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Intervista a Giuseppe Alessi

Sancataldesi

La storia dell'autonomia regionale siciliana coincise in buona parte con la biografia di Giuseppe Alessi; egli ne segnò la nascita come protagonista dei lavori della Consulta siciliana, dando il suo contributo per l’elaborazione dello Statuto Speciale, in seguito coordinato ed inserito nella Costituzione dello Stato. Giuseppe Alessi fu colui che guidò il nuovo istituto autonomista regionale, come Presidente della Regione, dai primissimi anni di vita fino al 1956 e in seguito come Presidente dell’Assemblea regionale siciliana.
Emblematico è il suo primo discorso all'Assemblea regionale siciliana che rappresentò la premessa della nascita del primo governo della Regione. La figura di Giuseppe Alessi, insieme a quella di Franco Restivo e di Giuseppe La Loggia, appartiene di diritto alla storia dell'autonomia siciliana, dal momento che fu protagonista assoluto dei primi dieci anni di vita della Regione.
Insieme ad un nutrito gruppo di politici e intellettuali, raccolti nella Consulta regionale dell'Alto Commissario per la Sicilia, tra cui Salvatore Aldisio, egli offrì un contributo fondamentale, prima per la stesura dello statuto e poi nel propiziare l'introduzione dell'istituto regionale nell'ordinamento costituzionale dello Stato,
sicuramente l'elemento più innovativo della Carta costituzionale italiana. Ma soprattutto Giuseppe Alessi fu colui che diede all'istituto regionale una dimensione tangibile e una caratterizzazione peculiare e riconducibile alla natura della classe dirigente di cui faceva parte. Fra i discorsi pronunciati da Giuseppe Alessi nella sua lunga attività politica, ne andrebbe riletto e ricordato uno fra tutti che ne traccia il profilo: si tratta del vivace dibattito assembleare sulla nascita dell'Ente Minerario Siciliano, datato ai primi anni Sessanta; il provvedimento che ne scaturì introdusse il dirigismo nella politica economica della Regione. Alessi in quell’occasione svolse un lungo intervento contro la nascita dell'ente; muovendosi deliberatamente contro il
parere del suo partito e del suo gruppo parlamentare, fedele strenuamente e solamente alla sua visione e al suo atteggiamento di indipendenza e autonomia politica e intellettuale, predisse che per quella via si sarebbero provocati guasti alla finanza della Regione: la storia gli dette ragione, ma per pochi voti perdette quella battaglia, che fu anche l’ultima al Parlamento siciliano. Divenuto senatore della Repubblica continuò la
sua attività politica nel Parlamento nazionale. Proprio quella vicenda esemplifica aspetti ed elementi caratterizzanti la personalità politica di Giuseppe Alessi: il rispetto delle istituzioni e delle persone ad esse legate, senza per questo rinunciare alla propria indipendenza, ma anche all’equilibrio e all’onestà intellettuale.
La coerenza contrassegnò la sua attività politica, tutta incentrata alla realizzazione del bene comune e tesa ad un miglioramento complessivo della società siciliana. Pagò a caro prezzo questa sua ostinazione – lui che era stato uno dei padri fondatori dell’autonomia regionale siciliana – perché dimostrò di essere capace di resistere alle interferenze delle segreterie dei partiti allo scopo di difendere gli interessi della Regione. In molti videro in lui un modello politico da seguire e, per riconoscimento degli stessi avversari politici, un punto di riferimento serio e concreto.
Alessi non mancò di esercitare la sua autorità contro la segreteria romana della DC, tanto da rispondere al segretario nazionale che lo aveva convocato a Roma per discutere di un tema di interesse per la Sicilia: «La stessa distanza che c'è fra Palermo e Roma, c'è fra Roma e Palermo!».
Alessi non tradì mai lo spirito di Luigi Sturzo, che aveva animato le speranze e gli intenti suoi e della sua generazione politica, e della Democrazia Cristiana e denunciò più volte, seguendo gli intendimenti del suo maestro, le interferenze del centralismo statale.
In materia economica e finanziaria si dimostrò pensatore originale, ponendosi spesso in controtendenza rispetto al pensiero allora dominante. Egli vedeva nella ferrea coerenza al magistero della Chiesa la chiave di lettura per un azione positiva nella società; tuttavia non aderì al cattolicesimo democratico, condividendo le parole di Antonio Gramsci che, in occasione della nascita del Partito Popolare scrisse: «Il cattolicesimo democratico è da salutare positivamente perché può contribuire ad amalgamare e suicidare l'identità cristiana». Nel 2003 il Congresso della rinata DC ha eletto presidente onorario Giuseppe Alessi presso il cui studio di Caltanissetta, il 16 dicembre 1943, fu fondata la Democrazia Cristiana. Di seguito parti dell’intervista svolta nel gennaio del 2009 all’onorevole Giuseppe Alessi.

