IN CHE MONDO VIVIAMO …!!!
di
R. Martufi[1] e L.Vasapollo[2]
1.
Le manovre e le dinamiche
politico-economiche dei paradigmi decisivi del potere mondiale.
I venti di guerra che di
nuovo soffiano impetuosi in questi ultimi mesi hanno, con la loro drammaticità,
apportato dei cambiamenti radicali. Allora diventa necessario cercare di
comprendere e chiarire la nuova fase
economica e politica che stiamo attraversando a partire dai soggetti e dalle
aree maggiormente coinvolte.
Il ventesimo secolo, pur
caratterizzandosi per le enormi e inaspettate scoperte scientifiche nei
campi della medicina, delle
comunicazioni, della produzione tutta, ecc., viene ricordato soprattutto per la
mostruose e crudeli guerre che hanno coinvolto tutto il pianeta (oltre alle due
guerre mondiali non vanno dimenticate le decine di guerre civili di portata internazionale). Ciò ha
significato la morte di quasi 90 milioni di persone, numero al quale vanno
sommati gli 80 milioni di morti dietro il paravento di ragioni religiose o
etniche, in genere per conflitti locali.
In questo contesto si è
venuta a determinare una posizione di assoluto predominio da parte degli USA
che già con la seconda guerra
mondiale hanno registrato una crescita
ed una espansione gigantesca; infatti il PIL ad esempio è passato da 192,9
miliardi di dollari nel 1938 a 361,3 miliardi di dollari nel 1944;[3]
in modo ancora più massiccio rispetto alla prima guerra mondiale sono quintuplicate le esportazioni.
Con la guerra gli USA hanno visto realizzate le premesse
keynesiane attraverso gli investimenti pubblici e l'accrescimento della
produzione bellica, una crescita finanziata in maggior parte dalla politica di
allargamento della base monetaria; si sono
create così, quelle condizioni di incrementi occupazionali e ed inflazione
"compatibile e controllata" (condizioni in pratica durate, con
oscillazioni cicliche, fino all'amministrazione Reagan).
Infatti negli anni immediatamente seguenti al 1945 si è attuata la previsione di Keynes di una
tendenza alla cosiddetta piena occupazione con ridotta inflazione. E' così che
gli USA hanno iniziato a dominare il mondo soprattutto per la loro potenza
economica e militare. Questa situazione si è
rafforzata in modo sempre più esteso nonostante le crisi economiche
congiunturali.
Già dalla metà degli
anni '60 si manifestano forti problemi di accumulazione all'interno dei
processi cosiddetti fordisti. Con la fine del boom economico post-bellico e di
ricostruzione, in Europa e in Giappone, e con processi di ristrutturazione e
razionalizzazione fordista, si cominciano ad evidenziare linee di
deindustrializzazione. Nonostante il
sostenimento della domanda attraverso politiche keynesiane, anche
militari, e la guerra in Vietnam, gli
Stati Uniti vedono, già a partire dal 1966-67, un crollo della produttività e
della redditività accompagnato da una crisi monetaria-creditizia che, a causa
del crescere dell'inflazione, colpisce il ruolo del dollaro come valuta
internazionale di riferimento. Si
passa, così, ai tassi di cambio fluttuanti, a forti instabilità attraverso la
fine degli accordi di Bretton Woods e la conseguente svalutazione del dollaro.
Si riconosce tale era
come quella della rigidità dei processi di accumulazione, proprio perché tale
fase fordista è identificata dalla rigidità degli investimenti e
dell'innovazione tecnologica, da una rigidità dei mercati di incetta e dei
mercati di consumo; a ciò si aggiunge la rigidità del mercato del lavoro,
grazie anche alla forza espressa dal movimento operaio tra la seconda metà
degli anni '60 e l'inizio degli anni '70.
A partire dall'inizio
degli anni '70, comincia a venir meno quel connubio fra sistema produttivo
fordista e modelli keynesiani attraverso i quali lo Stato realizzava un
sistema di mediazione, regolazione e
compressione del conflitto sociale. Interpretare l’attuale fase, iniziata con i primi anni '70, dello sviluppo
del capitalismo, non solo per gli USA, significa analizzare le modalità di
gestione della crisi del modello fordista finalizzate ad evitare una intensa
svalutazione del capitale.
Parlare attualmente di
era postfordista non significa che non sussistano ancora elementi tipici dei
processi fordisti, anzi il cosiddetto
modello post-fordista tipico dell'area centrale dei paesi a capitalismo avanzato
convive con un tipico modello ancora
fordista della periferia e addirittura con modelli schiavistici dei paesi
dell'estrema periferia (dove per estrema periferia si intendono anche alcune
aree marginali del centro nei paesi a capitalismo avanzato). Tutto ciò perché
oggi convivono le diverse facce di uno stesso modo di produzione capitalistico,
anche se lo si vuole identificare come l'era della "New Economy" e
del paradigma dell'accumulazione flessibile. E' comunque una fase in cui si
accentua crescita distruttiva senza alcuna forma di sviluppo sociale e di
civiltà. Il processo che ha caratterizzato lo sviluppo industriale degli ultimi
25 anni nei paesi a capitalismo maturo è stato, infatti, contraddistinto quasi
sempre e, anche se in modo diversificato, ovunque da un forte aumento della
produttività del lavoro, a cui è corrisposto un risparmio di lavoro che eccede
decisamente la creazione di nuove opportunità occupazionali.
In effetti gli
incrementi massicci di produttività, dovuta ad intensi processi di innovazione
tecnologica e ad una conseguente ridefinizione del mercato del lavoro, hanno
fatto sì che tali incrementi si
traducessero esclusivamente in aumenti vertiginosi dei profitti e delle varie
forme di remunerazione del fattore produttivo capitale. Il fattore lavoro non
ha avuto alcun tipo di beneficio in termini di redistribuzione reale di tali
incrementi di produttività, in quanto, non si è realizzato incremento
occupazionale, né corrispondenti incrementi nell'andamento dei salari reali, né
tanto meno relativi andamenti decrescenti nell'orario di lavoro ed, infine,
neppure il mantenimento dei precedenti livelli di salario indiretto
quantificabili attraverso la spesa sociale complessiva.
Globalizzazione
significa dominio delle Borse e della finanziarizzazione dell'economia in
conflitto con qualsiasi forma di
miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, ostacolando la
libertà di scelta e allargamento dei diritti universali; questo concretamente è
il concetto di modernità del capitalismo selvaggio anche se si tenta di plasmarlo su toni più consoni ed
equilibrati.
La generalizzazione e
globalizzazione del capitalismo
selvaggio, tipico del modello
americano-anglosassone, continuano a far ritenere gli USA riferimento centrale
di uno sviluppo mondiale a guida unipolare,
in particolare dagli ultimi anni '80, con la fine dell'URSS.
