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Raccolta di critiche cinematografiche

 

Full Metal Jacket
(Full Metal Jacket, 1987 - regia di Stanley Kubrick)

Commento di Antonio: Tempo fa ho letto una critica di due righe su questo film. Recitava così: « La guerra vista dal Maestro. Assoluto ». Credo che riassuma alla perfezione questo capolavoro assoluto del regista più dotato e fantasioso della storia del cinema. Stanley Kubrick: un genio. Il fatto che non sia mai stato premiato con un Oscar testimonia a favore della sua grandezza smisurata.

Ma cos’è Full Metal Jacket? Semplicemente, il miglior film di guerra mai realizzato. Numerosi registi, anche famosi, si sono cimentati in questo genere, cercando di descrivere il Vietnam e la guerra nelle sue mille sfaccettature, dalla parte dei buoni, dalla parte dei cattivi. L’unico film che può accostarsi a questa grandiosa pellicola è Apocalipse Now di Francis Ford Coppola. È quasi comico come Kubrick surclassi tutti con una facilità disarmante.

Full Metal Jacket è assurdo, crudo, ironico, buffonesco, terribile, magistrale, unico, imperdibile. Full Metal Jacket è la guerra. Senza senso, scopo, ragione: follia allo stato puro descritta in maniera folle e efficace.

I primi 43 minuti sono dedicati all’addestramento dei futuri marine. È forse la parte migliore del film, perché mostra il tentativo e la volontà di annullare l’unicità della persona a favore di un ordine preciso, di un “corpo” al quale sacrificare la vita, se necessario.

Si annulla l’uomo e lo si trasforma in una macchina per uccidere. Un killer.

La parte dell’istruttore, magistralmente interpretata da Lee Ermey, è addirittura comica nei suoi monologhi terribili e durissimi, tanto che durante la visione dapprima si ride per via delle battute che l’istruttore dispensa alle sventurate reclute, ma poi si finisce col riflettere amaramente sul fatto che esistono veramente persone del genere, persone che credono in quel codice in maniera così feroce da diventare dei burattini senza alcun rispetto per la vita altrui.

Alcune battute dell’istruttore restano e resteranno marchiate in maniera indelebile nella storia del cinema: « Qui non si fanno discriminazioni razziali. Qui rispettiamo gentaglia come ebrei, negri, irlandesi e italiani... », oppure « Qui vige l’uguaglianza assoluta: non conta un cazzo nessuno! ».

La prima parte del film si conclude con la morte dell’istruttore, ucciso da Palla di Lardo, una recluta battezzata così da lui stesso per via del suo peso. Il soldato Palla di Lardo, interpretato da Vincent D’Onofrio, dapprima sarà la zavorra del corso d’addestramento, ma alla fine, quando finalmente sarà diventato una macchina da guerra, un killer, finirà col rendersi conto di essere diventato niente e si ribellerà, prima uccidendo l’istruttore e quindi togliendosi la vita.

La seconda parte di questo capolavoro è ambientata ovviamente in Vietnam. Ma Kubrick, piuttosto che farci vedere le solite epiche battaglie, gli scontri a fuoco, gli elicotteri che sganciano napalm a tutto spiano, si concentra su un gruppo di soldati mandati in avanscoperta in una città appena conquistata per spianare la strada ai carri armati.

Un solo cecchino vietcong, appostato ai piani alti di un palazzo in rovina, ucciderà tre di loro costringendoli a diventare uomini... e killer. Salvo scoprire che il cecchino in questione è una semplice ragazza!

Inutile dire che la tecnica di ripresa di Kubrick è unica. È il suo marchio distintivo: le inquadrature dal basso verso l’alto e viceversa, i primi piani improvvisi e suggestivi, la camera che segue i personaggi come un cane fedele.

Un capitolo a parte meritano le musiche: magistrali. A volte assurde, del tutto fuori contesto, proprio per sottolineare lo stato di costante follia che pervade la guerra e le menti dei giovani soldati spediti in un luogo lontano a combattere contro degli sconosciuti, senza un perché, senza una ragione.
La marcia di Topolino, con la quale si chiude il film, è emblematica.

È impossibile non adorare questo film. Sia per chi ama i film di guerra, sia per chi li apprezza.

Per dirla come un colonnello che si rivolge a Joker, uno dei protagonisti: « Bisogna tener duro, figliolo. E speriamo che questa mania della pace finisca presto ».

Chapeau.

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