Intervista a Giuseppe Alessi
D. – Presidente darebbe qualche indicazione sulle sue origini?
Alessi – «Sono figlio di un artigiano che non aveva grandi proprietà, mio nonno Gaetano era un uomo di imprese, lui, come poi mio padre, faceva il crivaro, ma era anche dotato di una certa cultura; molti operai aspettavano la sera che arrivasse mio padre per leggere e spiegare il giornale, io pensavo di diventare un ebanista e dunque frequentavo una buona bottega artigiana di falegnameria, io nacqui con questo spirito
artigiano, ma poi ci siamo trasferiti a Caltanissetta per far continuare gli studi a mia sorella Maria».

D. – Come scelse di intraprendere la professione di avvocato?
Alessi – «Di questa mia scelta prese la paternità Aldisio; poco dopo la mia laurea fu approvata una legge che prevedeva che i ragazzi che avessero la media del 27 potessero accedere alla magistratura, a Palermo incontrai Aldisio che una volta comunicatogli che sarei diventato magistrato mi accusò di voler indossare la camicia nera, di voler diventare fascista, tale pensiero mi risultò così orrendo che decisi subito di diventare avvocato, possibilità che non avevo prima preso in considerazione. Ma io non avevo tale vocazione, anzi se avessi avuto le possibilità economiche mi sarei trasferito al nord e avrei fatto ingegneria».

D. – Quando conobbe Aldisio?
Alessi – «Nel 1920, io aderì al Partito popolare sin dal 1919, Aldisio nel 1920 aveva creato i gruppi giovanili del PPI e ne diventò presidente, in quell’occasione lo conobbi. Con Aldisio sin dal 1942 ci organizzammo per creare i gruppi popolari nella provincia di Caltanissetta, io conoscevo la provincia perché ero studente universitario, ma conoscevo molto poco fuori la provincia, poi col fascismo mi era stata assegnata la libertà vigilata, vigilanza speciale, come delinquente e non potevo muovermi se non con l’autorizzazione della questura, ero antifascista e lo sapevano! Ero sempre sorvegliato, non stavo mai nei luoghi pubblici, per fortuna nella professione ero bravo e arrivai presto ai primi posti, ero anche diventato economicamente indipendente, la gente mi aiutava perché io servivo loro veramente, non speculavo su di loro».

D. - Qual era la situazione politica nella Sicilia dell’immediato secondo dopoguerra ?
Alessi – «Nel 1943 avvenne l’armistizio, ma si combatteva ancora, la Sicilia non era ancora tutta liberata e si combatteva specialmente nella Piana di Catania, ad Enna e a Messina, ma dopo l’armistizio noi cominciammo a preparare subito il congresso; Caltanissetta in quei primi mesi dopo la liberazione era il centro politico della Sicilia, poi lo divenne Palermo, come era giusto che fosse. Io avevo molti amici anche a sinistra; gli antifascisti erano quasi tutti di sinistra, mentre i cattolici, a parte noi popolari, erano tutti per Mussolini».

D. – Presidente in quale momento storico e in quali condizioni si è concretizzata l’autonomia siciliana, in che modalità fu firmato lo Statuto siciliano?

Alessi - «Fu Aldisio a portare lo Statuto a Roma, farlo riconoscere come legge, era la nostra conquista, entrò lui al Consiglio dei Ministri a battersi, Aldisio era stato Ministro dell’Interno con il primo Governo Badoglio nel 1944, conosceva bene quei ministri, fece la sua battaglia e la vinse con De Gasperi e con Togliatti ma Nenni fu irremovibile, contro; quando mi chiamò mi disse che la legge era stata accettata e sarebbe arrivata la firma di Umberto II, gli dissi che la firma doveva essere messa il 15 del mese, proprio il 15 e lui capì subito, quando comunicai a Sturzo della firma del 15 di maggio egli sottolineò che era una miracolosa coincidenza, era la data della Rerum novarum, quel documento di Leone XII che riguardava tutto il movimento sociale e politico cattolico: avevamo impresso il nostro marchio su quella carta, ma non quello della Democrazia cristiana, ma quello del Partito popolare, io rimasi innestato in quel partito, laico, voluto da Sturzo, un partito di cittadini, Aldisio era il suo diletto. Sturzo aveva un’idea così alta di Aldisio che era superiore a quella che aveva di Scelba, che pure era stato suo segretario, loro si sentivano innanzitutto siciliani, come me, quando fui eletto primo Presidente della Regione il mio primo pensiero andò al mio paese San Cataldo che entrava nella storia, noi eravamo sinceramente legati ai nostri paesi come lo sarà lei alla sua città».

