Luci"o" in sala

Raccolta di critiche cinematografiche

 

La fortezza nascosta
(Kakushi toride no san akunin, 1958 - regia di Akira Kurosawa)

Trama: Il film racconta il lungo e pericoloso viaggio del samurai Rokurota Makabe per portare la principessa Yukihime in salvo nel suo regno. Sullo sfondo di violente lotte intestine il samurai fedele al proprio Signore, e quindi alla principessa, dovrà affrontare mille avventure, aiutato (o comunque seguìto) da due poveri contadini che ne combineranno di tutti i colori.

 

Commento: A mio parere questo è uno dei film di Kurosawa meno riuscito. Intendiamoci, la regia è impeccabile e gli attori sono eccezionali, eppure il film manca di una propria identità particolare: non si vede che è un film di Kurosawa!

Paradossalmente sono stati più scorrevoli i 185 minuti di Barbarossa che i 140 di questo film! Le scene “vuote” sono veramente troppe, e la lunghezza di alcune scene chiave fa troppo pensare ad un escamotage per far passare il tempo. Eppure nessun film dell’autore è un film “veloce”, anzi la lentezza tipicamente orientale dei suoi film davano un gusto in più all’opera. Invece La fortezza nascosta non crea alcuna magia e soprattutto non mantiene desta l’attenzione.

Toshirô Mifune, sempre un ottimo attore, in questo film esagera forse un po’ troppo con la caratterizzazzione del “samurai devoto fino alla morte”, un personaggio che era sempre riuscito a smussare negli altri film, rendendolo più umano.

I personaggi dei due poveri contadini, che forse avrebbero dovuto rappresentare il “momento comico” che sdrammatizza le scene di maggiore tensione, risultano a volte indigesti ed inopportuni: il tema dell’avidità che offusca l’amicizia, la quale però è sempre più forte e tornerà a vincere, viene ripetuto fino all’eccesso, risultando alla fine veramente fastidioso.

Si potrebbe persino paragonare i due poveri contadini ai personaggi di Vladimiro ed Estragone dell’Aspettando Godot di Samuel Beckett, due anime a volte candide a volte lerce, che si feriscono l’un l’altra solo per poi rimanere più amici di prima. Entrambe le coppie di personaggi infatti, per quanto si lamentino e si agitino, sono terrorizzate dall’idea di rimanere soli, così che si ritrovano sempre insieme, ognuno con i propri difetti e le proprie virtù.

Sicuramente il film non sfigura nella cineteca, vista anche la bell’edizione uscita in DVD (formato Widescreen, doppio audio, ecc.), ma sicuramente non è fra i film di Kurosawa da rivedere!

 

Commento di Angela: Con questo film Kurosawa ci porta in un tempo senza data, senza pace, senza futuro né passato: le lotte dei signori della guerra, emulate dagli odierni yakuza.

Gli esseri umani non hanno valore: gli umili vengono rapiti per la strada per scavare nelle miniere d’oro, i samurai dedicano al loro Signore la vita e la morte, i Signori si uccidono fra di loro.

Kurosawa ci lancia, nonostante tutto, un filo di speranza: l’onore può vincere, il buono battere il cattivo e, se non ci riuscisse, il cattivo può redimersi.

Un messaggio positivo nel 1958, insomma, per il suo paese divorato da lotte interne ed esterne, politiche, commerciali e criminali: ottimismo che ha trovato un riscontro nel successo internazionale del Giappone e che Takeshi Kitano ci mostra ancora in lotta.

Il film, purtroppo, risulta lento in modo anomalo: i ritmi giapponesi non hanno mai annoiato né deluso i cinefili, perché ogni silenzio è assordante ed ogni pausa serve a riflettere e metabolizzare le passioni del momento.

Qui non c’è nulla di tutto questo. La storia è lunga ed il regista la racconta soffermandosi sugli aspetti sociologici del suo paese. Fose mi sbaglio, forse sono io che recepisco con avidità le notizie storiche, le descrizioni delle condizioni del popolo, dei guerrieri e dei signori, ma la mia sensazione è che al regista la storia degli interpreti del film interessasse meno.

Osservazioni interessanti:

Il film inizia con la coppia degli umili che era andata alla guerra per fare fortuna (quindi c’erano i saccheggi!!! guai ai vinti!!!) e che invece era stata obbligata a seppellire i cadaveri di entrambe le fazioni rivali (quindi si seppellivano anche i vinti! La cultura della sepoltura dei morti viene evidenziata anche nel film L’arpa birmana dove i giapponesi deprecavano i birmani che lasciavano insepolti i defunti dei perdenti).

