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Personaggi Famosi e Degni di Nota

Sancataldesi

Nicolao (Niccolò) Galletti
Principe di Fiume Salato, era nato in Palermo il 28 maggio 1813, da Vittorio Salvatore e Platamone Moncada Concetta, dei principi di Larderia e dei duchi di Belmurgo. Aveva un fratello, Baldassarre e si sposò con Salomè Hauke Maria, contessa. Era possidente e nobile ereditario, Principe di Fiumesalato e Marchese di San Cataldo. Fu Gentiluomo di camera di SM il Re (Regno delle Due Sicilie) e incaricato dal Governo provvisorio di Sicilia presso l'imperatore Napoleone III (1860) e membro della Società siciliana per la storia patria. La sua nomina a senatore avvenne il 20/01/1861. Come Onorificenze ebbe quelle di Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia, Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e Ufficiale dell' Ordine della Legion d'onore (Francia).
Appartenne a quell'aristocrazia siciliana che non contrastò, ma secondò l'evoluzione delle istituzioni politiche. Avverso alla signoria borbonica, si adoperò a promuovere l'indipendenza e la libertà nazionale.
Partecipò ai moti insurrezionali del 1848 e del 1860. Il 14 gennaio 1848 firmò la deliberazione della Municipalità di Palermo che costituiva quattro Comitati per provvedere alle pubbliche necessità. Nel 1860 andò incaricato dal Governo provvisorio di Sicilia presso l'imperatore Napoleone III, e in quell'occasione validamente patrocinò la causa italiana dinanzi al potente monarca.
Appena annesse le provincie meridionali al regno d'Italia, fu assunto alla dignità di Senatore.
Morì a 84 anni a Palermo il 18 luglio del 1897

Giuseppe Amico Medico (1806-1886)
L'avv. Giuseppe Amico Medico nacque a San Cataldo il 30 dicembre 1806 da Rosario dei marchesi di Poza e da Marianna Medico dei baroni di Pirato e morì nella sua città all'età di 69 anni il 26 agosto 1838.
Compiuti gli studi letterari e filosofici nel Seminario di Girgenti, attese alle discipline giuridiche nella R. Università di Palermo conseguendovi la laurea il 7 agosto 1824. Frequentò lo studio del'avv. Fodera, "lustro ed orgoglio del Foro siciliano", così scrive Mulè Bertolo nel carteggio, che si trova presso la Biblioteca comunale di Caltanissetta, nel quale sono scrupolosamente annotate altre interessanti notizie.
Il padre, avv. Rosario Amico Roxas, era nato nel 1769 dal dott. Rosario Amico e da Aloisa de Roxas di Calascibetta dei marchesi di Poza. Dal suo matrimonio con Maria Anna Medico dei baroni di Pirato erano nati quattro maschi: Giuseppe, Calogero, Antonino, Gabriele ed una femmina, Maddalena. Scrive di lui lo storico nisseno citato sopra:
Si segnalò in Catania nello studio del giure e nella prima accademia di diritto pubblico feudale, sostenne insieme col fratello Salvatore, interessanti e difficili tesi le quali meritarono di essere rese di pubblica ragione ed illustrate dal prof. Francesco Rossi. I due fratelli, per decreto 21 giugno 1772, dal viceré Caramanico furono decorati di medaglia di oro.
L'avv. Giuseppe Amico Medico sposò Maddalena Torregrossa Benintende. Dal loro matrimonio nacque l'11.11.1845 Rosario, che studiò nel Regio Collegio dei Padri Gesuiti di Caltanissetta, insegnò calligrafia nelle scuole tecniche governative e prestò poi servizio presso il Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1901 il ministro Nasi lo volle presso il suo Gabinetto. Pubblicò Modelli di calligrafia varia ad uso delle scuole tecniche, magistrali e normali.
Rosario, morì in Roma nel 1909 "vittima della politica giolittiana" come scrive il Mulè Bertolo.
I tre fratelli dell'Amico Medico furono anche loro avvocati: Calogero fece parte della Guardia Nazionale, e dal 1867 al 1868 fu Regio Delegato di San Cataldo; Antonino nel '48 fu membro del Comitato di Difesa Pubblica, consigliere comunale nel '65 ed ancora nel 74; Gabriele fu notaio, sposò Concetta Garigliano dando origine al ramo Amico Garigliano, del quale la personalità più nota fu l'avv. Giuseppe, nato nel 1857, segretario prima di Acquaviva e poi a Montedoro, autore, tra l'altro, di una apprezzata monografia Sulla reintegrazione delle trazzere regie in Sicilia pubblicata nel 1887.
Il fratello Salvatore, e quindi lo zio dell'avv. Giuseppe Amico Medico, morì il 28.01.1845 da giudice della Gran Corte Civile.

Ernesto Vassallo (1875-Roma 1940)

Nato a San Cataldo da antica famiglia, nel 1875, studiò all'università di Palermo e si laureò in legge a Roma.
Persona seria, colta e soprattutto onesta, si occupò attivamente di giornalismo e fu elegante e forbito oratore, un vero trascinatore di folla. Partecipò, da ufficiale, alla guerra libica e fu corrispondente di guerra dalla Balearia, Entrato subito dopo nella vita politica attiva, fu, prima dell'avvento del Fascismo, deputato del Partito Popolare per tre legislature. Dopo l'avvento del Fascismo continuò la sua attività politica aderendo alle idee nuovo regime e fece parte, come sottosegretario agli Esteri del primo governo Mussolini.
Fu il primo podestà di Caltanissetta, come il fratello Pietro fu di San Cataldo, e amministrò la città per due anni, dal 1928 al 1929, stimato e benvoluto dai nisseni che, un anno prima gli avevano conferito la cittadinanza onoraria; cessato dall'incarico essi scrissero di lui: "Fu severo, inflessibile e intransigente, agì sempre secondo coscienza, scevro di concetti paternalistici ed eseguì il mandato come un apostolato".
Nel 1934 fu nominato senatore del Regno, carica che ricoprì fino alla morte avvenuta a Roma dopo aver pronunziato, in senato uno suoi migliori discorsi sul bilancio del Ministero dell'Agricoltura e Foreste, "perorando con slancio oratorio la causa della sua Sicilia", come disse, nel commemorarlo in senato, Gesualdo Suardo al quale, prima di morire, nell'infermeria di Montecitorio, aveva detto: "Muoio sulla breccia; ho lavorato onestamente e muoio povero".
E povero morì, tanto povero da non disporre nemmeno di una tomba di famiglia sicché, quando la sua salma fu traslata a San Cataldo fu tumulata, dapprima provvisoriamente nella tomba gentilizia di una famiglia amica, poi definitivamente in un loculo della tomba sociale della "Cesare Battisti", la società dei militari in congedo.
"Podestà" era chiamato, durante il Fascismo, il capo della Amministrazione comunale ed il nome risale al Medio Evo quando il capo di un comune era appunto il podestà. Era quello che oggi è il sindaco ma con una differenza di fondo; infatti il podestà veniva nominato dal governo, con autorità assoluta, mentre il sindaco è eletto dal popolo e non amministra da solo e autoritariamente, ma democraticamente insieme con la giunta ed il consiglio comunale.

Data di nascita: 19/04/1875
Luogo di nascita: SAN CATALDO (Caltanissetta)
Data del decesso: 06/05/1940
Luogo di decesso: ROMA
Padre: Luigi
Madre: BAGLIO Maria Assunta
Coniuge: ROSSI Ida
Luogo di residenza: TORINO
Indirizzo: Via Valeggio, 18
Titoli di studio: Laurea in giurisprudenza
Professione: Giornalista
Cariche politico - amministrative: Podestà di Caltanissetta (gennaio 1927-giugno 1929) (Emanuele Nicosia)
Preside della Provincia di Caltanissetta
Cariche e titoli: Vicepresidente della Camera di commercio di Caltanissetta (1931-1933)
Onorificenze: Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia 17 dicembre 1922
Cavaliere ufficiale dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro 7 giugno 1923
Onorificenza dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia
Sottosegretario di Stato al Ministero per gli affari esteri (31 ottobre 1922-26 aprile 1923)

"PRESIDENTE del Senato: Il cuore di Ernesto Vassallo ha cessato di battere da poche ore, dopo avere animato e sorretto sino in fondo lo slancio appassionato di questo degno figlio della generosa Sicilia. La solenne testimonianza che egli volle qui rendere al Duce della profonda imperitura riconoscenza delle popolazioni dell'Isola per la grande rivoluzione civile della colonizzazione del latifondo assurge dall'improvvisa immatura scomparsa alla nobiltà del testamento spirituale che degnamente conchiude la sua operosa giornata.Il dramma della nostra emigrazione e l'ansia d'un più vasto respiro mediterraneo furono sentiti e vissuti da Ernesto Vassallo con la competenza dello studioso e con l'ardore del giornalista.Chiamato a far parte del Governo come sottosegretario agli Esteri all'indomani della Marcia su Roma, la sua devozione al Regime fu da quel giorno intera e senza incrinature, nella totale dedizione personale che era il segno più limpido dell'onestà del sentimento politico. Nella Camera rinnovata dal Fascismo ed in questa Assemblea egli seppe essere sino all'ultimo istante il milite devoto dell'Italia mussoliniana. A me accorso presso di lui alla notizia del malore che lo aveva colpito disse queste parole: "Muoio sulla breccia. Ho sempre lavorato onestamente e muoio povero. Ringrazia il Duce di avermi nominato Senatore e digli che sia benedetto per il bene che ha fatto e farà alla mia Sicilia". Nessun lamento potè strappargli il dolore: solo una volta disse "Com'è grave il trapasso!".Dopo poche ore di sofferenze stoicamente sopportate Ernesto Vassallo spirava fra le braccia della consorte accorsa alla ferale notizia.Egli sarà da noi onorato con l'austero rito fascista che ne ricorda l'operosa devozione e ci impegna a seguirne l'esempio.Dopo, salutato il combattente della buona causa, il Senato, conscio dell'ora e del suo dovere, riprenderà i suoi lavori.
MUSSOLINI, Duce del Fascismo, Capo del Governo. Mi associo con tutta l'anima alle commosse parole che sono state pronunziate in questo istante dal Presidente della vostra assemblea. Il camerata Ernesto Vassallo fu uno dei miei primi collaboratori di Governo e fu dopo, in ogni tempo, un fedele soldato del Regime".


Nino Di Forti
E' l'uomo politico che, dopo Ernesto Vassallo, si è distinto nel periodo fascista ed ha dato lustro alla nostra città. Giovane fu nominato "Segretario Politico" di San Cataldo, la più alta autorità politica del paese, quasi superiore a quella del podestà che, allora e per tanti anni, fu ricoperta da Pietro Vassallo, il quale, come il fratello Ernesto a Caltanissetta, seppe accattivarsi la stima e l'affetto dei sancataldesi.
Anche Nino Di Forti si cattivò molte simpatie perché mai abusò della sua autorità e si adoperò sempre soltanto per il bene di San Cataldo e dei sancataldesi.
Fu nominato poi, a sua insaputa, mentre si trovava in Grecia a combattere con il grado di capitano di artiglieria, Federale di Caltanissetta, carica che era la massima a livello provinciale, ma nella quale egli potè appena insediarsi, perché gli eventi bellici lo costrinsero a lasciare, sotto i bombardamenti, la federazione e la famiglia per raggiungere, al Nord, Salò, sede della Repubblica Sociale Italiana.
Rientrato, nel 1945, a Palermo, provato, ma sempre incrollabilmente ancorato e fedele ai suoi ideali politici, riprese l'attività politica che portava nel sangue e che tanti dolori e sofferenze aveva causato a lui ed alla sua famiglia. Partecipò così, a Roma, alla costituzione del Movimento Sociale Italiano MSI e, costituita a Palermo la Delegazione Regionale, ne fu Segretario provinciale, per essere eletto, subito dopo, Segretario Regionale. Ne fece propaganda sotto lo pseudonimo di "Frate Amaro", la cui voce, ogni sera veniva irradiata da un altoparlante installato nel balcone della sezione palermitana del MSI che aveva sede a piazza Marina. Per tre volte candidato alle elezioni per la Camera o il Senato, non ebbe successo, perché incapace, per avversione congenita, di compromessi e forse per l'intervento di qualche Santo caritatevole e sollecito nell'esaudire le preghiere della moglie che desiderava ardentemente un suo insuccesso, per averlo finalmente tutto per sè. Nelle elezioni del 1953 risultò il primo dei non eletti, ma era da considerarsi sicuramente eletto poiché tra gli eletti era l'on. Marino di Agrigento, deputato regionale, ineleggibile perché non si era dimesso entro i termini stabiliti dalla legge. Dietro consiglio di amici e controvoglia presentò ricorso che la Giunta delle elezioni, anche se dopo molto tempo, non potè non accogliere: la Camera però non ratificò la deliberazione della Giunta.

Egidio Amico Roxas (1880-1965)

Appartenne ad una delle più distinte famiglie sancataldesi che ha dato al mondo un altro illustre figlio, Salvatore, medico ginecologo, divenuto direttore primario del reparto di ostetricia e ginecologia dell'ospedale Vittorio Emanuele di Catania dove morì. Fu famoso in campo internazionale, ma i sancataldesi lo ricordano soprattutto perché, ricorsi alle sue prestazioni, non pagarono mai una lira.
Egidio invece, nato nel 1880, ebbe la predisposizione alla pittura e, giovanissimo, si iscrisse e frequentò l'Istituto di belle Arti, per trasferirsi poi a Roma dove si diplomò.
Ricco com'era, non esercitò mai la professione e dipinse sempre per diletto personale,facendo paesaggi e ritratti, tra questi uno di Carducci, regalato ad amici che tuttora lo conservano, e talora riproducendo capolavori d'arte.
Egli non vendeva i suoi quadri, ma li regalava ad amici ed a chiese, tenendo però la maggior parte per sé: li appendeva alle pareti del suo grande palazzo, che trasformò, quasi, in una mostra permanente e privata, schivo com'era della pubblicità. A stento, indotto dall'on.Giuseppe Alessi, allora sindaco, si lasciò convincere ad allestire nella nostra città una mostra.
Sua è la Crocifissione che egli riprodusse dal Rubens e che si rimira nella nostra Chiesa Madre. Morì vecchio nel 1965, dipingendo sino all'ultimo.

Salvatore Arcarese (1895-1968)
I sancataldesi lo hanno amato soprattutto per la grande generosità e per il senso di umanità che animava le sue azioni. Onesto, leale, naturalmente portato a difendere i diritti dei deboli e le ragioni degli innocenti: senza sentimentalismi,ma con la forza che viene dal rispetto per la dignità dell'uomo. Era un tradizionalista con la mente proiettata nel futuro. Visse con semplicità: di mattina in tribunale, di pomeriggio tra i banchi di scuola, la sera al cinema Marconi (all'ultimo spettacolo faceva entrare tutti gratis), poi al bar delle sorelle ("Ciurciula"): briscola e scopone.
Lavorò una vita senza arricchirsi, e fino all'ultimo rimase un uomo giusto.
Nacque a San Cataldo il 5 agosto 1895. Frequentò il liceo "R. Settimo" (fu stregato dall'idealismo di Croce e dalla filosofia di Gentile, che proclamava la fede nel trinomio Dio Patria e Famiglia). Partecipò alla prima guerra mondiale.
Presa la licenza magistrale, cominciò a insegnare nelle scuole elementari: prima a Marianopoli (viaggiava col calesse), poi alla De Amicis. Si sposò con Rosa Scarantino nel 1920. Nel frattempo s'iscrisse all'università di Palermo (studiava con in braccio il primogenito, morto bambino come altri due degli otto figli). La conoscenza del diritto aumentò in lui il senso innato di giustizia. Si laureò nel 1925, aprì lo studio legale in Corso Vittorio Emanuele: prima civile, poi anche penale. Assistette gente di ogni ceto: chi poteva pagava, chi non poteva non pagava. Elegante la sua oratoria.Le sue arringhe erano costruite con abilità. Nel 1927 impiantò un'arena cinematografica. Ma il suo sogno era un cinema vero e proprio. Lo realizzò: il Marconi, di cui fu uno dei proprietari.
Sempre fedele ai valori della destra sociale ("siamo socialisti, ma non siamo socialisti" ripeteva), fu un fascista convinto. Responsabile del sindacato, assisteva i mietitori appollaiati in piazza Crispi: cappelli di paglia, occhiali di plastica, cibo e medicine. Nel 1946 si candidò alla Costituente (non fu eletto per 70 voti): nella piazza dei comizi l'amico democristiano Giuseppe Alessi prese la parola dopo di lui: "U furmintu - disse - è bunu.
Peccatu ca c'è a mascaredda".
L'anno seguente fondò a Caltanissetta, insieme ad altri ex fascisti, l'MSI ricoprendo ruoli dirigenziali. Fece conoscere ai sancataldesi il teatro dialettale siciliano portando in paese artisti di fama. Così pure le opere classiche e gli attori e i cantanti più famosi del tempo (da Claudio Villa a Patty Pravo, da Gianni Morandi a Caterina Caselli). Scrisse "San Cataldo e sancataldesi", dando un contributo alla ricerca storica locale, col dichiarato intento di invogliare altri a proseguire gli studi locali.
Morì nel 1968. Dissero di lui che se ne andava un "cavaliere antico in tempi moderni".