D. – Quali furono le premesse della nascita dell’ordinamento autonomistico siciliano? Quali gli atteggiamenti, gli intendimenti, le posizioni delle forze politiche rispetto alla nascente autonomia?
Alessi – «La proposta autonomista sul piano politico era di Sturzo, e faceva parte del programma del Partito popolare, quella fu la prima volta che il problema dell’autonomia si tradusse nel programma politico di un partito, il vero realizzatore dell’autonomia siciliana fu Salvatore Aldisio, e con lui le persone che lo coadiuvarono nella sua azione e in quella del partito, se lui era il celebrante io ero il diacono, per quanto riguarda la formulazione dello Statuto il merito va invece a Enrico La Loggia. Aldisio e La Loggia sono stati i padri dell’autonomia, io sono stato quello che l’ha costituita. Nel bene e nel male non mancò il contributo delle altre forze del Comitato di liberazione, ma si tradusse soprattutto nel mettere alla prova i nostri intendimenti, nell’affinare un progetto che era già nella nostra mente da decenni».

D. – Quale fu il suo ruolo nell’ambito dei lavori della Consulta regionale?
Alessi – «Sono l’unico superstite dei 36 consultori regionali, io seppi trovare un buon punto di equilibrio fra le posizioni, ero un buon moderatore, se la nostra si chiama Assemblea regionale e non consiglio regionale, fu per merito mio, come anche il fatto che il Parlamento siciliano è costituito da deputati e non da consiglieri. Tutto ciò aveva provocato a Roma grandi proteste, ma io replicai che noi consultori eravamo legislatori poiché deliberavamo le leggi, non le avremmo consigliate, in base all’articolo 14 dello Statuto, la Regione delibera, ha la sovranità nella potestà legislativa tale che, come il Parlamento nazionale, deve rispettare solo la Costituzione e nemmeno i principi generali che regolano una determinata materia, mentre dobbiamo tenerli presente per le materie dell’articolo 17, questa fu la novità discriminante».

D. – Quali furono le maggiori difficoltà incontrate dalla Consulta?
Alessi – «I lavori della Consulta erano andati bene, con l’opposizione dell’estrema destra separatista, con le critiche di Guarino Amella che rimaneva insoddisfatto, vi erano poi le perplessità del Partito socialista, ma le difficoltà maggiori le trovammo alla fine; arrivati all’ultimo articolo la sinistra proponeva che il disegno di legge fosse proposto alla Costituente per la sua approvazione, noi invece proponevamo che il disegno di legge fosse approvato dal Consiglio dei Ministri e poi dal re, Li Causi mi urlò che non si poteva ottenere un’autonomia regionale da un re, mettendo in dubbio la mia fede repubblicana, ma io gli replicai che mi sarei preso la nostra autonomia anche da uno Zar. C’era il rischio che aspettando la nuova Italia la nostra autonomia sarebbe finita come un secolo prima, votata e mai applicata, noi volevamo invece vincolare ad un impegno preciso lo Stato che doveva venire. Fu in quel caso che si incrinò l’unità del Comitato di liberazione: da una parte comunisti, socialisti, partito d’azione, dall’altra Democrazia cristiana, liberali, repubblicani e contro tutti c’erano Romano Battaglia degli agrari e Guarino Amella. Tutti insieme vincemmo quella sfida, ma poi fu Aldisio a realizzarla».

D. – Quali i rapporti tra autonomia regionale e separatismo siciliano?
Alessi – «L’autonomia regionale in Sicilia è una tradizione lontana che però presuppone sempre l’unità, anzi tende a che questa unità non sia soltanto formale ma anche sostanziale, io ripetevo a tutti che “l’amore per il dollaro” che ha animato il separatismo non ci sarebbe stato se la Sicilia fosse stata curata e avesse ricevuto le
dovute attenzioni. Se l’unità l’avessimo servita anche nel campo sociale ed economico non sarebbe sorto un partito separatista. Autonomia e separatismo erano cose ben diverse, e noi cercammo di segnare un solco visibile con questo, anche contro il separatismo volemmo l’Alta Corte, volendo prevedere anche una vittoria dei separatisti che avrebbero potuto eventualmente gestire il potere regionale. Devo riconoscere però che senza il separatismo i signori romani avrebbero detto “sì dopo, vediamo fra sei mesi”, senza le mobilitazioni probabilmente lo Stato non avrebbe operato per la Sicilia, o comunque le cose sarebbero andate diversamente. Non è un caso che quando sparì il MIS lo Stato cominciò ad ignorare sempre più i problemi della Sicilia».

