35 ORE, PER L’OCCUPAZIONE, PER MIGLIORARE LA VITA, PER CAMBIARE LA SOCIETA’

CONVEGNO INTERNAZIONALE

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

INTERVENTO

di

LUCIANO VASAPOLLO

docente di Statistica Aziendale della facoltà di Scienze Statistiche,

Università "La Sapienza", Roma;

Direttore Scientifico Centro Studi Trasformazioni

Economico-Sociali (CESTES) PROTEO

- I processi di ristrutturazione capitalistica e le nuove soggettualità sociali

I risultati macroeconomici evidenziati in questi ultimi anni hanno cominciato a mettere in discussione in maniera chiara e definitiva quello che continua a configurarsi come un vero e proprio dogma socio-economico; una modalità dello sviluppo fondato su nuovi modelli decisori liberisti che puntano su investimenti finanziari scollegati dall’evoluzione dei processi produttivi reali e che seguono esclusivamente una logica speculativa attuando percorsi contrapposti agli interessi collettivi.

In tal modo si sono determinate le condizioni di contrazione degli investimenti produttivi, percorsi negativi dell’economia reale, provocando così alta disoccupazione strutturale e incremento dei costi sociali in genere. Questo è il vero significato della globalizzazione; una globalizzazione dei mercati finanziari in cui ha buon gioco solo la libertà assoluta dei movimenti di capitale a danno del lavoro, con invece i movimenti delle persone sempre più sottoposti a controlli e limitazioni che portano ad intensi fenomeni spesso a connotati razziali.

Tutto ciò è dovuto da una particolare fase di ristrutturazione e ridefinizione del modello capitalistico internazionale che vede anche in Italia il diffondersi di mutamenti nelle dinamiche evolutive dello sviluppo sociale, politico ed economico. Infatti nel nostro Paese l’attuale assetto politico e i progetti di riforma del Welfare State, del sistema elettorale, della forma di Stato, della Costituzione, trovano il loro punto di riferimento sul piano della ristrutturazione produttiva legata alle prospettive del modello di sviluppo neo-liberista. Si realizza così il passaggio definitivo dallo Stato sociale della cittadinanza al Profit State del consociativismo neo-liberista! Modello, questo, basato come sempre sull’intensificazione dei processi di accumulazione, poi sulle riforme istituzionali in modo da piegare i nuovi bisogni sociali alle esigenze di conservazione politica e di compatibilità con i processi di ristrutturazione d’impresa, e più in generale del capitale.

Continua, infatti, la tendenza del nostro assetto produttivo ad un evidente diminuito peso dell’agricoltura, a più o meno evidenti processi di deindustrializzazione, accompagnati da una forzata terziarizzazione, spesso favorita da processi di esternalizzazione di fasi del processo produttivo che trovano sviluppo e redditività a partire dall’espulsione di manodopera, da un mercato del lavoro deregolamentato che produce lavoro nero, precarizzazione, sottoccupazione, lavoro sottopagato, atipico, disoccupazione ufficiale ed occulta, fino a provocare nuove povertà, forme sempre più evidenti di emarginazione economica e sociale.

Si afferma una diversa logica economico-produttiva, quella di una "nuova fabbrica sociale nel territorio", sempre più diversificata rispetto ai precedenti processi produttivi, in particolare quelli di tipo industriale.

Il risultato più immediato è l’aumento della disoccupazione che si va trasformando in strutturale, incrementando la schiera dei precari, dei marginali, degli emarginati, dei disoccupati "invisibili", non ufficiali, precarizzando la qualità della vita di chi con tale sistema non riesce ad emergere ed arricchirsi, rendendo così marginali ed emarginati non solo le soggettualità del lavoro negato ma anche schiere sempre più folte di soggetti economici del lavoro; si pensi ai lavoratori del pubblico impiego, agli artigiani, ai piccoli commercianti, ai lavoratori precari, ai sottoccupati, alle sempre più folte masse di disoccupati palesi, o più o meno invisibili, fino a giungere alle aree sempre più fitte di espulsione e completa emarginazione produttiva, reddituale e sociale.