Nicolò Asaro (1920-1973)
Laureatosi a Palermo in Matematica e Fisica, fu per anni professore ordinario di scuola media e per qualche tempo anche preside incaricato, fino a quando nel 1963 fu eletto senatore della Repubblica nelle liste del Partito Socialista Italiano.

Arcangelo Baglio (1853-1904)
Fu una singolare figura di gentiluomo e diplomatico. Si laureò in legge a soli 18 anni: dopo tre anni si recò a Vienna come segretario di legazione. Fu buon conoscitore di scienza, filosofia, fisica, meccanica, medicina. Parlava correttamente il tedesco, il francese, lo spagnolo, il greco. l'arabo, il turco e il sanscrito. Fece subito carriera. Da Vienna, dove dimorò per circa due anni, si recò a Madrid (si era sposato da poco). poi a Costantinopoli e infine a Copenaghen. Al suo ritorno, vinto dal dolore per la morte di tre dei suoi figli, si ritirò a vita privata e dedicò la sua esistenza alla beneficenza e soprattutto alle colonie alpine per fanciulli gracili.

Peppino Bellomo (1884- Paterson 1958)
Fin da bambino, interrotti gli studi, aiutò il padre nel mestiere di calzolaio. Nel 1908 si recò in America a Paterson dove trovò lavoro come disegnatore presso lo studio del cugino. Studiò architettura presso una scuola serale di Paterson e si laureò nel 1918. Nel 1919 si sposò con la cugina Grazia De Rosa. Insigne architetto, eseguì parecchi progetti tra cui ricordiamo: l'istituto Maria Ausiliatrice di Haledon, la chiesa di San Michele Arcangelo di Paterson. Scrisse anche delle poesie che pubblicò con lo pseudonimo di Pippo Bello.

Arcangelo Cammarata (1901-1977)
Nato nel 1901 a San Cataldo da agiata famiglia, iniziò giovanissimo la sua militanza cattolica. Ancora universitario fu segretario della sezione sancataldese e vicesegretario provinciale del Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo. Si laureò in legge nel 1924 all'Università di Palermo, con una tesi su Sindacalismo e Stato, preparata sotto la direzione di G. Ambrosini. Iscritto alla FUCI, ebbe contatti, in quegli anni, con personalità destinate ad assumere funzioni di rilievo nel movimento cattolico nazionale e nella Chiesa italiana. Ebbe rapporti anche con mons. G.B. Montini, il futuro Paolo VI, con il quale fu, nel 1927, tra i primi sottoscrittori dell'Editrice Studium. Nel 1929 il vescovo mons. Jacono lo nominò presidente della giunta diocesana di Azione Cattolica, carica che tenne per diversi anni. Nel 1936, in seguito al ritiro dello zio mons. Luigi Cammarata in ossequio alle disposizioni delle Santa Sede, fu eletto presidente della cassa rurale ed artigiana di San Cataldo "Giuseppe Toniolo". Fu anche presidente dell'Ente fascista di zona per l'assistenza alle casse rurali. In quegli anni fu pure delegato del vescovo per l'amministrazione di opere pie. Iscritto al Partito Fascista al fine di occupare le cariche amministrative affidategli dal vescovo, ebbe l'ostilità di elementi del fascismo locale che gli rimproveravano la trascorsa militanza nel Partito Popolare. Ripetutamente gli fu tolta la tessera, finché nel 1939 fu espulso definitivamente dal partito e privato delle cariche. Allo sbarco degli alleati nel 1943, fu nominato prefetto di Caltanissetta su indicazione del vescovo Jacono. Tenne l'incarico per qualche mese ed ebbe poi la nomina a commissario all'alimentazione in Sicilia. Aderì alla Democrazia Cristiana e nel 1946 fu il primo sindaco eletto democristiano di San Cataldo. Godette della stima e della fiducia del vescovo Jacono. Anche dopo la morte di quest'ultimo, continuò ad avere rapporti di piena fiducia con i successori. Fino alla morte fu delegato del vescovo per l'amministrazione dell'Ospedale "M. Raimondi" di San Cataldo.
Morì nel 1977.
Arcangelo Cammarata è figura rappresentativa di quel laicato cattolico, piuttosto ristretto, di professionisti, provenienti da famiglie tradizionalmente molto legate alla Chiesa diocesana, che ebbero funzioni di guida nelle organizzazioni cattoliche dopo il ritiro del clero dai compiti di direzione nel campo politico e in quello delle opere economico-sociali cattoliche. Egli inoltre fu molto vicino ai vescovi succedutisi alla guida della diocesi nissena, ai quali prestò delicati servizi legali e amministrativi. La sua vicenda si può ricostruire consultando la corrispondenza abbondante di Cammarata con il vescovo Jacono, che è conservata tra le carte di quest'ultimo nell'Archivio Storico Diocesano.
Suoi articoli si trovano nelle annate de Il Popolo, periodico del Partito Popolare di Caltanissetta (1920-24). I suoi scritti sono ora raccolti nel volume Scritti sul sindacalismo e la coooperazione, a cura di Cataldo Naro, Centro Studi sulla Cooperazione "A. Cammarata", San Cataldo 1986.

Nicolò Casale (1776-1820)
Fu lettore di teologia dogmatica nel seminario di Agrigento, eccellente oratore e ottimo medico. Nei suoi scritti si ammira un sentimento di particolare attaccamento alla libertà del popolo siciliano. Pubblicò nel 1814 le "Lettere di un Giudeo ad un Neofita Cristiano". Ferdinando Il Re di Sicilia lo aveva destinato ad alti uffici, quando ne apprese l'immatura scomparsa.

Luigi Fascianella (1864 -1933)
Uomo dotato di notevole ingegno e di vasta cultura, si interessò sin da giovane dei complessi problemi dell'agricoltura. Fu il primo ad introdurre nelle nostre campagne l'uso di fertilizzanti vincendo la preconcetta diffidenza dei proprietari terrieri contro ogni innovazione, organizzò leghe agricole tra i mezzadri, i braccianti e i piccoli coltivatori diretti per il miglioramento dei loro redditi di lavoro e di produzione degli operatori in agricoltura. Lasciò l'intera proprietà immobiliare alla Curia Vescovile di Caltanissetta con la precisa destinazione di fondare un Ente che promuovesse l'istituzione di un orfanotrofio destinato agli orfani degli agricoltori da avviare, mediante una speciale scuola tecnica di agricoltura, alla sperimentazione pratica della conduzione dei poderi e degli allevamenti zootecnici utilizzati nell'agricoltura.

Dott. Giuseppe Rizzo - Farmacista
Tenace, battagliero uomo politico, attivo Consigliere comunale, il farm. Giuseppe Rizzo fu antesignano di progresso e di benessere della nostra popolazione.
Dinamico e irrequieto, con le sue proposte, le sue interpellanze, i suoi sani consigli e la sua prodigiosa attività, avviò a soluzione molti problemi cittadini, alcuni dei quali ebbero felice attuazione.
Propose la costruzione dell'acquedotto per l'incanalamento delle acque della contrada Ramilia, il cui progetto venne approvato dal Consiglio Comunale nella seduta del 25-9-1904. Successivamente chiese al Sindaco di allacciare a quella di Ramilia anche l'acqua potabile della contrada Draffù, giudicando che, in tal modo, si sarebbe risolto il difficile ed urgente problema (.... acqua di Canaluttu mezzu vinu, acqua di Draffù vinu sanu.), e intanto non tralasciava gli accordi con gli altri Comuni per avere l'acqua delle Madonie.
Nel Settembre 1904, propugnata l'espropriazione della casa Alù del Largo Salomone, perché in precarie condizioni di stabilità, ottenne la costruzione dell'attuale pescheria.
Amante della cultura e del progresso, si battè per la istituzione delle scuole serali, le quali, appena aperte, furono frequentate da 200 adulti, che, successivamente, raggiunsero le 400 unità.
Per togliere alcuni concittadini dalla miseria, offrì loro il suo aiuto e li accompagnò in un viaggio nell'America Latina, dove cercò di rintracciare il Canonico Don Gaetano Naro, che era partito il 10 Agosto 1898 in missione per Manaos (Amazzoni). Poiché non
riuscì a trovarlo, ed essendo in serie difficoltà economiche, fece
ritorno in patria per dedicarsi alla professione e al bene cittadino.
Il 19-3-1899, in viaggio per il Sud-America, scrisse la poesia: Sull'Atlantico verso Rio De Janeiro versi elegiaci.
Anticipando i tempi, nel 1902, propose che i cortei funebri seguissero la via più breve per giungere al Cimitero e, in particolare, evitassero il Corso Vittorio Emanuele (allora i feretri si portavano a spalla). Ciò diede luogo ad una sommossa popolare: fomentata da facinorosi, spinti da una propaganda di avversione e di ostilità, buona parte della cittadinanza, partendo dalla Società Regina Elena, tentò di assalire a sassate il Rizzo mentre si trovava nella sua Farmacia situata nel Corso Vittorio Emanuele, angolo via S. Lucia, n. 145, inscenando una violenta manifestazione che venne coraggiosamente affrontata dal Delegato di P. S. Misciasci (allora ogni Comune che superava i Diecimila abitanti aveva un Delegato di P.S.) il quale riuscì ad impossessarsi del vessillo tricolore inalberato dai dimostranti. Il farmacista uscì incolume dalla sassaiola, mentre il Comandante la Stazione CC, Maresciallo Abele Bianchi, venne
colpito alla testa.
Nel 1904, venuto a conoscenza che presso l'archivio del Notar Garigliano giaceva testamento pubblico del 2 Marzo 1886, con il quale la Sig.na Maddalena Raimondi lasciava tutti i suoi beni al Vescovo, perché nella nostra città venisse fondato un Ospedale per i poveri, e saputo che, per la stessa disposizione di ultima volontà, il creando Ospedale doveva essere amministrato dal Vescovo Diocesano (allora Mons. Zuccaro) il Farmacista Rizzo, resosi conto che erano trascorsi infruttuosamente ben 18 anni dal rogito del testamento, si recò dal Vescovo al quale fece sentire la sua vibrante protesta.
Divenuta la notizia di dominio pubblico, venne organizzata una imponentissima manifestazione Pro Erigendo Ospedale, alla quale partecipò Finterà cittadinanza. I dimostranti con in testa la Bandiera Nazionale della Società Operaia, portata dal Sig. Alfonso Gangitano, uomo erculeo e deciso a tutto, riunitisi davanti la sede della stessa Società, in Piazza Dumas, oggi Crispi, formavano un interminabile corteo che imboccava via Garibaldi. La colonna, giunta nei pressi della Chiesa S. Giuseppe, venne caricata da un plotone di Carabinieri, ivi schierato; ma i cordoni della forza pubblica furono facilmente rotti dalla imponenza della folla che proseguì il cammino imbroccando la via Umberto I.
Il corteo si fermò a protestare contro il Vicario, Can Asaro, il quale ebbe la prontezza di spirito di affacciarsi, di invitare il popolo alla calma promettendo immediato interessamento.
La manifestazione diede i suoi frutti.
Il 27 Marzo 1905 la deputazione del ricovero di mendicità presieduta dal dott. Angelo Asaro accettava ristanza di Mons. Zuccaro e concedeva gratuitamente mq. 650 della terra annessa al Ricovero sulla quale venne eretto il nostro Ospedale, che si intitola appunto alla grande benemerita Maddalena Raimondi.
Nel Giugno 1906 venne iniziata la costruzione.
Al Farmacista Rizzo si deve ancora la fondazione della Società Operaia di M. S. che oggi si intitola al suo nome.
Per più di un anno l'illustre concittadino riunì nella sua casa gli operai e, finalmente, col 1° Gennaio 1901 la nuova Società ebbe il suo crisma.
Nell'anno 1897 pubblicò un opuscolo per i caratteri della tipografia G. Ambrosiano di Caltanissetta contenente 26 Poesie. Al padre, agli zìi, avv. Nicolò Amico e Canonico Filippo, dedicò poesie e non dimenticò il Principe dott. Salvatore Galletti, che morì esiliato politico a Malta nel 1828.
E non poteva mancare nella delicatezza dei sentimenti dell'autore e nel suo fervente patriottismo: Una lacrima ai prodi Sancatalde-si caduti ad Abba Carima il 1 Marzo 1896.
Altri tempi quelli in cui visse il Farmacista Rizzo.
Anche se la guerra d'Africa ci fu avversa e la vittoria sfuggì dalle mani dei nostri Eroi, che caddero combattendo per la Patria, l'autore li immortalò in una poesia.
Il Farmacista Giuseppe Rizzo morì il 26-12-1910 e prima di morire dispose che, alla sua morte, la farmacia passasse all'Ospedale M. Raimondi.

Augusto Ferdinando Falzone
Il poeta Augusto Ferdinando Falzone fu Angelo e fu Giuseppina Amico Roxas nacque a S. Cataldo il 23-11-1886.
Compiuti gli studi classici, a 24 anni, dal Febbraio 1912 all'Agosto 1918, insegnò Lingua Italiana presso la Scuola Internazionale di Lingue per adulti.
Nel 1918 assunse l'impiego di corrispondente di Lingue Estere presso una ditta privata importatrice ed esportatrice, dove rimase fino a quando, avuti riconosciuti i suoi preziosi meriti culturali e intellettuali, nel 1928, venne chiamato presso la Corte General Session di New York quale interprete per l'Italiano, il Francese, lo Spagnolo, il Portoghese e l'Inglese. Incarico questo che il Falzone esplicò fino al 1958, anno in cui venne collocato in pensione per raggiunti limiti di età.
Nel 1906, pubblicò il volumetto dei suoi versi, presso la locale tipografia "La Vittoria", a cui diede il titolo civettuolo e promettente di Primizie. Il volumetto attrasse subito l'attenzione e la simpatia di quanti avevano dimestichezza con la poesia e molti furono gli ammiratori.
Il 31 Ottobre 1965, dopo una vita intensa di lavoro, moriva a Bronx, tra le braccia dell'unica figlia sig.ra Adalgisa.

Dott. Cesare Vassallo
Cesare Vassallo fu Gaetano e fu Marianna Baglio, nacque a S. Cataldo il 2 Gennaio 1881 da una illustre famiglia, il cui albero genealogico enumera uomini di ingegno, professionisti di gran valore, politici e patriottici, che tanta luce hanno dato al nostro Paese.
Studiò nella scuola di Portici, dove conseguì la laurea in Scienze Agrarie con il massimo dei voti, con una tesi di profondo significato tecnico-umanitario dal titolo: "Esempio di trasformazione agraria del grande possesso".
È una preziosa, analitica disamina di valore economico che, a quei tempi, indirizzava l'agricoltura verso la trasformazione del grande possesso, per ottenere maggiore produzione e più elevati profitti, nell'interesse nazionale e in quello particolare dei proprietari e dei coltivatori.
L'autore, partendo dal presupposto che l'agricoltura meridionale fosse allora in uno stato quasi primitivo di coltivazione e di rendimento, formulò delle preziose proposte dettate "dal semplice desidèrio di contribuire al miglioramento economico della Regione, cui tanto affetto ci lega".
Lo studio dell'autore, oggi, forse, non ha più alcun valore pratico, perché le terre sicule sono state in gran parte abbandonate per il minimo rendimento, in rapporto alla politica internazionale dei prodotti agricoli.
Il dott. Cesare Vassallo, oltre alle Scienze Agrarie, curò profondamente lo studio della Tecnica Bancaria e, in questo campo, la sua dottrina e la sua grande preparazione furono presto riconosciute, sicché divenne Ispettore della Banca Nazionale del Lavoro.
La morte lo colse mentre, con la famiglia, villeggiava a Nesso (Como) il 23 Luglio 1965.