D. – Quali furono gli esiti delle prime elezioni regionali svoltesi il 20 aprile 1947?
Alessi – «Dal voto la DC uscì sostanzialmente sconfitta. Io ero andato all’elezione sicuro della vittoria anche perché questa elezione fu voluta da me quasi fanaticamente, perché io capii che se non facevamo subito le elezioni non so come andava a finire, visto che tutto sarebbe stato rinviato alla Costituente. Noi dovevamo vincere perché quest’Assemblea era stata voluta da noi, e invece fummo puniti e fu il trionfo della sinistra, Dei 90 deputati la DC ne ottenne solo 20, socialisti e comunisti insieme ne ottennero 26, la destra pure 26, i separatisti 8, i socialdemocratici 4 e i repubblicani 3. Risultammo schiacciati».

D. – E quale situazione politica e istituzionale scaturì dalle prime elezioni regionali e quali furono quindi le caratteristiche della prima legislatura?
Alessi - «Il nostro primo problema era difendere lo Statuto, sapevamo che il confronto con lo Stato non era terminato ma la vera battaglia veniva ora, il programma amministrativo quindi venne posto in secondo piano, per questo sostenni che bisognava costituire un governo di unità siciliana, non era il momento per dividersi fra maggioranza e opposizioni più o meno forti, eravamo tutti ancora molto deboli! Questo era il mio parere, alcuni invece fecero l’errore di sentirsi facili vincitori. Cercammo di spiegarci perché eravamo stati sconfitti; secondo me il ceto medio ci aveva abbandonato, per me la DC era il partito dei ceti medi, il ceto medio si era sentito abbandonato dal governo De Gasperi con Togliatti e con Nenni, la gente pensava che stavano preparando la “comunistizzazione” di tutta la nazione e accusarono la DC di essere la proroga dell’avvento del comunismo. Noi eravamo 20 la sinistra 26, insieme facevano 46, avrebbero poi aderito i socialdemocratici e i repubblicani e arrivavamo a 53; una larga maggioranza, ma vennero da me i comunisti dicendomi che ero un pazzo se pensavo che sarebbero entrati in un governo che veniva appoggiato anche dai monarchici, stessa cosa mi dissero i monarchici e i liberali dei comunisti. Ancora una volta mi trovai tutti contro; fecero anche una caricatura sul “Becco giallo”: io ero vestito da prete, davanti a me una signora vestita bene e piena di gioielli con una corona regale in testa (la monarchia), al suo fianco un brigante con una lupara (Il PCI) e io dicevo al brigante «vuoi tu prendere in legittima sposa la qui presente Monarchia?» e lui «Mai!» poi mi rivolgevo alla signora e chiedevo «vuoi tu prendere in sposo il qui presente Partito comunista?» e lei «Jamais» e io rispondevo «avendo registrato il vostro dissenso vi unisco in matrimonio». Alla fine ci venne l’idea di una DC che assumeva un Governo che si apriva al confronto e al voto di chi lo avrebbe voluto liberamente sostenere, arrivarono solo i voti della destra. Poi ho saputo che anche Sturzo aveva sostenuto la stessa idea e la stessa posizione; ma io non mi ero messo d’accordo con lui, con lui non avevo ancora un rapporto, c’era una coincidenza, uno stesso pensiero, agivo in un’atmosfera sturziana, la mia vita si era collocata con Aldisio e Aldisio era l’uomo di Sturzo. Dopo non mi rimase che fare il governo, lì usai molta furbizia: qualcuno pensava che volessi comunque fare il governo con il Blocco del popolo, tutti pensavano che bisognava fermare Alessi che voleva fare il governo con la sinistra, ma io volevo fare un governo di centro, votato da chi avesse voluto votarlo, facevo affidamento sul senso di responsabilità dei deputati, tutti. Sapevo inoltre che dalla forza che avrebbe avuto quel governo sarebbe dipesa la battaglia alla Costituente per salvare lo Statuto».

D. – Perché il partito scelse proprio Lei?
Alessi – «Io facevo parte della sinistra della DC, sono figlio del popolo, ero figlio di artigiano, antifascista, addirittura sottoposto a vigilanza, sequestrato, bastonato….lasciamo perdere. Avevo tanti amici a sinistra, amici di battaglie combattute a Roma come nelle varie province siciliane, e poi venivo proprio dalla provincia, nel cuore della nostra regione, il partito scelse me per dare le maggiori garanzie possibili che il governo fosse sganciato dalle destre, in fin dei conti la sinistra era uscita vincitrice dalle elezioni del 1947. I voti arrivarono da destra ma di fatto feci una legislatura con la sinistra, a Lei risulta incomprensibile immagino, ma bisogna calarsi nel momento politico, non era il momento per puntare i piedi e fare barricate, se lo avessimo fatto ci avrebbero tolto la terra sotto i piedi, capisce cosa voglio dire? E infatti, fatto il governo, la prima legge fu proprio la riforma dei patti agrari. Nell’incertezza di quegli anni le prime leggi furono un successo. Riuscimmo infatti ad incidere in settori che non venivano toccati da prima del fascismo. Insomma qualcosa si muoveva».