E’ in quest’ottica che vanno interpretate le linee di riqualificazione dell’attuale modello di sviluppo che continuamente propone nuove attività economiche quasi sempre a carattere terziario, ufficiale e atipico non regolamentato. Un terziario che sempre più identifica e si identifica in nuovi soggetti sociali, che tende a caratterizzarsi anche con forme di lavoro a sempre più alto contenuto di precarizzazione e di flessibilità del lavoro e del salario; con falsi processi di crescita imprenditoriale che spesso nascondono gli incrementi di disoccupazione, la esternalizzazione di commesse, soprattutto di servizi, appaltate ad ex dipendenti licenziati e costretti, per realizzare un reddito, a "mettersi in proprio", con false promesse di ottenere lavori dall’impresa madre, per poi chiudere presto l’avventura di "nuovi imprenditori".

Si è in una fase, dunque, di passaggio epocale nella trasformazione delle modalità di sviluppo nel nostro Paese; una fase in cui, si stanno velocemente affacciando sulla scena economico-sociale nuove soggettualità, nuove povertà e quindi nuove figure da riaggregare in un progetto di ricomposizione e organizzazione del dissenso sociale. Un profondo processo di trasformazione di questo tipo deve necessariamente portare a riconsiderare le vecchie categorie economiche e sociali, le politiche economiche ormai di stampo antico perché superate dall’evoluzione dei tempi, e le stesse ipotesi di intervento per un progetto di antagonismo, di alternativa, di fuoriuscita dal capitalismo.

I vari modelli di analisi economica e sociale adottati a tutt’oggi da studiosi di varia formazione e collocazione politica risultano ancorati a forme di misurazione basati su parametri elaborati e desunti da una logica interpretativa di "stampo industrialista", logica che è assunta come centrale da gran parte delle forze sindacali confederali e da forze politiche della sinistra, anche di una parte di quella radicale e alternativa.

 

- Sindacalizzare il territorio per la ricomposizione dell’unità dei lavoratori

L’autoimprenditorialità, la precarizzazione del lavoro, la flessibilità del salario, l’occupazione interinale, cioè il nuovo caporalato, il telelavoro, la multifunzionalità del lavoro, la fabbrica diffusa e integrata, rappresentano la vera partecipazione dei lavoratori all’incremento di produttività, alla determinazione delle nuove modalità di accumulazione del capitale derivanti da sempre maggiori quantità di lavoro sociale complessivo erogato con modalità tecnologiche e retributive diverse, spesso attraverso processi illusori di democrazia economica.

E’ quindi a partire dalle nuove soggettualità del conflitto sociale che si può riorganizzare l’unità di interessi del mondo del lavoro , la solidarietà e la forza che negli anni ’60 e ’70 la classe operaia si era data a partire dall’organizzazione in fabbrica. Per far ciò bisogna saper coniugare un forte, rinnovato e antagonista sindacalismo del lavoro ad un nuovo, e altrettanto antagonista, sindacalismo del territorio. E’ ormai irrinunciabile porre l’analisi scientifica su un progetto che riparta dalla ricomposizione dell’unità dei lavoratori, occupati e disoccupati, garantiti e non garantiti, proponendo un progetto e una pratica capace da subito di percorrere nuove strade di politica economica che sappiano effettuare una completa inversione di rotta nelle scelte, nelle decisioni.

- Un progetto complessivo per un’Europa del lavoro e delle socio-compatibilità solidali

Oggi con la disoccupazione strutturale di massa si ha una conseguente contrazione del monte salari ( che in Italia tra il 1980 e il 1995 è passato dal 48% del PIL al 41%), che accompagnata da una evasione fiscale e contributiva istituzionalizzata, determina una condizione complessiva macroeconomica in funzione della quale vengono a mancare le modalità principali di finanziamento dello Stato sociale.

E’ per questo che oggi va riproposta una battaglia europea dell’intera classe dei lavoratori, occupati e non occupati, garantiti e non, come momento centrale della iniziativa legata alla riproposizione verticale dei conflitti sociali a partire dalla distribuzione sociale dell’accumulazione del capitale determinata da forme sempre più sofisticate di sfruttamento del lavoro, da quegli incrementi di produttività, che in ultima analisi altro non sono che ricchezza sociale generale complessivamente prodotta. Si propone così una iniziativa politica a livello europeo sulla salvaguardia e rivendicazione di distribuzione a tutti i lavoratori, occupati e non, dell’intero spettante salario sociale prodotto come classe, tralasciando le richieste corporative basate sul salario individuale e sulle forme di elargizione caritatevole di "soccorso agli esclusi".

