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L'Editoriale Sport

2015-2016: Lazio- Sparta Praga 0-3, fuori anche l'ultima italiana. Il massacro è terminato, non accadeva dal 2001.

E’ finita, stop, amen. Basta Calcio. La situazione più paradossale e più emblematica della liquefazione del calcio italiano, se vogliamo, è proprio quella della Lazio: che ha cominciato dalla Champions League, eliminata dal Bayer Leverkusen in estate, e si è fermata tra le sedici dell’Europa League, eliminata dallo Sparta Praga, squadra non propriamente di fenomeni e che finora non aveva mai vinto una partita in Italia. In un “discendendo” rossiniano culminato in questo cupo e inquietante gesto di autolesionismo: stadio semivuoto e in attesa di squalifica per razzismo dei suoi tifosi, squadra allo sbando, pubblico in aperta rottura con la società. Dicevano tutti, a giustificazione del campionato assai misero e quasi senza traguardi ormai raggiungibili, che in fin dei conti la Lazio di Lotito e Pioli, di Candreva e Biglia, di Anderson e Klose, avesse comunque una vocazione europea e che la sua stagione in Europa League potesse almeno in parte compensare tanto grigiore. Ma siccome non è evidentemente così e non esistono due Lazio,  rimontare tre gol è apparso subito impossibile - non è mica il Bayern Monaco - e il funerale del calcio italiano si è dunque celebrato addirittura a partita ancora in corso.

Se Roma e Juventus hanno la giustificazione di essersi imbattute nel Real Madrid e nel Bayern Monaco, la Lazio no. Aveva un avversario considerato facile e salutato addirittura con occhiolini, sorrisini e gomitatine al momento del sorteggio. Ma i nomi degli sconosciuti Dockal, Krejci e Julis, se li ricorderà per un pezzo, assai più dei Manchester United, Liverpool o Borussia Dortmund che ha evitato. E anzi a questo punto sarebbe stato assai più dignitoso farsi sbattere fuori da una superbig: nessuno avrebbe potuto dire niente. Così è diverso, l'umiliazione non è quasi sopportabile.

Siamo fuori da tutto, nemmeno un club italiano superstite. A metà marzo abbiamo lasciato sul campo Juve, Roma, Lazio, Napoli, e Fiorentina. Le due di Milano, un tempo roccaforte del calcio italiano, nemmeno ci sono arrivate alle Coppe e arrancano pure quest’anno. Sembrava un anno in cui potessimo fare qualche punto e sperare addirittura di recuperare un posto in più nelle Coppe. Niente di tutto questo, segnali di progresso illusori e fasulli. Perdiamo parecchi punti. Ad alto livello (Champions League) sentiamo la mancanza di qualche campione, più in basso (Europa League) facciamo anche colossali errori di valutazione, preparazione, programmazione. Non lottiamo per risalire, per rifarci un’immagine, non facciamo squadra. Gli italiani si gufano reciprocamente e godono meschinamente delle eliminazioni altrui.

L’Italia non ha mai capito lo spirito dell’Europa League, è talmente presuntuosa da pensare di poter vincere le partite con un piede solo e un braccio legato dietro. E infatti ne viene sbattuta regolarmente fuori.  Continuo a pensare che la Lazio non abbia giocatori così tanto inferiori a quelli dello Sparta Praga. Non abbiamo grandi squadre, ma abbiamo anche smarrito totalmente, purtroppo, l’arte di arrangiarsi e anche la sola arte di difendersi. E’ capitato a Pioli con la Lazio, ma pure a Sarri col Napoli e a Sousa con la Fiorentina. Prima di guadagnarvi la patente di guru in Italia, pensate sempre cosa avete ottenuto in Europa. 

Vista raramente tanta desertificazione, non accadeva da 15 anni: proprio vero che il clima sta cambiando.

 

Rigori, stadio e soldi. Le tre spine del super Barcellona

Una squadra imbattibile che però ha un difetto: sbaglia troppi penalty. Ma è fuori dal campo che si vivono le situazioni più difficili. Hanno presentato il progetto per il nuovo impianto, ma non ci sono i fondi per costruirlo. E il nodo sponsor blocca anche la Nike.

Più sono belli e più nascondono: "Stiamo cadendo nella trappola di credere a Messi". A Barcellona c'è qualcosa che non torna. Quei tre (ovviamente Messi, Suarez e Neymar) segnano e divertono, la squadra gioca a memoria un calcio a tratti paradisiaco, la gente affluisce copiosa al Camp Nou (erano in 87 mila per il Getafe) dimenticando che in tasca i quattrini sono quello che sono. Riceve, la gente blaugrana, così tanta luce da sentirsi trascinata, tutta insieme, senza distinzioni d'età, censo, cultura, quasi all'estremo opposto, provando una specie di goduria d'appagamento, un misto di noia e passione. E dimentica, sempre collettivamente, che la situazione del mes que un club non è un roseto fiammeggiante al confine della primavera e se anche lo fosse sarebbe corretto dotarsi di guanti per evitare il contatto con le spine. Che ci sono, sono sostanzialmente tre e hanno anche un nome: rigori, stadio e soldi.

