Luci"o" in sala

Raccolta di critiche cinematografiche

 

Barbarossa
(Akahige, 1964 - regia di Akira Kurosawa)

Trama: Siamo nei primi dell’Ottocento; Barbarossa è il soprannome del medico Kyojio Niide chiamato così per la sua barba rossiccia e perché il vero nome gli fa impicciare la lingua. Da lui si reca in visita Noboru Yasumoto, dopo i suoi studi di medicina a Nagasaki, prima di cimentarsi in un brillante e remunerato futuro come medico di corte.

Viene accolto a braccia aperte da un medico dell’ospedale dei poveri diretto da Kyojio Niide, il quale non fa mistero del suo spregio per la povera gente che viene lì curata: « L’odore di frutta andata a male è l’odore della povertà » gli dice. Il suo grande interesse per Noboru Yasumoto è subito chiarito; da tempo egli attendeva una sostituzione per lasciare l’ospedale e fare carriera con pazienti paganti.

Con suo grande sconcerto, Noboru Yasumoto crede che il padre non abbia organizzato per lui una visita al grande medico, ma un incarico coatto presso l’ospedale dei poveri, con la preclusione dal prestigioso incarico di medico di corte. La sua reazione è di rabbia sdegnosa ed inizia la sua ribellione al sopruso, con una sorta di “sciopero bianco”: rifiuta le regole dell’ospedale e non assiste i malati.

Fra il medico missionario ed il giovane medico ambizioso e carrierista si instaura un rapporto complesso, che si svolge mentre le storie dei malati si susseguono sullo schermo, coinvolgendo lo spettatore e segnando Noboru Yasumoto.

Egli dovrà sceglere fra la carriera e la missione, dopo un tirocinio formativo, per la sua professione e per la sua anima.

 

Commento di Angela: Kurosawa mi affascina sempre, col suo usare il cinema come veicolo di emozioni e formazione. Ogni film una nuova tematica, che ci pone di fronte ad un dilemma morale, una scelta, una crescita interiore, quella del protagonista e la nostra. Vedendo i suoi film si ha l’impressione di frequentare un corso per spiriti sensibili, alla ricerca di stimoli interiori, di cibo per l’anima; anche Barbarossa è ricco di spunti di riflessione.

Noboru Yasumoto: dopo tanta teoria medica studiata con impegno, Noboru Yasumoto si trova di fronte ai malati veri, brutti, pieni di pulci, zecche, coperti di pustole, puzzolenti, con la morte che li insegue, mentre loro rincorrono la vita coi ricordi, belli o brutti, ma sempre vissuti. Con grande acume Barbarossa lo mette a contatto con un moribondo, dicendogli di assisterlo nel « momento piú sublime della vita, la morte ».

Con una ottima recitazione, Noboru Yasumoto dà corpo alle nostre stesse paure: il rantolo della morte è impressionante per lui e per noi; si attende che, da un momento all’altro, si fermi; l’attesa è piú crudele nella consapevolezza che solo la morte, che tutti rifuggono, soprattutto i medici, può mettere fine a questa angoscia.

Dopo tanto studio ecco la realtà, che turba, fa vomitare e svenire, al punto che ci chiediamo se Noboru Yasumoto diverrà mai un dottore.

Barbarossa ha l’intuizione del grande maestro: tirare fuori il medico che c’è in lui affidandogli la piena responsabilità del suo primo paziente, una bambina malata nell’animo piú che nel fisico. Dopo alterne vicende, fra Noboru Yasumoto e la bambina si instaura un rapporto simbiotico, che è rappresentato dalle amorevoli cure che si scambiano a vicenda; è toccante vedere la bambina che ripete su Noboru Yasumoto le cure che ha imparato da lui, quando gliele praticava.

