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 Questa è una pagina aperta al concorso di tutti.

 

      Sant'Orsola

 

Foto, articoli, annunci che hanno attinenza con la cultura locale verranno presi in considerazione.

 

 

Chi passasse da Laggio durante le Feste Natalizie perderebbe una “meravigliosa” opportunità se non dovesse visitare il Presepe animato presso le ex scuole elementari. Una dovizia di scorci naturali, personaggi ed animali in miniatura, tutti magistralmente animati ed inseriti in una ricostruzione del paese di fine ‘800 fanno da corona alla grotta della Natività. Sono la “gioia” dei piccoli (e meno piccoli) visitatori che ogni anno accorrono per apprezzare le “ultime novità” dei presepisti.

Riportiamo alcune impressioni in versi:

 

Presepio a Laggio

 

Ho riveduto a Laggio,

volentieri, il bel presepe

frutto di alcuni bravi paesani

ricchi d’ingegno abili di mani.

Tutto si muove obbediente al ritmo

imposto dal collegio costruttore:

fabbro, fornaio, viandante, agricoltore

“segate”, pescator e filatrice

mentre le rocce fan da splendida cornice

all’albeggiar, al dì, alla notte fonda

danza di suoni e luci assai feconda

per lo svegliar delle più semplici emozioni

che pareggian i cuor dei grandi e dei piccini.

E la grotta, in zona marginale,

come dev’esser stato in epoca imperiale.

Nacque, in incognita,

il Buon Bambino

“CRUCIS – VERBUM” annunciato dal profeta

per lasciar alle genti il suo destino.

Dio è con noi

e per Lui noi siam fratelli

invitati un ad uno alla sua scuola

dove impartisce una lezione sola

        Amor: senso di vita

con l’alfabeto della Sua Parola.

 

 

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Segnaliamo “Diario Ladin, poesie par Cadorin”, curato dall’Union Ladina del Cadore de medo.

Sono due i motivi importanti: perché è opera letteraria del nostro compaesano Adeodato Piazza Nicolai, emigrato negli Stati Uniti nel 1959 e perché la lingua usata è quel ladino cadorino parlato dalla nostra gente.

Riportiamo, di seguito, un frammento tratto dalla prefazione.

“Geloso e ostinato delle proprie tradizioni e della propria lingua madre, Adeodato Piazza Nicolai in questo Diario Ladin, da lui stesso tradotto in italiano e in inglese, compie un’opera inedita, audace e commovente, che rende manifesta l’aspirazione umana a poter sentire dentro di sé la continuità della propria vita, ripercorrendola con pensiero in modo fluido e levigato, senza trovarvi baratri o lacerazioni. Perché solo così la vita ha un senso che ci fa sentire in pace con il mondo”. Le illustrazioni sono di Vico Calabrò.

 

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Per gli appassionati di storia dell’alpinismo delle nostre montagne una fonte indispensabile di conoscenza e di consultazione è il volume “I Signori delle cimedi Italo Zandonella Callegher, Antiga Edizioni.

 

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“Le Dolomiti a Tavola”: 61 ricette della montagna veneta elaborate dallo chef Ugo Comis.

Dalla prefazione:… E’ più che mai vero, nel mondo d’oggi, che la tavola è la chiave per capire il modo di vivere, l’evoluzione di un paese, di chi ci vive sopra.

…tra le genti semplici della montagna veneta essa è cultura. Cultura nel suo significato originario, il cultus latino, che trae origine a sua volta dal verbo colere, cioè coltivare. Cultura in tutte le sue accezioni, in tutte le sfumature che il termine può a volta a volta proporre; ideale di umana formazione, conoscenza del mondo esteriore, disciplina, religione e, infine, civiltà e progresso.

 

Di seguito alcuni detti popolari sul tema:

Quel che se magna de gusto, no fa mai mal

Magna poc se te ol star ben  

Chi speta polenta da i siori, magna polenta freda

Prediche curte, luganeghe longhe

Polenta sopressa e vin: medesine del contadin

La sopa se la fa col pan che se ha

 

 

            

      Piedini di maiale con fagioli                   Canederli al burro fuso        

Magnà puarèto, ma…te saludo!

 

 

 

Magnà de n'ota

"Taier"   (par scominzià)

Peta salada de patate e zeula con formai de casera

Menestra de orze e fasuoi

Polentina ala cadorina col butiro e la puina fumada

Scot de polenta

Giarleto de porzel e capuze sofeade

Peta de pome

Vin, aga, cafè e sgnapa

 

 

 

 

Alcune ricette della nostra terra

 

Ricette gastronomiche tipiche venete

 

Ricette tipiche Altoatesine

 

Ricette tipiche friulane

 

http://www.slowfood.it

 

http://www.unicarve.it

 

La cucina tradizionale

 

Il buon bere

le "gioie" della cucina guardando al benessere:

http://www.benessere.com/

 

 

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La proprietà collettiva nella montagna veneta sotto la Serenissima” di Ivone Cacciavillani.

L’autore affronta il tema della proprietà collettiva al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia.

Fa riferimento anche a quelle forme giuridiche peculiari (la Regola è quasi sempre il nome storico tipico delle comunità di villaggio di questa area alpina e degli istituti giuridici che le hanno contrassegnate) consolidatesi in talune aree montane (Altopiano dei Sette Comuni e Cadore) che godettero di florida vitalità. Basti pensare alla autonomia riconosciuta per vari secoli al Cadore, che ha potuto godere – come puntualmente rileva Cacciavillani – di un effettivo spazio di autogoverno, secondo I propri Statuti, con una dipendenza assai tenue da Venezia, ed invece con una spiccata propensione a valorizzare le forme di gestione regoliera di derivazione longobarda-germanica.

Ai giorni nostri la Regola è un ente giuridico di diritto privato, riconosciuto dalla legislazione statale, disciplinato da una legge regionale e regolamentato da un proprio statuto approvato dalla Regione Veneto. Secondo la legge regionale n° 26 del 1996 A tutte le Regole viene riconosciuta la personalità giuridica di diritto privato, ciascuna Regola è retta unicamente dal proprio Laudo o statuto e dalle proprie consuetudini, nel rispetto dei principi della Costituzione e dell’ordinamento.”

