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Breve Storia, Crescita Demografica

San Cataldo

I COGNOMI PIU' DIFFUSI
A SAN CATALDO


925 Falzone
834 Riggi
641 Amico
641 Anzalone
443 Cammarata
443 Maira
342 Palermo
332 Ferrara
318 Naro
298 Scarantino


Breve storia della città, dagli arabi alla rivolta contro i Borboni
La terra di San Cataldo era anticamente chiamata "Casale Caliruni". Fin da tempo antichissimo questo territorio rientrava nella comarca di Calascibetta, successivamente aggregato alla provincia e alla diocesi di Girgenti.
Nell'anno 1300, in seguito alla ribellione di Giovanni Barresi, il Casale fu devoluto alla corte e concesso a Bernardo de Siniscalco. In seguito, il casale assunse la denominazione di "Baronia di Fiume Salato" dal fiume omonimo, baronia che venne suddivisa in nove feudi (Pirato, Barboraso, Marcato Vallone, Mustigarufi, Palo, Ciuccafa, Caliruni oggi Quartaruni, Dragaito, Mandra di Mezzo) e nove terre comuni (Liquatri, Beata, Achille Caruso, Morillo, Sirocco, Vassallaggi, Santuzza, Mariggi, Antonino Pignato). Sulle rovine dell'antico Casale di Caliruni sorse all'inizio del sec. XVII il comune di San Cataldo. Il 18 luglio 1607 Nicolò Galletti chiese a Filippo II, re di Sicilia, lo "Jus populandi et aedificandi dictam Baroniam olim nominatam Casale Caliruni, in quo sunt et apparent fabricata e multe, domus et in eis habitationem habere".

Occorre tener presente ancora due dati:

a) dalla fondazione del Comune sino al 1817 San Cataldo fece parte della provincia di Girgenti (Agrigento);

b) dalla fondazione Comune sino al 1844/45 la locale comunità ecclesiastica dipendeva dalla diocesi di Girgenti e ciò in seguito alla istituzione avvenuta nel 1093 di detta diocesi per diploma del Gran Conte Ruggero il quale nominò vescovo San Gerlando e la dotò delle decime di un vasto territorio che si estendeva sino al fiume Salso e della proprietà di un terreno citato nel predetto diploma coi nome di "Cathal" che sorgeva in località "Citra Salsum"; da ciò nasce l'ipotesi tutt'altro che infondata che il nome di San Cataldo si riferisca alla proprietà della diocesi.
Nel 1818, il Comune di San Cataldo prese a far parte della Provincia e Distretto di Caltanissetta. La rivoluzione di Napoli incitò alla rivolta il popolo di Palermo al quale si unì quello di San Cataldo stanco di sopportare i soprusi e le angherie da parte delle autorità borboniche. Gli abitanti di Caltanissetta invece, per dimostrazione di fedeltà ai Borboni e per non perdere i privilegi ottenuti, non aderirono ai moti popolari.
La Giunta rivoluzionaria di Palermo istituì sette guerriglie dirette ai capoluoghi delle provincie per ottenere la loro adesione ai moti popolari. A capo della guerriglia composta da ottocento uomini di estrazione sociale eterogenea, reclutati a Bagheria, Villalba e pochi a San Cataldo e destinata a Caltanissetta, fu nominato il principe Salvatore Galletti, il quale pose il suo quartiere generale presso il convento dei Cappuccini di San Cataldo.
Il Galletti fu considerato come un nemico dai nisseni e, invece di venire a trattative con lui, gli dichiararono guerra. Il principe, cosi, intimò la resa formale, alla quale i nisseni risposero con le armi, occupando monte Babaurra e tentando di uccidere il principe per portarne in trionfo la testa. Non riuscendo nel loro intento, uccisero il gonfaloniere dei principe e incendiarono il palazzo Galletti. L'indomani, 11 agosto, i cittadini di San Cataldo e la guerriglia attaccarono monte Babaurra e riuscirono, dopo una lotta accanita e disperata, a riconquistare la posizione costringendo i nisseni alla fuga.
I nisseni, dal canto loro, abbandonati dal Gallego che era fuggito con i soldati napoletani del presidio, prevedendo le conseguenze di una grave sconfitta, mandarono a San Cataldo, la mattina del 13 agosto, il frate domenicano Anzalone quale ambasciatore e portatore di pace. Mentre le trattative erano in corso, un gruppo di quattrocento nisseni assalì l'avanguardia del monte Babaurra. Il Galletti inviò le sue truppe, le quali, dopo aver riconquistato le posizioni perdute, marciarono su Caltanissetta occupando le alture del monte San Giuliano, della collina S. Flavia e del monte Tre Croci. La stessa sera iniziò il bombardamento della città.
Non trovando alcuna resistenza, le guerriglie, inferocite per il tradimento, si abbandonarono ad azioni violente. Le rappresaglie nissene però, non tardarono: per cinque sabati consecutivi (rimasti nel ricordo dei sancataldesi come i "sabati dell'irruenza"), protette dalla compiacente inazione dell'intendente borbonico reinsediatosi nel capoluogo, orde facinorose occuparono la città e si abbandonarono ad ogni eccesso di violenza e di atrocità.
Dopo queste cinque incursioni, le autorità civili di Caltanissetta e di San Cataldo posero fine alle ostilità, ripristinando i rapporti tradizionali fra le due comunità. Il 29 gennaio 1848 il Comitato di liberazione di San Cataldo inviò al Comitato di Palermo l'adesione alla rivoluzione scoppiata il 12 gennaio 1848. Verso la metà dei 1860 tredici sancataldesi guidati dal
capitano Francesco Lunetta andarono ad ingrossare le file dei garibaldini che aveveno già risposto all'appello dell'eroe.
L'8 agosto 1862 Garibaldi insieme a Fra' Pantaleo ed Alessandro Dumas (padre) furono ospitati dal barone Alù nel suo palazzo oggi proprietà della Compagnia di S. Angela Merici.
Con il regio decreto del 18 settembre 1865 il comune di San Cataldo venne elevato al rango di città in riconoscimento della sua partecipazione al processo di unificazione nazionale.
A San Cataldo, stazionò, per il periodo del servizio militare, il grande
Edmondo De Amicis, e ne cita la vicenda nel suo libro "La vita militare".