D. – Lei è stato più volte Presidente della Regione, e insieme a Franco Restivo e Giuseppe La Loggia è considerato uno dei protagonisti dei primi dieci anni di vita dell’autonomia regionale siciliana, come ricorda quegli anni?
Alessi – «Sono stato il primo, il secondo e il quinto Presidente della Regione, e Presidente dell’Assemblea regionale eletto all’unanimità, tranne il mio voto. Come dissi allora e ribadì più volte non mi consideravo un politico di carriera ma di completamento, la mia professione non era il deputato, ma l’avvocato. Non pensavo di diventare Presidente della Regione ma ebbi il merito di saper prendere l’iniziativa e di guidare le trattative, avevo puntato tutto sulle elezioni regionali immediate, era una strategia che noi avevamo concordato tutti insieme, e gli altri partiti siciliani tacitamente acconsentirono, svolgemmo le nostre elezioni mentre a Roma si discuteva ancora della Costituzione, anche per questo ci trovammo tutta la stampa contro,
soprattutto quella siciliana: Giornale di Sicilia, Mattino di Sicilia, Corriere di Sicilia, Giornale dell’Isola, La Sicilia, Gazzetta del Sud. Ci rimproveravano si dovesse aspettare il coordinamento dello Statuto alla Costituzione, ma io replicai che una volta creata l’istituzione regionale, questa non poteva vivere senza i suoi organi; dovevamo portare a casa anche questa vittoria; elezioni subito, e queste dovevano rappresentare un riscontro per i siciliani. Per noi la battaglia per lo Statuto era già vinta e conclusa, per qualcuno non era così evidentemente. Avevo tutta la solidarietà di Sturzo, di Aldisio ma anche di De Gasperi, mi ritrovai contro Togliatti e Nenni, la battaglia, per loro decisiva, si stava giocando nella Costituente, e probabilmente non potevano distogliere la loro attenzione per concentrarsi sulle vicende siciliane, fatto sta che vincemmo anche questa sfida, le elezioni si indissero e nacquero il primo Parlamento regionale e il primo Governo regionale da me presieduto».

D. – Cosa ricorda dei primi anni della sua presidenza?

Alessi - «Ricordo che non avevamo una lira, un foglio di carta con stampato Regione non l’avevamo, una sedia non l’avevamo, una macchina per girare non l’avevamo, non avevamo niente. Quando entrai nel mio studio di Presidente feci col campanello per chiamare il segretario di Palazzo d’Orleans, il palazzo del Duca di Aosta, poi diventato il palazzo della Regione. Chiesi all’uomo della carta per fare un telegramma al Capo dello Stato, intendevo comunicare al Presidente che noi eravamo sinceramente unitari ed eravamo contro il separatismo. Io avevo fatto un giornale chiamato “l’Unità”, ma non era l’unità di Togliatti, era l’Unità italiana contro il separatismo. Non c’era carta intestata, allora presi un foglio di carta che avevo con me, la penna e scrissi un telegramma, ma non sapevo come spedirlo, noi non avevamo ancora nessuna legge che dicesse che eravamo organo dello Stato, chiamai allora il segretario dell’Alto Commissario, ma mi risposero che stavano raccogliendo le loro cose per andare via. Ero Presidente ma non potevo neanche scrivere al Capo dello Stato e ai prefetti per rapportarmi con loro e per fare sapere loro che li avrei tutelati, mi aiutò allora il Prefetto di Palermo che spedì le mie comunicazioni a Roma e nelle province. Riuscì ad avere tutti i poteri dell’Alto Commissario tramite un apposita legge e allora cominciai ad operare».

D. – Quali caratteristiche ebbe il suo periodo di governo?
Alessi – «Decidemmo per il governo di centro assoluto, accettai i voti della destra ma sottolineai che il governo era il nostro, non quello della destra o di centrodestra.
Precisai poi che la battaglia che il mio governo avrebbe portato avanti era quella per lo Statuto, non c’era un programma di governo amministrativo, anche perché non c’era una lira da amministrare. Eravamo tutti insieme ma senza niente. Dissi in aula che avrei gradito anche i voti della sinistra ma senza condizionarli alle loro richieste perché io volevo agire in nome di tutta la Sicilia e non da democratico cristiano, soprattutto in
vista delle battaglie da andare a combattere a Roma».