Ammiraglio Salvatore Fascianella - Medico dei Savoia
Si distinse nella Regia Marina per senso della giustizia e della disciplina. Morì a 55 anni nel 1942. Giovane prodigio, era il fratello minore del famoso notaio sancataldese. Ufficiale forte e generoso, girò il mondo negli anni Trenta. Non era il "generale" Fascianella, come lascerebbe intendere la "g" riportata nel nome della seconda traversa di via della Rinascita a lui intitolata (la commissione urbanistica del tempo non doveva brillare né per competenza né per conoscenza). Era l'"Ammiraglio" Salvatore Fascianella, fratello del famoso notaio sancataldese, il laico militante che partecipò alla fondazione della cassa rurale e di quella operaia e si distinse nel campo sociale e politico.
Figlio di Marianna Carletta e di gnur Turiddu Fascianella, l'Ammiraglio nacque a San Cataldo nella casa di via Mascari, oggi al numero 28, e morì in piena seconda guerra mondiale, il 2 febbraio 1942, a Somma Vesuviana (a venti chilometri da Napoli), proprio nel momento in cui la Marina versava in condizioni drammatiche, con infrastrutture e installazioni in gran parte danneggiate, con i porti minati o ingombri di relitti affondati. Ultimogenito di otto figli, rimase orfano all'età di quattro anni. E l'affettuosissimo papà, agricoltore modesto ma molto onesto, laborioso e industrioso, quando si accorse di essere al capolinea per un male che lo stava divorando e Turidduzzo gli cinguettava attorno, andava biascicando l'antico adagio "Figli tardì, orfani purmintì" (i figli, cioè, che nascono per ultimi, spesso corrono il rischio di restare orfani anzitempo). Infatti lu gnur Turiddu se ne andò a 55 anni circa, lasciando la vedova Marianna priva dell'unico sostegno economico. Per fortuna le aveva lasciato un gruzzoletto. E alla signora Carletta non facevano difetto né il coraggio né lo spirito d'iniziativa. Per di più era consapevole d'avere due figli dotati di una notevole vivacità intellettiva e destinati quindi a fare molta strada. Pertanto, chiama a raccolta tutte le sue risorse e, nel 1878, intraprende un'attività commerciale di derrate agricole con le quali ha una certa familiarità e che compra nel periodo estivo per poi venderle d'inverno.
Alla fine dell'Ottocento, specie per una vedova, intraprendere un'attività commerciale che per tradizione veniva esercitata dagli uomini, era un'impresa tutt'altro che facile. Ma la signora Marianna, determinata e sostenuta da una solida fede religiosa, non si perde d'animo. Ben presto però si accorge che il problema è un altro: Turidduzzo, che standole un po' troppo attaccato alla gonna e tempestandola continuamente di domande, costituisce un ostacolo per la sua attività. Ciononostante, sa bene che generalmente non ci sono problemi senza soluzioni. Difatti non tarda ad affiorare nella sua mente il ricordo di un suo amico che faceva l'insegnante. " Solo lui - pensa - può aiutarmi al riguardo". (Allora non c'erano né asili né scuole materne). Così gli fa sapere che ha bisogno di parlargli. L'amico si reca nella casa di via Mascari dalla vedova, la quale entra subito in argomento: lo prega di accogliere come uditore nella sua classe Turidduzzo, che ancora non ha compiuto nemmeno cinque anni.
E il buon maestro: "Temo proprio, cara Marianna, di non poterti venire incontro: insegno in una seconda classe, ragione per la quale il bambino si annoierebbe un poco". "Proviamo lo stesso" ribatte la signora Carletta "Se ti dovesse dare fastidio lo, lo ritirerò."
Come sono soliti fare gli insegnanti, il maestro di Turidduzzo dedica il primo mese di scuola al programma dell'anno precedente. Risultato: il bambino divora i primi elementi del sapere e segue il maestro con molta attenzione e buon profitto.
Incontrando un giorno l'amico insegnante, la signora Marianna gli chiede notizie di Turidduzzo. Risposta: "In un mese il bambino ha assimilato il programma della prima classe e per di più si distingua per profitto e comportamento."
Dopo la prima e brillante esperienza scolastica e completato il ciclo delle elementari, a proprie spese il nostro campione passa a frequentare prima il ginnasio e poi il liceo classico a Palermo,dove viene seguito dallo zio monaco, fratello di sua mamma.
Conseguita la maturità classica con bei voti e con due anni di anticipo, all'età di 17 anni, Salvatore s'iscrive in Medicina, risultando la matricola universitaria più giovane d'Italia.
Laureatosi a tempo di record, si appresta subito a soddisfare gli obblighi di leva come ufficiale medico in marina, dove finisce per restare: si accorge subito di trovarsi comodo nella divisa, anche perché ha un carattere forte, spiccato il senso della disciplina e della giustizia, oltre che un enorme amor di patria. Inoltre sotto l'aspetto professionale diventa talmente famoso che, quando si trova in Italia, per certi periodi, è anche il medico di famiglia di casa Savoia.
Quando, poi, passa le ferie a San Cataldo, in contrada Vassallaggi e ospite della famiglia della nipote Marianna, spesso viene preso d'assalto, anche perché le sue qualificatissime prestazioni sono gratuite. Sposato con una nobildonna torinese, la contessa Fernanda, l'Ammiraglio trascorre l'ultimo scampolo della sua vita a Somma Vesuviana. Lì è stato seppellito.

Mons. Luigi Cammarata
Nacque a San Cataldo nel 1885 da un'antica famiglia di 'Burgisi", come allora si chiamavano i grandi proprietari terrieri.
Molto presto, ad appena quattordici anni, lasciò la famiglia per entrare nel seminario di Acireale dove compì gli studi sino al conseguimento della licenza liceale. Nel 1907 si trasferì a Roma dove completò gli studi teologici presso quel seminario pontificio e si laureò in teologia presso l'Università di Sant'Apollinare. Ordinato sacerdote nel 1911 da mons. Intreccialagli, vescovo di Caltanissetta, ritornò a Roma per conseguire la laurea "in utroque iure", cioè diritto civile ed ecclesiastico.
Prese parte alla prima guerra mondiale 1915/18 come cappellano militare e quattro anni dopo la fine della guerra, nel 1922, fu chiamato a reggere il seminario di Nicastro, che diresse per 7 anni.
Papa Pio XI lo nominò, prima, Cameriere soprannumerario e poi suo prelato domestico. Nel 1930 ritornò a San Cataldo e divenne arciprete parroco della chiesa Madre, poi, nel 1947, fu consacrato prelato di Santa Lucia del Mela (Messina) e vescovo di Cesarea in Mauritania. Morì il 24 febbraio 1950.

Mons. Pietro Galletti (1667-1757)

Dopo aver rinunciato al principato di Fiumesalato e al marchesato di San Cataldo, si dedicò al sacro ministero. Fu nominato parroco di S. Antonio a Palermo, in seguito unico e supremo inquisitore per la Sicilia. Fu vescovo di Patti e arcivescovo di Catania. Ritornò a San Cataldo per consacrare la chiesa dei Cappuccini (1738), la Chiesa Madre (1739) e la chiesa di S. Giuseppe. Morì a Catania e fu sepolto nel transetto est della Cattedrale.

Mons. Luigi Giamporcaro (1789-1854)
Fu chiamato da mons. D'Agostino in Seminario come lettore di Sacra Scrittura e direttore spirituale dei seminaristi. Fu eletto vescovo di Lacedonia da Ferdinando Il. In seguito, per i suoi grandi meriti, fu trasferito nella diocesi di Monopoli, dove morì.

Mons. Salvatore Luzio (1870-Roma 1959)
Mons. Salvatore Luzio fu Giuseppe e fu Casale Rosa nacque a S. Cataldo il 12-5-1870.
Modello di virtù sacerdotali, si distinse per la sua profonda conoscenza del diritto canonico. Fu insegnante a Dublino di diritto ecclesiastico. Dopo parecchi anni si recò a Roma dove insegnò diritto canonico. Nel 1906 fu nominato cameriere segreto del Papa. il pontefice Benedetto XV gli affidò una missione estremamente delicata mirante a conciliare il conflitto tra l'irredentismo irlandese e l'intransigenza del governo inglese. Mons. Luzio prese contatto con il capo degli irredentisti, De Valera, inducendolo a trattare con spirito conciliante il gravissimo problema ed ottenendo assicurazione che si sarebbe comportato con elevato senso di responsabilità.
Morì in Roma il 4-11-1959

Mons. Alberto Vassallo di Torregrossa
Mons. Alberto Vassallo fu Rosario, dei Baroni di Torregrossa, nacque nella nostra città il 28-12-1865. Frequentò con profitto il Seminario Diocesano di Catania e poi il Collegio S. Michele di Acireale. Per seguire gli studi sacri, superata la licenza liceale, entrò come alunno nel Pontificio Seminario Romano, dove si laureò in sacra Teologia e in Diritto Canonico e Civile. Meritò il diploma di Alta Letteratura Leoniano.
"Il 22 Settembre 1888, nella Chiesa S. Sebastiano di Caltanis-setta, veniva ordinato Sacerdote da S. E. Mons. Giuseppe Francica Nava, Vescovo Titolare di Alabanda ed Ausiliare dello Zio Mons. Guttadauro, Vescovo di Caltanissetta, che un giorno ebbe a definire il giovane Sacerdote Vassallo La gemma della sua Diocesi".
L'anno seguente venne ammesso all'Accademia dei Nobili Ecclesiastici, dove seguì lodevolmente il corso di Diplomazia ecclesiastica, sulla quale tanto si distinse.
Nel 1891 fu nominato Canonico della Collegiata di S. Cataldo.
Fondò la Compagnia delle Orsoline di S. Angela Merici di S. Cataldo. Nel 1892 entrò come apprendista nella Segreteria di Stato.
Riconosciuti i suoi particolari meriti di ingegno, cultura e amore alla pietà, nel 1898 S. S. Leone XIII lo nominò suo Cameriere Segreto e, su segnalazione del Card. Rampolla, lo inviò quale segretario alla Nunziatura di Monaco di Baviera.
Nel 1902 venne inviato come Uditore alla Nunziatura apostolica di Bruxelles e, per desiderio del Nunzio, Mons. Macchi, passò nuovamente a Monaco dove fu insignito della Commenda del S. Sepolcro.
Il 25 Novembre 1913, S. S. Pio X lo nominava Arcivescovo titolare di Emesa e lo inviava nella Repubblica di Colombia, a Bogotà (America Meridionale) quale Delegato Apostolico. Il 10 Gennaio 1914 il S. Padre lo riceveva in udienza particolare ed il 18 dello stesso mese, Mons. Alberto Vassallo riceveva la Consacrazione Episcopale dal Cardinale Segretario di stato Merrj del Val presso il collegio Pio-latino-americano, dove ebbe tributate accoglienze trionfali e doni a profusione.
Il 25 Gennaio fu ricevuto nuovamente da Papa Pio X in udienza particolare di Commiato. Per la sua conoscenza di diverse lingue e per il fine tatto diplomatico di cui era dotato, nel 1916 fu inviato da S. S. Benedetto XV come Diplomatico Internazionale a Buenos Aires (Argentina) dove si accaparrò la stima generale.
Nell'Agosto del 1925 dallo stesso Papa fu nominato Nunzio Apostolico di Monaco di Baviera, dove ritornò con entusiasmo e dove rifulsero i suoi meriti di elevata diplomazia ecclesiastica. Ebbe occasione di incontrarsi varie volte con Hitler. Lasciò Monaco quando venne soppressa quella Nunziatura.
Tornato in patria, nella città natia fu propagatore delle Casse Rurali. Fece venire a S. Cataldo D. Cerniti, l'Apostolo Sociale delle Casse Agricole. Fu uno dei fondatori, nel 1894, della prima Cassa Rurale dei Prestiti e poi dell'Agricola Sancataldese, e, nel 1904, della seconda Cassa "l'Operaia". Rimise in sesto la Confraternita di S. Cataldo; ne ridimensionò gli Statuti, dandole nuovo impulso e nuova vita.
Pubblicò: "Piccolo studio del clero belga". Oltre alla Commenda del S. Sepolcro ebbe varie onorificenze: Cavalier Uff. dell'Ordine di S. Michele, Cav. dell'Ordine della Corona di Baviera, Comm. dell'Ordine di S. Leopoldo del Belgio, Comm. dell'Ordine di Alberto il coraggioso, di Sassonia, Morì nella sua città che tanto amò, alla bella età di 94 anni, il 7 Settembre del 1959. Il 7 settembre 2009, a 50 anni dalla morte, la sua salma è stata tumulata nella Chiesa Madre di San Cataldo, accanto alla tomba dell' Arcivescovo Mons. Cataldo Naro.

Padre Rosario Pirrelli
Nato a San Cataldo nel 1774, ultimo di 19 figli di una famiglia agiata "burgisa". Frequentò il Seminario di Agrigento e fu ordinato sacerdote a fine secolo.Dal 1801 iniziò la predicazione itinerante direttamente nelle campagne portando sempre con lui un Crocifisso. Asceta molto rigoroso, soleva fare pubbliche flagellazioni, richiamando alla conversione e attirando numerosi contadini.
Il prete taumaturgo, parroco di S. Stefano, si dice facesse miracoli nelle campagne sancataldesi del Settecento.
Abitava "nni lu stratuni di li Cappuccini", quasi di fronte alla chiesa di Santo Stefano, che divenne il teatro naturale di tanti episodi edificanti passati alla storia e di eventi prodigiosi. Ebbe tuttavia la sfortuna di vivere in un tempo infelice e in un ambiente contadino completamente ripiegato su sé stesso, dominato dalla più grassa ignoranza e schiacciato da una miseria così atroce da trasformare anche le anime più semplici in esseri disperati e feroci. Talora l'inclemenza di qualche stagione flagellava le nostre contrade e, quando la siccità si protraeva oltre misura, la carestia cominciava a mietere centinaia di vittime. E quando accadevano disgrazie del genere non restava altro da fare che accorrere ai piedi del glorioso San Catalluzzu viscuvu ca scanzava di fami, pesti, tirrimotu e guerra; oppure a lu 'Ratò ad implorare la grazia a San Sidoru lu viddanu (Sant'Isidoro Agricola) che già una volta in terra di Spagna, come un nuovo Mosè, aveva fatto sgorgare l'acqua dalla roccia per dissetare una mandria di buoi. Ma si sapeva che anche in paese c'era qualcuno che un giorno aveva operato lo stesso prodigio, così come altre volte aveva liberato un ossesso o guarito ammalati. E sebbene Patri Sariddu, nella sua grande modestia e umiltà, ritenendosi indegno di tanto favore divino, facesse ogni volta di tutto per sviare dalla sua persona l'attenzione dei presenti, gli riusciva davvero impossibile ammucciari 'u suli c'u crivu. Accadde così che un giorno tutta la popolazione, stremata dal digiuno e dalle nefaste conseguenze della persistente siccità, accorse a Santo Stefano. Attorno al padre i gemiti e le lacrime erano così pressanti e penose da schiacciare la già macilenta figura dell'anziano penitente. Egli, tuttavia, capiva perfettamente qual' era questa volta la posta in gioco: l'acqua non era soltanto un bene comune, prezioso e insostituibile. L'acqua era la vita. Una spada, capovolta sì, ma efficacissima contro ogni forma di jattura e di morìa, gridò al suo gregge: "Procedamus in pace.... E jamuninni a la Matrici". Per primi
avanzavano gli orfanelli della perdurante carestia che assieme alle verginelle, infagottate negli stracci consueti, salmodiavano: "E decimila voti e ladamu a lu Crucifissu.
E ladamu tutti spissu a lu santissimu Crucifissu". Gli uomini, invece, tutti devotamente sberrettati, avanzavano, avviliti in quelle tragiche maschere incartapecorite dal sole, e con le mani nodose levate verso il cielo invocavano la Misericordia Divina ripetendo: "Signiruzzu, chiuviti, chiuviti, ca li lavura su' murti di siti. Mannatinni n'acqua bona senza lampi e senza trona". Infine, quasi barcollando, si trascinavano le donne, a piedi scalzi e ingramagliate negli scialli neri: "Bedda Matri d'i setti dulura, acqua vunu li lavura. E si nun nni la mannati simu tutti cunsumati". Lo stesso Pirrelli di tanto in tanto alzava la voce, invitando la massa a ripetere con lui la sua 'raziunedda preferita: "O santissimu Crucifissu, li vustri grazii sunu spissu. Sta jurnata 'unn'ha da passari ca nn'aviti a cunsulari. E jttamuni a li so' pedi ca li grazii nni li concedi. Li concedi a tutti l'uri: morsi 'n cruci ppi nustr'amuri". Finalmente si riversarono alla Madrice e il prete, abbracciandosi al petto la croce, salì sul pulpito. Ben presto parole di fuoco cominciarono a uscire dalla sua bocca. Minacciò i più tremendi castighi ai peccatori che si sentivano scagliare dal cielo condanne e torture. Terrorizzati, quei poveretti si battevano il petto e imploravano continuamente pietà mentre il predicatore cominciava ad additare le carni squarciate ed il sangue che imbrattava le sembianze del suo dolce Maestro. E da una scena apocalittica all'altra prese a flagellarsi pubblicamente la schiena con una catena al solo fine di ottenere dal Crocifisso la grazia. Infine benedisse e rimandò il popolo a casa, incoraggiandolo a sperare. Ed ecco che, man mano si usciva dalla chiesa, il sole cominciava ad oscurarsi. Nuvoloni sempre più neri e gonfi, come sospinti da forze misteriose, continuavano ad ammassarsi nel cielo. Ma né il primo fragoroso annunzio dell'imminente "scarricuni" né la successiva saetta impensierirono più di tanto i nostri antenati che, anzi, incominciarono ad abbandonarsi ad una gioia incontrollabile. Miracolo. La pioggia cominciò a precipitare. Tutti ritornarono a bere. E le campagne partorirono pane ai sancataldesi.
Animato perciò dalla fiduciosa confidenza da sempre riposta nel suo Signuri, impugnando il Crocifisso a due mani fece disporre i presenti in devota processione.
Dal 1851 il suo crocifisso viene portato in processione la quarta domenica di Maggio.
Morì nel 1861 e le sue spoglie mortali riposano nella chiesa di Santo Stefano, così come il suo crocifisso.

