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Questa è una pagina aperta
al concorso di tutti.
Sant'Orsola Foto, articoli, annunci che hanno attinenza con la cultura locale verranno presi in considerazione. Chi passasse da Laggio durante le Feste Natalizie perderebbe una “meravigliosa” opportunità se non dovesse visitare il Presepe animato presso le ex scuole elementari. Una dovizia di scorci naturali, personaggi ed animali in miniatura, tutti magistralmente animati ed inseriti in una ricostruzione del paese di fine ‘800 fanno da corona alla grotta della Natività. Sono la “gioia” dei piccoli (e meno piccoli) visitatori che ogni anno accorrono per apprezzare le “ultime novità” dei presepisti. Riportiamo alcune impressioni in versi: Presepio a Laggio Ho riveduto a Laggio, volentieri, il bel presepe frutto di alcuni bravi paesani ricchi d’ingegno abili di mani. Tutto si muove obbediente al
ritmo imposto dal collegio
costruttore: fabbro, fornaio, viandante,
agricoltore “segate”, pescator
e filatrice mentre le rocce fan da splendida
cornice all’albeggiar, al dì, alla notte
fonda danza di suoni e luci assai
feconda per lo svegliar delle più semplici
emozioni che pareggian i cuor
dei grandi e dei piccini. E la grotta, in zona
marginale, come dev’esser stato
in epoca imperiale. Nacque, in incognita, il Buon Bambino “CRUCIS – VERBUM” annunciato dal
profeta per lasciar alle genti il suo
destino. Dio è con noi e per Lui noi siam
fratelli invitati un ad uno alla sua
scuola dove impartisce una lezione
sola
Amor: senso di
vita con l’alfabeto della Sua
Parola. *** ***
*** Segnaliamo “Diario Ladin, poesie par Cadorin”, curato dall’Union Ladina del Cadore de medo. Sono due i motivi importanti: perché è opera letteraria del nostro compaesano Adeodato Piazza Nicolai, emigrato negli Stati Uniti nel 1959 e perché la lingua usata è quel ladino cadorino parlato dalla nostra gente. Riportiamo, di seguito, un frammento tratto dalla prefazione. “Geloso e ostinato delle proprie tradizioni e della propria lingua madre, Adeodato Piazza Nicolai in questo Diario Ladin, da lui stesso tradotto in italiano e in inglese, compie un’opera inedita, audace e commovente, che rende manifesta l’aspirazione umana a poter sentire dentro di sé la continuità della propria vita, ripercorrendola con pensiero in modo fluido e levigato, senza trovarvi baratri o lacerazioni. Perché solo così la vita ha un senso che ci fa sentire in pace con il mondo”. Le illustrazioni sono di Vico Calabrò. *** *** *** Per gli appassionati di storia dell’alpinismo delle nostre montagne una fonte indispensabile di conoscenza e di consultazione è il volume “I Signori delle cime” di Italo Zandonella Callegher, Antiga Edizioni. *** *** *** “Le Dolomiti a Tavola”: 61 ricette della montagna veneta elaborate dallo chef Ugo Comis.
Dalla prefazione:… E’ più che
mai vero, nel mondo d’oggi, che la tavola è la chiave per capire il modo di
vivere, l’evoluzione di un paese, di chi ci vive sopra. …tra le genti semplici della montagna veneta essa è cultura. Cultura nel suo significato originario, il cultus latino, che trae origine a sua volta dal verbo colere, cioè coltivare. Cultura in tutte le sue accezioni, in tutte le sfumature che il termine può a volta a volta proporre; ideale di umana formazione, conoscenza del mondo esteriore, disciplina, religione e, infine, civiltà e progresso. Di seguito alcuni detti popolari sul tema: Quel che se magna de gusto, no fa mai malMagna poc se te ol star ben Chi speta polenta da i siori, magna polenta freda Prediche curte, luganeghe longhe Polenta sopressa e vin: medesine del contadin La sopa se la fa col pan che se ha
Piedini di maiale con fagioli
Canederli al burro fuso Magnà puarèto, ma…te
saludo!
