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Settimana Santa

San Cataldo

Tra le celebrazioni della Settimana santa si rivela interessante la kermesse sancataldese, in cui le istanze liturgiche, le funzioni catechetiche e devozionali si mescolano tendenzialmente con l'elaborazione "popolare" del testo evangelico. Senza dubbio, ciò che particolarmente colpisce oggi del rituale sancataldese è la marcata teatralizzazione, retaggio del clima socio-religioso scaturito all'indomani del Concilio di Trento e dell'elaborazione locale di modelli mutuati anche da altre realtà, ed ancora dell'outillage mentale e culturale di una comunità incline a creare momenti di forte impatto emotivo. Certamente le celebrazioni pasquali trovano il loro humus nell'assidua frequenza ai quaresimali, nella larga partecipazione alle missioni popolari, nell'ascendente giocato dai Mercedari e dai Cappuccini presenti in paese, i primi nel Seicento e gli altri nel secolo successivo. Ma non possiamo dimenticare il ruolo rilevante svolto dalle confraternite, soprattutto quelle del Sacramento e di San Raimondo Nonnato. Spettava a loro, infatti, organizzare e gestire i complessi rituali che a mano a mano andavano sempre più arricchendosi di nuovi elementi spettacolari.

Risulta utile in qualche modo delineare sommariamente le modalità e l'evoluzione dei riti perpetrati in questa comunità.

Nell'Ottocento l'articolazione della Settimana santa si dipanava in tre grandi momenti: la domenica delle Palme, il venerdì santo e la domenica di Pasqua. Nel secolo successivo assistiamo alla scomparsa del primo momento, caratterizzato da una processione durante la quale si inscenava una sacra rappresentazione che rievocava l'entrata di Gesù a Gerusalemme. Di contro, è rimasto intatto, con ulteriori aggiunte, il nucleo centrale del venerdì santo strutturato secondo lo schema dell'Entierro spagnolo, cioè la processione del venerdì sera è preceduta nella giornata di giovedì da quella dedicata all'Addolorata che, accompagnata da San Giovanni, va alla ricerca del figlio.

Ad inizio secolo, il venerdì era scandito da cinque sequenze tuttora presenti: l'incontro mattutino tra l'Addolorata e il Cristo, l'elevazione di Gesù in Croce, il pellegrinaggio al Calvario, la "Scinnenza", cioè la discesa dalla croce, ed infine la processione funebre del Cristo morto deposto nell'urna.

Nella prima metà del secolo, sempre nella giornata di venerdì, vengono introdotti la sfilata dei gruppi statuari rievocanti i momenti più significativi della passione di Cristo e"l'incontro" di mezzogiorno tra l'Addolorata e il Cristo nella via principale del paese. La prima consuetudine ha chiari riferimenti alla spettacolare processione del giovedì santo che si svolge a Caltanissetta.

Il Novecento, senza dubbio, rimane il secolo della folklorizzazione del rituale. Nella metà degli anni '60 assistiamo ad una svolta. Per la prima volta in piazza Mercede si allestisce il "processo a Gesù" e si provvede ad arricchire la Scinnenza con la Salita al calvario. Verso la fine degli anni '90 subentrano altri cambiamenti e vengono proposte nuove manifestazioni. Il Processo a Gesù viene anticipato a mercoledì, mentre il lunedì e il martedì sono riservati rispettivamentealle rappresentazioni "Trenta denari" e "La notte dell'Azzima". In buona sostanza tali momenti «privi di legami con l'istituzione ecclesiale, completamente desacralizzate e coltivate e riprese da soggetti non ecclesiali con intenti di valorizzazione culturale o a fini di attrazione turistica», non possono essere ovviamente annoverate tra le forme di pietà popolare (C. Naro).

Su questa linea si collocano anche i festosi e gioiosi Sampauluna, giganti in cartapesta raffiguranti gli apostoli, impegnati a ricordare la resurrezione di Cristo, mediante una serie di rituali ridotti rispetto al passato. Anche il lunedì di Pasqua ha conosciuto pratiche pie non più ostentate da qualche tempo. In particolare, va ricordato per la scampagnata fuori porta, un tempo localmente chiamata Santu Spirdu, un pranzo rituale per commemorare i propri morti, ma allo stesso tempo si praticava il "digiuno di san Michele". Tale pratica consisteva nell'astensione totale dal cibo, eccetto pane ed acqua, per nove anni consecutivi. Completati i quali, il devoto si recava a far benedire le candele che dovevano servire per vegliare l'agonia dello stesso. L'uno e l'altro rituale preludevano la chiusura delle festività pasquali e si ponevano all'inizio di un nuovo ciclo naturale, mentre il calendario liturgico continuava a scandire il tempo della Chiesa.

Luigi Bontà


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