pene fino a 4 anni e 6 mesi di reclusione, un imputato, invece, è stato assolto. Il verdetto, dopo il processo per direttissima,
è stato accolto da insulti"Bastardi", "Infami", "A Spaccarotella avete dato solo 6 anni" hanno protestato alcuni giovani che indossavano magliette della curva sud del Milan. Forse non si rendono conto che la vittima ha perso la fun-
zionalità dell'occhio e oggi è costretto a girare con una benda e gli occhiali da sole. Per lesioni gravissime e per l'accusa di rissa aggravata, è stata condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione Luca Lucci, uno dei capi della curva sud del Milan. Il pm Giovanni Polizzi aveva chiesto per lui 4 anni e 8 mesi. Il tifoso interista, costituito parte civile e assistito dall'avvocato Consuelo Bosisio, ha ottenuto il riconoscimento di una provvisionale di 140 mila euro a carico dei sei condannati che dovranno rispondere in solido."I 140 MILA euro te li devi spendere tutti in medicinali, maledetto infame", ha urlato la moglie di Luca Lucci, rivolta al tifoso nerazzurro costretto ad uscire scortato dalle forze dell'ordine,
assieme al suo legale. Francesco Lucci, fratello di Luca, è stato condannato a 2 anni e mezzo di carcere, mentre Marco Pacini a 2 anni. Angelo Vittori, Marco Solari e Antonino Amato sono stati condannati rispettivamente
a un anno (pena sospesa), a un anno senza sospensione condizionale e a 6 mesi (pena sospesa). Il giudice Alberto Nosenzo ha disposto il divieto di accesso allo stadio per cinque condannati dai 2 ai 5 anni. Le altre tre parti civili costituite,
tra cui un bambino di 13 anni che era allo stadio col padre, hanno ottenuto la condanna al risarcimento che verrà stabilita in sede civile.

Il giudice delle direttissime di Milano ha condannato a pene comprese tra i 6 mesi di reclusione e 4 anni e mezzo di carcere 6 ultrà milanisti accusati, a vario titolo, di rissa aggravata e lesioni per gli scontri avvenuti durante il derby del 15 febbraio scorso. Un tifoso rossonero, invece, è stato assolto.

Alla pena più alta è stato condannato Luca Lucci, che sferrò un pugno contro un tifoso nerazzurro che perse l'uso di un occhio. Al supporter dell'Inter, costituito parte civile, è stata riconosciuta una provvisionale di 140 mila euro a carico dei sei condannati da versare in solido. Il giudice ha anche disposto per i condannati il diritto d'accesso allo stadio dai 2 anni ai 5 anni. Francesco Lucci, fratello di Luca, è stato condannato a 2 anni e 6 mesi.

Dopo la lettura della sentenza, alcuni amici degli imputati, molti dei quali con addosso la maglia della curva sud milanista, hanno urlato "bastardi" e "a Spaccarotella hanno dato sei anni". Alcuni momenti di tensione si sono verificati all'uscita degli imputati e dei loro amici dall'aula.

"Quel pugno mi ha cambiato la vita e moralmente non sto bene". Lo ha detto V. M., tifoso neroazzurro che durante il derby del 15 febbraio scorso venne colpito da un pugno e perse la funzionalità dell'occhio sinistro. Oggi gli ultrà milanisti, accusati a vario titolo di rissa aggravata e lesioni in relazione a quegli scontri, sono stati condannati a Milano a pene fino a 4 anni e 6 mesi. "Cerco di non soffermarmi troppo su quello che mi è accaduto, altrimenti rischio di diventare pazzo", ha spiegato il tifoso dell'Inter che si è costituito parte civile nel processo. "Ho l'aiuto degli amici che mi stanno vicino", ha aggiunto il giovane, spiegando anche che il suo occhio "si è completamente svuotato di materia per quel pugno e non ho più il cristallino e l'iride". I medici, ha raccontato il giovane,, "hanno detto che sicuramente nella mano il mio aggressore aveva un oggetto tagliente". Luca Lucci, l'ultrà del Milan che sferrò il pugno, è stato condannato a 4 anni e sei mesi. In un'udienza del processo l'imputato aveva spiegato di essere dispiaciuto per quello che era successo. "Si fa fatica a credergli, perché in questo processo ho capito veramente chi è questa persona", ha affermato il tifoso dell'Inter colpito quella sera allo stadio.

Il giudice ha accettato la richiesta di condanna formulata dal pm di Milano Giovanni Polizzi di 4 anni e 8 mesi di reclusione nei confronti dell'ultrà milanista sotto processo a Milano, assieme ad altri 6 tifosi rossoneri, per gli scontri avvenuti allo stadio di San Siro durante il derby Inter-Milan dello scorso 15 febbraio, nel corso dei quali un supporter nerazzuro perse l'uso di un occhio.Per gli altri imputati, il pm aveva chiesto pene da un minimo di 1 anno e 2 mesi di reclusione fino a 3 anni.

L'accusa aveva anche chiesto l'applicazione dai 3 ai 6 anni del divieto d'accesso nei luoghi di manifestazioni sportive e l'obbligo di presentarsi negli uffici di polizia durante le partite, ma il magistrato ha disposto per i condannati il diritto d'accesso allo stadio dai due anni ai cinque anni.

Per Francesco Lucci, fratello di Luca, il pm aveva chiesto 3 anni come per Marco Pacini. Per gli altri 3 tifosi, invece, erano state richieste pene di un anno e 2 mesi, un anno e 3 mesi e un anno e 6 mesi. Il pm ha parlato di "spedizione punitiva". Secondo l'accusa, infatti, gli imputati scesero nell'anello che ospitava i tifosi dell'Inter per vendicare lo "sgarro" di uno striscione stracciato. Dopo le conclusioni delle altre parti, in giornata potrebbe arrivare la sentenza.

Per il tifoso che ha subito la lesione all'occhio, l'avvocato Consuelo Bosisio aveva chiesto una provvisionale immediatamente esecutiva di 500 mila euro. "Non potrà più avere normali relazioni sociali", ha spiegato l'avvocato. Il giudice ha invece riconosciuto la provvisionale di 140 mila euro a carico dei sei condannati da versare in solido.

Una provvisionale di 10 mila euro, invece, è stata chiesta dal legale per una bambino di 13 anni che quella sera era allo stadio assieme al padre, rimasto coinvolto nei tafferugli (per lui una richiesta di 5.500 euro di provvisionale). "Quel bambino ha visto scene tremende", ha chiarito Bosisio. È stata chiesta una provvisionale di 20 mila euro poi per un altro tifoso nerazzurro che negli scontri riportò la frattura del setto nasale. Per queste lesioni, però, il pm ha chiesto l'assoluzione degli imputati perché "non sappiamo chi ha sferrato il pugno".

L'accusa aveva chiesto l'assoluzione per gli imputati anche dal reato di aver superato le separazioni dello stadio. Il difensore di Luca e Francesco Lucci, l'avvocato Paolino Ardia, aveva spiegato che "ad agire non è stata una falange armata, come si vuol far credere". Luca Lucci, ha aggiunto l'avvocato, "ha ammesso di aver sferrato il pugno e ha anche detto di sentirsi dispiaciuto per la lesione provocata all'occhio". Un altro difensore, l'avvocato Giovanni Adami, ha affermato: "Se la stessa rissa fosse avvenuta in una discoteca milanese, nessuno sarebbe stato denunciato".(http://www.loccidentale.it/articolo/calcio.+scontri+nel+derby+inter-milan:+pene+tra+i+6+mesi+e+i+4+anni+e+mezzo+di+carcere.0075399 ) Siccome al peggio non c’è limite, appena il giudice finisce di leggere la sentenza una ragazzotta della curva milanista si lancia ad un palmo da Virgilio Motta e comincia ad urlargli in faccia. Motta è l’interista cui il 15 febbraio scorso Luca Lucci, uno dei nuovi gerarchi del tifo milanista, spaccò a pugni il cristallino di un occhio, rendendolo orbo per il resto dei suoi giorni. Il giudice ha condannato gli imputati a versargli immediatamente centoquarantamila euro di risarcimento. E la giovane donna si lancia come una furia sulla vittima urlandogli in faccia «Infame, verme, bastardo, spero che i centoquarantamila euro te li spendi tutti in medicine». «Bastardo, infame», fanno eco gli altri ultras lasciando l’aula. Luca Lucci è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere, e rischia di farseli davvero perché è pregiudicato. Suo fratello Francesco e gli altri quattro imputati se la cavano con pene minori, perché rispondono solo della rissa. Ma i danni a Motta dovranno pagarli tutti insieme. Finisce così, alle 14,30 di ieri, il processo per la spedizione punitiva scatenata il 17 febbraio scorso dai Guerrieri Ultras, i nuovi signori della Curva Sud di San Siro, durante il derby Inter-Milan. Non è solo il processo per una rissa tra tifosi; è il processo che ha portato in aula per la prima volta la mutazione genetica degli ultrà milanisti, la nuova generazione di capibranco che ha cannibalizzato la vecchia, gloriosa curva rossonera, quella dei Commandos Tigre, delle «Brigate», della Fossa dei Leoni. Si chiamano Guerrieri, hanno le teste rasate, i bicipiti gonfi, e più di un contatto con la criminalità organizzata. I loro metodi sbrigativi hanno fatto piazza pulita. È dal pezzo di secondo anello occupato dai Guerrieri che parte, il 17 febbraio, la spedizione punitiva contro gli interisti della Banda Bagaj, all’anello inferiore. Il pretesto è uno striscione strattonato, la verità è che ai Bagaj quelli dei Guerrieri l’hanno giurata da un pezzo perché hanno il vizio di fare chiasso, di sventolare un tifo scanzonato che è lontano dai riti un po’ truci del mondo ultras. La squadraccia parte compatta, scende dal secondo al primo anello senza trovare resistenza. Uno steward sta succhiano il chupachupa. Un altro è al telefono. Parte la caccia all’interista. Il figlio tredicenne di Rizza, uno dei leader dei Bagaj, vede suo padre riempito di botte, ed è un incubo che lo seguirà a lungo. Intanto Luca Lucci, punta dritto contro Motta, lo colpisce da dietro con un gancio devastante all’orbita. Le telecamere del Meazza filmano tutto. Il processo che ne nasce varrebbe la pena di mandarlo in onda integrale, perché mai, durante le tante udienze, neanche lontanamente gli imputati mostrano segni di pentimento. Per la vittima, solo sguardi di scherno e insulti a mezza bocca. L’avvocato di Virgilio Motta è una donna giovane e tosta, Consuelo Bosisio. È lei - visto che il giudice sembra neppure accorgersi di quel che accade in aula - a mettersi di mezzo quando contro Motta partono le bordate degli imputati, ed è lei (milanista doc, peraltro) a chiedere ed ottenere il risarcimento. Ieri pomeriggio arriva la sentenza. Oltre al carcere e ai soldi, c’è il divieto per tutti i condannati di rimettere piede al Meazza: per cinque anni Luca Lucci, suo fratello Francesco e Marco Pacini; per due anni gli altri imputati. «Bastardi - ringhiano lasciando l’aula - allo sbirro Spaccarotella avete dato solo sei anni». (http://www.settimanasportiva.it/index/it/news.show/articolo.html?sku=4973 )



Biglietti gratis e un film
scoppia la pace con la curva

Cinquemila tagliandi al derby ed altre promesse. Protagonista di una pellicola sul tifo un pregiudicato che guida gli ultrà. E così nonostante il 4-0... di PAOLO BERIZZI

Biglietti gratis e un film scoppia la pace con la curva

Berlusconi saluta i tifosi dopo la vittoria del 16mo scudetto

MILANO - Prima, a sorpresa, il miele. "Avanti con Silvio. L'amore non è bello se non è litigarello". Poi, anche qui non proprio in armonia con quanto stava succedendo in campo, lo spot cinematografico. "Il 4 settembre tutti al cinema: L'ultimo ultras" (co-protagonista del film in uscita oggi - diretto e interpretato dal regista e ultrà laziale Stefano Calvagna - è il capo della curva Sud rossonera, Giancarlo Lombardi, detto Sandokan, recentemente rinviato a giudizio per tentata estorsione ai danni del Milan e ritenuto dai magistrati un boss criminale).

Sabato 29 agosto, stadio di San Siro: disastroso (per il Milan) derby della Madonnina. All'ignaro tifoso quei due striscioni vergati con vernice spray e esposti a più riprese sei giorni fa in curva Sud - anche quando la squadra di Leonardo era sotto di quattro gol - hanno creato un senso di smarrimento. Cos'è cambiato, e perché, e così repentinamente, tra i vertici del Milan e i suoi ultrà? Erano, eravamo rimasti alla durissima contestazione di giugno: la curva infuriata scesa in piazza contro la società, rea di voler vendere, e infine di avere venduto, Kakà. "Galliani gobbo, Berlusca interista. Meschini e bugiardi: e ora vendete il Milan".

Gli striscioni degli ultrà, nei tribolati giorni delle trattative con il Real Madrid per l'asso brasiliano, poi in effetti ceduto , erano puro fiele. Puzzava di minaccia lo slogan - che non sfuggì agli uomini della Digos - scandito alla vigilia delle elezioni provinciali ed europee: "Voto Podestà solo se resta Kakà" (Guido Podestà, candidato del Pdl in corsa all'epoca per la guida della provincia di Milano sostenuto direttamente dal premier Silvio Berlusconi). L'ultima partita di campionato, il 23 maggio, Guerrieri e Brigate rossonere, i due gruppi oggi confluiti sotto il marchio "Curva Sud Milano", avevano messo in scena una robusta contestazione contro Berlusconi (e il giocatore-simbolo Paolo Maldini). "Sono anni che compri bidoni e figurine, quest'anno chi compri... le veline?" era scritto su un lenzuolo srotolato in curva.


Accompagnato da un invito rivolto al premier a vendere il Milan e a andare "fuori dai c...". E poi? Poi, passata l'estate, qualcosa è successo. Annunciate nuove contestazioni alla ripresa del campionato - per sfogare le frustrazioni di mercato - gli ultrà hanno improvvisamente cambiato linea. Stop alle contestazioni, "avanti con Silvio".

E' bastato un atteggiamento più "brillante" da parte dei vertici del Milan, accusati di tirchieria non solo negli acquisti ma anche con la curva. Cinquemila biglietti omaggio sarebbero stati destinati agli ultrà in occasione del derby di sabato scorso. Con la promessa, se la pace continuerà a regnare, di eventuali nuove forme di sostegno nel corso del campionato.

A decidere che era arrivato il momento di finirla con le critiche a Berlusconi sono stati i due capi che da tre anni governano la curva Sud: Giancarlo Lombardi, detto Sandokan, e il "Barone", al secolo Giancarlo Capelli, entrambi già arrestati e diffidati ad andare allo stadio. Stando a un'inchiesta del pm milanese Luca Poniz, Lombardi è un "criminale" a capo di un'associazione a delinquere recentemente rinviata a giudizio (11 gli ultrà finiti sotto processo, tra cui gli stessi Lombardi e Capelli) per una tentata estorsione (biglietti) alla società di via Turati. "Lombardi - scrive il magistrato - è il capo indiscusso del gruppo di tifosi denominati Guerrieri ultras, costituito con modalità e caratteri propri dell'associazione criminosa, anche in relazione al riconosciuto profilo criminale di Lombardi".

Sandokan da oggi sarà sul grande schermo. Interpreterà se stesso ne L'ultimo ultras (un cameo anche per Andry Shevchenko, convinto a recitare nel film - ha raccontato il calciatore al Giornale - da Giancarlo Capelli). Dice il regista Stefano Calvagna: "Con Lombardi ci unisce la passione per il cinema, visto che Giancarlo studiava per diventare attore".

Calcio: scontri derby Milano, pm chiede sette condanne

17 Luglio 2009 10:36 SPORT

MILANO - Il pm di Milano Giovanni Polizzi ha chiesto quattro anni e 8 mesi di reclusione nei confronti di Luca Lucci, un ultra' milanista sotto processo a Milano, assieme ad altri 6 tifosi rossoneri, per gli scontri avvenuti allo stadio di San Siro durante il derby Inter-Milan dello scorso 15 febbraio, durante i quali un supporter nerazzuro perse l'uso di un occhio. Meno severe le pene chieste per gli altri imputati, che vanno da un minimo di 1 anno e 2 mesi di reclusione fino a 3 anni.

«Signore, lei ride troppo e questo non va bene». LUCA  LUCCI - un armadio d’uomo con la testa rasata e il bicipitone tatuato - è il VICE capo ultrà del Milan che al derby di febbraio rovinò per tutta la vita un tifoso rivale con un cazzotto in faccia. Ieri lo processano insieme a nove camerati di curva. Lui ghigna, scherza, insulta la sua vittima e tratta male il pm. E non sa che gli sta per piombare sulla testa una rivelazione che getta su tutta la faccenda una luce ancora più cupa: quella sui suoi legami con il mondo del crimine organizzato. Perché fu lui, leader indiscusso della curva rossonera IN VECE DI SANDOCAN , a fornire l’auto usata dal killer LC per un delitto efferato, e per poi lasciare subito dopo la città. Sulla Clio nera di LUCA LUCCI, il 31 ottobre 2006 LC andò ad appostarsi sotto casa dell’avvocatessa Maria Spinella prima di crivellarla di colpi. E con la stessa auto fuggì a Courmayeur dopo il delitto. A passargli l’auto fu DC, rapinatore e spacciatore, amico d’infanzia del capo ultrà.
Ieri, quando questo singolare filo rosso tra il mondo del tifo organizzato e quello del crimine viene alla luce, LUCA LUCCI smette improvvisamente di ridere.
A rivelare il dettaglio è Celestina Gravina, il pm che indagò sulla morte dell’avvocatessa Spinella. Per caso, la Gravina era di turno anche il 15 febbraio scorso, la sera del derby. E si è così trovata a indagare sulla spedizione degli ultrà milanisti, che alle 20.34 scendono dal secondo anello del Meazza per vendicare l’affronto di uno striscione strappato. Ne seguono 55 secondi di follia, immortalati dalle telecamere della Digos.
I filmati vengono proiettati in aula ieri, per la prima volta. Quando il nastro segna le 20.36 si vede LL che carica il destro e colpisce in piena faccia l’interista VM, spaccandogli l’iride e rendendolo cieco per sempre dall’occhio destro. In aula, sono a pochi metri. La vittima, con l’occhio bendato, accanto al suo legale Consuelo Bosisio. Dietro di lui LL, enorme, con la t-shirt nera d’ordinanza, guarda scorrere il filmato delle violenze e quando il giudice gli chiede se si riconosce conferma sghignazzando, «Certo che sono io, basta vedermi di profilo!». Poi, non bastasse, si mette a insultare la vittima, il giudice lo caccia, e lui continua in corridoio: «’Sto pezzo di merda. ’Sto scemo».

Sembrerebbe un crudo, banale trattato di sociologia metropolitana. I dieci ultrà sulla panca degli imputati. I loro amici arrivati a solidarizzare. I capelli a zero. Le donne pallide, torve. Nessun accenno di contrizione. Guardano scorrere le immagini. Qualcuno si identifica nelle immagini. Altri negano di ritrovarsi in quella ressa di incappucciati, di black bloc da stadio, di cazzotti che vanno e vengono. Poi iniziano gli interrogatori. Il primo è lui, LL. Racconta come la Curva sud stesse preparando la coreografia per il derby da sei mesi. Che, appena l’hanno dispiegata, da sotto gli interisti hanno iniziato a strapparla. «Siamo scesi per avere un chiarimento, non per fare a botte». Ma le immagini lo ritraggono mentre, come prima forma di chiarimento, si mette a distruggere lo striscione della «Banda Bagaj» interista. E inizia la sarabanda.
«Siamo tutti ragazzi normali», sbruffa. Ma poi arriva la domanda che non si aspetta. La faccenda dell’auto del killer. Apparentemente non c’entra con il processo, ma getta una luce diversa sulle sue retrovie. E costringe a ricordare come non sia la prima volta che i Guerrieri Ultras, gruppo che ha cannibalizzato la curva milanista, inciampano in una brutta storia.

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qui studio a voi stadio

«Signore, lei ride troppo e questo non va bene». LL - un armadio d’uomo con la testa rasata e il bicipitone tatuato - è il capo ultrà del Milan che al derby di febbraio rovinò per tutta la vita un tifoso rivale con un cazzotto in faccia. Ieri lo processano insieme a nove camerati di curva. Lui ghigna, scherza, insulta la sua vittima e tratta male il pm. E non sa che gli sta per piombare sulla testa una rivelazione che getta su tutta la faccenda una luce ancora più cupa: quella sui suoi legami con il mondo del crimine organizzato. Perché fu lui, leader indiscusso della curva rossonera, a fornire l’auto usata dal killer LC per un delitto efferato, e per poi lasciare subito dopo la città. Sulla Clio nera di LL, il 31 ottobre 2006 LC andò ad appostarsi sotto casa dell’avvocatessa Maria Spinella prima di crivellarla di colpi. E con la stessa auto fuggì a Courmayeur dopo il delitto. A passargli l’auto fu DC, rapinatore e spacciatore, amico d’infanzia del capo ultrà.
Ieri, quando questo singolare filo rosso tra il mondo del tifo organizzato e quello del crimine viene alla luce, LL smette improvvisamente di ridere. A rivelare il dettaglio è Celestina Gravina, il pm che indagò sulla morte dell’avvocatessa Spinella. Per caso, la Gravina era di turno anche il 15 febbraio scorso, la sera del derby. E si è così trovata a indagare sulla spedizione degli ultrà milanisti, che alle 20.34 scendono dal secondo anello del Meazza per vendicare l’affronto di uno striscione strappato. Ne seguono 55 secondi di follia, immortalati dalle telecamere della Digos.
I filmati vengono proiettati in aula ieri, per la prima volta. Quando il nastro segna le 20.36 si vede LL che carica il destro e colpisce in piena faccia l’interista VM, spaccandogli l’iride e rendendolo cieco per sempre dall’occhio destro. In aula, sono a pochi metri. La vittima, con l’occhio bendato, accanto al suo legale Consuelo Bosisio. Dietro di lui LL, enorme, con la t-shirt nera d’ordinanza, guarda scorrere il filmato delle violenze e quando il giudice gli chiede se si riconosce conferma sghignazzando, «Certo che sono io, basta vedermi di profilo!». Poi, non bastasse, si mette a insultare la vittima, il giudice lo caccia, e lui continua in corridoio: «’Sto pezzo di merda. ’Sto scemo».
Sembrerebbe un crudo, banale trattato di sociologia metropolitana. I dieci ultrà sulla panca degli imputati. I loro amici arrivati a solidarizzare. I capelli a zero. Le donne pallide, torve. Nessun accenno di contrizione. Guardano scorrere le immagini. Qualcuno si identifica nelle immagini. Altri negano di ritrovarsi in quella ressa di incappucciati, di black bloc da stadio, di cazzotti che vanno e vengono. Poi iniziano gli interrogatori. Il primo è lui, LL. Racconta come la Curva sud stesse preparando la coreografia per il derby da sei mesi. Che, appena l’hanno dispiegata, da sotto gli interisti hanno iniziato a strapparla. «Siamo scesi per avere un chiarimento, non per fare a botte». Ma le immagini lo ritraggono mentre, come prima forma di chiarimento, si mette a distruggere lo striscione della «Banda Bagaj» interista. E inizia la sarabanda.
«Siamo tutti ragazzi normali», sbruffa. Ma poi arriva la domanda che non si aspetta. La faccenda dell’auto del killer. Apparentemente non c’entra con il processo, ma getta una luce diversa sulle sue retrovie. E costringe a ricordare come non sia la prima volta che i Guerrieri Ultras, gruppo che ha cannibalizzato la curva milanista, inciampano in una brutta storia.

http://lombardia.indymedia.org/node/17477

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Grazie al mitico FACEBOOK, possiamo risalire ad uno degli esemplari citati in questo “splendido” DOSSIER: http://it-it.facebook.com/people/Luca-Lucci/1585563064

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A quanto pare, questa accozzaglia di fascisto-delinquenti, coopta al loro interno persone “ben accavallate” di danari,come la ragazzetta di cui sopra, perché, come diceva Lenin,anche le rivoluzioni costano. Di rivoluzionario ivi non c’è nulla: solo la possibilità di avere un “rifugio” sicuro quando magari i parchi sono “troppo affollati” per lo “spacciottamento”,oppure quando non ci sono in vista “cene di gala”, così come ci illustra Davide Milosa de “IL MANIFESTO”.

Galliani e i Guerrieri di natale:cronaca di una serata tra il fior fiore della società