I beni regolieri sono indivisibili, inusucapibili ed inalienabili e sono costituiti prevalentemente da prati, boschi ed immobili agro-silvo-pastorali, cioè da quelle proprietà che gli abitatori originari dei villaggi possedevano in modo collettivo. Attualmente sono patrimonio comune dei loro eredi la cui successione è prevista nei modi indicati dallo statuto. I nuovi statuti in vigore riconoscono anche alle donne i pieni diritti regolieri. I proventi sono costituiti in massima parte dalla vendita del legname. Storicamente la Regola era l’organizzazione tipo, a diritto maschile, per amministrare le proprietà comuni e le comunità di villaggio fino all’avvento di  Napoleone che, nel 1797, soppresse l’istituzione regoliera, nei territori appena conquistati alla Serenissima, sostituendola con i comuni. Le proprietà regoliere ed il loro diritto a ricostituirsi furono riconosciute solo con l’avvento della Repubblica Italiana. Diversa sorte toccò all’Ampezzano, territorio soggetto agli Asburgo, il quale conservò in modo quasi ininterrotto le proprie istituzioni regoliere.

 Caratteri del diritto di proprietà individuale.

Si sa che il concetto di proprietà, per i moderni, è stato fissato dal Codice Civile napoleonico (rimasto come base anche del Diritto moderno in molti paesi), che ne esaminava tre aspetti: il proprietario, la cosa posseduta e la funzione della cosa stessa.

 

Il proprietario

Proprietario è colui che ha il possesso della cosa. Per lui, sul piano giuridico, la proprietà è il diritto di godere e di disporre della cosa nel modo più assoluto.

Ciò comporta, quindi, il diritto di usare della cosa, di rimetterne l’uso ad altri, il diritto di modificarla, di distruggerla, di tenerla per sè o di farne dono ad altri.

 

La cosa

Come espresso assai chiaramente dal giurista tedesco Wendscheid la cosa è "un pezzo di realtà inanimato, senza intelligenza". Ne consegue che la cosa non ha nessun diritto, tanto che può essere perfino distrutta. In pratica è come una superficie liscia e vuota su cui il proprietario proietta i suoi desideri e la sua volontà.

 

Scopo della cosa

La cosa deve servire per il proprietario e ha come caratteristica la circolazione: essere venduta, comprata, passare da un proprietario a un altro.

 

La proprietà regoliera

Totalmente diversa, anzi opposta, è la concezione della proprietà nel diritto regoliero.

 

Il proprietario

Nella Regola il proprietario non è il singolo individuo, bensì la comunità e non solo la comunità attualmente esistente, ma l’insieme di generazioni passate e future che, tutte assieme alla comunità attuale, hanno a che fare con il bene della Regola.

 

La cosa

La Regola (così come visto sopra) è proprietaria di beni silvo-pastorali. Essendo il proprietario un insieme di generazioni di aventi diritto, è impensabile che la cosa possa essere distrutta, come potrebbe avvenire per un bene privato. Anzi, la cosa deve essere protetta, curata e resa atta al suo scopo, cioè deve essere "frugifera", ossia produrre dei frutti. La cosa non è un piano liscio su cui il proprietario proietta i suoi desideri, ma ha delle esigenze che si impongono al proprietario stesso.

 

Lo scopo della cosa

Pertanto la cosa, appartenendo a una catena di generazioni, non è destinata allo scambio, non può essere alienata, nè divisa; deve continuare a supportare tutti i proprietari.

 

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Tesori d’arte nelle chiese dell’Alto Bellunese: Vigo di Cadore” a cura di Rita Bernini, edito da Provincia di Belluno.

Pubblicazione a “più mani” che rende testimonianza oggettiva alla felice intuizione di Antonio Ronzon: Vigo: l’Atene del Cadore, quale luogo d’antica cultura. Il libro enumera e descrive le principali opere d’arte religiosa presenti sul territorio del Comune di Vigo di Cadore con particolare riferimento ai cicli pittorici ed agli aspetti teologici delle pitture….”Il glorioso passato di Vigo di Cadore continua a farsi presente evidenza nella straordinaria densità del suo patrimonio artistico. Le sue ben otto chiese – compresi l’isolato oratorio di S. Daniele e la moderna chiesa di Piniè – sono dei palinsesti in cui le opere si sono stratificate per secoli, sempre nel pieno rispetto dell’inveterata abitudine a rifunzionalizzare, ad adeguare gli oggetti alle mutevoli esigenze del culto e del gusto”.

Così Vigo è una località da “non perdere” per chi fa dell’arte un motivo di conoscenza.

 

 

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Religiosità popolare: Madonna di Col Ciampon       

 

 

La statua della Madonna “Regina della Pace” fu posta in Col Ciampon il 25 giugno 1991 ad opera di un gruppo di volonterosi, sensibili alla cultura della pace di cui Maria è proclamata regina, proprio in un luogo che conobbe postazioni di guerra nel ’15-‘18.

Collocata sopra un piedistallo di pietre ricavato dal materiale di trincea vuole indicare, al passante e al pellegrino, che la  pace ed il perdono sono vere pietre di costruzione d’una società più umana.

A Col Ciampon si giunge attraverso un comodo sentiero contraddistinto dalle stazioni della Via Crucis che furono benedette nelle varie parrocchie del Cadore.

 

Lo stesso percorso è indicato come sentiero botanico: appositi cartellini descrivono le varie specie della flora che si incontrano nel corso della salita.

 

Nello spiazzo sommitale si possono vedere le postazioni militari della grande guerra, recentemente sottoposte a recupero. Per saperne di più circa l’argomento si rimanda alle pubblicazioni di Walter Musizza e Giovanni De Donà ed in particolare a “Il forte di Monte Tudaio”, altro grande manufatto di interesse storico-militare esistente sul territorio.