D. – Quali furono le vicende che caratterizzarono il coordinamento prima e l’attuazione poi dello Statuto siciliano?
Alessi – «Le difficoltà della ricezione dello Statuto nella Carta costituzionale furono notevoli, è stata una battaglia durata anni, non solo per l’accoglimento della nostra carta fondamentale nella Costituzione, ma poi anche per la salvaguardia delle nostre conquiste. Quando tentarono di minacciare l’autonomia conquistata io mi dimisi, successe durante il mio secondo governo regionale; le fasi e dunque gli ostacoli furono tre: accoglimento e approvazione dello Statuto, coordinamento dello Statuto, per il quale io offrii la massima collaborazione del governo regionale, abolizione dell’Alta Corte per la quale ci fu la netta contrarietà di tutti noi. Per noi la Costituente doveva solo coordinare le norme dello Statuto con le norme della Costituzione, ci fosse stata qualche divergenza saremmo stati disponibili ad eliminarla ma il resto era per noi definitivo, perché era ormai legge costituzionale, e su questo ebbi l’appoggio di tutta la delegazione siciliana e soprattutto di Sturzo che nel frattempo era tornato. Ci fu chi disse che lo Statuto non era coordinato alla Costituzione e che la legge di coordinamento non era valida poiché la stessa Alta Corte aveva abolito l’emendamento Persico-Dominedò, il quale ammetteva che si potesse modificare lo Statuto “intesa” la Regione, io proposi ad Einaudi di mettere una “d” davanti perché le modifiche fossero invece concordate con la Regione, ma la proposta non passò. Abbiamo quindi fatto ricorso all’Alta Corte poiché a nostro parere una legge ordinaria non poteva modificare una legge costituzionale, e lo vincemmo. Con Einaudi poi lo scontro fu durissimo e ripetuto; Einaudi era un vero nemico della nostra autonomia, chiesi al governo un prestito da cinque miliardi, tanto per incominciare, ma la risposta di Einaudi fu che io preparassi un’istanza con il programma di bilancio della Regione e l’indicazione dell’uso e poi avrebbe provveduto. Io gli risposi dicendo che credevo di essere molto più di un semplice sindaco, perché il sindaco per avere dei soldi deve portare al prefetto il bilancio, invece io lo ritenevo un Ministro della Repubblica e ritenevo me Presidente della Regione e quindi rinnovavo la richiesta di un prestito alla Regione poiché a mio parere non dovevo giustificare il bilancio; per fare il bilancio infatti serve prima di tutto la commissione di bilancio, la quale deve avere una proposta che devo fare io con il mio assessore alle finanze e quindi quanto tempo ci sarebbe voluto perché si approvasse un primo bilancio? bisognava fare una scelta tecnica. Ordinai agli intendenti di finanza, che pure dipendevano dal ministro, e il ministro era Einaudi, di versare le aliquote di giugno delle imposte nelle casse della Regione siciliana presso il Banco di Sicilia, l’ordine avrebbe dovuto darlo il ministro Einaudi, ma noi sapevamo che molti intendenti erano decisamente autonomisti e che ci avrebbero dato ascolto, ci rivolgemmo al Presidente del Banco di Sicilia, un separatista convinto, che rispose in maniera affermativa, può immaginare quello che successe da parte di Einaudi, lo stesso Aldisio si preoccupò di questo atto e cercò di raggiungere con Einaudi un compromesso, il compromesso era che Einaudi nel suo bilancio avrebbe messo da parte i denari delle imposte che si versavano in conto alla Regione siciliana, e ad ogni nostra richiesta ci avrebbe mandato il denaro di là, io avevo però intuito che questo avrebbe significato non più padronanza e pregai Aldisio di ricordarsi che io non ero più “Peppino” adesso ero il Presidente della Regione e lui non poteva prendere impegni per la Regione, quello dovevo farlo io, fu un atto dolorosissimo perché per me Aldisio era stato la mia guida politica e da lì cominciò la guerra tra me ed Einaudi».

D. – Come si arrivò alla crisi per l’Alta Corte per la Sicilia?
Alessi – «In realtà l’Alta Corte non fu mai abrogata, è sepolta, sepolta viva, non hanno dimesso il nostro organo con una legge costituzionale, come sarebbe dovuto avvenire, il Parlamento subdolamente non nominò più i suoi componenti, fu il Presidente Gronchi a chiedere che la Corte fosse coordinata con la Costituzione, cosa che non avvenne, si sosteneva che la nostra Alta Corte fosse una sezione privilegiata della Corte Costituzionale. L’istituzione esiste ma l’organo no, ecco perché sepolta viva».

