Luci"o" in sala

Raccolta di critiche cinematografiche

 

Il primo maestro
(Pervyj uchitel, 1965 - regia di Andrej Michalkov-Konchalovskij)

Trama: Nel 1924, primo anno del potere dei Soviet (come recita una scritta all’inizio del film), in un remoto paesino del Kirghizistan, facente parte dell’esteso impero sovietico, arriva Djujshen, un maestro scolastico fermamente intenzionato a costruire una scuola dove insegnare ai bambini del villaggio.

Trovandosi subito di fronte ad una ostile intolleranza da parte dei paesani, sottolinea come il Partito abbia legiferato in proposito: dei bambini istruiti saranno il futuro della nazione.

Otterrà la scuola ed i bambini, ma sarà dura lottare contro le vecchie usanze e superstizioni, così come sarà dura difendere Altynaj, una giovane ragazza promessa sposa ad un ricco pastore, condannata così ad essere una concubina all’ombra del marito.

Sarà una lotta impari, ma il giovane maestro farà di tutto per affermare i valori della rivoluzione, anche dove non sembra che abbiano motivo di esistere.

 

Commento di Lucio: Stupendo affresco di una civiltà quasi sconosciuta in Occidente, quella kirghisa, che affronta però temi universali: affresco fatto con pochi colori ma con tanta passione.

Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1961 dell’autore kirghiso Cinghiz Ajtmatov, il quale ha collaborato con Konchalovskij alla sceneggiatura. Questo dà più gusto alle licenze che il film si prende rispetto al romanzo, perché sono per così dire “lecite”, in quanto hanno l’approvazione dell’autore.

L’opera è ammantata di un’antica bellezza dimenticata, quella del bianco e nero, quando il direttore della fotografia doveva per forza essere un artista e quando il regista era più di un semplice organizzatore.

I volti sono scandagliati ed analizzati: ogni ruga, in un volto di contadino, ha una sua storia, ed il regista sembra volerla raccontare.

In un film che Konchalovksij girerà molto tempo dopo (Asja e la gallina dalle uova d’oro, 1994), un personaggio farà notare come passino i secoli, passino i governi, ma la gente di campagna resti sempre uguale. Questo concetto è già illustrato, anche se non dichiaratamente, già in questo film.

C’è appena stata una rivoluzione, Lenin è al potere, il mondo è cambiato, ma niente di questo sembra turbare il villaggio kirghiso, dove niente è cambiato. Le parole del giovane maestro (“liberazione”, “istruzione”, “futuro”) suonano vuote ed inutili. Il bestiame ed un buon cavallo, questo solo conta al villaggio: tutto il resto è spreco di tempo.

Ma d’altronde non è contro le usanze millenarie del villaggio che il giovane maestro vuole lottare, bensì contro l’analfabetismo dei giovani: solo un giovane istruito potrà costruire un mondo migliore e portare avanti gli ideali della rivoluzione.

Il tenero amore platonico che il maestro Djujshen prova per la fanciulla Altynaj, e la rabbia per il suo destino come concubina, rendono molto vivo e reale il personaggio, combattuto fra la propria accesa fede nel Partito e la rassegnata constatazione di non essere capace di adempiere al suo compito.

Il regista Konchalovskij è sempre stato molto attento alle realtà “invisibili”, a quei popoli di cui la Storia (con la “S” maiuscola) non tiene conto, ed i quali non tengono conto della Storia! Il villaggio kirghiso, come i kolchoz russi che il regista descriverà in seguito, è visto con occhio amorevole, con tutti i suoi difetti. Il giovane maestro vuole cambiare troppe cose e troppo in fretta, mentre i paesani non vogliono cambiare niente: nell’equilibrio sarà la chiave per il futuro.

Nel 1999 il regista cinese Zhang Yimou ha ripreso il romanzo di Ajtmatov, senza però accreditarne il nome nei titoli di testa, e lo ha adattato alla realtà contadina cinese, fondendolo poi con la novella “Remembrance” di Shi Bao. Il bel film che ha girato è La strada verso casa e la giovane che si innamora del maestro è interpretata da Zhang Ziyi, l’attrice che l’anno successivo ottenne fama internazionale nel ruolo principale di La Tigre e il Dragone.

 

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