Dei rigori dovrebbero rispondere i tre caballeros, dieci sbagliati su diciotto: "E' come se fosse poco poetico segnare così", si dice in giro, nell'unica occasione che si ha per contestare l'operato di Messi, Neymar e Suarez. Che per loro i rigori siano una difficoltà appare assurdo al punto che la loro fallibilità dal dischetto nasconde un altro dato eclatante: che il Barcellona entra a così alta velocità e così spesso nell'area avversaria da farsi fischiare diciotto rigori a favore: un'enormità: "E meno male che non ci servono...", proseguono i tifosi, che poi chiedono a Luis Enrique se per caso non sia stimolante per le altre squadre sapere che "ai rigori" il Barcellona diventa una squadra come le altre, se non peggio: "Tranquilli. Se arrivassimo ai rigori in finale, i miei li segnerebbero tutti!". Interrogarsi su quella specie di decadente "ennui" che porta gli stessi tifosi a temere la "maledizione" della Champions (nessuna squadra da quando non si chiama più Coppa dei Campioni ha vinto per due volte consecutive) e il "contrappasso" di Guardiola: "Arriveremo ancora una volta in finale ma perderemo". Contro chi? I timori dei più scaramantici sanno contro chi. Ma i problemi più "spinosi" sono altri. E anche più urgenti.

Hanno presentato il progetto del nuovo stadio. L'appalto è stato vinto da uno studio giapponese, il Nikken Sekkei, che lavorerà insieme con i catalani del Pascual i Ausió Arquitectes. Sulla carta è meraviglioso. Si tratterebbe di una riqualificazione urbanistica dell'intera area più una ristrutturazione dello scheletro dell'attuale impianto. La spesa è incalcolabile, ma da 600 milioni si può ragionevolmente spingersi a sospettare che, anche se si dovessero concludere i lavori nei tempi prestabiliti (dal 2017 al 2021), il costo dell'operazione non potrebbe fermarsi sotto il miliardo di euro. E chi paga? Pur apparendo sempre tra le aziende calcistiche col più alto fatturato, il Barcellona non ha praticamente una lira. Sta ancora scontando errori e qualche alzata di gomito per festeggiare con eccessivo anticipo traguardi commerciali mai raggiunti. Negli ultimi 25 anni si era già provato due volte a rinnovare lo stadio, che tra i grandi stadi del pallone, diciamo tra quelli più popolati, capienti e visibili a livello planetario, è sicuramente il più vecchio, insomma è nou ma è viejo. Il pubblico di casa lo ama e se potesse lo proteggerebbe con le proprie mani e con le proprie mani darebbe la prima passata di vernice. Ma non è così semplice. Ci sono persino le date delle presentazioni ufficiali del faraonico progetto, ma la verità è che nessuno può garantire che il nuovo Camp Nou si farà sul serio. Così come accadde quando La Porta affidò all'architetto inglese Foster il compito di ridisegnarlo. Anche allora era tutto pronto. Ma non si è mosso un mattone. Per trovare i fondi La Porta aveva venduto ai privati 130mila metri quadrati di terreno edificabile intorno allo stadio, tra quelli universitari e il quartiere di Les Corts. Quei soldi sarebbe dovuti servire per ricostruire lo stadio, invece sono spariti, inghiottiti dalla famelica bocca dei debiti. Era il 2010. Il vicinato è sul piede di guerra. Non vogliono cantieri ma soprattutto sognano un risarcimento sotto forma di scuole, ospedali, centro di accoglienza per i disabili e gli anziani. Il sindaco di Barcellona Ada Colau, la 43enne attivista di sinistra (una specie di emanazione catalana di Podemos) che un tempo occupava case e adesso le difende per i più poveri, non vede di buon occhio spese di tal portata e non è detto che sia disposta a chiudere un occhio in nome del calcio che unisce.

Per costruire lo stadio il Barcellona dovrebbe chiedere almeno 400 milioni in prestito e non c'è nessuna possibilità di ottenerli, non prima che il club effettui un aumento di capitale, ma questo, in una specie di corto circuito finanziario, non sarà mai possibile finché non viene sciolto il nodo Qatar Airways: rapporti interrotti e impossibilità di mettere a bilancio gli incassi futuri da "jersey sponsorship" (finora Qatar dava 60 mln all'anno, pochissimo rispetto a quanto prende, per esempio, lo United da Chevrolet). Il nodo Qatar blocca anche la Nike. Il colosso americano è in ritardo di due mesi sulla produzione delle magliette per la nuova stagione perché il Barcellona non sa cosa fargli stampare sopra, se Qatar o altro, o addirittura niente. Fatto sta che due mesi di ritardo sui tempi di produzione sono un'enormità che la Nike farà pesare sul suo rapporto col Barcellona. In tutto questo c'è sempre da pensare ai rinnovi dei contratti di Neymar e Busquets, i più delicati (parliamo di 30 milioni l'anno netti e complessivi). Ma anche in questo caso, senza un aumento di capitale, il Barcellona, pur non avendo un tetto salariale, non può rischiare di contravvenire il fair play finanziario (non più del 69% del capitale può essere utilizzato per i costi di mantenimento della rosa) e

 

rischiare altre sanzioni di mercato dalla Fifa. Insomma il nuovo Camp Nou, il cui nome fra l'altro verrebbe ceduto a un marchio per un certo numero di anni, quindi non si chiamerebbe più Camp Nou ma, supponiamo, Zabaione Catalano Arena, c'è ma soltanto sulla carta. Sulle foto sembra l'aeroporto di Singapore. Ma quando lo presenteranno, presenteranno il nulla. E il presidente Bartomeu lo sa. L'intreccio morboso di vecchi errori e grande calcio continua.