"L'America ha una
posizione predominante nei quattro settori decisivi del potere mondiale: militarmente,
ha un controllo mondiale incontrastato; economicamente,
resta la principale locomotiva della crescita internazionale, anche se
incalzata in alcuni settori dal Giappone e dalla Germania (che non possiedono
tuttavia tutte le altre prerogative di una potenza mondiale); tecnologicamente, mantiene un primato
generale nei settori più avanzati dell'innovazione; e culturalmente, nonostante qualche aspetto grossolano, esercita un
richiamo senza pari, specialmente fra la gioventù del mondo intero. Tutto
questo le dà un peso politico che nessun altro paese possiede. Ed è la combinazione di questi quattro
fattori che fa dell'America l'unica superpotenza globale sotto ogni profilo".[4]
E sulla falsariga dei
grandi imperi del passato (quello romano, quello cinese e quello mongolo) gli
USA tendono alla costituzione di un grande "impero" attraverso il
dominio geoeconomico e geopolitico di gran parte del territorio mondiale. E
come i romani e i cinesi[5]
in passato conquistavano i territori non solo militarmente ma anche e
soprattutto attraverso il controllo culturale e la conseguente assimilazione
dei territori occupati dei loro usi e
costumi, così gli USA si adoperano per
sottomettere e soggiogare sempre nuovi territori attraverso il modello
economico , politico, la cultura, la moda, il sociale, ecc.
Infatti
"….L'esercizio del potere <imperiale> americano deriva in larga
misura dalla superiore organizzazione, dalla capacità di mobilitare prontamente
grandi risorse economiche e tecnologiche per scopi militari, dal vago ma
significativo richiamo dello stile di vita americano….".[6]
In questo senso
l'Occidente può essere considerato come un mondo il cui interesse gira intorno alla superpotenza
degli USA.
I messaggi che trasmette
la cultura di massa americana sono fatti propri da gran parte dei giovani di
altri paesi; la musica, i film, i programmi della televisione, internet e così
via, tutto a dimostrare il predominio americano nel mondo. Questo ha permesso
agli USA di considerare il pianeta come propria scacchiera per il
"gioco" del dominio totale, nel quale è possibile e lecito
intervenire in qualsiasi momento. A tal fine anche le maggiori istituzioni
internazionali, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, sono
controllate completamente dagli USA,
che diventano così "compressore", "regolatore" della
politica economica mondiale. D'altra parte anche un organismo internazionale
come l'ONU non è in grado di garantire la stabilità, in quanto non è in
possesso di un reale potere concreto, in cui forte è l'influenza USA. Ciò
contrasta con le finalità istituzionali delle Nazioni Unite che dovrebbero
invece dotarsi di strumenti realmente efficaci attraverso una cooperazione
internazionale non limitata dalle paure e dagli egoismi nazionali; anche perché
istituzionalmente l'ONU dovrebbe allargarsi al massimo (con l'inclusione ossia
di più paesi possibili) per cercare di limitare gli squilibri attualmente
esistenti tra paesi ricchi e paesi poveri.
La globalizzazione
coincide proprio con la fase a guida unipolare del mondo, in particolare dagli
ultimi anni '80 a metà degli anni '90.
Ma è proprio in questo quadro che si inserisce la linea portante della
cosiddetta fase dell'accumulazione flessibile, cioè la completa
riorganizzazione e deregolamentazione del sistema finanziario mondiale con
innovazioni di strumenti, di mercati, di intermediari e con un decentramento
dei flussi. Tutto ciò ha evidenziato la necessità della strutturazione di un
unico mercato mondiale finanziario e
creditizio, anche se telematico e virtuale, facendo emergere i grandi
conglomerati finanziari con un ruolo centrale degli investitori istituzionali.
Il contenuto effettivo della cosiddetta globalizzazione è dato, pertanto, non
dalla mondializzazione degli scambi, ma da quella delle operazioni del
capitale, tanto sotto la forma industriale che finanziaria.
Questi elementi devono
essere interpretati come l'avvisaglia della maturità di un grande regime di
accumulazione mondiale nuovo; una accumulazione flessibile, il funzionamento
della quale è sottomesso alle priorità del capitale privato e finanziario
altamente concentrato, in cui l'UE sta cercando di giocare un ruolo di primo
piano e in aperta competizione con gli USA, che cercano in tutti i modi di
rilanciare il loro ruolo di "gendarme" di un mondo a guida unipolare.
A questo proposito è
necessario ricordare che negli ultimi dieci anni gli USA sono stati impegnati in prima linea in ben quattro
conflitti. La prima guerra è stata quella del 1991 contro l'Iraq, poi c'è stata la guerra in Croazia e Bosnia, ancora
l'aggressione ad opera della NATO (guidata sempre dagli USA) contro la Serbia
ed infine l'ultima ancora in corso contro l'Afghanistan, con la scusa del
" terrorismo internazionale".
E a conferma di quanto
sia inopportuna e priva di fondamento la politica estera americana è
interessante leggere quanto scritto da
Chalmers Johnson, professore emerito all'Università di California, che
in poche righe fotografa e condanna le varie forme di militarizzazione adottata
dagli USA.
"Dieci anni dopo la
fine della guerra fredda, il Pentagono
monopolizza l'elaborazione e l'attuazione della politica estera
americana. Gli Stati Uniti hanno un unico, solitamente inappropriato mezzo per raggiungere i propri obiettivi
esterni: le forze armate. Ormai da tempo non dispongono più di istituzioni
valide, tra cui un corpo diplomatico maturo, culturalmente e linguisticamente
esperto, organismi internazionali realmente affidabili, sostenuti politicamente
e finanziariamente dall'opinione pubblica americana e in grado di dare
legittimità alle iniziative americane all'estero, politiche economiche che
sfruttino l'enorme attrattiva del mercato americano per ottenere dai paesi
esteri risposte adeguate, o finanche la capacità di esprimere i valori
americani senza ritrovarsi accusati - a ragione - di intollerabile ipocrisia.
L'uso dei missili da crociera e dei
bombardieri B2 per raggiungere obiettivi umanitari è la dimostrazione di quanto
squilibrato sia diventato l'apparato decisionale della nostra politica estera.
L'intervento in Jugoslavia nella
primavera del 1999, richiesto dagli americani e condotto dalla NATO per
proteggere la maggioranza albanese in Kosovo fu un tragico esempio di tutto ciò
che non si dovrebbe fare….La potenza militare non è sinonimo di <leadership del mondo libero>"[7].
E la recessione ormai
presente da tempo negli USA, anche se mascherata da una crescita economica
pompata dall'indebitamento interno ed estero, dal cambio sostenuto e dalla
"bolla" finanziaria" speculativa di Borsa, mette in evidenza una
crisi che ha anche carattere strutturale e non semplicemente ciclico-congiunturale.