Ferdinando Maiorana
Nato nel 1909 da Vincenzo e Marianna Asaro. Conseguita la licenza liceale a Caltanissetta, si iscrisse in Medicina presso l'Università di Palermo, laureandosi nel 1933. Medico valente, ha saputo trovare il tempo per dedicarsi alla politica. Alto, serio e affabile, era amico di tutti, ma quando ha amministrato la cosa pubblica, era intrasigente con tutti. Stimato e apprezzato durante il periodo fascista e anche dopo l'avvento della democrazia, ha ricoperto numerose cariche. E' stato Podestà dal 1941 al 1943 e dopo la caduta del regime, commissario al Comune e poi sindaco. Ha lasciato la carica dopo l'elezione a consigliere provinciale ed è stato Presidente dello stesso consiglio. Ha ricoperto dal 1982 al 1988, la carica di presidente del consiglio di gestione della Unità Sanitaria Locale n° 16 di Caltanissetta e per 9 anni anche quella di presidente del consiglio di amministrazione dell'Istituto Statale d'Arte "Juvara" di San Cataldo. A lui il merito di dotare l'ospedale di Caltanissetta dell'apparecchiatura per la TAC.

Prof. Salvatore Falzone
Nato a S. Cataldo nel 1868 da un modesto commerciante, studiò a Napoli dove si addottorò nel 1891, discutendo una brillantissima tesi dal titolo: Una monografia storica su S. Cataldo e sugli scavi di Vassallaggi. Appena laureato ebbe la cattedra di Lettere a Napoli.
Per i suoi elevati meriti intellettuali e la sua poderosa preparazione, ebbe un particolare incarico dal Ministero dell'Africa Italiana e si trasferì in Eritrea.
Editò una preziosa pubblicazione sulla Tratta dei Negri, nella quale mise a nudo una delle piaghe più purulente dell'Africa, che destò l'attenzione di illustri medici, uomini politici, pedagogisti e studiosi.
Scrisse il libretto Marco Visconti che fu musicato dal Maestro Antonino Curatolo, ma l'opera non ebbe fortuna.
Scriveva articoli di fondo e quando, nel 1898, si pubblicò il primo numero del periodico sancataldese l'Alba, il Prof. Falzone diede la sua piena ed elevata adesione, scrivendo ai dirigenti una lettera che venne pubblicata il 18 Agosto. Sugli scavi archeologici adeguò le sue conclusioni nella dimostrazione che Vassallaggi fosse l'antica Caulonia come aveva fatto lo storico Aw. G. Amico Medico, ma il Prof. Adolfo Horn, dottissimo storico delle Antichità Sicule e Maestro di Storia Antica nell'Università Campana, per la grande fiducia che aveva nel giovane Salvatore Falzone, leggendo la sua tesi, gli disse: "caro Fal-zone, non fabbricate sopra castelli in aria; Caulonia, nel territorio di S. Cataldo, è una vera tauschung (chimera); occupatevi di S. Cataldo moderna".

Dottor Salvatore Amico Roxas - Ostetrico
Fratello del pittore, don Egidio, il dott. Salvatore Amico Roxas nacque a S. Cataldo il 13 Aprile 1869.
Laureatosi in medicina e chirurgia si specializzò subito in Ostetricia e Ginecologia.
Sin dai primi anni dell'esercizio professionale si accattivò la stima dei suoi concittadini i quali lo elessero, con unanime consenso, Consigliere Provinciale per il quadriennio 1903-1907, in sostituzione del padre, don Rosario, il quale lo aveva preceduto nel quadriennio 1900-1903.
Più tardi, abbandonata la politica, si diede anima e corpo alla professione, per cui aveva tanto studiato, ed ove rifulse il suo ingegno e il suo valore.
Fu Primario Direttore del reparto di Ostetricia e Ginecologia all'Ospedale Vittorio Emanuele di Catania e si distinse per passione, dottrina, intelletto.
Morì a Catania.

Prof. Vincenzo Caja
Insegnante nelle nostre Scuole Elementari, il prof. Vincenzo Caja, dotato di una cultura letteraria invidiabile, formatasi spontaneamente con studio costante, aveva una memoria di ferro sicché conosceva le opere dei poeti e degli scrittori di tutti i tempi con una dimestichezza tutta particolare.
Poeta anch'egli, conosceva a memoria tutti i canti della Divina Commedia e le poesie del Leopardi, di cui fece studi profondi e minuziosi.
Nel sesto centenario della morte di Dante Alighieri dettò una lapide che, purtroppo non esiste più e fu anche l'oratore ufficiale.
Scrisse delle recensioni e pubblicazioni letterarie, artistiche e poetiche di cittadini illustri. È del prof. Caja l'articolo di fondo, dal titolo Solennità del numero unico Apoteosi stampato a ricordo dell'inaugurazione del Monumento ai Caduti e dell'acquedotto delle Madonie.
Nacque da una delle più note famiglie sancataldesi il 19-8-1866. Era fratello dell'avv. Michele Caja, anch'egli illustre concittadino. Morì compianto dalla cittadinanza il 28-5-1949.

Francesco Pignatone
Nacque a San Cataldo nel 1923 da antica famiglia nota per la sua religiosità.
Fu nipote di padre Pasqualino Pignatone, colto sacerdote, latinista e poeta.
Dopo avere studiato presso il liceo classico di Caltanissetta e avere conseguito la licenza liceale, s'iscrisse all'Università di Palermo, conseguendo la laurea in lettere. Cattolico praticante, militò nell'azione cattolica,
diventandone presidente diocesano, ben visto ed apprezzato da mons. Francesco Jacono, vescovo della diocesi che nel 1948 favorì la sua candidatura alla Camera nelle liste della Democrazia Cristiana, a cui da tempo era iscritto. Dotato di buone doti oratorie, seppe infervorare gli elettori negli affollati comizi elettorali nel collegio della Sicilia occidentale e fu tra i primi eletti, divenendo il più giovane deputato d'Italia, a venticinque anni.
Non condividendo certi comportamenti del partito, divenne ben presto scomodo tanto che, per l'intrigo di alcuni compagni di partito poco democratici e niente affatto cristiani, fu emarginato e isolato. Nelle successive elezioni non fu eletto, cosa che dispiacque più ai sancataldesi che a se stesso. Si allontanò dall'ambiente politico del quale dissentiva e s'iscrisse al nuovo partito fondato da Giovanni Milazzo. Questo partito però, dopo un iniziale successo, ebbe poca vita e di esso rimase la parola "Milazzismo", termine dispregiativo che indica un modo irresponsabile, qualunquistico, di fare politica.
Dopo la disillusione politica, non tornò più a San Cataldo, né riprese l'insegnamento che aveva appena iniziato, prima di essere eletto deputato, ma con la famiglia rimase a Palermo, dove si era trasferito. Fu nominato presidente dell'Ente siciliano Programmazione industriale, carica delicata, che seppe ricoprire con competenza senza suscitare scandali in tempi in cui erano così frequenti in tutti i settori della vita politica italiana. Cessò di vivere a Palermo il 29 ottobre 2006.

Don Pasqualino Pignatone
Nacque a San Cataldo il 2/3/1981 da Giovanni e da Mirisola Raimonda.
Compiuti in sede gli studi inferiori andò a completarli a Roma dove fu ordinato sacerdote e si laureò in teologia nell'università di Sant'Apollinare.
Nel 1905 conseguì l'abilitazione magistrale a Palermo ed insegnò subito nella nostra "De Amicis". Aprì in seguito, insieme con i maestri elementari Nicolò Pantano e Raimondo Marcenò, una scuola privata che fu chiusa a causa dello scoppio della guerra, alla quale egli partecipò come Cappellano Militare.
Alla fine della guerra, per incarico del Provveditorato agli studi, allora regionale, diresse per tre anni dal 1923 al 1926 la "De Amicis". Fu quindi fatto Cavaliere della Corona d'Italia per merito scolastico e ricoprì alte cariche, facendo, tra l'altro, parte del Consiglio provinciale dell'Economia Corporativa, dirigendo, da presidente, l'ospedale M. Raimondi e contemporaneamente facendo il rettore, prima, della cappella del cimitero e, poi, della chiesa di San Giuseppe.
Sacerdote colto e di intelligenza poliedrica, fu cultore di lettere classiche e, soprattutto, poeta spontaneo e genuino in lingua e dialetto.
S'interessò anche alla vita politica e amministrativa del paese e fu autore di tutte, o quasi, le iscrizioni sulle lapidi del cimitero e su quella del monumento ai Caduti, compito che divise, invero, con un altro colto maestro sancataldese: Vincenzo Caia.
Morì il 2/2/1955 dopo lunga e penosa malattia che sopportò con forza e cristiana rassegnazione.
Le due iscrizioni che dettò per il monumento ai Caduti, in lingua latina sono, la prima:
Bonum est nos hic esse Vitae bene prò patria peractae Aetérnum vobis testimonium.
che in italiano suona così: è bene che noi siamo qui - eterna testimonianza a voi - di una vita spesa per la Patria;
la seconda di sole sei parole, veramente lapidaria:
Fama perpetua stabit Vetus memoria facti.
cioè: Eterna sarà la fama - eterno il ricordo dell'impresa.
Pare sia sua anche l'iscrizione posta sulla sala mortuaria del cimitero.
Scrisse moltissime poesie, più in dialetto che in lingua, ma pubblicò soltanto (o, per lui, pubblicarono altri perché, a quante pare, era schivo di qualsiasi tipo di esibizionismo) "La vita di lu Patri don Rosariu Pirrellu", il cui manoscritto è datato 1940 ed è l'unica biografia del sacerdote sancataldese scritta da sancataldesi.

Padre Rosario Mammani
Padre Rosario Mammani nacque il 1° Marzo 1870 a S. Cataldo e studiò nel Seminario di Caltanissetta. Dovendosi laureare in Teologia, si recò a Roma dove fu nominato Cappellano Rettore della Chiesa dei Bergamaschi.
Trattare dettagliatamente della smisurata produzione poetico-letteraria di Padre Rosario Mammani, sarebbe opera impossibile. Di sicuro e a ragione, il poeta è inquadrato nella pattuglia degli uomini illustri, che, col loro ingegno, la loro cultura, la loro arte, onorano la città di S. Cataldo.
La produzione del Mammani (il suo vero cognome era Mammano) è poliedrica e multiforme: sonetti, poemi lirici, discorsi e odi, studi esegetici, critici, storici, morali sono pubblicazioni che denotano la prolificità del suo ingegno. Oltre "a consacrarsi ai suoi ideali poetici" egli dedicò gran parte della sua vita al Ministero Sacerdotale, con una attività prodigiosa.
"Scrisse troppo, ma pubblicò poco".
Tra le sue pubblicazioni citiamo:
S. Cecilia - poema drammatico - Roma 1901 ? rappresentato varie volte.
Il Pellegrino - poemetto dedicato al Papa Leone XIII.
In morte della Signorina Leonarda Arnone - Caltanissetta 1896.
La poesia cristiana - discorso critico - Roma 1898.
Affetto ed arte ? Roma 1902.
La stella dei secoli - ossia: il Sacerdozio Cattolico - Palermo 1896.
Triumphalia - Sonetti - Roma 1896.
Nel giorno più bello - Corona di sonetti ? Noto 1894.
Charitas - versi - Roma 1894.
Il canto della nostalgia - poemetto lirico - vincitore del concorso "Flores" - Milano 1901.
La Gloria dei monti nel Vecchio e nel Nuovo Testamento - Roma 1901.
Il Mose di Perosi - Note critiche - Caltanissetta 1902.
Nel viaggio della vita - Liriche - 1927.
S. Elena ? Poema drammatico, varie volte rappresentato.
Lasciò inoltre una ricca messe di manoscritti (circa trenta) inediti, con i relativi titoli, i quali vengono gelosamente custoditi dal nipote, prof. Adolfo Mammano, residente a Padova, nominato erede universale di tutti i manoscritti e delle opere letterarie.
In vita, giornali e riviste si occuparono del nostro grande concittadino come sacerdote, poco come artista e poeta, forse perché i primi lavori lanciati dal Mammani furono a carattere sacro e quindi non venne apprezzato nel campo letterario.
La sua attività di poeta venne valorizzata quando vinse il "Concorso Flores" con: il canto della nostalgia, successivamente inserito nell'opuscolo: Nel viaggio della vita.
Il I Maggio 1905 il Consiglio Direttivo dell'Accademia Partenopea Internazionale gli conferì il Diploma di Membro d'Onore per meriti letterari.
Il 20 Luglio il Messaggero così scriveva: "Già ebbe a scrivere il Tommaseo, con una di quelle frasi potentemente pittoriche: la verginità della bellezza; ecco il pregio della greca letteratura: fresca, pura, raccolta, ridente, modesta. Questa splendida corona di cinque attributi è quanto di meglio potrebbe usarsi a definire la raccolta delle liriche di Rosario Mammani, anzi la stessa spirituale essenza della sua poesia. L'autore ha profuso se stesso con la più schietta sincerità nelle sue liriche, sempre pure e ispirate, vivide e terse."
"Rosario Mammani, come Sacerdote e come scrittore, onora altamente il Sacerdozio e l'Arte, la Patria sua e l'Italia tutta."
A Roma rimase definitivamente sino alla fine dei suoi giorni, 1930, preso da viva nostalgia per il suo paese natio, al quale dedicò sempre il suo pensiero:
Mai coprirò d'oblio Te, S. Cataldo, terra mia natale;
Tu spiri Vestro mio, Per te navigo il mar de Videale, se il nome ascolto mi pervade un fremito e musica mi sembra e dolce canto; Mille ricordi rapidi m'afferrano e gli occhi mi s'inondano di pianto.

L'aneddoto
Roma ... Anno 1910.
Trastevere: Una carrettella zeppa di libri usati sosta sul marciapiede, dinanzi alla quale fa ressa una piccola folla di curiosi.
Padre Mammani, celebrata la Messa, come di consueto, esce dalla Chiesa.
Incuriosito, anch'egli si ferma davanti a quei libri. Scorre con l'occhio i vari titoli, e, ad un tratto, ha un tuffo al cuore, diviene paonazzo, si spinge innanzi e..., tremante, preleva uno di quei libri. "Quanto pretendete?" chiede al venditore ambulante. Alla risposta, il Sac. Mammani non può fare a meno di esclamare "Ma è una esagerazione". E il venditore, onde incoraggiarlo: "Ma non vede? porta la dedica e l'autografo dell'Autore". Un nodo alla gola assale il Poeta; trema. Posa sulla carrettella £. 30 e scappa via a testa bassa, come per non farsi notare, mentre asciuga la lacrima che gli solca il viso.
La copertina portava il prezzo di £. 10.
La pubblicazione tornava all'Autore.

Canonico Cataldo Pagano
Nato da una modesta famiglia sancataldese nel 1850. Studiò nel seminario di Caltanissetta e fu ordinato sacerdote nel 1874. Il principale campo del suo apostolato fu la formazione cristiana dei giovani soprattutto
attraverso l'insegnamento nelle scuole elementari comunali e del catechismo, ma prestò grande attenzione alle necessità dei bisognosi presiedendo la Cassa Operaia. Era sempre attorniato da tanti ragazzi che partecipavano anche alle processioni. Li radunava in occasione delle feste, in un piccolo orto alberato. Per dare continuità al suo apostolato a favore dei ragazzi si impegnò affinché i salesiani di don Bosco venissero
a S. Cataldo, scrivendo più volte al rettore Maggiore, don Filippo Rinaldi. Nel marzo del 1923, saputo del suo passaggio per Caltanissetta, riuscì a farlo venire a San Cataldo dove l'accoglienza dei ragazzi fu tanto commovente da convincerlo ad aprire una nuova casa. La Cassa Agricola Operaia Cattolica di San Cataldo di cui era presidente mise a disposizione il terreno di cui era proprietaria e, il 5 agosto del 1926, alla presenza dell'arcivescovo mons. Alberto Vassallo, benedisse la prima pietra dell'oratorio salesiano.
I salesiani arrivarono finalmente nel 1924. Si impegnò per gli anziani ottenendo da padre Giacomo Cusmano la fondazione a San Cataldo del Boccone del Povero, istituto per l'educazione delle orfane e di accoglienza degli anziani. Curò per anni, presso la sagrestia della chiesa Madre, l'opera del "pane di Sant' Antonio" che consisteva nella distribuzione nel primo pomeriggio ai poveri del pane raccolto nella mattinata dai devoti di S. Antonio. Gli è stata sempre accanto in questo lavoro una figlia di S. Angela. Indirizzò molte ragazze alla Compagnia di Sant'Orsola - Figlie di Sant'Angela Merici.
Tornò alla casa del Padre nel 1926.