Dai pazienti, Noboru Yasumoto impara che le regole dell’ospedale non sono espressione di una autorità fine a se stessa, come lui credeva, ma sono finalizzate a meglio servire i malati: i tatami non ci sono perché non fanno bene, nuocciono alla salute: ci si accumula polvere ed umidità;
gli ammalati sono nella parte dell’ospedale esposta a sud, dove ci batte il sole; per i medici è destinata la parte nord, umida e buia;
niente riscaldamento, salvo che nel reparto degenti, perché mancano i soldi per riscaldare anche i locali del personale;
si deve indossare un grigio e ruvido kimono, così, non solo non si sporcano gli abiti, si vede subito quando è sporco ed è facile da lavare, ma si viene riconosciuti dalla gente per strada e si diventa un punto di riferimento per il popolo bisognoso di cure e di aiuto.

Anche i degenti dell’ospedale devono indossarli: è un modo per mantenerli sempre puliti ed osservare l’igiene; quando i pazienti arrivano in ospedale, puzzano come immondizia e, grazie al kimono, dopo puzzano un po’ meno.

La principale lezione è questa: fra chi dà e chi riceve, il primo guadagna di piú perché si arricchisce l’anima.

Bella l’immagine in cui Noboru Yasumoto indossa abiti lussuosi, in contrasto alla divisa dell’ospedale: i pantaloni del suo kimonno sono larghi e rigidi e la sua figura ne risulta maestosa, mentra il kimono dei medici è stretto e lascia scoperte le gambe sotto il ginocchio. Le persone ne risultano essenziali, prive di orpelli: tutto ciò che hanno è racchiuso in loro stessi e nelle proprie capacità. Sono tutte eguali esternamente: la differenza sta in “chi sono”, non in ciò “che hanno”, ricordando il famoso Avere o Essere? di Erich Fromm.

Solo indossando una divisa, Noboru Yasumoto può chiedersi: “chi sono? cosa faccio? dove vado?” togliendo ogni distrazione dal proprio cammino e sentendo di far parte di un corpo unico, di un gruppo di persone che perseguono un fine. Qui ricordiamo che la cultura giapponese è incentrata sulla socialità e rifugge la individualità.

Kyojio Niide: La figura di Kyojio Niide, Barbarossa, è rappresentata da un fantastico Toshirô Mifune che interpreta un personaggio così diverso dai samurai a cui ci aveva abituato: qui l’attore ha realizzato una figura eroica, contravvenendo alle indicazioni del regista.

È un medico diverso dal comune: svolge la professione con grande passione; è bravissimo ed apprezzato anche dai nobili e dai ricchi, ma ha un modo di fare duro, arrogante; è scostante; è originale non solo perché toglie ai ricchi per dare ai poveri, ma perché ha una interessante teoria sulla malattia: sono le sofferenze dell’animo che feriscono il corpo e deteriorano. Dietro una malattia, c’è una sofferenza; non solo per i poveri, i derelitti, delle cui sofferenze è quasi pleonastico parlare, ma anche per i ricchi.

Ne è esempio la figlia del ricco commerciante, impazzita, che dall’età di 9 anni era sistematicamente vittima di abusi sessuali, in una dimostrazione palese della radicata diffusione della pedofilia in tutti i tempi ed in tutti i paesi.

Ad ogni malattia corrisponde una sofferenza interiore, tanto piú profonda quanto piú essa è grave. Non è la malattia che rende infelici, ma l’infelicità che rende malati: le sofferenze dell’animo sono piú dolorose di quelle del corpo; come si fa a contraddirlo?

Il film, del 1965, è girato in uno splendido bianco e nero, che rende tutto piú suggestivo, vivido: nelle mille tonalità del grigio-nero abbiamo solo luci ed ombre, quasi che i colori siano troppo dispersivi ed impediscano la concentrazione.

La musica orchestrale contraddistingue la colonna sonora, risultando piacevole al gusto di un pubblico occidentale; notiamo la differenza con il film L’arpa birmana, di Ichikawa, dove c’era solo musica orientale, in una sorta di autarchia e distinzione dagli occidentali invasori.

