Luci"o"
in sala 
Raccolta di critiche
cinematografiche
Anatomia di un rapimento
(Tengoku to jigoku, 1963 - regia di Akira Kurosawa)
Trama di Angela: La ricostruzione del Giappone ferve nel dopoguerra. Non ci sono signori feudali che tramano per conquistare un castello, ma rampanti industriali e Toshirô Mifune è uno di questi, che vuole scalare la sua società di fabbricazione di scarpe.
Con manovre finanziarie azzardate, riesce ad accumulare i milioni necessari alla importante transazione che, se fallisse, lo metterebbe completamente sul lastrico. Ha in mano un assegno che è tutta la sua vita e quella della sua famiglia.
Improvvisamente arriva una telefonata: il figlio è stato rapito ma, pagando il riscatto, andrebbe sul lastrico; il padre prende il sopravvento sullindustriale e non esita un istante a decidere di pagare. Colpo di scena: entra il figlio, che non è stato rapito ma, in vece sua, è stato rapito il figlio dellautista, per un errore di persona. Altro colpo di scena: il riscatto è il medesimo ma, se pagasse per laltro bambino, sarebbe rovitato e deriso; se non pagasse il bimbo morirebbe e lui perderebbe onore e dignità.
Cosa fare? Dilemma morale di grande spessore, affrontato molto bene, che, purtroppo, occupa solo la prima parte del film.
Seguiamo poi le indagini della polizia, che ci mostra un Giappone infettato dal degrado della cultura dellOccidente invasore. Lequilibrio millenario è spezzato, i giapponesi faticano ad adattarsi ed i più fragili si perdono nella droga e nella delinquenza.
Fondamentale è il movente del rapitore: far soffrire il ricco signore, in una sorta di odio di classe, sentimento nuovo per un Giappone dove il popolo non aveva mai alzato gli occhi sui Signori.
Commento di Angela: Dopo la seconda guerra mondiale, il Giappone è invaso dagli americani e costretto a subire la occidentalizzazione della sua millenaria e statica cultura, fondata sul principio: se una cosa funziona, non si cambia; in contrapposizione alla cultura evoluzionistica occidentale, dove tutto si può sempre migliorare, nelleterno fluire di un modo di pensare dinamico.
Lo storico e sociologo Fernand Braudel, nel suo monumentale Civiltà materiale, economia e capitalismo dei secoli XV-XVIII ci spiega che i giapponesi hanno cercato per secoli di tenere lOccidente fuori dallarcipelago, in una lotta impari e, chiudendo i porti, sono riusciti a restare isolati, conservando un cultura chiusa, refrattaria ad ogni cambiamento. I governanti nipponici, ricevendo i vari rappresentanti occidentali che lì si recavano, si lamentavano perché il loro abbigliamento cambiava in continuazione nel corso degli anni.
Lo scrittore Yukio Mishima arrivò a suicidarsi, in un estremo tentativo di ribellarsi alla occidentalizzazione del suo Paese.
Nel romanzo La chiave di Junichiro Tanizaki avvertiamo questo cambiamento nella vita di tutti i giorni, con Ikuko, la madre quarantenne, che è tentata dalla figlia ventenne Toshiko, a farsi cucire un abito occidentale, indossare scarpe, borsa ed orecchini.
Ho fatto questo lungo preambolo, per spiegare il messaggio di Akira Kurosawa in questo, che può sembrare un innoquo film poliziesco, ed è invece la denuncia del degrado portato dalla curtura americana nel Giappone del dopoguerra.
Osserviamo questi particolari.
Mifune indissa gli abiti di foggia nuova e sua moglie, invece, il kimono. Bevendo whiskey con ghiaccio e non il bollente sakè, si concentra sulla scalata della sua società.
Dimentico dellonore e dei princìpi degli avi, non vuole pagare il riscatto del figlio di un altro per non andare in rovina, mentre la moglie, in kimono, lo esorta a comportarsi correttamente, con saggezza ed umanità.