D. – Lei arrivò dunque alle dimissioni, cosa successe poi?
Alessi – «Le mie dimissioni erano definitive, divenne Presidente Restivo su mia designazione, ma l’Alta Corte ha continuato a vivere».

D. – Tuttavia, in base agli studi e alle ricerche, emerge l’impressione che negli anni che seguirono la prima attuazione dell’autonomia la Regione sia stata piuttosto rinunciataria e per certi versi anche sottomessa al volere di Roma, mi riferisco per esempio alla norma dell’articolo 21 dello Statuto che prevede la partecipazione del Presidente della Regione al Consiglio dei Ministri con voto deliberativo per le questioni che interessano la Regione, esprimerebbe il suo pensiero a riguardo?
Alessi – «Io feci battaglie feroci, se per questo poi feci addirittura invalidare una seduta del Consiglio dei Ministri poiché non mi avevano inviato, a mio parere volutamente, l’avviso nei termini previsti. In quell’occasione ho inviato un telegramma al Presidente De Gasperi e hanno differito la seduta. Guardi che Lei però sbaglia: la Regione siciliana non è mai stata succube di Roma, la Regione è stata sottomessa troppo spesso ai partiti, la partitocrazia! Quella sì. Invece di avere una classe dirigente siciliana e un Alto Commissario, in Sicilia abbiamo avuto centinaia di Alti Commissari mandati dalle segreterie politiche romane».

D. – Cosa ricorda invece della lotta elettorale del 1948?
Alessi – «De Gasperi fece il giro della Sicilia e volle che ci fossi io con lui. Il primo comizio lo abbiamo fatto ad Agrigento: prima parlavo io, poi De Gasperi, poi a Caltanissetta; le nostre erano due voci diverse: la mia era la voce dell’entusiasmo, la sua era invece la voce della ragione, della pacatezza. Poi fu la volta dei comizi di Catania, Messina e la conclusione è stata a Palermo. La DC alle regionali in Sicilia aveva avuto una dolorosa sconfitta e cercava ora una vittoria che sapevamo poteva realizzarsi».

D. – Quali furono invece le caratteristiche della seconda legislatura e dell’azione dei governi successivi al primo?
Alessi – «I comunisti mi avevano accusato di aver fatto il governo senza comunisti su suggerimento di De Gasperi, ma non è vero! Anzi De Gasperi mi disse che secondo lui non era il caso di fare un governo centrista, a lui appariva azzardato, noi conoscevamo meglio la situazione siciliana e sapevamo che invece era una soluzione praticabile. Lui lavorava nello stesso senso ma non lo confessò. Dopo due mesi anche lui sciolse il suo governo, il mio era un governo sostenuto dalla destra, ma c’era soprattutto l’Uomo qualunque, nelle seconde elezioni regionali quelli dell’uomo qualunque vennero tutti con noi, infatti passammo da 20 a 37 deputati; quella fu senza dubbio una netta vittoria, perché eravamo riusciti a riconquistare il ceto medio, le riforme sociali dei miei governi, per esempio, portarono secondo me il loro effetto nelle elezioni successive; penso agli orfanotrofi, agli istituti cattolici, alle scuole».

D. – Cosa ricorda invece dell’andamento della seconda e della terza legislatura regionale siciliana?
Alessi – «Nella terza legislatura fu votato il mio terzo governo, poi toccò ai governi di La Loggia, quindi si svolse la vicenda di Silvio Milazzo, nelle prime due legislature i miei governi e quelli dell’onorevole Restivo furono sostenuti da tutto il partito compatto, guidato da me come segretario. Restivo aveva governato nella seconda legislatura con la formula di un centrodestra anomalo perché comprendeva il gruppo monarchico, e già nella seconda legislatura vi era stato un esito sorprendente con l’elezione di Milazzo alla Presidenza della Regione con 56 voti, cioè con i voti della nuova maggioranza di centro destra, con i monarchici. Lo stesso Milazzo, sorpreso mi chiese cosa dovesse fare e io gli consigliai le dimissioni, essendo quell’elezione provocatoria e diretta contro l’ex Presidente Restivo. Nella terza legislatura il mio terzo governo ebbe vita facile, e fu approntato il piano quinquennale, la visita del Presidente della Repubblica diede ancora più credito al nostro governo. L’intoppo arrivò al momento della votazione del bilancio, quando i fanfaniani fiancheggiati dalla sinistra lo bocciarono. Ho ritenuto doveroso dimettermi. La segreteria regionale, propose e ottenne la candidatura dell’onorevole La Loggia, la sinistra che sperava in una svolta a loro favore si ritrovò invece con una soluzione ancor più antitetica e ostile di prima. La mia elezione alla presidenza dell’Assemblea regionale fu presentata come “riparatoria” nei miei confronti, riconobbi a quel punto di avere un dovere assoluto: l’assoluta imparzialità, sia nei confronti del corpo legislativo nel suo complesso sia nei confronti dei partiti, tutti i partiti, ma anche di propugnatore della legalità».