Kurosawa trasse la sceneggiatura dal romanzo di Shoguro Yamamoto Diario diagnostico del Dottor Barbarossa; Mifune non volle dare ascolto alle indicazioni del regista, che voleva un personaggio non eroico, come invece l’ha realizzato l’attore, e così, dopo 17 pellicole insieme, questo è l’ultimo film del loro sodalizio.

Rispondete ad Angela

 

Aldo Tassone [da Il Castoro Cinema: Akira Kurosawa, 1994]: Dopo tre film di samurai e due gialli, il regista ritorna al mondo dei “bassifondi”.

Ispirato ad un romanzo contemporaneo di Shugoro Yamamoto, Barbarossa (1965) è ambientato nella stessa epoca – l’asfittico primo Ottocento – in cui si situava l’azione de I bassifondi. Indigenti e miserabili saranno ancora al centro del film seguente, Dodès’ka-dèn (1970), che concluderà così una sorta di “trilogia della miseria”.

Storia di una collettività, Barbarossa ha due protagonisti che svettano su tutti: un maestro particolarmente burbero e un apprendista (di nobile famiglia) particolarmente ribelle; il film racconta anche la storia di questo difficile rapporto.

In questo film insolitamente lungo (dura tre ore) Kurosawa ha voluto darci una sorta di testarnento spirituale. Vi si intrecciano due temi molto cari all’autore, l’iniziazione alla vita (qui i novizi sono addirittura tre: Yasumoto, Otoyo e Chobo), e la lotta contro la miseria fisica e morale, presentate anche qui come indissociabilmente legate.

Il rapporto Yasumoto-Barbarossa è analizzato con estrema meticolosità. Questa storia approfondita di iniziazione sarebbe ancora più avvincente se Mifune – così monocordemente eroico e granitico – si fosse lasciato dirigere di più. « Perché Barbarossa fosse più umano io volevo che avesse dei difetti, come il medico Sanada in L’angelo ubriaco, ma Mifune aveva in mente l’Eroe Sublime e ha voluto testardamente recitare il personaggio a modo suo » ci ha confidato Kurosawa. « Da quel momento ho deciso di non lavorare più con lui! ». E così dopo diciassette film si è sciolto il matrinionio Kurosawa-Mifune, uno dei più fecondi del cinema.

Ma anche il regista non è forse senza “colpa”. Sulla soglia dei sessantanni si riprometteva di realizzare un film « magnifico, che obbligasse gli spettatori a guardarlo ». In effetti tutto è magnifico qui dalla scenografia d’epoca ricostruita con puntigliosità maniacale, alla fotografia (l’idillio sotto la neve, nelle risaie al tramonto, tra il carpentiere e la fidanzata), al solenne commento musicale (Haydn, La sorpresa, e Beethoven, la Nona; il regista ha addirittura previsto un bell’intervallo musicale da diffondere in sala tra i due tempi).

Ma forse i capolavori non si programmano, bisogna sempre lasciare una porticina aperta al caso, e qui, si direbbe, Kurosawa ha dimenticato di lasciare aperta questa porta: tutto è talmente concertato, controllato, perfetto che, come davanti a certi “capolavori del classicismo”, si rimpiange il brioso vitalismo, gli umori e gli odori della vita all’aria aperta. Il regista se ne deve essere accorto perché ha inserito due curiosi intervalli francamente comici: la lezione di judo di cui fanno le spese le guardie del bordello, e la gustosa visita – durante la questua per i suoi poveri – al ricco epulone che soffre di ipernutrizione (mentre Barbarossa cancella sul menù del cliente tutti i piatti più succulenti, disteso sui cuscini come una scrofa il malato lancia occhiate imploranti). Queste boccate d’aria pura restano delle parentesi.

Ma là dove lo scavo nei personaggi e nelle situazioni (l’ultima ora, davvero straordinaria) prevale sull’algida illustrazione di un “rnanuale d’etica”, Barbarossa merita davvero l’appellativo di Miserabili nipponico (la miseria dell’Ottocento come specchio dell’attuale) e comprendiamo l’entusiasmo di un Garcia Marquez.

 

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