Lorenzo Barone Web Site


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Taniddu Blo

Sancataldesi

Era stato di maggio. Noi, pastori e contadini dovevamo partire. Ci avevano mandato l'avviso perciò era tempo di andare. Così incomincia la mia storia.
Vi racconterò ogni cosa a proposito di quelle mie vicende di cui tutti parlano. Io sarò sincero ma voi ascoltatemi con attenzione.
Prima a piedi, sui carri e sui muli per scendere dai paesi di montagna giù alla ferrovia. Poi sui treni e per mare. E lì, in montagna, con la bella sulla rossa fiorita, adesso chi le governava le bestie? Il treno s'infilò tutto intero nella nave, poi uscì e riprese a camminare.
Giorno. Notte. Giorno e notte ancora.
Ci avevano dato delle scarpe: "Mettetevele!" e ridevano guardando i nostri piedi. Io non ne avevo provate mai perciò c'infilai il piede e mi batteva tutto, mi fecero vedere come stringerle con i lacci, mi sentivo paralizzato. Mi facevano malissimo. I piedi dopo un poco erano tutti sbucciati e facevano pure sangue, perciò subito me le sono tolte.
"Ci penso dopo a mettermele", dissi a voce alta così mi sentivano, "intanto cammino bello tranquillo."
Poi invece mi ci sono abituato tanto che quando, finalmente, dopo tutte le storie che ho passato, sono tornato in paese la prima cosa che ho fatto - avevo le due lire del congedo - è stato farmi fare un paio di scarpe dal calzolaio dei signori.
Le donne si affacciavano : "Taniddu fatti vedere, che belle scarpe ti facisti, vieni, avvicinati , Taniddu beddu."
Perché, mi presento, mi chiamo Taniddu Blo di mestiere pecoraro.Tutto questo succedeva prima di conoscerLa. Da Lei infatti ci andavo a piedi nudi e le cose andarono come dovevano andare, che farci? Lei ha voluto così.
Ascoltate.
Su quel treno, tutti avevano male ai piedi. Poi, nel pantano, le scarpe servirono. Pantano e freddo e topi. E non per giorni e non per mesi ma per anni. Io, Taniddu Blo di mestiere pecoraro, mi trovavo sulle montagne che dividevano l'Italia, la "Nazione!", dal nemico, "Il Nemico!"
Ora mangiavo farina gialla sciolta nell'acqua calda e niente pane e niente cipolle e niente olive.
"Terrun!" Mi gridava il vicino e io: "Che c'è?", "Terrun!" Mi gridava di nuovo e si metteva a ridere.
"Ma che viene a dire? Boh!"
Poi ci fu Caporetto e il Piave e tornammo. Quelli rimasti. Pochi. "Mettetevi le maschere antigas! Mettetevi le maschere…", gridava il capitano e già era morto e già noi cadevamo per terra soffocati. Cosa ci mandavano nell'aria? Veleno.
Morivano tutti. Adesso era novembre. Ci siamo messi in fila e abbiamo cominciato a camminare.
Pioveva sempre, fatica e fame. Per non farci trovare dal nemico ci nascondevamo nei boschi e lungo le rive dei fiumi. Tutto era perduto, tutti morivano. Si buttavano per terra e non si alzavano. Ma dove eravamo finiti? Era campagna ma io non riconoscevo il profumo della terra, le foglie degli alberi avevano forme sconosciute, colori diversi, dove erano finiti i limoni?
e gli ulivi dov'erano? Niente, neanche uno. Tutto era cambiato. Era colpa del Grande Macello? Camminavamo incolonnati, dove andavamo? Una fila di disperati, una fila di ciechi. Scavavo nei terreni che erano stati orti, delle volte trovavo una patata, una rapa e subito correvo a nasconderla perché magari arrivava qualcuno ad ammazzarmi per quella patata.
Il mondo intero si era dimenticato di noi. Ci avevano lasciati da soli. A Caporetto era finito tutto, allora cosa mi avevano portato a fare lassù se ora me ne dovevo tornare a casa mezzo morto? E poi chi glielo raccontava alle donne del mio paese di tutti quelli che avevo visto cadere? Mi sarebbero venute incontro per avere notizie, e io? Cosa dovevo dire? La verità? Impossibile.
