STORIA DEL ROCK 3
 

TIMIDAMENTE AVANZA NEGLI ANNI IL ROCK NOSTRANO
 
 
COME DIRE DA JAMES BROWN PASSANDO PER I PFM
DAL RIBELLE RINO GAETANO AI LITFIBA......
 
 
BOB
MARLEY
JAMES
BROWN
THE
STOOGES
VELVET UNDERGROUND
NEIL
YOUNG
THE
SUPERTRAMP
IL SIGNOR
RINO GAETANO
.......
I NOMADI
AREA
THE
BYRDS
...
U2
I MITICI
PFM
.....
DIK DIK
EQUIPE 84
ARETHA
FRANKLIN
...
GUNS N' ROSES
...
EURITHMICS
LITTLE
TONY
LE ORME
DIRE
STRAITS
PEARL
JAM
ADRIANO
CELENTANO
IL GRANDE
IVAN CATTANEO
LITFIBA
Identikit del rock italiano


di John Vignola

La questione del rock italiano è quasi decrepita: se ne discuteva già negli anni Sessanta, quando una massa di gruppi bitt (come sono stati bonariamente definiti a posteriori) proponeva cover mascherate dei grandi successi d'Oltremanica e Oltreoceano. I più famosi si chiamavano Rokes, New Dada, Ribelli, Equipe 84, Primitives: non sempre erano italiani, ma sicuramente sfruttavano la scia del successo del pop alla Beatles, adattandolo alla propensione melodica della canzone italiana.

Una storia antica quindi, che nel decennio successivo si era avvicinata ai modi del progressive per incarnare spesso uno spirito alternativo o sperimentale e licenziare gruppi dalla grande maturità strumentale come la PFM oppure le Orme, per non dire degli Area, forse gli antesignani del rock alternativo. Il riferimento ai modelli angloamericani era sempre ben presente, ma spesso aveva la meglio la vena cantautoriale o comunque un'attenzione particolare per il testo. Scene importanti come quella bolognese, forse la più avanti in Italia nel momento dell'esplosione del punk, erano in realtà porzioni di mercato esigue rispetto ai cantanti che continuavano a furoreggiare in ogni angolo della Penisola.

Si potrebbe affermare che fino all'avvento, a inizio degli Ottanta, di gruppi fiorentini come Diaframma e Litfiba, il rock nostrano doveva fare i conti con un linguaggio che non gli era proprio e quindi mescolare il più possibile, con qualche, inevitabile senso di colpa. L'arrivo di Siberia e Desaparecido, dei due gruppi su citati, avrebbe innescato un terremoto i cui effetti sono ancora ben visibili. All'epoca fare rocksignificava negare la lingua italiana e affidarsi a piccole produzioni appassionate, mescolando ispirazioni diverse, dal dark alla psichedelia, dalla new wave al folk acido. A Milano furoreggiavano band come Peter Sellers & The Hollywood Party, ironici e a loro modo oltranzisti. I Litfiba nel 1985 mostrarono, assieme a un'etichetta come la I.R.A., che si poteva fare rock in italiano, autoctono, fiero e in qualche misura vincente, senza per forza relegarsi in una nicchia. Lo fecero e poi entrarono in un ambito progressivamente più "commerciale" e distante dai passi iniziali. Fu comunque l'inizio di una piccola rivoluzione nell'ambito delle autodistribuzioni, che coinvolse buona parte della Penisola per arrivare fino al decennio successivo. Le indipendenti dell'epoca erano spesso legate a un'ideologia politica forte e portavano avanti la propria guerra privata alla musica d'autore, per esempio, preferendole altri canoni.

Nei Novanta le vicende del Consorzio Produttori Indipendenti, distribuito da una major (la Universal) e attento a molto di ciò che si muoveva in ambito underground diede l'avvio a una fase di maggiore visibilità operativa: stavano tramontando le idee pure di autogestione e il C.P.I seguì l'ascesa di una band importante, mutazione contemporanea dei CCCP Fedeli alla linea: C.S.I., primo gruppo underground a finire ai vertici delle classifiche italiane con Tabula rasa elettrificata, nel 1997. Un momento importante, che si sposava con l'avvio del Salone della musica di Torino, fermato dopo solo due edizioni, e che diede il corrimano al periodo in cui stiamo transitando ora. Un periodo, nonostante la forte crisi discografica, di fruttificazione assoluta.
Infatti, dalle nostre parti, qualcosa di interessante negli ultimi dieci anni sembra proprio essere accaduto: innanzitutto il gergo del rock ha smesso i panni, un po' carbonari, del circuito underground. Ha insomma cominciato a frequentare piazze ben visibili, Sanremo su tutte. Bluvertigo, Subsonica, Carmen Consoli: fenomeni sicuramente appartenenti al genere che erano arrivati ad una visibilità tutt'altro che secondaria. Poi, l'antitesi con la cosiddetta canzone d'autore ha lasciato il posto a una presenza interessante nelle varie manifestazioni dedicate al genere, Premio Tenco in primis. Qui le nuove leve, che mescolavano pop, attitudini ruvide e una cura inedita al testo hanno aperto degli spiragli di rinnovamento impensabili negli anni Ottanta. I primi posti in classifica si sono moltiplicati.
In ambito più indipendente, dalla seconda metà dei 90 sono nate una serie di etichette che rifiutano la grande distribuzione e si occupano di musica aperta ed incrociata, riuscendo, forse per la prima volta in Italia, a uscire dai canoni dell'impegno e dell'ideologia a tutti i costi. Poco dopo è arrivato il MEI., il meeting delle etichette indipendenti a Faenza, un luogo dove si può discutere in tempo reale di ciò che sta succedendo nell'ambito del cosiddetto underground, e non solo. Proprio lì, pur nella confusione di miriadi di eventi, accatastati l'uno sull'altro, magari, si tocca con mano un cambiamento importante: la presa di coscienza di appartenere a una scena non più marginale nel nostro panorama artistico. Il resto è storia recentissima.