La pricipessea è rifugiata nella fortezza nascosta, una costruzione bassa di legno e disadorna; quando, dopo mille peripezie, raggiunge il suo regno e si insedia sul trono, il suo castello è una costruzione bassa di legno e disadorna!!!

Cambia solo il vestito: mentre prima indossava abiti da ragazzo e si muoveva liberamente, ora è prigioniera del lungo e stretto kimono e del ruolo di regnante, che castrerà il suo spirito avventuroso.

La principessa acquista un schiava per salvarla; una prigioniera di guerra che era stata venduta, per pochi soldi, al proprietario di una bettola, per il sollazzo suo e dei clienti e per le faccende domestiche: guai ai vinti!!! La condizione della donna fa riflettere ed è sempre presente nei film di Kurosawa.

La festa notturna del fuoco: i giapponesi sono il popolo più timido e sottomesso, coi continui inchini e la codificazione ritualizzata di ogni mommento della vita. In questa festa, che ricorda quelle di Bacco, tutti cantano e danzano, al ritmo del battito cardiaco amplificato dai tamburi; il fuoco è liberatorio di ogni tabù e convenzione e dinanzi a lui tutti sono uguali. La danza del fuoco è veramente un momento particolarmente passionale del film.

Mifune esalta la figura del samurai, recitando sopra le righe: è sempre affascinante e catalizzatore della attenzione degli spettatori, ma ha recitato ruoli migliori e più pregnanti di questo.

Nel complesso il film si vede, ma non si desidera rivedere: un estimatore del Giappone, di Kurosawa e Mifune non può assolutamente ignorarlo, anche per capire la genesi di un maestro eccezionale come Takeshi Kitano.

Gli accostamenti a guerre stellari sono stati fantasticamente descritti da Lucio ed a quelle vi rimando per completare la recensione del film.

Rispondete ad Angela

 

Aldo Tassone [da Il Castoro Cinema: Akira Kurosawa, 1994]:

Quando in un film la vicenda languiva, Buñuel ci infilava dentro un sogno; quando si vuol distendere dopo delle opere molto impegnative Kurosawa si regala un bel film di samurai. La fortezza nascosta, opus 18, è il film più libero, disimpegnato, brillante, divertente della sua carriera. La scoperta delle fantastiche possibilità offerte dal cinemascope – di cui farà largo uso in seguito – gli consente di allargare gli orizzonti, di « far scoppiare sullo schermo la bellezza dei paesaggi ». Il successo commerciale gli consentirà di creare la propria casa di produzione.

« I film di Kurosawa sono talmente carichi di energia che danno voglia di fare del cinema » ha detto [George Lucas] l’autore di Star Wars riconoscendo i debiti verso l’autore de La fortezza nascosta. Racconto d’avventure allo stato puro, fantastico-ironico-amabile e gratuito come un canto dell’Orlando ariostesco, favola western sulla febbre dell’oro, La fortezza nascosta è un divertimento di altissima classe che forza l’ammirazione.

Non ha la tensione ideale, la ricchezza di motivi e la complessità de I sette samurai, né la sottigliezza e la rabbiosa ironia di Yojimbo, ma certi pezzi di bravura – il duello alla lancia tra Rokurota e Tadokoro, la rivolta notturna degli schiavi, la festa notturna del fuoco – basterebbero da soli a farne un’opera memorabile. Il duello coreografico che oppone casualmente i due generali (Rokurota si ritrova all’improvviso nell’accampamento degli Yamana dopo un formidabile inseguimento a cavallo, « gli assalti ritmati dei due guerrieri scanditi dalle urla fanno ondulare il muro vivente formato dai soldati ammirati e terrorizzati » scrive Martiri) è uno dei più impressionanti del cinema epico. L’esplosione tellurica e la ronda dei danzatori intorno al gigantesco falò sulla collina – « brucia la tua vita » dice il ritornello – avrebbe riempito di ammirazione l’autore di La sagra della primavera.

L’evasione in massa dei forzati dal castello degli Akizuki regge degnamente il confronto con la celeberrima sequenza della scalinata di Odessa nel Potëmkin: mentre Ejzenštejn dilata i tempi e gioca sull’alternanza primi piani-campi lunghi, Kurosawa rievoca l’anelito alla libertà dell’orda di forzati puntando sulla fulmineità e sui campi lunghi (la massa dei rivoltosi, seminudi e armati degli strumenti di lavoro, irrompe giù come una valanga umana travolgendo le guardie armate di fucili che li attendono in fondo alla gigantesca scalinata). Sentiamo che Kurosawa si è divertito raccontando questa epopea picaresca, e noi con lui.

 

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