Ecco perché anche dopo ciò che è accaduto l'11 settembre è
diventato ancora più lampante che gli USA non possono aspirare ad essere gli
unici gendarmi o i moralizzatori del pianeta, non avendo nessuna legittimità
per essere una guida unipolare come "polizia del mondo". Inoltre, per
quanto detto in precedenza, devono essere considerati anche un paese che ha
seri problemi interni di stabilità e di crescita economica, di sviluppo
sociale, di equilibrio generale con i seri problemi etici, politico-economici,
sociali, da risolvere.
E se il predominio
assoluto degli USA è in difficoltà, se la "belle epoque" della
globalizzazione a guida unipolare è finita, allora quali sono gli immediati
competitori nella spartizione del dominio globale?
Il primo paese da
considerare è il Giappone, anche se
in questi ultimi anni sta subendo una
crisi economica a guida USA, dalla quale ancora non riesce a uscire. Il
Giappone è stato per lunghi anni additato come paese esemplare, sfuggito alla
colonizzazione e anzi alleato degli occidentali. Questo paese è stato
considerato dagli occidentali per lunghi anni come un esempio di democrazia ed
è stato sostenuto dagli USA sia nell'ingresso nella NATO sia nell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Con la
convinzione che comunque il processo di sviluppo economico di questo paese non
potesse costituire un problema, gli americani hanno sostenuto e trasferito al
Giappone tecnologie di importanza determinante.
L'economia giapponese
però, con la realizzazione di prodotti sempre più sofisticati ed avanzati
immessi nel mercato mondiale ed in particolare in quello americano, con
i forti tassi di produttività, con il
modello della flessibilità e della qualità totale, ha prodotto una
sovrabbondanza di capacità industriale che ha portato nel 1997 allo scatenarsi
di una crisi di sovrapproduzione. Si
tratta di una crisi diretta, imposta e sostenuta nel tempo dal grande capitale
USA che si è reso conto che le proprie
industrie tecnologiche, elettroniche , delle automobili, ecc., si sono trovate
in una situazione di completo assoggettamento al potenziale industriale
nipponico. Da quel momento il crollo della guida giappopnese si è tirato dietro
tutte le economie asiatiche che entrarono in una crisi profonda che si è estesa in breve tempo. Una crisi estremamente favorevole agli USA
che hanno potuto ridefinire la loro influenza ed espansione nei mercati
asiatici.
Certo nell'area asiatica
le variabili per un nuovo, forte e competitivo polo geoeconomico e geopolitico
sono molteplici, a partire dal ruolo che sta esercitando l'asse
russo-cinese-indiano che può rafforzare e maggiormente concretizzare le mire
espansionistiche a scapito degli USA.
Un ruolo nuovo e
determinato viene rivestito dall'Europa
(soprattutto dopo l'istituzione della moneta unica europea), che oltre ad avere
una significativa potenza militare (al momento limitata a livello nazionale ma
che si sta attrezzando senza problemi particolari a essere organizzata a
livello comunitario) ha una elevata capacità economica e finanziaria, al punto
anche di superare gli USA nel volume degli scambi commerciali. Questo fa sì che
l'UE potrebbe diventare la "nuova superpotenza" nel mondo; è chiaro
che per poter raggiungere questo risultato
dovrebbe acquisire, oltre ad una
unità economica, anche e soprattutto una unità politica, cosa ben più difficile
da realizzare considerando le notevoli differenze e discordanze esistenti tra i
vari paesi europei.
Va ricordato che
l'Unione Europea assomma una popolazione di circa 400 milioni di persone, che
hanno degli standard di vita e di modello politico-economico molto simile a
quello degli USA. Nell'Unione Europea
l'Italia gioca un suo ruolo con particolari mire espansionistiche verso
i paesi dell'est europeo e l'Africa mediterranea, la Francia vede un modo per ridiventare una vera
potenza mondiale, mentre la Germania cerca soprattutto la sicurezza ed anche un
riscatto che le restituisca un
prestigio etico e politico, ma soprattutto di espansione geoeconomica. La
riunificazione delle due Germanie ha fatto diventare automaticamente questo
paese la prima potenza dell'Europa
occidentale anche perché : "Per
esempio, in percentuale sul bilancio complessivo, la Germania partecipa all'UE
per il 28,5% ; alla NATO per il 22,8%; all'ONU per l'8.93%, oltre a essere
l'azionista più importante della Banca Mondiale e della BERS (Banca Europea per
la Ricostruzione e lo Sviluppo)".[8]
La Gran Bretagna invece,
non è entrata volontariamente
nell'Unione Monetaria, e può essere considerata una semplice appendice
degli USA essendo a tutti gli effetti "vassalli fedeli" del grande
"feudatario americano"; anche
perché la Gran Bretagna vede nell'asse con gli USA l'unico modo per mantenere
un ruolo di forte e grande potenza, rafforzando i propri specifici interessi
geopolitici.
L'Europa, comunque, non
rappresenta soltanto e semplicemente "la testa di ponte"[9]
degli USA sull'Eurasia; è per questo che non è stato possibile influenzare fino
in fondo in chiave americana il lungo cammino dell'integrazione monetaria ed
economica dell'Europa.
2. La competizione globale non è la globalizzazione
Le
guerre economiche sui mercati del cambio, gli attacchi speculativi sui mercati
finanziari, l'uso delle crisi geopolitiche di area (quelle nei Balcani, i Afghanistan, in tutta l'Eurasia, e quelle ad
apparenti connotati diversi dell'Argentina, sono sistematiche e sintomatiche)
rappresentano momenti di guerra economica, finanziaria, commmerciale e politica
di una violenta competizione fra poli geoeconomici, in particolare USA e UE.
Quest'ultima è ormai in forte competizione con gli USA sia per quanto riguarda
l'imposizione del nuovo ordine geopolitico mondiale, sia per la spartizione del
mercato mondiale sia, infine per il controllo delle mire espansionistiche geoeconomiche
del polo asiatico da parte ancora del Giappone o dell'eventuale costituendo
asse russo-cinese-indiano.
Questi
sono solo alcuni aspetti della guerra di egemonia economica che si fa sempre
più frontale in tutte le aree del pianeta fra il polo geopolitico-geoeconomico
USA e quello dell'UE. E lo scontro è diventato ancora più duro con l'avvento
dell'Euro e con il timore da parte USA che nel tempo crescano le opportunità di
rafforzarsi e diventare valuta di riserva e di riferimento internazionale.