tratto dal "MANIFESTO" del 28 Dicembre 2008
di Davide Milosa

MILANO - Le relazioni pericolose tra club e capi-tifosi, con scorta e processo in corso Alla festa della Curva sud, l'ad rossonero e gli estorsori del Diavolo
Il vicepresidente del Milan ed ex titolare della poltrona più alta in Lega calcio, Adriano Galliani, utilizza la scorta di Stato per recarsi a incontri con persone dalle quali gli agenti di polizia dovrebbero proteggerlo. Risultato: spreco inutile di denaro pubblico. Un brutto pasticcio di cui dovrà prendersi carico il ministro dell'Interno Roberto Maroni, storico tifoso dei colori rossoneri.
Lo strano cortocircuito va in in scena a Milano. Pochi giorni prima di Natale in un noto ristorante del centro. Nel locale parte il primo e gli altri vanno dietro. Una, due, tre volte. Canzoni da stadio. Fermi, poi di nuovo insieme. Come in curva. Anzi meglio. Qui c'è pure da bere e da mangiare. Le teste rasate non si contano. Sono in tanti. Pigiati in un piccolo ristorante di Brera. Di solito qui si mangia carne argentina. Questa sera si festeggia il gruppo Curva sud, tifo organizzato del Milan. Sta scritto ovunque: sullo striscione appeso alla parete, su felpe e magliette. E' natale. Per la precisione il 19 dicembre 2008. E vuoi che tra tanta gente non ci sia un diffidato. Più d'uno. La scelta è vasta: lancio di fumogeni, rissa, resistenza. Condannati, poi rilasciati, di nuovo riacciuffati. Vita da ultras. Nessuno ci fa caso. Quello che conta sono i colori.
Storia antica quella della curva rossonera. Gloriosa addirittura. Per conferma chiedere a Giancarlo Capelli, alias il Barone, vecchio cuore rossonero, capobastone del territorio curvaiolo con lasciapassare per tribune vip e transoceaniche a bordo dell'aereo milanista. All'adunata ci sta pure lui. Bello con i suoi occhialetti bicolore. Canta e si diverte. Ma non dimentica la galera. Annusata per qualche settimana. Motivo: estorsione al Milan. Lui più banderuola che bandiera. Ci ha provato e gli è andata male. E per questo a gennaio sarà alla sbarra. Non da solo, ovviamente. Ma con altre sei persone arrestate dalla Digos di Milano nel maggio 2007. Balordi di professione come Giancarlo «Sandokan» Lombardi, origini casertane, capo armato dei Guerrieri Ultras della sud indagato anche per tentato omicidio. O come Marietto Diana, precedenti per armi e droga. Lombardi il 19 dicembre è in Costa Rica. Mentre Marietto e lì assieme a Barone. Tutti dovranno rispondere a vario titolo di associazione a delinquere, estorsioni, violenze e minacce.
Il bello, però, deve ancora arrivare. In tarda serata, infatti, tra le tante teste pelate più di tutte brilla quella di Adriano Galliani, vittima delle estorsioni e ad oggi parte lesa con la società nel processo che si svolgerà nei prossimi mesi. Galliani sorride imbustato nel suo completo d'ordinanza: giacca blu e cravatta gialla. Parla anche. Dice che lui di quelle estorsioni non sa nulla e soprattutto, riferisce chi a quella festa c'era, promette nuove aperture a quei capitifosi che fino al maggio 2007 si spartivano i guadagni dei biglietti per le trasferte. Perché fino ad allora Barone, Lombardi e Diana avevano l'abitudine di fare la voce grossa in società. E se Galliani tergiversava, loro, beati, se ne andavano a bussare alla porta del presidente Berlusconi.
Dopo gli arresti di maggio e alcune minacce anonime, il Prefetto di Milano ha deciso di dare la scorta a Galliani. Gente della polizia pagata con soldi pubblici. Agenti scelti incaricati di seguirlo ovunque. Fin dentro la tana del lupo, nel frattempo diventato del tutto mansueto, visto che tra Barone, Diana, Luca Lucci, reggente della curva in nome e per conto di Lombardi, e Adriano Galliani il 19 dicembre sono stati solo baci e abbracci. Scontato, a questo punto pensare che l'emergenza sia passata e che il ministro Maroni decida di togliere la scorta a Galliani. Perché la linea dura deve valere per tutti: ultras e dirigenti. Su questo lo stesso capo del Viminale, il 16 settembre scorso non aveva dubbi: «Se si vuole salvare il calcio, le società devono mettersi in prima fila e isolare i violenti».
Intanto, poche ore prima del pasticcio del 19 dicembre, in via Vittor Pisani, sempre a Milano, Galliani sta seduto ai tavoli di Giannino, locale di gran lusso, meta fissa di calciatori, veline e politici. Con lui il figlio, ultras in borghese e consigliere del padre in fatto di calciomercato. Si mangia bene da Giannino. Poi ecco comparire il Barone. Lui è sorpreso. Galliani pure. Quattro parole per condire la scena di un incontro casuale e il vicepresidente salta sull'auto della scorta che si mette dietro a quella del Barone. Quindi l'incontro con gli ultras immortalato da almeno tre fotografie. Tutto concordato? L'ipotesi appare quasi una certezza se si ricorda ciò che è avvenuto il 14 dicembre negli studi di Mediaset. La giornata di campionato si è appena conclusa con il posticipo Juventus-Milan. I rossoneri hanno perso 4-2. In studio a a Controcampo si commentano le immagini. All'improvviso un gruppo di ultras milanisti fa irruzione. E' gente piuttosto arrabbiata. Molti sono andati a Torino senza biglietto e non sono entrati allo stadio. Urlano che vogliono i biglietti. Qualcuno in studio si spaventa. La sceneggiata dura pochi minuti e si conclude all'esterno degli studi di Cologno Monzese con tafferugli vari fra carabinieri e tifosi. Ci scappa pure un fermo. Come si diceva, vita da ultras. Il giorno dopo, il fatto viene tenuto basso, soprattutto dai Tg di Mediaset. Riferito solo nella cronaca e non nel retroscena di alcuni capitifosi che da casa, guardando la tv, comandavano il blitz con il cellulare.
Alla Digos, però, hanno le idee piuttosto chiare: Juve-Milan non c'entra, c'entrano i biglietti per le trasferte, quelli che prima degli arresti del 2007 gestivano Barone e Lombardi e che ora restano in mano alla società. I capitifosi, che in questi mesi sono tornati in libertà in attesa del processo, hanno rialzato la testa. Minacciano contestazioni e lanci di fumogeni organizzati per far prendere multe salatissime alla società. Tutto come scritto nell'ordinanza d'arresto: torciate a comando, ordini impartiti via sms.
C'è di più, però: l'ombra della criminalità organizzata che come a Napoli, anche a Milano infiltra le curve. L'inchiesta ha messo a fuoco strane alleanza tra tifosi della Juve e del Milan. Un patto di ferro stretto tra Lombardi e uno dei capi dei Viking bianconeri, la cui sede, stranamente si trova a Milano. Il progetto nasce nel 2005. L'obiettivo è lo scioglimento della Fossa dei leoni, gruppo storico del tifo italiano, per controllare l'intera curva. La cosa avviene puntualmente. Nel frattempo, Sandokan Lombardi si è già comprato i capi delle Brigate Rossonere, altra sigla del tifo milanista, con promesse di denaro. Nel Risiko curvaiolo restano fuori i ragazzi dei Commandos tigre: il 16 ottobre 2006 davanti a un centro commerciale viene gambizzato uno dei capi. Il 27 gennaio 2007, prima di Milan-Roma, Walter Settembrini, altra figura storica dei Commandos, viene pestato a sangue in piazzale Axum davanti a migliaia di persone.
A questo punto la curva è roba di Lombardi e pochi altri. Un territorio franco dove tessere affari di ogni genere. La droga è uno di questi. Tanto più che l'uomo dei Viking è imparentato con la famiglia di 'ndrangheta dei Rappocciolo. Gli uomini dell'antimafia lo ritengono «abilissimo a far perdre le proprie tracce» soprattutto «per il suo inserimento in circuiti criminali di elevato spessore». Nel 1998 a Milano partecipa a una sanguinosa sparatoria. Lui dalla parte degli uomini di Cosa nostra e della 'ndrangheta contro i serbi di Dragomir Petrovic. Obiettivo: il monopolo del traffico di droga. Di più: il cognome Rappocciolo è stranoto all'antimafia milanese e presente nell'ultima grande inchiesta che ha svelato le infiltrazione del boss calabrese Salvatore Morabito fino dentro l'Ortomercato e ai piani alti del palazzo Sogemi, la società a partecipazione comunale che lo gestisce. Non è finita. Perché tra i picchiatori di Sandokan c'è uno dei boss delle case popolari di via Flaming, zona ovest di Milano, già condannato per l'omicidio del figlio del superboss calabrese Santo Pasquale Morabito. Un tipo tosto legato ai clan Barbaro e Papalia che regnano nell'hinterland sud della città. La storia criminale c'è tutta. «Tanto più - confidano alcune ragazzi della curva - che questi girano sempre ben accavallati (armati, ndr)». Hanno luoghi di ritrovo, imboschi e una ragnatela di rapporti con i più importanti trafficanti di droga di Milano.
Fatti, questi, ben noti ad Adriano Galliani che così, dopo l'irruzione di Mediaset, annusa l'aria. Tanto più che da mesi la squadra gioca male e non fa risultati. Cosa che non piace alla proprietà. A Milanello qualcuno parla di una rifondazione. Berlusconi junior vorrebbe la testa di Galliani e Ancelotti. Insomma, le acque sono agitate, meglio non creare ulteriori increspature. Da qui l'incontro di Brera, voluto dallo stesso dirigente rossonero. Un incontro gestito male. Azzardato. E dove le parole del vicepresidente vengono lette dai capi come la promessa di riaprire i rubinetti dei biglietti per le trasferte come era già cattiva abitudine fino alla finale di Champions league ad Atene nel 2007. Allora il giro d'affari ruotava attorno ai due milioni di euro l'anno.

 

Il capo dei Commandos, qualche anno prima, non poteva entrare allo stadio. Però alla festa del Milan campione d’Italia, nel 2004, aveva un tavolo accanto a quello del presidente Berlusconi. «Noi siamo soliti festeggiare con la nostra famiglia allargata», dice la società. Una definizione che comprende sia il presidente della Regione Formigoni e l’allora sindaco di Milano Albertini, sia una quindicina di ultrà esponenti deiCommandos, delle Brigate Rossonere, e della (oggi sciolta) Fossa dei leoni. Un frammento dei rapporti pericolosi che Inter e Milan intrattengono con i «cattivi» delle curve. Rapporti leciti,ma alla base di un giro d’affari da milioni di euro, della gestione di un potere su migliaia di ultrà, e di un meccanismo di ricatto più o meno latente verso i club. Che negli ultimi mesi è sfociato in unatentata estorsione ai danni dei rossoneri.Concolpi di pistola e un pestaggio.

Equilibrio sottile
Rapporti a rischio. I capi ultrà viaggiano spesso sugli stessi charter che portano i giocatori e i dirigenti. «Ma volano a loro spese», fanno sapere da Milan e Inter. Entrano negli spogliatoi di San Siro e nelle aree vip. Perché i leader della curva possiedono pass nominali, con tanto di foto per «muoversi liberamente in ogni settore dello stadio, compresi gli spogliatoi dei giocatori » (deposizione di un dirigente del Milan). Lostesso succede per l’Inter.Avolte, i legami diventano lavorativi. Come per un esponente di Alternativa rossonera, impiegato in un ufficialissimo Milan point. Infine, sul sito delle Brigate rossonere Gilardino, Inzaghi, Kakà e Gattuso mettono gratuitamente a disposizione la loro (costosa) immagine per pubblicizzare magliette, cappellini e felpe del gruppo. Fin qui, niente di illecito. Solo la prova di una certa contiguità tra le società e i gruppi di tifosi più estremi. Di contatti che vengono considerati inevitabili. E da coltivare: servono a «responsabilizzare» i capi dei tifosi, con il risultato «di essere una delle squadre meno sanzionate in Europa e in Italia», come chiarisce un responsabile del Milan in un verbale della Digos. Il fatto è che l’equilibrio è fragile. E il confine tra rapporto corretto e complicità sottile.

Il patto nerazzurro
Quindici maggio 2005, a San Siro si gioca la partita Inter-Livorno. In curva Nord, quella nerazzurra, compare una croce celtica. Sventola per pochi minuti, poi viene ritirata. Cosa è accaduto? Un responsabile della polizia ha avvertito un referente della curva, che ha girato immediatamente l’ordine: «Fate levare quella roba». Il magistrato che ha indagato sugli ultrà interisti parla di collaborazione «efficace». È il sistema nerazzurro, per come è stato ricostruito dagli investigatori. Funziona così: concessione di benefici «limitati» ai capi-curva in cambio di una sorta di «servizio d’ordine». Il tutto sotto la supervisione della polizia, che però non compare mai sugli spalti. L’Inter assicura cinquanta biglietti omaggio «consegnati a Franco Caravita (leader della curva Nord, ndr) e da questi gestiti con successiva distribuzione » ad altri esponenti degli ultrà. La contropartita, per l’immagine e per le casse di una società di calcio, è enorme: una curva calma, niente guerriglia urbana (rarissima fuori da San Siro negli ultimi anni), poche multe per incidenti e lancio di fumogeni. Ma come: si tratta con i «cattivi»? Ci si affida a loro per il servizio d’ordine, anche se alcuni hanno precedenti penali? E qual è il limite di questi accordi? La risposta l’ha data il pm Fabio Roia chiedendo l’archiviazione dell’indagine sul lancio di fumogeni che portò all’interruzione del derby diChampions del 12 aprile 2005: «È evidente come questa intesa possa suscitare qualche perplessità sotto il profilo etico e della eventuale prospettiva investigativa, ma la gestione dell’ordine pubblico in situazioni di particolare complessità comporta una visione ampia e flessibile del problema». Un pragmatismo efficace da un lato,mache dall’altro rappresenta una sorta di resa del sistema calcio: le società sono i «soggetti deboli» per il principio della responsabilità oggettiva (le intemperanze dei tifosi si pagano con multe e squalifiche del campo); polizia e carabinieri non entrano mai nelle curve di San Siro per evitare «possibili provocazioni», eun anello chiave della sicurezza sono gli ultrà stessi. Viene da pensare: ma cosa succede negli stadi italiani se questo modello,come accertato dopo mesi di indagine, è il risultato della «bonifica culturale» del presidente Moratti? Se il calcio è una macchina da soldi, 3 per cento del Pil, le curve tentano di ritagliarsi la propria fetta. Il tifo che diventa mestiere.

Il giro d’affari
Primo: i biglietti per le trasferte. Di solito le società li vendono ai rappresentanti della curva. Niente di illecito.Maquesto cosa comporta?Unodei capi ultrà del Milan haammessodi rivenderli a 2-3 euro in più.Edè il primo ricarico. Sui biglietti si fonda poi l’organizzazione dei viaggi: pullman e treni per le trasferte più vicine, aereo per quelle distanti. I curvaioli comprano il pacchetto completo. Che comprende, ovviamente, altri ricarichi. Moltiplicando per le 18 trasferte di campionato, più quelle di coppa Italia e di Champions, alle quali partecipano in media, per le squadre milanesi, tra le mille e le 4 mila persone, si scopre che una stagione calcistica può fruttare 5-600 mila euro. Sottobanco poi, è un’altra storia: biglietti regalati, venduti sottocosto o pagati inmododilazionato. Per l’Inter la magistratura ha escluso questa prassi, sul Milan (come parte lesa in un tentativo di estorsione da parte di gruppi ultrà) c’è un’indagine in corso. «Ma per società molto importanti — spiega Maurizio Marinelli, direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica— l’omaggio può arrivare anche a un migliaio di biglietti». In questo caso gli introiti per gli ultrà-affaristi si moltiplicano. «I capitifoseria hanno un potere enorme —aggiunge il procuratore capo di Monza, Antonio Pizzi, che ha condotto l’inchiesta oggi passata a Milano —. Ricattano le società che forniscono loro biglietti sottocosto o in omaggio. Il giro d’affari per una curva è nell’ordine di milioni di euro».Aquesto fiume di soldi bisogna aggiungere gli aiuti per le coreografie (negati dalle società) e la vendita dei gadget: cappelli, felpe, magliette. Questa è la montagna di soldi da spartire. Che non arriva a tutta la curva, manelle tasche dei pochi che comandano. Conseguenza: i capi degli ultrà milanesi pensano più agli affari che alla violenza. Ma appena gli equilibri si spostano, c’è qualcuno che per entrare nel business è pronto sparare. È quel che sta succedendo intorno a San Siro.

La tentata estorsione
Nell’autunno 2005 si scioglie, dopo 37 anni, la Fossa dei Leoni. È un gruppo storico del tifo rossonero, ma ha due macchie: è l’unico rimasto di sinistra e non risparmia le critiche alla società. La ragione dello scioglimento sembra tuttadacercarsi dentro il codice d’onore ultrà: i Viking juventini hanno rubato lo striscione alla Fossa, che per la restituzioneha chiesto la collaborazione con la Digos. Questa storia è anche un pretesto. In realtà, c’è già un nuovo gruppo, di destra, che sgomita per la leadership: i Guerrieri ultras. I Guerrieri si sarebbero alleati con le Brigate Rossonere. I Commandos vanno in minoranza. E pagano. «I nuovi cominciano a sgomitare. In due direzione: per guadagnare spazio nella curva e per ottenere il riconoscimento dalla società. Che consente di partecipare al giro d’affari» spiega un investigatore. Così, l’ottobre scorso, due uomini in moto sparano alle gambe di A. L., 32 anni, esponente dei Commandos, davanti a un supermercato di Sesto San Giovanni. Il 25 gennaio, un altro leader dello stesso gruppo viene picchiato fuori da San Siro da sette persone (due sono state arrestate e stanno per andare a processo). È conciato così male che ancora oggi non si sa se ce la farà. Intanto, i Guerrieri chiedono biglietti alla società. Forse anche abbonamenti. Mail Milan, per due volte, rifiuta. E, combinazione, subito dopo per due volte dalla curva piovono fumogeni: Milan- Lilla, 6 dicembre, e Milan-Torino, 10 dicembre 2006. Il Milan annuncia una linea più dura: taglia i pass. Galliani va in procura a Monza, che nel frattempo ha indagato dieci ultrà:«Manon sono io che mi occupo di queste cose». Non c’è stata nessuna denuncia. La procura è arrivata alla tentata estorsione indagando sulla sparatoria. «Nei nuovi gruppi di ultrà—rivela uninvestigatore — ci sono molti delinquenti comuni, con precedenti per spaccio e rapine». Sicuri che valga la pena tenerli in famiglia?

I MAFIO-FASCISTI:I NUOVI DELINQUENTI

DOPO LA RISSA DEL DERBY,LA FRANGIA NERA ESTREMISTA tenta di schiacciare i vertici berlusconiani

Fischi, striscioni, contestazione 
l'amara partita di Berlusconi

Tifosi rossoneri contro il presidente del Consiglio: "Sono anni che compri bidoni e figurine, quest'anno chi compri...veline?"
di FABRIZIO BOCCA

Fischi, striscioni, contestazione  l'amara partita di Berlusconi

MILANO - Nel giorno della festa di Maldini, settantamila persone con una sciarpa celebrativa in mano, lo stadio di San Siro ha messo in scena anche una contestazione alla società e a Berlusconi, arrivato allo stadio proprio per festeggiare l'addio al Meazza del capitano rossonero. Ma ha trovato un clima molto diverso da quello che si aspettava. Dal secondo anello della curva sud dello stadio, dove risiede il tifo ultrà rossonero, sono arrivati anche fischi indirizzati alla società e al presidente del Milan. E soprattutto sono stati esposti pesanti striscion di contestazione. Il più pesante questo: "Sono anni che compri bidoni e figurine, quest'anno chi compri ... le veline?". 

Per l'intero corso dell'anno i duri del tifo rossonero hanno contestato la società e Adriano Galliani se ne era anche lamentato in più di un'occasione dicendo che in altri paesi tutto questo non succede, che i tifosi sono molto più vicini alla squadra e alla società. Alternando anche insulti ai tifosi della Roma, gli ultrà sono andati però sul pesante: "Vendi kakà per risanare la società, e non spendi più i tuoi milioni . Caro Berlusconi grazie di tutti e vai fuori dai c....". Un altro ancora molto più secco: "Devi spendere!".
 

Parte del tifo si oppone anche alla separazione del Milan da Ancelotti dopo otto anni di panchina e numerosi successi tra cui due Champions League: "Carletto uomo di onestà vittima perdente di questa società". Altri attestati di stima nei confronti di Shevchenko. Sfogate le frustrazioni di mercato e contestata la società poi i tifosi hanno preso a sostenere normalmente il Milan in una difficilissima partita contro la Roma.
  
Il Milan saluta con una sconfitta (2-3) contro la Roma l'ultima partita a San Siro di Paolo Maldini (GUARDA LE FOTO). Il capitano dei rossoneri beccato da parte della Curva Sud in un clima di grande tensione.

I rossoneri rischiano di
 
non accedere direttamente alla Champions League: la Fiorentina (1-1 a Lecce) è infatti a tre punti e nell'ultima giornata, in caso di sconfitta a Firenze con più di un gol di scarto, il Milan dovrà passare dai Preliminari. 
MILANO, 24 maggio - Seduto in tribuna al Meazza per assistere all'ultima partita casalinga di Paolo Maldini prima del ritiro dal calcio giocato, il patron rossonero Silvio Berlusconi è stato pesantemente contestato dal tifo organizzato del Milan. Nei primi minuti della sfida contro la Roma, la Curva Sud rossonera ha esposto due striscioni all'indirizzo del presidente del Consiglio. «Vendi Kakà per risanare la società e non spendi più i tuoi milioni. Caro Berlusconi grazie di tutto e vai fuori dai c.», recitava il primo, seguito da un altro con scritto: «Devi spendere».

GLI STRISCIONI - La contestazione verso Berlusconi sta andando avanti anche durante la partita, sempre a colpi di striscioni esposti dalla Curva Sud. «Sono anni che compri bidoni e figurine. Quest'anno chi compri...le veline???», recita uno esposto sul finire del primo tempo. Poco prima due striscioni sono stati dedicati alla situazione di Andriy Shevchenko, l'attaccante che in estate dovrebbe rientrare al Chelsea dopo una stagione di prestito. «Sheva non si vende», era scritto sul primo e il concetto è stato ribadito poi su un altro lungo lenzuolo: «Sheva è un grande uomo e un grande calciatore, il suo futuro deve essere di un solo colore», con l'ultima parola scritta a lettere rossonere.

Maldini vs. Curva Sud: i fatti che hanno portato allo scontro

25.05.2009 10:21 di Pietro Mazzara   articolo letto 5033 volte

© foto di Giacomo Morini

Il rapporto tra Paolo Maldini e la Curva Sud si è rotto in maniera definitiva ieri pomeriggio durante il giro di campo effettuato da Paolo per ricevere l'ultimo tributo del suo pubblico. Ma proprio durante questo cerimoniale, la Sud ha esposto in transenna la bandiera dedicata a Franco Baresi, indicato dagli ultras come il "vero ed unico" capitano. Gli screzi tra Maldini e la Sud sono da ricercarsi nella storia triste rossonera. Il primo scontro pubblico si ebbe durante Milan-Parma, stagione 97/98, la prima di Paolo da capitano. Il Milan arrivò decimo dopo i proclami di Capello di inizio stagione e durante la partita con i gialloblu, la Sud diede le spalle al campo, seguita stranamente da tutto lo stadio, prima di dare il via ad un fitto lancio di fumogeni e uova dopo il gol del vantaggio del Parma. Il secondo scontro risale alla finale di Istanbul, persa dal Milan contro il Liverpool. La Sud accusa i giocatori di essersi seduti ed identifica nel capitano l'uomo che avrebbe dovuto far mantenere alta la concentrazione. Infine, l'ultimo episodio si è avuto dopo Milan-Werder Brema di quest'anno, che ci è costata l'eliminazione dalla coppa Uefa. A fine partita, la Sud ha pesantemente fischiato la squadra e Maldini, prima di uscire, portò l'indice alla bocca, facendo segno ai tifosi di stare zitti. Inoltre, come riporta anche il sito della Gazzetta, in un'intervista rilasciata qualche mese fa alla rosea, Maldini aveva dichiarato: "Sono molto arrabbiato, come i miei compagni. Dopo tutto quello che abbiamo dato, fatto e vinto, meritiamo un trattamento diverso. Questo atteggiamento è iniziato nel derby di ritorno dell’anno scorso. Con un aiuto da parte della nostra curva, non avremmo perso quella partita. I motivi? Ci sono motivazioni economiche, giochi di potere. Ma se sono queste le ragioni per andare allo stadio, non so più che cosa pensare. Comunque non è solo la curva a non sostenerci: anche i tifosi degli altri settori se ne stanno zitti. Io credo che quando si canta 'Abbiamo il Milan nel cuore', poi bisogna dimostrarlo. Ormai noi giochiamo in trasferta o in campo neutro: mai davvero in casa. Non mi sembra logico, e la squadra non ci sta più. I fischi a Dida e Gilardino? Non li comprendo. I fischi ci sono sempre stati, ma qui si sta andando oltre. A San Siro si sentono applausi ironici per Dida quando blocca una palla facile. Ma quello è il portiere della finale di Manchester, è un campione d’Europa come Gilardino. San Siro è sempre stato magico: adesso stiamo perdendo questa magia"

 

«Vogliono farci le scarpe, tanto poi a chi gliene frega di dare i biglietti a loro o di darli a noi». Così, al telefono, discutono due ultrà milanisti del gruppo «Commandos tigre».
In curva sud, al Meazza, è tempo di faide. Una nuova formazione è nata, sulle ceneri della disciolta «Fossa dei leoni». «Guerrieri ultras». Cercano spazio tra le frange del tifo. E, soprattutto, mirano a un riconoscimento da parte del Milan. Perché dietro la fede calcistica, esistono interessi economici:
il mercato del bagarinaggio e il merchandising della curva.

Ogni mezzo è lecito.

Dalle aggressioni ai gruppi rivali alle intimidazioni nei confronti della società di via Turati. E sette «Guerrieri» sono stati arrestati, con l’accusa di associazione per delinquere, tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale e lancio di oggetti durante una manifestazione sportiva. Nelle scorse settimane, l’ultima minaccia al club. Tagliandi per la finale di Champion’s League di questa sera, «o non saremo più in grado di tenere buoni i ragazzi della curva».

Una «cupola» agli ordini di Giancarlo «Sandokan» Lombardi e Giancarlo Capelli (il «Barone», capo storico della curva rossonera), seguiti da Mario Diana, Claudio Tieri, Alessandro Pozzoli, Marco Genellina, e Federico «Pablo» Zinguerenke. Gli agitatori della «sud», costati al Milan multe e il rischio di vedersi squalificare il campo. Per questo, la società avrebbe dovuto cedere ai ricatti dei «Guerrieri».

Milan-Lilla del 6 dicembre scorso .
(A San Siro vengono accese torce e fumogeni).

Lombardi invia un sms a Diana: «Dopo che sono state accese, ma tante, chiamami».
Pochi minuti dopo, ancora Lombardi: «Grande, le ho viste». E poi, «Bella torciata».
L’ultimo messaggio di Sandokan è delle 21.22, a Pozzoli: «Sì,
camerata, ma per le torce diffidano il campo?».

Ancora: Milan-Torino.

Lombardi, dopo il lancio di due torce, commenta con Zinguerenke: «Dici basta?».
Risposta: «Penso di sì, sicuramente un altro giro è una botta. L’arbitro ha scritto».
Ancora Lombardi: «Allora basta!».

Alle 18.17, Lombardi chiama Pablo: «Ma secondo me, se chiami il Milan e chiedi un incontro adesso te lo danno...».

Questa la pretesa: agire in una «zona franca» e diventare interlocutori della società. Perché «la costituzione dei “Guerrieri ultras” - scrive il gip Federica Centonze nell’ordinanza di custodia cautelare - non è che un pretesto per stabilire una posizione di egemonia che prevede la commissione di delitti anche gravi, quali il ferimento di Avignano (il tifoso aggredito a colpi di pistola lo scorso 16 ottobre a Sesto san Giovanni), lo sfondamento dei cancelli, l’estorsione e che consenta la gestione degli affari che ruotano intorno allo stadio».

In particolar modo, «la gestione dei biglietti concessi dalla società Milan», così da «determinare notevoli introiti per i gruppi organizzati».

L’ultimo business, la finale di coppa. Il 10 maggio scorso, Sandokan e il Barone si presentano nella sede del Milan. Parlano con la responsabile del settore booking della società rossonera, e con l’amministratore delegato del «Milan Entertainment». Pretendono biglietti per la partita contro il Liverpool. La società prende tempo. I «Guerrieri» chiedono di incontrare il presidente Sivio Berlusconi.
L’avvertimento è che «siamo in grado di condizionare l’atteggiamento di tutta la tifoseria ultrà della curva, verso chicchessia». La minaccia, più esplicita, è di non essere più in grado di «tenere buoni i ragazzi». Ancora, tra il 14 e il 17 maggio scorso, in via Turati arrivano e-mail minatorie. Nel frattempo, la contestazione monta anche a San Siro. Striscioni e cori contro l’amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani. Lo scorso 9 gennaio, dopo aver sporto denuncia, Galliani ha spiegato agli investigatori della Digos di aver saputo «dalla Gozzi che le richieste di questi tifosi riguardavano disponibilità e gestione dei biglietti della curva sud», ma di «non aver mai avuto alcun tipo di rapporto diretto con il tifo organizzato».

Lesioni volontarie gravissime.
Condanne miti (l'accusa era tentato omicidio) per Michele Caruso (4 anni e 4 mesi, domiciliari) e Max Colombo (3 anni e 4 mesi, libertà vigilata), detto Nanà, i due ultras milanisti (Brigate rossonere) protagonisti del pestaggio al 42enne Walter Settembrini avvenuto prima di Milan-Roma del 25 gennaio.

La sentenza di ieri, però, conclude solo un capitolo di una storia tutta da raccontare.

A partire dall'ultras del Milan (Commandos Tigre, gruppo di riferimento di Settembrini) gambizzato il 17 ottobre 2006 a Sesto S.Giovanni.

Un fatto che le indagini inquadrano in uno scontro per gli affari (2 milioni di euro l'anno) in curva Sud. Dietro la lotta di potere, scatenata dopo lo scioglimento (oscuro) della Fossa (2005), ci sarebbero pregiudicati legati al crimine organizzato che opererebbero all'ombra di un nuovo gruppo ultras (arrivato dopo la Fossa).

Tra questi un elemento di spicco della banda di narcotrafficanti della Barona - non presente tra i 57 arresti di una settimana fa - , che partecipò alla sparatoria di via Faenza (1998), e un altro coinvolto nell'omicidio di Rocco Lo Faro (1996), figlio del boss della 'ndrangheta Sante Pasquale Morabito.

http://city.corriere.it/news/articolo.php?tipo=cronaca&id=48198&id_testata=2

L’ESTREMA DESTRA

L’uccisione avvenuta il 29 gennaio 1995, prima della partita Genoa-Milan, del giovane tifoso Vincenzo Spagnolo sul piazzale antistante lo stadio Ferraris, colpito al cuore da una coltellata da un ultrà milanista, mise in evidenza una realtà già profondamente mutata.

Dall’inizio di quel campionato si erano, infatti, già formate le “Brigate rossonere due”, una sorta di gruppo informale e clandestino, di struttura parallela al club ufficiale. Al suo interno anche qualche figura proveniente dalla militanza nell’estrema destra. La “rissa” a Genova, come scrissero i magistrati, “era stata da loro programmata”.

Alcuni dei personaggi coinvolti li ritroveremo nuovamente, di lì a qualche anno, implicati in almeno due altri gravissimi fatti di sangue:
- il ferimento nell’aprile 1997, sui Navigli, in piena campagna elettorale, del consigliere comunale di Rifondazione comunista
Davide Tinelli,
- l’assassinio di Alessandro Alvarez, un giovane neofascista, nel marzo del 2000 a Cologno, nell’ambito di un mai chiarito regolamento di conti
sul crinale di oscuri traffici di armi e droga. Quest’ultimo episodio portò alla rocambolesca assoluzione dell’unico imputato, un neofascista a sua volta, riconosciuto innocente solo per l’impossibilità di utilizzare le prove raccolte, irregolarmente acquisite dai carabinieri che sequestrarono senza autorizzazione un suo giubbotto con tracce di polvere da sparo, e raccolsero illegalmente una sua deposizione in cui lo stesso confessava di essere stato presente al momento dell’agguato.

I “ GUERRIERI”

Lo scioglimento della “Fossa dei leoni” giunse al termine di un lungo conflitto strisciante, prendendo a pretesto il furto di uno striscione ad opera di ultras juventini.