Canonico Giuseppe Petrantoni
Arciprete di San Cataldo dal 1946 al 1959, nacque a San Cataldo il 13 febbraio 1901 in una famiglia contadina. A 11 anni entrò nel Seminario diocesano di Caltanissetta dove rimase fino al ginnasio, poi continuò gli studi liceali nel Seminario maggiore di Roma e il corso di Teologia nell'Università Pontificia Lateranense.
Nel 1920 fu costretto a interrompere gli studi per il servizio militare che espletò presso l'ospedale militare di Palermo e, nel 1922, tornò a Roma e si laureò in Filosofia e Teologia.
Rientrato a Caltanissetta insegnò nel Seminario e il1 aprile 1925 fu ordinato sacerdote dal vescovo Giovanni Jacono. Fu segretario di mons. Pietro Capizzi, vescovo di Campagna nel salernitano. Nel 1946 fu nominato arciprete di San Cataldo.
Amava lo studio e l'insegnamento e dava lezioni private di diverse materie e, soprattutto, di latino e greco. Scrisse numerose composizioni musicali alcune delle quali furono eseguite in occasione della consacrazione a vescovo di mons. Alberto Vassallo.
Noto per la sua bontà, per il suo sapere enciclopedico ebbe numerosi allievi tra cui mons. Liborio Campione e il sen. Arcangelo Russo. Non volle mai lasciare San Cataldo per incarichi più alti cui era stato chiamato.
Tornò alla casa del padre il 10 ottobre 1959.

Canonico Antonino Giunta
Nacque nel 1900 da una famiglia di contadini e iniziò gli studi ginnasiali e liceali nel seminario di Caltanissetta ma, a causa della guerra, fu mandato dal vescovo, mons. Augusto Intreccialagli a completare gli studi nel seminario romano, sotto la guida spirituale del rettore mons. Spolverini.
Dopo la tragica disfatta di Caporetto fu chiamato alle armi. Finita la guerra e ottenuto il congedo, tornò agli studi teologici nel seminario romano. Fu ordinato sacerdote nel 1924 a S. Cataldo dall'arcivescovo mons. Alberto Vassallo, nunzio apostolico, in quel tempo in vacanza nel paese natale.
Fu rettore della chiesa rurale del Palo per ben sedici anni e assistente ecclesiastico del circolo giovanile cattolico "Alessandro Manzoni", fondato e presieduto da Luigi Di Forti, contribuendo alla formazione spirituale di tanti giovani, quindi viceparroco della chiesa S. Stefano. Nel frattempo aveva ripreso a studiare e si laureò in lettere all'Università di Palermo. Nel 1947 fu nominato parroco a S. Stefano dove curò, in particolare, l'associazione giovanile femminile di Azione Cattolica e i seminaristi durante le vacanze estive.
Particolarmente impegnativa fu la ricostruzione della chiesa parrocchiale che era crollata a causa di movimenti franosi del terreno.
Passò alla casa del Padre nel 1961.

Padre Giuseppe Messina
Nacque il 6/1/1893 da Giuseppe e Sorce Francesca e, ancora ragazzo, a 14 anni, sentendosi vocato alla vita religiosa, entrò in un collegio dei Gesuiti dove studiò e gli ordini.
Si laureò in teologia, in Olanda e in lingue orientali in Germania, da dove rientrò in Italia nel 1929 per insegnare nell'Istituto biblico di Roma, lingue orientali e Storia delle religioni e del Vecchio Testamento.
Conosceva e parlava correttamente una decina di lingue e tenne conferenze in molte parti del mondo, fra cui l'Iran, dove a Teheran, fece una serie di lezioni in persiano moderno su "Le idee fondamentali della cultura iraniana".
Nel 1942 fu nominato, dall'allora ministro fascista dell'Educazione Nazionale, libero docente "per chiara fama" e insegnò università di Roma.
Fertile e forbito scrittore, pubblicò, anche in lingua tedesca numerose opere, delle quali la più importante è la traduzione in italiano del "Codice dell'armonia dei 4 vangeli" dedicata al Papa Pio XII che lo ringraziò con una lettera in cui esaltava "l'ingegno, la competenza, l'acume dell'investigazione e l'applicazione tenace che trionfa delle difficoltà".

Don Calogero Riggi
Nacque nel 1913, dopo essere entrato nel 1929 nella Congregazione Salesiana ed esservi stato ordinato sacerdote nel 1939, laureatosi in Lettere classiche, ha insegnato a Messina, Catania, Palermo. E' stato quindi chiamato al Pontificio Ateneo Salesiano, si è specializzato in Patristica ed è stato Ordinario di Letteratura Cristiana Antica nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche dell'Università Pontificia Salesiana di Roma.
Ha pubblicato numerosi scritti di carattere filologico e letterario, molti dei quali sono stati raccolti in un prezioso volume: "EPISTROFE'" edito dalla Pontificia Università Salesiana in occasione del suo settantesimo compleanno.

Suor Beniamina Tirrito
Dalla venuta in S. Cataldo delle prime suore Bocconiste, parecchie giovanette con spirito di sacrificio e di abnegazione, hanno dedicato e dedicano tuttora la loro vita al servizio dei poveri. Il nostro paese ha dato più di 250 vocazioni e, tra queste, quella della veneranda Madre Suor Beniamina Tirrito.
Professatasi nel Luglio 1926 venne subito inviata a Sciacca (Agrigento), dove attese, per quattro anni, all'insegnamento e alla disciplina di quelle orfanelle, alle quali trasfuse i tesori della sua cultura e del suo ingegno.
Trasferita nella Casa di Ostia-Lido (Roma) continuò il suo apostolato di suora insegnante per altri otto anni, fino a quando non fu nominata Madre Superiora della stessa Casa.
Nel Gennaio 1945 fu trasferita a Torre del Greco (Napoli) e poi ancora a S. Marinella e solo per breve tempo, giacché, essendo stato convocato il Capitolo Generale per le nuove elezioni, nell'Ottobre del 1946 venne eletta Segretaria Generale e dovette rimanere a Palermo, sede principale dell'Istituto, per accudire al suo elevato ufficio.
Nell'Ottobre del 1950 muore a Palermo la Madre Generale Suor Ester Marocco, nipote del venerando fondatore, padre Giacomo Cusmano.
Nella riunione del 2 Febbraio 1951, il Capitolo Generale elegge la nostra amata concittadina, per i suoi grandi meriti di cuore e di intelletto, "Madre Generale" delle Case del Boccone del Povero di tutto il mondo cattolico e cristiano, carica nella quale è stata confermata ad unanimità nelle elezioni del 1957 e in quelle del 1963.
Prima di diventare "Madre Generale", suor Beniamina venne scelta per ben due volte per essere ricevuta dal Papa Pio XII (il 31 Maggio 1939 e il 14 Agosto 1942).
Appartenente ad una sana e numerosa famiglia di ferventi cattolici praticanti, ebbe la vocazione religiosa insieme con altre tre sorelle e tutte e quattro scelsero il "Boccone del povero".
Nacque a S. Cataldo il 9 - 2 - 1901.
Durante il suo governo che disimpegna con ammirevole spirito di altruismo e di bontà, e con amabilità e intelligenza non comune, ha fondato:
a) diciannove Case in Italia, tra le quali "La scuola apostolica Maria Immacolata" per ragazze che si istruiscono fino alla terza classe della Scuola Media e, contemporaneamente, si coltivano nello spirito.
b) la Casa di riposo per Suore invalide e ammalate, ubicata alla periferia di Palermo, Via Altofonte Villagrazia, in area salubre e fornita di tutti i conforti.
c) lo Juniorato per la formazione di giovani suore. Attualmente l'Istituto conta n. 78 Case in Italia, n. 10 in Messico, n. 1 negli Stati Uniti d'America (S. Bernardino-California).
In dette Case all'Estero, la Madre Generale, dal 1951 vi si è recata ben sei volte per visita materna.
Suor Beniamina Tirrito, nel Luglio 1951 pubblicò l'opuscolo: La madre Ester Marocco V Superiora Generale delle Suore del Boccone del Povero. È un caldo, sincero, fedele omaggio alla memoria della grande Scomparsa.

Gaetano Capozzi
Eccezionale tempra di fattiva operosità, instancabile organizzatore, Gaetano Capozzi, personificazione della bontà e dell' altruismo, intelligente, cordiale, generoso, con la sua disinteressata attività arrecò tanto bene al nostro popolo.
Nato a Caltanissetta il 4-12-1871, trasferitosi a S. Cataldo giovanissimo, sposò una Baglio e divenne figlio benemerito della nostra città che amò di amore filiale e ad essa consacrò tutta la vita.
Stimato e benvoluto da tutti, occupò varie cariche pubbliche: Consigliere comunale, V. Commissario Prefettizio, Notabile, ecc. A lui si devono:
a) L'alberatura della città: un popolo civile, diceva, deve vivere tra il verde, i fiori, i profumi.
b) L'erezione del magnifico Monumento ai Caduti: onde raccogliere le somme, si procurò gli indirizzi dei nostri emigrati rintracciandoli personalmente; scrisse ai nostri concittadini all'estero e per tutti ebbe un incitamento e una lode, riuscendo felicemente nel suo disegno.
c) Organizzò parecchie gite popolari turistico-culturali: sono rimaste memorabili: quella del 9 Maggio 1929 della visita alle antichità di Agrigento, alla quale presero parte circa 150 dopolavoristi con un eletto stuolo di signore e signorine e con in testa una graziosa fanfara, appositamente preparata e quella della scalata al Monte S. Salvatore per la visita ai lavori dell'acquedotto e alla sorgente dell'acqua delle Madonie.
d) La fondazione della Società Militari in Congedo, oggi Cesare Battisti, uno dei più fiorenti e più importanti sodalizi cittadini. Organizzò e diresse tutte le manifestazioni popolari e patriottiche e, per venire incontro ai desiderata della popolazione, stette in diretto contatto con gli uomini politici di tutti i tempi e di cera e spontanea, che la sua indipendenza economica gli consentì di realizzare nella riproduzione di capolavori d'arte e nella ricerca del bello nella vita reale e nella natura.
Appartenne al secolo passato e rimase ancorato alla produzione artistica dell'ottocento e "rifuggì dalle interpretazioni ardite ed avventate".
La sua produzione servì soltanto ad una soddisfazione intima del pittore giacché odiò ogni forma pubblicitaria e la sua produzione diede maggior lustro alla sua casa aristocratica, che venne trasformata in una vera e propria galleria d'arte.
Nell'anno 1934 partecipò ad un concorso a Roma ed ebbe assegnato il terzo premio con la copia ingrandita del quadro Rientro (1932).
Ci volle la costanza di alcuni giovani amatori dell'arte, i quali si costituirono spontaneamente in comitato cittadino, presieduto dal Sindaco, On. Giuseppe Alessi, per convincere l'illustre vegliardo, negli ultimi tempi della sua vita, ad allestire una mostra.
Nei locali della Cassa Agraria Cattolica "G. Toniolo", nei giorni 7-8-9 Ottobre 1961 le opere dell'Amico Roxas furono esposte alla ammirazione generale della cittadinanza. Si trattava di ben 43 meravigliose tele.
La produzione di Don Egidio fu costante e poliedrica.
Per tutti i suoi lavori citiamo: Crocifissione dal Rubens, S. Cataldo 1907, dipinto che l'artista offrì alla Chiesa Madre per ex voto e la riduzione dal Fracassini del magnifico dipinto II martirio dei Beati Gorgonesi Museo Vaticano 1903.
Morì a 85 anni nel 1965.

Salvatore Intilla
E' l'eroe più noto e famoso dei tanti che annovera la nostra città. Fu capitano degli arditi e collezionò ben 14 decorazioni. Appena nominato sottotenente si arruolò volontario per la guerra in Spagna, dove Mussolini inviò una speciale unità, gli Arditi, per sostenere il Generale Francisco Franco impegnato nella guerra civile scoppiata nel 1936. In Spagna si coprì di gloria e decorazioni varie: medaglie d'argento, di bronzo, croci di guerra, moltissimi encomi semplici e solenni e infatti il generale Piazzoni scrisse di lui "nessun militare dell'Esercito ha ricevuto in così breve tempo tali e tanti riconoscimenti come il tenente Salvatore Intilla". Compì atti di valore a Manteja, nelle battaglie di Andorra, Guadalajara e di Lucerna, dove fu promosso tenente sul campo. Finita nel 1939 la guerra civile in Spagna con la vittoria di Franco, fu chiamato come istruttore presso la scuola allievi Ufficiali di Avellino, dove rimase fino al 1941. Fu tra i primi a partire volontario per l'Africa settentrionale a difendere, insieme alle truppe tedesche comandate da Rommel, le coste della Cirenaica e della Tripolitania, dove si coprì di nuova gloria.
Cadde da prode a Tobruc, dove fu il primo ad entrare, ma per le gravi ferite riportate, fu trasportato all'ospedale di Barce, dove si spense nel 1942 da eroe.

Rosario Butera
Faceva il garzone, come allora veniva chiamato il commesso, presso il negozio di tessuti di don Peppino Sillitti, sito nel corso V.E. In esso, ogni giorno, egli si pavoneggiava per via di un nastrino azzurro con una stelletta di argento e un distintivo di metallo argentato a forma di scudo, messi bene in evidenza all'occhiello della giacca. A chi gli avesse chiesto che cosa fossero quei due fregi, cominciava subito a parlare della sua vita militare e delle imprese compiute durante la grande guerra del 1915-18.
E raccontava cose incredibili che lasciavano l'ascoltatore sbalordito e, insieme, incredulo. Come aveva potuto un ometto, cosi smilzo e traballante, essere stato capace di tanto ardimento e tanto eroismo?
In quella guerra, Rosario Butera era stato un vero eroe, meritando quella medaglia che ostentava con tanto orgoglio nelle feste nazionali e che, nei giorni comuni, sostituiva con il nastrino azzurro e la stelletta d'argento.
Raccontava episodi che sembravano favole da lui inventate, ma che in realtà erano fatti veri, gesta da lui compiute. Un giorno uscì dalla trincea e, senza dir niente a nessuno, non visto, si internò nella zona di fuoco, munito oltre che del fucile, di bombe a mano e di qualche "galletta", una specie di pane fatto di pasta senza levito e sale, schiacciata e di forma quadrangolare, conservabile per molto tempo, data ai soldati in guerra perché se ne servissero in caso non fosse possibile la distribuzione normale della comune Cagnotta".
L'assenza di Rosario fu subito avvertita e segnalata al Comandante di compagnia che, fatte invano le ricerche dell'assente e scadute e le 24 ore di assenza consentite dai regolamenti militari, proprio nel momento in cui stava per inviare al Comando il rapporto di diserzione, lo vide apparire, preannunziato dalle sentinelle, tranquillo e flemmatico, spingendo davanti a sè, con il fucile spianato alla loro schiena, due soldati austriaci con le braccia alzate e disarmati. Il rapporto fu inviato lo stesso, ma con raggiunta che il disertore non doveva considerarsi tale in quanto era rientrato in ritardo, ma in compenso con due prigionieri.
Quella fu la prima ma non l'ultima "scappatella" perché ad essa seguirono altre e tutte si conclusero a lieto fine con il rientro del "disertore" preceduto, sempre, dal prigioniero austriaco di turno. Per queste sue "diserzioni" ripetute e non punite, il soldato di fanteria Rosario Butera, classe 1887, fu promosso, sul campo, caporal maggiore e premiato con la medaglia di argento al valor militare.

Gaetano Mancuso
Il Capitano di Fanteria Gaetano Mancuso di Domenico, nacque a S. Cataldo, nel 1904, e fu comandante della 129 Compagnia della Divisione "Perugia " operante in Albania.
Fino a quel fatale giorno, aveva combattuto con valore contro le incalzanti forze nemiche; ma fu colto di sorpresa quando, dal Comando Divisione, gli pervenne l'ordine perentorio di considerare nemici dell'Italia i tedeschi sino ad allora alleati e di collaborare con le forze anglo-americane.
Nel trapasso degli schieramenti i tedeschi riuscirono ad accerchiare la 129 Compagnia formata da eroici soldati che, valorosamente, avevano combattuto al loro fianco e, riconoscendoone il valore, essi inviarono un ufficiale e due sottufficiali a parlamentare con il Capitano comandante la Compagnia. Proponevano, garantendone salva la vita, che tutti i superstiti della Compagnia rimanessero a combattere al loro fianco; nel caso avessero accettato la proposta, dopo trenta minuti dal rientro dei parlamentari essi avrebbero avuto l'onore delle armi. Momenti drammatici, tragici. La vita dei superstiti in cambio di un tradimento, dell'ignorare gli ordini ricevuti. Un assurdo per chi, come il Capitano Mancuso, aveva speso tutta la vita nel compimento del proprio dovere. La proposta dei tedeschi era accettabile, ma ad essa si opponeva la dirittura morale di chi avrebbe dovuto trasgredire gli ordini. Il Capitano Mancuso, in quel momento ebbe a passare in rassegna, mentalmente, tutte le patrie vicende, dalle gesta risorgimentali fino alla cacciata definitiva dello straniero ed alla completa unità della Patria: tutto diceva e confermava che gli ordini, specie se in guerra, vanno eseguiti ciecamente.
I parlamentari tedeschi erano già rientrati nelle loro linee ed un silenzio pauroso aleggiava tutt'attorno nella frenetica attesa che passassero quei fatali, infiniti, eterni trenta minuti. Ogni uomo era al suo posto, salde le mani sull'impugnatura delle armi, più saldi i cuori pronti al sacrificio, tutti abbarbicati sulla immaginaria linea che li separava dalla morte. Un attimo ancora, il Capitano diede un ultimo sguardo al terso orizzonte, in direzione della lontana italica terra e poi diede un ordine secco, deciso: "Fuoco".
Nel furore della battaglia il Capitano Mancuso si portava da un settore all'altro: incitava, aiutava, soccorreva e sostituiva, esortando tutti a compiere il loro dovere.
Poi i tedeschi ebbero il sopravvento. I superstiti furono fatti prigionieri ed il Capitano Mancuso, per la resistenza opposta, fu condannato alla pena capitale e passato per le armi alla presenza dei suoi soldati.
In data 27 Giugno 1952 il Presidente della Repubblica conferiva al Cap. Gaetano Mancuso, la Medaglia d'Argento al Valor Militare, alla memoria, con la seguente motivazione:
"Catturato insieme ai resti del proprio Reparto, veniva condannato a morte per la resistenza opposta agli aggressori".
Davanti al plotone di esecuzione teneva contegno fermo e dignitoso. Colpito a morte trovava ancora la forza di gridare: VIVA L'ITALIA
Era l'Ottobre del 1943.

