Luci"o" in sala

Raccolta di critiche cinematografiche

 

Tabù - Gohatto
(Gohatto, 1999 - regia di Nagisa Oshima)

Commento di Angela: Ambientazione surreale, fuori dallo spazio e dal tempo, per questo meraviglioso film. C’è bisogno di una voce narrante, fuori campo, per farci capire che ci troviamo alla fine dell’800, quando uno sceltissimo gruppo di samurai protegge il governo e la città di Kyoto, sede dell’Imperatore.

I migliori rappresentanti delle scuole giapponesi di combattimento si sfidano per la selezione dei samurai che, con maggiore perizia ed onore, entreranno a far parte di questo più che unico corpo scelto.

Gli abiti, lo stile di vita, il codice ferreo dei samurai, l’intransigente bushido, tutto è fermo a 2000 anni fa. Dagli ufficiali sappiamo che sedano rivolte, che fuori di lì c’è un mondo che si evolve molto lentamente ma, nella sede della milizia dei samurai, tutto è fermo, immobile nel tempo; si muove solo per ripetere all’infinito il cerimoniale dei combattimenti, per stabilire una animalesca gerarchia di perizia ed onore.

In questo universo a sé stante, il fato invia Kanò e Tàshiro, giovani di temperamento ed ottimi combattenti. Kanò è di una femminea bellezza, coi capelli ancora pettinati come un ragazzo, quasi volesse far sapere a tutti che, pur cresciuto negli anni, non è un uomo.

Turba i sogni e risveglia i desideri di chi, alla virile femminilità, è sensibile e preferisce l’ambiente cameratesco al quartiere delle gheishe.

Dobbiamo subito puntualizzare che tutto è trattato con estrema delicatezza e l’aurea della normalità visto che, nella cultura orientale, simili tendenze non sono condannate. Cio che è tabù, gohatto, è la perdita della virilità, dello spirito di corpo, del cameratismo, che vuole tutti i samurai come una unica entità, pronta a difendere l’onore e l’integrità del governo.

Kanò è un elemento disturbatore, una macchia di olio nell’acqua limpida, un elemento catalizzatore delle gelosie e rivalità interne al gruppo. La sua bellezza è destabilizzante, finalizzata al male, che fa emergere il lato peggiore di ogni samurai. La sua relazione intima con Tàshiro serve a seminare discordia, a partorire morte, figlia illegittima di passioni torbide.

La presenza di un interprete come Takeshi Kitano, grande personaggio del cinema giapponese e mondiale, è garanzia di un film di elevato valore artistico. Il suo volto scolpito nella roccia, il suo sguardo penetratore ed inquisitore, la sua personalità marziale, oscurano gli altri interpreti; perfino il bel Kanò che, a parte la verginea bellezza, assume per tutto il film un’unica espressione, vaqua e maligna, come lo spirito del male che rappresenta.

I costumi sono fantastici e contribuiscono ad immergerci nel mondo dei samurai, un mondo a parte, dove non ci sono deroghe al rispetto del codice d’onore e solo disonore e morte sono le punizioni.

Il regista, con mano esperta, tratta problemi etici e sonda senza reticenze nel profondo dell’animo umano, confezionando un film che è indispensabile vedere, sia per le emozioni che suscita, sia per apprezzare il moderno cinema giapponese, che tanto riesce a dare alla cinematografia mondiale.

Impossibile non subire il fascino di questo cinema, dopo aver subìto indigestioni di hollywoodiani hamburger, che triturano le umane passioni e mettono nel piatto un prodotto sanguinante che dovrebbe uniformare i palati, ma non può certo accontentare quelli più esigenti.

Nel ricco menu della cinematografia mondiale, un piatto francese o inglese, giapponese o cinese, iraniano o indiano, può donarci una grande varietà di sapori per raggiungere il fine ultimo e più importante: quello di stupirci.

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