Nella sua villa tutti gli uomini sono vestiti nella foggia nuova, ma i loro movimenti sono goffi in quei vestiti e, se li immaginiamo in kimono, diventano armoniosi come in una danza.
Lo stesso Mifune ci risulta strano e fuori posto con quegli abiti e quel taglio di capelli, lontano dal samurai a cui ci aveva abituati. Nonostante ciò, egli ha laspetto del samurai, anche se indossa labito scuro, quando sul treno, recandosi a pagare il riscatto, con gli occhi sbarrati stringe la valigia contenente i soldi e dicendo: « Qui dentro cè la mia vita ».
Privato di tutto ma non dellonore, ha la dignità di ricominciare daccapo, con una piccola fabbrica di scarpe, dimostrando che un vero uomo lo è sempre, in qualsiasi circostanza si trovi a lottare. Pagando il riscatto per un figlio non suo, invece di coprirsi di ridicolo, come desiderava il rapitore, desta la stima e la solidarietà di tutti, divenendo un simbolo, un esempio da seguire. Tutti si mobilitano per lui e la polizia è inondata di telefonate di cittadini che fanno segnalazioni, perché vogliono aiutare Mifune.
Nemmeno la polizia vuole il ridicolo del fallimento e lo stesso funzionario di polizia, incitando gli uomini al sacrificio di un lavoro massacrante, dice che « Ci deve guidare il suo esempio », assurto ora a simbolo, anche se economicamente rovinato.
Non dobbiamo dimenticare, però, che Mifune è stato faticosamente convinto a comportarsi con onore, quando la cultura della avidità e dellarrivismo si era impadronita di lui, destando lodio del rapitore.
La casa di costui è piccolissima e lo avvolge come un guscio; fa parte di un gruppo di catepecchie chiamate, ironicamente, Aurora. Prende aria e luce da una finestrella, che guarda sulla collina, dove si staglia la villa di Mifune. Il rapitore guarda la villa dal basso verso lalto, ed è colmo di odio di classe, mentre Mifune può guardare tutto e tutti dallalto verso il basso, come un Signore nel suo castello.
Lautista, in segno di sottomissione e tradizione, che voleva che il popolo non guardasse mai verso lalto, guarda sempre in basso e, nel momento della supplica, quando chiede a Mifune di pagare il riscatto, di ridursi sul lastrico per salvare la vita di suo figlio, si inchina in ginocchio, col capo per terra, come lultimo del popolo davanti al samurai.
Il rapitore, invece, il cattivo, il simbolo del disagio giovanile di fronte alle nuove idee, sta col volto sfrontatamente rivolto verso lalto e non si inchinerà nemmeno di fronte alla morte. Nonostante tutto, il giovane rapitore è ancora attaccato ai valori giapponesi, più di quanto non immagini. Non mira al denaro, che non tocca e chiude nellarmadio, ma a gettare Mifune nella sofferenza e nel ridicolo.
Sono significative le sue frasi: « Un disgraziato può divertirsi a far soffrire le persone fortunate »; « Pagando il riscatto per un figlio non suo, lei si coprirà di ridicolo, tutti rideranno alle sue spalle »; anche lui teme il ridicolo e, una volta catturato, cerca di suicidarsi, come un vero giapponese della tradizione. Anche dietro alle sbarre, non si preoccupa della morte incombente, ma vuole vedere Mifune, guardarlo negli occhi, senza abbassarli, e dirgli che lui non ha paura e non chiede pietà. La saracinesca che si abbassa per dividere Mifune dal condannato a morte, ricorda il cadere della ghigliottina.
Sul treno, nel vagone ristoro, prendono tutti caffè, dimentichi del sacro rito del tè e torna alla mente quel magnifico Morte di un maestro del tè (di Kei Kumai, 1989) interpretato proprio da Mifune.
La colonna
sonora è contraddistinta dalla musica americana: jazz, rock, perfino
larrangiamento de O sole mio! che accompagna il cammino dellassassino
che si accinge ad uccidere di nuovo. Lunica eccezione è un lamento
lugubre, che ci introduce al rapimento, al dolore di un genitore, ed al quartiere
dei drogati, dove cè un popolo privato di qualcosa di vivo che
lo sorreggeva e lo guidava, che barcolla per la rottura di un equilibrio.