Comunque, la
mondializzazione capitalistica e l’intento del capitale finanziario di dominare
il movimento di capitale nella sua totalità, non cancellano l’esistenza degli
Stati nazionali, bensì tali processi accentuano i fattori di gerachizzazione
tra i paesi e ne ridimensionano la configurazione, acutizzando così i conflitti
per il controllo su quelle aree a maggiore interesse di spartizione geopolitica
e geoeconomica. E' questo il contesto della competizione globale.
In tale
scenario si sviluppa il quadro macroeconomico mondiale degli anni ‘90, in
particolare la seconda metà, contemporaneamente caratterizzato da tassi di
crescita molto deboli del PIL, compresi i paesi come il Giappone che hanno
svolto una funzione trainante nei confronti del resto dell’economia mondiale;
una deflazione crescente; una congiuntura mondiale estremamente instabile,
inframmezzata da sussulti monetari e finanziari; aumento di investimenti che
si è accompagnata alla crescita della
disoccupazione di massa e la sua natura tecnologica e strutturale, coniugata al
contenimento dei salari reali, da flessibilità
e precarizzazione del lavoro e le condizioni del lavoro medievali in
molti paesi in cui la manodopera viene sfruttata all’estremo.
Si determina,
così, l’accentuarsi delle diseguaglianze di reddito e di condizioni di vita
all’interno anche dei paesi a capitalismo maturo che si è accompagnata alla
marginalizzazione di intere regioni del globo dal sistema di scambi e ad una
concorrenza internazionale sempre più intensa.
Nel caso dei paesi OCSE, circa i tre quarti delle operazioni
d’investimento all’estero hanno preso la forma di operazioni di acquisizione e
di fusione di imprese esistenti, ovvero di cambiamento di proprietà del
capitale esistente, spesso seguiti da ristrutturazioni di processo e di
prodotto, che hanno determinato disoccupazione senza creazione di mezzi di
produzione nuovi; e laddove ci sono stati investimenti produttivi questi non
hanno necessariamente diminuito la disoccupazione, anzi il contrario. In molti
mercati, i tassi di concentrazione mondiale sono dunque analoghi a quelli di
trent’anni fa, tipici delle economie chiuse.
Si aggiunga poi che il contesto complessivo della
cosiddetta globalizzazione è stato sempre più legato alla dinamica specifica
della sfera finanziaria, la cui crescita a ritmi qualitativamente superiori a
quelli degli investimenti produttivi, del PIL o degli scambi, sono stati il
fattore che ha maggiormente sconvolto la situazione economica degli ultimi 15
anni. A risentirne sono stati i paesi
in particolare delle aree a basso e medio livello di sviluppo soprattutto
dell'Europa dell'Est e dell'Asia centrale ricca di risorse petrolifere e di gas;
intere aree che devono affrontare
questi problemi sotto il ricatto di una guerra economica, e non solo, fra USA e
UE.
Sono questi due blocchi economici che impongono gravi
costrizioni dovute al peso schiacciante del debito contratto dai i paesi
dipendenti. E' proprio agli USA e ai paesi UE che (vedi da ultimo la situazione
in Argentina) si devono pagare in interessi più di quello che si è ricevuto in
prestiti, donazioni, investimenti; e il pagamento di un debito così
cospicuo costringe i paesi del Terzo Mondo a saccheggiare le
foreste, svendere le materie prime, supersfruttare e distruggere il patrimonio
ambientale in genere sottostare ad accordi neoliberisti e a privatizzazioni e a
standard sociali minimi, tali da attirare gli investitori stranieri.
3. Altro che sviluppo!! Il nuovo sistema schiavistico
del Terzo Mondo
Il dominio del centro
sulla periferia si esprime nell’enorme disuguaglianza dei livelli relativi allo
sviluppo e nella crescente difficoltà a raggiungere una crescita dinamica ed
autonoma nei paesi del Terzo Mondo.
Il sistema mondiale
riproduce su scala ampliata la contraddizione centro-periferia, tenendo
ancorati ad un luogo e ad una funzione, determinanti per la propria produzione
interna o per l’esportazione, i diversi paesi che ne fanno parte. Questa
tendenza configura una struttura mondiale che permette ai paesi sviluppati di
giocare un ruolo dominante nel settore industriale, agricolo, finanziario,
militare e tecnologico, che può essere accresciuto attraverso la lotta dei
mercati del capitale soprattutto contro il Terzo Mondo, che subisce fame,
sottosviluppo, guerra di ogni tipo, economica, commerciale, finanziaria,
militare; cioè milioni di vite in vario modo distrutte ogni anno. E nonostante tutta la potenza
economica e tecnologica che gli USA e i paesi occidentali mostrano al mondo
intero la principale contraddizione che si può trovare è senza dubbio quella riguardante
il dominio delle aree territoriali che producono energia e materie prime;
questi territori sono abitati da popolazioni povere che vedono sfumare la
propria ricchezza a favore dei paesi ricchi, i quali senza nessuna remora si
appropriano di tutte le risorse energetiche di cui questi paesi dispongono,
fino a determinare e controllare ogni ragione e ogni momento del vivere
sociale.
E, quindi,
paradossalmente i morti causati dal terribile attentato dell'11 settembre visto
giustamente dagli occidentali come una barbarie, può essere interpretato dalle
popolazioni dei paesi poveri come un danno di poco rilievo se confrontato con
le migliaia di morti civili (palestinesi, afghani, iracheni, ecc.) causati
dall'Occidente con le proprie guerre. Due mondi, due modi di vedere che
difficilmente si incontrano.
In mancanza di una
rottura radicale con la struttura della dipendenz,a i paesi a medio
sviluppo (e in Europa quelli dell'area
balcanica e dell'ex blocco socialista, in pratica i paesi dell'Eurasia
allargata ne sono un esempio eclatante) e del Terzo Mondo si continuano a
vedere condizionati a sviluppare la loro industria e la loro produzione
agricola in modo tale che i paesi portatori dei diversi progetti di dominio
globale ne beneficino a piene mani e senza scrupolo alcuno.
Siamo tutti coscienti
che i paesi a medio-basso sviluppo
(come ad esempio quelli dell'area balcanica, dell'est europeo, per non parlare
di alcune diverse realtà asiatiche) in molti casi hanno delle grandi potenzialità
economiche nel loro territorio, sia in termini di risorse materiali sia di
capitale umano, nonostante ci siano delle grandi disuguaglianze economiche e
sociali tra paese e paese. Questi paesi, per poter sopravvivere sono indebitati
in una maniera incredibile con i paesi sviluppati, i quali così facendo
sfruttano le risorse di queste aree tenendole sotto il loro controllo ed
evitando così che, quelli più stabili economicamente e politicamente, diventino
un domani concorrenti pericolosi. Hong Kong, Singapore, Taiwan, le altre ex
"tigri asiatiche" e altri paesi anche dell'America Latina, sono stati
costretti a convertire i processi di trasformazione. Il loro sviluppo è ormai
direttamente sottomesso dalle esigenze del mercato europeo e statunitense.