La guerra fra San Cataldo e Caltanissetta
di Salvatore Falzone
12 agosto 1820
Il Monte Babbaurra, 800 metri d' altezza, a cavallo tra i territori di San Cataldo e Caltanissetta, è un punto strategico. Qui, tra ciuffi d'erba abbrustolita, sono sparpagliate le truppe sfasciate del principe Salvatore Galletti di Fiumesalato che un mese fa, nelle stanze del suo palazzo di piazza Marina a Palermo, ha deciso di capeggiare la rivolta degli autonomisti siciliani contro i Borboni prepotenti. A parte pochi soldati, qualche tenente colonnello e un buon numero di abitanti sancataldesi, armati di fucili e coltellacci da cucina, fra le file delle milizie del principe c'è un pò di tutto: eroi, avanzi di galera, sediziosi, ladri di galline, violenti da strapazzo e alcolizzati cronici, chiamati a raccolta dai comuni vicini. Nessuno di loro sa come si combatte una battaglia, ma tutti sono d'accordo: bisogna sgretolare i gruppi armati della borbonica Caltanissetta. A qualunque costo. Il principe ha promesso lauti bottini. Nel convento dei padri Cappuccini è ubicato il quartier generale di Salvatore Galletti. Lì dentro il principe è rimasto chiuso nei giorni precedenti, bevendo acqua e limone, mentre i suoi soldati conquistavano il monte Babbaurra dopo poche ore di combattimento. In cima al monte, a tre miglia da Caltanissetta e a uno da San Cataldo, Galletti ha posizionato 200 dei suoi 800 soldati, che all'alba di oggi, dopo una notte stellata, si preparano a lanciare l'attacco decisivo. Ieri pomeriggio, l'Intendente della provincia di Caltanissetta Luigi Gallego Naselli ha inteso l'antifona ed è fuggito dalla città a gambe levate. Lo hanno seguito 150 fanti guidati dal comandante della Valle colonnello Favalli, il quale fino a quel momento aveva curato la regia delle operazioni di difesa, riunendo due compagnie di 150 uomini ciascuna e aggiungendovi 50 militi di fiducia della Compagnia mobile provvisoria. Stamattina, abbandonati dai loro prodi strateghi, i nisseni si sentono perduti. Inneggiano al re di Napoli, ma battono i denti per la paura. Tuttavia, in preda a un impeto superbo di orgoglio, hanno provato a riorganizzarsi alla meglio, infervorati dalla retorica dei fratelli Giannone, che hanno preso in mano le redini delle truppe. Hanno caricato anche una decina di piccoli cannoni, ma di legno, perché non hanno avuto tempo di fonderli in bronzo. Alle nove e un quarto le truppe del principe aspettano ancora il segnale d' attacco. C' è caldo, invece, e non ci sono alberi che fanno ombra. Verso le dieci i nisseni spediscono un certo Giovan Tommaso Anzalone, padre domenicano, 78 anni, come ambasciatore di pace. Nel convento dei monaci Cappuccini il principe Galletti, cortese, lo riceve. I due discutono. Alla fine scendono a patti: i nisseni dovranno consegnare Gallego e i magistrati istigatori della resistenza, tutto l' arsenale con le armi, 16 mila onze per le spese di guerra e la garanzia scritta dell' adesione alla rivoluzione palermitana. L' ambasciatore fa sì con la testa, le trattative sembrano andare in porto, il principe è soddisfatto. E per un attimo s'illude di averla spuntata: ancora non sa che, mentre lui sta trattando col vecchio, un drappello di 400 nisseni assalta di sorpresa il monte Babbaurra per costringere l' avamposto del principe ad abbandonare la posizione. I nisseni attaccano con impeto, avanzano con la falcata delle bestie feroci, gridano come forsennati: "Infami, traditori!". Presi alla sprovvista, i rivoluzionari cercano di caricare i cannoni e di sparare le prime palle, ma nella concitazione del momento sbagliano mira. I comandanti urlano disposizioni d'emergenza che non hanno niente a che vedere con lo straccio di tattica che avevano messo a punto per distruggere la città borbonica. Si sforzano di rispondere all'attacco, ma già indietreggiano senza rendersene conto. Un energumeno mezzo sbronzo risale incontro al nemico che scende dal monte e fracassa il cranio a tre fanti con il calcio del fucile, prima di essere travolto dalla carica polverosa dei borboni. Nel giro di mezz' ora i soldati del principe capiscono che non c' è niente da fare. Così volano verso San Cataldo, giù verso il basso, veloce, più veloce. Si sentono le grida di terrore di quelli che precipitano dal burrone dopo essere inciampati. I nisseni esultano, e quando arrivano sotto le mura del paese minacciano l' altro corpo d'armata collocato sulla collina Belvedere. Piovono insulti, sale la tensione. Ma le truppe di Caltanissetta temporeggiano in attesa di rinforzi e quelle di San Cataldo hanno ordini di non smuoversi di un passo dalle loro postazioni. Intanto il principe Galletti, imbestialito per quello che gli hanno riferito, s'impone di ritornare in sé e prende una saggia decisione: manderà Giuseppe Gravina in qualità di parlamentare al quartier generale nemico a protestare contro l' accaduto. Ma sia chiaro: l'inviato ha due ore di tempo per fare ritorno, e se non torna all' orario sarà la fine. Sta di fatto che Gravina non torna. Alla velocità della luce si sparge la voce che i nisseni borboni l'hanno ucciso a pietrate. Il popolo è inferocito. Grida all'inganno. Vuole vendetta: "Infami e traditori!". È a questo punto, sotto l'afa impietosa delle due, che il principe Galletti ordina il contrattacco passando in rassegna i suoi corpi armati in groppa a un puledro nero. La manovra è imprevedibile e rischiosa, anche perché un buon numero di cavalieri del regio esercito è appena giunto in soccorso dei soldati appiedati. Le truppe del principe esplodono con un grido di rabbia e si scagliano contro il nemico. Alle porte del paese scoppia una battaglia cruenta, un corpo a corpo tanto disordinato quanto micidiale. Verso le prime ore del pomeriggio, l'esercito dei rivoluzionari risale il monte Babbaurra e riprende la posizione perduta in mattinata. Il maggiore Palmeri circonda con un drappello di arditi il monte Babbaurra, il tenente colonnello Orlando avanza due pezzi di artiglieria di fronte alla posizione nemica e due pezzi di fianco. Il tenente Volpe è un mago del cannone: ferisce a morte un bel pò di nemici. I rivoluzionari si dividono in due colonne, una comandata dal capitano Rodrigo Palmeri, ferito a una spalla, che avanza lungo la strada principale; l'altra capitanata da Orlando, capitano d' artiglieria di vecchia data, che si muove per le campagne. Alle cinque del pomeriggio le truppe del principe si trovano a un tiro di fucile dalla città nemica. Dopo un'ora arrivano ai piedi del monte San Giuliano occupato dall'esercito borbonico. Il maggiore Palmeri decide di attaccarlo di fronte, mette in fuga i nisseni e si impadronisce del monastero benedettino di Santa Flavia che domina la collina più antica di Caltanissetta. Al tramonto del sole le milizie sancataldesi aprono il fuoco sulla città ai loro piedi. Scatenate. Inizia il bombardamento. Molti abitanti si rifugiano terrorizzati dentro le chiese. Ma i mercenari del principe entrano dappertutto, pure nel convento della Grazia: neanche gli agostiniani scalzi vengono risparmiati. Gli invasori frugano con i coltelli sotto l'altare maggiore, profanano il tabernacolo, spaccano i bauli in cui riposano le ceneri dei trapassati. Salvatore Noto pianta la bandiera dell' indipendenza. L'aquila siciliana viene inalberata sulla statua del re. Poi sventola da tutte le alture sulla città borbonica. Finisce la battaglia, comincia il saccheggio della fedelissima Caltanissetta.