 

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Don Pietro Da Ronco (1850-1941), emerito studioso di storia cadorina, scriveva nel suo libro “Voci dialettali e toponomastica cadorina” come Vigo fosse un insediamento antico, forse romano. Le ricerche di Giovanni De Donà confermerebbero tale tesi. Infatti durante i lavori del 1915-18 per la realizzazione delle trincee in Col Ciampon furono rinvenute fibule romane e, negli anni scorsi , lungo i declivi di Col Palotto http://digilander.libero.it/archeocadore/index.html sono stati raccolti innumerevoli reperti come monete romane. Si ritiene che su questa altura potesse esserci un castello ancora nel medio evo. Questi indizi evidenti possono divenire certezze attraverso l’esecuzione di sondaggi strategici.

 

 

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Organo di Vigo di Cadore     (Belluno)

Antonio BARBINI  (1757) – Carlo ALETTI  (1894)

 

Vigo conserva  uno dei 25 organi  storici catalogati in Cadore.    Esso fu costruito nel 1757 da Antonio Barbini di Murano (VE) e rinnovato nel 1894 da Carlo Aletti di Monza (MI) che lo restituì all’attuale configurazione fonica mediante l’aggiunta di alcuni nuovi registri ed accessori tipici della scuola organaria lombarda del tardo ottocento, di cui l’Aletti fu valido esponente. Associa, perciò, alla raffinatezza dei registri “veneti” l’incisività dei registri “lombardi”.  Lo strumento, smontato completamente nelle varie componenti, è stato sottoposto a restauro conservativo  nel corso del 1997 dalla ditta Pedrazzi di Broni (PV).

Costruito alla “maniera antica”, a trasmissione meccanica sospesa per la tastiera ed indiretta per la pedaliera, non è stato assoggettato alla riforma ceciliana. Sono da sottolineare alcune particolarità timbriche che non si riscontrano normalmente in altri  organi della stessa epoca (la decimanona e la duodecima suddivise in bassi e soprani) e la “voce” luminosa, calda e coinvolgente che lo rendono particolarmente adatto al repertorio classico italiano ed al “romantico-orchestrale” dell’ottocento.

 

www.organincadore.it

 

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Un’altra risorsa culturale del paese in tema musicale è costituita dal “Coro Oltrepiave” fondato nel 1975. Il coro si esibisce in Italia ed all’estero e, dovunque,  si fa meritevole portavoce “della simpatia e della cultura della montagna”.

Ha al suo attivo alcune incisioni su supporto magnetico e Compact Disc di canti popolari e di montagna.

Per chi desidera approfondire la conoscenza riportiamo l’indirizzo del suo sito internet:

 

http://digilander.libero.it/corooltrepiave

 

 

 

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Prof.  Antonio Ronzon (Laggio 23.03.1848 – Lodi 23.01.1905)

      

Vigo, nel corso del 2005, commemora il prof Antonio Ronzon a 100 anni dalla morte. Cittadino benemerito e professore di lettere nel liceo di Lodi, illustrò ed onorò il suo paese natale e l’intero Cadore attraverso gli scritti (Almanacchi Cadorini dal Pelmo al Peralba; Calvi e i Cadorini; Cadore descritto; Rindemera, scene del 1848 in Cadore; La Regina Margherita in Cadore) e con gli studi (Archivio Storico Cadorino dal 1898 al 1903). Fu l’instancabile “anima” della Bibblioteca Storica Cadorina alla quale cedette, in sede di costituzione nel 1892, la sua notevole raccolta bibbliografica.

Domenica 17 luglio 2005, Vigo di Cadore  Omelia del vescovo mons. Andrich
XVI DEL TEMPO ORDINARIO, CENTENARIO MORTE DI ANTONIO RONZON

La parabola di oggi (grano e zizzania) ci mostra come Dio dà tempo al tempo, desidera che il grano venga a maturazione; solo alla fine c’è la scelta: zizzania da bruciare, grano da mettere nei granai.
“I mulini di Dio macinano lentamente, ma macinano fino!”.
Questa giornata che il Comune di Vigo di Cadore ha voluta solenne per il centenario della morte dello storico del Cadore prof. Antonio Ronzon (nato a Laggio il 23 marzo 1848 e morto a Lodi il 23 gennaio 1905), ci trova qui nella chiesa pievanale di S. Martino, culla di tutte le grandi personalità del mondo laico ed ecclesiastico che qui hanno la loro patria.
Il mio saluto al sindaco Antonio Mazzuzzo, ai curatori di tutti i momenti che fra poco si svolgeranno nel palazzo della Biblioteca Cadorina in Vigo fondata dal prof. Ronzon, agli storici e ricercatori che valorizzano e arricchiscono le ricerche del passato con nuovi lavori per “ricordare”, cioè per riportare al cuore persone e fatti che aiutano a comprendere il presente e a costruire il futuro. La curiosità storica è linfa e sangue della vera civiltà.

Pensiamo la parabola del grano e della zizzania: tutta la vicenda suppone lo svolgersi del tempo: non la fretta di separare, ma la pazienza di attendere, e solo nel tempo definitivo il grano è esaltato.