 

Addio a Corioni, il grande calcio della provincia,08 marzo 2016
Se ne è andato anche Gino Corioni, fu presidente del Brescia e ancor prima lo fu del Bologna e dell’Ospitaletto
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BRESCIA COMO

 Ci sono personaggi passati dalla provincia e usciti anche presto dal cono di luce dei riflettori, che un giorno fecero un piccolo pezzo di storia del calcio. A cavallo tra gli anni 80 e 90 Corioni era un novello Rozzi o un Anconetani e anzi arrivò persino un po’ più in là. Il Bologna di Maifredi era il suo Bologna, Maifredi una sua creatura che aveva scoperto come allenatore all’Ospitaletto. In quegli anni il Bologna di Corioni e Maifredi divenne un modello, entusiasmava per il gioco e accendeva il Bologna che tornò così trionfalmente in serie A. Quel modello di calcio lì - strettamente imparentato al sacchismo, ma meno fanatico e assai più alla buona - fu addirittura scopiazzato e trapiantato alla Juventus, pensa un po’… Finì come sappiamo tutti, con una colossale bolla di sapone, ma insomma la moda era quella e tutto sommato ci piaceva, ci entusiasmava, ci faceva scrivere. Begli anni.
Corioni fu uno di quei presidenti che scoprì come si poteva passare da un club all’altro, né più né meno come lo facevano i calciatori. L’Ospitaletto, il Bologna, il Brescia. A Brescia portò addirittura grandi allenatori e grandi calciatori, da Lucescu a Baggio. Da Brescia e tra le grandi braccia di Corioni e Carletto Mazzone sono passati Baggio, Pirlo, Hagi, Detari e Guardiola. Cioè Brescia ha potuto godersi e coccolarsi Baggio, uno dei più straordinari campioni mai generati dal football italiano. Uno dei più grandi allenatori al mondo, Pep Guardiola, periodicamente torna a Brescia per rivivere quell’atmosfera tutta particolare fatta di complicità tra la città e il pallone.

Ci fu un tempo, nemmeno poi tanto lontano in fin dei conti, in cui i campioni andavano in provincia e lì affrontavano serenamente e anzi direi con grande felicità il proprio tramonto. Per caso Del Piero ha scelto di chiudere la carriera al Padova, che lo allevò e lanciò per primo? Per caso Totti potrebbe anche solo immaginare di andarsene in provincia in qualsiasi club a sua scelta, dove lo farebbero non re ma imperatore, e dove si allenerebbe e giocherebbe come e quanto volesse lui? Non lo fa più nessuno.

No, non è più possibile oggi i grandi campioni, al limite, preferiscono tramontare nel lusso del calcio fintamente internazionale. Cina, Usa, Australia,  Canada, India. In realtà quel calcio lì al grande calcio della grande provincia italiana di vent’anni fa nemmeno può allacciargli gli scarpini.

03-03-2016

L'INTER FA IL MIRACOLO A META': ORA CHE FARE???

PARLA NURSANTO IL TRADE D'UNION TRA THOHIR E MORATTI NEL 2013.

Conosce bene Thohir ed anche Moratti, che nel 2010 gli regalò due biglietti per assistere alla finale di Champions di Madrid. Nursanto non ha dubbi: «Erick si è stufato dell’Inter. Vuole venderla». I perché sono tanti: problemi di Borsa, il crollo del prezzo del carbone (affare di una sua società), i 173 milioni di dollari che Rosan Perkasa Roeslani deve rimborsare all’azienda di cui era direttore generale (la Brau). Un crac che ha fatto mancare un sostegno vitale alle casse nerazzurre.

Entong racconta: «Tre anni fa Erick era all’apice della ricchezza: i valori di Borsa avevano raggiunto picchi inimmaginabili. Lui ed i suoi amici, Rosan fra questi, erano disposti a investire un miliardo in un club di prim’ordine. Quando Moratti chiese solo 300 milioni per il 70% dell’Inter, pensarono ad uno scherzo. Erano convinti di aver fatto l’affare della vita: se ci costa così poco, dicevano, in qualche anno facciamo degli utili e andremo alla grande. Cresceremo e vinceremo. E invece…».