Alcune
ricette della nostra terra Ricette
gastronomiche tipiche venete
le "gioie" della cucina guardando al benessere: *** *** *** “La proprietà collettiva nella montagna veneta sotto la Serenissima” di Ivone Cacciavillani. L’autore affronta il tema della proprietà collettiva al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia. Fa riferimento anche a quelle forme giuridiche peculiari (la Regola è quasi sempre il nome storico tipico delle comunità di villaggio di questa area alpina e degli istituti giuridici che le hanno contrassegnate) consolidatesi in talune aree montane (Altopiano dei Sette Comuni e Cadore) che godettero di florida vitalità. Basti pensare alla autonomia riconosciuta per vari secoli al Cadore, che ha potuto godere – come puntualmente rileva Cacciavillani – di un effettivo spazio di autogoverno, secondo I propri Statuti, con una dipendenza assai tenue da Venezia, ed invece con una spiccata propensione a valorizzare le forme di gestione regoliera di derivazione longobarda-germanica. Ai giorni nostri la Regola è un ente giuridico di diritto privato, riconosciuto dalla legislazione statale, disciplinato da una legge regionale e regolamentato da un proprio statuto approvato dalla Regione Veneto. Secondo la legge regionale n° 26 del 1996 “A tutte le Regole viene riconosciuta la personalità giuridica di diritto privato, ciascuna Regola è retta unicamente dal proprio Laudo o statuto e dalle proprie consuetudini, nel rispetto dei principi della Costituzione e dell’ordinamento.” I beni regolieri sono indivisibili, inusucapibili ed inalienabili e sono costituiti prevalentemente da prati, boschi ed immobili agro-silvo-pastorali, cioè da quelle proprietà che gli abitatori originari dei villaggi possedevano in modo collettivo. Attualmente sono patrimonio comune dei loro eredi la cui successione è prevista nei modi indicati dallo statuto. I nuovi statuti in vigore riconoscono anche alle donne i pieni diritti regolieri. I proventi sono costituiti in massima parte dalla vendita del legname. Storicamente la Regola era l’organizzazione tipo, a diritto maschile, per amministrare le proprietà comuni e le comunità di villaggio fino all’avvento di Napoleone che, nel 1797, soppresse l’istituzione regoliera, nei territori appena conquistati alla Serenissima, sostituendola con i comuni. Le proprietà regoliere ed il loro diritto a ricostituirsi furono riconosciute solo con l’avvento della Repubblica Italiana. Diversa sorte toccò all’Ampezzano, territorio soggetto agli Asburgo, il quale conservò in modo quasi ininterrotto le proprie istituzioni regoliere. Si
sa che il concetto di proprietà, per i moderni, è stato fissato dal Codice
Civile napoleonico (rimasto come base anche del Diritto moderno in molti
paesi), che ne esaminava tre aspetti: il proprietario, la cosa posseduta e la
funzione della cosa stessa. Il
proprietario Proprietario
è colui che ha il possesso della cosa. Per lui, sul piano giuridico, la
proprietà è il diritto di godere e di disporre della cosa nel modo più
assoluto. Ciò
comporta, quindi, il diritto di usare della cosa, di rimetterne l’uso ad altri,
il diritto di modificarla, di distruggerla, di tenerla per sè o di farne dono
ad altri. La
cosa Come
espresso assai chiaramente dal giurista tedesco Wendscheid la cosa è "un
pezzo di realtà inanimato, senza intelligenza". Ne consegue che la cosa
non ha nessun diritto, tanto che può essere perfino distrutta. In pratica è
come una superficie liscia e vuota su cui il proprietario proietta i suoi
desideri e la sua volontà. Scopo
della cosa La
cosa deve servire per il proprietario e ha come caratteristica la circolazione:
essere venduta, comprata, passare da un proprietario a un altro. La
proprietà regoliera Totalmente
diversa, anzi opposta, è la concezione della proprietà nel diritto regoliero. Il
proprietario Nella
Regola il proprietario non è il singolo individuo, bensì la comunità e non solo
la comunità attualmente esistente, ma l’insieme di generazioni passate e future
che, tutte assieme alla comunità attuale, hanno a che fare con il bene della
Regola. La
cosa La
Regola (così come visto sopra) è proprietaria di beni silvo-pastorali. Essendo
il proprietario un insieme di generazioni di aventi diritto, è impensabile che
la cosa possa essere distrutta, come potrebbe avvenire per un bene privato.
Anzi, la cosa deve essere protetta, curata e resa atta al suo scopo, cioè deve
essere "frugifera", ossia produrre dei frutti. La cosa non è un piano
liscio su cui il proprietario proietta i suoi desideri, ma ha delle esigenze
che si impongono al proprietario stesso. Lo
scopo della cosa Pertanto
la cosa, appartenendo a una catena di generazioni, non è destinata allo
scambio, non può essere alienata, nè divisa; deve continuare a supportare tutti
i proprietari. *** *** *** “Tesori d’arte nelle chiese dell’Alto Bellunese: Vigo di Cadore” a cura di Rita Bernini, edito da Provincia di Belluno. Pubblicazione a “più mani” che rende testimonianza oggettiva alla felice intuizione di Antonio Ronzon: Vigo: l’Atene del Cadore, quale luogo d’antica cultura. Il libro enumera e descrive le principali opere d’arte religiosa presenti sul territorio del Comune di Vigo di Cadore con particolare riferimento ai cicli pittorici ed agli aspetti teologici delle pitture….”Il glorioso passato di Vigo di Cadore continua a farsi presente evidenza nella straordinaria densità del suo patrimonio artistico. Le sue ben otto chiese – compresi l’isolato oratorio di S. Daniele e la moderna chiesa di Piniè – sono dei palinsesti in cui le opere si sono stratificate per secoli, sempre nel pieno rispetto dell’inveterata abitudine a rifunzionalizzare, ad adeguare gli oggetti alle mutevoli esigenze del culto e del gusto”. Così Vigo è una località da “non perdere” per chi fa dell’arte un motivo di conoscenza. *** *** *** Religiosità popolare: Madonna di Col Ciampon La statua della Madonna “Regina della Pace” fu posta in Col Ciampon il 25 giugno 1991 ad opera di un gruppo di volonterosi, sensibili alla cultura della pace di cui Maria è proclamata regina, proprio in un luogo che conobbe postazioni di guerra nel ’15-‘18. Collocata sopra un piedistallo di pietre ricavato dal materiale di trincea vuole indicare, al passante e al pellegrino, che la pace ed il perdono sono vere pietre di costruzione d’una società più umana. A Col Ciampon si giunge attraverso un comodo sentiero contraddistinto dalle stazioni della Via Crucis che furono benedette nelle varie parrocchie del Cadore. Lo stesso percorso è indicato come sentiero botanico: appositi cartellini descrivono le varie specie della flora che si incontrano nel corso della salita. Nello spiazzo sommitale si possono vedere le postazioni militari della grande guerra, recentemente sottoposte a recupero. Per saperne di più circa l’argomento si rimanda alle pubblicazioni di Walter Musizza e Giovanni De Donà ed in particolare a “Il forte di Monte Tudaio”, altro grande manufatto di interesse storico-militare esistente sul territorio.