Francesco Lunetta
Don Francesco Lunetta, di cui lo studioso Mulè Bertolo ne parla ampiamente e lo definisce il più rivoluzionario di tutti i sancataldesi, nacque a San Cataldo l'otto dicembre del 1810. Proveniente da una ricca famiglia, si contraddistinse per la sua intraprendenza e il suo coraggio. Nel 1831 si arruolò volontario ma dovette lasciare la vita militare poco dopo, per la scomparsa, quasi contemporanea dei genitori, per amministrare gli ingenti beni di famiglia. Tuttavia, la rivoluzione del 1948 (dove se ne parla in una pagina a parte) risvegliò l'istinto del guerriero che era in lui e ritornò alle armi per combattere i Borboni e i loro seguaci.
A Messina si conquistò una medaglia d'argento e al suo ritorno fu nominato Capitano dei militi della Guardia Nazionale.
Combattè a Belmonte Mezzagno, dove fu sconfitto e si diede alla latitanza, ma l'amnistia del 1860 lo fece tornare in auge, tornando a San Cataldo e ponendosi al comando di un gruppo di ardimentosi al fianco di Garibaldi, sbarcato a Marsala con i suoi "Mille".
Dopo la liberazione della Sicilia dal giogo straniero, venne nominato Delegato di Pubblica Sicurezza, difendendo i sancataldesi dalle bande armate che infestavano le nostre contrade. Per questa impresa, non mena ardua delle altre, si meritò una medaglia di bronzo quale Benemerito della Salute Pubblica.

Rosario Buffone - Sottotenente
Nacque a San Cataldo il 22 febbraio 1914, in una famiglia numerosa composta da ben sette fratelli, quattro maschi e tre femmine.
Papà Vincenzo e mamma Serafina avevano una piccola azienda che produceva e commercializzava valigie.
Si laureò in medicina all'Università di Palermo e fu chiamato a servire la patria durante la seconda guerra mondiale. Fu arruolato come Sottotenente di Fanteria nel 71° Reggimento "Puglie" di stanza a Sacile. Fu mandato a combattere sul fronte greco-albanese.
Morì il 9 marzo 1941 a 27 anni, combattendo per la Patria, a quota 717 di Monastero in Albania. Il padre, prigioniero di guerra ad Addis Abeba venne a sapere della morte del figlio solo al suo ritorno a casa dopo la liberazione nel 1946.
I familiari, che lo chiamavano affettuosamente Sasà, lo ricordano ancora per il suo carattere mite e per la grande umanità.

Ten. Salvatore Falzone
Nato il 26 ottobre 1893, chiamato a servire la patria nella Grande Guerra. Era tenente del 116° Reggimento di Fanteria quando fu ferito in battaglia. Fu soccorso ma le ferite che gli erano state inferte erano tanto gravi da condurlo nell'aldilà mentre era ancora nell'ambulanza chirurgica di Armata, il 22 agosto 1917.

Tenente Santo Lombardo
Nacque il 19 maggio 1893 a San Cataldo. In giovane età fu chiamato a servire la Patria durante la prima guerra mondiale come sottotenente di complemento del 212° reggimento di fanteria.
L'11 agosto del 1916 fu ferito a morte mentre combatteva sul medio Isonzo. La Patria lo ha onorato conferendogli la medaglia d'argento al valor militare.

Dott. Giuseppe Emanuele Dato
Appartenente ad un'agiata famiglia sancataldese, Giuseppe Emanuele Dato nacque nella nostra città il 28 Dicembre 1877 da Filippo e da Rosaria Filomena Falzone. Studiò a Palermo, dove ottenne la laurea in Giurisprudenza e, entrato giovanissimo in Magistratura, percorse gran parte della sua brillante e rapida carriera in Sicilia. "A Palermo svolse funzioni nella Giustizia Militare e tenne per anni l'Ufficio di Commissario Regionale agli usi civici, dando impulso a quell'importante settore, con alto spirito di giustizia, mai disgiunto da uno spiccato senso di -socialità."
Nominato Consigliere della Corte di Cassazione, si trasferì a Roma, dove diede prova della sua preparazione, del suo elevato ingegno, della sua dottrina. Promosso Presidente di Sezione "confermò l'antica tradizione di prestigio della Sicilia nel campo giudiziario".
Giuseppe Emanuele Dato fu uno degli uomini più insigni della nostra città.
Si meritò la nomina di Primo Presidente onorario della Corte di Cassazione.
Rimase a Roma, dove chiuse i suoi giorni il 9 Marzo 1965.

Giuseppe Emma
Meglio noto come "lu zannu", nacque da povera amiglia nel 1878 ed abitava alla "stradella", alla fine di via Dante nel punto in cui questa si immette nella strada che porta alla stazione.
Proprio qua egli aveva il suo laboratorio al quale si accedeva per mezzo di una scaletta in muratura e nel quale era possibile vedere, specialmente in prossimità del Natale tutto un mondo di favola e di poesia: piccole opere d'arte in gesso colorato raffiguranti statuette di santi e di madonnine, di agnellini, buoi e asinelli, per addobbare il presepe, e grandi statue in cartapesta, dalle dimensioni naturali, di santi giovani o vecchi con barba folta e fluente oppure imberbi e Madonne ammantate di azzurro e aureolate con stelline d'oro e d'argento tremolanti e luccicanti come stelle vere in una notte d'agosto.
Egli si fece da sé in quanto il padre, calzolaio, pur essendosi accorto delle attitudini artistiche del figlio che, piccolissimo passava il tempo modellando la creta, non aveva la possibilità economica di fargli frequentare una scuola d'arte o qualche Istituto professionale. E quando, in seguito alla morte della madre, la situazione economica della famiglia si aggravò, il piccolo Giuseppe all'età di 8 anni, fu costretto a fare il "carusu" nelle zolfare dove lavorò per quattro anni prima di cominciare a fare l'apprendista, a Caltanissetta, presso lo studio di un famoso artista, il prof. Biancardi che, da Napoli, trapiantatosi a Caltanissetta, aveva messo su un grande laboratorio in cui fabbricava statue servendosi della cartapesta.
Morto il maestro, Giuseppe Emma ne continuò la tradizione fabbricando statue che esportò nei paesi vicini viaggiando in continuazione per ricevere commissioni o consegnare le ordinazioni per cui si vide "affibbiato" il nomignolo di "zannu", da "zanniari", verbo equivalente a "andare girovagando".
Morì a 70 anni, nel 1948, lasciando al figlio, anch'egli di nome Giuseppe, non soldi né proprietà, ma la grande ricchezza dell'arte che gli insegnò e che egli apprese con passione.
Ha lasciato a noi sancataldesi la grande eredità di statue che adornano gli altari di alcune chiese e precisamente: quelle di cartapesta di Maria Ausiliatrice, nella chiesa di Santo Stefano San Pietro e del Sacro Cuore, nella chiesa della Mercede e quella di cemento della Madonna del Carmelo, nella chiesetta del cimitero, nonché le erme di Cesare Battisti, nell'omonima Società e di Guglielmo Marconi che si ammirava all'ingresso del Cinema Marconi.

Renzo Chinnici
Nato a S. Cataldo il 5 Gennaio 1909 da una famiglia operaia (suo padre, Rosario, era fabbro-ferraio) dedicò la sua brevissima esistenza alla Musica, della quale era innamorato. Morì il 3 Dicembre 1944 ad Alessandria della Rocca (Agrigento) dove era organista del Duomo e direttore della musica cittadina.
La sua produzione musicale fu ricca e varia. La sua religiosità lo portò a comporre, principalmente, musica sacra (Messe-Te Deum ecc.) che dedicava a Santi, Vescovi, illustri Prelati.
Per il suo temperamento mite, docile e ritroso, non seppe imporre, per quanto austera, la sua personalità di compositore, per cui rimase un illustre sconosciuto e non fu apprezzato come meritava.
Le fatiche più importanti nelle quali rifulsero il suo genio, la sua arte e la sua cultura musicale si estrinsecarono nelle opere:
1) La Contessa Marigi - Dramma lirico in tre atti e sei quadri su versi del prof. Luigi Vacanti - Opera depositata il 23-2-1939 presso il Ministero della Cultura Popolare - Censura teatrale n. 11287.
2) La Vergine Siracusana - Opera lirica in tre atti, munita di Nulla Osta alla rappresentazione del Ministero della Cultura Popolare del 16-2-1939 - Censura teatrale n. 11288 - Versi del prof. Luigi Vacanti: La scena si svolge a Siracusa nell'anno 303 d.C. ? Brani dell'Opera sono stati trasmessi dalla Rai-T.V.
3) Zzi Pasquale - Opera comica in due atti, che l'autore finì di comporre sei mesi prima di morire, cioè il 5 Giugno 1944, e non fece in tempo per ottenere il Nulla Osta alla rappresentazione.
4) Fatima - Poema sinfonico per grande orchestra in cinque quadri Opera 122:
I Quadro: Deserto del Sahara: Nenia Araba.
II Saluto al tramonto - Preghiera ad Allah.
Ili Notte in deserto: Sorgere del sole.
IV Ripresa del cammino: Arrivo a Gerusalemme.
V Dentro un monastero: Esultanza ed allegria della comunità.
5) Messa corale a S. Paolo della Croce - Opera 119.
6) Ave Maria di Salvatore Panepinto: Armonizzazione.
7) Messa melodica corale a tre voci dedicata a Pio XI 20-9-1934 -Opera 24.
8) Tantum ergo a due voci - Opera 21.
9) Messa facile, a due voci, melodica: Opera 27.
10)Messa seconda a tre voci - Opera 120 del 7-4-1943 dedicata a Mons. Perosi.

Calogero Pilato
Immaginatevi la scena. Anni Trenta, contrada "Chiapparia": sole, buoi e frumento.
I contadini della zona non credono alle loro orecchie e fissano come ebeti un mostro sconosciuto dotato di parola.
Un'antenna enorme, che s'infila tra gli alberie capta le onde. Una radio. La prima fabbricata artigianalmente a San Cataldo con i cristalli a galena. L'autore è un giovane maestro di scuola elementare, abituato a procurarsi da solo ciò che gli manca: il pane, la cultura, i moderni strumenti della tecnica che nell'entroterra siciliano non arrivano mai.
Calogero Pilato, classe 1907, un'infanzia drammatica, una fiducia testarda nella vita.
Orfano di padre e di madre, di lui si prende cura il fratello più grande, ma solo per poco, perché qualche anno dopo viene ucciso in circostanze misteriose. Rimasto completamente solo, a 13 anni scappa di casa, a piedi e a gambe levate. Direzione Palermo. Ma cade a terra prima, nei pressi di Valledolmo, sfinito, privo di sensi, sfiancato dalla febbre e dalla sete.
Alcuni zingari lo caricano sopra un carro, sfamandolo per sei mesi. Poi lo riaccompagnano nel suo paese: "La tua vita - gli dicono vedendo che passa tutto il giorno a leggere - non è questa".
Ospitato da un amico del fratello, il giovane riesce a guardare al di là della sua triste realtà. E' una quercia. Vuole studiare a tutti i costi, ma deve anche lavorare. Così fa il "rigattiere", sempre in giro qua e là nelle fiere di tutta l'Isola. Senza mai perdere la strada, perché ha un senso dell'orientamento spiccatissimo, anche di notte, come se avesse una sorta di bussola magnetica incorporata. Negli stessi anni impara il latino nella sacrestia della Matrice: è uno degli alunni prediletti dall'arciprete Petrantoni. Si presenta da esterno agli esami di diploma Magistrale, superati con il massimo dei voti. E inizia la carriera professionale tenendo lezioni private di italiano, latino, greco e matematica. Poi prende il diploma Isef a Udine e viene nominato professore di educazione fisica al liceo di Agrigento. Ma una volta vinto il concorso Magistrale, preferisce insegnare alla "De Amicis" di San Cataldo: moderno il suo metodo educativo, innovativo l'approccio culturale ai contenuti dell'insegnamento.
Seconda guerra mondiale: a quei tempi un maestro di scuola guadagnava 1000 lire al mese (il costo di un tumulo di frumento). Che fare per campare la famiglia? Si mise a lavorare come tecnico ufficiale della Marelli, la più forte ditta di radio, per le province di Enna, Caltanissetta e Agrigento. La mattina insegnava,il pomeriggio riparava apparecchi radiofonici e scattava fotografie - che poi colorava a mano - a chi sognava un futuro nel cinema. Con l'aiuto di un meccanico del luogo, realizzò anche un incisore meccanico di dischi. Fu sempre un eclettico, fino alla fine. Dalla letteratura alle materie scientifiche. Ha scritto racconti e poesie (era amico di Bernardino Giuliana), costruiva incisori, registratori, giradischi, dischi in cera, televisioni. Appassionato di fotografia, preparava lui stesso i prodotti reagenti per sviluppare le pellicole.
Finita la guerra, per esempio, corse alla prima Fiera di Milano e tornò con una piastra di registratore magnetico, cui adattò poi un amplificatore.
"Realizzava i nuovi strumenti - racconta il figlio Liborio, ispettore dei Vigili del Fuoco in pensione - prima che entrassero in commercio. Anche il primo televisore di San Cataldo fu costruito da lui. Ricordo che casa nostra fu trasformata in una specie di cinema con sessanta spettatori a sera". Gli aneddoti non si contano. "Durante la guerra - continua - mancava l'acqua e mio padre scavò nel giardino di casa una cisterna. La riempì con l'acqua piovana e ogni giorno, per tutta l'estate, regalava una quartara a chiunque ne avesse bisogno".
Ma il maestro Pilato fu un personaggio molto popolare anche per via del suo impegno politico e sociale. Uomo libero. Nemico di tutte le dittature, di destra e di sinistra. Amico di Ugo La Malfa (che grazie a lui lasciò il Partito d'Azione per quello Repubblicano), lottò con tutte le sue forze per l'avvento della Repubblica in Italia dopo la seconda guerra mondiale. E per questo rischiò di perdere il lavoro. "L'allora direttore scolastico della De Amicis - racconta ancora il figlio - era il fratello di Ferdinando Maiorana, ch'era stato podestà e per questo esiliato in Tunisia dopo lo sbarco degli Americani. Un giorno il direttore, monarchico e sensibile ai pericoli delle ripercussioni politiche, durante una riunione disse a mio padre in tono di avvertimento: si rende conto che fine farà lei se vince la monarchia e non la repubblica? Mio padre rispose così: non so assolutamente di che fine farò io, ma posso anticiparle cosa succederà a lei se vincerà la Repubblica: nessuno le torcerà un capello, e lei rimarrà al suo posto… Dopo il referendum ho visto spesso mio padre camminare a braccetto col direttore Maiorana".
"Non riteneva nemici personali - racconta la figlia Anna, insegnante in pensione - gli avversari politici, e anzi manteneva con loro ottimi e rispettosi rapporti di amicizia. Per esempio - continua - mio padre era grande amico dell'illustre avvocato Salvatore Arcarese, dell'onorevole Alessi, dell'onorevole Granata e di quanti si battevano spassionatamente per il progresso sociale dei giovani e degli operai".
Rifiutò un seggio sicuro alla Camera tra le file del PCI (la candidatura gli fu offerta da Napoleone Colajanni in persona). "Non posso accettare - rispose il maestro - perché il partito comunista cerca la giustizia a spese della libertà". Era un repubblicano della prima ora: alla fine degli anni Quaranta fondò la sezione locale del partito, ma già prima, dopo lo sbarco degli Alleati, aveva aperto insieme a un gruppo di amici fidati una cellula clandestina. Ogni settimana arrivava da Palermo un certo Ramirez, piccolo e calvo, un emissario del partito. "Si riunivano in via Umberto nel negozio di mobili di Totò Anzalone - riprende il figlio Liborio - perché c'era un retrobottega con una uscita secondaria. Io, ragazzino, facevo da palo".
Un ultimo episodio. All'età di 16 anni, durante il Ventennio, Calogero Pilato si mise in testa di pubblicare alcune delle sue poesie. E per aggirare l'ostacolo della censura, pensò bene di dedicarne una a Mussolini e di piazzarla in prima pagina. Così, quando aprirono il volumetto, gli addetti alla censura non ci pensarono due volte a concedergli il visto. Senza sapere che, oltre a quelle indirizzate al Duce, c'erano rime che parlavano d'amore. Pubblicata la silloge, fu subito scandalo. Il libro venne bruciato nella pubblica piazza dalle ACLI. Ma una volta apposto il timbro del proibito, quelle poesie ebbero subito successo. "Non c'era educanda nei collegi della zona - conclude l'ingegnere - che non tenesse sotto il cuscino i versi di mio padre". Versi che il
maestro continuerà a scrivere fino all'ultimo, fino a poco tempo prima di morire, a 89 anni, nel 1996.