La vita di Antonio Ronzon ha avuto ritmi di professionalità (insegnante Lodi, Caltanisetta, Arpino e ancora a Lodi fino alla morte) e di appassionata ricerca storica che gli ha fatto valorizzare il tempo. La calma pacata e puntigliosa della ricerca, che prende in considerazione tanti documenti per svolgere un esame rigoroso, dà alla fine il frutto di conclusioni ben verificate.
Gli archivi e gli studi dei ricercatori di storia li possiamo immaginare come monasteri dove non c’è la paura, anzi c’è la gelosia, per i momenti di quiete, di solitudine e di riflessione.
È un grande insegnamento per me e per voi cogliere il valore del tempo ben scandito e operoso, che non accetta di essere usato male in una ricerca affannosa del “tutto-subito”, del risultato immediato da programmazione digitale.
I bilanci che fanno verità sulla nostra vita e la prospettano in avanti con speranza vengono quando sappiamo riconciliarci con il tempo per viverlo con intensità.
Una colomba, nel suo volo, sentendo la resistenza dell’aria, non può pensare: «Se non ci fosse l’aria volerei più veloce!». Senz’aria non volerebbe affatto! Così a noi: impegni e scadenze ci danno ansia, sembrano toglierci possibilità di vivere. Quello che va recuperato è un rapporto sano con il tempo, togliendo l’affanno, scegliendo momenti di lavoro quieto e ben ritmato; un vivere il tempo che faccia maturare le valutazioni su grano e zizzania, su ciò che è positivo e negativo nel nostro vivere.
Questo vale anche per il nostro mondo interiore.
Davanti a un grande cadorino come Antonio Ronzon si rimane affascinati dal suo mondo interiore, vorremmo sapere di più come ha saputo costruire la sua intima personalità per rendere la sua vita così feconda.
Nel 1892, facendo l’orazione funebre a un suo amico, Luigi Coletti (Braccio destro del Calvi nella difesa del Cadore) disse di lui: «Era un cumulo di virtù morali, civili, domestiche. Com’eri gentile, com’eri modesto, com’eri benefico! La sua anima bella era aperta a ogni indulgenza e chiusa ad ogni rancore».
Nel 1887, curando la pubblicazione delle poesie di Natale Talamini scrisse di queste opere: «Nei suoi versi non trovi uno che “plauda al vizio o la virtù derida”».
Importante dire zizzania alla zizzania e grano al grando; non dire bene del male e male del bene!
Pensiamo anche per la nostra moralità quello che ci dice la parabola.
Nel campo della nostra interiorità c'è di tutto: c'è grano e zizzania, dolcezza e veleno, santità e oscenità, amore e odio, in un impasto strano e il più delle volte scoraggiante.
Ma come è importante riconoscere e accettare che dentro di noi ci sia la zizzania, ma anche il buon grano! Dobbiamo stare attenti a quel perfezionismo che alla fine ci fa pessimisti su noi stessi. Il principio più fecondo è «il pensare bene» (si badi: non il "ben pensare" che spesso è solo ipocrisia e inganno).
Iustitia et fide conservabitur.
Nella limpidità della coscienza diciamoci pure: certi problemi che ci appesantiscono la vita hanno senso non perché noi li togliamo, ma perché li dobbiamo accettare. Il Signore che conosce meglio di noi il nostro cuore ci vuole capaci di accettarci come siamo per diventare come vuole lui: fiduciosi e sereni.
Puntando su quanto è in noi luminoso, lo dobbiamo far crescere; sarà il giudizio di Lui, che è paziente e misericordioso, a giudicare come noi abbiamo valorizzato il tempo.
Concludo con le parole della preghiera che abbiamo fatto a conclusione dei riti di introduzione: «Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore: fruttifichi in noi la tua parola perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno».
Questa sia la preghiera e l’augurio anche per i lavori commemorativi di questa importante giornata.

Il 1 aprile 2006 si è svolto, presso la Sala della Magnifica Comunità di Cadore, un convegno per ricordarne la figura e le opere.

Il 28 .12. 2006 è stata presentata la ristampa anastatica de "Archivio Storico Cadorino" edito da Nuovi sentieri,  presso la Biblioteca Storica Cadorina

 

 

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Domenica 23 luglio 2006 si è svolta la VII edizione della Festa “Del pan del prà”. Nel corso della cerimonia seguita alla S. Messa celebrata in Arena, presenti le autorità comunali, il Capitolo di S. Antonio e l’assessore regionale Oscar De Bona, è stato premiato il sig. Elvio Da Rin Pagnetto nato a Bridgeport in Connecticut (U.S.A.). Non presente per motivi di salute,  ha delegato i parenti al ritiro della targa. Un riconoscimento è stato consegnato al sig. Arturo Da Rin De Lorenzo di Joliet in Illinois (U.S.A.).

Nel pomeriggio si è svolta la sfilata dei gruppi in costume provenienti da diverse località.

 

          

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Sagra di San Pellegrino a Coi  (Zoldo Alto – agosto 2006)

Posto un ritratto in legno di Erwin Maier, opera di Angelo Vecellio

 ...E’ seguita all’Ort di Fior una semplice quanto significativa cerimonia di collocazione di un ritratto del carabiniere e atleta Erwin Maier. Si tratta di una scultura in legno di Angelo Vecellio, di Vigo di Cadore, che è stata posizionata accanto alla stele in marmo d’Istria inaugurata lo scorso anno e recante il saluto carnico «Mandi Frut», «Arrivederci ragazzo»...

Don Floriano Pellegrini

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Domenica 26 novembre 2006 la locale sezione dei donatori di sangue "Leo Amadori" ha festeggito il 50° anniversario di fondazione. Presenti le autorità comunali, le rappresentanze delle sezioni cadorine e la gemellata sezione di Casier (TV).

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 La Lioda: «Questione di soldi»

 

Corriere delle Alpi, 25.10.2007     La Lioda: «Questione di soldi»

 

VIGO DI CADORE. Il referendum? Una questione prima di tutto economica. Lo pensa Franco Regalia, presidente dell’associazione culturale “La Lioda”, nata circa 10 anni fa per mantenere vive le tradizioni ladine a Vigo e negli altri paesi dell’Oltre Piave.

«E’ mia opinione che le motivazioni culturali vengano abbondantemente dopo quelle di “portafoglio”», dice Regalia, «e questo è comprensibile se si dovesse ragionare solo in termini di “interesse”. Con l’attuale sistema che privilegia le province e le regioni a statuto speciale il confronto è quasi improponibile, così come il concetto di pari opportunità tra territori contermini. E’ questo tipo di sistema che non è più compreso dalla gente. La montagna veneta, ormai da anni, tenta di far sentire il suo grido di dolore con scarsi risultati. Basta pensare alla richiesta di autonomia della provincia di Belluno».