D. – Che giudizio dà invece dei governi dell’onorevole La Loggia e del momento storico e politico vissuto in quegli anni dall’istituto regionale?

Alessi – «I due governi La Loggia furono molto travagliati, per la prima volta l’onorevole Milazzo non figurava tra gli assessori regionali, era per noi una rottura di un equilibrio durato anni e anni. Milazzo, poi entrato nel governo dell’onorevole La Loggia, si trovò in notevoli difficoltà, tanto da doversi dimettere, al solito la sinistra approfittò delle difficoltà della maggioranza facendo bocciare il bilancio regionale, La Loggia per protestare contro il malcostume dei franchi tiratori che col voto segreto mettevano in crisi il governo senza esplicitare la sfiducia, decise di non dimettersi e di presentare un nuovo bilancio. Le sue considerazioni erano in effetti ineccepibili dal punto di vista giuridico e non mancai di sottolinearlo in aula, proposi l’abolizione del voto segreto nella legge di bilancio, poiché il voto sul bilancio regionale era sì tecnico ma assumeva anche un valore decisamente politico, e il meccanismo di votazione non poteva non tener conto di questo dato. Il consiglio di presidenza decise di non intervenire; fu una sconfitta per me, ma finché le regole erano quelle, come Presidente dell’Assemblea le avrei fatte rispettare. Il braccio di ferro di La Loggia, prima con me, poi con i deputati fu ritenuto molto grave, offensivo all’istituzione assembleare. In realtà La Loggia aveva posto un problema che aveva un fondamento, ma non trovò nessun appoggio. Caduto La Loggia, Silvio Milazzo fu votato Presidente della Regione e questa volta accettò, anche questa era una rottura, sconosco le dinamiche che portarono alla sua elezione, essendo io Presidente dell’Assemblea, ma capii che era una votazione provocatoria e critica nei confronti delle segreterie regionale e nazionale della DC».

D. – Le vicende del governo La Loggia nella terza legislatura si possono vedere allora come punto di approdo finale di una prima “felice” fase di vita dell’autonomia regionale? Il governo Milazzo rappresentò in tal senso una nuova “ribellione” istituzionale siciliana contro il centralismo, questa volta tradotta sul piano politico o meglio partitico?
Alessi – «Milazzo ebbe fortuna, perché si presentò contro la corrente di Fanfani, faceva parte del nostro gruppo, quello dei cristiano-sociali, prese poi il nome e lo fece diventare un partito. Io stesso fui accusato di avere organizzato segretamente l’elezione di Milazzo. Ma io non parlavo, tenevo molto al ruolo di Presidente dell’Assemblea regionale che ricoprivo. Quando non lo ero più andai in tribuna e parlai facendo un’arringa “Contra Milatium atque malitiam”, sostenni comunque che era stato eletto legittimamente e mi opposi decisamente alla sua espulsione dal partito, lo dissi anche a Bernardo Mattarella; sarebbe stato un grave errore espellere un deputato che aveva avuto un voto dalla più importante istituzione regionale solo perché non si era sottomesso alle direttive centrali, che autonomia sarebbe stata? L’Assemblea regionale, simbolo della nostra autonomia, doveva eseguire le direttive di Roma? Non eravamo più nella linea democristiana. Questa è la verità!».

D. – Come si inserisce, a suo parere, l’autonomia regionale siciliana nell’attuale sistema politico e istituzionale e nel momento storico che stiamo vivendo? A suo parere come è vista oggi dai cittadini l’autonomia regionale e come si rapportano i siciliani con essa?
Alessi – «C’è stata un’apparente mancanza di entusiasmo nei confronti dell’autonomia regionale siciliana. Il fatto è che la nostra autonomia ha subito il logoramento del tempo, quel logoramento che tutte le cose soffrono prima o poi. Forse i siciliani si sono talmente abituati a tale conquista che non ritengono doverla più difendere, quel che è certo è che oggi non viene più valorizzata come facemmo noi. L’autonomia è stata gradualmente svuotata di significato nel corso dei decenni, in parte per colpa dello Stato, in parte per colpa nostra, se continuano a spogliarla, presto potrebbe sparire nell’indifferenza, ma speriamo di no! Penso comunque che se venisse pregiudicata in profondità la gente reagirebbe, vedo comunque nella società siciliana una notevole vitalità e questo mi incoraggia».

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