La “Fossa” venne accusata di aver richiesto l’intermediazione della Digos. Un fatto inaccettabile secondo le regole della curva. Prima le accuse, mai realmente dimostrate, poi le pressioni, le minacce e le aggressioni, infine la decisione da parte dei dirigenti della “Fossa” di abbandonare.

Nel vuoto creatosi si materializzò un nuovo gruppo che ne prese subito il posto, i “Guerrieri ultras”, con il simbolo di un guerriero scozzese. Non spuntavano proprio dal nulla, già presenti in curva, legati come ormai brigate e commandos a consolidati giri di malavita organizzata, colsero solo un’occasione. La curva con i suoi affari, valutabili secondo alcune stime, in due milioni di euro l’anno (tra rivendita di biglietti, gadget, coreografie e organizzazione delle trasferte), rappresentò un richiamo irresistibile.

Così è oggi la curva sud, quella del Milan, con nuovi padroni, in procinto di ridisegnare le gerarchie, non tramite infiltrazioni di tipo politico. I richiami sempre più insistenti alla destra sembrerebbero rappresentare in definitiva solo una conseguenza del prevalere di ambienti criminali, da sempre con spiccate simpatie destrorse.

Due i fatti di cronaca su cui la magistratura sta indagando.

- Il ferimento a colpi di pistola, il 17 ottobre dello scorso anno, a Sesto San Giovanni, di un esponente dei “Commandos tigre”,
- l’aggressione a Milano, fuori dallo stadio, il 25 gennaio, ad un altro tifoso milanista proveniente dai centri sociali, accusato di essere un confidente della polizia. Dieci gli indagati per il primo episodio, due le persone arrestate per il secondo.

IL FATTO - Martedì scattano le manette ai polsi di Giancarlo Capelli, alias "Il Barone", 59enne storico capo della curva rossonera. E poi, ai polsi di Giancarlo "Sandokan" Lombardi, 32enne, Mario Diana, 40 anni, Claudio Tieri, 33 enne, Federico Zinguernke, detto Pablo, 31enne, Alessandro "Peso" Pozzoli, 34 anni e Marco Genellina, 24enne. In effetti nell'ordinanza di custodia firmata dal gip Federica Centonze, ricorrono anche i nomi di Karim Navarrini, Cristian Torti e Davide Maarouf. Per loro tre però il pm non chiede alcuna misura cautelare, visto che non si configura il reato associativo.

LE MOTIVAZIONI - Perchè sono finiti in carcere? Per estorsione ma anche "per tutta una serie di delitti, in occasione e nell'ambito di manifestazioni sportive calcistiche, ed in particolare di reati di porto e lancio di torce ed artifizi pirotecnici e di estorsione, ai danni della società Milan Ac", scrive il gip. In effetti questa dizione generica è solo il preludio a una brutta storia che potrebbe - almeno a livello di ipotesi - essere "replicabile" come modello anche per altre società (ricordate il derby tra Roma e Lazio con i tifosi in campo?).

IL FERIMENTO - Le indagini cominciano con il ferimento di Leonardo Avignano, il 16 ottobre 2006. Il ragazzo "viene attinto da uno dei colpi d'arma da fuoco esplosi al suo indirizzo dal passeggero di una moto che immediatamente dopo si dà alla fuga" presso il Centro Commerciale 'Vulcano' di Sesto San Giovanni. Gli inquirenti indagano e cosa scoprono? Che Avignano risulta "appartenere ad un gruppo organizzato di tifosi ultras denominato Commandos Tigre. Le notizie acquisite in quel frangente dalla Digos di Milano e dalla Ps di Sesto San Giovanni convergono nella direzione di un atto criminale derivato da dissidi e risse verificatisi all'interno della curva ultras milanista, rispetto ai quali l'atto a danno di Avignano sembra avere una finalità punitiva". E qui occorre qualche spiegazione alle carte processuali.

LA STORIA - I Commandos Tigre sono una delle organizzazioni della curva milanista. Nascono poco dopo la Fossa dei Leoni, nata nel 1968. Le “Brigate rossonere”, la seconda formazione per importanza, arrivarono più tardi, nel 1975. Sono gli anni in cui nella curva sud dello stadio di San Siro, protagonisti migliaia di giovani, si sventolava un gran bandierone con il ritratto del Che. Un fenomeno solo in parte imitativo delle grandi manifestazioni di massa dell’epoca. Questo è lo scenario "consolidato" della tifoseria milanista, che poi però comincia a mutare. Dopo un anno dalla discesa in campo di Berlusconi. A mostrare quanto sia avvenuta la virata a destra dei supporter è l'uccisione avvenuta il 29 gennaio 1995, prima della partita Genoa-Milan, del giovane tifoso Vincenzo Spagnolo sul piazzale antistante lo stadio Ferraris. Dall’inizio di quel campionato si erano, infatti, già formate le “Brigate rossonere due”, una sorta di gruppo informale e clandestino, di struttura parallela al club ufficiale. Al suo interno anche qualche figura proveniente dalla militanza nell’estrema destra. La “rissa” a Genova, come scrissero i magistrati, “era stata da loro programmata”.

Non è finita, il tifo è molto agitato al suo interno. In preda a una sorta di convulsione politica. Nell’aprile 1997, sui Navigli, in piena campagna elettorale, viene ferito il consigliere comunale di Rifondazione comunista Davide Tinelli.

Nel marzo del 2000 a Cologno Alessandro Alvarez, un giovane neofascista, viene assassinato. Alla fine, dopo questo travaglio, muore la Fossa dei Leoni. E nascono i Guerrieri, con il simbolo di un guerriero scozzese.

I Guerrieri iniziano a "sgomitare". Non sono entrati in campo per nulla. Il loro intento è mettere le mani su un business molto redditizio, quello della rivendita dei biglietti. Un giro d'affari che viene stimato sui due milioni di euro all'anno.

"Il gruppo dei Gerrieri compare nell'autunno del 2005 - spiegano i magistrati - ad opera dell'indagato Giancarlo Lombardi che, dopo lo scioglimento della storica Fossa dei Leoni, cerca spazio all'interno della curva. Come si vedrà nel proseguio, tuttavia, la presa di posizione di Lombardi e soprattutto il metodo prevaricatore con cui cerca di affermarsi, determinano una serie di tensioni, legate in particolar modo alla gestione dei biglietti concessi a condizioni agevolate dalla società Milan, e fino a quel momento destinate alle formazioni consolidate, quali i 'Commandos Tigre', con il loro referente Michele Cardona, detto 'Ricky', e le 'Brigate rossonere', in persona del loro leader Giancarlo Capelli detto il Barone".

IL BARONE - Capelli, appunto. Il rispettatissimo "Barone". 59 anni, si trova all'improvviso senza organizzazione alle spalle. La Fossa si è sciolta, il leone è fuori dalla gabbia. Cerca un nuovo gruppo da guidare, con l'esperienza e la diplomazia, la forza e il carisma. Per Lombardi, alla ricerca di un posto al sole (e allo stadio) per i Guerrieri, è l'uomo giusto per "sfondare" e imporsi. Ma per fare questo deve prima provocare una rottura del "Barone" con l'altro capo storico, quello dei Commandos, Cardona.

Impresa riuscita, stando alle parole che Simone Chiodi, altro esponente dei Commandos, pronuncia davanti agli inquirenti: "Di certo c'è che il Cardona e il Capelli hanno litigato e da quel momento si può dire che non c'è più unità nella Curva, quasi una sorta di anarchia. Una mia deduzione è che il Lombardi sia riuscito nell'intento di spaccare la Curva per acquisire più potere con il suo gruppo - racconta Chiodi - Ricordo che durante la partita Milan-Torino ad un certo punto il Lombardi venne giù da noi stranamente per la prima volta a vadere la partita. Si fermò infatti per tutto il primo tempo. Quando furono lanciate le torce (in campo, ndr) lui si alzò con le mani ai fianchi guardando prima tutto il nostro settore e poi sopra, non proferendo parola. Noi rimanemmo di ghiaccio. Per la prima volta mi è sembrato che da noi sepreggiasse un senso di impotenza per un'azione che disapprovammo totalmente ma per la quale non abbiamo reagito perché avevamo la consapevolezza di vivere al di fuori delle regole dello stadio da sempre accettate da noi, e all'interno di una logica puramente mafiosa e criminale fatta di ricatti ed intimidazioni".

In pratica il meccanismo è semplice. Torce, bastoni, violenza. Tutto viene utilizzato per prendere il sopravvento all'interno della curva. E per coprire quel buco lasciato vuoto dalla Fossa dei Leoni.

IL MILAN - Ma non è l'unica direzione seguita da Lombardi e Capelli. Perchè l'obiettivo non è solo quello di avere il predominio, ma soprattutto quello di ottenere i tagliandi a prezzi scontati da rivendere. E allora Claudio Tieri, dei Guerrieri, inizia a tempestare di telefonate la società rossonera. All'altro capo del telefono risponde a volte Daniela Gozzi, responsabile della gestione settore stadio, a volte Marco Minorati, addetto al booking.

"Il Tieri continuava ad insistere di voler essere messo in contatto con qualche dirigente della società, minacciando, al contempo, che nel caso in cui la sua richiesta in merito ad un'eventuale distribuzione di bilgietti a favore del suo gruppo, sia da parte della società Milan, che da parte degli altri gruppi Ultras non fosse stata prese in considerazione, di poter causare disordini allo stadio sia tramite lancio di torce in campo che con scontri con gli altri gruppi ultras interni alla curva milanista, anche in occasione della partita del giorno successivo, l'8 novembre 2006", spiega Minorati ai magistrati. Lombardi chiama Tieri proprio l'8 novembre. E una sua frase intercettata è eloquente: "Noi siamo noi, vogliamo farci i cazzi nostri e lì dentro tutti si fanno i cazzi loro, non vedo il motivo perché non dobbiamo avere il filo diretto con la società".

Filo diretto a qualunque costo. E se c'è da portar dentro razzi e mazze, non ci sono problemi. Lo conferma una telefonata del 13 novembre 2006 tra Tieri e Karim Navarrini.

TIERI: Cazzo, mi sono perso i gadget sabato sera
NAVARRINI: che gadget?
T. Eh il casco, il manganello, qualche pezzo di quei poliziotti
N. ahhh
T. Era da scavallargli tutto
N. che non è facile, vuol dire anche pigliarle se gli vai sotto per rubargli la roba è pericoloso. Ho sentito che li avete pettinati mica da ridere
T. e minchia Marcone (Genellina, ndr) sta entrando, aveva una torcia in tasca, minchia questo lo ha brancato io mi sono subito messo in mezzo, ma oh, ma che cazzo fai, mollalo gli ho detto, minchia per una torcia stai facendo questo bordello, minchia si gira l'altro, sbammm, parte con il manganello
N, oh, ma sei scemo?
T. oh ragazzi, ma siete fuori? a quel punto lì cosa abbiamo fatto, io glio ho dato un caclio a uno, è arrivato l'altro, il vecchio di fossa...
N. Pablo?
T. Pab lo, ha caricato di bestia poi nel frattempo quell'altro correva dietro a Marco verso le rampe, minchia quando quelli lì sono partiti, gli altri due li abbiamo mollati un attimo son partiti, siamo riusciti a tirargli le manganellate da dietro, minchia sono finiti in un angolo tutti e tre e tutti attorno, la loro fortuna che è arrivato Giancarlo che ha detto "ragazzi lasciateli stare"
N. dopo ti vengono su ad acchiappare se li ammazzi eh...
T. va beh, magari li spaccavi un po', ERA UN PUNTO DOVE NON C'ERANO TELECAMERE

MODELLO LAZIO - Sempre Tieri parla al telefono con Navarrini una settimana dopo. E dà un'indicazione interessante.

T. Sembra che la società si stia ammorbidendo anche su un discorso di agevolare bene determinate cose. Se sti merda invece di pagare le multe ci girano un po' di soldi per fare un po' di cose non sarebbe mica male...
N. Come fanno alla Lazio che non pagano le multe e pagano gli ultrà. Li pagano e basta
T. "almeno darci una mano nelle trasferte più cazzute, o regalami il biglietto o pagami il volo"
T. Dice che la società dovrebbe agevolarli, rompendo meno i coglioni, altrimenti lancerebbero fumogeni in campo per fare multare di 250mila euro la società, "così ci romperebbero meno il cazzo e ci darebbero le loro agevolazioni Alitalia".
N. Se vogliono rompere i coglioni, romperemo i coglioni
T. Spacchiamo lo stadio e glielo buttiamo in campo, però non lo facciamo alla partita del Milan ma a quella dell'Inter, così almeno squalifichiamo il campo a loro.

Tieri è sempre più esplicito, e direttamente con il Milan, parlando con la Gozzi. "Da questi biglietti facciamo uscire anche dei soldi che servono a diciamo... dare com un rimborso spese a chi dà una mano a contribuire a far sì che la curva sia sempre piena... Signora i fumogeni si possono eliminare, dipende tutto da voi, gli ho detto. Noi non abbiamo nessun problema a non accendere i fumogeni, dipende da voi! Ho detto, per adesso noi stiamo tranquilli.

L’ORIGINE, DOVE PARTE IL MAFIO-FASCISMO

 

Contrariamente alla crisi ideologica del mondo che si rifaceva al marxismo, liquefattosi soprattutto per il tracollo economico della nazione di riferimento principale,ovvero l’URSS, il mondo che a vario titolo si è rifatto al nazi-fascismo gode paradossalmente di un mito che sembra eternarlo: ovvero dal fatto che l’Asse (Nero) sia stato distrutto totalmente sul campo,morendo combattendo fino all’ultimo. Questa tensione all’autodistruzione ha finito per avvolgere i sinistri protagonisti di un alone mefitico irresistibile,surreale, cosa che il mondo sovietico, con la sua liquidazione,non ha lasciato ai posteri.

 

Pomeriggio del 01 maggio 1945. I cadaveri di Hitler, Eva Braun, Joseph e Magda Goebbels bruciavano a Berlino, ma in parecchi si erano scavati una fuga in grande stile dall’ultimo bunker del Fuhrer. Il giornalista argentino americano Uki Goni ha recentemente rintracciato la rete d’uscita nazista spulciando nella filiale di Marktgasse a Berna, in Svizzera. Gli elvetici giocarono per tutto il conflitto su una miriade di tavoli. Da una parte chiudevano il conflitto in Italia attraverso l’avvicinamento del generale SS Wolff,comandante in capo dell’Italia occupata dalla Germania nazista, dall’altra accompagnavano i nazisti all’uscita. Nella rete purtroppo rientrava anche lo stato di Dio in terra, una commistione che la curia naturalmente tiene ben nascosta nei suoi millenari archivi. D’altra parte anche il demonio è, teologicamente, una creatura di Dio. Così nella cattolicissima Argentina, una delle sedi d’arrivo principali per i nazisti in fuga, il presidente Peron dissertava amabilmente col “dottor morte” Mengele sopra vivisezione e mutazioni artificiali dei caratteri esteriori. L’importante colonia ivi stanziata non diede seguito ad una deriva ideologica esplicita. Il peronismo certamente non si presentava e non si presenta come una ideologia. Esso è più che altro un guazzabuglio di tante anime tenute insieme da una figura carismatica. Più attive in Europa le ex SS radunatesi intorno alla figura di Thiriart che fondava la Jeune Europe, una delle internazionali nere che in Italia radunò formazioni come Ordine Nuovo e Quaderni Neri che avevano tra le loro file personaggi come Gaudenti, futuro fondatore di Rinascita Nazionale e , Claudio Orsi, nipote di Cesare Balbo, nonché Marcantonio Bezichieri, dirigente di Fiamma Tricolore. Questa sezione vide poi la fuoriuscita dei cosiddetti Nazimaoisti, infiltratisi nella sinistra extra parlamentare entro l’ampia cornice della strategia della tensione italiana. In Jeune Europe a sua volta sorse il filone comunitarista, una sorta di idea mondialista euro asiatica, un guazzabuglio di idee sociali pseudo sinistrorse che in Italia presero piede all’interno del Fronte Nazionale di Adriano Tilgher che andò a realizzare la rivista Rosso è Nero affiliata al Partito Comunitarista Nazional Europeo sorto in Belgio nel 1984. Definitisi comunitari, propugnavano una preservazione dell’identità radicata sul territorio anche attraverso l’intervento sociale dello stato. Un razzismo patinato, meno cruento: al posto delle camere a gas e dello Zyclon B, muri sopra i mari, schedature dei migranti, ghettizzazione, scorporo delle identità, giustapposizione: “Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo.” ( 107, Da un discorso di Adolf Hitler al Reichstag del 1937)   La deriva ideologica nazi fascista sembra incanalarsi entro la liquidazione del mondo sovietico avvenuta nel 1989. La disintegrazione della contrapposizione per blocchi ha dato spazio a nuove interpretazioni storiche ed ideologiche nelle quali tutto si confonde soprattutto entro gli schieramenti politici post democratici sempre più espressione di marketing  sociali tesi a raccogliere i consensi più disparati saccheggiando l’intero spettro politico da sinistra a destra. A livello teorico tuttavia la commistione tra socialismo in un solo stato e nazional socialismo non sembra un assurdo come dimostrò lo stesso Hitler quando scelse il suo vessillo ( 108, cfrt. A. Hitler, Mein Kampf ) Dalle teorizzazioni anti imperialiste di Rathenau, in Germania circolavano parecchi libelli nazional comunisti come quelli di Laufenberg ( 109, cit. in G. Buonfino, Teatro Totale, Massenspiel, Chorspiel in AA.VV. Avanguardia Dada Weimar, Venezia, 1978, pag. 36-37) ritenuti responsabili, da parte di una certa storiografia, di quella cesura di opposti estremismi responsabile del crollo di Weimar. In realtà in Germania le opposte fazioni si  fronteggiavano con violenza ed alla social democrazia si deve semmai il fallimento della costruzione di un socialismo di stato in grado di eliminare le contraddizione tra capitale e lavoro. Contraddizione che i nazisti seppero occultare grazie all’opera di elementi filo sovietici: i fratelli Strasser, come visto nel secondo capitolo del presente libro, e Muchow ( 110, cfrt. D. Diotti, I Momenti del Nazismo, Roma, 2006) ( 111, Muchow leader della Nationalsozialistiche betriebs Zellen Organization, morì in circostanze oscure nel settembre 1933) che seppero sfruttare ampiamente una composizione sociale dell’NSDAP costituita per ¾ da operai dequalificati, lavoratori industriali ed agricoli. Un nucleo molto forte e sfuggevole,tanto che in parecchi casi avveniva il balzo dall’altra parte. (112, cfrt. Sergio Bologna, Nazismo e classe operaia, 1933-1993, Milano 1994) Hitler naturalmente aveva pianificato un’altra direzione per l’NSDAP ed una volta giunto al potere spazzò via tutte quelle teste che andavano in direzione opposta:”Fra le SA, le camicie brune, il cui capo era Ernt Rohm, si era fatta largo l’dea di una “seconda rivoluzione” , si denunciava il sussistere nel Reich di gruppi reazionari, che erano quelli della destra, e una combutta di Hitler con i baroni dell’esercito e dell’industria. Ebbene il 30 giugno 1934 valse essenzialmente  come troncamento di questa corrente radicalista del partito e di un suo supposto complotto.” ( 113, cit. in J. Evola, Note sul III Reich, appendice in AAVV., il fascismo visto dalla destra, Roma, pag. 160-161) La commistione destra sinistra ci  riporta alle dichiarazioni di P. Drieu La Rochelle: “ Quando la vittoria non toccasse al tripartito, i più dei fascisti veri che scampassero al flagello passerebbero al comunismo, con esso farebbero blocco. Sarebbe allora varcato il fosso che separa le due rivoluzioni.” ( 114, cfrt. P. Drieu La Rochelle,Italia e civiltà, 1944) Thiriart, come visto, riprese il discorso negli anni sessanta. Il suo social nazionalismo allargato all’idea di una Europa anti americana si frammischiava con stalinismo, titismo, maoismo fino a giungere alla realizzazione del Partito Comunitarista Europeo. La corsa sfrenata di questa ibrida ex SS terminò nel 1970, quando vennero meno i finanziamenti economici per la realizzazione sul campo di una falange armata. In Italia la spinta social nazionale fu una diretta diramazione della socializzazione voluta da Mussolini. Questo filone prendeva quota anch’esso negli anni sessanta col fallimento del tentativo dell’MSI di entrare nel governo ( n.d.r. Il disastroso governo Tambroni). L’ala social nazionale si ricollegava al concetto di Europa come bastione anti americano presagendo uno svincolo dalla Nato, un riarmo, una moneta unica, un sistema economico dai forti accenti autarchici. Durante la visita in Italia di Nixon, i social nazionalisti diffondevano questo volantino: “ La civiltà europea, la nostra nazione, non ha bisogno di bandiere stellate. Se la democrazia puttaniera ha accettato una volta la liberazione, adesso è ora di finirla. Diamo il benservito all’alto protettore americano. Dimostriamo che l’Europa, da Brest a Bucarest, è in grado di difendersi da sola con le sue forze economiche e militari e, quel che più conta, di riprendere con energie morali e rinnovata coscienza politica il suo posto alla guida del mondo”. L’azione dei social nazionalisti si doveva comunque trasformare col riflusso e la fine delle agitazioni del 1968-69. Erano sorti agli estremi ideologici collusioni con apparati di stato ultra conservatori e filo americani e con la nascita del Partito Quadri Armato social-nazionale la deriva era verso la delinquenza al più alto livello. In mezzo si pose Lotta di Popolo. Franco Freda così li stigmatizzò: “La formula paradossale del Nazi Maoismo , non del tutto falsa, ma anche non del tutto giustificata, permette di scindere i suoi elementi costitutivi, perché i comunisti mirano a rilevare l’aspetto nazi per terrorizzare i compagni e i neofascisti mirano ad evidenziare gli aspetti maoisti per impaurire i camerati.” Lotta di Popolo social nazionale usciva dalla decisione di farsi movimento ( di contestazione) all’interno dell’eterno nostalgismo dell’MSI. Gli elementi estremisti dell’MSI erano stufi dell’immobilismo post repubblichino e volevano riplasmarsi sopra la nuova realtà che andava formandosi. Deus ex Machina di tutto ciò era l’eterno Thiriart che proprio in Italia ebbe numerosi seguaci. Giovane Nazione di Antonio De Bono e Spartaco Paganini, Movimento Politico Ordine Nuovo e Quaderni Neri di Salvatore Francia risulteranno essere i recapiti italiani di Jeune Europe. I militanti di Lotta di Popolo raccontano di scontri di piazza contro gli stessi picchiatori dell’MSI, tuttavia il fenomeno social nazionale sembrava non aver avuto particolare rilevanza a causa della profonda ambiguità, cosa che tuttavia non impedì la realizzazione di una organizzazione sfruttando il terreno ideologico prodotto dalla rivoluzione culturale in Cina: “ Il mondo si muove e noi non stiamo fermi. Ovviamente non è solo un nome che cambia ma è tutta una prassi che si va perfezionando …”. ( 115, da un volantino di Lotta di Popolo rinvenuto a Pisa il 27 aprile 1969) Il grimaldello maoista veniva abbandonato nel 1971: “ Occorre che i pochi elementi lucidi dei gruppi marxisti leninisti si scrollino dalla testa le proprie illusioni e le proprie superficialità…E’ ormai un dato di fatto che la maggior parte degli operai è del tutto integrata nella borghesia e ne ha accettato completamente la concezione mercantile e consumistica della vita. La realtà è ben diversa e lontana dalle analisi di classe tanto di moda in questi tempi: lo stesso comunismo ha dimostrato in ogni tempo che le proprie possibilità di consolidarsi si sono sempre identificate con i potenti imperativi di un popolo:  lo capì per primo Stalin sia russificando il comunismo malgrado l’opposizione subito stroncata di Trotzky, sia ricorrendo agli istinti nazionali del popolo russo…E’ proprio questo potente richiamo alla comunità nazionale di un popolo che è riuscito a modellare delle incerte istanze di libertà dallo sfruttamento economico o razziale, in lotta armata contro gli oppressori.” Poi si precisa:” Bisogna abituare le masse ad una lotta permanente ed alla diffidenza sistematica nei confronti di tutto ciò che è ufficiale e tipico di questa società e di questa cultura…La lotta rivoluzionaria pertanto, contro ogni giudizio negativo basato sul metro del costume borghese o sull’interpretazione borghese del diritto e della morale, possiede un alto contenuto etico”. Lotta di Popolo Social Nazionale cedeva il fronte ideologico all’ulteriore riflusso del 1977. I fuoriusciti ed i “cani sciolti” ( *1°a- Tra questi “cani sciolti” abbiamo Walter Maggi,scomparso per overdose nel maggio 2007.” Al cospetto di qualche parente infastidito dai simboli pagani e dai saluti fascisti, a Milano, il 30 maggio scorso, di pomeriggio, presso la camera mortuaria dell’obitorio di via Ponzio, in zona Città Studi, una piccola folla di un centinaio di camerati si è ritrovata per rendere l’estremo saluto a Walter Maggi, quarantaduenne figura di rilievo del variegato panorama del neofascismo milanese, già dirigente del Fronte sociale nazionale di Tilgher, poi del Movimento dei socialisti nazionali(ex Lotta di popolo social nazionale). A rendere omaggio al feretro, prima della traslazione della salma al cimitero di Lambrate, dove sarebbe stata cremata, anche Adriano Tilgher, il segretario del Fronte sociale nazionale, giunto appositamente da Roma, e persino Stefano Delle Chiaie, il “grande vecchio” del neofascismo italiano, attorniato da alcuni amici calabresi. Il Fronte sociale nazionale, una specie di reincarnazione di Avanguardia nazionale (insieme a Ordine nuovo la maggiore organizzazione dell’estremismo di destra fra gli anni Sessanta e Settanta, sciolta nel 1976 per ricostituzione del partito fascista), al di là dalle apparenze, è tuttora diretto da Stefano Delle Chiaie, detto “caccola” per la sua bassa statura, inquisito e assolto per la strage di piazza Fontana e alla stazione di Bologna, ma soprattutto al servizio, in ben 17 anni di latitanza, del franchismo spagnolo, del generale Augusto Pinochet in Cile e di altre svariate dittature sudamericane. Spalla a spalla con Tilgher e Stefano Delle Chiaie: Marco De Rosa e l’italo-argentino Attilio Carelli, storici esponenti della Fiamma tricolore; l’onorevole Paola Frassinetti, deputata di Alleanza nazionale; Marco Clemente e sua moglie, Roberta Capotosti, entrambi dirigenti di An; Fabrizio Fratus ( 1b- “Fabrizio Fratus, ex Fiamma tricolore, molto legato a Lino Guaglianone (tra gli uomini simbolo di questa destra dura che vuole tornare a farsi sentire a Roma contro il rientro nei ranghi imposto da Alemanno. Lino Guaglianone, ex terrorista dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), ora ricco commercialista e imprenditore, proprietario della palestra Doria in via Mascagni a Milano, una figura importante di raccordo fra la destra radicale e gli “istituzionalizzati” aennini.) e ora tornato nei ranghi di An. «Non mi riconosco in Cuore nero - spiega Fratus - ma colpendo loro hanno colpito tutta la destra.”(Fratus si riferisce alla distruzione del Centro Sociale di Roberto Jonghi Lavarini  ( 2b- fondatore di Cuore Nero a Milano. «Tra i simpatizzanti di Cuore nero ci sono giovani borghesi della Milano bene e proletari figli del popolo, uniti dall´appartenenza alla comunità ideale della destra». Poi l´autoritratto sconfina in una retorica un po´ comica: «Siamo giovani romantici, arditi, futuristi, dannunziani, pazzi e poeti: avanguardia e tradizione, siamo come i 300 spartani delle Termopili, una falange formidabile, una testuggine invincibile».