E' la domanda esterna
dei due grandi poli occidentali che modella l’ampiezza e l’orientamento del
processo di accumulazione del capitale asiatico e latino-americano, funzionale al paradigma dell'accumulazione
flessibile occidentale. La maggior parte dei paesi dell'America Centrale e Meridionale,
l’Africa Sub-Sahariana, il Sud Asia hanno deboli apparati politici, economici e
produttivi, non essendo ancora capaci di dare l’impulso ad un processo di
industrializzazione avanzato e autonomo. Si tratta di aree del tutto funzionali
a veri a propri processi di "nuova colonizzazione" da parte dei due
poli USA e UE. Vi sono in queste aree anche dei paesi che dagli anni ’70 hanno
sperimentato una crescita economica nell’industria sotto l’azione combinata del
capitale straniero e di quello controllato dalla borghesia interna. E' proprio
qui che ha un ruolo dominante il capitale finanziario occidentale che ha
cercato di modificare i termini di dominio politico-economico e dare un nuovo
impulso all’industrializzazione dipendente fortemente dalle importazioni. Si è
così sempre andata mantenendo una
struttura di controllo totale della forza lavoro con una distribuzione dei
salari che non deve consentire una crescita verso la reale sussistenza.
Infine, nei paesi
esportatori di petrolio con importanti risorse finanziarie (Arabia Saudita,
Venezuela, ecc.) o nei paesi con grande abbondanza di risorse naturali e con
"capitale umano" specializzato e a basso costo pronto per le
dinamiche economiche imposte dalle grandi potenze dell'occidente, il mercato
interno si espande in modo significativo, dando un impulso ad una industria del
tutto dipendente dal capitale finanziario USA e UE (ad es. Colombia, Cile,
Nigeria, Indonesia, ecc.). La crescita economica di alcuni di questi paesi è
dovuta al processo di accumulazione e di trasformazione tecnologica che ha
creato un nuovo e solido modello di dipendenza finanziaria e tecnologica dai
due grandi poli occidentali. La riproduzione su vasta scala del moderno
apparato industriale, agroindustriale e agricolo è basato sull’importazione di
macchinari, attrezzature e fabbricazioni e sulla completa dipendenza
finanziaria. L’alto livello di importazioni inerente a questo modello di
crescita e l'impostazione di un basso dinamismo del settore delle esportazioni,
le relazioni di scambio diseguale, gli utili rimessi alle imprese straniere, lo
"strangolamento" imposto con l'usura dei creditori sul debito estero,
sono alcuni degli elementi che originano nei vari decenni uno squilibrio
macroeconomico. La tendenza continua al deficit della bilancia commerciale,
colmato con sempre più frequenti ricorsi ad un indebitamento con l’estero e ad
uno continuo ricorso all'impiego di capitali stranieri finanziari e il rilancio
controllato delle crescita economica, spiegano bene le dinamiche dello schiavismo
moderno, della completa sottomissione politico-economica quale via per ottenere
l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.
La liberalizzazione
degli scambi, insieme alla deregolamentazione e allo smantellamento della
legislazione a tutela dei salari, ha permesso ai gruppi delle multinazionali,
in particolare americane, di sfruttare simultaneamente i vantaggi della libera
circolazione delle merci e delle forti disparità tra i paesi, le regioni o i
luoghi situati anche all’interno delle stesse grandi aree economiche
occidentali.
La politica economica
determina sempre più scelte monetariste e neoliberiste, lasciando intatte le
cause profonde che originano gli squilibri della struttura produttiva
approfondendo il deficit commerciale. Seguendo le indicazioni della Banca
Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, numerosi governi dei paesi
dipendenti ( vedi da ultimi Messico, Brasile, Indonesia, Malesia, Russia,
Argentina, ecc.) continuano ad applicare politiche non di semplice congiuntura
ma sempre più invece di carattere strutturale e di apertura commerciale
dipendente accelerata, con privatizzazione delle imprese statali e la
deregulation economica. Si realizzano così politiche economiche che hanno come
prime ripercussioni l’abbassamento dei salari reali, l’aumento della
disoccupazione, la deindustrializzazione senza investimenti reali e produttivi
finanziati da capitale interno e, quindi, l’ampliamento della dipendenza dai
due grandi blocchi economici occidentali USA e UE
4.Capitale finanziario e capitale produttivo: le due
facce del dominio mondiale
La configurazione e le
modalità d'uso, a finalità di controllo sociale complessivo, del capitale
privato mondializzato non ha smesso di modificarsi e oggi si indirizza sempre
più a favore di istituzioni finanziarie non bancarie legate alle multinazionali
, in un perverso legame fra capitale finanziario e capitale produttivo (che si
configura sempre più nelle dinamiche degli IDE, investimenti diretti esteri).
La dimensione
internazionale propria del dominio mondiale è sempre più basata
sull’esportazione di capitali e non tanto sull’esportazione di beni e servizi;
esportazioni però verso quei paesi aperti al mercato che si caratterizzano per
un medio livello di sviluppo. Si tratta di una dimensione geoeconomica
sull’estero che si rivolge a quel gruppo di paesi di una nuova frontiera,
facilmente ricattabili dai grandi poteri finanziari internazionali e dagli
organismi istituzionali finanziari, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale.
Si tratta, cioè dei luoghi del comando del dominio
mondiale che anche attraverso il controllo di forme istituzionali di
finanziarizzazione centralizzano un risparmio, la cui fonte iniziale proviene
dai salari sociali complessivamente ridotti a vantaggio della rendita
finanziaria internazionale. Dal momento in cui il risparmio accumulato va oltre
un certo livello, i fondi del mercato finanziario prendono posto nella
categoria delle istituzioni finanziarie non bancarie, la cui funzione è quella
di far fruttare una crescita elevata del capitale finanziario, conservandone la
forma della liquidità, massimizzandone i rendimenti, e avendo a disposizione una enorme massa finanziaria per la
"stabilità" funzionali ai grandi giochi di dominio complessivo del
capitale. In questo ruolo al primo posto
si trovano i grandi fondi-pensione anglosassoni e le società di
investimento collettivo, incrementati dalle quote trattenute sui salari e sugli
stipendi con lo scopo, ovviamente quello dichiarato, di assicurare ai
lavoratori una pensione regolare e stabile, ma con il fine reale di rendere
immediatamente disponibili ingenti somme per la speculazione finanziaria. Si
abbassano così con tali meccanismi le forme pubbliche di previdenza e tutela
sociale, trasformando il Welfare State in Profit State. Cosi facendo i
fondi di investimento cessano di essere
l’espressione di un risparmio modesto, divenendo delle istituzioni centrali del
capitale finanziario e prendono un posto di primo rango nella finanza
speculativa. Il compito dei fondi-risparmio diventa quello di valorizzarsi
conservando la forma-denaro disponibile come “massa finanziaria” di
destabilizzazione politica ed economica di quelle aree, di quei paesi che non
si rendono immediatamente disponibili e funzionali ai meccanismi dell’accumulazione
del capitale internazionale e, quindi, alla “stabilità” imposta dai grandi poli
geoeconomici in termini di dominio mondiale.