*** *** *** Don Pietro Da Ronco (1850-1941), emerito studioso di storia cadorina, scriveva nel suo libro “Voci dialettali e toponomastica cadorina” come Vigo fosse un insediamento antico, forse romano. Le ricerche di Giovanni De Donà confermerebbero tale tesi. Infatti durante i lavori del 1915-18 per la realizzazione delle trincee in Col Ciampon furono rinvenute fibule romane e, negli anni scorsi , lungo i declivi di Col Palotto http://digilander.libero.it/archeocadore/index.html sono stati raccolti innumerevoli reperti come monete romane. Si ritiene che su questa altura potesse esserci un castello ancora nel medio evo. Questi indizi evidenti possono divenire certezze attraverso l’esecuzione di sondaggi strategici. *** *** *** Organo
di Vigo di Cadore
(Belluno)
Antonio BARBINI (1757) – Carlo ALETTI (1894) Vigo conserva uno dei 25 organi storici catalogati in Cadore. Esso fu costruito nel 1757 da Antonio Barbini di Murano (VE) e rinnovato nel 1894 da Carlo Aletti di Monza (MI) che lo restituì all’attuale configurazione fonica mediante l’aggiunta di alcuni nuovi registri ed accessori tipici della scuola organaria lombarda del tardo ottocento, di cui l’Aletti fu valido esponente. Associa, perciò, alla raffinatezza dei registri “veneti” l’incisività dei registri “lombardi”. Lo strumento, smontato completamente nelle varie componenti, è stato sottoposto a restauro conservativo nel corso del 1997 dalla ditta Pedrazzi di Broni (PV). Costruito alla “maniera antica”, a trasmissione meccanica sospesa per la tastiera ed indiretta per la pedaliera, non è stato assoggettato alla riforma ceciliana. Sono da sottolineare alcune particolarità timbriche che non si riscontrano normalmente in altri organi della stessa epoca (la decimanona e la duodecima suddivise in bassi e soprani) e la “voce” luminosa, calda e coinvolgente che lo rendono particolarmente adatto al repertorio classico italiano ed al “romantico-orchestrale” dell’ottocento. *** *** *** Un’altra risorsa culturale del paese in tema musicale è costituita dal “Coro Oltrepiave” fondato nel 1975. Il coro si esibisce in Italia ed all’estero e, dovunque, si fa meritevole portavoce “della simpatia e della cultura della montagna”. Ha al suo attivo alcune incisioni su supporto magnetico e Compact Disc di canti popolari e di montagna. Per chi desidera approfondire la conoscenza riportiamo l’indirizzo del suo sito internet: http://digilander.libero.it/corooltrepiave *** *** *** Prof.
Antonio Ronzon (Laggio 23.03.1848 – Lodi 23.01.1905)
Vigo, nel corso del 2005, commemora il
prof Antonio Ronzon a 100 anni dalla morte. Cittadino
benemerito e professore di lettere nel liceo di Lodi, illustrò ed onorò il suo
paese natale e l’intero Cadore attraverso gli scritti
(Almanacchi Cadorini dal Pelmo al Peralba; Calvi e i Cadorini; Cadore descritto; Rindemera, scene del 1848 in Cadore; La Regina Margherita
in Cadore) e con gli studi (Archivio Storico Cadorino dal 1898
al 1903). Fu l’instancabile “anima” della Bibblioteca
Storica Cadorina alla quale cedette, in sede di
costituzione nel 1892, la sua notevole raccolta bibbliografica. Domenica 17 luglio 2005, Vigo di Cadore Omelia del vescovo mons. Andrich La parabola di
oggi (grano e zizzania) ci mostra come Dio dà tempo al tempo, desidera che il
grano venga a maturazione; solo alla fine c’è la scelta: zizzania da bruciare,
grano da mettere nei granai. Pensiamo la
parabola del grano e della zizzania: tutta la vicenda suppone lo svolgersi del
tempo: non la fretta di separare, ma la pazienza di attendere, e solo nel tempo
definitivo il grano è esaltato. La vita di Antonio Ronzon ha avuto ritmi di professionalità
(insegnante Lodi, Caltanisetta, Arpino e ancora a Lodi fino alla morte) e di
appassionata ricerca storica che gli ha fatto valorizzare il tempo. La calma
pacata e puntigliosa della ricerca, che prende in considerazione tanti
documenti per svolgere un esame rigoroso, dà alla fine il frutto di conclusioni
ben verificate. Il 1 aprile 2006 si è svolto, presso la Sala della Magnifica Comunità di Cadore, un convegno per ricordarne la figura e le opere. Il 28 .12. 2006 è stata presentata la ristampa anastatica de "Archivio Storico Cadorino" edito da Nuovi sentieri, presso la Biblioteca Storica Cadorina *** *** *** Domenica 23 luglio 2006 si è svolta la VII edizione della Festa “Del pan del prà”. Nel corso della cerimonia seguita alla S. Messa celebrata in Arena, presenti le autorità comunali, il Capitolo di S. Antonio e l’assessore regionale Oscar De Bona, è stato premiato il sig. Elvio Da Rin Pagnetto nato a Bridgeport in Connecticut (U.S.A.). Non presente per motivi di salute, ha delegato i parenti al ritiro della targa. Un riconoscimento è stato consegnato al sig. Arturo Da Rin De Lorenzo di Joliet in Illinois (U.S.A.). Nel pomeriggio si è svolta la sfilata dei gruppi in costume provenienti da diverse località.