Dice cose così, il trentaquattrenne Jonghi Lavarini, e le dice da quando stava ancora in An: dieci anni fa, da presidente del consiglio di Zona 3, teneva in bella mostra nel suo ufficio un ritratto di Mussolini in uniforme col braccio destro teso nel saluto romano. Una delle tante intemperanze, neppure la più tosta, che gli costò l´allontanamento dal partito. Adesso si fa chiamare "Barone nero", senza più imbarazzi. Ed è senz´altro a se stesso che Jonghi Lavarini pensa quando traccia le coordinate della galassia dell´estrema destra milanese raccolta attorno al centro culturale devastato ieri notte da un´esplosione. Lui è un (ex) «giovane borghese della Milano bene», mentre a rappresentare i «proletari figli del popolo» dovrebbe essere l´altro partner della strana coppia che si è messa in testa di riunificare tutte le anime del neofascismo in questo negozio a un passo dal Monumentale: Alessandro Todisco, per tutti Todo,l’ultras dell’Inter)

 sito in Viale Certosa a Milano), non più tardi di un anno fa ancora segretario dell’onorevole Daniela Santanchè; Roberto Jonghi Lavarini, chiamato il “Barone nero”, già presidente per Alleanza nazionale al Consiglio di zona 3; il nobile Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, segretario della federazione missina fra la fine degli anni Settanta e l’inizio negli anni Ottanta, più volte deputato oggi capo del Movimento NazionalPopolare, e Marco Valle, storico dirigente del Fronte della gioventù, poi nella Fiamma tricolore e nel Movimento sociale europeo, oggi nella commissione di garanzia cittadina di Alleanza nazionale. Stefano Di Martino, vice presidente del Consiglio comunale milanese e dirigente nazionale di An, non potendo intervenire, aveva inviato un suo messaggio, ricordando la lunga militanza in comune con lo scomparso. Più che un funerale, quasi un’istantanea dell’estrema destra milanese, in bilico tra una miriade di gruppi, Alleanza nazionale, ma anche frange della malavita organizzata. Dal saluto a Walter Maggi si dipana tutta la storia fisica del sottobosco neofascista che nel 1995 Pino Rauti cercò di coagulare in Fiamma Tricolore all’indomani della svolta di Fini a Fiuggi dell’anno precedente. Lo spazio di una breve stagione presto naufragata in furibondi litigi, espulsioni e scissioni. Anche a Milano. Nel capoluogo lombardo sono due le aree di riferimento: da un lato, Forza nuova con un patto d’alleanza con Azione sociale di Alessandra Mussolini, il Fronte sociale nazionale di Tilgher e il Movimento sociale-lista Rauti fuoriuscito da Fiamma Tricolore, dall’altro, la Fiamma tricolore. Capo indiscusso di Forza Nuova in Milano è Duilio Canu, ex fondatore e leader di Azione skinhead,il cui striscione campeggiava in Curva Nord interista, organizzazione sciolta d’autorità nel 1993 per istigazione all’odio razziale. Con lui anche il vecchio Sergio Gozzoli, a 14 anni nella Rsi, e Don Giulio Tam, prete fascista ordinato a suo tempo dallo scismatico monsignor Lefebvre.(Recentissima la feroce polemica interna alla Chiesa Cattolica in relazione al pacchiano errore di Papa Benedetto XVI di riaccogliere i preti scismatici lefebreviani negazionisti dell’Olocausto) Azione sociale, l’ultima creatura di Alessandra Mussolini, è invece guidata da Roberto Giacomelli, “maestro” di arti marziali in una nota palestra, la Bulldog’s Gym, situata in una traversa di viale Monza. Poche decine di elementi. Con loro, comunque, candidato alle ultime elezioni politiche, anche Lino Guaglianone, ex terrorista dei Nar (visto in precedenza con Fratus). Il Fronte sociale nazionale, venti militanti in tutto, dal canto suo, non si è ancora ripreso dalla pesantissima vicenda dell’assassinio di Alessandro Alvarez, un giovane neofascista cresciuto nell’organizzazione, freddato con tre colpi di pistola a Cologno nel marzo del 2000, sullo sfondo di non mai chiariti traffici con la malavita organizzata. Praticamente inesistenti, infine, i fedelissimi dell’ex capo di Ordine nuovo Pino Rauti, appena una decina,raggruppati intorno al Movimento Sociale lista Rauti. In forte ascesa, invece, sull’altro versante, la Fiamma tricolore, solo un centinaio di iscritti, ma con forti intrecci ormai consolidati con alcuni gruppi giovanili legati al circuito Hammerskins. Da qualche tempo questa formazione sta tentando di importare anche a Milano l’esperienza romana delle Onc (Occupazioni non conformi) e delle Osa (Occupazioni a scopo abitativo, ovviamente “solo per italiani”), lanciando a livello locale temi come il “mutuo sociale”. L’immaginario utilizzato è di tipo movimentista, fortemente aggressivo e violento. Forti i legami con alcune frange ultras delle curve, sia dell’Inter che del Milan, di cui parleremo (Nel corso del 2008 tuttavia forti dissidi interni porteranno ad un progressivo ridimensionamento di Fiamma Tricolore: la fuoriuscita di Cuore Nero, di Blocco Studentesco e dell’area Hammer…). In mezzo, per così dire, gli aderenti al Movimento nazionalpopolare di Tomaso Staiti di Cuddia, un piccolo gruppo con buone risorse economiche situato presso la sede degli ex repubblichini dell’Unione nazionale combattenti in via Rivoli; il Movimento dei socialisti nazionali, a cui ultimamente era approdato anche Walter Maggi, nell’orbita del quotidiano Rinascita Nazionale e dell’omonimo gruppo (animati da Ugo Gaudenzi, inizialmente utilizzando lo stesso stemma delle Ss italiane), e della rivista Uomo Libero di Piero Sella, conosciuta per le sue tesi razziste e antisemite. Non più di trenta, comunque, i militanti di questo raggruppamento, su posizioni marcatamente antimperialiste e filo-islamiche. A fare da ponte tra queste sigle e Alleanza nazionale, la cosiddetta “Destra per Milano” di Roberto Jonghi Lavorini fondatore del Centro Sociale Cuore Nero assieme all’ultras dell’Inter Todisco, ancora una volta nella lista di An alle ultime elezioni comunali. Jonghi Lavarini, aderente alla “Fondazione internazionale generale Augusto Pinochet”, per anni collaboratore dell’agenzia investigativa Tom Ponzi, per la quale si è occupato soprattutto di “infedeltà e devianze”, da anni si vanta di intrattenere relazioni con i neonazisti tedeschi dell’Npd. A tenere i contatti fra tutte le diverse famiglie dell'estrema destra, il Comitato per Sergio Ramelli, alias “I camerati”, dicitura con cui solitamente si firmano i manifesti. Una sorta di coordinamento milanese, ora presieduto, dopo la morte di Nico Azzi, da Luca Cassani detto “Kassa”, inquisito nel 1997 per l’accoltellamento di un consigliere comunale del Prc, poi successivamente prosciolto,attualmente uno dei capi bastone dei milanisti Guerrieri Ultras Curva Sud. A questa struttura di collegamento continuano a dare il proprio contributo anche altre storiche figure dell’estremismo nero: Remo Casagrande, notissimo picchiatore degli anni Settanta, Cesare Ferri, accusato e poi assolto per la strage di piazza della Loggia a Brescia, e Maurizio Murelli, condannato in concorso con Vittorio Loi per aver ucciso nel 1973 un poliziotto a Milano, colpito al petto dal lancio di una bomba a mano durante i disordini seguiti a una manifestazione dell’Msi. Nico Azzi, per la cronaca, apparteneva al gruppo de La Fenice, la sezione milanese di Ordine nuovo. Rimase ferito dall’esplosione del detonatore, il 7 aprile 1973, nella toilette del treno Torino-Roma mentre tentava di innescare un ordigno a tempo, composto da due saponette di tritolo da mezzo chilo l’una, che avrebbe certamente fatto una strage. Le modalità di svolgimento dei suoi funerali, nel gennaio scorso, suscitarono più di qualche protesta, soprattutto per il luogo dove fu officiato il rito funebre: la basilica di Sant’Ambrogio, dedicata al patrono della città, dove tra fasci littori e croci celtiche Nico Azzi fu accompagnato nel suo ultimo viaggio, presente il vicepresidente di Alleanza nazionale Ignazio La Russa, da due schiere di camerati intenti a salutarlo romanamente. Da questo crogiuolo, di storie e percorsi, ha preso corpo anche il nuovo progetto di “Cuore nero”. L’inaugurazione di “Cuore nero” era stata a lungo preparata, anche con ripetuti incontri, in particolare con Gabriele Adinolfi, uno dei fondatori di Terza posizione, gruppo eversivo della seconda metà degli anni Settanta, ed oggi mente pensante di casa Pound a Roma, il principale centro sociale dell’estrema destra capitolina. Non a caso, in questi ultimi mesi, Adinolfi era stato più volte visto a Milano, insieme al figlio Carlomanno, ospite a casa di Maurizio Murelli a Cusano Milanino. In prima fila a gestire l'operazione erano stati chiamati Roberto Jonghi Lavarini e soprattutto Alessandro Todisco (già condannato per istigazione all’odio razziale nell'ambito dello scioglimento a Milano di Azione skinhead e coinvolto in diverse aggressioni), in grado di mobilitare il giro degli Hammer e degli ultras: la vera massa di manovra. LA SETTA DEGLI HAMMER

Gli Hammer, non più di un centinaio fra Lombardia, Veneto e Lazio, si considerano l’elite del movimento naziskin. Strutturati quasi come una setta segreta, in modo gerarchico e piramidale, appartengono alla rete internazionale degli “Hammer Skin White Nation” in lotta nel mondo per la supremazia della “razza bianca”. Più difficile di quanto si pensi potervi entrare. Gli aspiranti sono costretti ad una gavetta di almeno quattro anni e, successivamente, se ammessi, a riti di iniziazione. Si parla di pestaggi di immigrati o di lotta con il coltello contro cani da combattimento. Solo alla fine si potrà essere “marchiati” da un grosso tatuaggio con due martelli incrociati in una parte visibile del corpo, collo o avambraccio. Uscirne è difficilissimo. Chi l’ha fatto ha dovuto cancellare o bruciare i tatuaggi e subire per anni minacce e ritorsioni.

Già sciolti dalla magistratura, una prima volta nel 1998, “per istigazione all’odio razziale, etnico e religioso”, gli Hammer a Milano saranno una ventina, ma con altrettanti “novizi” in cerca dei due agognati martelli. Attorno a loro ruotano anche altri gruppi, come gli “Ambrosiana skinhead”, una ventina di giovanissimi ragazzi di periferia, sempre con il coltello in tasca, assidui frequentatori di pub, tra via Ripamonti e il Ticinese, con più di qualche legame “di strada” con la malavita locale. Nella galassia delle teste rasate, anche cani sciolti. Tra gli altri, la banda capitanata dal fratello di Alessandro Todisco, Franco, detto “Lothar”, esperto in arti marziali e plurigiudicato anche per furto e stupefacenti, nonché per rissa allo stadio in occasione di Inter-Basilea dell’agosto 2004, alla perenne ricerca di scontri e risse unitamente a un giro ristretto di amici tra cui spiccano “il Pirata”, “Fanter” e “Darietto”. Oggi “Lothar” si guadagna da vivere facendo il buttafuori, grazie all’interessamento di Marco Clemente di Alleanza nazionale, già in Forza nuova ed attualmente esponente della corrente di Alemanno, di cui cura i finanziamenti a Milano e in Lombardia. )
  si raggrumarono agli inizi degli anni ottanta nella rivista Orion andando a creare due fazioni: Nuova Azione di Marco Battarra (*2a) e Forza Nuova a sua volta confluita nel Movimento Antagonista Sinistra nazionale con all’interno il musulmano Claudio Mutti, fanatico cultore della 13° divisione SS costituita da musulmani erzegovini che combatterono contro i partigiani di Tito. Una buona componente social nazionale fuoriusciva dai ranghi di Rauti e del suo Movimento Sociale Fiamma tricolore grazie all’opera di Tilgher(Fronte Sociale Nazionale). Dalla testata Fronte nazionale un editoriale veniva titolato: Rosso è Nero. Il richiamo era il primigenio fascismo socialista poi ripreso nei 600 giorni di Salò, nonché tutta l’esperienza dei fratelli Strasser e di Rathenau ( ndr. Già citati in precedenza). La deriva tuttavia  era dietro l’angolo: “ La legione di Osama ( Bin Laden) raccoglie elementi da tutte le nazioni arabe, così come le SS da tutte le nazioni ariane. L’esaltazione della spiritualità semita ricorda l’interesse nazionalsocialista per la spiritualità ariana, soffocata nel sangue dall’intollerante eresia giudaica, trionfante nella confusione razziale a Roma negli ultimi anni dell’Impero.” Con l’approssimarsi delle elezioni politiche del 2001 e sotto il pesante incalzo della ricerca di danari, Tilgher si avvicinava a Rauti e di conseguenza rientrava nell’alveo del danaro forzitaliota-alleanzino berlusconiano. Rosso è Nero non ci stava e nei suoi editoriali inaugurava un corposo mix di riferimenti disparatissimi: da Stalin a Mussolini, dal subcomandante Marcos a Cafiero. I social nazionali si ribattezzavano nuovamente entrando nel Partito Comunitarista Nazional Europeo. La tesi si fa esplicita: “Il comunitarismo è contrario alla lotta di classe…Il lavoro sarà il criterio di valore per stabilire le nuove gerarchie. Ai lavoratori migliori non verranno dati maggiori guadagni ma posizioni di potere.” Torna così a riaffacciarsi il concetto nazista di “sangue e suolo”.

 

(* 2°a- link: http://www.micciacorta.it/articolo.php?id_news=472 )

Il breve percorso storico riportato ci è servito per porre in risalto quel frammischiarsi, quell’impastarsi di idee e persone che contraddistinguono un sotto mondo illuminato dal pallore di luci sotterranee. Doppia,tripla militanza, opposti che si intersecano. Così, ad esempio, i destrorsi ultras dell’Inter ( “Alessandro Todisco, per tutti Todo. Ha 35 anni, la testa rasata, il corpo tappezzato da tatuaggi e una fama conquistata sugli spalti di San Siro come capo degli Irriducibili dell´Inter. Todo, da sempre legatissimo agli ambienti della destra oltranzista, è stato coinvolto nell´inchiesta giudiziaria che portò allo smantellamento di Azione skinhead, sulle cui ceneri sono nati gli Irriducibili. Da qualche anno ha aperto un negozio, gadget e abbigliamento a uso degli ultrà, proprio nella zona attorno al Monumentale, dandogli un nome molto politicamente scorretto, "Calci e pugni", a parodiare il "Baci e abbracci" di Vieri e Maldini. Come tutti i piccoli astri di questa galassia nera, Todo era un assiduo frequentatore della Skinhouse di via Cannero, alla Bovisa. Da lì, una sera d´estate del 2003, partì la spedizione punitiva che contro alcuni giovani del centro sociale Conchetta. Ma il locale è stato chiuso nell´ottobre scorso, per cause di forza maggiore: i lavori della metropolitana. «Ci si andava per una birra, ed era finita lì», racconta Todo. «Alla Skinhouse non si faceva politica e anche per questo abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di proporre qualcosa di nuovo a Milano; abbiamo visto giusto, dopo quello che è successo l´altra notte: la cosa che ha più dato fastidio sono stati gli inviti spediti a tutti quelli che stanno a destra, da An a Forza nuova».) si confondono con i “camerati” del Milan grazie agli interessi incrociati di Giancarlo Capelli, “il barone” delle Brigate Rossonere, e di Franco Caravita,leader dei Boys Ultras nerazzurri. E’ solo la punta di un Iceberg: mentre sul fronte interista si sono mantenute, anche sotto la dirigenza Moratti, influenze e connotazioni spiccatamente destroidi, attraverso il gruppo degli Skins prima e degli Irriducibili e Viking oggi, sul fronte milanista da tempo sia le Brigate Rossonere che ancor di più i Commandos Tigre hanno dato una svolta di tipo razzista al tifo. La situazione è andata peggiorando da quando, due anni fa (ottobre 2005), si è sciolta la storica Fossa dei Leoni, ultimo baluardo di un modello ultras che non ammetteva compromessi con i vertici societari e, seppur composta principalmente da ragazzi di sinistra, non consentiva si “politicizzasse” il tifo. Da allora uno scontro senza esclusione di colpi ha iniziato a insanguinare la “lotta per il potere” della curva milanista costellandola anche di aggressioni e agguati a pistolettate. Diversi i procedimenti giudiziari attualmente in corso.

Molti i nomi degli ultras interni alla destra radicale:
il già citato Luca Cassani, ex Fossa dei Leoni ed oggi esponente di spicco dei Guerrieri; l’ex assessore di Opera e responsabile locale dell’Associazione culturale Area COMITATO PER SERGIO RAMELLI (legata alla corrente di Alemanno, nonché come visto collettore finanziario per il sostegno di tutta la galassia d’estrema destra), Alessandro Pozzoli, detto “Peso”, anche lui già attivo nella Fossa, poi con i Guerrieri, indagato per le “guerre intestine” nella curva milanista e parente di quell’Alberto Pozzoli, ex esponente di spicco della curva interista e consigliere comunale di Alleanza nazionale a Opera, accusato insieme al collega Ettore Fusco della Lega per l’incendio, nel dicembre scorso, delle tende destinate ai Rom. Nelle scorse elezioni comunali i Guerrieri Ultras del Milan hanno sostenuto due candidati di Alleanza nazionale: Carlo Fidanza, attuale capogruppo a Palazzo Marino e Roberto Jonghi Lavarini, primo dei non eletti,come visto fondatore di Cuore Nero,legato a doppio filo agli Irriducibi dell’Inter. Un “guerriero”, Carlo Lasi, finito nei guai per un tentato omicidio (ha sparato al suo datore di lavoro per futili motivi), è stato persino candidato in An nei consigli di zona 3 e 4. Questa alleanza tra curve e fascisti si è anche consolidata grazie a Giancarlo Capelli, storico leader delle Brigate Rossonere, e Giancarlo Lombardi, detto “Sandokan”, dei Guerrieri Ultras, in rapporti di strettissima amicizia con Alessandro Todisco, leader insieme al fratello Franco “Lothar” degli Irriducibili interisti. Ultimamente hanno entrambi partecipato ad una festa per la fine dei suoi arresti domiciliari e prima ancora ai funerali di Nico Azzi,il predecessore di Cassani alla cura del COMITATO PER SERGIO RAMELLI. I vertici delle curve dello stadio milanese si frammischiano spesso e volentieri sia con i vertici dell’estrema destra che con collettori delinquenziali di medio livello, il cui fulcro rimane ancora il quartiere dormitorio di Quarto Oggiaro. Si parla di cameratismo, ma non si vede in loro una effettiva base ideologica se non quella di tutelarsi “il territorio” per la difesa di interessi specifici (da cui la scazzottata del derby ad esempio, tipica mossa per saggiare il terreno e vedere se è possibile una “espansione”….).( http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2884&Class_ID=1004 )

RECENTISSIME (http://infolaspinta.blogspot.com/2009/02/foto-di-gruppo-in-nero-dalla-nuova.html )

il 30 gennaio 2009/

Il capannone è basso e grigio, delimitato da un muro, tra due palazzine. Fino a qualche tempo fa ospitava una carrozzeria. La via è senza uscita. Poco oltre i prati. Siamo alla periferia di Bollate (Novate-Quarto Oggiaro,questo è il percorso), a Madonna in Campagna, in via Alfieri 4. È qui che il 18 ottobre scorso è stata inaugurata la nuova Skinhouse. La precedente esperienza, in via Cannero a Milano, nel quartiere Bovisa, si era conclusa dopo dodici anni a metà ottobre del 2006, causa i lavori per l´apertura della stazione di Dergano della linea tre della metropolitana. Anche in quel caso lo spazio era stato messo a disposizione da un privato, una costruzione inserita nell´area di un'ex officina, e a nulla erano valse le proteste dei cittadini che si erano costituiti in comitato per chiederne la chiusura a seguito dei concerti fino a tarda notte, con naziskin provenienti da diverse città, anche dalla Svizzera,con il contorno di inni fascisti cantati a squarciagola e montagne di lattine di birra ovunque. Eppure proprio da via Cannero il 7 agosto 2004 era partita una spedizione di teste rasate, con magliette nere con svastiche e aquile naziste, diretta ai Navigli dove aveva accoltellato sei giovani dei centri sociali, uno dei quali rimasto per giorni tra la vita e la morte. Lo stesso pubblico ministero Luisa Zanetti nella sua richiesta di custodia cautelare nei confronti dei partecipanti al raid squadristico aveva sottolineato come la "Skinhouse di Milano" fosse una "base per ritrovarsi, per organizzarsi, per riunirsi, per pianificare e decidere gli atti aggressivi e intimidatori  (quali risse, lesioni,danneggiamenti, furti, devastazioni, incendi)", un "luogo di partenzaper le spedizioni punitive e per rifugiarsi al termine delle stesse" .Il 13 dicembre dello stesso anno, nel corso di una perquisizione erano anche stati sequestrati coltelli, bastoni, mazze da baseball e catene.

*THE HAMMERSKIN NATION*
Ad animare la nuova realtà di Bollate, come la precedente, la setta degli Hammer, una sorta di circuito internazionale neonazista, con sedi anche in Europa in Inghilterra, Spagna, Francia, Olanda, Svizzera e Italia, originata da una costola del Ku Klux Klan nella seconda metà degli anni Ottanta a Dallas nel Texas. Gli Hammerskins sono da sempre uno dei più pericolosi e violenti gruppi dediti al perseguimento della "supremazia della razza bianca", i cui militanti negli Stati Uniti sono stati più volte accusati e condannati non solo per aver assaltato sinagoghe ebraiche o per aver compiuto brutali pestaggi, ma anche per l´assassinio di alcuni ragazzi di colore. Così è stato nel giugno 1991 ad Arlington nel Texas, dove tre aderenti alla Hammerskin nation (Hsn) uccisero a fucilate un ragazzino che aveva avuto il solo torto di incrociarli, e a Natale dello stesso anno, a Birmingham in Alabama, quando un senzatetto nero fu finito a colpi dimazza da baseball e di stivali ferrati. Dopo l´ennesimo accoltellamento di un giovane afro americano nel 1999 in California un tribunale penale li definì "una gang di strada". Ma l´elenco dei delitti da citare sarebbe molto più lungo.

*IL DOPPIO MARTELLO*
In Italia la "fazione madre" degli Hammerskin è da sempre quella milanese. Ora ha anche riaperto la sede. Una cinquantina i militanti,compresi gli aderenti ad Ambrosiana skinheads e a Brianza skin, due gruppi locali ora federati agli Hammer. Agli Ambrosiana skinheads fa ancora riferimento quel Riccardo Colato, detto "Riki", già condannato per un raid a Bari, il 3 gennaio 2006, dove si trovava in vacanza,contro un pub frequentato da gay. Denunciato per discriminazione razziale e danneggiamenti, assieme ad altri cinque, ebbe il foglio di via con l´ordine di non tornare più nel capoluogo pugliese per tre anni. Ogni "fazione" deve essere composta da almeno sei membri, ma per diventare Hammerskin, e cioè entrare in quella che i suoi promotori considerano "l´élite dell´élite" del movimento naziskin, è necessario seguire una lunga trafila: essere presentato da un altro membro e prestarsi a un periodo di prova che dura almeno quattro anni. Successivamente si è sottoposti a riti iniziatici. Si parla di pestaggi ai danni di immigrati e di lotte con il coltello contro cani da combattimento. Solo alla fine si potrà ricevere la toppa e tatuarsi su una parte visibile del corpo, collo o avambraccio, il simbolo con i due martelli in marcia mutuato dal film, di cui si rovesciano il senso e le intenzioni, di Alan Parker, The Wall, del 1982, basato sulle musiche dell'omonimo album dei Pink Floyd. Il doppio martello nell'immaginario degli Hammerskin rappresenterebbe l'arma per abbattere i muri che proteggerebbero le minoranze etniche e religiose. Surreali, in questo contesto, le dichiarazioni di alcuni esponenti della Skinhouse rilasciate a un giornale locale: "Noi non siamo assolutamente nazisti e nessuno di noi ha mai avuto denunce per aggressioni". Ma è sufficiente entrare nella sezione eventi del loro sito per imbattersi subito nell´effige di un manifesto del 1944 utilizzato per il reclutamento nelle Ss italiane, seguito da una locandina dedicata agli"Eroi della Rsi" che invita a un pellegrinaggio al Campo X del Cimitero Maggiore a Milano, dove sono stati sepolti alcuni dei più importanti gerarchi del fascismo, tra gli altri Alessandro Pavolini e Francesco Maria Barracu.È possibile poi visionare un poster a firma "Italia Hammer Skinheads"con tanto di saluti romani, ma anche una foto scattata in occasione dell´Hammerfest del 2007, il più importante raduno internazionale del gruppo, con la bandiera di guerra del Terzo Reich con il doppio martello al posto della svastica. Fino a qualche tempo fa compariva anche l´istantanea di uno striscione esposto allo stadio di San Siro in favore della liberazione di "Norberto", cioè Norberto Scordo. La storia è questa: la scorsa estate, essendo rimasta ancora vacante la carica dicapo degli Hammer, dopo la scelta del vecchio leader Alessandro Todisco,detto "Todo", di impegnarsi a tempo pieno in Cuore nero, si era deciso di affidare temporaneamente le redini del gruppo a un triumvirato. Tra loro anche Norberto Scordo, già condannato insieme ai due fratelli Todisco, Alessandro e Franco, per aver aggredito a martellate nel 1992 due giovani, un ragazzo e una ragazza di 18 anni, usciti dal Centro sociale Leoncavallo. Neanche il tempo di insediarsi che Scordo, a seguito di un´altra aggressione ai danni di alcuni punkabbestia, il 19 luglio, alle colonne di San Lorenzo, è finito dietro le sbarre,processato e condannato a sei mesi per direttissima. È uscito solo qualche settimana fa.

*CUORE NERO BREWERY*
L´apertura della nuova Skinhouse a Bollate non è la sola novità nel panorama neofascista milanese. Il 6 settembre scorso era stata anche inaugurata la nuova sede di Cuore nero a Milano, in via Pareto angolo via San Brunone, a pochi passi da viale Certosa. In realtà si era trattato solo dell´allargamento dell´ex negozio Il sogno di Rohan,passato da una a due vetrine, con relativo cambio di insegna. Una dellesocietà dell´ex Nar Lino Guaglianone, da sempre uno dei finanziatori diCuore nero, aveva infatti acquistato e messo a disposizione di Nicoletta Cainero, moglie di Alessandro Todisco, i locali attigui. I muri divisori erano stati abbattuti e si era provveduto a montare vetri antisfondamento. Nella palazzina di fronte, al primo e al secondo piano,erano state anche installate alcune telecamere di sicurezza. L´idea di costituire una casa comune per tutte le sigle del neo fascismo milanese è comunque da tempo tramontata. Prima l´incendio doloso, l´11aprile 2007, dello spazio ben più capiente affittato in viale Certosa,quasi sul piazzale antistante il Cimitero Maggiore, poi una serie di contrasti interni, hanno ridimensionato il progetto. Particolare peso hanno avuto in questo senso le spaccature intervenute nella Fiamma tricolore con l´uscita a livello nazionale di Gianluca "Boccia" Iannone,di Casa Pound e del Blocco studentesco, ma anche, sul fronte opposto, di una corrente, capitanata dall´ex commissario della federazione romana Giuliano Castellino, vogliosa di far subito parte, senza anticamere, del cosiddetto Popolo delle libertà. A Milano ciò ha significato, da un lato, l´entrata di Cuore nero nel circuito di Casa Pound, ma anche, dall´altro, la fuoriuscita di Matteo"Stizza" Pisoni, il vice di Alessandro Todisco, e del suo gruppo,rientrati nell´orbita di Alleanza nazionale attraverso la formazione di Area identitaria Lombardia, vicina a Carlo Fidanza, il capogruppo di Anin Consiglio comunale. Gli Hammer, dal canto loro, anche in polemica con Alessandro Todisco, si erano già precedentemente resi autonomi. Forse troppa politica per loro. A seguito di questi avvenimenti sono state anche in parte ridisegnate le gerarchie. Alessandro Todisco e sua moglie ora si occupano quasi solo della gestione del bar-negozio di via Pareto e della vendita delle magliette e dei gadget, mentre si è fatta largo una nuova figura emergente. Si tratta di Francesco Cappuccio, detto "Doppio malto", ex addetto stampa de La Destra. Prima curava una rubrica sul sito del partito di Francesco Storace, adesso la fanzine di Cuore nero, appunto Doppio malto, una pubblicazione che nel giugno scorso ha messo in prima pagina uno skin con tanto di boccale di birra in mano, nell´atto di brindare all´entrata del campo di sterminio di Auschwitz, dove, grazie a un fotomontaggio, al posto della famigerata scritta "Il lavoro rende liberi", compariva "Cuore nero brewery", letteralmente "Birrificio Cuorenero".A oggi Cuore nero non raccoglie più di cinquanta militanti, tra skin,ultras delle curve e balordi di periferia, soprattutto provenienti da Quarto Oggiaro. Tra loro anche Franco Todisco, il fratello di Alessandro, detto "Lothar", sempre presente allo stadio, sponda Inter,ma anche gran bevitore, rintracciabile, dopo una certa ora, con il suo giro di amici in alcuni bar di Brera.Il 20 gennaio scorso le abitazioni di ambedue i fratelli, insieme a quelle di altri sette ultras dell'Inter, sono state perquisite. Così il magazzino di proprietà di Franco Caravita, leader dei Boys. Sequestrati qua e là coltelli, tirapugni, noccoliere, palle chiodate, manganelli con l'effige del Duce, bandiere con la croce celtica e la svastica. Nella casa di Michael Maron, un'appartenente agli Irriducibili, la faccia da stadio di Cuore nero, anche cocaina e un bilancino di precisione."Todo" e "Lothar" sono ora sottoposti all'obbligo di firma giornaliero. Al centro delle indagini i disordini dell'11 novembre 2007 (*) a Milano,seguiti all'uccisione nei pressi di Arezzo del tifoso laziale Gabriele Sandri. Nell'occasione si tentò di assaltare il commissariato di San Siro, la caserma dei carabinieri di via Vincenzo Monti e la sede Rai di corso Sempione.