"Sùsiti Tano!Tano!" ma Tano, il mio compare - ce ne eravamo scesi insieme dalla montagna tutti belli contenti per raggiungere la ferrovia- ora non si alzava più. "Sùsiti Saro! Saro…Pino…Peppe…"
Camminavo con gli altri e intanto guardavo, annusavo, toccavo perché adesso ero di nuovo sotto le stelle, fuori dal fango e poi ero vivo mentre gli altri erano morti. Cosa vidi in questo mio lungo camminamento? Cose. Cose diverse straordinarie, stranissime.
Cose mai viste. Le cose erano cambiate dappertutto per colpa del Grande Macello? Anche Lei prima non esisteva.
Di Lei io non sapevo niente, forse - è vero- se ci penso, una volta l'avevo incontrata in chiesa. Se ne stava inginocchiata nei banchi davanti, il collo un po' piegato come se ci avesse pensieri, la testa era coperta con un velo ricamato. Mentre il parrino diceva messa io mi ero messo a guardare quel velo così bello con ricamati dei pupini piccoli piccoli che ballavano.
Un giorno mentre passava e ripassava dietro alla finestra di casa sua l'ho riconosciuta, mi sono ricordato della signora vista in chiesa, era Lei, piegava il collo nello stesso modo, come se ci avesse pensieri. Sempre in quel modo lo piega il collo, come se ci avesse pensieri.
Di tutto Lei si è dovuto occupare,infatti. Un giorno, io, Taniddu Blo di mestiere pecoraro, sporco e cencioso arrivai vicino a una casuzza nascosta. Bisognava proprio saperlo che lì c'era una casuzza sennò non ci andavi per quel sentiero tanto era ammucciatello. Io preso dalla fame, vista da lontano la casuzza, mi ero messo a camminare nel sentiero, sperando di trovare da mangiare. Una donna e un bambino mi facevano grandi cenni, di dire, vieni, vieni qui. Perciò andai. Alla donna aveva preso un batticuore forte forte, da tempo non si avvicinava nessuno: doveva trattarsi di un uomo di casa, perso da tempo, almeno uno dei tanti che l'avevano lasciata sola, il marito, il fratello, il padre. Almeno uno stava tornando perché solo loro conoscevano la strada nascosta per arrivare alla casuzza.
Questo mi disse poi, di Caporetto non sapeva niente. Cosa ne potevano sapere le donne che gli uomini erano tutti morti? Se ne stavano in campagna con i figli e nessuno era andato a raccontargli del Grande Macello. Perciò ora la donna era uscita di fretta, aggiustandosi la sciallina. Faceva grandi cenni, vieni avvicinati, cosa vuole? Pensavo, non è che si crede che ho da mangiare?
La fame era la grande padrona del mondo. Mi avvicinai alla casuzza. Quando quella s'accorse che non era il marito, il padre, il fratello ebbe un moto e con la mano fece cenno di cacciarmi, di allontanarmi e io invece mi fermai. Avevo fame. Il fuoco non è mai stato spento in tutti questi anni, il fuoco è acceso qui dentro di me, mi disse poi, ti ho visto e non ho potuto resistere. Poi, strappandosi le vesti per la disperazione della colpa commessa, mi cacciò dalla casuzza ma nella bisaccia mi mise un pezzo di cacio. Fu la prima. M'insegnò molte cose, la seconda e la terza m'istruirono per davvero. Mi vedevano per le strade e mi chiamavano.
Passava qualche giorno e mi mandavano via strappandosi le vesti per la cosa infame di cui si erano macchiate.
Prima mi chiamavano e poi mi scacciavano. Sempre così. A nessuna raccontai cosa era stato Caporetto, cosa avevo visto.
A Lei sì ho raccontato, ho pure pianto con i singhiozzi forti forti come un pupino.
