Luci"o" in sala

Raccolta di critiche cinematografiche

 

L’estate di Kikujiro
(Kikujiro no natsu, 1999 - regia di Takeshi Kitano)

Trama: Masao è un bambino che vuole andare alla ricerca della madre che non vede da diverso tempo. Lo accompagnerà in quest’impresa uno strano amico di famiglia, che lo aiuterà a dipingere di colori fantastici le cose brutte della vita.

 

Commento: Takeshi Kitano ci regala il suo film più solare, più dolce e poetico ma soprattutto... il più parlato! In nessun altro film, infatti, Beat Takeshi parla così tanto o c’è così tanta “azione”.

Dietro una trama semplice ed apparentemente esile si nasconde un film che affronta qualcosa di veramente terribile: la realtà. Quella realtà che tutti viviamo ma che in pochi accettiamo. Quella realtà che è decisamente dura da accettare a volte, ed altre volte impossibile.

Masao, il bambino coprotagonista, vivrà un’estate indimenticabile perché conoscerà troppo presto le cose della vita ma avrà una persona accanto a sé che gliele dipingerà di mille colori per renderle più accettabili.

La storia contrappone l’ingenuità semplicemente anagrafica del bambino Masao con quella invece “filosofica” del personaggio di Kitano, chiamato per tutto il film solamente “signore”. Kitano ci parla poco o niente di questo personaggio, non ci dice se è uno sbandato, uno yakuza (visto che ha un enorme tatuaggio dietro la schiena, simbolo del clan) o quant’altro: ci dice solo che è un "semplice di cuore", che si scoprirà avere molte più cose in comune col bambino di quanto si potesse pensare. Il più delle volte è scorbutico, a volte prepotente (senza averne le possibilità fisiche!) altre volte dolce e sensibile. E nei momenti più duri saprà anche fare il clown!

Nel film assistiamo al classico viaggio catartico al ritorno del quale si è sempre, se non migliori, sicuramente diversi. E come tanti altri viaggi si incontrano strani personaggi lungo la strada: alcuni si uniranno ai viaggiatori, altri continueranno da soli il proprio viaggio. Ma il breve periodo in cui si è stati insieme avrà arricchito tutti.

I personaggi incontrati sono a metà strada fra clown ed angeli, quasi tutti però vittime dell’apparente prepotenza del personaggio di Kitano: lui è quasi un burattinaio che fa ballare le sue marionette intorno a Masao, per distarlo dalla vita ma, allo stesso tempo, per spiegargliela in modo diverso. In questo ricorda molto il personaggio di Horibe in Hana-bi, l’ex poliziotto sulla sedia a rotelle che comincia a dipingere per sopportare la sua condizione e per dare colore alla sua vita.

I giochi di Kitano, presenti in quasi tutti i suoi film, sono qui più variopinti e fantasiosi che mai, pieni di colori sgargianti e bellissimi. Come nel suo film Sonatine i giochi sulla spiaggia si contrapponevano alla violenza degli scontri tra yakuza, qui i giochi nascondono sempre una punta d’amaro, perché prima o poi l’estate finirà e si dovrà tornare a casa, alla vita di tutti i giorni. Ma Masao porterà sempre con sé un po’ di colore di quell’estate.

Una nota particolare va alla meravigliosa musica di Joe Hisaishi, compositore fisso di Kitano: il tema musicale del film è assolutamente strepitoso e la sua presenza quasi costante non disturba mai, ma anzi aiuta a gustare di più le immagini a cui è legato.

 

Commento di Antonio: In questo film Kitano riesce nell’ardua impresa di rendere una storia strausata, strivista, perfino scontata, in una storia di quasi due ore assolutamente godibile e mai noiosa. In questo è aiutato dalla splendida musica di Hisaishi, il cui tema delizioso echeggia durante tutto il film, senza mai stancare.

Come già detto la storia non ha nulla di originale: è il classico viaggio interiore alla ricerca di qualcosa che si è perduto o qualcosa da trovare, durante il quale si faranno ogni genere d’esperienza e conoscenza di strani e simpatici personaggi, come in questo caso i motociclisti e il poeta.

Questo è il film più “parlato” di Kitano, sebbene il suo personaggio si esprima in un gergo colorito e scorbutico per quasi tutto il tempo, risultando antipatico e clownesco allo stesso tempo, a seconda delle situazioni e degli interlocutori.

I colori che contraddistinguono questa pellicola sono fantastici e sintomatici di quanto avviene durante il viaggio di Kikujiro e Masao, il bambino alla ricerca della madre. Masao dovrà scontrarsi con la dura realtà della vita e dell’abbandono, che prima o poi ognuno di noi deve subire e assorbire. Kikujiro cercherà di rendere più accettabile la sua sofferenza, senza per questo nascondergli la verità o cercare la facile via delle menzogna.