*DIASPORE*
Il piccolo arcipelago dell´estrema destra milanese vive comunque una fase di stallo. Forza nuova di Duilio Canu,ex Skinhead, vivacchia con le solite iniziative che si tengono al cosiddetto Presidio di piazza Aspromonte 31, a metà tra una sede e un pub. Pochi gli appuntamenti culturali: uno dei più pubblicizzati qualche mese fa, in marzo, riguardava una "serata in onore" di Leon Degrelle, l´ex generale belga comandante ,e poi fuggitivo una volta che le cose si misero male, di una Divisione delle Waffen Ss. È qui, comunque, che il 17 maggio scorso gli Hammer hanno potuto tenere un loro concerto di nazirock dopo il divieto, giunto a seguito delle numerose proteste, di suonare alla palazzina Liberty. Forza nuova a Milano ha fatto ultimamente parlare di sé solo per alcuni volantini e striscioni minacciosi nei confronti degli extracomunitari,distribuiti a fine settembre al liceo linguistico Manzoni di via Rubattino, in zona Ortica, confinante con un dormitorio di proprietà dei"Martinitt", ospitante una ventina di ragazzi magrebini e kossovari fra i 14 e i 18 anni. Ma il gruppo, ormai composto solo da una trentina di fedelissimi guidati da Duilio Canu, continua a perdere pezzi. L´ultimo ad andarsene, per far ritorno, sembrerebbe, alla Lega nord, è stato Remo Casagrande, uno dei più famosi squadristi di Milano negli anni Settanta
. La Fiamma tricolore e La Destra, nella quale sta confluendo a livello nazionale il Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher, a Milano città praticamente non esistono più, anche se ufficialmente sono ancora rappresentate rispettivamente da Attilio Carelli (presente alle esequie di Maggi) e Roberto Perticone. In particolare La Destra, nel giro di pochi mesi, ha subito un vero tracollo. A sbattere la porta per prima è stata, agli inizi di marzo,Carla De Albertis, ex assessore comunale alla Salute, in quota ad An,silurata nel novembre 2007 dal sindaco Moratti per la sua opposizione all´Ecopass, poi Barbara Ciabò, consigliera comunale passata in novembre a Forza Italia. In ottobre ad abbandonare il partito, con un durissimo comunicato, era stata invece l´intera organizzazione giovanile de LaDestra, Gioventù italiana, con l´ex responsabile Vincenzo Sofo in testa. Presenze solo virtuali sono al momento anche quelle formatesi a seguito di questa diaspora, dal Movimento per l´Italia di Daniela Santanchè, che aveva lasciato il partito di Francesco Storace ancor prima del congresso di novembre, a La vera destra del Nord di Carla De Albertis, per arrivare a Destra federale, animata da Carmelo Lupo, consigliere circoscrizionale di zona 4.Così dicasi per Destra libertaria di Luciano Buonocore, uno dei leader della cosiddetta Maggioranza silenziosa nei primi anni Settanta, che nelle ultime elezioni politiche, pur essendo tra i dirigenti nazionale de La Destra, improvvisamente dopo un incontro con Ignazio La Russa lanciò un appello di voto in favore del Pdl al Senato. Qualcuno, come Roberto Jonghi Lavarini, mai smentito, parlò in un blog d´area di una somma di 35 mila euro finita nelle tasche di Buonocore e di un appalto di MilanoSport a uno dei figli. Comunità in movimento, la sigla dietro la quale si sono aggregati Lino Guaglianone e il suo gruppo, dal canto suo, risulta inattiva dal 28 maggio, giorno della sua presentazione.

*PATRIA E LIBERTÀ*
Maggiore attivismo mostra, invece, Destra per Milano di Roberto Jonghi Lavarini, il "Barone nero", che dopo il fallimento delle liste de LaDestra con la Fiamma tricolore, ha ufficialmente aderito al Pdl. Lo stesso Jonghi ha presenziato nell´ottobre scorso al Lido di Milano alla festa del Popolo delle libertà, partecipando alla cena di gala con Silvio Berlusconi, al quale ha anche regalato un libro apologetico sulla storia della Rsi. Mille euro a testa per esserci, cifra non indifferente per chi come lui solo nel 2005 dichiarava al fisco un reddito pari allo zero assoluto.Roberto Jonghi Lavarini, tra l´altro, è stato nominato vice presidente di uno pseudo centro studi denominato Patria e libertà (esattamente come l'organizzazione paramilitare di estrema destra cilena che, al soldo della Cia, nel settembre 1973 sostenne il colpo di Stato del generale Pinochet), a sua volta presieduto da tale conte Ferdinando Crociati Baglioni, storico patrizio romano di fede fascista, segretario personale di Guido Mussolini, figlio di Vittorio e nipote di Benito. Non solo, Jonghi si è pure incontrato in via riservata sia con Ignazio La Russa sia con Piergianni Prosperini. Una delle ragioni: le tensioni interne a Destra sociale, di Paola Frassinetti e Carlo Fidanza, e ad Azione giovani, che continuano a perdere consensi proprio in favore del"Barone nero", vissuto ormai come pericoloso concorrente interno, tanto più dopo le ripetute dichiarazione "antifasciste" sia di Gianfranco Fini che del sindaco di Roma Gianni Alemanno.

*SENZA CONFINI*
L´estrema destra milanese, in conclusione, continua ad essere assai frastagliata e divisa, ma soprattutto utilizzata, in alcuni casi, come ben esemplificato dalla vicenda Buonocore, letteralmente comperata a suon di euro, dalla destra di governo, in primis Alleanza nazionale. Molti i fili che legano ancora questi due mondi. Legami incentrati a volte su interessi di modesto cabotaggio come i voti di preferenza per entrare in consiglio comunale, forniti ad alcuni candidati di An da quei piccoli serbatoi elettorali che spaziano dagli ultras agli ambienti di Cuore nero. Carlo Fidanza docet. Ma non solo. Nonostante le impegnative dichiarazioni di Gianfranco Fini per cui "chi è democratico è antifascista", nell´arco degli ultimi mesi, tra settembre e ottobre, i rappresentanti di An a Milano sono riusciti a proporre di intestare una via a Giorgio Almirante, storico leader missino, già firmatario nel 1944 di bandi per fucilare alla schiena i renitenti alla leva dell´esercito repubblichino, nonché ex segretario di redazione de La Difesa della razza, ad avanzare la richiesta di traslare al famedio le spoglie di Carlo Borsani, uno dei gerarchi milanesi che non esitava a mettere la propria firma sul giornalino delle Ss italiane Avanguardia, a presentare come gruppo consiliare nella sede della provincia un libro dedicato alla Legione Muti, provocando, causa proteste, la sospensione del consiglio in corso. Proprio a Bollate, invece, dove ha aperto la nuova Skinhouse, due consiglieri comunali, sempre di An, si sono presentati a una seduta con le magliette dell´Italia campione del mondo 1938, nere, con stemma sabaudo e fascio littorio. A superare tutti, comunque, il sindaco di Forza Italia di Buccinasco,Loris Cereda, che aveva organizzato per fine novembre, con il patrociniodel Comune, un convegno su Julius Evola, il massimo riferimento teorico per il neonazismo italiano. Solo le pressioni del prefetto Gian Valerio Lombardi avevano alla fine fatto saltare l'iniziativa. I confini tra tutte le destre a Milano sono spesso invisibili.

 RADUNATI E TUTELATI DA CORDONI DI POLIZIA PAGATA DAI CITTADINI......

Milano, raduno delle destre
Controcorteo e tensione

Con Forza Nuova da tutta Europa. L’Anpi: uno sfregio

Il timore che si ripetano gli incidenti del 2006 di corso Buenos Aires. I centri sociali organizzano un happening culturale

MILANO — I «camerati» ar­riveranno dalla Francia, dal­­l’Inghilterra, da Cipro, dall’Un­gheria e da mezza Italia. Han­no raccolto l’invito dell’euro­parlamentare Roberto Fiore. Qualche giorno fa il sito del suo movimento, Forza Nuo­va, pubblicizzava l’evento con la foto in bianco e nero di un corteo, ragazzi schierati con i caschi in testa e i bastoni im­pugnati a due mani. I gruppi di estrema destra europea si riuniranno domenica all’ho­tel Cavalieri di Milano per il convegno «La nostra Europa: popoli e tradizione contro banche e poteri forti». Per il vasto ed eterogeneo arco del­l’antifascismo milanese (dalle associazioni partigiane e di ex deportati, agli studenti, alla si­nistra, ai centri sociali), quel­l’incontro è però «uno sfregio che una città medaglia d’oro per la Resistenza non può ac­cettare ».

Manifestanti di estrema destra

Manifestanti di estrema destra

Conseguenza: con­tro- manifestazione. Migliaia di persone in piazza. E una do­manda: che ruolo e che spazio avranno i gruppi di opposizio­ne più estremisti? È la memoria della cronaca recente a rendere l’aria molto tesa. Sono i fotogrammi della guerriglia urbana dell’11 mar­zo 2006, in corso Buenos Ai­res, contro una manifestazio­ne della Fiamma Tricolore. O gli scontri del 28 febbraio scorso a Bergamo, con i centri sociali che manifestavano contro l’apertura di una sede di Forza Nuova. Il rischio è rappresentato dai gruppi che potrebbero cercare il contat­to, o partire in cortei estempo­ranei, probabilmente da piaz­za della Scala, per avvicinarsi a piazza Missori, in pieno cen­tro, dove si terrà il convegno. Il più duro a protestare, ie­ri, è stato il presidente dei se­natori dell’Udc Gianpiero D’Alia: «Il Governo chiarisca se esistono i presupposti per consentire una manifestazio­ne di organizzazioni ispira­te al fascismo e al nazional­socialismo, e che richia­mano all’odio e alla discri­minazione ». D’Alia ha elencato: parteciperanno militanti del Front Natio­nal di Le Pen, che «conside­ra le camere a gas un detta­glio della Storia. I neonazisti tedeschi di Voigt, il partito xe­nofobo britannico Bnp, oltre a quello ungherese Miep, che vorrebbe riabilitare Hitler».

 

Stessa posizione di Anna Fi­nocchiaro e Luigi Zanda, pre­sidente e vicepresidente dei senatori del Pd: «Chiediamo al ministro dell’Interno di vie­tare il raduno internazionale nazifascista, che appare una provocazione inaccettabile in uno Stato democratico». I centri sociali hanno an­nunciato un «happening cul­turale » con Moni Ovadia, Re­nato Sarti, Bebo Storti. Il presi­dente della Provincia, Filippo Penati, ha accusato il vice sin­daco Riccardo De Corato di es­sere «un vecchio fascista». La replica: «Straparla». Nel suo atto costitutivo, il Bnp inglese è impegnato «nel contrastare l’immigrazione non-bianca» verso la Gran Bretagna. Il sin­daco Letizia Moratti ha dedica­to alla vicenda una frase strin­gata: «Sono manifestazioni di idee, se non ci sono problemi di ordine pubblico non mi sento di intervenire».

«Morto il super-ricercato nazista»

Una tv tedesca svela il mistero: «Stroncato dal cancro
nel '92, viveva sotto falso nome in Egitto»

Aribert Heim

Aribert Heim

La lista dei nazisti ricercati si apriva con il suo nome: Aribert Heim, il «dottor morte», responsabile di atroci esperimenti nei campi di sterminio. Lo cercavano dal Sud America al Vietnam e invece si era nascosto in Egitto, dove sarebbe deceduto per un tumore nel 1992. A scoprire la verità un’inchiesta congiunta della tv tedesca Zdf e del New York Times. Convertitosi all’Islam, Heim si faceva chiamare Tarek Hussein Farid ma per molti era semplicemente lo «zio Tarek». Aveva la passione per le foto, ma evitava di farsi riprendere. Per tenersi in forma percorreva quasi 20 chilometri al giorno e ogni tanto giocava a tennis. Amava trascorrere ore al famoso caffè Groppi del Cairo, dove ordinava spesso la cioccolata e offriva dolciumi ai figli degli amici. Un profilo che non sembra quello di un criminale di guerra feroce.

 

UN ALTRO MENGELE - Durante il nazismo, Heim usava i prigionieri come cavie. Eseguiva operazioni senza anestesia, iniettava veleni e benzina, conduceva test terribili sui malcapitati. Una crudeltà pari a quella dell’altro «dottore», Josef Mengele. Per anni gli hanno dato la caccia arrivando ad offrire una taglia di oltre un milione di dollari, lanciando appelli e sollecitando la collaborazione internazionale. Dopo aver vissuto a Baden-Baden, Heim fugge prima in Francia, poi in Marocco e quindi si stabilisce al Cairo nell’hotel Kasr Al Madina della famiglia Doma. Durante il lungo soggiorno prepara dossier, conduce ricerche sugli ebrei, scrive lunghe lettere che spedisce, con il nome di Youssef Ibrahim, al segretario dell'Onu Waldheim, al consigliere per la sicurezza nazionale americana Brzezinski, al maresciallo Tito. I suoi amici egiziani sostengono di non aver mai conosciuto la sua reale identità, anche se sospettavano che avesse qualcosa da nascondere. Solo la famiglia, rimasta in Germania, sapeva del segreto. Heim ha lasciato ai Doma una valigia zeppa di carte, ricevute, disegni, bozze delle lettere, certificati medici. Su un documento intestato a Tarek Farid c’era la sua vera data di nascita: 28 giugno 1914, Radkersburg, Austria. Quella sul certificato di morte risale, invece, al 10 agosto 1992. Sembra che avesse scritto nel suo testamento che desiderava lasciare «il corpo alla Scienza», in modo che potessero condurre degli esperimenti. Quasi un proseguimento di quanto aveva fatto nei lager. Invece, le autorità egiziane decidono di seppellirlo in una fossa senza alcuna iscrizione. Un particolare che non permette di chiudere del tutto il mistero.

Stragi naziste, Berlino s'appella all'Aja
Ricorso contro l'Italia per non pagare:GLI ALLEATI CHE NON PAGANO MAI....

La Germania: no alle richieste di pagamenti di danni avanzate dagli italiani

BRUXELLES - La Germania non si considera responsabile delle violazioni dei diritti umani compiute dal Reich durante la Seconda Guerra Mondiale. Per questo ha presentato alla Corte internazionale di giustizia dell'Aja un ricorso contro l'Italia per non pagare: Berlino in pratica considera una violazione della sovranità tedesca le richieste di pagamenti di danni avanzate dagli italiani.
 

«VIOLATI GLI OBBLIGHI INTERNAZIONALI» - Quello tra Germania e Italia è un contenzioso che si trascina da molti anni: oggetto del contendere le sentenze pronunciate in questi anni in seguito alle cause intentate da italiani deportati in Germania dopo l'8 settembre 1943. Sentenze che hanno portato ad atti formali contro beni di proprietà tedesca, come l'iscrizione al catasto di un'ipoteca giudiziaria su Villa Vigoni, il centro culturale italo-tedesco in provincia di Como. In base alle informazioni contenute in una nota diffusa dalla Corte, la tesi sostenuta dai tedeschi è che l'Italia, «permettendo che fossero intentate» contro la Germania «azioni civili fondate su violazioni dei diritti umani commesse dal Reich nel corso della Seconda Guerra Mondiale, tra il settembre del '43 e il maggio del '45, ha violato i suoi obblighi internazionali non rispettando l'immunità di cui gode la Repubblica federale di Germania in virtù del diritto internazionale». Inoltre, Berlino chiede ai giudici dell'Aja di dichiarare che l'Italia ha violato la sua immunità anche nel prendere misure esecutive su Villa Vigoni, proprietà dello Stato tedesco.

CASO FERRINI - Nel ricorso all'Aja Berlino fa riferimento anche alla sentenza della Cassazione dell'11 marzo 2004 relativa al caso Ferrini, sentenza confermata da decisioni assunte a maggio e ottobre di quest'anno. Dopo quella sentenza. sostiene il ricorso tedesco, numerose altre cause sono state avanzate davanti alla giustizia italiana contro la Germania da persone che ritengono di aver subito danni in seguito al conflitto.

 

Verona, pestaggio al bar. Arrestati 8 ultras

I giovani fermati dalla Digos sono vicini alle frange dell'Hellas e dell'estrema destra

Gli otto indagati (Fotogramma)

Gli otto indagati (Fotogramma)

VERONA - Otto giovani, vicini alle frange ultrà dell'Hellas Verona e all'estrema destra, sono stati arrestati dalla Digos della città scaligera in esecuzione della custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari, Sandro Sperandio. I provvedimenti sono legati alle indagini condotte dalla Digos veronese sul pestaggio del 4 gennaio scorso di alcuni giovani all'esterno di un bar nel centro storico, nel corso del quale una ragazza era stata colpita al volto con un posacenere e per questo aveva riportato alcune fratture.

 

I PRECEDENTI - Nel corso dell'operazione, scattata stamani, sono state eseguite anche una ventina perquisizioni su disposizione del procuratore della Repubblica Mario Giulio Schinaia. Alcuni dei giovani arrestati erano già stati indagati dalla stessa procura veronese nell'estate del 2007 per associazione a delinquere finalizzata a lesioni aggravate dalla discriminazione politica e razziale


 

Studenti "comunisti" pestati da naziskin

La Digos ha arrestato quattro persone. Uno delle due vittime è grave in ospedale

BOLOGNA - Quattro attivisti di estrema destra sono stati arrestati dalla Digos per un'aggressione compiuta la scorsa notte, nel pieno centro di Bologna, a due giovani di sinistra, etichettati come "comunisti". Prima gli insulti politici, poi il pestaggio: una delle vittime, un 34enne di Catanzaro, è in condizioni serie all'ospedale Maggiore con il naso e una mascella fratturati e una lesione ad un occhio, un suo amico di 21 anni se l'è cavata con qualche livido.

QUATTRO ARRESTATI - Gli arrestati sono Luigi Guerzoni, 33 anni, di Bologna e residente nel ravennate, commerciante, Vincenzo Gerardi, 26 anni, operaio di Cento (Ferrara), residente ad Argelato, entrambi già noti alle forze dell'ordine; Gunther Xavier Latiano, studente di 25 anni, di S.Giovanni Rotondo (Foggia), residente a Bologna, e Alessandro Malaguti, 20 anni, operaio di S.Giovanni in Persiceto residente a Crevalcore, questi ultimi incensurati. Gerardi, noto con il soprannome di "miccia", è imputato a Bologna per associazione per delinquere finalizzata alla discriminazione e all'odio o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionalistici e religiosi, in un processo che vede coinvolti diversi esponenti di gruppi di estrema destra, per episodi avvenuti tra il 2002 e il 2006. Nella stessa inchiesta era finito anche Guerzoni, che è stato però prosciolto all'udienza preliminare, ma ha alle spalle numerosi precedenti di polizia per reati di discriminazione razziale, porto d'armi, fabbricazione di ordigni esplosivi, violenze e minacce a pubblico ufficiale. Guerzoni inoltre fa parte, insieme a Malaguti, del gruppo musicale "Legittima offesa"; sul proprio sito web il gruppo si definisce «skinheads-band nazionalista e anticomunista».

L'AGGRESSIONE - Ieri sera i quattro, dalle teste rasate e vestiti con abiti e simboli "nazi", avevano passato la serata in un locale del centro per festeggiare il compleanno di Guerzoni, insieme ad altri amici, in tutto una decina, fra cui un paio di ragazze. Poco dopo le tre, secondo quanto ha ricostruito la Digos, a pochi passi dalle Due Torri, hanno incrociato l'altro gruppo di giovani, sei-sette ragazzi (in gran parte studenti fuori sede pugliesi e calabresi), che provenivano da piazza S.Stefano dopo una festa di laurea. A scatenare gli insulti («comunisti di merda», «partigiani di merda») sarebbe stato il loro aspetto: capelli lunghi e soprattutto una chitarra e un bongo, che è stato subito preso di mira e danneggiato. In due avrebbero reagito alle provocazioni, rispondendo: «Sì sono comunista e me ne vanto» e «Bisogna essere fieri di essere partigiani, i partigiani hanno liberato l'Italia». Le frasi hanno scatenato la rabbia dei quattro che li hanno colpiti con calci, pugni e bottigliate, ma anche con sedie e sgabelli presi dai gazebo esterni di alcuni locali. Ad avere la peggio è stato il trentaquattrenne, pestato anche dopo essere caduto a terra.

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LE FERITE - Portato in ambulanza al Maggiore, ha riportato contusioni, fratture e trauma cranico che rendono le sue condizioni gravi. Nel pomeriggio è stato trasferito, per una consulenza, all'ospedale Bellaria. I quattro naziskin sono stati rintracciati quasi subito dalla polizia, chiamata da un amico dei due ragazzi aggrediti, che ha fermato una Volante. Latiano, che era ancora sul luogo del pestaggio, è stato fermato immediatamente, mentre gli altri tre sono stati rintracciati poco dopo. La Digos ha già sentito diversi testimoni, tra cui il ragazzo ferito in modo lieve, che hanno riconosciuto con certezza i quattro arrestati. Per loro il Pm Gabriella Tavano ha disposto l'accompagnamento in carcere, in attesa dell'udienza di convalida davanti al Gip.


15 novembre 2008(ultima modifica: 16 novembre 2008)

A Verona 5 balordoni hanno ammazzato di botte un ragazzo per una sigaretta, a Roma balordoni con la testa rasata vanno in giro a gonfiare di botte la gente "a caso", cioè chi prendono prendono...,a Torre Annunziata due turisti tedeschi che campeggiavano in spiaggia sono stati gonfiati di botte, lei poi è stata stuprata in massa e le sono stati spaccati i denti come ringraziamento, a Milano altri due balordoni hanno ammazzato a sprangate un ragazzo per un biscotto, poi: stupri domestici, assassini in serie di badanti, ex amanti, ex mogli, suoceri rompicoglioni, vicini casinisti....per tutti questi "articoli" l'emergenza nazionale sulla sicurezza come per magia scompare. Si esaltano invece le 4 massime cariche dello stato fallito italiota che grazie alla Legge Allargata Ad Personam sopra il blocco dei procedimenti penali voluta da "Champion Chips" NON possono essere toccati: quindi possono fare tutto senza pagare pegno, tutto!!! Ma non basta: il tutto comprende l'erosione profonda delle finanze di stato (vedere Rete4 ed Alitalia) con abbassamento delle tutele rimaste con la scusa del pareggio dei conti statuali, l'allargamento della truffa legalizzata (Portabilità dei Mutui a favore delle....banche, Contabilità Creativa, riforma del diritto societario per aggirare norme anti concentrazione, per aggirare i controlli della Consob....), la diffusione della bugia sistematica di stato grazie ad un vasto corpo giornalistico genuflesso ai pubblici finanziamenti, necessari per mantenerli in piedi, copertura di fallimenti non solo finanziari (di nuovo Alitalia, ma anche Fiat, Telecom....)ma anche di impatto ambientale (il disastro ecologico della Campania ad opera di aziende senza scrupoli....),allargamento scomposto dell'avido interesse privato a scapito della salute (vedere il pezzo sopra l'ultimo avvicendamento voluto da "Champion Chips" all'organo che dovrebbe controllare il prezziario delle case farmacie...). Il tutto sembrerebbe senza fine...
 

Canzoni naziste, cd clandestini
Paserman: "Siamo sconvolti"
. Impazza in rete la musica AOR CON "ANNA NON C'E'" DEI 99 FOSSE, e vi risparmiamo la teoria dei concertini dei vari "centri sociali"....

di MARCO PASQUA


 

Canzoni naziste, cd clandestini Paserman: "Siamo sconvolti"


Il loro nome si richiama a quello dei 99 Posse, uno storico gruppo che si è sciolto nel 2005, legato ai centri sociali. Con loro, però, non hanno niente a che vedere: la musica dei 99 Fosse è di chiaro stampo antisemita, auspica la morte degli ebrei e deride la Shoah e i campi di sterminio. Le loro canzoni sono apparse recentemente su Youtube, ma possono anche contare su un sito dedicato nella community di Netlog, con tanto di fan riconoscibili dai nick e dalle foto di ispirazione fascista: da Forza Nuova Macerata a PrincipeNeroFN, passando per Sasha Sieg Heil.

Ad esaltarli e lodarli ci pensano anche quanti si riuniscono nella sezione italiana del forum neonazista "Storm Front": sito registrato in America, che espone in homepage una croce celtica e la scritta, in inglese, "orgoglio bianco mondiale". Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan.

A caricare le canzoni antisemite dei 99 Fosse su Youtube è stato un utente italiano che si firma come "Karl Gebhardt": era il nome del medico personale di Heinrich Himmler, ministro dell'Interno del Reich, noto per condurre esperimenti nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück, utilizzando come cavie le prigioniere polacche e russe.

L'album dei 99 Fosse, mai pubblicato e circolato clandestinamente nei circuiti della destra estrema e degli skinhead a partire dalla fine degli anni Novanta, si intitola "Zyclon B", proprio come il veleno usato dai nazisti per sterminare gli ebrei nelle camere a gas. Le canzoni hanno una forte connotazione antisemita, e utilizzano melodie di brani noti. Uno di questi è "Anna non c'è", riscrittura di "Laura non c'è" di Nek. Parlando di Anna Frank, la canzone recita: "Anna non c'è, è andata via. L'hanno trovata a casa sua, nella soffitta di Amsterdam, ora è sul treno per Buchenwald".


Altri titoli sono: Himmler (basato su "Gianna" di Rino Gaetano), Nati sotto la stella di David (da "Nata sotto il segno dei pesci" di Venditti), ma anche "Azzurro" e "Alba Chiara". Tutte le canzoni sono liberamente consultabili, da sabato scorso, su Youtube. Già nei mesi passati, comunque, alcuni di questi brani erano stati rimossi, dopo le proteste degli internauti (ogni video può essere segnalato agli amministratori della piattaforma, se viola le regole della community).

Ma sul forum Storm Front non mancano i numerosi commenti di chi esalta i testi di questo gruppo, definito "fra i più divertenti dell'area alternativa italiana". C'è chi sostiene la necessità di far parlare i revisionisti ("Se solo gli venisse aperta la bocca e non venissero repressi da istituzioni, università ecc.., a quest'ora l'olocausto sarebbe già diventato un mito per tutta l'umanità"); chi sostiene che il diario di Anna Frank fosse un falso ("Probabilmente è stato scritto per sensibilizzare la gente sui 'bravi ebrei'); c'è poi qualcuno che avanza delle perplessità: "Carine queste canzoni. Anche se sembrano un po' deridere certi avvenimenti: hanno sicuramente ragione a dire quel che dicono, ma così facendo rendono poco credibili coloro che cercano, in modo serio, di smontare alcuni luoghi comuni duri a morire, come l'Olocausto".

Naturalmente le tesi revisionistiche sono quelle che vanno per la maggiore: "La storiella della camere a gas serve solo ad alimentare il mito antirazzista e le fantasie sadiche di qualche pervertito", si legge sul forum. Per quanto riguarda l'identità dei 99 Fosse, un commentatore racconta che il cantante è stato visto "in un concerto skin, a Roma". "Ovviamente - dice - può cantare solo in posti sicuri, fra gente intima".

La comunità ebraica
condanna duramente i video e i loro autori. A cominciare da Leone Paserman, presidente della Fondazione museo della Shoah, che si dice "sconvolto": "Siamo davanti ad una palese apologia del nazismo, all'irrisione dei milioni di vittime morte nei campi di concentramento. Non riesco a capire come la gente possa tollerare frasi del genere". Per il portavoce della comunità ebraica di Milano, Yasha Reibman, "ci sono delle leggi che andrebbero applicate, come quella di apologia del fascismo: siamo in un Paese dove questo non sempre avviene, e non solo per questa materia". La vicenda, spiega Reibman, sarà discussa dalla comunità ebraica milanese, che valuterà se procedere con una denuncia.

(19 novembre 2008)

 

L'eredità di Haider e gli ebrei italiani

La tenuta fu sottratta alla vedova del proprietario grazie alle leggi razziali

 

Candele per Haider (LaPresse)

Candele per Haider (LaPresse)

DAL NOSTRO INVIATO
KLAGENFURT — L'eredità spirituale? Ma no, l'eredità vera. Jörg Haider attende ancora d'essere sepolto, sabato, nella sua Bärental, s'attende l'ultimo saluto dei leader austriaci e la calata a Klagenfurt dei governanti d'oltreconfine come il friulano Renzo Tondo, le bandiere rosse-gialle- bianche sono ancora a mezz'asta, i ceri ancora accesi nella Piazza nuova e compare — a turbare l'immagine del leader, a cui dopo la morte è stato reso un corale tributo — quella domanda impertinente e fastidiosa: e che ne sarà adesso dei suoi — discussi, controversi — poderi?