Ciò è parte determinante
di una sorta di apparente processo di determinazione monopolistica del capitale
che se, in qualche senso, può essere utile ai giochi del capitalismo
finanziario, porta però ad una forte competizione tra i grandi potentati
oligopolistici soprattutto del capitale industriale. Più si allargano i
contesti territoriali della cosiddetta
globalizzazione più la guerra tra i capitali aumenta, anzi assume la
forma di guerra economica del capitale finanziario e capitale
industriale-produttivo, tra settori del capitale internazionale che controllano
i vari segmenti economici-produttivi; guerra intercapitalistica che si
accompagna alla secolare guerra tra
paesi e poli geoeconomici diversi.
Si realizza,
così, una mondializzazione finanziaria e produttiva a quasi esclusivo dominio
USA e UE in cui gli squilibri
economico-produttivi si acuiscono progressivamente; e si realizza, allo stesso
modo, un processo profondo di modificazione e di distribuzione del reddito in
favore dei redditi finanziari e comunque del capitale (profitti industriali che
vanno a rendita per poi tornare a profitti), strozzando definitivamente non
solo i paesi del Terzo Mondo ma soprattutto quelli a medio livello di sviluppo.
Nell’ambito dei processi di
ridefinizione delle aree di influenza dei poli geoeconomici il controllo
delle risorse materiali (petrolio, gas, metano, minerali preziosi, ecc.) e del
capitale umano (lavoratori specializzati a basso costo e con minimi livelli di
diritti) delle regioni a medio livello di sviluppo diventa, pertanto, motivo
forte e strategico di contesa nella competizione globale.
La dinamica
geografica dei flussi degli investimenti diretti esteri (IDE) ha, infatti,
rappresentato negli anni ’90 lo strumento principale del paradigma della “stabilità
politico-economica globale “, rimettendo in parte al centro dell’iniziativa
capitalistica l’investimento produttivo che non può rimanere del tutto
subordinato alle dinamiche della finanziarizzazione. Infatti, la sfera
finanziaria si alimenta proprio della ricchezza creata dagli investimenti
produttivi nei paesi a medio livello di sviluppo, tra i quali centrali sono
quelli dell’Eurasia. Investimenti in quest’area significano profitti per le
multinazionali, accaparramento di risorse primarie e di capitale umano a basso
prezzo e a buona specializzazione, controllo del petrolio, delle materie prime
e delle fonti di energia, determinazione della valuta di quotazione dei barili
del petrolio e, quindi, determinazione della valuta che giocherà in futuro il
ruolo di riserva internazionale.
Significa, cioè, profitti e
capitali immediatamente disponibili per gli operatori finanziari, istituzionali
e non, per le speculazioni internazionali e capitali industriali produttivi
pronti a processi sfrenati di sfruttamento. Si tratta delle due facce del
capitale internazionale che ha comunque carattere destabilizzante per i paesi poveri
e a medio livello di sviluppo, sottoposti all’aggressione economica,
finanziaria e militare.
5. I nuovi territori di conquista
5.1. La lunga lotta per il controllo dei Balcani
L'area balcanica più
vicini al nostro Paese è teatro da anni di guerre "umanitarie" da
parte della NATO con la ipocrita e falsa motivazione di combattere il
"nazionalismo radicato, l'intolleranza e la pulizia etnica", ed è
collocata in un contesto geografico europeo anche se è oggetto di attenzioni
ben più ampie. Popoli come i serbi, i croati, i bulgari, gli albanesi, i
bosniaci devono essere considerati "europei a tutti gli effetti";
anche se poi sono visti come appartenenti a quella parte di Europa
debole e sottomessa che deve comunque in qualche modo essere
"civilizzata"; ma meglio sarebbe dire sfruttata e usurpata delle
proprie risorse.
E' chiaro, quindi, che
gli interventi militari da parte della NATO (guidati come sempre dagli USA)
rispondono ad esigenze di dominio geoeconomico e geopolitico; esigenze rese
sempre più pressanti dalle pressanti mire espansionistiche USA accelerate dalla
crisi economica. Infatti, l'intervento militare nei Balcani del 1999 ha dato un
nuovo stimolo alla grande industria bellica americana con la possibilità di
raggiungere elevati profitti per le industrie di armi e insediandosi in un'area
strategica tentando di diminuire l'influenza dell'UE. Va infatti evidenziato il
vero obiettivo da raggiungere con gli interventi militari: ossia lo scontro USA-UE per il controllo dei
"corridoi" che collegano il Mediterraneo al Caucaso e al Mar Caspio e
che sono di importanza fondamentale strategica sul medio periodo per far
affluire le risorse energetiche (petrolio, gas, ecc.) da questi territori
all'Occidente.
"In questo quadro
un rilievo particolare è venuto assumendo il progetto del "corridoio
8", finanziato dal Fondo Monetario Internazionale, dall'Unione Europea e
dalla Francia, per la realizzazione di un asse
est-ovest che parta dalla costa bulgara del Mar Nero, attraversi la
Macedonia e l'Albania meridionale e raggiunga l'Adriatico nei porti di Durazzo
e Valona. Lungo questa direttiva……è prevista la realizzazione di un'autostrada,
di una linea ferroviaria ad alta
velocità e, soprattutto, del più grande
oleodotto della storia europea"[10].
Si comprende quindi come
le "guerre " in realtà non abbiano alcunchè di "umanitario"
ma si spiegano sempre valutando attentamente gli interessi economici, neanche
troppo nascosti che le ispirano.
E osservando più da
vicino l'intervento militare contro la Repubblica Federale Jugoslava, si può
senza dubbio dire che si è trattato di una vera e propria aggressione contro
uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite in barba a qualsiasi diritto internazionale. Infatti è molto
emblematico lo scritto di Cassese a questo riguardo:
" In questo caso la
violazione della Carta delle Nazioni Unite
non è certo di lieve entità. L'intervento dei paesi della NATO si discosta
radicalmente dal sistema di sicurezza previsto dalla Carta, che si fonda
su una regola (un'azione collettiva di intervento coercitivo, autorizzata dal
Consiglio di Sicurezza) e su un'eccezione (la legittima difesa). Il sistema
della Carta è stato violato in quanto un gruppo di Stati è deliberatamente ricorso all'uso della
forza contro uno Stato sovrano senza esserne autorizzato dal Consiglio di
Sicurezza"[11].
Le conseguenze della
guerra sono state devastanti, nell'immediato e anche nel lungo periodo, per i
popoli che vivono in questi paesi. Basti pensare che a Pristhina ( Kosovo) abitavano circa 30.000 serbi ; dopo la
guerra quasi il 90% della popolazione non albanese (serbi, rom, ecc.) è stato
di fatto "espulso" e si è rifugiato in Serbia. Il "Governo
provvisorio del Kosovo" guidato dall'UCK, non ha rispettato l'obbligo di
disarmo (se si fa eccezione per alcune armi vecchie, non più usate e quindi
inutilizzabili consegnate qualche tempo fa); l'UCK ha intensificato invece i
contatti con la mafia europea e con i trafficanti di droga. Essendo questo il
governo avallato e favorito dagli Occidentali, e soprattutto dagli USA, non è
difficile capire quanto siano gravi le responsabilità statunitensi ed europee
che hanno innescato una spirale di violenza in questi territori che
difficilmente sarà appianabile in tempi brevi.
E' allora lecito
chiedersi se la guerra della NATO in
questi territori abbia ottemperato a qualcuno degli obiettivi che erano stati
chiamati a gran voce per giustificare l'intervento militare.
Dopo due anni dalla
guerra del Kosovo risulta sempre più chiara l'inutilità e l'atrocità della
cosiddetta "guerra umanitaria" che non ha portato la pace, la
democrazia e la stabilità nei Balcani. L'odio, la violenza, la corruzione, la
povertà, la prostituzione, il disastro ambientale sono il lascito di questa
guerra, come delle altre guerre
balcaniche. I territori e i centri urbani
devastati duranti i 78 giorni di ininterrotti bombardamenti sono stati
ridotti ad una condizione preindustriale. Vogliamo poi considerare le migliaia
di morti e di gravi mutilati!!! I veri
obiettivi sono i progetti espansionistici, in particolare degli USA
prevedono di fare del Kosovo una
propria postazione che permetta loro di
controllare tutta questa parte dei Balcani.
Questo ci riporta alla
situazione odierna: ci troviamo infatti in piena "guerra infinita umanitaria
" con i bombardamenti all'Afghanistan . Ed allora: i risultati saranno
come quelli del Kosovo? O come si preannuncia, molto più disastrosi?
5.2. I Balcani Euroasiatici e la finta guerra religiosa
Nell'Eurasia vive il 75%
della popolazione mondiale e già da solo questo dato ci dice quale sia
l'importanza di questa estesa porzione del nostro pianeta. Per chiarire meglio
questo concetto basta ricordare l'aforisma di Harold Mackinder:
"Chi governa l'Europa orientale comanda la zona
centrale ;
chi governa la zona centrale comanda la massa euroasiatica;
chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo
intero".[12]
Investimenti in
Eurasia, infatti, significano profitti per le multinazionali, accaparramento di
risorse primarie e di capitale umano a basso prezzo e a buona specializzazione,
controllo del petrolio, delle materie prime e delle fonti di energia,
determinazione della valuta di quotazione dei barili del petrolio e, quindi,
determinazione della valuta che giocherà in futuro il ruolo di riserva
internazionale. Ciò significa profitti e capitali immediatamente disponibili
per gli operatori finanziari, istituzionali e non, per le speculazioni
internazionali con carattere destabilizzante per i paesi sottoposti
all’aggressione economica da parte delle grandi potenze occidentali.
Paesi come Kazakistan,
Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Armenia,
Georgia hanno diverse composizioni etniche, diverse lingue e diverse culture.
Ad esempio il Tagikistan parla la lingua persiana, ha un 25% di popolazione ubzeka, un 3% di russi e
quasi due terzi sono tagiki, il Kazakistan, abitato da più di 18 milioni di
persone, ha una elevata percentuale di russi (oltre il 35%) e più del 20% di
persone non kazaki; invece una grande percentuale di persone kazaki vive in una
regione dell'Uzbekistan o in Russia;
nel Kirghizistan la popolazione di 5 milioni di persone è
prevalentemente kirghizi ma è presente un 15% di russi e un 13% di uzbeki.
In sostanza però
nonostante le diverse etnie presenti in tutti gli stati appartenenti alla ex
Unione Sovietica, la maggior parte della popolazione è di religione musulmana.
E non è da escludere che anche i musulmani russi che sono più di 20 milioni subiscano il processo di
islamizzazione e chiedano quindi un maggiore riconoscimento della loro
religione.
La religione è
tradizionalmente reputata con la lingua, come uno degli aspetti fondamentali
della cultura di un popolo.
Se si effettua un
confronto tra le due principali religioni (il cristianesimo e l'islamismo)
nell'arco degli ultimi 80 anni si nota
una molto più intensa diffusione della seconda rispetto alla prima.
Mentre oggi nei paesi
dell'Occidente cristiano post-industriale il peso della convinzione religiosa
sembra meno importante di un tempo nella vita sociale, nel mondo islamico,
invece, la religione sta assumendo una
crescente importanza politica e impone regole nel campo dei comportamenti
individuali, del diritto, dell'educazione. E' per questo che le vere
motivazioni espansionistiche geoeconomiche dell'occidente vengono rappresentate
attraverso una guerra religiosa contro l'integralismo e l'intolleranza degli
islamici. E' un bel lanciare questa
accusa da parte di chi ha fatto del cristianesimo lo strumento di dominio e di sottomissione di intere aree e interi
popoli. E' utile ricordare che:
"I rapporti fra
Islam e cristianesimo, sia ortodosso che occidentale, sono stati spesso
burrascosi. Per entrambi, la parte opposta ha sempre rappresentato
<l'altro>…..Nel corso dei secoli le fortune delle due religioni si sono
alternate in una sequela di ondate possenti, con attimi di pausa e periodi di
riflusso……Le cause di questa costante conflittualità non vanno ricercate in
fenomeni transitori quali il fervore cristiano del XII secolo o il
fondamentalismo musulmano del XX, bensì nella natura stessa di queste due
religioni e delle civiltà su di esse fondate, nelle loro differenze e nelle
loro similitudini….Le cause della rinnovata conflittualità tra Islam e
Occidente si riassumono dunque nelle due questioni fondamentali: potere e cultura.
Kto? Kogo? Chi comanda chi? "[13]
L'islamismo nasce
in Arabia; è utile ricordare che la
maggior parte dei musulmani vive in Asia, anche se essi sono comunque diffusi
in tutto il mondo (Europa occidentale, Cina, India, ecc.).
Nel mondo più di un
miliardo di persone sono musulmani e oltre agli arabi vi sono molti musulmani
in Africa, in Asia e in America; queste persone si sentono dominate e screditate e sfruttate dalla civiltà
occidentale e dai paesi ricchi.