Garibaldi a S. Cataldo
Dopo la liberazione della Sicilia, dovuta alla trionfale ed eroica epopea garibaldina del 1860, il Liberatore, tornato nel 1862 nell'Isola patriottica, al grido di Roma o Morte, onde infiammare ancora le nostre popolazioni e preparare la conquista di Roma, giunge a S. Cataldo l'8 Agosto.
Sono con lui centinaia di volontari al comando di Alessandro Dumas, padre, grande drammaturgo e romanziere francese e il frate francescano, Giovanni Pantaleo, con il Crocifisso in petto e la sciabola al fianco.
Il popolo sancataldese accorre dai più lontani casolari per salutare e inneggiare al Generale.
Garibaldi e Fra' Pantaleo sono ricevuti nel palazzo del Barone Alù (oggi casa delle Orsoline) in via Garibaldi. Chiamato a gran voce dalla folla osannante, Garibaldi si affaccia al balcone, ringrazia il popolo per le grandi accoglienze e parla dei nuovi cimenti e del riscatto degli altri fratelli ancora schiavi dello straniero.
Alessandro Dumas e i volontari garibaldini alzano le tende sul Piano Palazzo, al quale, nel censimento del 1871, il Consiglio Comunale, a ricordo del grande avvenimento storico, diede il nome di Piazza Dumas (Piazza Crispi).
La partenza per Caltanissetta fu un vero e proprio trionfo.
I cittadini tutti vollero conoscere l'Eroe dei due mondi, stringergli la mano, gridargli tutto l'entusiasmo, il patriottismo e la fede che li animava.