 

Risposta semplice: li ereditano la moglie Claudia, 51 anni, e le figlie Ulrike, 31, e Cornelia, 28. Ma non sono noccioline. Quindici milioni di euro, circa, perché Haider era un uomo ricco al di là dello stipendio (lordo) di Landeshauptmann di 16.320 euro. Una bella casa a Klagenfurt, un appartamento medio a Vienna, un parco macchine dove spicca una Porsche Cayenne e soprattutto la Bärental. Ovvero, quasi tutti — o una bella parte — dei terreni in questa valle alpina lunga quasi 7 chilometri, la «valle degli orsi»: 1.600 ettari di proprietà. Prati, boschi, la cappella di S. Michele, all'ombra delle Karawanken e quasi fino al confine della Slovenia, anche se Haider nelle valli ha fatto togliere tutte le insegne bilingui in sloveno perché gli davano fastidio.

E così torna sui giornali la storia nota di come Haider sia diventato il padrone di queste terre una volta appartenute agli ebrei. L'eredità donatagli da uno zio acquisito, Wilhelm Webhofer, che a sua volta l'aveva ricevuta dal padre Joseph. È qui che la storia si fa drammatica: Joseph le compra per un prezzo irrisorio (300.000 marchi tedeschi), nel 1939, dalla vedova di un ebreo italiano, Mathilde Roifer. Non aveva altra scelta, la signora, dopo la promulgazione delle leggi razziali: la Bärental doveva essere arianizzata, gli ebrei schiacciati e privati delle loro ricchezze.

E Haider, a quel dono che lo ricollegava agli orrori (e ai profittatori) del regime hitleriano come ha reagito? L'ha sempre difeso, pure in tribunale. Nel 2000, la figlia di Mathilde Roifer, l'allora 73enne Noemi Merhav, l'ha citato a giudizio: reclamava la restituzione della valle. Ma Haider ha vinto, la transazione era regolare e poi la signora — sopravvissuta all'Olocausto — nel 1954 era stata ricompensata, dopo le richieste del Congresso ebraico al governo austriaco: tre volte il prezzo pagato nel '39, soldi in buona parte sborsati da Webhofer. «Per quei tempi non mi sembra proprio poco» disse una volta Haider. Cifre irrisorie, per chi ha fatto i conti: in totale, compensazioni comprese, circa un quarantesimo del valore attuale del podere. Eppure, nella Bärental Haider era amatissimo da tutti. Il sindaco socialdemocratico, Sonya Feinig, dice «avevamo rapporti eccellenti »; un «Super Mensch», un grande uomo, per gli avventori dell'osteria di Feinitz; «un amico » per il vicario generale Gerhard Kalidz. Certo, la Bärental gli ha dato parecchi guai: come quando assunse, per farli lavorare sotto costo nei boschi, dei bosniaci, lui che pubblicamente tuonava contro i clandestini. Ma era anche diventata un simbolo politico, quella Bärental-Republik: lo sfottò coniato dalla satira politica lui l'aveva adottato come uno slogan, un vanto. E ora, un'altra volta, la questione dell'eredità. Fatti privati della famiglia di Jörg Haider, s'intende, non fosse che le ombre lunghe della Bärental gettano un'altra volta una luce più cupa sulla sua finale, pubblica agiografia.

SI ACCENNA A UN «SIMONE» CHE AVREBBE GUIDATO UNA RIVOLTA CONTRO I ROMANI

La tavola che racconta la storia
del messia risorto prima di Cristo

L'interpretazione dell'iscrizione su un reperto del Mar Morto divide gli studiosi

 

 

Gli scavi di Qumran, nel Mar Morto (Ap)

Gli scavi di Qumran, nel Mar Morto (Ap)

E' uno dei reperti storici più controversi dell'antichità e la sua dubbia interpretazione da circa un decennio causa interminabili dibattiti tra insigni studiosi internazionali. Si tratta di una tavola di pietra, scoperta circa dieci anni fa vicino al Mar Morto e lunga circa 90 cm. Su di essa sono iscritti 87 versi in ebraico che narrano la storia di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Niente di nuovo se si pensa alla storia di Cristo narrata nei Vangeli, ma vi è un particolare davvero singolare: il reperto storico risalirebbe ad un’epoca antecedente alla nascita di Gesù. A riproporre il mistero di questa tavola di pietra, conservata all'Israel Museum di Gerusalemme, è il New York Times: il quotidiano della Grande Mela afferma che nuovi interessanti particolari su questo reperto saranno rivelati nei prossimi giorni durante una conferenza che si terrà nello stesso museo di Gerusalemme per festeggiare i 60 anni dalla scoperta dei Manoscritti del Mar Morto (i preziosissimi frammenti archeologici ritrovati in undici grotte nell'area di Qumran a metà del Novecento)

 

STORIA - Scoperta da un antiquario giordano e in seguito comprata dal collezionista svizzero di origine ebraiche David Jeselshon, secondo alcuni studiosi questa tavola di pietra metterebbe seriamente in discussione l’originalità del Cristianesimo e della resurrezione di Cristo. Gran parte del testo riporterebbe passi dell’antico Testamento, specialmente i libri dei profeti Daniele e Zaccaria in cui l’angelo Gabriele presenta una visione apocalittica della storia di Israele. Secondo gli archeologi tra le iscrizioni presenti sulla tavola vi sarebbe anche un passo in cui è raccontata la storia di un Messia risorto dopo tre giorni. Ciò confermerebbe che una vicenda simile a quella della Resurrezione di Cristo era presente nella cultura ebraica prima che Gesù nascesse ed era ben conosciuta dai cittadini che vivevano nell’antico Israele. Successivamente sarebbe stata ripresa dai seguaci di Gesù e riadattata per diffondere la nuova fede. Altri studiosi sembrano più cauti: essi sottolineano che sulla pietra molte parole appaiono illeggibili, in alcuni punti sono addirittura scomparse, quindi è impossibile per adesso stabilire la verità.

IL MESSIA - Una ricerca pubblicata l’anno scorso da Ada Yardeni e di Binyamin Elitzur, entrambi studiosi di iscrizioni antiche, sulla rivista specialistica «Cathedra» gettò una nuova luce sul mistero della tavola di pietra: l'articolo, intitolato «La rivelazione di Gabriele» confermava che la pietra risalisse al I secolo A.C. e i due studiosi mettevano in dubbio che il tema del Messia risorto fosse un evento raccontato per la prima volta dai Vangeli cristiani. A dire il vero già nel 2000 il professor Israel Knohl della Hebrew University aveva presentato una dettagliata e originale interpretazione sulla contiguità tra la resurrezione di Cristo e un precedente racconto ebraico che aveva come tema il Messia risorto. Nel libro intitolato «Il Messia prima di Gesù» Knohl asseriva che il protagonista della resurrezione di cui parla la tavola di pietra era un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta all’indomani della Morte di Erode per liberare Israele dal giogo romano. Tale vicenda sarebbe presente anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo e la rivolta sarebbe stata brutalmente soffocata dalle armate romane. Secondo lo studioso, la tradizione narrava di questo condottiero, che sebbene ucciso, sarebbe risorto tre giorni dopo la morte e avrebbe aperto la strada della libertà al popolo di Israele. Secondo lo studioso ciò risulta chiaro nei versi 19-21 presenti sulla tavola di pietra nei quali si può leggere: «In tre giorni tu saprai che il diavolo sarà sconfitto dalla giustizia» mentre in altre righe si legge che il sangue e la morte del Messia sono la strada che porterà alla giustizia. Infine in due altri versi successivi, difficili da decifrare, Knohl sostiene che vi siano scritte le testuali parole: «Dopo tre giorni tu rivivrai, Io, Gabriele, te lo comando» (Gabriele è l'arcangelo che secondo la religione ebraica era il messaggero di Dio. Nel Vangelo di Luca è lui ad annunciare a Maria che partorirà il figlio di Dio)

CRITICHE - «Questi versi mettono in discussione l'originalità del Cristianesimo» afferma il professor Knohl. «La resurrezione dopo tre giorni del Messia è qualcosa che esisteva già nella tradizione ebraica prima che Cristo comparisse sulla Terra». Tuttavia molti studiosi non sembrano accettare le tesi del professor Knohl. La stessa ricercatrice Yardeni sostiene che sebbene la tavola di pietra mette seriamente in discussione l'originalità del tema della resurrezione, è abbastanza discutibile affermare che il personaggio storico Simone sia il Messia da cui poi i cristiani avrebbero tratto ispirazione. Anche il professor Moshe Bar-Asher, docente emerito di Ebraico e Aramaico all'Università Ebraica di Gerusalemme appare scettico: «In passi cruciali del testo mancano troppo parole».

Francesco

 




 

 
 
 
 

 

ULTRA PASSEGGIATRICI SUPER PAGATE CHE REITERANO MORALI MILIARDARIE:

E la Gelmini sfoggia il «taglio alla Carfagna»

In visita all'Aquila, dove ha incontrato le autorità scolastiche abruzzesi, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ha sfoggiato un nuovo taglio di capelli(foto Ansa): un caschetto sfrangiato che ricorda quello dell'altra ministra, la responsabile delle Pari Opportunità, Mara Carfagna (foto Omega)

LE MEGABORG

Il segreto di Charlotte

Battaglia legale della diva: no alla biografia che svela episodi-scandalo

La biografia sott'accusa
La biografia sott'accusa

LONDRA Dodici anni d'amicizia, cento ore d'interviste, otto mesi di scrittura, infine il no della protagonista, Charlotte Rampling, una donna cui lo scandalo non ha mai fatto paura. Che cosa abbia portato l'attrice britannica a cambiare idea sulla sua biografia non è chiaro, soprattutto per il fatto che si era raccomandata che non ne uscisse un ritratto esclusivamente positivo. Fatto sta che il caso è ora in mano agli avvocati. La casa editrice Bloomsbury è stata costretta a cambiare la descrizione del volume, da autorizzato a non. La pubblicazione, prevista per settembre, è incerta. La diva è pronta a impugnare la legge sui diritti umani. Il libro (dal titolo Charlotte Rampling-From Ingenue to Icon), sostiene, viola la sua privacy. All'origine del dietrofront, stando all'autrice Barbara Victor, ci sarebbe un brano in particolare. «Leggendolo, Charlotte ha perso la calma — ha raccontato la scrittrice al Daily Mail —. Ha detto che assolutamente non si poteva pubblicare, che avrebbe tirato fuori tanto marcio». Non è dato sapere di che cosa si tratti. Le chiacchiere comunque non mancano. C'è chi avanza l'ipotesi che a rappresentare l'ostacolo siano i trascorsi sessuali giovanili sullo sfondo di una Swinging London dove sperimentare era all'ordine del giorno. «Quello che a vent'anni può sembrare un divertimento, uno svago, con il tempo assume un aspetto diverso, soprattutto se visto dall'esterno».

È possibile che il nuovo compagno di Charlotte — hanno raccontato al Mail «amici» di vecchia data — abbia solo un'idea vaga del suo passato. Di certo Jean-Noel Tassez, un imprenditore, ha dieci anni in meno dei 63 di Rampling. Non può aver vissuto la trasgressione degli anni '60 da protagonista. Non mancano altre teorie, in particolare che il no di Charlotte sia dovuto al racconto del suicidio della sorella Sarah, a 23 anni, nel 1966. Le due ragazze erano molto legate. L'attrice non ha mai parlato pubblicamente della grave perdita subita da giovane, principalmente perché il padre, un colonnello dell'esercito britannico, volle nascondere la realtà alla moglie e mentì sulle ragioni del decesso parlando, invece, di emorragia cerebrale. «Fu lui a incoraggiarla a uscire e a continuare a divertirsi», ha sottolineato Victor. Charlotte pagò il prezzo più di vent'anni dopo. Nel 1988, quando era ancora sposata con Jean-Michel Jarre, ebbe una crisi nervosa, causa, in parte, del divorzio che seguì. Prima di conoscere la verità bisognerà aspettare la pubblicazione del libro, o la causa, a seconda dell'evolversi della situazione. Barbara Victor, prevedibilmente, è delusa. «Ho scritto dodici libri, non mi è mai successo di dover ingaggiare un avvocato». Tra tutte le relazioni professionali, quella con Charlotte prometteva di essere la meno problematica. «Siamo sempre andate molto d'accordo, abbiamo sempre avuto molta stima l'una dell'altra. Non avrei mai immaginato che questa biografia si sarebbe trasformata in un incubo».

Victor non è la prima a mettere a nudo la vita di Rampling. Lo aveva già fatto, con Charlotte Rampling with Compliments, Dirk Bogarde, suo co-coprotagonista e grande ammiratore. «All'inizio avevo dubbi sul suo talento — raccontò —. Era bellissima, credevo che oltre alla bellezza non avesse nulla. Mi dovetti ricredere. Riusciva a comunicare senza parlare un'intensità impossibile da dimenticare». Insieme fecero diversi film, da La caduta degli dei, di Luchino Visconti, alla pellicola che trasformò Rampling in un mito, Il portiere di notte, la storia di una superstite di un campo di concentramento che alcuni anni dopo la liberazione incontra per caso la sua ex guardia. Nasce un rapporto passionale e distruttivo, in cui Rampling sfodera un erotismo diventato poi suo segno particolare. Non più giovanissima, continua ad attirare ruoli emotivamente complicati, anche se con le scene di nudo dice di aver chiuso. «Una cosa è spogliarsi davanti alle telecamere quando sei giovane, bella e la gente ti guarda volentieri. Dopo una certa età non si può più. Non evocheresti altro che compassione e pietà».

"E' di due miliardi l'eredità Agnelli"
Margherita reclama il tesoro segreto

di PAOLO GRISERI e ETTORE BOFFANO

"E' di due miliardi l'eredità Agnelli" Margherita reclama il tesoro segreto

Margherita Agnelli

TORINO - Sette posti-barca per yacht di grandi dimensioni, tutti nelle località di mare più gettonate della Francia del Sud, per complessivi sette milioni di euro. Poi due alloggi sino ad oggi rimasti nell'ombra, uno a New York e l'altro a Parigi: altri tre milioni di euro. Infine l'indicazione di un elenco, per ora ancora limitato, di conti correnti e pacchetti azionari mantenuti riservati, a detta di Margherita Agnelli De Pahlen e del suo legale, anche dopo l'apertura della successione del padre: l'Avvocato, scomparso il 25 gennaio 2003. Soprattutto, un primo e ancora approssimativo conteggio del complessivo patrimonio personale di Gianni Agnelli, stimato al 2004, anno dell'unico accordo ereditario tra la figlia del "signor Fiat" e la madre, Marella Caracciolo.
Ancora secondo il legale di Margherita, l'avvocato Girolamo Abbatescianni, e i suoi consulenti finanziari quel "tesoro" sarebbe stato all'epoca di poco inferiore ai 2 miliardi di euro (circa un miliardo e 950milioni). Ma com'è sarebbe stata calcolata questa cifra? Partendo da una valutazione di Forbes del 1990 che attribuiva all'Avvocato un miliardo e 700milioni di dollari di quell'anno. Per rivalutare l'ammontare, si è poi tenuto conto sì dei movimenti positivi della Borsa, ma anche di due eventi catastrofici: il crollo della "bolla" di internet e l'attacco alle Due Torri dell'11 settembre 2001.
Da questa mattina, tutti i ragionamenti e i calcoli saranno presentati dall'avvocato Abbatescianni nella sua memoria depositata presso il tribunale di Torino, dove riprende l'udienza avviata da Margherita Agnelli contro quelli che definisce i "gestori" del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e il commercialista svizzero Siegfried Maron.Nell'udienza civile a porte chiuse, Margherita Agnelli chiede di ottenere il rendiconto esatto dell'asse ereditario. Citata a giudizio è anche la madre Marella: secondo la figlia solo perché coerede e dunque interessata al riesame dell'eredità, secondo i legali della vedova Agnelli con un'azione riprovevole nei confronti dell'anziana madre.
Il procedimento era stato sospeso nel gennaio 2008 proprio perché Marella Agnelli e Siegfried Maron, invocando la propria cittadinanza elvetica e la definizione in Svizzera dell'accordo sull'eredità, avevano eccepito la competenza italiana. Il 28 ottobre scorso, invece, la Cassazione aveva dato ragione all'avvocato Abbatescianni e il procedimento è stato riconvocato per questa mattina. Gabetti e Grande Stevens hanno già fatto pervenire al giudice Brunella Rosso le loro memorie difensive: il primo ribadisce con forza e argomenti giuridici la propria estraneità rispetto alla figura di "gestore" del patrimonio dell'Avvocato, mentre il secondo precisa di aver sempre fornito solo consulenze legali. I difensori di Marella Caracciolo, infine, sottolineano ancora una volta la speranza che da parte della figlia si giunga "a un atto di resipiscenza".
Le prossime udienze sono già fissate per il 9 maggio e il 9 giugno ed è possibile che in quelle occasioni Margherita Agnelli definisca, con ancora più ampiezza, la parte del patrimonio del padre che ritiene non sia stata conteggiata. In quel caso, la battaglia potrebbe spostarsi sulla verifica dell'ammontare di quanto la signora Agnelli De Pahlen ha già ottenuto nel 2004. Una cifra ufficiale non esiste: si va dai 109 milioni ricevuti da Morgan Stanley a un "molto, molto di più" indicato dal figlio John Elkann, vicepresidente della Fiat, in un'intervista del luglio 2007.

 

 

LA PROVOCAZIONE DI GRILLO:FILMATI GRATIS A MURDOCH

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SKY e l'aumento dell'Iva

All'attenzione del signor Rupert Murdoch, News Corp.

"Caro mister Murdoch,
lei sa che la televisione è moribonda e che la pubblicità sta migrando in Rete. E che i giornali e le emittenti televisive hanno gli anni contati. Forse cinque, forse dieci, non di più. I suoi esperti l'hanno di certo informata. Del resto le sue azioni parlano per lei. Ha investito 580 milioni di dollari su MySpace, un social network di diffusione mondiale, mentre lo psiconano comprava Endemol, un produttore di vecchi programmi televisivi. Ha messo le mani sul Wall Street Journal dichiarando che lo avrebbe sviluppato in Rete con i migliori 200 giornalisti degli Stati Uniti. Il suo soprannome è lo Squalo e il suo fine è il profitto, dicono che lei sia spietato, ma a suo favore esiste un fatto incontrovertibile. Lei non è diventato primo ministro per proteggere le sue televisioni. Lei non ha fatto fallire il suo Paese, l'Australia. Lo psiconano, quel signore che le vuole raddoppiare l'Iva a Sky perchè lo vuole l'Europa, sta portando l'Italia allo sfascio. Una sua televisione, Rete 4, è abusiva. Lei lo sapeva? Le sue televisioni ne hanno mai parlato? Anche in questo caso si è espressa l'Europa, ma a nessuno è importato un bel nulla. In Italia il conflitto di interessi e la Ragion di Stato sono diventati la stessa cosa.
Obama è una speranza, senza la Rete forse non sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti. Lei ha detto di Obama prima delle elezioni: "E' una rock star. E' fantastico. Amo ciò che dice sull'Istruzione". In Rete Mediaset non esiste. E come potrebbe? L'informazione è verificabile, i contenuti sono scelti, liberamente, dal navigatore. La qualità e la credibilità sono le uniche due monete che si possono spendere. Mediaset ha miliardi di euro, ma non ha quelle due monete. La Rete, e quindi il futuro dell'informazione, sono al di fuori delle sue possibilità. Murdoch, lei dovrebbe sapere che lo psiconano è un burlone. Racconta barzellette che spesso vengono confuse con dichiarazioni ufficiali. Una delle migliori, dopo la richiesta di 500 milioni di euro di danni a YouTube, è la sua volontà di portare una proposta per "regolamentare Internet" al G8, Il suo ministro degli Interni Maroni ha annunciato un "numero identificativo" per ogni utente del Web. Un'idea che viene da lontano, dal numero indelebile tatuato sul braccio degli ebrei nei campi di concentramento. Lei è avvertito, se non ci saranno smentite, i navigatori di MySpace dovranno identificarsi e, forse, pagare una tassa di scopo. In Italia c'è bisogno di regole tranne che per Mediaset. In quel caso sono sufficienti le leggi ad hoc.
Perchè le scrivo e le dico tutto questo? Lei non è il cavallo bianco che può salvare l'informazione italiana, ma è sempre meglio di niente. Sky ha trasmesso la diretta del mio intervento all'assemblea Telecom e più volte ha dato spazio alle mie denunce. Uno spazio minimo, spesso impercettibile. ma comunque uno spazio. Le voglio proporre l'utilizzo periodico dei filmati che il mio blog produce da anni. Sono ormai centinaia. Denunce mai apparse in televisione. Oscurate dalla cappa di Veltrusconi. Lei può usare i filmati gratis con due sole condizioni. Nessuna pubblicità al loro interno e citazione della fonte. In cambio non le chiedo nulla. Lei sa che il futuro è la Rete e Berlusconi è il passato. Ci saranno nel mondo solo cinque o sei gruppi multimediali in Rete tra alcuni anni. Uno è probabilmente il suo insieme alla BBC e a YouTube. Mediaset non ci sarà e neppure la Rai. Attendo una sua risposta. I miei saluti." Beppe Grillo

DOPO AVER FATTO PASSARE UNA LEGGE CHE TAGLIA 8 MILIARDI DI EURO ALLA SC(Q)UOLA,ECCO CHE LA MINISTRA TENDE LA MANO.....SU YOUTUBE

La Gelmini apre un canale (a Venezia)su YouTube

Il ministro: «Voglio raccogliere idee, proposte ma anche critiche». Debutto in maglioncino senza tailleur

Il ministro Gelmini come appare su YouTube
Il ministro Gelmini come appare su YouTube

MILANO - «Ho deciso di aprire un canale su YouTube perchè intendo confrontarmi con voi sulla Scuola e sull'Università. Voglio accogliere idee, progetti, proposte, anche critiche». Parola - e maiuscole - del ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini che per stare al passo con i tempi e soprattutto per cercare un canale di comunicazione consono alla stragrande maggioranza degli studenti italiani ha deciso di ritagliarsi una nuova finestra sul web.

 

IL VIDEODEBUTTO - Lo spazio del ministro, www.youtube.it/mariastellagelmini - che si scopre essere iscritta al portale dal 6 maggio scorso - è andato online solamente oggi. Il primo videomessaggio postato dalla titolare del ministero di viale Trastevere non è altro che un promo di presentazione, un filmato di soli 27 secondi in cui l'autrice della legge che sta mettendo in subbuglio la scuola italiana spiega appunto di essere pronta a raccogliere opinioni, suggerimenti ma anche critiche. «Una cosa però non farò mai - dice la ministra - difendere lo status quo o di arrendermi ai privilegi o agli sprechi. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare e lo dobbiamo fare insieme».

LOOK E SCENOGRAFIA - Maglioncino viola con collo a dolcevita, gonna scura, occhiali e capelli mossi sciolti - insomma un perfetto look da maestra unica, lontano dalle camicette e dai tailleur della divisa ministeriale - la Gelmini parla in piedi davanti ad una scrivania. Sullo sfondo, le fronde di un ficus benjamin e una finestra inondata di luce. Sul tavolo - ingombro di fogli, quotidiani e perfino un melograno - si nota un computer acceso dal cui monitor campeggia non l'home page del sito del proprio ministero, già ribattezzato «il portale per l'autonomia e l'innovazione», bensì quella di Google.

ASPETTANDO I COMMENTI - Al momento il video del ministro conta 125 visualizzazioni, ma nessun voto e nessun commento. Il passaparola tra gli studenti non è ancora incominciato (sempre su youtube sono decine i video di ragazzi e ragazze che spiegano invece perché in questi mesi hanno dato vita a manifestazioni di proteste contro la riforma voluta dall'esponente del Pdl). Ma come sempre accade nel web è solo questione di (poco) tempo. Poi «idee, progetti, proposte e anche critiche» certamente arriveranno.

 

PIZZA,FICHI,PUTTANE E BALDRACCHE, ecco come viene governata l'Italonia asfaltata:

Le gemelle dell'Isola da Berlusconi

Eleonora ed Emma De Vivo ricevute a Palazzo Grazioli: sono rimaste per un'ora circa nella residenza del premier

ROMA - Eleonora ed Emma De Vivo, le due gemelle napoletane reduci dall'Honduras e dall'esperienza dell'Isola dei Famosi, sono approdate questa sera a Palazzo Grazioli, residenza romana del premier Silvio Berlusconi.

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DAL CAVALIERE - Le gemelle De Vivo, studentessa la prima ed assistente di un chirurgo plastico la seconda, sono rimaste per un'ora circa in via del Plebiscito poi sono andate via in taxi, prima che il Cavaliere uscisse in cravatta nera per recarsi a Villa Taverna, per il ricevimento dell'ambasciatore americano Ronald Spogli.

 

Moretti, cinema e politica
"Io, Veltroni e il Caim(n)ano"
.SI APRE LA RASSEGNA DEL REGISTRA ITALIOTA CONTRO LE "VOCI GROSSE" DIPIETRISTE DI PIAZZA NAVONA DEL LUGLIO 2008,PER UNA OPPOSIZIONE "SILENZIOSA E MUMMIFICATA".

di PAOLO D'AGOSTINI


 

Moretti, cinema e politica "Io, Veltroni e il Caimano"

Incontriamo Nanni Moretti alla vigilia del Torino Film Festival che dirige per il secondo anno. La conversazione nel suo ufficio (ha sistemato davanti a un imponente schermo il lettino da psicanalista di "La stanza del figlio", per svolgere comodamente le funzioni di selezionatore) è tranquilla e generosa come un tempo non sarebbe stata. Si comincia dal cinema d'autore nel senso di personale e non-industriale ("Che vince come dimostrano "Gomorra" e "Il divo""). Si passa alla feroce antipatia per il Festival di Roma ("Prepotente, ora come prima del cambio politico"). Si continua sull'esasperata personalizzazione torinese che ha sicuramente fruttato "visibilità" ("Quale personalizzazione? E comunque non è colpa mia"). Si passa alla televisione: da spettatore ("E' tutta uguale e livellata verso il basso") e da ospite col contagocce ("Vado dove mi sento meno a disagio").

Ci si distende infine sui suoi cavalli di battaglia extra-artistici: Berlusconi, la cui vittoria è lo specchio di una rinuncia, quella di chi sostiene che "agli italiani non interessa il conflitto di interessi, visto che hanno fatto vincere Berlusconi". E l'opposizione che non reagisce, è inerte, non rivendica la propria identità e non difende i paletti fondanti della democrazia repubblicana: "Veltroni? Il partito democratico aveva messo in moto speranze e attese, mi pare che per ora le abbia frustrate".

Il Festival di Torino apre oggi con il colpaccio di W, il film di Oliver Stone sul presidente uscente Bush che incredibilmente non ha ancora una distribuzione italiana.
Questa conversazione parte dal cinema e arriva ad altro. Si comincia dall'agitazione causata dall'assenza di titoli italiani nel concorso, e dalle sue parole sul cinema d'autore.

Lei voleva sottolineare che Gomorra e Il divo rappresentano un'indicazione importante perché sono film molto personali nello stile, mentre le è stato attribuito un pessimistico "due sole personalità non fanno il miracolo italiano"?
"Infatti, e aggiungo che oltre a una nuova generazione di registi, ce n'è una di produttori: Nicola Giuliano e Francesca Cima con Andrea Occhipinti (Il divo), Lionello Cerri (Giorni e nuvole) e Domenico Procacci (Gomorra). Tutti quelli che dicevano "è dei film d'autore la colpa del disamore del pubblico nei confronti del cinema italiano", non hanno saputo più che cosa dire davanti ai due successi di pubblico, critica, premi internazionali. Che sono il risultato del percorso "d'autore", cioè personale, di Garrone e Sorrentino. Improvvisamente è successo che il pubblico, che si vantava di non andare a vedere i film italiani perché "noiosi", questa volta ne ha premiati due nello stesso momento".

E gli italiani assenti?
"Nelle varie sezioni del TFF ce ne sono molti. Se qualcuno pensa che quest'anno abbiamo "rifiutato" un anno di cinema italiano, sappia che casomai abbiamo rifiutato tre settimane di film italiani: tanto passa tra la fine del Festival di Roma e il TFF. Fino a tre anni fa esistevano due festival che convivevano serenamente, Venezia e Torino. Poi, l'entrata a gamba tesa, l'irruzione prepotente di Roma. E' arrivata questa confusa corazzata, che già alla terza edizione si è sgonfiata, deludendo le proprie ambizioni e potenzialità: ricordo che costa cinque volte Torino, e molto più di Venezia".