*** *** *** Sagra di San Pellegrino
a Coi (Zoldo Alto – agosto 2006) Posto un ritratto in legno di Erwin Maier, opera di Angelo Vecellio Don Floriano Pellegrini * * * * * * * * * Domenica 26 novembre 2006 la locale sezione dei donatori di sangue "Leo Amadori" ha festeggito il 50° anniversario di fondazione. Presenti le autorità comunali, le rappresentanze delle sezioni cadorine e la gemellata sezione di Casier (TV). * * * * * * * * * La Lioda: «Questione di soldi» Corriere delle Alpi, 25.10.2007 La Lioda: «Questione di soldi» VIGO DI CADORE. Il referendum? Una
questione prima di tutto economica. Lo pensa Franco Regalia, presidente
dell’associazione culturale “La Lioda”, nata circa 10 anni fa per mantenere
vive le tradizioni ladine a Vigo e negli altri paesi dell’Oltre
Piave. «E’ mia opinione che le motivazioni
culturali vengano abbondantemente dopo quelle di “portafoglio”», dice Regalia,
«e questo è comprensibile se si dovesse ragionare solo in termini di
“interesse”. Con l’attuale sistema che privilegia le province e le regioni a
statuto speciale il confronto è quasi improponibile, così come il concetto di
pari opportunità tra territori contermini. E’ questo tipo di sistema che non è
più compreso dalla gente. La montagna veneta, ormai da anni, tenta di far
sentire il suo grido di dolore con scarsi risultati. Basta pensare alla
richiesta di autonomia della provincia di Belluno». «Per venire alle motivazioni
culturali», dice ancora il presidente della Lioda, «aggiungo che, se da un lato
Cortina nei 4 secoli compresi tra il 1511 e il 1919 è rimasta asburgica, per
conquista e non per volontà popolare (allora non esistevano di certo i
referendum); d’altro lato devo far rilevare che per almeno i mille anni
precedenti gli ampezzani erano un tutt’uno coi cadorini. Stesse genti, stesso
DNA, stessa
lingua, stessa religione, stesso Patriarcato, stessi usi e costumi, stessi
sistemi di autogoverno ed amministrazione che i cortinesi hanno avuto la
tenacia di conservare, poi, sotto gli Asburgo. Non so come possano chiedere di
passare dall’altra parte, se anche quando facevano parte dell’Impero
Absburgico, avevano chiesto ed ottenuto dall’imperatore, loro sovrano, di
essere giudicati per le accuse più gravi ad Udine, nella Serenissima
Repubblica, e non a Bolzano o a Innsbruk, perché per la comprensibilità della
lingua e per l’applicazione delle misure derivanti dagli Statuti Cadorini, che
anch’essi avevano contribuito a formulare, si sentivano più tutelati. E questo
è storia vera». Vittore Doro *** *** *** Quest'anno (2007) ricorre il 50° anniversario della morte del Cardinal Giovanni Adeodato Piazza, nato a Vigo di Cadore nel 1884 da Giuseppe e Elisabetta De Nicolò. Due zii carmelitani, padre Dositeo e fra Giuseppe, e due zie suore, suor Dositea e suor Margherita, lo orientarono verso la vita religiosa. Entrò nel Carmelo di Treviso il 14 settembre 1897 e dopo aver terminato il ginnasio andò a Brescia dove il 7 agosto 1902 indossò l'abito religioso assumendo il nome di Adeodato. Fra il 1904 e il 1906 prestò servizio militare all'infermeria presidiaria di Treviso senza peraltro interrompere gli studi. Il 19 dicembre 1908 fu consacrato sacerdote e celebrò la sua prima messa il giorno di Natale nella chiesa degli Scalzi a Venezia, Nel 1915, allo scoppio della grande guerra, fu arruolato nel 21° reggimento cavalleggeri di Padova e inviato al fronte vi rimase per tutta la durata del conflitto. Congedato ritornò nella comunità di Tombetta (VR) e di lì a poco fu nominato priore del convento di S. Pietro (BS). Chiamato a Roma prestò la sua opera in qualità di Segretario Generale dell'Ordine dei Carmelitani per divenenire, nel 1925, Procuratore Generale. Il 29 gennaio 1930 fu nominato Arcivescovo di Benevento, carica che onorò per 5 anni. A seguito della morte del Cardinale La Fontaine, papa Pio XI lo preconizzava Patriarca di Venezia nel Concistoro del 16 dicembre 1935 e il 13 dicembre 1936 lo elevò alla porpora. Durante il secondo conflitto mondiale ottenne che grosse partite di derrate alimentari giungessero in città; insieme a mons. Olivotti iniziò un'opera di assistenza per migliaia di ragazzi bisognosi di cure e nei mesi più