Invece non è andata così: «O meglio, sembrava potesse succedere. Il primo anno è stato perfetto: Erick ha avuto una grandissima esposizione mediatica, lui è il più vanitoso della sua famiglia e non a caso si occupa di media e comunicazione.Sulla carta aveva un piano perfetto, ma in realtà si è trovato a sborsare ogni anno somme sempre più ingenti senza un ritorno. E non sa come fare: la famiglia ha meno cash per via del crollo dei titoli, l’unica azienda dei Thohir che funziona è la Adaro, ma è di proprietà di Garibaldi, il fratello. Non brilla nulla, in questo momento: pensate che ha dovuto fare un’opa sulle sue reti radiofoniche incassando la miseria di cinque milioni di dollari. E perde peso anche la sua rete televisiva, Jak Tv, che ha puntato tutto sul basket: ma chi guarda il basket in Indonesia?. Erick pensava che l’Inter lo facesse diventare più potente anche in patria e invece qui gli rimproverano di aver investito finora più o meno 380 milioni per un club straniero, invece di metterli nello sport indonesiano. E sapete quanto valgono questi soldi da noi? In più si aggiunge la perdita di appeal del calcio italiano: i tifosi vogliono vedere in tv e comprare le maglie del Manchester City, Chelsea e Arsenal. Poi vengono le due spagnole: dell’Inter importa a pochi. Lui ha cercato di far crescere l’interesse per la squadra comprando un quotidiano, Topskor, ma i risultati sono modesti». Così ecco il perché della ricerca di nuovi investitori, assicura Nursanto: «Si sta guardando intorno e se troverà un acquirente venderà. Ha capito che mai e poi mai guadagnerà un dollaro con il calcio italiano e con l’Inter. Ma lo ha capito troppo tardi».Xavier Jacobelli, sul sito di Tuttosport, ha confidato di aver sentito una confidenza di una persona vicina a Massimo Moratti, che avrebbe confermato la volontà dell’ex presidente di tornare a capo del club: “Domenica sera, a Milano, un importante interlocutore dell’ex presidente, che ne conosce bene umori e passioni interiste, si è lasciato scappare una confidenza: “Massimo non vede l’ora di tornare al comando in società, ma dipende soltanto da Thohir”. Il presidente del Triplete, galvanizzato anche dalla rimpatriata di Mourinho, ufficialmente ripete che nell’Inter continua a stare benone, quale azionista di minoranza nella misura del 29,50 per cento e supertifoso, ma viene dipinto come fortemente preoccupato per la piega che gli eventi stanno prendendo. Per Thohir si profila questo scenario: o la squadra vince almeno la corsa al terzo posto per tornare in Champins, sia pure passando sotto le forche caudine del preliminare o il signore indonesiano dovrà cedere il club, se non sarà riuscito trovare in Asia i partner che cerca”.

 

 

Torneo di Viareggio all'Inter: il Verona cede in finale

Finisce 2-1 l'ultimo atto a Pisa: nerazzurri avanti subito con Bonazzoli, nella ripresa il pari di Cappelluzzo. Poi quando i supplementari sembrano inevitabili, decide Gyamfi

 

PISA - Il Torneo di Viareggio va all'Inter. I nerazzurri completano il percorso netto fatto di sole vittorie battendo 2-1 il Verona nella finale disputata a Pisa. Bonazzoli, prestato dalla prima squadra (presente sulle tribune anche Roberto Mancini), ha sbloccato il risultato al 2' portando in vantaggio l'Inter: l'attaccante ha confermato il notevole fiuto del gol, avventadosi sul un corto retropassaggio di un difensore veneto ed anticipando il portiere. 

Il pareggio scaligero è arrivato al 60': Cappelluzzo è abile nel deviare di testa in rete un cross proveniente dalla destra. La gara prosegue abbastanza equilibrata e sembra destinata ai tempi supplementari, ma ad un minuto dal termine ci pensa Gyamfi, che al volo riprende una respoiunta del portiere e con il piattone mette in rete.

L'attaccante dell'Inter Federico Bonazzoli è stato eletto all'unanimità "Golden Boy" del torneo. Bonazzoli inoltre ha vinto pure il titolo di capocannoniere del torneo con 5 reti, premio condiviso col giocatore del Palermo Accursio Bentivegna. Il titolo di miglior portiere della competizione è andato a Pierluigi Gollini dell'Hellas Verona mentre il portiere di riserva dell'Inter Marco Pissardoha ricevuto il premio in qualità di giocatore più giovane della finale essendo nato l'8 gennaio 1998. Riconoscimenti infine per i due allenatori finalisti Stefano Vecchi dell'Inter (premiato col "Trofeo credito sportivo" dal commissario straordinario dell'Istituto per il Credito Sportivo Paolo D'Alessio) e Massimo Pavanel del Verona.

 

 

 

CALCIOPOLI, EX-CIRIELLI ED ASSOCIAZIONI A DELINQUERE: DA DEI DELITTI E DELLE PENE ( Beccaria, 1764) A DEI DELITTI E DELLE PACCHE (SULLE SPALLE)

IL MANIFESTO

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 
 
 
 

 

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

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  Bce a sorpresa azzera tutti i tassi - diretta tv ,10 marzo 2016
Draghi: piano contro stallo crescita e inflazione

LA DECRESCITA PERENNE di Bifo Berardi

Con il crollo della Cina, termina il "sogno" degli economisti "eterni"

Mario Draghi ripete l’esorcismo estremo: «Whatever it takes». Ma il pericolo attuale non è più quello di un collasso finanziario come nel 2008. Il pericolo è quello di una crisi di sovrapproduzione globale, e di una stagnazione di lungo periodo. Il crollo delle borse non è che un segnale. Da sei anni le banche centrali prestano denaro a costo zero, e da un paio di anni il petrolio scende ininterrottamente. Cionostante la domanda cala, e la stagnazione persiste, si aggrava, tende a divenire recessione.

