Luci"o" in sala

Raccolta di critiche cinematografiche

 

Taxi Driver
(Taxi Driver, 1976 - regia di Martin Scorsese)

Trama: Un ex marine diventa tassista per riempire le sue lunghe notti insonni, e questo gli dà l’occasione di incontrare una variegata fauna cittadina caratterizzata da sbandati, prostitute, delinquenti e miseria umana varia. Vorrebbe ripulirsi da questa vita cercando di mettersi con una donna “pulita”, una donna per bene, ma questa non riesce a trovare un punto d’incontro col tassista sbandato. Forse questa delusione amorosa, forse la degradazinoe che vede ogni giorno dinanzi a sé gli fanno venire in mente idee radicali.

Un po’ per difendersi un po’ per gusto feticista si procura delle armi, col quale avrà un rapporto simbiotico. Conoscerà anche una prostituta bambina, che cercherà in ogni modo di salvare dalla strada. Ma riuscirà quest’uomo apparentemente disturbato a salvare anche se stesso dalle deriva in cui sembra stia finendo?

Commento: Il film è uno di quei casi in cui il risultato finale è inferiore rispetto alla somma delle proprie parti.
Il regista è Martin Scorsese, ottimo regista la cui professionalità non è mai stata messa in dubbio. Robert De Niro è di una bravura elefantiaca, circondato poi da un cast eccezionale: Jodie Foster, Harvey Keitel, Cybill Shepherd, Peter Boyle ed il regista stesso in uno strepitoso ruolo cameo. Eppure manca qualcosa...

Sinceramente la sceneggiatura non convince: non sembra che il regista stia mandando un messaggio, ma bensì raccontando una storia, e questo è un peccato. Cosa pensa il tassista della miseria che lo circonda? Ne soffre o ci si trova a suo agio? Perché prende decisioni così drastiche? Come spettatore sento il diritto di ottenere spiegazioni dal regista, se non espresse a parole almeno fatte capire dalle immagini.

Ad un certo punto il personaggio principale dice: « Ora ho capito il perché di tutti i miei mali »... e perché non lo dice anche a chi sta vedendo il film? Il perché voglia salvare la prostituta bambina si può immaginare (anche se dirlo non avrebbe guastato), ma tutto il resto sembra scorrere senza una ragione precisa: è questo il messaggio del film? Che le cose avvengono così senza ragione? Non lo so.

De Niro è bravo e nessuno potrà mai metterlo in dubbio, ma fare un film solo sulla sua presenza non mi sembra degno di cotanto regista. Esistono sì film del genere, basati cioè interamente sull’attore protagonista (per esempio American Gigolò, dove non esiste un solo fotogramma in cui non si veda Richard Gere), ma spero proprio non sia il caso di Taxi Driver.

Nel 1996 uscì un film intitolato God’s Lonely Man, di Frank von Zerneck Jr., che riprende molti temi di Taxi Driver, ma con un livello di contenuti nettamente superiore: posso dire di aver intuito il messaggio di Taxi Driver solamente grazie a God’s Lonely Man.

Il film è un classico, per cui va visto come memoria storica, ma come contenuti non lo reputo all’altezza della sua fama.

 

Commento di Antonio: Taxi driver è uno dei maggiori successi di Scorsese perché tratta un argomento caro a tutti: il senso della vita, lo scopo, l’utilità, l’inutilità.

Il protagonista (un grande De Niro) è un ragazzo apparentemente senza storia, che ha combattuto nei marine, e che vaga per la città alla ricerca di uno scopo, di una ragione, di qualcosa di buono che non riesce a trovare e a vedere.

È un personaggio ambiguo, vuoto. Non riesce a dormire, tormentato dalla vita, e quindi decide di fare il tassista per ammazzare il tempo. Non è interessato ai soldi, anzi li tratta quasi con disgusto. Si fa scrupoli di salvare una giovane prostituta eppure non ha problemi nell’assistere ogni settimana a film pornografici. Odia la droga ma fa uso quotidiano di tranquillanti.

Riesce a ottenere un appuntamento con una ragazza che sogna da tempo e la porta in un cinema porno... senza rendersi conto di ciò che sta facendo e addirittura meravigliandosi della reazione sdegnata della ragazza.

Tiene un diario nel quale si racconta e ci fa conoscere i suoi pensieri. A poco a poco esce fuori una vena antisemita che lo porterà a ribellarsi contro il mondo, a voler pulire « questo schifo di città dall’immondizia che la circonda », a vedere in un politico futuro presidente « il simbolo di tutto ciò di male che mi è successo nella vita », come se quell’uomo incarnasse il Male e il non-sense del mondo... e lui fosse l’Angelo con la pistola in grado di riportare la giustizia sulla Terra.

Nel suo delirio finale, quando si costruisce una specie di armatura grazie alle quattro pistole che ha comprato, va in giro per la città con l’unico scopo di trovare una scusa per sparare, per fare giustizia.

Non ha nessun amico, non coltiva il rapporto con la famiglia, alla quale mente spudoratamente e si taglia i capelli come un nazista qualunque.

Il finale, quando lui ottiene un riconoscimento inatteso e diventa un eroe invece che un criminale, è volutamente e perfettamente ironico e buffonesco, così come lo è stata la sua vita senza senso, senza scopo, senza motivazioni, senza meta o ambizioni.

Il tassista rappresenta il nulla che circonda la città, il vuoto che ognuno di noi ha dentro e che si manifesta con comportamenti squilibrati.

La regia è perfetta, le musiche toccanti e coinvolgenti. De Niro perfetto. Da sottolineare le recitazioni di una giovanissima Jodie Foster e di Harvey Keitel. Addirittura memorabile il cameo di Scorsese nei panni di un marito geloso e psicotico.

Taxi Driver non deve spiegare nulla: si spiega da solo. Il non-sense, il nulla del non-futuro non hanno bisogno di spiegazioni o approfondimenti: vivono di vita propria e si alimentano con la benzina dell’angoscia e della mancanza di vie d’uscita.

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