bui si adoperò presso gli alti comandi perchè Venezia fosse dichiarata città aperta. Nel dicembre 1943 riuscì a convincere il col. Goering a non allagare il territorio del basso Piave, azione che avrebbe richiesto lo sgombero di 30000 abitanti. Il 2 aprile 1945 fu proprio padre Giulio Mappelli, incaricato dal Cardinale, ad accompagnare i membri del CLN al comando tedesco dove fu raggiunto l'accordo per l'abbandono di Venezia da parte delle truppe di occupazione. Denunciò insieme con il vescovo di Trieste, mons. Antonio Santin, le barbarie dell'immediato dopoguerra. Nel 1948 Pio XII lo chiamò alla Concistoriale, oggi detta S. Congregazione del Vescovi. Nei nove anni di vita romana partecipò a numerosi congressi nazionali ed internazionali, presiedette numerose conferenze episcopali e fu legato pontificio nel 1951 a Catania, nel 1954 in Brasile e nel 1957 a Bari. Notevole fu il suo impegno per gli emigranti che visitò nei suoi numerosi viaggi all'estero. Si spense il 30 novembre 1957 a Roma e fu tumulato nella basilica di S. Teresa. (tratto da LA FAMIGLIA PIAZZA DI VIGO a cura di G. De Donà) * * * * * * * * * Il 25 luglio 2007 il Santo Padre Benedetto XVI, nel corso delle sue prime vacanze in Cadore, ha fatto visita e ha pregato nella chiesetta di S. Orsola
* * * * * * * * * Durante il mese di agosto 2007 si è tenuta, presso i locali della Bibblioteca Storica, la mostra delle acqueforti di Francesco Piazza (1931-2007), affermato artista trevisano con antenati originari di Vigo. Alla mostra dei costumi alpini che si tiene a Luserna (TN) dal 5 aprile al 5 novembre 2008 è presente il nostro costume femminile. Dal 29 giugno 2008 al 31 agosto è aperta la Mostra d'arte Sacra presso la chiesa della Difesa Dal 6 al 27 luglio 2008 presso il palazzo della Biblioteca Storica "A Due Passi da Casa" Mostra di poesia e fotografia a cura di Adeodato Nicolai Piazza e Vito Vecellio. Un appuntamento da non mancare! Il 29 agosto si è svolta a Laggio la seconda edizione della conferenza "Il clima questo S...Conosciuto" con la partecipazione straordinaria del maggiore Guido Guidi metereologo dell'Areronautica Militare e delle reti RAI Intelligente l'iniziativa della Farmacia Donini di Vigo di omaggiare i propri clienti con un calendario locale. Le poesie in versi sono di Adeodato Piazza, quelle "in foto" di Vito Vecellio. ...Me son tacou ale radìs dela fameia cuanche son emigrou e apena tornou ei ciatou che le radìs era cuasi sparide. No sei aonde l'é deste a finì... Amara considerazione per una cultura locale in declino. Serve un sussulto. Ma quale sensibilità è rimasta? Il 22 dicembre 2008 il nostro gruppo ha consegnato alla Biblioteca storica il ilbro "Una Comunità, una fede", storia e cronaca di un evento importante per la nostra comunità cristiana. *** *** *** *** *** La
linguistica riflette il senso comune, che non sempre è buono. Costretta a
descrivere la storia, le ha appiccicato quel termine «passato», che è
l’espressione più idonea per dire, ai buoni intenditori, che è meglio lasciarla
in disparte, che non troverà mai dalla sua un «presente» e tanto meno un
«futuro»; non farà mai famiglia, non avrà mai progenie e, chi riempie di
passato il presente, non fa che gettare alle ortiche secche del passato anche
il presente; è uno strozzinaggio, un omicidio cronologico. Gli
storici dovrebbero essere indagati, processati e condannati a starsene rinchiusi
nel giardino segreto dei loro rimuginamenti essicanti il presente e lasciar vivere
chi vuol vivere! Noi,
al contrario e in barba alla linguistica che ha fatto o vorrebbe fare della
storia la «scienza del passato», crediamo che essa si occupi, in realtà, del
presente secondo quella particolare dimensione del presente che è il suo
spessore formativo. Senza questa dimensione di profondità, che gli è propria e
innegabile, il presente è pura proclamazione di sé, fondata sul nulla, un vuoto
più o meno spinto ma che si grida ed alza prepotente la cresta, assenza di ogni
entità, mancanza di tutto. La parola «presente», che sembra dir molto, in
realtà dice fuggevolezza, più che presenza stabile; l’attimo in ogni
caso fuggevole; lo spartiacque, più sottile del filo d’una rama di rasoio, tra