La rivalità fra San Cataldo e Caltanissetta

Da sempre, non è mai corso buon sangue tra nisseni e sancataldesi, già nel dicembre 1651, Luigi Guglielmo Moncada dovette sollecitare l’emanazione di lettere osservatoriali che ribadissero la sostanza delle precedenti ottenute dal padre, al fine di sabotare la pretesa degli abitanti di San Cataldo di impiantare una nuova salina nel loro territorio, visto che i nisseni si arrogavano di avere l'esclusività e fare pagare i sancataldesi per usufruire della stessa.
Ancora nel 1608 Antonio Moncada, fresco di nomina come cavaliere del Toson d’Oro e nel frattempo trasferitosi a Madrid per contrarre le nozze con la figlia del duca di Medinaceli, Giovanna La Cerda, dovette farsi interprete presso il sovrano Filippo III dell’atteggiamento di ostilità con cui i suoi vassalli nisseni reagirono alla nascita nel territorio circostante (a poco meno di 10 chilometri) del nuovo centro di San Cataldo, fondato da Nicolò Galletti, barone di Fiumesalato, in virtù di una licentia populandi rilasciata dal viceré d’Escalona il 18 luglio dell’anno precedente. Nel suo memoriale, il principe di Paternò stabilì in apertura un collegamento preciso tra quella nascita e l’aggravamento delle condizioni finanziarie dell’università nissena, la quale, pur avendo ottenuto dal viceré e dal Real Patrimonio una dilazione nel pagamento delle tande regie, oltre all’autorizzazione a imporre alcune gabelle civiche per la durata di sei anni, non era più in grado di far fronte ai debiti crescenti da cui era gravata. Ciò era dovuto, secondo l’esponente, a un fenomeno di progressivo spopolamento del centro nisseno che, attivo già a cavallo tra XVI e XVII secolo, si era intensificato nell’ultimo anno a causa della forza di attrazione esercitata dal nuovo insediamento e, soprattutto, dalla prospettiva degli sgravi fiscali (esonero dalle gabelle municipali e moratoria per i debiti) che il trasferimento in esso avrebbe garantito. Come egli stesso rilevava, sapere dal signor principe di Pietraperzia, di Santa Caterina, marchese di San Cataldo.
Per inciso, il riferimento ai beni immobili lasciati a Caltanissetta da quanti avevano scelto di trasferirsi a San Cataldo consente di far luce su uno specifico elemento di debolezza del sistema fiscale locale, che consisteva nel fatto che quegli stessi beni, nella misura in cui venivano inclusi nei riveli sui quali si basava la ripartizione
dei tributi statali tra le singole università, finivano per gravare ulteriormente su queste ultime, evidenziandone un potenziale contributivo superiore alle capacità reali, in quanto, come si è detto, possessori di beni non residenti (“bonatenenti”) non erano soggetti al pagamento delle gabelle.
Proprio la fondazione di San Cataldo avvenne, non a caso, dopo una grave crisi di produzione, che fu tale da giustificare, tra il 1606 e il 1610, la concessione di circa 17 licenze, un numero piuttosto ingente se si pensa che è lo stesso numero delle licenze accordate nell’intero ultimo trentennio.
Accanto ad esso venivano riportati anche blasoni comunali riferibili all’atavico confronto campanilistico con San Cataldo. Se i sancataldesi ingiuriavano i nisseni come quartarara, essi rispondevano pauluna. Legato, invece, alla forte emigrazione dei secoli scorsi è l’imprecazione (accompagnata da un sonoro fischio): “Vacabunnu va travaglia!” che ancora oggi i sancataldesi in giro per il mondo si lanciano come segno di riconoscimento non appena si incontrano fuori dal proprio paese.