Luigi Diforti
Luigi Diforti nasce il 2 agosto del 1900. Figlio di un impiegato comunale e di una casalinga viene battezzato tre giorni dopo nella chiesa Madre del paese. E' il primogenito di tre figli: dopo di lui vengono Marianna e Teresa, che nella casa paterna di via Cavour metteranno su una rinomata scuola di ricamo, molto frequentata da ragazze provenienti anche dai paesi vicini. Della sua infanzia non si sa nulla. A 19 anni fonda il circolo giovanile cattolico "Alessandro Manzoni" (di cui rimangono gli atti, raccolti e in parte pubblicati e commentati da Cataldo Naro). I ragazzi vi trascorrono il tempo libero. Discutono animatamente delle sorti del paese e della Patria, pregano, studiano, si allenano per le gare sportive, preparano recite, quando il tempo è buono organizzano le scampagnate. Al di là di questo, la costituzione del Manzoni segna anche una svolta nella storia del movimento cattolico locale: l'impegno per la formazione dei giovani riesce a concretizzarsi a San Cataldo proprio grazie alla "creatura" di Diforti. Perché dietro il "Manzoni" non c'è un potente nunzio apostolico come mons. Vassallo; non c'è neanche lo zampino del vescovo né, tanto meno, il sostegno finanziario delle due banche del paese; non c'è infine alcun legame con la sezione locale del partito popolare che nascerà pochi mesi dopo. E' un circolo autonomo. Non politico, anche se non indifferente alla politica: in quanto cattolici, i soci sostengono i candidati popolari. Ed è un circolo aperto a tutti (perché a tutti si rivolge il Vangelo): lo frequentano operai, artigiani, contadini. Del resto Luigi possiede una vivace sensibilità sociale e culturale, oltre che religiosa. Diforti e i suoi amici vanno a caccia di libri e giornali, li raccolgono in una piccola biblioteca. Invitano il predicatore quaresimale di passaggio a predicare oppure i preti locali - tra i pochi intellettuali - a tenere delle conferenze. Si iscrivono alle scuole medie di tipo tecnico e affrontano mille sacrifici per ottenere un titolo di studio. Viaggiano, vanno a Caltanissetta e a Palermo per
frequentare le lezioni e sostenere gli esami. Soprattutto, al circolo imparano a camminare a testa alta, a non vergognarsi della propria fede, a coltivarla anzi, a comprendere il proprio ruolo all'interno della società, a elevarsi spiritualmente, a farsi una propria cultura che superi i confini del paese, i limiti geografici e mentali di una società contadina.
Ma quella del "Manzoni" è molto di più di un'avventura giovanile dal sapore romantico. È la passione
della breve vita di Luigi, lo strumento che gli permette di diventare santo. Un circolo vivace, il "Manzoni". Luigi è carico d'entusiasmo. Un entusiasmo sereno e misterioso. La sua grinta giovanile, accompagnata da un rigido rigore morale, appare velata da un non so che di silenzioso: forse il silenzio nel quale Dio gli parla. O forse l'eco anticipata di una morte presagita, di una fine probabilmente avvertita e per questo bilanciata da un attivismo frenetico. Se tralasciamo gli ultimi anni, segnati da indicibili sofferenze, la vita di Diforti è in fin
dei conti una vita ordinaria. Eppure straordinaria. Chi lo conosce non sa spiegare il segreto che questo giovane sancataldese si porta dentro. Però lo intuisce attraverso i tratti luminosi del suo volto. Attira la sua persona. I suoi modi di fare sono accattivanti, ma involontariamente: è di una semplicità disarmante. Niente pose di maniera o atteggiamenti di superiorità. Spesso si siede ai bordi della strada, assorto, con lo scialle che tocca la polvere. Il suo è un fascino indecifrabile. Per questo sembra "diverso" dagli altri giovani. Nel 1930 sposa una ragazza, Concetta Pantano, che fa la ragioniera. Non avranno figli. Luigi continua l'opera educativa soprattutto all'interno dell'oratorio (è stato uno dei promotori della venuta dei salesiani a San Cataldo nel 1924). Poi, due anni dopo, gli piomba addosso una strana e violenta malattia: gli amici vedono la sua carne cadere "pezzo a pezzo". Costretti ad amputargli le gambe, i medici lo operano in casa: Luigi grida, e le sue grida arrivano nei campi. Offre le sue sofferenze per la salvezza dei peccatori. Le smorfie diventano sorrisi. Una strana serenità sostiene il presidente del "Manzoni".
La sua ultima uscita pubblica risale al 31 gennaio 1934, festa di don Bosco. I salesiani portano in processione un quadro del loro fondatore. Il corteo attraversa il corso Vittorio Emanuele seguito da una folla di fedeli e, infine, da una vettura. Lì dentro c'è Luigi, non poteva mancare. E' senza forze e senza gambe. Sente freddo. Lo sentirà ancora per quattro mesi, poi non sentirà più niente.


Vittorio D'Addeo
"Alessiano" di ferro, protagonista appassionato della politica locale del secondo Novecento, impulsivo e concreto, indossò la fascia tricolore per sei mesi grazie ai voti della Dc e del Partito socialista.
"Fatemi morire da sindaco" aveva detto agli amici del partito. E da sindaco morì, il 15
dicembre 1985, a sessantacinque anni e sei mesi di mandato. Vittorio D'Addeo, canicattinese di nascita, sancataldese d'adozione (si era trasferito in paese all'età di 14 anni), fu eletto in una calda domenica di giugno di quell'anno con i voti della DC e del Partito socialista (che ottennero 22 dei 32 seggi). Si concludeva così il percorso politico di un istrione locale della politica che alla politica aveva dedicato con passione travolgente la sua vita.
Un passo indietro. Il 10 giugno 1940 il giovane D'Addeo è soldato di leva presso la undicesima Compagnia Sanità di Udine, tre anni dopo viene inviato in Balcania, nei territori della ex Jugoslavia. Prigioniero dei tedeschi, ritorna a San Cataldo nel 1945 esibendo
la croce al merito di guerra. Lavora prima come elettricista (impiegato presso la società "La Vittoria") e poi come bidello presso la scuola professionale Edile di San Cataldo. Nello stesso tempo inizia l'attività politica che lo accompagnerà fino alla fine. Entra nella Dc al seguito di Giuseppe Alessi, del quale è un fervente sostenitore. E si batte senza tregua nelle infuocate campagne elettorali del secondo dopoguerra a favore dell'illustre Avvocato: comizi, manifesti, propaganda porta a porta, D'Addeo è sempre al fianco di Alessi, e lo
sostiene in ogni competizione, da quella per l'Assemblea Regionale Siciliana a quella per la Camera e il Senato. Il momento storico è delicato, la politica, anche a livello locale, rovente. Sono anni di scontri, polemiche, battaglie ideologiche combattute all'ultimo sangue.
Democristiano di ferro negli anni Cinquanta e Sessanta, lascia la Balena Bianca di Volpe e Maiorana intorno agli anni Settanta nel clima rivoluzionario della contestazione: contrasti con i dirigenti locali. E si candida altrove, cioè dove trova posto: prima nel PSIUP (partito socialista italiano unione proletari) e dopo nel PSDI (partito socialista democratici italiani). Ma la rottura col "suo" partito è solo temporanea. I contrasti finiscono e D'Addeo rientra nella Dc conquistando due seggi. Non mancano altre polemiche coi dirigenti del partito, mentre le crisi politiche a Palazzo delle Spighe si susseguono una dopo l'altra. Ma D'Addeo rimane democristiano. Impulsivo e concreto, l'11 luglio 1983 non ci pensa due volte ad accamparsi in una tenda sotto i portici del comune pur di acquisire la zona Mimiani nei confini sancataldesi, ai tempi del riassetto delle aree territoriali. Addirittura inizia un plateale sciopero della fame, che dovrà interrompere dopo appena due giorni per problemi di salute. Continua comunque il suo impegno politico (più volte consigliere, assessore
comunale, capogruppo Dc, vicesindaco) e sociale (è membro nazionale dell'Anci, presidente dell'Eca e segretario della Cisl locale). Dice pane al pane e vino al vino, ha un'intelligenza pratica, va dritto al cuore dei problemi, non si dà arie, è benvoluto, sa sbracciarsi, è il simbolo di una politica senza grilli per la testa, si batte, s'infervora, se sbaglia sa chiedere scusa. Appassionato, sanguigno, diretto, la sua retorica è un impasto di dialettica popolare, dialettale e aggressiva. E si arriva al 1985. Il pensionato D'Addeo, sessantacinque anni compiuti, è ora il primo cittadino. A Palazzo delle Spighe sale con la tempra di sempre, appena mitigata dalla nuova responsabilità: in fondo rimane un combattente. Tra gli assessori della sua giunta Nino Lo Piparo, Cataldo Giambra e Vittorio Baglio.
Nell'ultima intervista, ribadisce la speranza di "una sempre maggiore collaborazione fra tutte le forze politiche cittadine nell'interesse della nostra popolazione. Ho sempre accettato il confronto democratico con tutti e credo di averne dato ampia dimostrazione". Fra i problemi "più assillanti" di San Cataldo annovera "la zona franosa, le permute territoriali, la circonvallazione, le opere di urbanizzazione in alcuni quartieri e le zone di recupero". E tra i progetti più importanti per l'immediato futuro ricorda "il programma triennale che abbiamo presentato a tempo di record e che prevede una spesa di ben 65 miliardi per il prossimo futuro. Un'occasione che San Cataldo non può farsi sfuggire". Del suo breve mandato si ricordano alcune iniziative. Tra queste quella di un periodico, "San Cataldo Città". Un foglio senza pretese che raccolga le voci della città, che non si limiti all'informazione politica ma parli anche di storia locale, sport e tradizioni popolari. Il giornale viene stampato. Ma D'Addeo muore prima, a due passi dal Natale. Sopra la Grotta
allestita al comune pende la bandiera a mezz'asta. Per il Natale di quell'anno D'Addeo aveva messo in programma una serie di iniziative. Aveva coinvolto le scuole in un progetto dedicato alla tradizione del Natale sancataldese, aveva dato un contributo per premiare
l'iniziativa, aveva dedicato attenzione al "Natale con gli anziani", collaborando con i commercianti del centro storico che avevano provveduto all'illuminazione straordinaria degli alberi, aveva collaborato coi sodalizi cittadini. "Una speranza interrotta" ha scritto di lui Bernardino Giuliana, ricordando tra le altre cose il "rispetto per la cultura" e "un fervore di idee e una vivacità amministrativa subito imposta alla gestione della cosa pubblica". "Ci è stato strappato" arringò Alessi durante l'elogio funebre. "Pur privo di diplomi certificanti - disse l'ex presidente della Regione - ebbe ben chiara, certa, stabile la concezione del dovere. Fu primo cittadino non nelle lusinghe degli onori ma nell'attento, intelligente scrupoloso servizio reso ai tanti bisogni dei singoli e della collettività. Con lui il Comune realizzava il sogno: era veramente la casa di tutto il popolo".

Prof. Arcangelo Russo (01.09.23 – 11.05.75)
Senatore della D.C. della VIa legislatura (25.05.72 – 04.07.76), esponente, prima, della locale FUCI e, successivamente, dell’azione Cattolica Diocesana che lo ha voluto, quale sua manifestazione, membro del Senato. Eletto a stragrande maggioranza, abbandonò l'attività scolastica che lo ebbe, prima valente insegnante di lettere nell'Avviamento Professionale di San Cataldo, poi preside della scuola media "Cordova" di Caltanissetta. Era cugino del nonno dell’ortopedico Arcangelo Russo ed abitava in Corso Vittorio Emanuele tra la chiesa di Santo Stefano e la vecchia pompa di benzina AGIP di Pilato. A suo nome è intitolata la scuola media del villaggio Santa Barbara di Caltanissetta.


Salvatore Gulino
Nasce a San Cataldo il 2 novembre 1910. E' famoso per il fatto di aver costruito e regalato al duce un violino con lo stemma del fascio
Liutaio, intarsiatore e scultore. Artista del legno con la passione per la musica. Suo padre, Arcangelo, suonava il bombardino nella banda musicale cittadina. Da piccolo impara a suonare il clarinetto nella banda sancataldese. Contemporaneamente frequenta la
falegnameria del padre, dove impara a lavorare il legno. Ma la sua vera passione sono i violini. Si reca spesso a Caltanissetta e resta ore a guardare una vetrina di strumenti ad arco. È stregato dalle opere dell'artista liutaio nisseno Gesualdo Averna. Non riesce a staccare gli occhi da quell'esposizione di violini. Sembra estasiato. Il maestro Averna si accorge di questo ragazzetto non ancora quindicenne e lo invita a frequentare la sua bottega.Vuole insegnargli la sua arte.
Salvatore Gulino comincia ad andare avanti e indietro da Caltanissetta. Ogni giorno, da San Cataldo, si reca a piedi al laboratorio del maestro. E impara a modellare i violini. Diventa abile ed esperto, tanto che il Cavaliere Antonio Sgarbi, vecchio e famoso liutaio palermitano, lo prende con sé e lo aiuta a perfezionare la sua arte.
A sedici anni decide di mettersi in proprio. Si trasferisce ad Agrigento e in pochissimo tempo costruisce diversi strumenti ad arco. Diventa un vero professionista. Riesce ad affinare la sua tecnica: perfeziona i suoi violini sulla base dei suoi studi sull'acustica, sui materiali da utilizzare, sulla chimica delle vernici.
Chiamato alle armi, non abbandona i suoi strumenti di lavoro. Li porta con sé.
E proprio durante il servizio militare, in pieno periodo fascista, Gulino ha un'idea: costruire un violino da donare al duce che sapeva appassionato violinista e discreto esecutore.
Siamo nel 1930, Gulino si mette al lavoro. Ne esce fuori un pregiato violino con inciso sulla tavola armonica lo stemma del fascio e sulla tavola del fondo la sagoma della testa del duce. Si reca a Roma per partecipare al concorso ginnico Dux e in quell'occasione consegna all'onorevole Renato Ricci il violino con una lettera d'accompagnamento: "Con viva preghiera perché si benignasse consegnare al Duce quello strumento che l'avanguardia aveva costruito espressamente per fargliene un devoto omaggio".
Mussolini apprezza molto quel dono e decide di ricompensarlo: gli fa inviare una lettera in cui esprime "al piccolo e bravo artigiano i complimenti e l'ammirazione del duce, che ha voluto gli fosse inviata, come segno tangibile della sua ammirazione, la somma di lire cinquecento". I giornali dell'epoca titolano "Un atto munifico del Duce verso un avanguardista di San Cataldo".
Servita la patria, torna nella sua San Cataldo. Per vivere alterna l'attività di liuteria con quella di intarsio e scultura. Ma in Sicilia non riesce ad avere grande successo. Intuendo una maggiore richiesta di lavoro nel nord Italia, nel 1935 si trasferisce a Pinerolo, in provincia di Torino. Conosce gli artisti piemontesi e in poco tempo riesce a crearsi una clientela di alto rango. Nel 1942 ritorna a San Cataldo. Si sposa con la giovane Giuseppina Lombardo. Insieme hanno due figli: Angela e Virgilio. È questo il periodo più intenso della sua attività artistica. Realizza violini di ottima fattura.I suoi strumenti sono richiesti dai migliori professori d'orchestra italiani. I suoi mobili intarsiati finiscono nei saloni delle ricche e nobili famiglie piemontesi. La sua fama arriva oltreoceano. Dall'America gli arriva una offerta: dirigere una importante scuola d'arte. Rifiuta. Non intende troncare la sua attività per sedersi su una comoda poltrona. Nel 1949 partecipa al più prestigioso concorso al mondo di liuteria. Un concorso internazionale che si tiene a Cremona, la patria del violino. Espone tre strumenti di diversa ispirazione. Sono centinaia i violini in gara, portati da ogni parte del mondo. Le opere di Gulino, dopo una severa perizia della giuria, si classificano nei primissimi posti.
Ma il maestro comincia a non godere di ottima salute e la sua attività artistica comincia a rallentare. Fino a fermarsi. Muore il cinque marzo 1972. Oggi il suo nome compare in libri ed enciclopedie. Risale a qualche anno fa la "scoperta" di un suo violino.
Quando Gulino lo costruì aveva appena quattordici anni. Una strumento semplice. Legno scuro con due "effe" sulla tavola superiore. All'interno una scritta:
"fecemi Gulino Salvatore, San Cataldo 1924".