Il 10 gennaio il New York Times ha pubblicato un articolo di Clifford Kraus dedicato agli effetti che il calo della domanda cinese produce sull’economia globale: «Per anni la Cina s’è ingozzata di ogni tipo di metalli e di energia perché la sua economia si espandeva rapidamente; le grandi aziende hanno ampliato aggressivamente le loro operazioni di estrazione e produzione, scommettendo sulla prospettiva che l’appetito cinese sarebbe continuato per sempre. Adesso tutto è cambiato. L’economia cinese si contrae. Le compagnie statunitensi, che tentano disperatamente di pagare i loro debiti mentre aumentano i tassi di interesse, debbono continuare a produrre. Questo eccesso spinge i prezzi verso il basso, e colpisce le economie dipendenti dalla produzione di merci di consumo come il Brasile e il Venezuela, ma anche i paesi sviluppati come l’Australia e il Canada» (Clifford Kraus, New York Times: China ’s Hunger for Commodities Wanes, and Pain Spreads Among Producers).

Negli anni passati le grandi corporation hanno investito somme enormi nell’estrazione di petrolio, nella raffinazione dello shale gas, nelle tecnologie necessarie per il fracking, e così via. Il sistema bancario globale ha finanziato queste operazioni. Tutti pensavano che la domanda sarebbe cresciuta indefinitamente. Ma ora il rallentamento dell’economia cinese non significa solo che l’incremento annuo del prodotto cinese, pur continuando ad essere elevato (6,9 per cento, secondo le opinabili stime cinesi), tende a diminuire. Significa soprattutto che la domanda di energia si è ridotta considerevolmente e tende a ridursi di più. Siamo di fronte alla più classica delle crisi di sovrapproduzione.

Scrive ancora Kraus: «I bassi tassi di interesse hanno alimentato il boom produttivo. La compagnia brasiliana Petrobras ha accumulato 128 miliardi di dollari di debito, raddoppiando i costi annuali di indebitamento durante gli ultimi tre anni per produrre sempre più petroli. Poi la storia è cambiata quando la crescita cinese ha iniziato a recedere. Nel 2015 i prezzi hanno avuto un rallentamento continuo. Il nickel, il ferro il palladio, il platino e il rame sono scesi del 25 per cento o più. I prezzi del petrolio sono scesi di più del 60 per cento negli ultimi diciotto mesi. Anche i prezzi del grano e del frumento sono precipitati».

D’altra parte le aziende si sono indebitate con le banche per poter avviare i loro investimenti, e non si possono fermare. Le banche hanno prestato somme colossali, e non possono riaverle indietro. «Decisioni di Investimento multimiliardarie prese anni fa, come lo sfruttamento delle sabbie oleose in Canada o le miniere di ferro in Africa occidentale, debbono necessariamente continuare. Non si possono semplicemente chiudere progetti di quell’entità. L’eccesso potrebbe continuare per anni» (ancora Kraus).

Può durare per anni, dice sempre Kraus, sull’autorevole quotidiano. Ma forse dovremmo fare un’ipotesi più radicale, e insieme più realistica: durerà per sempre, perché la crescita è divenuta impossibile, e non tornerà mai più. L’ossessione capitalistica impedisce di vedere la realtà: siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione di dimensioni inimmaginabili. Nessuna delle tendenze oggi leggibili nel sistema-mondo permette di prevedere che se ne possa venire fuori nel corso del prossimo decennio.

Il 17 gennaio «Le Monde» ha pubblicato un articolo dal titolo eloquente: Le grand vertige des marchés: «Nel 2015 il barile di petrolio potrà costare 380 dollari, avevano preconizzato gli economisti Patrick Artus e Mocef Kaabi nel 2005, tenendo conto dell’aumento del consumo mondiale e della scarsità di riserve… Invece il barile di petrolio è costato mediamente 40 dollari nel 2015. Il 15 gennaio 2016 è sceso a 29 dollari» (Charrel, Cosnard, Gueland, Lauer).

Il fatto che gli economisti Artus e Kaabiu prevedessero dieci anni fa che il petrolio sarebbe cresciuto fino a 380 dollari dimostra in primo luogo che gli economisti sono scienziati allo stesso titolo della Sibilla Cumana e del Mago Otelma, e che la scienza economica è soltanto una forma di legittimazione ideologica di una tecnica rivolta al massimo sfruttamento della vita umana. In secondo luogo, che la sovrapproduzione non poteva essere prevista entro le categorie del sapere capitalistico, ma solo a partire da un altro punto di vista: quello del valore d’uso sottratto alla logica dell’accumulazione, dei bisogni sociali effettivi sottratti alla codificazione finanziaria. Non c’é più bisogno di crescita né di lavoro, questa è la verità inammissibile nel contesto della codificazione capitalistica.