«Per venire alle motivazioni culturali», dice ancora il presidente della Lioda, «aggiungo che, se da un lato Cortina nei 4 secoli compresi tra il 1511 e il 1919 è rimasta asburgica, per conquista e non per volontà popolare (allora non esistevano di certo i referendum); d’altro lato devo far rilevare che per almeno i mille anni precedenti gli ampezzani erano un tutt’uno coi cadorini. Stesse genti, stesso DNA, stessa lingua, stessa religione, stesso Patriarcato, stessi usi e costumi, stessi sistemi di autogoverno ed amministrazione che i cortinesi hanno avuto la tenacia di conservare, poi, sotto gli Asburgo. Non so come possano chiedere di passare dall’altra parte, se anche quando facevano parte dell’Impero Absburgico, avevano chiesto ed ottenuto dall’imperatore, loro sovrano, di essere giudicati per le accuse più gravi ad Udine, nella Serenissima Repubblica, e non a Bolzano o a Innsbruk, perché per la comprensibilità della lingua e per l’applicazione delle misure derivanti dagli Statuti Cadorini, che anch’essi avevano contribuito a formulare, si sentivano più tutelati. E questo è storia vera».

Vittore Doro

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Quest'anno (2007) ricorre il 50° anniversario della morte del Cardinal Giovanni Adeodato Piazza, nato a Vigo di Cadore nel 1884 da Giuseppe e Elisabetta De Nicolò. Due zii carmelitani, padre Dositeo e fra Giuseppe, e due zie suore, suor Dositea e suor Margherita, lo orientarono verso la vita religiosa. Entrò nel Carmelo di Treviso il 14 settembre 1897 e dopo aver terminato il ginnasio andò a Brescia dove il 7 agosto 1902 indossò l'abito religioso assumendo il nome di Adeodato. Fra il 1904 e il 1906 prestò servizio militare all'infermeria presidiaria di Treviso senza peraltro interrompere gli studi. Il 19 dicembre 1908 fu consacrato sacerdote e celebrò la sua prima messa il giorno di Natale nella chiesa degli Scalzi a Venezia, Nel 1915, allo scoppio della grande guerra, fu arruolato nel 21° reggimento cavalleggeri di Padova e inviato al fronte vi rimase per tutta la durata del conflitto. Congedato ritornò nella comunità di Tombetta (VR) e di lì a poco fu nominato priore del convento di S. Pietro (BS). Chiamato a Roma prestò la sua opera in qualità di Segretario Generale dell'Ordine dei Carmelitani per divenenire, nel 1925, Procuratore Generale. Il 29 gennaio 1930 fu nominato Arcivescovo di Benevento, carica che onorò per 5 anni. A seguito della morte del Cardinale La Fontaine, papa Pio XI lo preconizzava Patriarca di Venezia nel Concistoro del 16 dicembre 1935 e il 13 dicembre 1936 lo elevò alla porpora. Durante il secondo conflitto mondiale ottenne che grosse partite di derrate alimentari giungessero in città; insieme a mons. Olivotti iniziò un'opera di assistenza per migliaia di ragazzi bisognosi di cure e nei mesi più bui si adoperò presso gli alti comandi perchè Venezia fosse dichiarata città aperta. Nel dicembre 1943 riuscì a convincere il col. Goering a non allagare il territorio del basso Piave, azione che avrebbe richiesto lo sgombero di 30000 abitanti. Il 2 aprile 1945 fu proprio padre Giulio Mappelli, incaricato dal Cardinale, ad accompagnare i membri del CLN al comando tedesco dove fu raggiunto l'accordo per l'abbandono di Venezia da parte delle truppe di occupazione. Denunciò insieme con il vescovo di Trieste, mons. Antonio Santin, le barbarie dell'immediato dopoguerra. Nel 1948 Pio XII lo chiamò alla Concistoriale, oggi detta S. Congregazione del Vescovi. Nei nove anni di vita romana partecipò a numerosi congressi nazionali ed internazionali, presiedette numerose conferenze episcopali e fu legato pontificio nel 1951 a Catania, nel 1954 in Brasile e nel 1957 a Bari. Notevole fu il suo impegno per gli emigranti che visitò nei suoi numerosi viaggi all'estero. Si spense il 30 novembre 1957 a Roma e fu tumulato nella basilica di S. Teresa.  (tratto da LA FAMIGLIA PIAZZA DI VIGO a cura di G. De Donà)

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Il 25 luglio 2007 il Santo Padre Benedetto XVI, nel corso delle sue prime vacanze in Cadore, ha fatto visita e ha pregato nella chiesetta di S. Orsola

 

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Durante il mese di agosto 2007 si è tenuta, presso i locali della Bibblioteca Storica, la mostra delle acqueforti di Francesco Piazza (1931-2007), affermato artista trevisano con antenati originari di Vigo.

 

 Quest'anno ricorrono gli 800 anni di fondazione della Pieve di S. Martino. Per il dettaglio dei festeggiamenti vedi la pagina: S. Martino

Alla mostra dei costumi alpini che si tiene a Luserna (TN) dal 5 aprile al 5 novembre 2008 è presente il nostro costume femminile.

Dal 29 giugno 2008 al 31 agosto è aperta la Mostra d'arte Sacra presso la chiesa della Difesa

Dal 6 al 27 luglio 2008 presso il palazzo della Biblioteca Storica  "A Due Passi da Casa"  Mostra di poesia e fotografia a cura di Adeodato Nicolai Piazza e Vito Vecellio. Un appuntamento da non mancare!

Il 29 agosto  si è svolta a Laggio la seconda edizione della conferenza "Il clima questo S...Conosciuto" con la partecipazione straordinaria del maggiore Guido Guidi metereologo dell'Areronautica Militare e delle reti RAI

Intelligente l'iniziativa della Farmacia Donini di Vigo di omaggiare i propri clienti con un calendario locale. Le poesie in versi sono di Adeodato Piazza, quelle "in foto" di Vito Vecellio.    

...Me son tacou

ale radìs dela fameia cuanche son emigrou

e apena tornou ei ciatou che le radìs era

cuasi sparide. No sei aonde l'é deste a finì...

Amara considerazione per una cultura locale in declino. Serve un sussulto. Ma quale sensibilità è rimasta?

Il 22 dicembre 2008 il nostro gruppo ha consegnato alla Biblioteca storica il ilbro "Una Comunità, una fede", storia e cronaca di un evento importante per la nostra comunità cristiana.

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………La gente crede, sbagliando, che gli storici siano gli uomini del passato, i rimuginatori, forse persino nostalgici, del «bel tempo che fu», almeno quando poté essere bello. Per molti incontrare uno studioso di storia se proprio proprio non porta iella, di sicuro arreca una perdita di tempo (pensano: «Tant’è: essi sono abituati a ragionare in termini di secoli e alle piccolezze di qualche quarto d’ora…»). A volte prova un anticipato mal di capo, giacché quell’inevitabile elenco di nomi, fatti, e rispettive date, cui dovrà sottoporsi, nella sua immaginazione colorita assomiglia un po’ troppo alla colonna «uscite» della spesa mensile; meglio passare ad argomenti più distensivi, dove, per quanto poco, si è sulla colonna «entrate», che già nella parola portano, come da una finestra aperta, una buona boccata d’ossigeno e di vita, al posto del puzzo di muffa e di mummie (la matematica, secondo questi tali, con la sua assolutezza, con tutti quei numeri incrociati, ha in sé un profumo sgradevole di naftalina; la storia, poi…).

La linguistica riflette il senso comune, che non sempre è buono. Costretta a descrivere la storia, le ha appiccicato quel termine «passato», che è l’espressione più idonea per dire, ai buoni intenditori, che è meglio lasciarla in disparte, che non troverà mai dalla sua un «presente» e tanto meno un «futuro»; non farà mai famiglia, non avrà mai progenie e, chi riempie di passato il presente, non fa che gettare alle ortiche secche del passato anche il presente; è uno strozzinaggio, un omicidio cronologico. Gli storici dovrebbero essere indagati, processati e condannati a starsene rinchiusi nel giardino segreto dei loro rimuginamenti essicanti il presente e lasciar vivere chi vuol vivere!

Noi, al contrario e in barba alla linguistica che ha fatto o vorrebbe fare della storia la «scienza del passato», crediamo che essa si occupi, in realtà, del presente secondo quella particolare dimensione del presente che è il suo spessore formativo. Senza questa dimensione di profondità, che gli è propria e innegabile, il presente è pura proclamazione di sé, fondata sul nulla, un vuoto più o meno spinto ma che si grida ed alza prepotente la cresta, assenza di ogni entità, mancanza di tutto. La parola «presente», che sembra dir molto, in realtà dice fuggevolezza, più che presenza stabile; l’attimo in ogni caso fuggevole; lo spartiacque, più sottile del filo d’una rama di rasoio, tra il passato e il futuro. Nell’atto stesso della lettura di queste riflessioni la mente, come una gamba sospesa nel cammino, è ora avanti e ora indietro rispetto al presente; l’attimo in cui è perpendicolare, in cui è immobile in una situazione di presente in verità non esiste e si verifica stabilmente solo nel non camminare più; come l’homo sine pecunia (stando al detto degli antichi, più o meno saggi), anche il presente, così concepito, è un’imago mortis. Si tratta, perciò, camminando, ossia vivendo, di sapere da dove e verso dove si sta andando. Pretendere di vivere solo il presente è una auto-illusione e un auto-inganno, privare sé stessi del dono più grande del presente stesso, cioè della vita, che è l’assaporare e far nostro, per quanto possibile, tutto ciò che di bene è stato compiuto e vissuto prima di noi, e avere la gioia di progettare qualcosa di nuovo per il bene di chi verrà dopo di noi e per noi stessi che non abbiamo, e sarebbe ben triste avessimo, solo l’oggi, solo quest’ora, solo questo minuto, un secondo, e nessun secondo, minuto, ora, giorno, anno, ecc., di vita oltre questi, presenti.

Noi crediamo che il passato non sia un tempo contrapposto al presente, ma che faccia parte del presente e sul quale il presente stesso si fondi. La parola passato trae in inganno, se intesa come sinonimo di «trascorso», «terminato», «concluso». Sarebbe una visione bambinesca della storia e immatura del presente; è ai bambini che si insegna, per comodità didattica, a concepire la storia secondo periodi netti, scatole definite e per un qualche tratto incomunicabili, stanze ben distinte e con una sola porta di accesso l’una all’altra, per non confondersi troppo l’una nell’altra; ma la realtà non è così: è intercomunicabile. Noi siamo come un albero e portiamo dentro di noi i cerchi concentrici di tutte le epoche, di tutte le vite alle quali la nostra vuole, desidera e può collegarsi, come in realtà si collega, anche al di là del nostro volere. Noi siamo alberi, piante vive, non mattoni sovrapposti. Ogni persona può dire: «Se io sono un cerchio fatto così è perché prima di me ci fu un cerchio fatto in quell’altra maniera». Rinnegare il passato, sarebbe come negare quei cerchi che stanno più in là del mio o dire che, nell’albero, contano solo gli ultimi cerchi; sarebbe negare la parte più profonda del proprio io, ciò che dà all’io la propria identità e la propria consistenza storiche. A differenza di quello che si canta in una bella canzone alpina, noi non siamo «figli di nessuno», nessuno lo è, né può esserlo dal punto di vista storico (nessuno nasce da sé, ma da altri, è fin ovvio il dirlo). Nel nostro corpo, come nel nostro spirito, sono incisi i tratti del padre e della madre, dei nonni, degli avi più lontani nel tempo. Quante volte, osservando una fotografia, esclamiamo: «Quella persona assomiglia alla nonna, allo zio!». Questa è una ricchezza, ed è giusto, ed è un dovere esserne consapevoli.

Sapere che colui che mi sta a fianco discende da un capostipite comune e porta in sé il mio stesso sangue, gocce della mia vita, non è la stessa cosa che se ciò non fosse. Osservare gli occhi e le labbra di colui o di colei che ti ha dato la vita, non è come osservare gli occhi e le labbra di uno sconosciuto, di una sconosciuta, che pure possiamo amare, ma sarà sempre un diverso amare: quante emozioni, infinite emozioni, si colgono in più negli occhi e nelle labbra di chi ci ama, persino in quelli di chi ci ha amato! In queste e simili esperienze quotidiane di amore, di cui avvertiamo la preziosità per cui vorremmo non si interrompessero mai, è già presente il senso più genuino della storia, che non è mai la «mia», ma sempre una «nostra» storia. Il senso della storia è il senso del noi, dell’essere comunità; amore per la storia è amore per la comunità, gioia di appartenere ad una comunità. Intuire quanto sia bello poter dire che quella donna, quell’uomo, che pure sono di una generazione passata rispetto alla mia, non con ciò mi sono estranei, che anzi…

Beati coloro che non guardano al passato come ad un tempo morto, ma come ad un tempo che si affida, umile, silenzioso, eppure quantomai ricco e affidabile, al presente. Il passato tende la mano, le sue molte mani; al di là delle mani, vediamo volti, labbra, occhi, persone, che si affidano a noi e ci chiedono di non dimenticarle, per quanto ciò sia possibile. Nelle mani ci porgono le loro anime. Ricordare è amare, solo chi ama ha piacere di ricordare; chi dimentica è un miserabile, cova in sé l’anima del tradimento, come se fosse quel «figlio di nessuno» che nessuno vuole essere, né può essere, per quanto si comporti come tale.

C’è persino un dovere civico di ricordare coloro che, più di altri, hanno lavorato, sofferto e in alcuni casi persino offerto la vita per il benessere della loro comunità, della piccola e della grande Patria. Ognuno ha una Patria, un padre e una madre. I loro cuori, i loro corpi, le loro braccia, la loro casa, ovunque e comunque, sono la riva del mare immenso da cui ognuno di noi ha cominciato a guardare il mondo; come dimenticare, solo perché è di qualche anno fa tutto ciò che è accaduto, il tratto di spiaggia su cui si sono mossi i primi passi? Nei documenti del passato, delle esperienze e delle vite delle generazioni precedenti all’attuale, le persone di allora ci raccontano di sé e, in molti casi, offrono preziosi consigli; dalla loro esperienza e, certo, anche dai loro sbagli, chi vuole può imparare; ci vien chiesto solo l’umiltà e la saggezza di ascoltare.

Lo storico è un ascoltatore. Prima ancora di leggere, di interpretare, di ipotizzare, è un ascoltatore. Non siamo, anche senza essere storici di professione, tanto insensati da gettare a terra il secchio d’acqua buona che le generazioni di ieri hanno recato sulle loro spalle, fino a noi, proprio per noi, con la scusa che quella non può essere acqua buona, perché è stata raccolta in un viaggio iniziato ieri! E che vuol dire? Non poteva esser iniziato altro che ieri! Senza il passato, il presente non ci darà mai che frutta immatura, per ogni cosa buona serve la sua maturazione, la sua crescita, quello che superficialmente si dice «il passato»; nessun presente ha in sé la sorgente del suo esistere, ogni presente non può far altro che attingere dal passato e dalle spalle di coloro che sono vissuti nei mesi precedenti a quello in corso! ……..

Don Floriano Pellegrini

 

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Il mio paese si chiama Laggio;

-Adesso te lo faccio vedere ma prima dimmi dove hai alloggiato!!!! Secondo me allo splendido “Giannina” o al meraviglioso “ Diana” ma, se volete vedere l’ arena dall’alto correte all’ albergo “ Miramonti”; se hai voglia di portare i tuoi figli a giocare portali all’ arena, sicuramente c’è qualche  bambino, qualche volta anche anziani che leggono il giornale. Se hai voglia di fare qualche compera, puoi rivolgerti a “Micky Mode”, ti vestirà come una regina e si trova vicino alla rotonda. Hai visto Lucia? È la dirigente del bar “Dolomiti”.  Fumi e leggi? Il posto giusto è l’edicola “Da Fiorina”, una gentile signora consiglierà a te e ai tuoi bambini il giornale giusto. “Marilisa”è una signora fruttivendola, nel suo negozio puoi trovare tante verdure e frutta buona, se sei un bambino ti offre una caramella.  Ci sono anche 2 buone gelaterie che si trovano sulla via principale dove si arriva alla scalinata della chiesa. Hai  visto Denis che prepara la pizza? È il giovane pizzaiolo con gli occhi che ridono. Se hai un guasto alla macchina, ci sono sempre disponibili 2  nonni che te  l’ aggiusteranno in un batter d’occhio!! “I fratelli De Martin”. Proprio di fronte c’è “Tutto per la casa”dove si trova proprio tutto!!! Hai i capelli scompigliati e vuoi rifarti i ricci? Ben 2 parrucchiere sono a tua disposizione e se vuoi essere proprio all’ultima moda, vai da “Arte ottica” o alla”Crystal” che ti offriranno un buon occhiale. Accidenti , ti sei dimenticata di fare la spesa andando in tutti questi negozi! Ma sempre aperta c’è la “Cooperativa”; forse Grazia, che è una simpaticona ti farà uno sconto. Ma aperta non c’è solo la Cooperativa ma anche “Eliana”, l’ altro piccolo supermercato che si trova in Piazzetta. Lì troverai tutto per una bella scorpacciata. Che profumo che sento !!! sarà il panificio “Marcon”? Esatto è proprio il panificio Marcon, dove fanno un pane, delle pizzette e dei dolcetti da leccarsi i baffi, anzi di più!!! Peccato che fra poco chiuderà!!! Che bei fiori che ha quella signora!!! Sono certa che li ha acquistati da “Arte in fiore”! Dove lavorano 2 mamme: Florangela e Viviana!!! Ma Laggio non finisce qua! Michela , Giovanni, Stefania e Franco attraverso il “Girasole giovani” insegnano attività manuali come:

-ricamo

-pittura(anche sui sassi)

-falegnameria

-perline

e alla fine della giornata li fanno giocare a calcio, palla avvelenata e tanti altri giochi. Quasi ogni domenica vanno in montagna scoprendo posti nuovi e facendo molte passeggiate. C’è anche un’ altra bella passeggiate; dopo tante stazioni della Via Crucis si arriva alla favolosa Chiesetta di San Daniele dove si vede un panorama fantastico, spero scriverai qualcosa  sul librone delle firme! Ma non ti racconto altro, non vorrei rovinarti la sorpresa!! Ferma!! Prima di andare a casa corri da “Spicchi d’ arte” o alla “Fotoottica ok” a comprare un souvenier, così ti ricorderai dello splendido Laggio! Ora tornerai a casa felice? Vero? E la prossima estate spero ritornerai! Ti racconterò tutte le novità, belle e brutte, comunque sicuramente belle, anzi splendide!!!!!!!                                      

                                                        Veronica Da Rin Delle Lode

                                                                    V elementare

 

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 Domenica 28 giugno 2009, presso la sala della Magnifica Comunità a Pieve, è stato presentato "Devo partire per una lontana terra..." della nostra concittadina Angela (Lina) Nicolai. Il diario, scritto nel 1953, descrive le impressioni ed i turbamenti dell'autrice durante il viaggio di trasferimento in nave verso l'Australia.