La costruzione di un’Europa del lavoro e delle socio-compatibilità solidali ha bisogno di ridistribuire reddito e ricchezza attraverso un fisco che aumenti la massa dei contribuenti, contraendo l’evasione e l’elusione fiscale e contributiva, colpendo i capitali speculativi, i movimenti di capitale all’estero, tassando l’innovazione tecnologica.

- Socializzare la ricchezza prodotta: dalla riduzione dell’orario di lavoro, alla tassazione dei capitali, al Reddito Sociale Minimo

Riverticalizzare il conflitto sociale significa porsi immediatamente il problema della socializzazione dell’accumulazione, quindi il problema della ridefinizione dei meccanismi del potere economico-sociale.

Bisogna imporre un passaggio definitivo dal Profit State del consociativismo neo-liberista ad una riqualificazione non solo dello Stato sociale della cittadinanza, ma ad un nuovo Welfare State capace di redistribuire e socializzare la ricchezza complessiva.

Date le attuali condizioni internazionali di sviluppo dell’innovazione tecnologica risulta dall’elaborazione di dati provenienti da fonti ufficiali che la quota di lavoro socialmente necessario alla sussistenza media dell’intera classe dei lavoratori (occupati e disoccupati) sia pari a circa il 20% dell’attuale giornata lavorativa sociale a livello internazionale; ed è questa la parte di lavoro retribuita, mentre il resto è pluslavoro destinato ad accumulazione di capitale.

Allora la battaglia per la riduzione dell’orario deve da subito porsi su un terreno offensivo per superare le ostilità e il tentativo palese, da parte della Confindustria, di opporsi al connotato conflittuale di tale proposta. Bisogna altresì combattere le ipotesi di riportare la riduzione dell’orario di lavoro su una media annuale, ipotesi legata la tentativo di mediare in tal modo i periodi ad alta intensità con quelli a bassa intensità di lavoro, ponendo sul piatto dello scambio l’imposizione sociale della flessibilità salariale e del lavoro, l’accettazione delle compatibilità d’impresa e del profitto come al più un "male necessario".

L’attenzione va posta anche sulle difficoltà interpretative e sulla divisione fra i lavoratori che la proposta sulla riduzione dell’orario di lavoro può provocare, sia in funzione di una difesa del lavoro straordinario sia relativamente alla rincorsa verso il "secondo lavoro", spesso sommerso e atipico, aumentando così la divaricazione tra l’economia ufficiale e l’economia del lavoro nero e "grigio", soprattutto legata al modello delle piccole e medie imprese.

Si deve allora riportare la battaglia sulla riduzione dell’orario di lavoro in funzione di una forte richiesta di diversificazione della qualità della vita, di socializzazione del tempo liberato dal lavoro, con la consapevolezza che l’obiettivo delle 35 ore, o meglio delle 32 ore come viene proposto in altri Paesi europei e in Italia dal sindacalismo di base (come ad esempio le Rappresentanze Sindacali di Base), deve avere carattere e natura intermedia.

Allora non si tratta di riconoscere ulteriori incentivi fiscali, sgravi e agevolazioni contributive alle imprese che accettano la riduzione dell’orario di lavoro, ma va immediatamente capito che l’incremento di produttività è ricchezza sociale che può garantire il soddisfacimento di nuovi bisogni, redistribuendo socialmente l’accumulazione di capitale, e ponendo un programma di iniziativa che entro pochi anni possa portare alla giornata lavorativa, a parità di condizioni, di 15 ore e non di 35! Si può intanto da subito proporre una battaglia politico-sociale, ma soprattutto culturale, che attraversi l’intera Europa e nella quale:

- si deve parlare di riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario come battaglia contro la disoccupazione strutturale e per un diverso modello di sviluppo solidale e fuorimercato basato sul miglioramento complessivo della qualità della vita e del lavoro;

- l’ipotesi deve essere funzionale alla possibilità di creazione di occupazione legata al tempo liberato, quindi finalizzata a produzioni non mercantili, incentrando lo sviluppo sulle risorse immateriali e stimolando la crescita sociale del valore del capitale umano e del capitale intangibile;

- la riduzione oraria deve essere necessariamente legata alla redistribuzione sociale della ricchezza complessiva determinata dal lavoro e dal supersfruttamento del lavoratore, poiché la quantità di lavoro complessivamente necessario per la produzione diminuisce in continuazione grazie agli incrementi di produttività del lavoro ( in ambito europeo negli ultimi tre anni si sono avuti incrementi medi annui di produttività del 2% a fronte di incrementi medi annui di salari reali dell’0,5%) e grazie alle politiche di concertazione ciò non si è neppure tradotto in incrementi di occupazione, nè in miglioramenti della qualità del lavoro (ritmi, condensazione), nè in incrementi di salario sociale generale attraverso il miglioramento del Welfare (anzi si sono avuti in tutti i paesi europei tagli continui alla spesa sociale), nè in riduzione di orario a parità di salario;

- il salario sociale reale complessivamente distribuito (retribuzioni+ stato sociale) a livello internazionale oggi remunera soltanto il 20% della giornata di lavoro complessiva; come dire che per il lavoro socialmente necessario alla sussistenza media di tutti i lavoratori (occupati e disoccupati) servirebbe il 20% della giornata lavorativa complessiva e conseguentemente, in termini generali, mediamente l’80% della giornata di lavoro va a plusvalore, ad accumulazione di capitale. Ecco perché la proposta europea di riduzione dell’orario può benissimo partire da subito dalla richiesta delle 32 ore e non delle 35 ore, proprio per porre da subito una linea di tendenza a maggiori riduzioni di orario e per seguire altre impostazioni di lotta già proprie di alcuni sindacati europei e del sindacalismo di base del nostro Paese (vedi RdB).

Come ipotesi di lavoro minima immediata per la legge sulla riduzione dell’orario di lavoro, bisogna continuare la battaglia, che oggi assume anche valenza di proposta di una inversione radicale nelle modalità future dello sviluppo, e quindi far si che la legge contenga assolutamente disposizioni in merito:

a) alla parità di salario e senza differenziazioni territoriali Nord-Sud e di settori produttivi;

b) la riduzione d’orario va contabilizzata su base settimanale e non annua poiché altrimenti non può creare nuova occupazione. L’ipotesi di riduzione su base annua (o anche la più sofisticata formula della riduzione di orario su media settimanale) porterebbe a forte flessibilizzazione del lavoro concentrando le ore sui picchi della domanda di prodotto; la riduzione va imposta sull’intero arco di vita del lavoratore (riprendendo così il tema della difesa delle pensioni di anzianità);

c) la legge non deve derogare dalla data già lontana del 2001, altrimenti non si crea occupazione, poiché la riduzione sarebbe compensata dagli incrementi di produttività, dei ritmi agendo anche sulla condensazione dei tempi;

d) la legge deve contenere precise disposizioni sulla drastica riduzione degli straordinari (non più del 5% dell’orario) e forte maggiorazione del costo o degli oneri sulle ore straordinarie; deve inoltre prevedere l’ipotesi di demonetizzazione dei residui straordinari o altre forme di disincentivazione;

e) la riduzione di orario deve riguardare da subito anche le imprese con meno di 15 dipendenti, e oltre all’industria anche il terziario (pubblico e privato);

f) la legge deve contenere precise disposizioni sul controllo dei ritmi, dei turni, della condensazione, sull’aumento dei carichi da lavoro e sull’assoluta salvaguarda di tutti i diritti già acquisiti;

g) non servono gli incentivi alle imprese, altrimenti si snaturano i contenuti di redistribuzione della produttività che è ricchezza sociale. Laddove le imprese spontaneamente accettano da subito la riduzione di orario, e non nel 2001, si può pensare ad un fondo di incentivazione da attivare attraverso il recupero dell’evasione ed elusione fiscale e tassazione dei capitali. Tali incentivi statali non devono andare alle imprese come sgravi fiscali, ma l’incentivo pubblico (assegno sociale dello Stato) deve essere dato al lavoratore per integrare quella parte di salari che l’azienda non dà a causa dell’immediata riduzione di orario (es. l’impresa paga le 32 ore di lavoro, lo Stato dà un reddito sociale per le altre 8 ore); in tal modo si pone il legame con il Reddito Sociale Minimo, anche perché la riduzione di orario non tiene immediatamente conto dei disoccupati, dei sottoccupati, dei lavoratori non garantiti, degli atipici, degli autonomi di seconda generazione; con il Reddito Sociale Minimo si lega la riduzione di orario alla distribuzione sociale della ricchezza e degli incrementi di produttività e alla tassazione dei capitali.

Bisogna allora considerare la riduzione dell’orario sull’intero arco di vita del lavoratore, collegando tale riduzione ad una prospettiva di iniziativa complessiva, una campagna di opinione, di lotta, un appello all’Europa sociale del lavoro per rivendicare il diritto al Reddito Sociale Minimo per i disoccupati, gli inoccupati, i lavoratori precari, sottoccupati e sottopagati (si pensi che a fronte dei 18 milioni di disoccupati presenti in Europa dichiarati dalle statistiche ufficiali si contano, considerando le varie forme di disoccupazione invisibile, oltre 30 milioni di disoccupati e sottoccupati effettivi; un bel dato da considerare per l’Europa del neoliberismo!).

Non si tratta quindi di richiedere quel minimo vitale a carattere etico e filantropico che può assumere la forma di salario minimo o reddito garantito, ma si vuole imporre semplicemente il pieno riconoscimento della forma sociale del salario riferito all’intera classe lavoratrice e storicamente determinato e derivato dai rapporti tra lavoro e capitale.

E’ per questo che tale diritto preferiamo individuarlo con i nome di Reddito Sociale Minimo, e su tale proposta il Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES-PROTEO) in collaborazione all’Associazione Progetto Diritti e all’Unione Popolare ha lanciato una battaglia culturale, politica e sociale, che vuole avere dimensioni europee, a partire da una proposta di legge di iniziativa popolare.

La previsione di un Reddito Sociale Minimo vuole contrapporsi alla dissoluzione dello Stato sociale proponendo già da subito la riqualificazione di tutti gli strumenti di protezione sociale e l’aumento dei livelli delle pensioni sociali e minime.

Per poter realizzare tale obiettivo si tratta di scegliere un terreno offensivo anche in ordine alle politiche fiscali, recuperando per i lavoratori almeno parte del tempo reso disponibile dagli incrementi di produttività, del lavoro che il capitale trasforma in disoccupazione strutturale, in quanto si tratta di forza-lavoro che non è più compatibile far tornare all’impiego, perché i bisogni derivanti dalla domanda di produzione mercantile non sostengono più lo sviluppo capitalistico. Visto quindi l’enorme incremento di accumulazione media del capitale derivante da incrementi di produttività non destinata in alcun modo al fattore lavoro (si pensi che negli ultimi 15 anni oltre 20 punti di incrementi di produttività non sono stati distribuiti al lavoro e vanno quindi immediatamente e assolutamente recuperati), è giunto allora il momento di tassare di meno i lavoratori e invece di aumentare fortemente la tassazione sulle macchine, sui robot, sulle innovazioni tecnologiche, sui grandi patrimoni.

Un terreno immediatamente praticabile è invece quello di applicare una efficace imposta patrimoniale, di colpire le rendite finanziarie e i grandi patrimoni, di tassare i guadagni in conto capitale (capital gain), di ridurre le agevolazioni verso le imprese, per poter così aumentare la spesa pubblica in modo che questo possa rappresentare un investimento ad alta redditività sociale basato su principi di giustizia fiscale e tributaria, e quindi di giustizia sociale.

Invertire la tendenza abbassando il carico fiscale sul lavoro dipendente e sul lavoro autonomo più marginale, colpendo maggiormente le società di capitale, le rendite finanziarie, i profitti, i capital gain, i grandi patrimoni significa semplicemente assolvere ai dettami costituzionali secondo i quali il carico fiscale deve servire per redistribuire i redditi dall’alto verso il basso. Significa, inoltre, recuperare quasi 300.000 miliardi annui di evasione di imposte dirette, di imposte immobiliari, di imposte indirette e di evasione contributiva.

Si tratta di recuperare all’occupazione, al rafforzamento dello Stato sociale, al riconoscimento di un Reddito Sociale Minimo, qualcosa come diverse centinaia di migliaia di miliardi l’anno. Ci sembra quindi un obiettivo minimo, praticabile quello di aprire una battaglia, una iniziativa di dibattito e di lotta, che realizzi la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro sull’intero arco di vita del lavoratore a parità di salario e con controllo dei ritmi e della condensazione del lavoro realizzando così un milione di posti di lavoro ripartendo anche da produzioni non mercantili e dalla ridefinizione di uno Stato occupatore; recuperare almeno 50 mila miliardi annui dalla tassazione dei capitali da destinare al Reddito Sociale Minimo.

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