Salvatore Ritondo - Corisiccu

Salvatore Ritondo, per la sua profonda conoscenza empirica degli effetti curativi di molte erbe medicinali, si fece una grande fama di erbuario prima e di Medicu Viddanu poi.
Di umile famiglia contadina, nacque a S. Cataldo da Cataldo e da Pignatone Filippa, il 10 Dicembre 1886.
Proprietario di un fondicello rustico, in contrada Pirato, in agro di S. Cataldo, lo coltivava direttamente in economia.
Uomo vivace e rubicondo, dinamico e intelligente, autodidatta in materia di potere delle piante, attraverso una grande esperienza e una lodevole preparazione, che si formò leggendo libri di medicina, ebbe intuito pronto e sicuro, che gli permise di azzeccare tutte le diagnosi, senza mai sbagliare e ciò anche perché, prima di diagnosticare, interrogava lungamente l'ammalato e i suoi parenti sul decorso del male e sulle diagnosi fatte dai medici. A Corisiccu ricorrevano non solo gli individui degli strati più bassi del popolo, ma anche personaggi illustri, professionisti di valore e medici. Si era certi che le medicine da lui prescritte, generalmente a base di erbe, non facevano mai male air ammalato. Molti andavano a trovarlo in campagna: mani ruvide e callose, viso paonazzo (era amico intimo di Bacco), occhi piccoli e grifagni, sorridente e senza arie, era la personificazione della bonarietà. A visita ultimata non preten-deva nulla, ma tutti sapevano che Corisiccu era il governatore del Sabatino di Maria SS. del Carmelo, che si celebra ogni anno il quinto Sabato di Quaresima, e che teneva molto a dare sfarzo alla festa, e tutti lasciavano l'obolo alla Madonna (aveva una statua in paese e una in campagna) che ai piedi teneva la cassetta delle elemosine e contributi. Spesso si spostava da S. Cataldo per visitare personaggi di rispetto e di merito, ai quali non poteva negare il contributo della sua esperienza. Certo si è che guarì molte persone e fece del bene all'umanità.
Avrebbe potuto diventare ricchissimo, invece morì in rustica agiatezza il 14-12-1950. Pare che la suddetta empirica sapienza sia stata ereditata dalla nipote, che promette bene.
Giuseppe Candura in "Tuttitalia" Enna e gli Erei - Tradizioni e costumi - parlando dell'erbaiolo Medicu Viddanu che prospera nelle nostre plaghe, accanto alla Zanna, fattucchiera, che prende anche il nome di Magava, la cui opera viene richiesta in occasione di gravi malattie, cita il Corisiccu, famoso Medicu Viddanu di S. Cataldo, al quale ricorrevano folle di ammalati anche di altri paesi.



Bernardino Giuliana (San Cataldo, 17 aprile 1935 – San Cataldo, 29 marzo 1999)
E' stato un poeta e attore drammatico, nonché esperto conoscitore della cultura storico-popolare del territorio nisseno. Ha frequentato a Roma la Scuola di teatro diretta da Salvo Randone e conobbe Leonardo Sciascia, Ignazio Buttitta, Nonò Salomone, Ciccio Busacca, Vittorio Gassman, Salvatore Quasimodo. Ha pubblicato nel 1985 L'urtimi uri di Cristu, lauda dialogata con canti popolari, che venne rappresentata in diverse città della Sicilia. Ha condotto per la RAI, insieme a Ileana Rigano, Lungo il Salso, una trasmissione, in tredici puntate, sulla storia e le tradizioni del territorio nisseno, che darà il nome ad una sua pubblicazione del 1986; è stato ospite in diverse rubriche radiofoniche realizzate da Biagio Scrimizzi ed ha partecipato alla trasmissione, sempre per la RAI, "dal Belvedere di Sicilia e Catania e la sua gente". In occasione della terza Settimana dei beni culturali e ambientali del Ministero dei beni culturali e ambientali è stato a Roma voce recitante nel recital-concerto Etnostoria di Sicilia. Nel 1986 ha pubblicato Mi piaci a libertà, accusa esplicita dei mali sociali. Nel 1992, in occasione delle celebrazioni colombiane, compone su incarico del Centro internazionale di etnostoria Due mondi a confronto, poemetto in versi siciliani sulla scoperta dell'America. Nel 1994 pubblica presso lo stesso centro la silloge Ventu ca passa.
'A Scinnenza
Ha organizzato per vent'anni per la sua città le tradizionali rappresentazioni della Settimana Santa sancataldese ('A Scinnenza). In quest'ambito è stato regista e attore.


Peppe Maira (1943-2001)

E stato definito il "pioniere del volley nisseno".
Altruista, generoso, fu l'artefice disinteressato del "fenomeno Nike":nel nome di uno sport carico di valori, tra cui quelli del sacrificio e dell'amicizia.
Negli anni, ha fatto crescere una schiera di giovani atlete e ha portato oltre i confini regionali la maglia biancoazzurra e il nome di San Cataldo. A lui, poco tempo fa è stato intitolato il Palazzetto dello Sport che sorge nel quartiere Belvedere. Un atto dovuto. Anche perché la realizzazione della megastruttura sportiva è in qualche modo legata al suo nome e al suo impegno. A conclusione della stagione agonistica 1984/85, giunse per la Nike San Cataldo, di cui Maira è stato presidente, la prima promozione in Serie A/2, salutata in città da lunghi caroselli di auto sventolanti bandiere biancoazzurre. Ma la promozione fece emergere anche l'inadeguatezza dell'impianto sportivo "San Giuseppe" (la palestra scolastica avuta in dono negli anni'50 dall'on. Giuseppe Alessi),per il campionato da disputare; la Federvolley nazionale, infatti, non ammetteva deroghe. E invece deroga fu. La Nike quell'anno continuò a giocare in quel catino che era la palestra "San Giuseppe" grazie ai buoni rapporti che intercorrevano fra la Federvolley nazionale e Peppe Maira, che nel frattempo era diventato Consigliere nazionale della Lega di Serie A.
L'escamotage? Il progetto del Palazzetto dello Sport che la Nike San Cataldo aveva donato al Comune, qualche anno prima, e che era riuscita, attraverso canali sportivi, a far finanziare con un bando per i "Mondiali '90". La legge sui Mondiali, infatti, prevedeva il finanziamento di strutture sportive in quei Comuni in cui operava una società sportiva che disputava un campionato nazionale e che non aveva il palazzetto. Il progetto della "Nike - Comune di San Cataldo", redatto gratuitamente dall'architetto Aldo Bifarella, amico di Peppe Maira e supertifoso della Nike, si classificò al terzo posto in ambito nazionale. Ecco trovata, quindi, la soluzione al problema: in deroga ai regolamenti federali, fu concesso l'uso della Palestra "San Giuseppe" perché il Comune di San Cataldo aveva ottenuto il finanziamento per il Palazzetto. Un compromesso all'italiana, insomma, che consentì però alla Nike di disputare le partite interne nella vecchia e gloriosa Palestra "San Giuseppe". Mentre in trasferta era ospitata, invece, in impianti sportivi che potevano contenere fino a cinquemila posti a sedere. Sposato con Graziella Di Forti e padre di due figlie, Carmen e Barbara, Peppe Maira ha sempre amato la famiglia e lo sport. Giocava a calcio da mediano, prima nelle giovanili dei Salesiani a San Cataldo e poi, a Caltanissetta, con la maglia della Libertas Giammei. La passione per il calcio era così forte in lui che aveva pensato di prendere le redini della Sancataldese quando, negli anni'80, la società versava in una situazione economica affatto florida. Poi arrivò l'impegno nella Nike (è stato lui ad allargare gli orizzonti della squadra ingaggiando per la prima volta un allenatore palermitano). Insomma, è stato un volontario dello sport sancataldese che, in silenzio e gratuitamente, si è speso per la collettività ed è riuscito a trasmettere ai giovani dei sani principi morali.


Raimondo Ruggieri

Nel 2014, all'età di 50 anni, muore Raimondo Ruggieri, regista e artista sancataldese, fra i personaggi più rappresentativi della cultura di San Cataldo, in particolare delle manifestazioni pasquali e della Settimana santa locale. Un malore improvviso, a quanto pare un infarto, la causa del decesso. Il suo nome è legato all'associazione Quarta parete. Con il suo carisma sapeva coinvolgere quanti lavoravano con lui. Recentemente aveva realizzato un musical su Padre Pio. La notizia della sua morte, ha destato commozione in quanti lo conoscevano e apprezzavano per le doti umane e professionali. San Cataldo piange la scomparsa di un "figlio" che da anni lavorava per promuovere e diffondere la cultura del teatro.



Salvatore Maira
Salvatore Maira ( San Cataldo, 20 settembre 1947) è un regista italiano.


Studioso di letteratura contemporanea (è laureato in Lettere e Filosofia ed è ricercatore di Letteratura Italiana all'Università di Roma) dal 1974 al 1977 lavora per una casa editrice, poi esordisce alla regia con un telefilm giallo per la RAI. Nel 1978 è ideatore e co-sceneggiatore di una miniserie in cinque puntate tratta dai racconti polizieschi di don Isidro Parodi scritti nel 1942 da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares.
Nel 1999 dirige Amor nello specchio, tratta della commedia di Giovan Battista Andreini, di cui aveva curata un'edizione critica.
Negli ultimi anni ha anche preso parte all'attività della Fondazione Cinema nel presente (ideata da Citto Maselli), partecipando a film collettivi come quello sui fatti del G8 di Genova e dirigendo un documentario sul crollo della scuola di San Giuliano di Puglia (dove morirono 27 bambini e un'insegnante) causato dal terremoto del Molise del 2002.
Il suo film più recente Valzer, girato con un unico piano sequenza ha fatto vincere il premio Pasinetti per la migliore attrice all'interprete principale Valeria Solarino (e una menzione speciale allo stesso Maira) in occasione della 64ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Filmografia
Regia
" Colpo di scena: ovvero inganni del palcoscenico (1977)
" Favoriti e vincenti (1983)
" Riflessi in un cielo scuro (1991)
" Donne in un giorno di festa (1993)
" L'abito da sposa (1994)
" 10.000 muli per la Grecia (1994)
" Amor nello specchio (1999)
" Un altro mondo è possibile, documentario collettivo (2001)
" La primavera del 2002. L'Italia protesta l'Italia si ferma, documentario (2002)
" Firenze, il nostro domani, documentario (2003)
" Le donne di San Giuliano, documentario (2004)
" Valzer (2007)
Sceneggiatura
" Colpo di scena: ovvero inganni del palcoscenico (1977)
" I problemi di Don Isidro Parodi, miniserie televisiva, regia di Andrea Frezza (1978)
" Favoriti e vincenti (1983)
" Riflessi in un cielo scuro (1991)
" Donne in un giorno di festa (1993)
" L'abito da sposa (1994)
" 10.000 muli per la Grecia (1994)
" Amor nello specchio (1999)
" Le donne di San Giuliano, documentario (2004)
" Valzer (2007)
Trailer del fim "Valzer"

Walter Leonardi
Walter Leonardi è nato a San Cataldo. E' membro delle prestigiose agenzie fotografiche Gamma Liaison di New York e Gamma di Parigi.
14.000 sono le sue immagini pubblicate in tutto il mondo; 5.500 le pagine redazionali corredate dai suoi scatti nelle più importanti riviste italiane ed estere.
1.000.000 le diapositive del suo immenso archivio; una decina i libri monografici pubblicati in diverse lingue; una cinquantina gli attori hollywoodiani immortalati nelle loro case.
La Sicilia occupa un posto speciale nel suo cuore; un amore sviscerato che trapela da ogni sua foto e dal suo continuo "andare e venire" dall'isola che gli ha fruttato un archivio di oltre 100.000 immagini della sua terra natale.
La fama professionale di Walter Leonardi è legata a doppio filo con uno dei suoi più importanti lavori. Avendo per anni seguito le spedizioni di Thor Heyerdahl, Leonardi ha pubblicato
sulle più prestigiose testate internazionali i suoi reportage realizzati all'isola di Pasqua, in Perù, a Tenerife e tra le pieghe della vita privata di quello che è giustamente considerato come il più importante esploratore-archeologo dei nostri tempi.
Membro attivo delle agenzie Gamma Liaison di New York e Gamma di Parigi, Walter Leonardi è un fotografo a tutto tondo, che sa intuire la storia da raccontare laddove si svolge realmente: tra gli insediamenti degli zingari italiani, tra le quinte della vita di Torino, sul tavolo operatorio dei celeberrimo chirurgo De Bakey, tra le confortevoli pareti domestiche degli attori di Hollywood e delle modelle californiane.
Professionista intraprendente, è riuscito a realizzare l'unica fotografia della dacia di Gorbaciov in Crimea,
pubblicata in tutto il mondo. Altro autentico primato è il suo ampio servizio sull'addestramento dei cosmonauti sovietici. Primo occidentale e primo fotografo ammesso nella "città proibita", di VIadivostok, Leonardi ha condiviso le esperienze dei superuomini destinati alle missioni Spaziali, compresi i test di sopravvivenza a meno 65 gradi C° oltre il Circolo polare artico.
Intervista a Walter Leonardi
Il suo sito ufficiale: http://www.walterleonardi.it/



Ernesto Riggi

Nativo di San Cataldo, ex docente di educazione tecnica, ha sempre avuto una passione per le discipline umanistiche e per i fatti, racconti e personaggi della sua città. Ad oggi ha pubblicato 3 libri: "Tempi difficili", "Il nostro orgoglio, gli emigranti" e "Profili di donna", che io ho letto e anzi, invito tutti i sancataldesi "veri" a leggerli, dove racconta drammi, storie d'amore, il mondo contadino di San Cataldo e della Sicilia antica in generale, il lavoro difficile dei minatori emigranti e la volontà e la tenacia delle donne per raggiungere i loro obiettivi in una società prettamente maschile e maschilista.


Alfredo Ormando
Alfredo Ormando, orfano di padre e ultimogenito di una famiglia con otto figli di San Cataldo, due anni di seminario e un tormentato periodo universitario, si immolò dandosi fuoco con la benzina in piazza San Pietro, a Roma il 13 gennaio 1998, per protestare contro la Chiesa, a suo parere, demonizzatrice verso l'omosessualità. Io lo voglio ricordare come autore di poesie, raccolte nel libro "Vagiti Primaverili", dove dedica dei versi alla sua e nostra città:
"A te, che hai saputo inculcare nei tuoi figli l'amore per la Patria e per la sua terra; dedico questi umili versi.
A te, che ti sei svenata dei tuoi figli migliori per difendere, tenacemente, la bandiera del tricolore.
A te, che hai partorito corone di alloro e di verbena. Tu che sempre ti sei cinta di aureoli artistici e culturali.
Non i monumenti, non i castelli, non i palazzi rinascimentali o barocchi o gotici innalzano il tuo stemma fra le altre città siciliane; ma la genuità e la grandezza d'animo della tua prole hanno fatto sì che tu ti distinguessi fra tutte".

Alfredo Ormando su You Tube:


Nativo di San Cataldo è Angelo Orlando (San Cataldo, 11 agosto 1965)
La carriera di Angelo Orlando iniziò nel 1983 nelle file del Varese, in cui rimane per due anni, giocando stabilmente nella stagione 1984/85 e saltuariamente nella precedente.
Nell'estate 1985 passa alla Triestina, rimanendovi per tre stagioni, giocando come titolare e segnando due gol nella sua ultima stagione.
Passato all'Udinese nell'estate 1988 vi rimane fino al 1991, anno in cui viene acquistato dall'Inter.
Dopo due stagioni riesce ad essere schierato come titolare.
Nel 1995 abbandona poi l'Inter per la Cremonese, dove rimane per due stagione, per poi terminare la carriera nel 1997/98 alla Juve Stabia.


Catanese di nascita, originario di San Cataldo e veronese d'adozione, Jerry Calà iniziò la sua carriera come cabarettista, nel Veneto, in compagnia di Umberto Smaila, col quale formò, assieme a Nini Salerno ed altri due componenti, il gruppo de I Gatti di Vicolo Miracoli (1976), a cui presto si aggiunse Franco Oppini.

Aldo Baglio, all'anagrafe Cataldo Baglio, nasce a Palermo il 28 settembre 1958, da una famiglia di modeste condizioni economiche originaria di San Cataldo. E' un comico, attore, sceneggiatore e regista italiano. È conosciuto principalmente per essere un componente del noto trio comico Aldo, Giovanni & Giacomo.

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