Io, Taniddu Blo di mestiere pecoraro, ogni volta mi rimettevo in marcia con un pezzo di cacio o delle mele o del pane nella bisaccia e mi avvicinavo a casa. Camminavo e pensavo alla campagna e alle pecore, alla sulla, ai pistacchietti con le foglioline grigie leggere leggere, ai carrubbi, perché di fidanzata al paese non ne avevo lasciato, ero partito schietto e schietto tornavo. Pensavo alle giornate passate sdraiato sulla terra a sentire i fischi di richiamo mentre le mie pecore mi stavano torno torno. Queste cose pensavo e avevo nostalgia. Di Lei ancora non sapevo niente. Neanche potevo ricordarmi di averLa già vista in chiesa. Camminavo senza fermarmi, mi prendeva fretta e fretta e poi guardavo il cielo e parlavo con la Via Lattea, dove si raccolgono tutte le anime del mondo dirette verso il regno dei morti. Lì in cielo c'erano tutti quelli che avevano combattuto insieme a me. Nelle trincee, ammucciatelli tra fango e topi, aspettavamo l'ordine d'assalto; come pazzi, come animali braccati, con le nostre baionette mezze marce e mezze arrugginite, ci lanciavamo contro il nemico, "il Nemico!" e un secondo dopo saltavamo in aria. I brandelli di carne dei nostri fratelli ci ritornavano addosso. Per i topi era una festa. Cammina cammina, un giorno da una groppa della Calabria vidi l'isola circondata dal mare.
"Lo vedi?" mi dissi "Lì c'è il mare e nel mare l'isola e poi tutto finisce e cade."
Ed eccomi in paese. E in paese le donne erano senza uomini, la notte per non urlare si premevano la bocca sui cuscini. Non dissi niente, neanche una parola su Caporetto però le voci già erano arrivate e le donne avevano gli occhi rossi di pianto mentre si trascinavano per strada i piccoli orfani. A ogni porta c'era per il lutto una striscia di stoffa nera attaccata di traverso e, dove ancora non c'era, una donna passava il tempo affacciata alla finestra ad aspettare un ritorno impossibile. Lontano nelle trincee di montagna, nel freddo, nell'umido erano morti i loro uomini, la carne della loro carne, i sospiri dei loro sospiri. In un'alba nata dai sospiri di tutte le case, io, Taniddu Blo di mestiere pecoraro, arrivai in paese sporco e lacero. La mia carne di maschio si vedeva tutta attraverso la camicia a pezzi. Mi guardavano da dietro le persiane: "Taniddu, quanto sei bello." Sospiravano chiamandomi con il nome di chi non c'era più. La prima si fece trovare come per caso davanti casa sua, la stoffa nera attaccata alla porta era già un poco sbiadita per il sole e la pioggia: "Sei tutto strazzato, che fai? Vieni dentro, ti faccio provare una camicia di mio marito, cosa me ne devo fare…"
Mi disse parlandomi ad occhi bassi e coprendosi la bocca con la mano per la vergogna, sotto - lo vedevo - la bocca invece di piangere rideva. Io ero insegnato ormai da tutta la strada fatta per tornare a casa, perciò mi fermai. Entrai nel fresco della casa. Chi mi cuciva una camicia, chi mi preparava un bel coniglio in agrodolce. Ero per tutte. Non mi potevo lamentare. E non mi lamento neanche ora che le cose sono andate come Lei ha voluto. Questo è stato il suo desiderio, cosa posso farci. Poi all'alba mi cacciavano dal letto per correre tutte velate in chiesa. Ma come e a chi e con quale coraggio confessare la propria colpa? Lì nel buio della prima luce, in mezzo a tutti quegli angeli appesi al soffitto che ti guardano con i loro occhi di marmo? E con Cristo che se ne sta appeso lì in alto, ondeggiante sopra l'altare con le sue braccia tese, i chiodi e la pelle bianca dove si vedono le vene e il sangue che cola? "Signuruzzu, fammi la grazia. Manco ce l'ho il coraggio di dirti cosa ho fatto." Magari alla Madonna, femmina e madre, una certe cose così private gliele riesce a dire, si dicevano buttate per terra davanti alla statua della Madunnuzza mentre il sagrestano accendeva lumini e incenso e spiava con la faccia di chi ha capito tutto. Allora le belle ginocchia sbattevano sul marmo della chiesa e si coprivano di lividi e si graffiavano:
" Madunnuzza fammi la grazia di togliermi questi desideri pazzi, perché pazzi sono…" Riluceva il manto d'oro tutto pieno di pieghe, il Bambinello faceva sì con la manina, la Madonnuzza con la faccia rosa e bianca da pupa di zucchero guardava la donna : "Io ti aiuto, tu però devi trovare una soluzione." Sì, sì faceva la manina avvolta nel manto dorato del Bambinello. E una soluzione la trovarono.