Nel locale della perdizione, dove si suona, si balla e si spaccia droga, ci
sono molti soldati negri e marinai americani, che corrompono i giovani giapponesi
con prostituzione, alcool e droga.
È li accanto che cè il quartiere dei drogati, rappresentati come anime tormentate dellinferno, dei morti viventi che hanno perso ogni parvenza umana, brutti, spettinati, coi capelli ricci e crespi, in contrapposizione ai lisci, puliti e lucidi capelli della tradizione. Kurosawa indugia a lungo su di essi e ce li mostra con ostentazione.
È leroina, la droga dellinvasore, ad indurre al crimine la coppia che aiuta il rapitore. I soldi che ha dato loro sono rimasti intatti, mentre giacciono morti con le siringhe in mano e sdraiati sui tatami. Quando il rapitore si vuole disfare delle cartelle contenenti i soldi del riscatto, le porta allinceneritore e, dal fumaiolo esce fumo rosso come il sangue, che Kurosawa vuole farci vedere ad ogni costo, colorandolo in un film in bianco e nero.
Il film scorre e non cè un attimo di noia; i particolari, che ho messo in risalto nel mio commento, sono trattati con naturalezza, oserei dire con rassegnazione, nella consapevolezza che, nel bene e nel male, questo è il futuro, il progresso, e la ricchezza della cultura giapponese si vedrà anche da come la si potrà adattare ai nuovi canoni.
Lo sguardo
finale, fiero ed imperturbabile, di Mifune, al parlatorio del carcere, nellultimo
incontro con luomo che gli ha rovinato la vita, contrasta con la crisi
isterica di questultimo. Mifune ne è uscito vincitore, così
farà il Giappone ed i risultati, dopo 50 anni, sono sotto gli occhi
di tutti.
Rispondete ad Angela
Giù nel sottosuolo [dalla presentazione per ledizione in DVD, 2003]:
La produzione e in certi casi ancor di più la distribuzione sono intervenute sui film accorciando con tagli capaci solo di impoverire la storia raccontata. Dio solo sa perché accadono di queste cose.
Forse la distribuzione crede il pubblico incapace di apprezzare film troppo impegnativi o forse usa veggenti in grado di calcolarne in soldoni il gradimento. Niente di tutto questo probabilmente. Però, labitudine, com'è consono a tutte le abitudini, è dura a morire. Ad Anatomia di un rapimento è toccata la stessa sorte.
Kurosawa difese il suo film fin dove gli fu possibile. Questa è storia del cinema al di là del suo bell'apparire, al di là dei propositi, al di là di quello che si sarebbe potuto, o si potrebbe, realizzare. Tra cielo e inferno, titolo originale di Anatomia di un rapimento e molto più appropriato allo scandaglio della mente umana che Kurosawa ha cercato di trasporre in immagini, prende in esame due opposti apparenti.
Dauna parte c'è un industriale e dall'altra uno studente in medicina. Il rapportro tra di loro, almeno nella vita ordinaria, sarebbe anche non potuto avvenire se agli occhi dello studente la villa di Gondo, l'industriale, dall'alto di una collina, non fosse stata per lui un affronto alla sua vita e alla vita di tutti coloro che difficilmente troveranno un appiglio per vivere. Così s'innesca il rapimento.
Quello che accade ha solo importanza per la cronaca; il nodo dell amatassia è nel sottosuolo, dove l'anima è continuamente oscurata dalle ombre, ora più dense ora più flebili, del tortuoso percorso dei nostri pensieri. Della nostra aberrazione verrebbe da dire.
Forse, è inutile sottolineare che Kurosawa guardava con un occhio a Delitto e castigo [di F.M. Dostoevskij] mentre stava girando, ma: «... al cinema è impossibile scendere così nel profondo ...» e in « Tra cielo e inferno [...] sono scivolato [...] verso la semplificazione eccessiva ». E se lo dice lui possiamo solo star ad ascoltare.