Un’altra perla di un maestro giustamente celebrato in patria e in Europa.

Rispondete ad Antonio

 

SPOILER - Attenzione: nella seguente critica sono svelati molti elementi e colpi di scena del film.

Vincenzo Buccheri [da Il Castoro Cinema: Takeshi Kitano, 2000]: Concepito e girato molto velocemente, tra il gennaio e il giugno del 1998, prodotto dall’Office Kitano con diversi partner (Bandai Visual, Nippon Herald e Tokyo FM Broadcasting Company) e passato in concorso a Cannes ’99 abbastanza in sordina, L’estate di Kikujiro è un’opera più rilassata, in cui Kitano, dopo la vittoria a Venezia ’97, sembra essersi voluto cimentare in una storia lontana dal cliché della violenza: « Ho voluto impormi un vincolo, una specie di gioco: ho deciso che il film sarebbe stato privo di violenza. È una storia banale, estremamente semplice, ma la sfida, per me, è di sapere se sono capace di realizzare questo tipo di storia ». La vicenda ha una forte componente autobiografica: Kikujiro è il nome del padre di Kitano, e il film si può anche leggere come uno sforzo di riconciliazione con la memoria di un uomo difficile (verso la madre, invece, Kitano ha sempre avuto parole di affetto e riconoscenza). Inoltre, molti dei giochi e degli scherzi descritti risalgono ai ricordi d’infanzia. La gag della piscina, ad esempio, deriva da un episodio vissuto con il padre: « Eravamo a Enoshima, un posto all’epoca apprezzato come la Costa azzurra. C’era una piccola isola al largo e mio padre mi ha detto: “Tu credi che non sappia nuotare? Andrò fino all’isola per dimostrartelo”: è stato recuperato dai guardiacoste! ». Un altro tuffo nel passato è il cammeo di Beat Kiyoshi (ex partner comico di Beat Takeshi all’epoca dei Two Beats) nel ruolo dell’uomo che Masao e Kikujiro incontrano alla fermata dell’autobus.

Per un artista nato come comico televisivo e accreditatosi in tutto il mondo come regista di polizieschi cruenti, inoltre, riuscire a realizzare un film comico dev’essere un po’ l’abbattimento di un tabù (se consideriamo che l’unico precedente in questo senso era un film autolesionista come Getting Any?). Non che l’umorismo nero e le gag fossero assenti nei suoi precedenti lavori, e non che L’estate di Kikujiro sia un vero e proprio film comico. Anzi, a sentire Kitano si è trattato dello sviluppo abbastanza imprevisto di uno schema classico come quello del road movie con bambino (anche se sui debiti con i film di Ozu, incentrati sui rapporti tra genitori e figli, Kitano rimane piuttosto vago). Ma rimane comunque l’impressione che Kitano sia un regista che non ha smesso di cercare, e che uno dei territori che gli sta a cuore sia quello della comicità pura.

Leggermente diverso dal solito è stato il lavoro con Joe Hisaishi: Kitano gli ha fatto sentire in anticipo alcuni pezzi di piano che amava molto, e lui si è ispirato ad essi per scrivere i temi musicali. Non sono mancate le modifiche rispetto alla sceneggiatura (più che altro, un brogliaccio di lavoro): ad esempio, tra Kikujiro e la madre di Masao doveva esserci una discussione sul destino del piccolo, ma al momento delle riprese si è deciso di sopprimere la scena. E se alcune gag erano previste già in fase di scrittura (come quella dell’auto che esce di strada, per cui serviva una location adatta e dunque una programmazione precedente), altre sono nate sul set da un costante lavoro di improvvisazione: « Tutti gli adulti che circondavano il bambino sono amici con cui ho l’abitudine di fare scherzi, immaginare delle buffonate. Eravamo tutti occupati a far ridere questo bambino. Quando rideva, dicevamo: ha funzionato! Il bambino dunque era completamente spettatore, ed è diventato un documentario sul tema: come far ridere un bambino? ».

Nella filmografia di Kitano, L’estate di Kikujiro è un’opera che sta a metà tra Il silenzio sul mare e Getting Any?. Del primo ha la straordinaria intensità, del secondo la comicità un po’ sgangherata, che Kitano ricava soprattutto dalla sua esperienza televisiva. Della triade kitaniana violenza/lirismo/comicità, dunque, manca soltanto il primo ingrediente, ma è un’assenza che può stupire soltanto chi crede che Kitano abbia girato esclusivamente film di yakuza, e che ogni strappo alla regola rappresenti un tradimento.