Ma ci volle ancora del tempo. Ci volle Lei . La vergogna se le mangiava vive, vedevano le altre pregare e ognuna pensava: " Lo vedi come sono pie e rispettose? Non come me che sono una buttanazza." Non lo sapevano che anche le altre erano in chiesa per lo stesso motivo. Buttanazza, buttanazza e si battevano il petto e le ginocchia si scorticavano ma Signuruzzu, Madunnuzza e Bambinello sembravano non sentirle proprio. Tra queste donne ce ne era una molto particolare. Lei. La Signora, il marito era morto appena cominciato il Grande Macello, perciò ormai da un sacco di tempo. Io mi ero accorto di quanto mi desiderava. Se passavo sotto la sua finestra, mi seguiva con lo sguardo, proprio me lo incollava addosso invece, se l'incontravo per strada e alzavo gli occhi per fissarLa, Lei faceva finta di non avermi visto e atteggiava la bocca a disprezzo come per dire: " Ti pare che io sono come le altre e vengo a chiedere a te, Taniddu Blo di mestiere pecoraro, un poco di calore?" E camminava dritta tutta tesa tesa. Non si voleva arrendere. Invece una sera mi chiamò: "Attìa Taniddu, acchiana ." Io l'avevo spiata mentre dietro la finestra camminava avanti e indietro, poi si affacciava e poi si ritirava, si portava un fazzoletto alla bocca e sospirava, ci versava sopra delle gocce e se lo passava sulle tempie e poi di nuovo sulla bocca, piegava il collo come di chi c'ha troppi pensieri - allora mi ricordai del velo con i pupini che ballavano- si alzava i capelli, li appuntava con le forcine a strapparsi la carne, poi le toglieva ad una ad una facendo cadere mollemente le ciocche dei capelli sul collo bianco come quello di un capretto pronto al sacrificio. "Attìa Taniddu, acchiana ." Per me fu come in un sogno.
La casa, il letto, il bagno profumato che mi fece fare prima e dopo, gli asciugamani in cui mi avvolse prima e dopo e, Lei. Lei. Lei. Lei.
Mi voleva solo per Lei, le altre donne le dovevo dimenticare, m'avrebbe ammazzato se solo mi trovava a parlare con un'altra e mi mostrò un coltello: "Con questo t'ammazzo e prima ti taglio lì.." Disse e poi rise come una pazza perché io istintivamente mi ero messo le mani tra le cosce a proteggere i miei gioielli. Facevo quello che Lei voleva, le altre neanche le guardavo. Esisteva solo Lei.
Passavo le giornate sotto la sua finestra aspettando un segnale per salire. Eh, ma non è che mi chiamava sempre. Ogni tanto. Se il tempo passava e Lei di me se ne infischiava io ero come un morto, me andavo in giro strazzato come quando ero arrivato in paese, sporco, senza le mie scarpe bellissime, tanto a cosa valeva tutto quel vestirsi, lavarsi, pettinarsi se Lei non mi chiamava? Stavo sotto la sua finestra e spiavo la mia Signora muoversi lì dentro; a volte era tranquilla, rideva, scherzava con le amiche; a volte invece cominciava a dannarsi: avanti e indietro e il fazzoletto e il gesto dei capelli allora - sapevo- presto avrebbe aperto uno spiraglio nella persiana e: "Attìa Taniddu, acchiana ." Come una pazza e poi si buttava in terra per la disperazione di non avermi resistito. "Aiuto! Aiuto!"gridava " Gesù liberami da questo desiderio infame!" Mi cacciava urlando, si graffiava la faccia di cera e lacrime e sangue.