L’occupazione è destinata a calare ovunque, nonostante i patetici sforzi rivolti a dare lavoro; aumentare l’occupazione significa poi soltanto costringere la gente a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno. La forma del lavoro salariato non ha più nessun fondamento di necessità e solo un reddito scollegato dall’erogazione di inutile lavoro permetterebbe di garantire la sopravvivenza, e anche di rilanciare la domanda.

«Il flusso di materie prime mette i prezzi sotto pressione, e provoca dolorose conseguenze. Le compagnie petrolifere hanno lasciato senza lavoro 250.000 operai nel mondo. Alcune aziende cominciano a dichiarare bancarotta» (Kraus, citato).

D’altra parte le nuove prospettive di produzione sono generalmente caratterizzate da un’altissima intensità di tecnologia e da una bassa necessità di lavoro. Per rilanciare la crescita e sostenere l’occupazione le banche centrali hanno investito somme immense, negli ultimi cinque anni. Invano.

«Le banche centrali sorreggono l’economia con una quantità incredibile di liquidità che la FED, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Giappone e infine la Banca centrale europea hanno iniettato sui mercati per evitare lo sprofondamento dei mercati […]. Oggi queste liquidità costituiscono il 30 per cento del prodotto lordo mondiale, mentre erano il 6 per cento alla fine degli anni Novanta. Un aumento fenomenale che ha la conseguenza che i mercati sono diventati dipendenti da questo denaro facile, angosciati dal timore che il rubinetto si chiuda» («Le Monde», citato).

Fiumi di denaro pubblico vengono sottratti alla società per destinarli a imprese che producono quantità crescenti di beni per i quali la domanda è calante, nonostante la riduzione del costo del petrolio che favorisce una diminuzione dei prezzi. «Gli statunitensi comprano meno apparecchi elettronici (– 0,2 per cento), meno alimentari e bevande (– 0,3 per cento) meno vestiti (– 0.9 per cento). L’annuncio che Wal Mart chiude 154 magazzini in tutto il paese e licenzia 10.000 dipendenti non ha certo rassicurato. D’altra parte le vendite di Macy’s sono diminuite del 4.7 per cento e quelle di Gap del 5 per cento, durante i due ultimi mesi del 2015» («Le Monde»).

Perché la domanda crolla? Prima di tutto perché non abbiamo più bisogno di comprare, e questa dovrebbe essere una buona notizia. Abbiamo un numero sufficiente di pantaloni e abbiamo mangiato troppi hamburger. Buone notizie per l’ambiente e per la nostra salute, e sarebbe una buona notizia anche per i lavoratori che potrebbero lavorare meno. Ma no. Il capitalismo non può concepire una riduzione della domanda, né una riduzione del tempo di lavoro, senza considerare questi eventi come segno di una crisi che va affrontata nella solita maniera: riducendo il salario, aumentando lo sfruttamento.

La crescita si ferma, rincula, crolla. Il tempo di lavoro necessario è precipitato dovunque, e non riprenderà mai a salire, grazie alle tecnologie che riducono lavoro. Ma il capitalismo è incapace di organizzare queste due tendenze (che il marxismo ha previsto da centocinquant’anni). Il capitalismo è incapace di semiotizzare l’innovazione, perché le categorie di cui dispone sono quelle di lavoro salariato e di accumulazione.

Il tempo di lavoro necessario si riduce. E questo potrebbe aprire le porte a una liberazione di tempo sociale. Ma siccome il capitalismo si fonda sulla superstiziosa identificazione della sopravvivenza con il salario, la benedizione delle tecnologie labor-saving, anziché tradursi in liberazione di tempo sociale, si traduce in disoccupazione di massa, miseria. E guerra.

Sezioni crescenti della popolazione non hanno più un salario perché il lavoro è diventato inutile, perciò si organizzano in forma criminale. Cos’è in ultima analisi lo Stato Islamico se non una possibilità di occupazione e reddito per milioni di lavoratori giovani delle periferie del mondo arabo e d’Europa? Cosa sono le organizzazioni narcos, che straziano distruggono terrorizzano aree del territorio messicano, se non una possibilità di occupazione e reddito per centinaia di migliaia di disoccupati delle aree più povere del Messico?

È sempre stato vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta, ma oggi il processo presenta caratteri originali, rispetto a un passato in cui la guerra aveva un carattere riconoscibile, dichiarato, e cominciava in un certo giorno per finire quando si firmava la tregua. Non c’è più inizio, non c’è più tregua, non c’è più territorio né confine. La guerra è ovunque.

Non soltanto gli stati organizzano la guerra come investimento di capitali che non trovano sbocco. È la società medesima a produrre la guerra: masse di giovani privi di futuro si organizzano in forma criminale per garantirsi un redditodato che il capitalismo non è più in grado di fornirgli un salario, mentre il ricatto del lavoro persiste, anche se il lavoro è divenuto inutile.

Cosa accadrà nel sistema finanziario quando lo shock raggiungerà le grandi banche che hanno investito sulle aziende che producono petrolio che nessuno vuole più comprare? Il 2016 è cominciato con una generale caduta delle Borse. Siamo solo all’inizio. Le conseguenze posso rivelarsi estremamente dolorose per la società.