In realtà, L’estate di Kikujiro non è solo un Kitano al cento per cento, ma anche una delle sue opere più riuscite. Una delle più abili, verrebbe da dire, perché capace di rendere credibile e toccante una storia usurata come quella del viaggio di un adulto con un bambino: « È una storia classica: molte persone l’hanno raccontata, e ciascuno a modo suo. Anch’io sto pensando a come farlo in modo diverso dagli altri. È un po’ come nei concorsi di pianoforte, in cui tutti suonano lo stesso pezzo. Solo un’esecuzione però è la migliore ».

Il piccolo Masao è un bambino di nove anni che vive a Tokyo con la nonna: non ha mai avuto un padre e gli hanno raccontato che la madre è andata ad abitare lontano per lavoro. All’inizio delle vacanze estive, rimasto solo in città, decide di andarla a trovare. Ad accompagnarlo, per quanto inizialmente riluttante, è uno yakuza scalcinato e un po’ stupido, su insistenza dalla moglie che conosce Masao. « Questa è una storia semplice, perché raccontarla in modo complicato? Mi sono detto che questa volta avrei fatto un film più facile rispetto ad Hana-bi ». Il racconto, in effetti, è un road movie piuttosto elementare, si apre come si chiude (con l’immagine di Masao che, tornato dal viaggio, corre a casa dalla nonna) e di fatto costituisce un unico lungo flashback (come già Kids Return). La prima ora descrive il viaggio di andata da Tokyo a Toyoashi, dove vive la mamma di Masao. Poi la parte in cui dominano l’illusione e la speranza, cui si oppongono incidenti di percorso che costringono i personaggi a continue deviazioni: prima è lo yakuza che non ha voglia di mettersi in viaggio, e porta il bambino a scommettere al velodromo (è l’unica parte dove si inserisce un breve flashback: il sogno di Masao addormentato in albergo dopo aver vinto una grossa somma). Poi l’episodio del pedofilo fa precipitare le cose, e si entra nella seconda mezz’ora, la più comica: il viaggio vero e proprio, in cui si accumulano gli incontri (con il punk e la ragazza) e gli incidenti (nell’albergo, alla fermata dell’autobus).

La seconda parte del film, invece, si apre con la scoperta che la mamma di Masao si è risposata e ha un altro bambino: è il capitolo all’insegna della delusione e del dolore, che dura un’altra mezz’ora, e che vede lo yakuza impegnato a consolare il bambino prima con l’angelo campanellino, poi in una fiera di paese. L’ultima mezz’ora, invece, è quasi interamente occupata dal campeggio in compagnia dei tre buffi personaggi incontrati per strada (il poeta e i due motociclisti), che giocano e si travestono per distrarre Masao. È la parte in cui la tensione emotiva svanisce all’improvviso: la storia si dissolve in una lunga sequenza di numeri fantastici, e lo stesso spettatore finisce per dimenticare la triste vicenda del bambino (anche se un picco emotivo forte è la visita dello yakuza alla vecchia madre in ospizio).

Nel finale, il rientro a Tokyo è un ritorno alla realtà, ma per lo spettatore è una nuova entrata nella storia, proprio nel momento in cui, paradossalmente, gli viene chiesto di congedarsene.

Insomma, se narrativamente L’estate di Kikujiro è assai semplice, non si può dire che il suo diagramma emotivo non sia complesso ed efficace. Dopo sette film, Kitano ha imparato a padroneggiare la chimica delle emozioni molto più di quanto il suo approccio apparentemente naïf possa lasciare intendere. Si pensi anche all’idea di sciogliere solo alla fine il mistero sul nome dello yakuza: è lui il Kikujiro del titolo? E perché questa sarebbe la sua estate? Il vero protagonista del film, in effetti, è l’adulto, non il bambino. Un adulto che è sì il solito gangster scorbutico e un po’ violento che Kitano ama interpretare, ma che per la prima volta è anche un uomo debole e patetico, che fa il gradasso ma finisce regolarmente per prendere botte: non è soltanto il punto più estremo toccato dal regista nel suo processo di revisione dell’epica yakuza (come nota Alberto Pezzotta su “Segnocinema”); è anche il tentativo di mettere il suo abituale personaggio di uomo bambino alle prese con un bambino vero, per vedere cosa succede.