il passato e il futuro. Nell’atto stesso della lettura di queste riflessioni la
mente, come una gamba sospesa nel cammino, è ora avanti e ora indietro rispetto
al presente; l’attimo in cui è perpendicolare, in cui è immobile in una
situazione di presente in verità non esiste e si verifica stabilmente solo nel
non camminare più; come l’homo sine pecunia (stando al detto degli
antichi, più o meno saggi), anche il presente, così concepito, è un’imago
mortis. Si tratta, perciò, camminando, ossia vivendo, di sapere da dove e
verso dove si sta andando. Pretendere di vivere solo il presente è una
auto-illusione e un auto-inganno, privare sé stessi del dono più grande del
presente stesso, cioè della vita, che è l’assaporare e far nostro, per quanto
possibile, tutto ciò che di bene è stato compiuto e vissuto prima di noi, e
avere la gioia di progettare qualcosa di nuovo per il bene di chi verrà dopo di
noi e per noi stessi che non abbiamo, e sarebbe ben triste avessimo, solo
l’oggi, solo quest’ora, solo questo minuto, un secondo, e nessun secondo,
minuto, ora, giorno, anno, ecc., di vita oltre questi, presenti. Noi
crediamo che il passato non sia un tempo contrapposto al presente, ma che
faccia parte del presente e sul quale il presente stesso si fondi. La parola passato
trae in inganno, se intesa come sinonimo di «trascorso», «terminato»,
«concluso». Sarebbe una visione bambinesca della storia e immatura del
presente; è ai bambini che si insegna, per comodità didattica, a concepire la
storia secondo periodi netti, scatole definite e per un qualche tratto
incomunicabili, stanze ben distinte e con una sola porta di accesso l’una
all’altra, per non confondersi troppo l’una nell’altra; ma la realtà non è
così: è intercomunicabile. Noi siamo come un albero e portiamo dentro di noi i
cerchi concentrici di tutte le epoche, di tutte le vite alle quali la nostra
vuole, desidera e può collegarsi, come in realtà si collega, anche al di là del
nostro volere. Noi siamo alberi, piante vive, non mattoni sovrapposti. Ogni
persona può dire: «Se io sono un cerchio fatto così è perché prima di me ci fu
un cerchio fatto in quell’altra maniera». Rinnegare il passato, sarebbe come
negare quei cerchi che stanno più in là del mio o dire che, nell’albero,
contano solo gli ultimi cerchi; sarebbe negare la parte più profonda del
proprio io, ciò che dà all’io la propria identità e la propria consistenza
storiche. A differenza di quello che si canta in una bella canzone alpina, noi
non siamo «figli di nessuno», nessuno lo è, né può esserlo dal punto di vista
storico (nessuno nasce da sé, ma da altri, è fin ovvio il dirlo). Nel nostro
corpo, come nel nostro spirito, sono incisi i tratti del padre e della madre,
dei nonni, degli avi più lontani nel tempo. Quante volte, osservando una
fotografia, esclamiamo: «Quella persona assomiglia alla nonna, allo zio!».
Questa è una ricchezza, ed è giusto, ed è un dovere esserne consapevoli. Sapere
che colui che mi sta a fianco discende da un capostipite comune e porta in sé
il mio stesso sangue, gocce della mia vita, non è la stessa cosa che se ciò non
fosse. Osservare gli occhi e le labbra di colui o di colei che ti ha dato la
vita, non è come osservare gli occhi e le labbra di uno sconosciuto, di una
sconosciuta, che pure possiamo amare, ma sarà sempre un diverso amare: quante
emozioni, infinite emozioni, si colgono in più negli occhi e nelle labbra di
chi ci ama, persino in quelli di chi ci ha amato! In queste e simili esperienze
quotidiane di amore, di cui avvertiamo la preziosità per cui vorremmo non si
interrompessero mai, è già presente il senso più genuino della storia, che non
è mai la «mia», ma sempre una «nostra» storia. Il senso della storia è il senso
del noi, dell’essere comunità; amore per la storia è amore per la comunità,
gioia di appartenere ad una comunità. Intuire quanto sia bello poter dire che
quella donna, quell’uomo, che pure sono di una generazione passata rispetto
alla mia, non con ciò mi sono estranei, che anzi… Beati
coloro che non guardano al passato come ad un tempo morto, ma come ad un tempo
che si affida, umile, silenzioso, eppure quantomai ricco e affidabile, al presente.