Maunzisi e Vintidù

Seppure siano adoperati dalla totalità degli abitanti, giovani e vecchi, nessuno forse, a parte gli adulti più eruditi, è in grado di risalire alla vera origine dei blasoni popolari, che è invece documentata e secolare.
Infatti sembrano potersi ricondurre con certezza ad un preciso episodio avvenuto nell’agosto 1820, durante i moti anti-borbonici che interessarono la Sicilia, e tutto il Meridione, a cavallo tra il 1820 e il 1821. In pratica avvenne che l’isola si divise tra chi, come le province orientali, richiedeva l’applicazione della costituzione spagnola in linea con i rivoltosi costituzionalisti napoletani, e chi chiedeva, in linea con la politica occidentale palermitana, che venissero riconosciuti ai siciliani governo e parlamento propri.
La città di Caltanissetta appoggiò la politica napoletana e dovette fronteggiare le rappresaglie organizzate, per conto dei palermitani, dal Principe Galletti di San Cataldo, che coordinò i gruppi di guerriglia inviati dai vari comuni, fra cui Marianopoli. Nel corso della tregua di una battaglia che vedeva fronteggiarsi gli uni e gli altri, un gruppo di armati nisseni, che avevano fatto una sortita per respingere i briganti che saccheggiavano le campagne, attaccarono di sorpresa i marianopolitani e si impadronirono del posto di guardia di Babbaurra. Si gridò al tradimento perché le trattative erano ancora in corso, tanto che gli uomini che erano stati sconfitti si precipitarono dal Principe chiedendo vendetta. Fu facile, in quegli anni in cui il Teatro dei Pupi proliferava con particolare fortuna, collegare il tradimento al traditore per eccellenza, Gano di Magonza, e alla stirpe dei traditori maganzesi.
Il blasone popolare nisseno ha dunque una connotazione fortemente negativa, e tuttora si affianca spesso al deonomastico maunzisi l’attributo tradituri.
Il blasone vintidù attribuito a San Cataldo ha invece una storia forse meno lineare. Anche in questo caso la memoria storica potrebbe risalire agli stessi avvenimenti che hanno portato alla nascita del blasone dei vicini nisseni. La vittoria di Caltanissetta, ottenuta anche grazie all’episodio di Babbaurra, coincise con la definitiva vittoria dei Borbone, che concessero al capoluogo il titolo di “città fedelissima”. Di contro, nel 1822 si svolse il processo militare a carico del Principe Galletti (nel frattempo, in realtà, datosi alla latitanza) e di altri 1313 imputati, fra cui molti sancataldesi. Forse a memento di quell’anno nero per la cittadina vicina, i nisseni incominciarono ad appellare vintidù i sancataldesi. Come si è visto, presso gli abitanti di San Cataldo, le ragioni storiche che hanno portato alla nascita del blasone sono del tutto rimosse. È sempre rilevato, invece, soltanto il valore quasi sinonimico che lega ventidue a pazzo. E’ possibile, poiché nella smorfia napoletana il numero 22 è associato alla follia, che gli stessi sancataldesi abbiano traslato il significato ingiurioso del blasone, legato alla sconfitta ed alla umiliazione conseguente, rendendolo meno pesante.


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