Ciò che succede, appunto, è che le parti si invertono, e che l’adulto, invece di educare il bambino a crescere (come vorrebbero le regole del racconto di formazione), regredisce lui stesso all’infanzia; e invece di offrire consolazione, è lui stesso a beneficiarne. Ora, questo rovesciamento è sicuramente in linea con la poetica kitaniana del ritorno all’infanzia e al gioco come ribellione contro la società. Ma c’è anche una motivazione meno evidente agli occhi dello spettatore occidentale: come nota Casio Abe, nell’antica tradizione popolare giapponese si pensava che i bambini fossero Il piccoli dei" mandati ad aiutare gli adulti. 0 anche piccoli angeli: L’estate di Kikujiro, se si bada bene, ha in comune con Hana-bi l’importanza della figura dell’angelo (che nel film precedente compariva in una serie di quadri, e che qua torna varie volte: nelle illustrazioni, nel pupazzetto di vetro, nelle ali dello zainetto di Masao). Ma se nella storia di Nishi e di sua moglie, l’angelo era un simbolo di malinconia e di abbandono (una sorta di reminiscenza dei dipinti di Paul Klee, e dell’angelo della storia di Walter Benjamin), qui siamo all’interno di udiconografia sacra tipicamente giapponese. Perché è questo uno degli aspetti caratterizzanti del film, e sicura

Gli occhi del pubblico occidentale: l’insistita mente il più problematico ag
"giapponesità" di paesaggi, figure e situazioni, l’appello alla tradizione popolare, dai ninnoli e i costumi che si vedono sulle bancarelle delle fiere, ai personaggi folkloristici che compaiono nei sogni di Masao (il demone rosso con la faccia del pedofilo interpretato dal danzatore Akaji Maro , e il cosiddetto tengu un incrocio tra un uccello e un monaco che appare nel santuario vicino al luna park). Tutto L’estate di Kikujiro è un film attraversato da una forte nostalgia del passato, delle radici, delle origini. li che è anche comprensibile in una storia che nel titolo porta il nome dei padre di Kitano.

Ciò non vuol dire, però, che la rappresentazione dei paesaggi attraversati dai due protagonisti conceda alcunché allo stereotipo o al "turistico", o anche alla tradizione del cinema giapponese di viaggio (che vanta tutto un repertorio di luoghi canonici). Come sempre, infatti, Kitano è attratto dalle zone di mezzo, dalle terre di nessuno, spesso con un fortissimo senso dell’antitesi: da una parte i campi di granoturco e le paludi boscose, dall’altra l’albergo modernissimo di stile occidentale che si staglia come una cattedrale in mezzo al deserto. Lo stile di rappresentazione rimane Pittorico, rutilante, tutto un fiorire di gialli, di rossi, di blu: i colori dell’estate e della natura selvaggia che avvampa come nei quadri di un fauve mediterraneo (angurie, pannocchie, girasoli, al posto dell’abituale spiaggia metafisica il senso panico sempre latente qui si scatena). Come ha detto lo stesso Kitano, si possono creare emozioni (non solo estetiche) semplicemente combinando due colori o due variazioni figurative.

Ma anche se si sente il gusto un po’ dolce della rievocazione folkloristica, e se madre natura, non più indifferente, sembra quasi abbracciare i suoi figli, L’estate di Kikujiro rimane uno dei film più tristi di Kitano (che pure di questi temi è un esperto), una limpida e matura riflessione sull’infelicità. Come sempre, i personaggi si trovano di fronte a uno scacco esistenziale, e per riuscire ad affrontare la durezza della realtà, devono avvicinarla con trucchi, con espedienti. Questi trucchi sono la gag, il gioco e il sogno. Che sono, in un certo senso, tre livelli di incontro con il mondo (tre forme di rielaborazione del lutto), ciascuno caratterizzato da una consapevolezza via via superiore. Nella gag la realtà si presenta sotto forma di incidente, un incidente che però fa ridere chi lo guarda dall’esterno (e Masao è, per l’appunto, un osservatore impassibile dei disastri di Kikujiro), rivelando che il mondo è insieme crudele e ridicolo. Questo valore zen della gag trova una conferma nello stile con cui Kitano sceglie di filmarla: in piano sequenza, usando il campo lungo (l’auto che cade nella scarpata, Masao che calcia il pallone e lo manca) oppure il fuori campo "dentro" l’immagine (cioè le zone dell’inquadratura nascoste da oggetti o persone: il pestaggio tra Kikujiro e il camionista, parzialmente coperto dal camion), che raffreddano la risata e creano un effetto di sospensione. Per Kitano, abituato a costruire la sorpresa con il montaggio, si tratta di una parziale novità, che deve sicuramente qualcosa alla lezione di Tati (non a caso, la musica di Joe Hisaishi riarrangia il motivetto di Alain Romans in Mio zio).