Solo l’autonomia della sfera sociale dall’economia di accumulazione potrebbe permetterci di trovare una via d’uscita da questo labirinto. Solo la ricomposizione sociale può imporre unquantitative easing for the people, come lo chiama Christian Marazzi. Mario Draghi è l’eroe delle Banche e delle Borse, ma i soldi che lui regala alla finanza sono sottratti alla società. La liquidità, con cui l’autorità monetaria ha alimentato finora l’ingordigia del sistema finanziario, dovrebbe semplicemente essere diretta in un’altra direzione: reddito di cittadinanza, soldi per rilassare l’aggressività e permettere all’attività collettiva di rimediare alla devastazione psichica culturale ambientale prodotta dal ricatto del salario.

 

 
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STORIA DI LIBIALIA

 

 

 

Galatasaray-Fenerbahce annullata
L’Isis progettava attentati al derby
di Istanbul come allo stadio di Parigi
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Turchia, autobomba nel centro di Ankara  foto 
27 morti alla fermata dei bus  
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Video Il luogo dell'esplosione (13-03-16)

Costa d'Avorio, attacco a tre resort occidentali
Oltre 12 morti, 5 sono europei
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L'ITALIA SOTTO ATTACCO ECONOMICO-FINANZIARIO COME NEL 2011. DAL BAIL IN DELLE BANCHE LOCALI AL BAIL IN NAZIONALE.

di Benetazzo

Chi ha disponibilità in sotto forma di giacenze bancarie per importi inferiori alla fatidica soglia dei 100 mila Euro, come sappiamo dovrebbe sentirsi confortato perché in teoria quella disponibilità di denaro non può essere toccato.

. In realtà la banca in questione dovesse essere commissariata o messa sotto stretta vigilanza per ragioni di governance o di ulteriore deterioramento patrimoniale, potrebbe essere

 previsto in misura straordinaria, ovvero  il congelamento di quelle poste, neanche rimanere sotto la soglia dei 100 mila Euro consente di essere indenne da rischi. Non sono più rischi di patrimonio, ma diventano rischi di natura finanziaria legati alla disponibilità o alla fruibilità delle risorse, dei fondi nello specifico.

VIDEO Rischio congelamento giacenze bancarie anche sotto i 100mila euro

 

Rispetto al 2008, quando sembrava che il mondo finanziario stesse per finire, oggi ci troviamo in una situazione ben peggiore, con rischi notevolmente amplificati, misteriosamente anche ora ci troviamo con un’Italia sotto assedio finanziario, questa volta non è il debito pubblico ma è tutta l’industria bancaria che senza motivazioni particolarmente significative viene presa di mira dagli operatori istituzionali che stanno scaricando brutalmente titoli azionari in queste ultime settimane.Non è una novità la situazione di criticità del panorama bancario italiano che oggi stima oltre 300 miliardi di sofferenze e per le quali si dovrà trovare una soluzione definitiva che, soprattutto trasmetta conforto è questa l’angoscia principale sui mercati al momento attuale. 
Siamo innanzi a una nuova crisi sistemica più che una crisi sistemica sembra sia una crisi di transizione, questa transizione è legata al cambiamento appunto di modello produttivo da parte della Cina, volto a trasformare la più grande fabbrica del mondo in un nuovo player planetario in grado di autosostenersi attraverso i consumi interni, a cui poi si affianca la discesa senza precedenti del prezzo del petrolio venuta nei 18 mesi precedenti per il braccio di ferro che si sta vivendo tra Arabia Saudita e Stati Uniti.

L’Unione Europea rimane un malato cronico, per alcuni versi potrebbe essere definito anche un malato terminale, criticità che ormai si portano avanti da anni rimangono tutt’ora irrisolte senza la capacità di poter pianificare un percorso di crescita da qui ai prossimi 12 mesi a frutto ovviamente della continua ambiguità politica che continua a emergere a fronte di scenari politici contrastanti all’interno dei vari players europei, pensiamo solamente alla Grecia che da qui a qualche mese rivedremo "Grecia 2 la vendetta", sostanzialmente il Governo Tsipras non sarà in grado di far fronte ai propri impegni, pertanto la Grecia, la Nazione ellenica ritornerà in stallo e pensiamo a quello che sta accadendo in Spagna, pensiamo alla Francia quando andrà a votare nei successivi semestri, pensiamo alla stessa Italia che è ancora a oggi un punto di domanda non indifferente per quanto riguarda la propria lettura, il proprio panorama politico. Operatori istituzionali, fondi comuni di investimento, fondi sovrani che magari avevano negli anni precedenti fatto carico, messo in portafoglio anche titoli azionari bancari, adesso per non rischiare dicono: "non sto con il cerino in mano, scarico il titolo italiano e vado a rifugiarmi su altri asset che ritengo più sicuri".