E' l'esistenza in sé di Roma che lei considera un'aggressione? In fondo la competizione - che lei difende - provoca vincitori e vinti.
"Roma si è letteralmente seduta sulle date di un festival internazionale come le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, e si è piazzata un mese dopo Venezia e un mese prima di Torino. Basta prendersi questa responsabilità, invece di dire che non ci sono problemi e che siamo tutti amici. In realtà noi un film lo avevamo invitato e la produzione, a luglio, aveva anche accettato".

Galantuomini di Winspeare, Il passato è una terra straniera di Vicari o Si può fare di Manfredonia che erano a Roma? Non Pranzo di Ferragosto, che era a Venezia...
"Non ha importanza quale fosse, la produzione ha cambiato idea. Succede. Ma i responsabili dell'altro Festival, che sapevano del nostro invito già confermato, senza nemmeno un po' di dignità professionale o umana, non si sono neanche fatti vivi. Almeno un biglietto: ci siamo comportati male ma la vita è così (in realtà la loro vita è così), tanti auguri. Avvilente".

Non sarà che il suo malumore viene allo scoperto ora che è cambiata la mano politica?
"Non c'entra niente. Irruzione prepotente: lo dissi da subito, molto prima che mi fosse proposta la direzione di Torino".

A proposito di cinema d'autore. Dei suoi primi film si disse molto che rappresentavano una generazione, ma sembrò che per lei quest'overdose di sociologia fosse frustrante.
"Non è una battuta, ma non ricordo più se trent'anni fa ero presuntuoso o giocavo a interpretare questo ruolo. E' stata una fortuna e un privilegio se, partendo pressappoco da me, sono riuscito a raccontare anche gli altri. Grazie a questo ho continuato a fare film. Se è vero che ho raccontato un pezzo o un periodo della nostra società, mi sembra una bella responsabilità".

Per molto tempo si è impegnato a prendere le distanze dai conformismi pubblici (la polemica con l'informazione) e privati (famiglia, coppia, figli). Con l'età si è poi scoperto un po' più indulgente e anche autoindulgente?
"Mi sembra di essere diventato più tollerante, ma sarebbe impossibile il contrario".

Anche Caos calmo fa parte di questo processo. Per la prima volta lei si è consegnato a una storia, a un regista, a un cast che non aveva scelto. In altri anni non sarebbe successo.
"No, infatti. Parecchie cose sono cambiate".

Cedimento o conquista?
"Né l'uno né l'altra, succede. E ne sono contento, va bene così". E qui parte uno scatto d'orgoglio. "Non sono stato a strombazzarlo ma aprire Torino con Stone è una cosa grossa. E anche che lui accetti di venire nonostante non gli serva alla promozione, dato che stranamente il film non ha ancora una distribuzione italiana. Ma aggiungiamo una mezza cosa sul mio ex lavoro di regista...".

Vuole annunciare qui il suo prossimo film?
"No. Sono stato felicemente distratto da Caos calmo e dal Festival. Ma in questo periodo, quando guardavo fuori e dentro di me, sentivo molto pessimismo, e siccome non mi piace in un film vendere solo quello, ho vagato da un soggetto a un altro. Ora mi sembra di aver trovato una storia e il tono giusto".

Tutto qui?
"Sì. E questa volta per evitare tensioni, a volte veramente eccessive, saprete subito di che si tratta. Così poi stiamo tutti più tranquilli. Non vorrei riassistere all'assurdo dibattito politico-giornalistico che ha preceduto l'uscita di Il Caimano, tra persone che non sapevano nulla del film. Dibattito che in parte ha condizionato quelli che hanno visto il film e anche quelli che non l'hanno visto, ma che pensano di averlo visto".

Che telespettatore è lei? Perfino Berlusconi si lamenta della tv.
"Non mi stanco di ricordare la pazzesca situazione italiana, anormale per una democrazia. Penso che le televisioni di Berlusconi non abbiano spostato solo voti, ma l'intero paese, comunque già pronto ad accogliere questa "novità". E non facciamo confusione con Sarkozy, che non ha gli interessi economici e il potere mediatico di Berlusconi. Recentemente ho detto una cosa piccola e semplice: in Italia non c'è più opinione pubblica. Non parlo dell'opposizione, ma di qualcosa o qualcuno trasversale ai partiti, che comunque si riconosca in comuni valori democratici. E che, come succede in altri paesi, dovrebbe "punire" - mettiamoci le virgolette, per carità - un capo del governo che non ha senso dello Stato, che non va alle celebrazioni del 25 aprile, che aggredisce la magistratura, che ha come braccio destro un condannato per corruzione e come braccio sinistro un condannato per concorso in associazione mafiosa. E invece passano concetti come "agli italiani non interessa il conflitto di interessi, visto che hanno fatto vincere Berlusconi". Sì, ma interessa alla democrazia... La maggioranza delle persone, e non solo a destra, ormai considera normale che un uomo abbia il monopolio della tv, faccia politica e sia anche capo del governo. La sua vittoria è questa: ormai la bassa qualità della democrazia italiana è considerata un fatto normale, marginale. Un paese che in quindici anni ha permesso a un uomo con tante tv e giornali e interessi economici di candidarsi cinque volte a capo del governo, non è un paese serio e non ha una classe politica seria. E sono andato fuori tema...".

Infatti, le avevo solo chiesto che cosa guarda in tv.
"Mi sono distratto perché pensavo al patto sottinteso quando è nata La7: non doveva crescere, non doveva togliere pubblicità a Mediaset. Con un po' di coraggio sarebbe stata un'avventura culturale che alla fine si sarebbe rivelata anche un'avventura commerciale, perché i telespettatori cercano disperatamente qualcosa di decente. La sinistra in passato ci ha raccontato che con le tv di Berlusconi c'è stata maggiore offerta, maggiore democrazia. Il risultato è che abbiamo sei reti simili livellate verso il basso, e in prima serata non sai dove sbattere la testa".

Per le sue apparizioni televisive perché sceglie i luoghi più (sfacciatamente) amici? Non sarebbe più interessante anche per lei "diversificare"?
"Non mi sembra di andare poco in televisione. Vado dove mi sento meno a disagio".

Quanta fiducia nutre nella guida di Veltroni?
"Il Pd aveva messo in moto speranze e attese, mi pare che per ora le abbia frustrate".

E l'esibizione delle amicizie nel mondo dello spettacolo? Ricorda la parata di attori e cantanti al comizio di chiusura elettorale a Roma?
"Io ero in piazza, non sul palco".

Ma i tappeti rossi di Veltroni hanno fatto danni elettorali o no?
"Le persone votano o non votano seguendo altre motivazioni. Casomai per un elettore di sinistra conta, in senso negativo, la mancanza di reattività nei confronti dell'aggressività culturale della destra. Se uno dice mezza cosa su Berlusconi tutti, anche i giornali non di destra, titolano "clamoroso autogol della sinistra". Mentre invece a destra c'è un uomo che da vent'anni parla di fucili ed è ministro della Repubblica. C'è paura non solo di affermare una propria identità ma anche di mettere paletti. Per esempio il rispetto della Costituzione. O impedire che "comunista" diventi un insulto: è anche grazie ai comunisti italiani che è stata fondata la nostra democrazia. Ecco, quella che viene punita è casomai l'inadeguatezza. La contiguità con lo spettacolo non mi sembra importante".

Lei se la prende con la stampa - tra l'altro facendo ingiustamente d'ogni erba un fascio - e con il centrosinistra. Ma se il repertorio di anomalie non ha influito sui comportamenti elettorali, la prima responsabilità non sarà di chi va a votare?
"I ragazzi di oggi sono nati e cresciuti in questa situazione. Per loro è normale che un solo uomo possa concentrare tanto potere. Io però ancora mi chiedo come mai il governo di centrosinistra non abbia fatto, nella legislatura 1996-2001, la legge antitrust e sul conflitto di interessi. Per sollevare un po' la qualità della nostra democrazia".

Quanto è grave la battuta di Berlusconi sull'abbronzatura di Obama?
"Ha detto e fatto di molto peggio".
 

 
IO SONO UNA MEGA....BORGER A 95 GRADI DOPPI !!!!

Faccia a faccia Ilaria-David. Guarda l'intervista integrale

Il neorossonero Beckham ha risposto a tutte le domande della D'Amico: "Ho giocato nel Manchester United, nel Real Madrid e adesso nel Milan. E' un onore e un piacere per me avere questa opportunità"

21 dicembre, 2008

Messico: arrestata Miss di bellezza

Era con sette uomini trovati in possesso di armi e di una ingente somma di denaro

CITTÀ DEL MESSICO - Laura Elena Zúñiga, Miss Sinaloa e vice Miss Nuestra Belleza Mexico 2008, è stata arrestata lunedì a un posto di blocco dell'esercito nello Stato di Jalisco insieme a sette uomini trovati in possesso di armi e di una ingente somma di denaro.

La 23enne, che avrebbe dovuto partecipare a Miss International 2009, ha dichiarato che l'intenzione del gruppo era di recarsi in Bolivia e Colombia per fare acquisti. Ma i militari hanno sequestrato due fucili d'assalto AR-15, tre pistole, nove caricatori, oltre 600 cartucce di differente calibro, sedici telefoni cellulari e 18 mila dollari in contanti.

 
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Mark Knopfler
 

Lo stile è consolidato e inconfondibile: il suono della sua chitarra è ormai un «marchio di fabbrica», forse un po' troppo fermo nel tempo ma sempre affidabile. Dall'esordio come leader dei Dire Straits nel '78, con un album che fu una vera rivelazione, Mark Knopfler ha percorso una strada lineare e senza deviazioni anche da solista. Nel suo pop fondato su ballate con sapori a volte Tex-Mex, a volte country, spicca sempre la sua chitarra solista, tanto da "condizionare" anche gli album nei quali appare come ospite (ultimo caso, il brano inciso con John Fogerty nel nuovo cd dell'ex CCR). Un suono, il suo, ispirato da sempre alo stile di J.J. Cale, prestato con successo anche al cinema (prima soundtrack «Local Hero» nell'83) poi miscelato con quello di altri grandi (come nel superguppo Nottin' Hillbillies o nel cd con Chet Atkins). Ripresosi dall'incidente motociclistico dell'anno passato, Knopfler propone ora un nuovo album, «Shangri-La». Sul suo sito l'ex Dire Straits offre in video il singolo «Boom Like That», mentre Real Music offre l'ascolto di tutto l'album.

 
 
  Album: ...And Justice For All
  Produced by: Metallica with Fleming Rassmussan
  Recorded at: One on One Studios, Los Angeles, CA
  Release Date: August 25, 1988
  Chart position: 6

Di questo album è da ascoltare l'immensa ONE, canzone evocativa, canzone spirituale, canzone straziante per un uomo che morì malamente. Nonostante la data, fino ad oggi nessuno a livello musicale è riuscito a far di meglio nel panorama heavy metal, se ancora ha un senso parlare di heavy metal.

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 
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prende il 17° scudetto a Torino, nel confronto con la sua prima antagonista, la Juventus, all’Olimpico (guarda la sintesi). Quando ormai sembrava che Balotelli avesse chiuso i conti, nel recupero è arrivato il gol del protagonista meno atteso, Grygera. Che regala il pari a una Juve in 10 uomini con Tiago, che viene cacciato da Farina per una reazione su Balotelli, non popolarissimo tra i bianconeri. I punti di distanza restano 10. A sei giornate dalla fine. Aspettando il Milan, che domani potrebbe agganciare la Vecchia Signora. L’Inter ha sfiorato il colpaccio in maniera pragmatica, in contropiede, in una gara fisica. Non bella. Spezzata da una firma, quella di Balotelli, che fra qualche anno potremmo probabilmente definire illustre. La sua scelta ripaga Mourinho, che lo preferisce a sorpresa a Cruz. La Juve tiene botta, non sfigura, ma mostra i consueti limiti di creatività. Però come spesso le accade, getta il cuore oltre l’ostacolo, ed esce tra gli applausi del suo popolo. Ora la semifinale di Coppa Italia di mercoledì contro la Lazio diventa la gara da non fallire.
ATTESA - Il primo tempo non è granché. La gara è molto fisica, anche se non cattiva. E la precisione diventa un optional. La Juve prova a tenere in mano il pallino del gioco, ma, e non è una novità, fatica ad articolare una manovra fluida a metà campo. Poulsen non è un playmaker, Tiago sì, ma si esprime sotto ritmo, soffocato dal pressing ospite. L’Inter gioca di rimessa con un 4-1-4-1 che si trasforma in un più propositivo 4-3-3 quando gli esterni Figo e Balotelli guadagnano metri. Ma anche i nerazzurri faticano in fase di impostazione, penalizzati dall’assenza di sovrapposizione degli esterni bassi, Zanetti e Chivu, prudenti sulle fasce. Maicon manca da impazzire.
PALLE GOL - Le occasioni latitano. Balotelli, beccato dal pubblico quasi quanto Ibra, se ne va sulla destra, rientra e calcia di sinistro, Buffon tocca, ma la palla rotola verso la rete, Tiago in recupero salva sulla linea di porta. Come un gol per il compassato portoghese. Poi si susseguono tante mischie, ma per vedere due palle gol bisogna aspettare i tocchi sapienti dei giocatori di maggiore spessore tecnico: Del Piero e Ibrahimovic. Ale inventa per Marchionni, che controlla male e si fa ipnotizzare da Julio Cesar in uscita. Poi la palla la dà Ibra a Figo, fermato da Buffon in uscita. Azioni simili, belle nella costruzione, sciagurate nella finalizzazione, anche per merito dei portieri. All’intervallo è 0-0. La Juve ha spinto di più, ma l’occasione clamorosa è stata di marca nerazzurra.
BALOTELLI GOL - L’Inter passa al 19'. Con Balotelli. Su contropiede da azione d’angolo per la Juve, che reclama per una mancata punizione. Ibra fa involare Muntari che centra per il baby fenomeno nerazzurro. Spietato sottoporta.
TIAGO FUORI - La Juve reagisce con un’incursione di Marchionni, Julio Cesar è ancora attento. Ma Tiago si fa cacciare per una reazione scomposta su Balotelli. Juve in 10. E gara che si incattivisce. Stankovic prova a chiudere i conti, Buffon c’è. Anche su Cruz. Ibra chiede invano un rigore. La Juve sembra aver finito benzina ed entusiasmo.
PARI GRYGERA - E invece, al 1' di recupero, il nuovo entrato Giovinco su angolo da sinistra trova la testa del difensore ceco: 1-1. La Juve salva l’onore, l’Inter si fa beffare ma si consola con lo scudetto sempre più vicino.
TORINO, 18 aprile - Finisce 1-1 il big-match tra JuventusInter, anticipo serale del 32° turno della Serie A. Succede tutto nella ripresa, con il vantaggio nerazzurro firmato da Balotelli e la Juve che resta in dieci per l'espulsione di Tiago. Al primo minuto di recupero i bianconeri sono riusciti a trovare il gol del pareggio con Grygera, che tiene la Juve a -10 dall'Inter.

POCO SPETTACOLO - Lo spettacolo all'Olimpico lascia decisamente a desiderare, soprattutto nel primo tempo. Pochi gli spunti da una parte e dall'altra, con Juve e Inter che si limitano soprattutto a presidiare il centrocampo. Ranieri decide per la coppia d'attacco Iaquinta-Del Piero, con Tiago e Poulsen a centrocampo e Nedved e Marchionni esterni. Nell'Inter c'è Balotelli in coppia con Ibrahimovic e Figo dal primo minuto. Sulle fasce la Juve sembra in grado di creare qualche difficoltà all'Inter, ma è dell'Inter la prima azione-gol con Balotelli che impegna Buffon e Tiago che salva sulla linea. La gara resta bloccata, e le conlcusioni in porta sono smorzate da Julio Cesar e Buffon, che si confermano i migliori nel loro ruolo.

GRYGERA RISPONDE A BALOTELLI - Nella ripresa formazioni invariate, e gioco che stenta a decollare. La Juve tenta di affacciarsi in avanti, ma lascia qualche metro di troppo all'Inter che tenta di rendersi pericolosa in contropiede. Proprio su una ripartenza, forse viziata da un fallo iniziale, arriva il vantaggio nerazzurro con Balotelli, servito da Muntari. L'inerzia della partita si sposta, e nella Juve entrano prima Trezeguet e poi Giovinco per un Del Piero poco incisivo. Le cose per i bianconeri, però, si complicano ulteriormente quando Tiago rimedia scioccamente un'espulsione per due interventi fallosi. La Juve ha il merito di non mollare e, anche con un uomo in meno, di cercare il gol del pareggio. Gli sforzi dei bianconeri vengono premiati al 91' con il colpo di Grygera che trova l'1-1. In classifica, il distacco resta invariato.

Inter, partenza alla grande
poi il Palermo rischia di vincere

Nerazzurri in doppio vantaggio a metà gara con Balotelli e Ibra (rigore). Poi nella ripresa i rosanero tornano sotto con Cavani e Succi. E negli ultimi minuti vanno più volte vicini al colpaccio

Inter, partenza alla grande poi il Palermo rischia di vincere

MILANO - L'Inter mantiene vive le speranze di rimonta della Juventus dissipando un vantaggio di due gol e facendosi raggiungere in casa dal Palermo. E' la sintesi estrema di una partita che può dare nuove energie ai bianconeri in vista del posticipo col Genoa e soprattutto a una settimana dal decisivo scontro diretto con la capolista.

Cosa è accaduto a San Siro? Dopo gli applausi e gli striscioni di solidarietà per l'Abruzzo, l'Inter approfitta di un Palermo troppo rinunciatario, mantiene il possesso palla al piccolo trotto e chiude il primo tempo in vantaggio per 2-0. Apre le marcature Balotelli con un colpo di testa sotto misura su cross da sinistra di Muntari (15'). Il Palermo perde Liverani al 25' per infortunio, dentro Bovo con Ballardini che rimodella la difesa.

Al 35' Muntari si vede negare un rigore quando va giù in area rosanero per un intervento di Migliaccio in chiaro ritardo. Tre minuti più tardi l'arbitro Russo rimedia fischiando la massima punizione per un'entrata molto meno netta di Kjaer su Ibrahimovic. Lo svedese trasforma e il "Meazza" fa festa. Il tempo si chiude con Balotelli che fallisce il 3-0, controllo mancato solo davanti ad Amelia su contropiede orchestrato sulla sinistra da Maxwell e Ibrahimovic. E con lo svedese che delizia la platea con tocchi di fino poco pratici ma esteticamente godibilissimi.

Proprio l'approccio con cui l'Inter affronta la ripresa. Ormai sin troppo tranquilli, gli uomini di Mourinho non affondano mai i colpi. Quando se ne presenta l'occasione, Ibrahimovic si intestardisce nel cercare il colpo a sensazione piuttosto che servire compagni perfettamente liberi in area. Nel frattempo, Ballardini spedisce in campo gli uomini che determinano il cambio di marcia della sua squadra. A inizio ripresa si vede Bresciano per Migliaccio, quindi al 57' ecco l'attaccante Succi per il sofferente Nocerino.


L'australiano opera praticamente a centrocampo e in assenza di Liverani è lui il principale ispiratore per uomini come Cavani e Miccoli, che nella prima frazione non avevano mai visto una palla. Si arriva così alla fase decisiva del match. Al 72' Cavani impegna Toldo in un difficilissimo intervento con una conclusione dal limite, forte con parabola a scendere, che il portiere alza oltre la traversa con gran colpo di reni. Sull'altro fronte, il sempre più lezioso Ibrahimovic passa praticamente la palla ad Amelia cercando una conclusione effettata, invece di appoggiare a Stankovic solo in area. La ripartenza del Palermo sortisce effetti ben più devastanti: Cassani serve in profondità Cavani che davanti a Toldo non sbaglia. E' il 73', Inter sorpresa e partita riaperta.

Solo tre minuti e il Palermo trasforma il rilassante pomeriggio della difesa interista in un incubo a occhi aperti. Bresciano dalla tre quarti sinistra alza una lunga palla in area nerazzurra, dall'altra parte Miccoli raccoglie sulla linea di fondo e appoggia in mezzo dove Succi ci crede più di Chivu e batte Toldo da distanza ravvicinata. L'Inter adesso è davvero scossa. Mourinho prova a rimetterla in partita con tre cambi. Con Vieira in campo per Balotelli già dopo il gol di Cavani, ecco il momento di Figo e Crespo per Muntari e Maxwell. Effetto uguale allo zero. E' invece il Palermo a sfiorare il colpaccio con Miccoli, che al 90' balla in dribbling al limite dell'area e poi di interno sinistro manda la palla a lambire il palo alla destra di Toldo

 

 

Doppietta di Ibrahimovic, l'Inter stende 2-0 la Fiorentina

MILANO, 15 marzo - Ibra spegne i sogni della Juve. L'Inter si riprende subito dall'eliminazione in Champions battendo la Fiorentina con una doppietta dello svedese e tenendo così la squadra di Ranieri ancora a sette punti di distanza. A dieci giornate dalla fine si fa sempre più forte la sensazione che a meno di imprevedibili crolli, i nerazzurri si cuciranno sul petto il loro quarto scudetto di fila. Imbattuta da nove giornate, in casa addirittura da un anno, la capolista ha ribadito di essere tanto fragile in Europa quanto possente in campionato, anche in quelle giornate dove non meriterebbe di vincere.
POCHE OCCASIONI - Tipo questa. Perché a parte la capocciata di Ibrahimovic che ha aperto la gara (su cui pendono sospetti di fuorigioco prima e gioco pericoloso poi) e la fucilata su punizione nel recupero che l'ha chiusa, Frey ha avuto poco altro da fare. Ma la Fiorentina, a differenza dell'Inter, non ha la cattiveria nel suo dna e ha sprecato con Mutu (due volte) e Gilardino le chance per andare in gol. Ai viola resta la magra consolazione di essersi ritrovati dopo la brutta prestazione con il Palermo e la consapevolezza che con un pizzico di freddezza in più forse avrebbe potuto lasciare il Meazza con un punto in tasca utile per tenere la Roma a distanza. Invece i giallorossi adesso sono quinti insieme alla squadra di Prandelli, mentre al quarto posto c'è il Genoa.
CHE AMAREZZA - La classifica fa aumentare l'amarezza, come il ricordo di quell'occasione sprecata da Mutu in apertura, che avrebbe potuto cambiare il corso alla partita. Il romeno spara sui piedi di Julio Cesar al 10' e Ibrahimovic un minuto dopo punisce la Fiorentina di testa, seppur agevolato da un rimpallo fortunoso. Julio Cesar si ripete al 14' su Gilardino, lasciando così all'Inter la possibilità di gestire la gara come meglio crede. I viola inspiegabilmente non spingono e la squadra di Mourinho si adegua, facendosi vedere dalle parti di Frey appena una volta, con un sinistro di Stankovic.
I RISCHI - Ma nel finale l'Inter rischia di pagare a caro prezzo questo atteggiamento e deve ringraziare Julio Cesar (straordinario su una volee di Gilardino) e la cattiva mira di Kuzmanovic e Jorgensen. Mourinho negli spogliatoi cambia Chivu (ancora non in perfette condizioni) con Figo e ridisegna la squadra con un 4-2-3-1 dove Cambiasso fa il centrale di difesa, Zanetti e Muntari i mediani, Figo, Stankovic e Balotelli i trequartisti dietro Ibrahimovic. È ancora Julio Cesar però a fare la differenza, al 7' alza in angolo una frustata di Montolivo. Mutu si divora un'altra palla gol al 18', Julio Cesar salva su Donadel al 37', quindi nel finale, dopo che Mourinho si è fatto cacciare dall'arbitro per proteste, torna in partita l'Inter, che con una super punizione di Ibrahimovic chiude la partita. E sempre di più il discorso scudetto.

Quando non c'è di mezzo la Champions League, l'Inter è capace di fare anche buone partite contro avversari tonici ma sciuponi come la Fiorentina e Ibrahimovic riesce persino a tornare a segnare due gol, pur non disputando una gara memorabile. Nella ventottesima giornata, dopo la Juve, dà spettacolo anche il Milan. I rossoneri, trascinati da Pato e Inzaghi (autori di due doppiette), dilagano a Siena: 5 a 1. SuperPippo festeggia i 300 gol in carriera con una maglia ad hoc e soprattutto permette alla squadra di Ancelotti di rafforzare il terzo posto mantenendo le distanze (+6) dal Genoa, vittorioso sabato a Cagliari (1 a 0). Sempre in zona Champions, la Roma non va oltre il pareggio sul campo della Sampdoria: 2 a 2, doppiette di Pazzini e Julio Baptista. INTER CINICA - L’Inter ha sconfitto per 2-0 la Fiorentina al Meazza nel posticipo della ventottesima giornata del campionato di Serie A. Nerazzurri in vantaggio al 10’ con Zlatan Ibrahimovic (in gioco pericoloso, tocco con una mano e in posizione di dubbio fuorigioco). Al 64’ il difensore nerazzurro Davide Santon è protagonista di una entrata pericolosissima da karateka: con la gamba alta colpisce violentemente al fianco il viola Gianluca Comotto, meriterebbe il cartellino rosso, ma l’arbitro Daniele Orsato di Schio estrae un timido cartellino giallo. Al 93’ l’allenatore nerazzurro Jose Mopurinho trova il coraggio di protestare con l’arbitro per la presunta mancata ammonizione di un viola e si fa cacciare dal campo. E al 94’ arriva il col che chiude il match, firmato ancora da Ibrahimovic, stavolta direttamente su calcio di punizione. La vittoria permette quindi all’Inter di ristabilire le distanze sulla Juventus, con la capolista salita ora a quota 66 punti ed i bianconeri tornati a -7. La sconfitta costa invece alla Fiorentina il quarto posto, occupato ora dal Genoa.IBRAHIMOVIC - Puntare a campionato e coppa Italia: così Zlatan Ibrahimovic, autore dei due gol con i quali l'Inter ha superato la Fiorentina, ai microfoni di Sky Sport. «La squadra deve continuare a giocare così - ha detto Ibra - siamo primi in classifica. Mi dispiace che siamo usciti dalla Champions, era il mio primo obiettivo, ma abbiamo ancora la Coppa Italia e il campionato. E dobbiamo giocare per questi due trofei». Poi aggiunge: «Si è sofferto in tutte le partite, ogni partita è difficile, non è facile. Ogni anno il campionato diventa sempre più difficile e anche quando sei campione e arriva l'anno successivo tutti ti vogliono battere è normale che soffriamo ma alla fine vinciamo».
MILAN SHOW - La trasferta di Siena si rivela dunque una passeggiata per la squadra di Ancelotti. Il tecnico del Milan lascia inizialmente in panchina i tre Palloni d'Oro (Kakà, Ronaldinho, Shevchenko), affidandosi in attacco alla freschezza di Pato e all'esperienza di Inzaghi, supportati da Beckham. Il Milan sblocca subito il risultato: Pirlo, al 7', mette in rete dagli undici metri il rigore concesso per un fallo di Kharja su Flamini. Il raddoppio arriva nel recupero del primo tempo: angolo di Beckham e Inzaghi sigla la sua rete n.299 con un sinistro al volo. Nella ripresa gran gol di Pato al 10', poi - dopo il sussulto di Maccarone - SuperPippo infila in rete in diagonale. Esplode la festa: il bomber mostra una maglietta speciale con il numero «300» stampato sul dorso. Al 33' Pato fissa il risultato sul definitivo 5-1. Unica nota dolente, gli infortuni: per Abbiati si sospetta la lesione dei legamenti del ginocchio destro (stagione a rischio), mentre Kakà è stato costretto a uscire pochi minuti dopo il suo ingresso in campo.
ZONA CHAMPIONS - Una vittoria, quella del Milan, che permette ai rossoneri di mantenere invariato il proprio vantaggio sul Genoa. Nel primo anticipo della 28/ma giornata, la squadra di Gasperini ha infatti espugnato il campo del Cagliari (ridotto in 10 per la discutibile espulsione di Cossu) grazie al gol di Oliveria nel finale, rimanendo al quarto posto (in attesa della Fiorentina). Frena la Roma, che in piena emergenza è costretta al pareggio sul campo della Sampdoria: blucerchiati trascinati da Pazzini (autore di una doppietta), giallorossi che ringraziano soprattutto Julio Baptista (due gol anche per lui).
LE ALTRE - Il Palermo schianta il Lecce: 5 a 2. Reti di Cavani (2), Miccoli, Simplicio e Kjaer. Per gli ospiti, a segno Tiribocchi (2). Amaro esordio per Gigi De Canio sulla panchina dei pugliesi. E' andata meglio per Roberto Donadoni, che ha sostituito Reja alla guida del Napoli: i partenopei hanno pareggiato 1 a 1 a Reggio Calabria. Lavezzi, nella ripresa, ha risposto al gol del vantaggio della Reggina siglato da Corradi. Una doppietta di Floccari permette all'Atalanta di superare il Torino per 2 a 0. La Lazio crolla in casa contro il Chievo: gli ospiti si impongono con un netto 3 a 0, grazie alle reti di Pellissier (2) e Bogdani. Pareggio per 1 a 1 tra Udinese e Catania: alla nuova prodezza di Mascara replica Quagliarella (pochi minuti dopo il suo ingresso in campo).
JUVE OK - Successo netto della Juve che nell'anticipo ha superato il Bologna per 4 a 1. Una vittoria che tiene vive le speranze residue di rimonta. Senza Amauri (infortunato) e Trezeguet (lasciato a casa «dallo staff medico e tecnico» dopo il diverbio a distanza con Ranieri), oltre agli indisponibili Sissoko, Camoranesi, Marchionni, Zanetti, Nedved e Legrottaglie, il tecnico si è affidato in attacco alla coppia obbligata Del Piero-Iaquinta, supportati dalla fantasia di Giovinco e dalle geometrie di Tiago. Il portoghese stavolta delude (tanto da essere sostituito nell'intervallo con Poulsen), mentre il giovane talento bianconero appare ispirato fin dalle primissime battute. Trascinati dai dribbling e dagli assist di Giovinco, in versione «Formica atomica», i padroni di casa partono bene e mettono pressione al Bologna. Ma è la squadra di Mihajlovic ad andare in vantaggio: al 24' Mutarelli si infila nelle maglie centrali della difesa e infila Buffon. La reazione juventina, nella ripresa, è veemente. Il pareggio arriva al 4' del secondo tempo: angolo di Giovinco, colpo di testa vincente di Salihamidzic. Al 26' Iaquinta scatta sul filo del fuorigioco, serve indietro e Giovinco, con un tiro un po' sporco, batte Antonioli. Quattro minuti dopo Del Piero si libera in area e sigla il 3-1. Al 42' il capitano va di nuovo a segno, dopo una ribattuta di Antonioli. E sfiora addirittura la tripletta: tiro dal limite e traversa. Nel finale, Ranieri regala una doppia standing ovation: a Giovinco e a Del Piero.

Subito in vantaggio con un discusso gol dello svedese, i nerazzurri si limitano poi a controllare la Fiorentina che riesce però a costruire parecchie palle gol sprecandole tutte. Poi una potente punizione di Ibra chiude la gara nel recupero. Mourinho espulso, la Juve torna a -7

Il contestato intervento di Ibrahimovic sul cross di Balotelli: dal rimpallo arriverà il suo colpo di testa. Afp
Il contestato intervento di Ibrahimovic sul cross di Balotelli: dal rimpallo arriverà il suo colpo di testa. Afp
MILANO, 15 marzo 2009 - Distanze immutate. L’Inter respinge l’affondo della Juventus battendo la Fiorentina (2-0) con doppietta di Ibrahimovic. Nell’ultima partita giocata con la maglia celebrativa del Centenario, la squadra di Mourinho, espulso poco prima del secondo centro dello svedese, è riuscita a respingere i tentativi di recupero di Mutu e Gilardino. I punti di vantaggio sulla seconda, a dieci giornate dalla fine, restano sette. Il carico di fiducia, dopo aver evitato il contraccolpo da k.o. europeo, è molto più consistente.
IL PIANO - Prandelli aveva impostato la partita nel modo giusto. Il solito arsenale offensivo (Mutu-Gilardino) e un centrocampo a "T": Jorgensen davanti alla difesa per dare qualità alle ripartenze più Felipe Melo, utile sia come uomo radar nella zona di Cambiasso sia come pedina di disturbo nel punto più delicato del rombo interista, piazzato tra Kuzmanovic e Montolivo. Ma se giochi contro una squadra che domina la serie A da tre stagioni sul campo, fallire la Grande occasione complica anche i piani ben congegnati.
SUBITO IBRA - Sono passati 9 minuti quando Chivu buca l’intervento aprendo a Gilardino il corridoio giusto. La palla arriva a Mutu per un rigore in movimento, la conclusione è molle e centrale, pane per i denti di Julio Cesar. Nemmeno 100 secondi ed ecco l’1-0 di Ibrahimovic, pescato da Balotelli e fortunato nel rimpallo provocato dall’uscita di Frey sull’entrata al limite del gioco pericoloso dello svedese. La partita è tutta qui: assalto fallito e immediata stoccata di risposta. Letale.
CONTROLLO - Accomodatasi sul terreno più favorevole, l’Inter arretra di qualche metro adattandosi come un guanto all’avversario. Balotelli arretra spesso e volentieri come un tornante all’antica. Di fatto, al di là del diagonale di Stankovic vicino al bersaglio, Mourinho difende con tre uomini dietro Ibra e controlla la situazione. Gila resta una minaccia costante con i suoi inserimenti, senza comunque intaccare la sicurezza della linea interista.
LA RABBIA DEL GILA - A proposito di difesa, Cambiasso festeggia le 200 partite nerazzurre giocando il secondo tempo da centrale al posto di Chivu. In mezzo va Figo, terzo di destra in un assetto che perde qualcosa in equilibrio. Se la Fiorentina non guadagna subito il premio della sua superiorità territoriale, è comunque per demeriti propri. Mutu fa sbiancare di rabbia Gilardino per un contropiede 4 contro 3 chiuso con un diagonale largo dal romeno (62’). Diversa la considerazione sulla cannonata di Montolivo, precisa ma neutralizzata da Julio Cesar qualche minuto prima.
SAMUEL SALVA - Nell’ultima mezz’ora emerge la freschezza dei viola: Muntari fa una faticaccia a star dietro a Montolivo e in definitiva il contropiede gestito da Figo non è mai incisivo (l’unica eccezione è il tentativo di Maicon). L’Inter insomma va in apnea. E anche se Ibra chiede il rigore per un intervento di Kroldrup senza trovare il consenso di Orsato, subissato dai fischi del Meazza, la prima della classe è costretta a difendere il fortino. Julio Cesar resta in piedi con la collaborazione di Samuel (salvataggio da tre punti su Gilardino a porta spalancata).
TRIBUTO A MOU - E’ l’ultimo brivido che corre sulla schiena del portiere brasiliano, perché la Fiorentina lascia campo a Figo e Santon per due occasioni adatte al raddoppio interista. Clamorosa quella fallita dal baby terzino, ispirato da un’apertura di Ibrahimovic e protagonista indiretto dell’espulsione di Mourinho (per proteste dopo un fallo sul difensore). C’è comunque spazio per il sigillo su un successo più rotondo: arriva proprio mentre lo stadio accompagna l’uscita del tecnico con un boato che rende ancora più solida l’allenza tra il tifo nerazzurro e l’uomo di Setubal. E’ una punizione violenta di Ibrahimovic, con Frey non esente da responsabilità. Il colpo ad effetto che chiude la settimana aperta dall’amara sconfitta di Manchester.

LO SPECIAL ZERO SI CONFERMA SOLO GRAN PARLATORE.

zero europa

Il Manchester batte l'Inter 2-0 come nel 1999,in 10 anni non è cambiato niente: nerazzurri eliminati. Roma fuori ai rigori: 7-6 per l'Arsenal; il giorno prima la Juve eliminata dal Chelsea. Per il secondo anno consecutivo le squadre multinazionali inglesi asfaltano quelle italiote. Le speranze di mantenere i quattro posti d'oro aggrappate ora alla Coppa UEFA con la superstite Udinese.

 

Antonio Cassano, in rete dopo 9 minuti contro l'Inter. Ansa Antonio Cassano, in rete dopo 9 minuti contro

Cassano-Pazzini da urlo!
Sampdoria-Inter 6-0 . MENTRE L'ALLENATORE si industria a lenguasciare come un coglione,la sua squadra prende UNA MERDATA IN FACCIA STORICA CHE CI FA RITORNARE AI TEMPI DI TARDELLI. La squadra che vorrebbe eliminare il Manchester va racimolando primi tempi da diarrea nera, ed il suo allenatore non solo indugia in puttanate, ma continua imperterrito a schierare giocatori  spaventosi come Rivas,Burdisso,Vieira,Maxwell,Mancini; degli zombi allucinanti

Semifinale di andata di Coppa Italia. Nerazzurri travolti nel primo tempo di Marassi: apre Cassano al 9' con un pallonetto dopo un errore di Rivas, poi si scatena l'ex attaccante della Fiorentina con una doppietta (30' e 42')

 

 
Il gol di mano di Adriano
 

 

Adriano e Stankovic regalano il derby all'Inter
MILANO, 15 febbraio - Più nove sulla Juve, più undici sul Milan. L’Inter si aggiudica il derby e va in fuga. Ma sulla vittoria dei nerazzurri non mancheranno, come al solito, le polemiche. Adriano apre le marcature al 29’ toccando prima con la testa e poi, in maniera decisiva, con la mano. Rosetti e il guardalinee Calcagno non se ne accorgono. Oppure giudicano il tocco del brasiliano involontario. Quindi, in un finale incandescente, l’arbitro torinese fa finta di niente per un fallo di Chivu su Inzaghi in piena area. Tra questi episodi, tantissimo spettacolo, soprattutto nella ripresa, con il Milan alla disperata ricerca della clamorosa rimonta dopo essere stato sotto di due gol a causa del raddoppio di Stankovic a fine ripresa. Ma gli uomini di Ancelotti, che al 60’ perde Beckham per un problema muscolare, trovano il gol del 2-1 al 72’ con Pato, servito da Jankulovski dopo una splendida invenzione di Ronaldinho. Nel finale, come detto, il fallo su Inzaghi (cui viene giustamente annullata anche una rete per fuorigioco) e una serie di occasioni da una parte e dall’altra. Ma finisce 2-1. E, come detto, i punti di vantaggio dell’Inter sulle più vicine (si fa per dire) inseguitrici diventano un’infinità.

SCONTRI - Prima della partita, da segnaalare un breve scontro fra i tifosi milanisti e interisti, pare determinato da alcuni striscioni. Alcune persone sono rimaste leggermente contuse. In base a quanto si è appreso, gli ultrà rossoneri hanno steso alcuni striscioni dal secondo anello blu - l'area loro riservata - che però hanno coperto la visuale ai sottostanti tifosi nerazzurri. Questi ultimi hanno cercato di strappare gli striscioni e allora un gruppetto di milanisti è sceso a litigare: ne è nata una scazzottata. A loro volta ultrà interisti - che si trovano dall'altra parte dello stadio - hanno tentato di intervenire ma gli addetti alla sicurezza e le forze dell'ordine li hanno indotti a desistere.
 
MILANO, 1 marzo 2009 - Pazzesco 3-3 a San Siro. L’Inter recupera una situazione apparentemente compromessa contro la Roma, avanti di due gol all’intervallo grazie a De Rossi e Riise. Doppietta di Balotelli nella ripresa (contestato il 2-3 su rigore). Gli ultimi centri sono di Brighi e Crespo prima del finale.
GLI ASSENTI - In un certo senso il testa a testa comincia già dal riscaldamento: Totti prova qualche movimento ma alla fine si arrende alle bizze del suo ginocchio destro; Ibrahimovic non va in campo per un piccolo problema muscolare, restando fuori dai 18 per la seconda volta in questa stagione. Così è Balotelli a ritrovare un posto da titolare a più di due mesi dall’ultima volta (Siena-Inter 1-2).
TILT INTER - A Spalletti mancano sette giocatori con Pizarro in condizioni problematiche per una caviglia in disordine. C’è Panucci di nuovo in campo dopo oltre un mese ma il tecnico toscano è quasi obbligato a cambiare modulo, piazzando Brighi dietro Baptista, con Vucinic e Taddei più larghi in un 4-2-3-1 di difficile interpretazione per i nerazzurri. Il risultato infatti è devastante: in 46 minuti Julio Cesar incassa due gol, come solo a Bergamo era accaduto, e si salva in altre tre occasioni. Il tilt interista è totale e all’intervallo il punteggio è di 2-0 per la Roma, grazie al magnifico colpo di testa di De Rossi (su servizio da destra di Motta), e all’inserimento di Riise sulla sinistra, con palleggio sulla testa e tocco beffardo sotto le gambe di Julio Cesar.
LA MANATA DI PANUCCI - Il passivo, come già accennato, è addirittura benevolo per Mourinho, che osserva impietrito i salvataggi disperati di Cambiasso su Baptista e di Burdisso su Vucinic, cui va aggiunto il rigore in movimento fallito da Brighi al 7’. Filtrando le scorie di un primo tempo da incubo restano solo il triangolo di Maxwell con Santon, chiuso dal brasiliano con un tentativo poco preciso, e il contatto tra Panucci e Adriano nell’area giallorossa, una "manata" meno lieve di quella con cui Ferdinand ha fermato l’Imperatore martedì scorso.
BRIGHI TRIS - Nella "prima" da protagonista vissuta accanto a Santon, mai insieme dal primo minuto i due ex Primavera dell’Inter, Mario segna una doppietta che tiene in piedi la prima della classe. L’opera l’avvia Mourinho, che ribalta la squadra rischiando di brutto: fuori Maxwell e Burdisso, dentro Vieira e Figo con Cambiasso centrale difensivo e tre uomini dietro Adriano. La scossa è garantita, anche se ad incendiare la partita è un rigore molto controverso, quello del 2-3. Dopo il primo centro di Balotelli, scaturito da un affondo di Adriano all’alba del secondo tempo, la Roma mette il dito nella piaga di uno schieramento improvvisato. Baptista sfrutta l’errore di Cambiasso ed è bravo a girarsi dopo l’anticipo fallito dall’argentino in veste difensiva. Tocca materialmente a Brighi mettere dentro il 3-1 scrivendo una parola comunque non definitiva sulla partita.
MARIO SOFFIA SUL FUOCO - Passano sei minuti e Mario costruisce il quinto gol della sua tormentata stagione cadendo in area dopo un doppio dribbling. Il rigore è generoso, oltre che indigeribile per Pizarro e Mexes. Balotelli trasforma, fa il gesto del "tutti zitti" alla curva giallorossa riscaldando ulteriormente il tono della contesa, e per poco non inchioda pure il 3-3 con una girata poco fortunata.
IL VECCHIO HERNAN - Questione di minuti, anche se l’eroe della serata finirà per essere Hernan Crespo. L’inerzia della sfida "gira" definitivamente quando Vucinic brucia la carta del 2-4, deviando di testa senza crederci la traiettoria disegnata da Pizarro. Un errore pesantissimo, visto che "Valdanito", pochi secondi dopo essere entrato in campo, stacca come ai tempi d’oro trasformando un passaggio alto di Figo. Da non credere, soprattutto per Spalletti.

Appuntamento a Manchester

 
Claudio Pizarro esulta: la sua doppietta significa ottavi di coppa Uefa per il Werder Brema. Afp
MILANO, 26 febbraio 2009 - Non era la Champions League, ma Carlo Ancelotti ha provato a crederci: l'idea di portarsi a casa anche la Coppa Uefa cominciava a diventare un pensiero dominante. Ma anche in una competizione minore, occorrono mentalità e muscoli, due qualità che al Milan sono mancate nel ritorno contro il Werder Brema, bravo a crederci fino in fondo, dopo avere rimontato nella ripresa i gol di Pirlo e Pato. A Pizarro la palma del migliore: una doppietta che elimina i rossoneri già ai sedicesimi. Da una parte l'impresa, dall'altra l'umiliazione.
TORNA PATO - Ancelotti al Werder oppone il meglio del momento; soprattutto il ritrovato Pato al fianco di Inzaghi, con Seedorf suggeritore. C'è anche Beckham al suo esordio europeo, e in difesa, a fare coppia con Maldini, tocca a Senderos. Il Werder vive sulle invenzioni di Diego, ma Thomas Schaaf confida anche sull'esperienza di Frings, leader del centrocampo.
TIRO LIBERO - Quando Pizarro conclude a lato dal limite sono passati 90 secondi circa; 3' e 33" quando ci prova Tziolis; 5'31" Diego, 8'38" ancora Pizarro (parata plastica di Dida). Come dire, minima resistenza, massimo affondo. Al Werder, che non è il Flamengo, sono sufficienti tre passaggi di prima per avere la meglio della difesa di casa. Segnali evidenti di un atteggiamento offensivo, a cui il Milan sembra dar poco credito, ma anche delle solite sbavature rese meno evidenti dalla mediocrità dell'avversario. In ogni caso servono 14' e 22" per assistere alla prima sortita del Milan. La firma Pato, il motivo ricorrente della serata. Il ragazzino si invola, dribbla che è una bellezza e ottiene un angolo. Suo il cross dalla bandierina per il colpo di testa di Senderos che si perde a lato. E' un timido squillo nella notte, ma comunque prove di cinismo che risaltano fra le occasioni sprecate dai tedeschi. La difesa del Milan mostra di avere il fiatone sul pressing di Diego e Pizarro ed è spesso l'esperienza a fare la differenza come al 19', quando Zambrotta si immola sul granitico Almeida e a seguire Naldo non riesce a concludere a rete per un'entrata energica di Ambosini che i tedeschi considerano molto fallosa.
INCANTO PATO - Ma nel Milan c'è Pato: impetuoso e imprevedibile. Al 24' il brasiliano impressiona per la sua percussione; inevitabile il fallo di Fritz al limite dell'area. Beckham si incarica della punizione e sulla traiettoria Frings ci mette le mani: è rigore. Lo batte e lo realizza Pirlo e il Werder ingoia il boccone. Che diventa amaro al 33', allorché Pato taglia in due la difesa tedesca e infila sotto la traversa dal limite un bolide imprendibile di rara bellezza. Il 2-0 fa a pugni con la realtà, perché la squadra di Shaaf continua a fallire occasioni incredibili sotto porta: tra il 37' e il 42', quando Dida respinge a piene mani un colpo di testa di Mertesacker e neutralizza i tentativi di Tziolis e Almeida, lasciati soli senza una spiegazione dalla superficiale difesa rossonera.
IL SOLITO GOL - La ripresa diventa subito tema di assedio per il Werder che tenta un'improbabile rimonta. Tempi duri per la retroguardia del Milan che però può contare anche sui muscoli de Flamini, subentrato al 9' all'acciaccato Seedorf. Al 17' Schaaf toglie Almeida per Ronseberg; Ancelotti, Inzaghi per Shevchenko. Ronseberg apre spazi e complica la vita al Milan che si inguaia al 23' con il famigerato gol subito da palla inattiva. Punizione di Diego e inzuccata di Pizarro che vola dieci spanne più in alto di Favalli.
FINALE DA POLLI - Inizia così l'inevitabile finale per cuori forti. Ancelotti, che non è nato ieri, rimpolpa la difesa con Jankulovski, che rileva Favalli. Ma il Werder, a differenza del primo tempo, sa di avere preso in mano la partita perché il Milan non c'è più. E al 34' diventa facilissimo per Pizarro fare il bis di testa, gabbando Maldini e il goffo Dida. E' il 2-2 che qualifica il Werder Brema. Meritatamente.

Pareggio senza gol tra l'Inter a la squadra di Ferguson. Julio Cesar decisivo in almeno due interventi. La qualificazione si giocherà nella gara di ritorno l' 11 marzo in Inghilterra
di ANDREA SORRENTINO

Appuntamento a Manchester

MILANO - Guardando il bicchere mezzo pieno, allora si potrebbe dire che neanche stavolta sir Alex Ferguson è riuscito a battere Josè Mourinho: con questo fanno 13 incontri, con una sola vittoria per il maestro scozzese. Ma per l'Inter è l'unica consolazione di una serata tutto sommato negativa.
Lo 0-0 di San Siro contro il Manchester United rimanda alla sfida di Old Trafford (11 marzo) ogni responso sulla qualificazione ai quarti di Champions League, ma ha soprattutto evidenziato la superiorità tecnica e tattica dei campioni d'Europa, che escono da San Siro con parecchi rimpianti. Il primo tempo per i nerazzurri è stato terribile. Costantemente in soggezione di fronte al palleggio dei centrocampisti avversari, ispirati da un magnifico Carrick, e sempre con almeno otto uomini dietro la linea della palla, l'Inter è stata schiacciata nella propria trequarti, rischiando a tratti l'asfissia. L'unico demerito del Manchester è stato quello di non concretizzare le cinque limpide occasioni da gol che si è costruito, già tre nei primi otto minuti con un Cristiano Ronaldo travolgente al tiro da fuori su punizione e con un colpo di testa al 5' su cui Julio Cesar ha compiuto un miracolo con un riflesso ghepardesco. Con il 35enne Giggs imprendibile nella trequarti, il Manchester ha dominato tutto il primo tempo, e proprio il gallese ha avuto sul sinistro il pallone dell'1-0 (25') ma ha trovato ancora un Julio Cesar decisivo, mentre tra il 28' e il 29' Cristiano Ronaldo si è di nuovo segnalato in tutta la sua grandezza: palo pieno su punizione da 30 metri e poco dopo colpo di testa a lato di un soffio su assist di Giggs.

Tornati negli spogliatoi storditi da tanto bel calcio, i nerazzurri hanno affrontato la ripresa con un atteggiamento più aggressivo, approfittando anche della crescita di Cambiasso a centrocampo, mentre il diciottenne Santon riusciva a prendere le misure a Ronaldo. Ma a parte le buone intenzioni, l'Inter non ha costruito limpide azioni da gol, a parte quella del 2': cross radente di Cambiasso e sinistro alto di Adriano da buona posizione. Per il resto molti palloni buttati in area senza troppa lucidità, qualche mischia pericolosa e su una delle ultime, nel finale, Cambiasso è andato vicino al gol. Però la sconfitta sarebbe stata una punizione eccessiva per il Manchester, che ha dato l'impressione di essere superiore all'Inter in ogni zona del campo. Il ritorno, nel tempio di Old Trafford, si preannuncia un supplizio per i nerazzurri. Che ancora non sembrano aver trovato la loro dimensione europea, Mourinho o non Mourinho.

INTER- MANCHESTER U: 0-0
INTER (4-3-1-2): J. Cesar; Maicon, Rivas (st 1' Cordoba), Chivu, Santon; Zanetti, Cambiasso , Muntari(st 31' Balotelli); Stankovic, Ibrahimovic, Adriano (st 31' st Cruz).
In panchina. Toldo, Maxwell, Figo, Burdisso. Allenatore: Mourinho .
MANCHESTER UTD (4-4-2): Van der Sar ; O'Shea, Evans, Ferdinand, Evra; Fletcher , Carrick , Giggs, Park (st 39' Rooney ); C. Ronaldo, Berbatov.
In panchina: Foster, Nani, Fabio, Scholes, Gibson, Tevez. Allenatore: Ferguson.
ARBITRO: Medina Cantalejo (Spagna).
NOTE: serata fredda, terreno in discrete condizioni, spettatori 80.074 (tremila i tifosi inglesi), angoli 6-3 per il Manchester Utd.
AMMONITI:il panchinaro Toldo per proteste, Chivu, Maicon, Fletcher, Rooney, Cordoba. Recupero: 1'-3'.
 

Manchester Utd ai punti
all'Inter va bene lo 0-0

A San Siro finisce senza gol il primo round degli ottavi di finale. Partita ostica per i nerazzurri che soffrono a dismisura gli uomini di Ferguson più volte vicini al gol. Padroni di casa migliori nella ripresa, ma è Julio Cesar a fare la differenza

Adriano e Rio Ferdinand lottano nell'area inglese. Ansa
Adriano e Rio Ferdinand lottano nell'area inglese. Ansa
MILANO, 24 febbraio 2009 - Il primo confronto è un pareggio senza reti. Intenso, pieno di episodi e sofferenze per l’Inter. Alle corde per un tempo contro il Manchester United, più squadra e più pericoloso dei nerazzurri. Ma in partita, e ad armi pari, nella ripresa. Davanti a David Beckham, in tribuna per assistere alla partita della sua ex squadra, i Red Devils strappano uno 0-0 prezioso in vista del ritorno.
FERGUSON AI PUNTI - C’è Rivas al centro, e non Cordoba. Il resto appartiene allo schema annunciato dallo stesso Mourinho alla vigilia. Ferguson invece sorprende e stringe all’angolo i nerazzurri con un paio di mosse: 4-2-3-1, prudente in fase difensiva, senza Rooney e Scholes. Le posizioni di Giggs e Park sono però cruciali. Quando la palla è dei Red Devils, il vecchio capitano si piazza nel cuore del rombo interista, schiacciando Cambiasso e costringendo Stankovic a ricucire; l’ala coreana invece resta costantemente nella metà campo avversaria, come punto di riferimento per Berbatov e soprattutto come ostacolo alle avanzate di Maicon.
JULIO INCASSA - Tatticamente è la chiave del primo tempo. Senza gli inserimenti dei suoi incursori migliori l’Inter deve improvvisare, pagando qualche errore di Muntari e la scarsa mobilità di Adriano (Van der Sar resta insomma al coperto, si conta un solo anticipo sul brasiliano "illuminato" da un passaggio di Ibra). A tutto questo vanno aggiunti due interventi straordinari in meno di mezzora di Julio Cesar. Sempre Ronaldo il mittente: su punizione o di testa. Il ragazzo di Madeira è una minaccia costante. Vista dal vivo la sua accelerazione è un fenomeno difficile da contrastare, e quando Santon riesce nell’impresa il Meazza esulta come dopo un gol. E proprio dal punto di vista mentale, chiudere la prima frazione senza danni è una fortuna per Mourinho. Poteva andare peggio, mettendo nel conto il buco di Rivas su Giggs e il dinamismo di Berbatov...
FIAMMATE - Difatti arrivano finalmente i primi grattacapi per la difesa campione d’Europa, che si apre quando a Ibrahimovic riesce la giocata (velo per Adriano, sinistro alto) o a Zanetti il cross da destra (leggera trattenuta sull’Imperatore giudicata non da rigore dall’arbitro). In generale poi, c’è più equilibrio visto che con Cordoba al posto di Rivas, Mourinho rimedia all’errore iniziale rendendo più solida l’ultima linea.
RISCHIA TUTTO - Nel corpo a corpo l’Inter ha più fame: Cambiasso macina palloni, Adriano difende la posizione con rabbia. E al Manchester sta bene adagiarsi sul contropiede. Letale. Ronaldo spara un tracciante laterale a metà ripresa su cui Santon è costretto a superarsi. A un quarto d’ora dalla fine tocca a Cordoba immolarsi su Giggs, devastante nel movimento da destra verso il centro. Anche per questo Mourinho molla gli ormeggi buttando sul tavolo le carte Cruz e Balotelli.
UNITED DI FERRO - L’occasione giusta, in teoria, arriva nell’ultimo tratto della sfida: Ibra guadagna un angolo sovrastando Evans; sul pallone calciato da sinistra si avventa Cambiasso, che si trova la palla sul petto a mezzo metro dalla linea; Van der Sar recupera con un bel po’ di fortuna. Non è serata.
ULTIMO ASSALTO - Nel finale è prevedibile l’inserimento di Rooney al posto di Park per aumentare la batteria dei centometristi in rosso. Che infatti costringono Julio Cesar a un’uscita disperata per fermare il centravanti della nazionale inglese. Sprecata con Stankovic l’ultima chance per colpire, l’Inter resiste all’ennesimo tentativo di Ronaldo su punizione, centrale ma violentissima. Se ne riparlerà all’Old Trafford tra due settimane, quando il contropiede sarà un’arma che passerà di mano. Da un avversario all’altro.

Balotelli più Julio Cesar
L'Inter piega il Bologna

Mario segna il gol del 2-1 al 37' della ripresa, un minuto dopo il suo ingresso in campo, il portiere chiude su Di Vaio: Mourinho vola a quota 59. Gran secondo tempo dei rossoblù, trasformati dall'ingresso di Marazzina

Mario Balotelli, 18 anni, ha appena segnato il 2-1 al Bologna. Afp
Mario Balotelli, 18 anni, ha appena segnato il 2-1 al Bologna. Afp
BOLOGNA, 21 febbraio 2009 - L'Inter non ha fatto scherzi al suo allenatore. A tre giorni dall'incrocio con il Manchester United non concede regali al Bologna, battuto (2-1) con gol di Cambiasso e Balotelli nel secondo tempo (pari momentaneo firmato da Britos). Nel giorno del ricordo di Giacomo Bulgarelli, la prima della classe conserva quindi intatta la dote su Juve e Milan nonostante l'assenza di Samuel, messo fuori nel giorno della sua centesima partita nerazzurra da un problema muscolare al polpaccio sinistro che andrà valutato in ottica Champions.
PIU' IBRA CHE GOL - Davanti a Roberto Mancini, in tirbuna con Pagliuca e a distanza di "sicurezza" da Massimo Moratti, l'Inter offre subito venti minuti d'assalto, come probabilmente aveva previsto Mihajlovic. Ibra martella Antonioli da fuori e dispensa passaggi da genio a Muntari,