Il passato tende la mano, le sue molte mani; al di là delle mani, vediamo
volti, labbra, occhi, persone, che si affidano a noi e ci chiedono di non
dimenticarle, per quanto ciò sia possibile. Nelle mani ci porgono le loro
anime. Ricordare è amare, solo chi ama ha piacere di ricordare; chi dimentica è
un miserabile, cova in sé l’anima del tradimento, come se fosse quel «figlio di
nessuno» che nessuno vuole essere, né può essere, per quanto si comporti come
tale. C’è
persino un dovere civico di ricordare coloro che, più di altri, hanno lavorato,
sofferto e in alcuni casi persino offerto la vita per il benessere della loro
comunità, della piccola e della grande Patria. Ognuno ha una Patria, un padre e
una madre. I loro cuori, i loro corpi, le loro braccia, la loro casa, ovunque e
comunque, sono la riva del mare immenso da cui ognuno di noi ha cominciato a
guardare il mondo; come dimenticare, solo perché è di qualche anno fa tutto ciò
che è accaduto, il tratto di spiaggia su cui si sono mossi i primi passi? Nei
documenti del passato, delle esperienze e delle vite delle generazioni
precedenti all’attuale, le persone di allora ci raccontano di sé e, in molti
casi, offrono preziosi consigli; dalla loro esperienza e, certo, anche dai loro
sbagli, chi vuole può imparare; ci vien chiesto solo l’umiltà e la saggezza di
ascoltare. Lo
storico è un ascoltatore. Prima ancora di leggere, di interpretare, di
ipotizzare, è un ascoltatore. Non siamo, anche senza essere storici di
professione, tanto insensati da gettare a terra il secchio d’acqua buona che le
generazioni di ieri hanno recato sulle loro spalle, fino a noi, proprio per
noi, con la scusa che quella non può essere acqua buona, perché è stata
raccolta in un viaggio iniziato ieri! E che vuol dire? Non poteva esser
iniziato altro che ieri! Senza il passato, il presente non ci darà mai che
frutta immatura, per ogni cosa buona serve la sua maturazione, la sua crescita,
quello che superficialmente si dice «il passato»; nessun presente ha in sé la
sorgente del suo esistere, ogni presente non può far altro che attingere dal passato
e dalle spalle di coloro che sono vissuti nei mesi precedenti a quello in
corso! …….. Don
Floriano Pellegrini
*** *** *** Il mio paese si
chiama Laggio; -Adesso te lo faccio vedere ma prima dimmi dove hai alloggiato!!!! Secondo me allo splendido “Giannina” o al meraviglioso “ Diana” ma, se volete vedere l’ arena dall’alto correte all’ albergo “ Miramonti”; se hai voglia di portare i tuoi figli a giocare portali all’ arena, sicuramente c’è qualche bambino, qualche volta anche anziani che leggono il giornale. Se hai voglia di fare qualche compera, puoi rivolgerti a “Micky Mode”, ti vestirà come una regina e si trova vicino alla rotonda. Hai visto Lucia? È la dirigente del bar “Dolomiti”. Fumi e leggi? Il posto giusto è l’edicola “Da Fiorina”, una gentile signora consiglierà a te e ai tuoi bambini il giornale giusto. “Marilisa”è una signora fruttivendola, nel suo negozio puoi trovare tante verdure e frutta buona, se sei un bambino ti offre una caramella. Ci sono anche 2 buone gelaterie che si trovano sulla via principale dove si arriva alla scalinata della chiesa. Hai visto Denis che prepara la pizza? È il giovane pizzaiolo con gli occhi che ridono. Se hai un guasto alla macchina, ci sono sempre disponibili 2 nonni che te l’ aggiusteranno in un batter d’occhio!! “I fratelli De Martin”. Proprio di fronte c’è “Tutto per la casa”dove si trova proprio tutto!!! Hai i capelli scompigliati e vuoi rifarti i ricci? Ben 2 parrucchiere sono a tua disposizione e se vuoi essere proprio all’ultima moda, vai da “Arte ottica” o alla”Crystal” che ti offriranno un buon occhiale. Accidenti , ti sei dimenticata di fare la spesa andando in tutti questi negozi! Ma sempre aperta c’è la “Cooperativa”; forse Grazia, che è una simpaticona ti farà uno sconto. Ma aperta non c’è solo la Cooperativa ma anche “Eliana”, l’ altro piccolo supermercato che si trova in Piazzetta. Lì troverai tutto per una bella scorpacciata. Che profumo che sento !!! sarà il panificio “Marcon”? Esatto è proprio il panificio Marcon, dove fanno un pane, delle pizzette e dei dolcetti da leccarsi i baffi, anzi di più!!! Peccato che fra poco chiuderà!!! Che bei fiori che ha quella signora!!! Sono certa che li ha acquistati da “Arte in fiore”! Dove lavorano 2 mamme: Florangela e Viviana!!! Ma Laggio non finisce qua! Michela , Giovanni, Stefania e Franco attraverso il “Girasole giovani” insegnano attività manuali come: -ricamo -pittura(anche
sui sassi) -falegnameria -perline
e alla fine della giornata li fanno giocare a calcio, palla avvelenata e tanti
altri giochi. Quasi ogni domenica vanno in montagna scoprendo
posti nuovi e facendo molte passeggiate. C’è anche un’ altra bella passeggiate;
dopo tante stazioni della Via Crucis si arriva alla favolosa Chiesetta di San Daniele dove si vede un panorama
fantastico, spero scriverai qualcosa sul
librone delle firme! Ma non ti racconto altro, non vorrei rovinarti la
sorpresa!! Ferma!! Prima di andare a casa corri da “Spicchi
d’ arte” o alla “Fotoottica ok” a
comprare un souvenier, così ti ricorderai dello splendido Laggio! Ora tornerai
a casa felice? Vero? E la prossima estate spero ritornerai! Ti racconterò tutte
le novità, belle e brutte, comunque sicuramente belle, anzi
splendide!!!!!!!
Veronica Da Rin Delle Lode
V elementare
*** *** *** Domenica 28 giugno 2009, presso la sala della Magnifica Comunità a Pieve, è stato presentato "Devo partire per una lontana terra..." della nostra concittadina Angela (Lina) Nicolai. Il diario, scritto nel 1953, descrive le impressioni ed i turbamenti dell'autrice durante il viaggio di trasferimento in nave verso l'Australia. *** *** *** Mese di agosto 2009: interessante mostra presso la Biblioteca Storica Cadorina. Sono in esposizione pergamene e documenti del XIII secolo e successivi. *** *** *** Palio di San Martino 7 - 8 novembre 2009: Udite!