I valori e le letture che avevamo in gennaio, all’inizio di gennaio sono grosso modo le stesse di quelle che avevamo a fine settembre, quindi cosa è accaduto misteriosamente che ha messo l’Italia come possibile obiettivo di una nuova aggressione finanziaria, non è che anche questa volta, politicamente l’Italia non piace più a un certo tipo di estabilishment finanziaria e sovranazionale in Europa? Pensate un attimo alle recenti esternazioni che ha fatto Renzi in queste ultime settimane che non sono state molto digerite e accettate a Bruxelles e a Francoforte, misteriosamente qualche settimana dopo l’Italia è di nuovo sotto assedio e da questo punto di vista mi dispiace dirlo il nostro governo è completamente assente nel senso che a oggi servirebbe una cabina di regia atta a tutelare, preservare gli andamenti dei titoli azionari, dell’industria bancaria visto che in base alla capitalizzazione di borsa poi ci sono ripercussioni dirette, legate alla patrimonializzazione dell’istituto stesso, pensiamo solamente a Monte dei Paschi che è una banca partecipata istituzionalmente dal paese che ha visto crollare nel giro di poche settimane la propria quotazione del 75%, passando dai 2 Euro di qualche mese fa ai 0,50 dei giorni nostri, stiamo parlando di 1,5 miliardo di perdita in conto capitale per tutta la fiscalità italiana, di questo stampa italiana tradizionale generalmente schierata con il governo non ne fa voce.

Con il 2016 dal primo gennaio sappiamo che è andato a regime quel meccanismo tanto antipatico, nefasto del bail in, potrà andare a impattare anche sulle giacenze e le disponibilità a prima vista dei risparmiatori dei correntisti per esempio italiani e pertanto a fronte di questi debiti che sappiamo non potranno essere mai più rimborsati, le banche italiane devono trovare una soluzione di ripiego, la soluzione di ripiego più ovvia dovrebbe essere la bad bank, ma la bad bank abbiamo visto che continua a vacillare come progetto meramente operativo da implementare in poco tempo.

L’altra strada ce la propone l’Eba, la quale ci dice: le banche europee si devono patrimonialmente rafforzare ancora di più, per fare questo ci sono due strade: 
1) trovare nuovi capitali e al momento attuale è abbastanza difficile, convincere qualcuno a investire il nuovo capitale di rischio soprattutto avendo visto quello che è accaduto negli ultimi due mesi a gran parte delle province europee, in prima battuta quelle italiane;
 
2) una svalutazione delle poste in bilancio dei crediti che vantano le banche tanto italiane, quanto quelle europee, questo per ovvie ragioni poi si traduce in una svalutazione delle quotazioni delle banche stesse, non dimentichiamo comunque che al momento attuale sono sotto l’occhio del ciclone le banche italiane per il bubbone dei crediti deteriorati, ma in Germania cominciano a emergere inquietanti interrogativi su grandi realtà bancari, grandi gruppi, hanno esposizioni rilevanti, a supporto delle esportazioni tedesche nei confronti dell’Asia, quindi potete immaginare che tipo di scenario potremo vivere da qui a qualche mese, qualche trimestre se in Cina dovesse sfuggire di mano il contenimento della crisi da parte delle autorità nazionali cinesi, volte al momento allo sgonfiamento tanto della bolla immobiliare, quanto di quella finanziaria.

 

Berlusconi mette un piede dentro Telecom dopo il fallimento dell'OPA su RaiWay

Nel 2014 Mediaset aveva incassato 750 milioni di euro per i diritti Champions e Serie A 2015-2018.11 lug 2014

Le cessioni di Digital+ e di parte di Mediaset Premium hanno dato linfa al titolo, che rimane però in ritardo rispetto a Piazza Affari. Stimiamo un utile per azione di 0,02 euro nel 2014 e di 0,09 euro nel 2015. Con queste stime il titolo resta caro.

Prezzo al momento dell’analisi (10/7/2014): 3,35 euro

Consiglio: vendi

Mediaset continua a fare cassa. Dopo aver venduto in aprile il 25% delle torri di trasmissione di Ei Towers per circa 284 milioni di euro, ha ora ceduto per 365 milioni il 22% della pay-tv spagnola Digital+ a Telefonica, alla quale ha passato anche l’11% diMediaset Premium per un corrispettivo di 100 milioni (significa valutarla nel suo complesso 900 milioni di euro, non male per un’attività ancora in rosso). In tutto fanno 749 milioni incassati, che vanno a compensare, in parte, il miliardo investito per accaparrarsi i diritti della Champions League di calcio dal 2015 (700 milioni la spesa) e parte dei diritti della Serie A italiana (373 i milioni spesi – vedi Altroconsumo Finanza n° 1084). E le cessioni non sono finite, Mediaset Premium è infatti ancora sul mercato: in prima fila sembra esserci Al Jazeera, ma anche Vivendi può essere della partita.

 

Def, Pil 2016 limato a +1,2%. Renzi: ‘No
manovra’. Ma serve ritocco da 2 miliardi
Chiesta altra flessibilità. La Ue chiude

 

 

Diario di un anno(2 giugno 1943-10 giugno 1944). Milano, Garzanti,1947. in-8, pp. XL,208,bross. Prima edizione, rara ed autorevole testimonianza di ciò che avrebbe dovuto rappresentare l'insurrezione partigiana nei confronti degli Alleati.

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