I giochi, invece, rappresentano una forma di protesta contro ìl senso comune, e contro le ingiustizie della vita: grazie a Kikujiro l’illuminato, il bambino viene guidato sulle strade della meraviglia e dello stupore; la vita torna un luogo di sogno e di creatività, libera dal dominio della lotta e dall’obbligo dell’eccellenza sociale. I sogni, infine, sono il momento in cui si mette in scena il rimosso, non solo del bambino, ma della stessa cultura giapponese, come si è visto sopra. Sono il livello più alto, dove si scopre che ciò che nella vita è brutto e fa paura (il pedofilo, i fantasmi) non può essere cancellato, ma può almeno venire trasfigurato dalla fantasia. Il sogno, poi, è promessa di un’unità tra gli esseri umani: come in Hana-bi, dove i quadri dipinti da Horibe erano come immaginati da Nishi (e viceversa), viene da domandarsi se quelle inquietanti visioni oniriche non siano sognate da una nuova entità formata da entrambi i personaggi: la cellula unica Takeshi, bambino totale.

Come si può capire, ciò che fa di L’estate di Kikujiro un film riuscito è la capacità di mantenersi in equilibrio tra ingredienti eterogenei, se non opposti: una storia archetipica e un intreccio debole, un contenuto doloroso e una forma ludica, il controllo dello stile e le improvvisazioni sgangherate, la purezza delle immagini e la sfrenatezza degli inserti onirici, il sentimentalismo e la severità. Kitano ci ha sempre abituato al lavoro sugli opposti, e L’estate di Kikujiro conferma che il sublime non si raggiunge tentando di conciliarli, ma facendoli scontrare: solo chi ha il coraggio di cadere in basso può pertnettersi di risalire a grandi altezze. Questo spiega anche come il paragone con il cinema di Chaplin, cui il film di Kitano potrebbe essere avvicinato per la coesistenza del comico e del tragico (oltre che per il motivo narrativo del “monello” ), tenga soltanto fino ad un certo punto. Al di là delle differenze tematiche, Chaplin è un autore che unisce l’economia espressiva alla dismisura sentimentale, mentre L’estate di Kikujiro è l’esatto contrario: attraverso una forma traballante, arriva a una compressione emotiva formidabile, che grava sul cuore dello spettatore con il peso delle tragedie non dette.

Come già nel finale di Il silenzio sul mare, l’intensità poetica di L’estate di Kikujiro risiede in una sorta di “sentimento del contrario”: quello che si vede non è quello che è Masao e Kikujiro, l’uno il doppio dell’altro, sono dei falliti e degli infelici, vittime della crudeltà del mondo, e lo rimarranno per tutta la vita: la favola, in questo senso, non ha morale e non ha lieto fine. Ma lo spettatore se ne accorge sempre una frazione di secondo dopo, come risvegliandosi dall’euforia, e ne esce regolarmente spiazzato: non solo il riso cela un fondo di dolore, ma lo stesso dolore è una cosa ridicola, che si perde nella vanità del tutto, e non conosce consolazione né catarsi. La vita è bella di Benigni, invece, tanto per citare un film che ha quasi lo stesso plot di L’estate di Kikujiro (un adulto fa giocare un bambino per nascondergli l’orrore), si ferma al primo aspetto (la tristezza dietro la gioia), e lo replica all’ìnfinito un po’ meccanicamente: pur essendo un film splendido, lascia lo spettatore al suo posto, non lo sconvolge come fa Kitano.

Quanti registi contemporanei, infatti, sono capaci di tanta libertà e di tanta profondità? Quanti artisti sanno essere cosi semplici e così intensi? Bastano pochi secondi, una scena brevissima, per fare passare lo spettatore da un sentimento all’altro, in un groviglio di passìoni contraddittorie. Nel finale, Kikujiro si congeda promettendo a Masao che andranno ancora a cercare sua madre, ed è l’ultima, pietosa bugia che gli racconta. Il bambino fa per allontanarsi, poi si volta e chiede al signore qual è il suo nome: quando l’uomo risponde ridendo, il lato buffo della situazione (dopo tanti giorni insieme, non si era neanche presentato) si sposa alla commozione per la scoperta di una verità elementare (che i rapporti più sinceri sono sempre intessuti di pudore). Infine, nel momento stesso in cui il bambino si volta contento e corre verso il ponte, il riso di Kikujiro muta in una smorfia di tristezza. Quel viso tornato di pietra è più forte di qualunque colpo di pistola: bisogna essere degli eroi per fare ridere un bambino quando si ha la morte nel cuore.

 

Più informazioni sul film: