L'attualità della teoria del valore in Marx nell'epoca della competizione globale

di

Luciano Vasapollo

 

Ad inizio del luglio 2001 si sono svolte a Londra una serie di iniziative culturali di estremo interesse alle quali sono stato invitato e ho avuto il piacere di dare un mio modesto contributo. Di particolare importanza mi sono sembrate quelle organizzate dalla Association for Heterodocs Economics con un convegno dal titolo: The Other Economic Conference (tenuto il 7 e 8 luglio alla Open University) e il convegno del 9 e 10 luglio dal titolo  "Value Theory Symposium" tenutosi all'University of Greenwich all'interno della Conference of Socialist Economists e promossa dall'International Working Group on Value Theory.

La conferenza degli economisti eterodossi ha visto diverse sessioni con la partecipazione di studiosi di tutti i continenti e con speciali sessioni di particolare impegno scientifico  ad esempio, tra le altre,  quelle sulla moneta, l'inflazione e l'instabilità, la non-market economics, su transizione e indipendenza, sul rapporto fra testi e teoria e quella su economia e modernità: le alternative critiche; tutti argomenti di estremo interesse che meriterebbero un lungo resoconto per entrare nel merito.

E' di particolare valore scientifico di seguito porre l'accento sul convegno dell'International Working Group on Value Theory che ha visto un serrato confronto fra economisti marxisti , provenienti da di tutti i continenti, su tematiche che hanno messo immediatamente in relazione  la teoria del valore in Marx con gli attuali processi di globalizzazione  o meglio di competizione globale (erano presenti oltre a chi scrive, tra gli altri  A. Freeman, G. Carchedi, A. Kliman, H.Galarza e altri studiosi marxisti spagnoli, inglesi, americani, coreani, giapponesi, tedeschi, colombiani e molti altri).

Alcune relazioni  hanno trattato in modo specifico la teoria del valore e in particolare sul problema della trasformazione dei valori in prezzi  nell'analisi di Marx. In effetti da quando uscì postumo il terzo volume del Capitale si è aperta la corsa di economisti di varie scuole, anche marxiste che mettono in evidenza una supposta contraddizione nell'economia marxista che sarebbe tale da invalidare del tutto le fondamenta della stessa (si veda in proposito l'articolo di G.Carchedi sul numero 2/2001 di Proteo). Le critiche sono partite addirittura dal problema di che cosa è il valore e di come si misura e molti critici sostengono che per Marx  il lavoro semplice  è meno importante di quello complesso e il lavoro più intenso conta più di quello meno intenso; tutto ciò perché nell'analisi di Marx il valore  è lavoro umano svolto all'interno delle relazioni economiche capitalistiche e quindi lavoro eseguito da lavoratori, cioè i proprietari dei mezzi di produzione, a favore dei proprietari di tali mezzi. Il secondo tipo di critica è la cosiddetta "regressione ad infinitum" (che vede storicamente fra i suoi critici Joan Robinson) che parte semplicemente dall'assunto che per calcolare il valore  del prodotto di un determinato periodo bisogna conoscere il valore dei suoi input, ad esempi dei suoi mezzi di produzione, i quali a loro volta erano output del periodo immediatamente precedente, per cui bisognerebbe fare ulteriori regressioni nel tempo, appunto all'infinito. Il terzo tipo di critica è quella cosiddetta della "circolarità". Si tratta della critica più dura verso  l'analisi di Marx e proposta originariamente da Bohm Bawerk, da von Bortkrewicz e diffusa anche dall'economista marxista Paul Sweezy. In effetti le argomentazioni che ho sentito anche a luglio scorso a Greenwich all'impostazione fondamentale dell'analisi di Marx della trasformazione del valore in prezzi riprendono i tre filoni di critiche precedentemente enunciate in chiave assolutamente sintetica. Il grande interesse del convegno di Greenwich è stato che alcuni studiosi che da anni si occupano di questo problema (come G.Carchedi, A. Freeman e A. Kliman) hanno smontato completamente tali critiche semplicemente rispondendo che si tratta di un problema inesistente, in quanto la trasformazione dei valori in prezzi è stata risolta già da Marx nel terzo libro del Capitale; basta guardare in proposito la versione completa di tale volume  presentata nelle ultime edizioni della MEGA. Le risposte di Kliman, Freeman e Carchedi in particolare sulle tre critiche possono essere lette sul numero 2/2001 della rivista PROTEO in uscita in questi giorni. Sinteticamente comunque,  anche al convegno di Greenwich, alle critiche i tre studiosi rispondono con la loro Temporal Single-System Interpretation (TSSI). In pratica si sostiene che il prezzo ricevuto dal venditore non è lo stesso del prezzo pagato dal compratore semplicemente perché i mezzi di produzione comprati ad un tempo t1 ( e che servono per il periodo t1 - t2 ) non sono gli stessi di quelli venduti a t2 (che servono per il periodo t2 - t3). Con ciò ribattendo la cosiddetta circolarità nel metodo di Marx che secondo i critici si basa invece sull'ipotesi che i mezzi di produzione comprati a t1 sono gli stessi di quelli venduti a t2; e ciò significa sovrapporre i due momenti t1 e t2 abolendo la variabile tempo. Se si introduce invece la dimensione temporale, sostengono Freeman, Carchedi e Kliman, la questione diventa semplice e si toglie qualsiasi incoerenza alla teoria di Marx.

La risposta di questi studiosi alla supposta contraddizione nell'economia marxista è molto importante perché rimette al centro il meccanismo di creazione del profitto nel modo di produzione capitalistico basato sullo sfruttamento del lavoro salariato, dimostrando nel contempo che la categoria dello sfruttamento non è valida e vera soltanto per un principio logico ed etico ma l'intera teoria economica di Marx regge perché è spiegabile da un punto di vista quantitativo e quindi è nella sua essenza fortemente scientifica.

Ciò ha permesso  a Freeman e a chi scrive ("The grouping of the EU countries in basis of similarities in labour and social policies come to the social typology typical of the Anglo-Saxon model  or the Rhenish model" , Relazione di Luciano Vasapollo) di poter svolgere degli interventi al suddetto convegno di Greenwich che mettessero immediatamente in relazione la validità della teoria del valore in Marx e le conseguenze sul piano dello sfruttamento, con gli attuali processi  di globalizzazione o meglio di competizione globale.

Penso che, infatti, per comprendere la competizione globale sia determinante l'analisi dell'organizzazione del ciclo produttivo, delle caratteristiche del tessuto produttivo e sociale, del ruolo dello Stato, dei rapporti tra le aree internazionali e della loro struttura economica. Solo così si possono identificare le nuove determinazioni dei processi di accumulazione del capitale, in una nuova fase dello sviluppo capitalistico individuabile intorno alla centralità del dominio internazionale; dominio determinato attraverso i ruoli esercitati dai nuovi soggetti economici del capitale, soggetti economici multinazionali e soggetti-paese o meglio soggetti-polo con aree di influenza ben delineate, cioè blocchi geoeconomici in conflitto (area del dollaro per il polo USA, area dell'euro per il polo UE, area yen, asiatica, ecc.).

Per meglio interpretare l’attuale fase dello sviluppo del capitalismo bisogna analizzare, quindi, le modalità di gestione della crisi del modello fordista finalizzate ad evitare una intensa svalutazione del capitale. Già dalla metà degli anni '60 si manifestano forti problemi di accumulazione all'interno dei processi cosiddetti fordisti; con la fine del boom economico post-bellico e di ricostruzione, in Europa e in Giappone, unita ai processi di ristrutturazione e razionalizzazione fordista, si cominciano ad evidenziare linee di deindustrializzazione.  Nonostante il sostenimento della domanda attraverso politiche keynesiane  e la guerra in Vietnam, gli Stati Uniti vedono, già a partire dal 1966-67, un crollo della produttività e della redditività accompagnato da una crisi monetaria-creditizia che, a causa del crescere dell'inflazione, colpisce il ruolo del dollaro come valuta internazionale di  riferimento. L'intenso processo di industrializzazione fordista si  sposta verso nuovi mercati, specialmente del sud-est asiatico, aumentando così la competizione internazionale e mettendo in discussione la leadership statunitense. Si passa, così, ai tassi di cambio fluttuanti, a forti instabilità attraverso la fine degli accordi di Bretton Woods e la conseguente svalutazione del dollaro.

Ne segue che, a partire dall'inizio degli anni '70, comincia a venir meno quel connubio fra sistema produttivo fordista e modelli keynesiani attraverso i quali lo Stato realizzava un sistema  di mediazione, regolazione e compressione del conflitto sociale. Si parla a tal proposito di rigidità dei processi di accumulazione proprio perché tale crisi fordista è identificata dalla rigidità degli investimenti e dell'innovazione tecnologica, da una rigidità dei mercati di incetta e dei mercati di consumo; a ciò si aggiunge la rigidità del mercato del lavoro, grazie anche alla forza espressa dal movimento operaio tra la seconda metà degli anni '60 e l'inizio degli anni '70.  Ciò non significa che non sussistano ancora elementi tipici dei processi fordisti, anzi  il cosiddetto modello post-fordista tipico dell'area centrale dei paesi a capitalismo avanzato convive  con un tipico modello ancora fordista della periferia e addirittura con modelli schiavistici dei paesi dell'estrema periferia (dove per estrema periferia si intendono anche alcune aree marginali del centro). Tutto ciò perché oggi convivono le diverse facce di uno stesso modo di produzione capitalistico.   E’ per questo che la cosiddetta era dell’accumulazione flessibile significa competizione globale, conflitto aperto fra poli geoeconomici; ciò avviene a partire da alcune caratterizzazioni che hanno assunto le modalità delle dinamiche dello sviluppo collegate nell'ambito di un rapporto capitale-lavoro sempre finalizzato al controllo sociale interno ad ogni paese capitalista e allo scontro esterno per la determinazione del dominio globale attraverso l'allargamento delle aree di influenza geoeconomica dei tre grandi blocchi USA, UE e Giappone.

La redistribuzione territoriale del dominio non è determinata da un semplice decentramento del capitale, o prodotta esclusivamente dalla valorizzazione di risorse locali, ma è dovuta soprattutto ad intensi processi di ristrutturazione del capitalismo che, alla ricerca della competitività sul piano internazionale, determina efficienza a partire soprattutto dall'imposizione di forte mobilità spaziale e settoriale della forza-lavoro e dalla diversificazione dei progetti di flessibilità del lavoro e del salario.

E' in questo quadro  che si inserisce l'altra linea portante della cosiddetta fase dell'accumulazione flessibile, cioè la completa riorganizzazione e deregolamentazione del sistema finanziario mondiale con innovazioni di strumenti, di mercati, di intermediari e con un decentramento dei flussi; tutto ciò ha evidenziato la necessità della strutturazione di un unico mercato mondiale  finanziario e creditizio, anche se telematico e virtuale, facendo emergere i grandi conglomerati finanziari con un ruolo centrale degli investitori istituzionali.

Il contenuto effettivo della competizione globale è dato, pertanto, non dalla mondializzazione degli scambi, ma da quella delle operazioni del capitale, tanto sotto la forma industriale che finanziaria.

Questi elementi devono essere interpretati come l'avvisaglia della maturità di un grande regime di accumulazione mondiale nuovo, una accumulazione flessibile, il funzionamento della quale è sottomesso alle priorità del capitale privato e finanziario altamente concentrato, in cui l'UE sta cercando di giocare un ruolo di primo piano e in aperta competizione con gli USA.

Pertanto l'UE sta vivendo contemporaneamente il passaggio fra consolidamento ed affermazione definitiva di un proprio autonomo blocco geoeconomico e geopolitico e la contraddizione interna di uno sviluppo diseguale, e comunque basato su modalità diverse .

Il processo che ha caratterizzato lo sviluppo industriale degli ultimi venti anni nei paesi a capitalismo maturo è stato, infatti, contraddistinto da un forte aumento della produttività del lavoro a cui è corrisposto un risparmio di lavoro che eccede decisamente la creazione di nuove opportunità occupazionali. In effetti gli incrementi massicci di produttività, dovuta ad intensi processi di innovazione tecnologica e ad una conseguente ridefinizione del mercato del lavoro, hanno fatto sì  che tali incrementi si traducessero esclusivamente in aumenti vertiginosi dei profitti e delle varie forme di remunerazione del fattore produttivo capitale. Il fattore lavoro non ha avuto alcun tipo di beneficio in termini di redistribuzione reale di tali incrementi di produttività, in quanto, non si è realizzato incremento occupazionale, nè corrispondenti incrementi nell'andamento dei salari reali, nè tanto meno relativi andamenti decrescenti nell'orario di lavoro ed, infine, neppure il mantenimento dei precedenti livelli di salario indiretto quantificabili attraverso la spesa sociale complessiva. Questi sono gli aspetti realmente innovativi dell'attuale fase dell'accumulazione flessibile; questo è il vero volto di quella che a ragione può chiamarsi la "New Economy" della crescita distruttiva senza alcuna forma di sviluppo sociale e di civiltà.

Ciò è particolarmente vero nell'area del cosiddetto "capitalismo anglosassone" (Stati Uniti e Regno Unito) in cui si è puntato fortemente  sulla produzione di TIC. Attualmente il modello di capitalismo americano, il blocco economico statunitense offre ai detentori di ricchezza finanziaria maggiori prospettive di arricchimento rispetto a quello europeo e più larghe possibilità di una veloce globalizzazione dei mercati mantenendo intatto, anzi rafforzando, l'apparato politico-militare statunitense. Ma per poter mantenere tale situazione gli Stati Uniti debbono saper mantenere non soltanto l'attuale rosea situazione economica, che ha già iniziato e continuerà a mostrare il fianco, ma nel contempo devono saper combinare la dimensione geopolitica e militare con quella geoeconomica.

E’ proprio attraverso la guerra del dollaro contro l'euro, la crisi petrolifera a guida americana e la gestione della New Economy nel contesto generale della finanziarizzazione dell'economia, che gli Stati Uniti giocano le loro carte per soffocare le mire di affermazione ed espansionistiche del nuovo polo imperialista dell'Unione Europea.  Il gioco del caro dollaro e del caro petrolio si accompagna alla "bolla finanziaria" sui titoli della "Net Economy"; questo è uno specifico aspetto del modello complessivo neoliberista di New Economy, una speculazione finanziaria che fa sì che società con scarso fatturato, o appena quotate, nel giro di un mese triplicano, quadruplicano il loro valore. Un NASDAQ, il mercato azionario dei titoli tecnologici, continuamente sbalzato fra eccessi rialzisti ed eccessi ribassisti; un mercato questo fortemente colpito dalla "bolla finanziaria" attraverso quotazioni gonfiate che autoalimentano le pilotate rincorse alle aspettative rialziste. Una globalizzazione finanziaria che da una parte crea forti condizioni e aspettative di guadagno facile e dall'altra determina in continuazione paure di disastrosi crolli. E questi terremoti del NASDAQ trovano i loro mandanti negli Stati Uniti, capaci di attirare attraverso i titoli della Net Economy enormi capitali europei sottoposti poi al rischio di continui ed improvvisi crolli. E’ l'effetto congiunto del caro petrolio addossato ai produttori ma gestito dalle multinazionali americane, del caro dollaro determinato da una apparentemente forte economia americana che però è "drogata" attraverso i flussi di capitali europei, della volatilità in Borsa dei titoli tecnologici, che sta determinando la debolezza dell'euro, debolezza non dovuta ai "fondamentali" dell'economia, ma subita da un polo europeo che ancora non ha le condizioni politiche ed economiche per contrapporsi adeguatamente allo strapotere del blocco americano.

Trionfa, almeno momentaneamente, il sistema capitalista americano che ora è maggiormente in grado di unificare e influenzare il mondo, ma ciò non significa certo rottura della politica di conflitto per poli geoeconomici realizzata con atti continui di guerra economica che assumeranno sempre più la forma di guerra guerreggiata per l'affermazione delle gerarchie.

E’ con tale ipotesi, con tali scenari di mutamento di fase, di conflittualità accesa fra area del dollaro e area dell'euro, con attenzione sempre alla variabile asiatica con forti mire espansionistiche sull'Eurasia, che nell'immediato futuro saremo chiamati a fare i conti, in un contesto in cui la competizione globale assumerà sempre più forti connotati politico-strategici di conflitto interimperialistico.

Il processo in atto non può dirsi globalizzazione, ma si tratta di una vera e propria dura e spietata competizione globale fra i tre principali blocchi economici; una competizione globale  fra poli imperialisti e quindi a carattere politico-strategico.

 

HOME