Udite! Populo de le vile de Vico, Laglo, Pelusio, Laurençago et Lucio Per
honorar l historia et la legenda de messer Ainardo da Vico, notabil homo de
Cadubrio, et de la nobil matrona Margareta da Leisach de Tirol, uxora sua, indiciamus
l palio de Sancto Martin inter le vile de Vico, Laglo, Laurençago, Lucio et
Pelusio, lo 7 de novembre et postero 8, anno domini 2009, in plaza de la
plebe de Vico cum li giuochi de la fortuna e de l ingegno. Vinca
l milior! Viva la Plebe! Viva li sancti patroni! Uno spaccato di vita medievale animato da gente in abiti d´epoca, mercatanti
e artigiani alle prese con gli antichi mestieri, giochi di fortuna ed abilità
nel borgo di Vigo di Cadore per contendersi l’ambito premio finale: il Palio di
San Martino. Manifestazione spettacolare e calamitante, ricca di calore e
colore popolare. Ed il contorno altamente suggestivo con il granitico Tudaio ed
il civettuolo Cridola a far da testimoni alla onestà dei villaggi concorrenti.
Siamo nel cuore delle Dolomiti. Marzo 1208: i cinque villaggi si trovano
riuniti nella stessa Pieve, istituzione religiosa e civile che detterà la
cadenza della vita sociale. Maggio 1346: il popolo plebano ricorda il suo
notabile rappresentante, Ainardo da Vigo. Cinque paesi si abbandonano alla fantasia che
il loro passato richiama. La leggenda si unisce alla storia per regalare agli
spettatori un indimenticabile tuffo nel mondo del sano divertimento. L’affascinante
rappresentazione del leggendario mistero, da parte degli alunni delle scuole
locali, regalerà la magia del narrato. Figuranti, dame e messeri faranno bella
mostra al Corteo storico, accompagnato da sbandieratori e tamburini. Soldati
d’altri tempi si cimenteranno in faticosi duelli e, alla fine, la gara più
attesa: la prova di tiro con l’arco. Avanti miei prodi! Diranno i sostenitori
di ciascun villaggio. Il Palio sarà nostro! Il villaggio che ottiene il
punteggio maggiore sommando tutte le prove si aggiudicherà “il più bel drappo”
da conservare fino al prossimo anno. E…per chi non volesse stare solo a
guardare…grigliate, salsicce, minestre medievali annaffiate dal vin de San
Martin e dalle immancabili castagne. Vi aspettiamo numerosi sabato nel
pomeriggio e domenica 8 novembre 2009. La villa risultata vincitrice della prima edizione del Palio di San Martino è stata Vigo, che conserverà il drappo presso la propria chiesa fino alla edizione del prossimo anno. http://www.vigomedievale.it *** *** *** 10 maggio 2010 Da circa un mese, immagazzinati nella parte interna della piazza di S.Orsola in prossimità dell’ufficio postale, giacciono alcuni blocchi di granito grigio chiaro che dovranno costituire la nuova fontana acquistata per abbellire la piazza principale di Vigo. Pezzi robusti, ben lavorati in modo industriale, che non ci convincono circa il tipo di materiale e lo stile, così lontani dalle nostre tradizioni. Notoriamente ci occupiamo di cultura locale e avremmo preferito un arredo urbano più consono ad una piazza che vede affacciarsi un edificio sacro del ‘300 di straordinaria bellezza quale è Santa Orsola. *** *** *** 4 - 5 settembre 2010 La seconda edizione del Palio di San Martino è stata vinta da Lozzo con 134 punti; nell'ordine Laggio 129 punti, Lorenzago 124 punti, Pelos 98 punti e Vigo 87 punti. Il prossimo 14 novembre, festa di San Martino verrà consegnato ufficialmente il palio ai vincitori di Lozzo che lo custodiranno fino alla nuova edizione. Settembre 2010; ecco una interessante foto gallery delle opere d'arte e del palio 2010: *** *** *** Il giorno 3 ottobre 2010 don Andrea Constantini, pievano di Vigo, ha fatto l'ingresso nella sua nuova parrocchia di Falcade. La Pieve di San Martino è attualmente senza parroco. *** *** *** 15-16 maggio 2011: Elezioni amministrative Si sono presentate due liste. E' risultato eletto sindaco Mauro Da Rin Bettina con la lista Vigo verso il futuro. *** *** *** 3 - 4 settembre 2011 Palio di San Martino edizione 2011 E' risultato vincitore Vigo con 461 punti, secondo Lozzo 400, terzo Pelos 372, quarto Laggio 354 e quinto Lorenzago con146 punti *** *** *** Novembre 2011: Nominato il nuovo pievano che sarà mons. Renato De Vido. La cerimonia d'ingresso avverrà domenica 13 novembre, festa di San Martino. 18 maggio 2012: Approvato il nuovo statuto comunale di Vigo con delibera n° 7 del Consiglio "Con lo statuto si tratteggia l’idea di comunità, si enunciano i principi ed i valori fondanti che debbono ispirare l’azione dell’amministrazione, si dispongono le regole dei rapporti tra l’autorità comunale ed i diritti dei singoli e della società, mediante istituti e procedimenti partecipativi si definiscono le modalità di intervento e di concorso alle scelte politico-amministrative delle associazioni e delle organizzazioni democratiche liberamente costituite ed operanti nella comunità;"
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