Invece poi quando mi vedeva mi chiamava e io ci andavo. Si riunirono in chiesa, fu Lei a chiamarle. Tutte. Senza il parrino, solo loro.
Parlò Lei, parlò del loro dolore, della loro passione, dei loro mariti spariti nel fango. Questo me l'hanno raccontato dopo, tutte insieme.
E piansero che il pianto e le grida si sentivano pure sulla matrice deserta. Lì fuori c'ero solo io. Buttato per terra aspettavo un cenno della mia Signora . "Attìa Taniddu, acchiana ." Andai innocente. Lei mi prese per mano con grande dolcezza e mi portò nel bagno, m'immersi nell'acqua e Lei mi lavò pezzo per pezzo come un pupino. Mi strofinò la schiena, poi mi avvolse nell'asciugamano profumato di zagara e mi spruzzò di borotalco. Come un pupino. Io zitto, occhi chiusi. Mi prese la mano e mi trascinò nel grande letto.
Io, sempre a occhi chiusi, sentivo le lenzuola con le mani, la sua pelle con le mani. Nel letto della Signora ci rimasi quasi un mese, curato da tutte le mie donne. Entravano portando cibi, bende profumate, spugne umide e ciascuna mi spogliava con amore dicendomi parole dolci, poi con mani delicate si avvicinava alla ferita: "Fa male?" Sussurrava. "Un po' meno" rispondevo io e mi ricordavo come proprio quella l'altra notte mi aveva afferrato per le spalle e mi aveva guardato con occhi di tigre: "Amore stai fermo, ci siamo tutte."
Avevo riso all'inizio, frastornato, contento du tutte quelle femmine intorno a me. Perchè mi tenevano le braccia indietro? E quell'altra perchè brandiva il coltello? Il coltello con cui la mia Signora tante volte mi aveva minacciato: "Con questo t'ammazzo e prima ti taglio lì.." Un'altra era entrata con un fazzoletto in mano e adesso me lo premeva sulla bocca ma ntanto io avevo visto il coltello. Poi mi ero addormentato in mezzo a loro, a tutte loro. La mia Signora non mi aveva mai lasciato la mano, come un pupino con la sua mamma.
Mai, non mi aveva lasciato mai e anche al risveglio era lì. Istintivamente la mano libera mi era scesa in mezzo alle gambe. "Che c'è qui?" le avevo chiesto quasi per scherzo. Perché uno non se lo può immaginare di non averci più niente. Niente, tagliato via. Erano contente le donne mie, potevano tornare ai loro sospiri e occuparsi di me, povero malato. Era contenta la mia Signora. Adesso mi stava sempre accanto e sorrideva. Niente scene, niente urla e pianti. Un mattino poi, finalmente, mi misero in piedi e io me ne uscii con passo ancora incerto dal portone di casa. Attraversai lo strada, mi sedetti qui per terra, vedete? Proprio davanti alla finestra dietro la quale pure voi potete vedere muoversi la mia Signora. Sto bene. Vivo da Lei. Ogni mattina esco dal portone e mi metto qui, c'è chi mi porta una focaccia e chi un cappidduzzo, sto bene. Non parlò più. Non mi lamento e non dico mai: mi fa male, era meglio prima.
Questo è stato il suo desiderio. Siccome la voglio fare contenta, sempre contenta la voglio fare, faccio la cosa più giusta: sto qui e la guardo muoversi dietro la finestra. "Attìa Taniddu, acchiana ." Mi chiama affacciandosi alla finestra e tutto il paese lo sente. Questa è la mia storia, la storia di Taniddu Blo di mestiere pecoraro che un giorno se ne andò a fare la guerra e poi tornò al paese.

Racconto di Beatrice Monroy

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