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Mese di agosto 2009: interessante mostra presso la Biblioteca Storica Cadorina. Sono in esposizione pergamene e documenti del XIII secolo e successivi.

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Palio di San Martino  7 - 8 novembre 2009:

Udite! Udite! Populo de le vile de Vico, Laglo, Pelusio, Laurençago et Lucio

 

Per honorar l historia et la legenda de messer Ainardo da Vico, notabil homo de Cadubrio, et de la nobil matrona Margareta da Leisach de Tirol, uxora sua, indiciamus l palio de Sancto Martin inter le vile de Vico, Laglo, Laurençago, Lucio et Pelusio, lo  7 de novembre et  postero 8, anno domini 2009, in plaza de la plebe de Vico cum li giuochi de la fortuna e de l ingegno.

Vinca l milior! Viva la Plebe! Viva li sancti patroni!

 

Uno spaccato di vita medievale animato da gente in abiti d´epoca, mercatanti e artigiani alle prese con gli antichi mestieri, giochi di fortuna ed abilità nel borgo di Vigo di Cadore per contendersi l’ambito premio finale: il Palio di San Martino. Manifestazione spettacolare e calamitante, ricca di calore e colore popolare. Ed il contorno altamente suggestivo con il granitico Tudaio ed il civettuolo Cridola a far da testimoni alla onestà dei villaggi concorrenti. Siamo nel cuore delle Dolomiti. Marzo 1208: i cinque villaggi si trovano riuniti nella stessa Pieve, istituzione religiosa e civile che detterà la cadenza della vita sociale. Maggio 1346: il popolo plebano ricorda il suo notabile rappresentante, Ainardo da Vigo.  Cinque paesi si abbandonano alla fantasia che il loro passato richiama. La leggenda si unisce alla storia per regalare agli spettatori un indimenticabile tuffo nel mondo del sano divertimento. L’affascinante rappresentazione del leggendario mistero, da parte degli alunni delle scuole locali, regalerà la magia del narrato. Figuranti, dame e messeri faranno bella mostra al Corteo storico, accompagnato da sbandieratori e tamburini. Soldati d’altri tempi si cimenteranno in faticosi duelli e, alla fine, la gara più attesa: la prova di tiro con l’arco. Avanti miei prodi! Diranno i sostenitori di ciascun villaggio. Il Palio sarà nostro! Il villaggio che ottiene il punteggio maggiore sommando tutte le prove si aggiudicherà “il più bel drappo” da conservare fino al prossimo anno. E…per chi non volesse stare solo a guardare…grigliate, salsicce, minestre medievali annaffiate dal vin de San Martin e dalle immancabili castagne. Vi aspettiamo numerosi sabato nel pomeriggio e domenica 8 novembre 2009.

La villa risultata vincitrice della prima edizione del Palio di San Martino è stata Vigo, che conserverà il drappo presso la propria chiesa fino alla edizione del prossimo anno.   http://www.vigomedievale.it

                                                                                  

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10 maggio 2010

Da circa un mese, immagazzinati nella parte interna della piazza di S.Orsola in prossimità dell’ufficio postale, giacciono alcuni blocchi di granito grigio chiaro che dovranno costituire la nuova fontana acquistata per abbellire la piazza principale di Vigo. Pezzi robusti, ben lavorati in modo industriale, che non ci convincono circa il tipo di materiale e lo stile, così lontani dalle nostre tradizioni. Notoriamente ci occupiamo di cultura locale e avremmo preferito un arredo urbano più consono ad una piazza che vede affacciarsi un edificio sacro del ‘300 di straordinaria bellezza quale è Santa Orsola.

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4 - 5  settembre 2010

La seconda edizione del Palio di San Martino è stata vinta da Lozzo con 134 punti; nell'ordine Laggio 129 punti, Lorenzago 124 punti, Pelos 98 punti e Vigo 87 punti.

Il prossimo 14 novembre, festa di San Martino verrà consegnato ufficialmente il palio ai vincitori di Lozzo che lo custodiranno fino alla nuova edizione.

Settembre 2010; ecco una interessante foto gallery delle opere d'arte e del palio 2010:

http://vafeltre.smugmug.com/Other/Palio-at-Vigo-di-Cadore

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Il giorno 3 ottobre 2010 don Andrea Constantini, pievano di Vigo, ha fatto l'ingresso nella sua nuova parrocchia di Falcade. La Pieve di San Martino è attualmente senza parroco.

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15-16 maggio 2011:  Elezioni amministrative

Si sono presentate due liste. E' risultato eletto sindaco Mauro Da Rin Bettina con la lista Vigo verso il futuro.

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3 - 4 settembre 2011   Palio di San Martino edizione 2011

E' risultato vincitore Vigo con 461 punti, secondo Lozzo 400, terzo Pelos 372, quarto Laggio 354 e quinto Lorenzago con146 punti

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Novembre 2011: Nominato il nuovo pievano che sarà mons. Renato De Vido. La cerimonia d'ingresso avverrà domenica 13 novembre, festa di San Martino.

18 maggio 2012: Approvato il nuovo statuto comunale di Vigo con delibera n° 7 del Consiglio

"Con lo statuto si tratteggia l’idea di comunità, si enunciano i principi ed i valori fondanti che debbono ispirare l’azione dell’amministrazione, si dispongono le regole dei rapporti tra l’autorità comunale ed i diritti dei singoli e della società, mediante istituti e procedimenti partecipativi si definiscono le modalità di intervento e di concorso alle scelte politico-amministrative delle associazioni e delle organizzazioni democratiche liberamente costituite ed operanti nella comunità;"

 

 

 

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