"…….A partire dagli
anni Settanta simboli, credenze, costumi, istituzioni, strategie politiche e
organizzazioni musulmane hanno ottenuto un sostegno sempre crescente tra il miliardo di musulmani
disseminati dal Marocco all'Indonesia e dalla Nigeria al Kazakistan.
L'islamizzazione si è di norma manifestata innanzitutto in campo culturale, per
poi diffondersi nella sfera sociale e politica"[14].
Questo deve far
riflettere, anche perché i recenti attacchi terroristici compiuti negli
USA hanno creato un clima di
tensione e di intolleranza verso i popoli arabi e la loro religione visti come
" possibili terroristi" in
tutto il mondo.
La parola islamismo
significa l'applicazione al sistema politico, culturale e sociale della
religione fondata da Maometto. Nel mondo islamico, comunque, è nata una sorta
di combinazione tra politica e religione con l'intento di ripristinare la
civiltà musulmana escludendo la "corruzione" generata dalla civiltà
occidentale; civiltà che viene vista dall'Islam sempre più come corrotta,
sfruttatrice ed estranea.
"Nel mondo musulmano,
sostiene Bernard Lewis, si è avuta <una tendenza ricorrente, in tempi di
emergenza, ad individuare la propria fonte principale di identità e di fedeltà
nella comunità religiosa, vale a dire in un'identità definita non già da
criteri etnici o geografici bensì
dall'islamismo>[15]
Il concetto della "gihad", ossia della "guerra santa" non
sottintende però nessuna disposizione riguardante la guerra, in quanto è
prevista al più la guerra di carattere difensivo, mai quella offensiva. E'
chiaro, quindi, che le varie guerre di conquista compiute da alcuni paesi
musulmani sono state attuate per volere dei governi dei paesi e non in nome
dell'islamismo. Infatti il Corano chiede solo "l'impegno a camminare sulla
strada di Allah", ossia ad ampliare su tutta la terra "i diritti di
dio e degli uomini".
Questo però non
significa assolutamente che l'Islam sia
di impostazione fondamentalista militante e pur non accettando i musulmani
l'idea occidentale di modernità e sviluppo, ciò non vuol dire certo che questo porti alla cosiddetta "guerra
santa" contro l'occidente.
"Il fondamentalismo
islamico generalmente inteso come islamismo politico è solo un componente del ben più ampio fenomeno di reviviscenza
delle idee, dei costumi e del linguaggio islamici e del riaccostamento
all'islamismo da parte delle popolazioni musulmane"[16]
.
6. …E la guerra vera in Eurasia per il controllo
geopolitico e geoeconomico
E i bombardamenti
americani sull'Afghanistan in nome di
una " Giusta guerra infinita al
terrorismo" sono la conferma della ricerca dell'allargamento geoeconomico,
per uno scontro di dominio e di potere
tra grandi potenze degli occidentali. Potere è controllo politico ed economico
delle risorse strategiche.
Ci sembra a tal fine
determinante ricordare un avvenimento
che ha segnato la "storia futura" dei paesi europei ed
asiatici dell'Eurasia nella grande competizione globale di conquista. Ci si
riferisce alla riunione che si è tenuta ad Helsinki nel 1997 alla Terza
Conferenza paneuropea dei ministri dei trasporti (Cemt). E' stato in questa
circostanza che si sono predisposti i
cosiddetti "10 corridoi" intesi come infrastrutture multimodali e multinazionali di trasporto,
energetica e di telecomunicazione. I dieci corridoi indicati dalla Pan europea
Networks (Pan) sono:
"Corridoio 1 : Via baltica 445 Km;
Ferrovia Baltica 550 Km,
Helsinki, Finlandia-
Tallin, Estonia - Riga, Lettonia - Kaunas, Lituania Varsavia, Polonia -
Danzica, Polonia - Kaliningrad, Russia.
Corridoio 2:
Berlino, Germania -
Poznam, Polonia - Varsavia, Polonia - Brest, Bielorussia -Minsk, Bielorussia -
Smolensk, Russia- Mosca, Russia - Nizny Novgorod, Russia
Corridoio 3:
Berlino, Germania -
Dresda, Germania - Breslavia, Polonia - Katowice, Polonia - Cracovia, Polonia -
Leopoli, Ucraina - Kiev, Ucraina.
Corridoio 4:
dorsale di
collegamento UE -Europa sudorientale.
Berlino, Germania -
Dresda, Germania -Norimberga, Germania - Praga, Repubblica Ceca - Brno,
Repubblica Ceca - Vienna, Austria - Bratislava, Slovacchia - Gyor, Ungheria - Budapest, Ungheria - Arad,
Romania - Craiova, Romania - Bucarest, Romania - Costanza, Romania - Sofia,
Bulgaria - Plovdiv, Bulgaria - Salonicco, Grecia - Ormenio, Turchia - Istambul,
Turchia.
Corridoio 5:
Venezia, Italia - Trieste, Italia - Capodistria, Slovenia -
Lubiana, Slovenia - Maribor Slovenia - Budapest, Ungheria - Uzgorod, Ucraina-
Leopoli, Ucraina - Kiev, Ucraina -
Bratislava, Slovacchia - Zilina, Slovacchia -
Kosice, Slovacchia - Fiume, Croazia - Zagabria, Croazia - Osijjek,
Croazia - Ploce, Bosnia-Erzegovina - Sarajevo, Bosnia-Erzegovina
Corridoio 6:
Danzica, Polonia -
Torun, Polonia - Poznam, Polonia -Grudziads, Polonia - Varsavia, Polonia - Zebrzydowice, Polonia -
Zilina, Slovacchia - Ostrava, Repubblica Ceca
Corridoio 7:
Idrovie interne.
Germania, Austria,
-Bratislava, Slovacchia -Gyor-Gonyu - Ungheria -Croazia -Serbia - Ruse,
Bulgaria - Lom, Bulgaria - Moldavia -Ucraina -Costanza, Romania
Corridoio 8:
Durazzo, Albania -
Tirana, Albania - Skopie, Fyrom - Bitola, Fyrom -Sofia, Bulgaria -
Dimitrovograd, Bulgaria -Burgas, Bulgaria - Varna, Bulgaria
Corridoio 9:
Helsinki, Finlandia -
Vyborg, Russia - San Pietroburgo, Russia - Pskov, Russia - Mosca, Russia -
Vilnius, Lituania - Kleipeda, Lituania - Minsk, Bielorussia - Alexandroupoli,
grecia - Dimitrovgrad, Bulgaria - Ormenio, Bulgaria
Corridoio 10:
Graz, Austria -
Zagabria, Croazia - Belgrado -Nis - Veles, Grecia -Bitola, Fyrom - Skopie,
Fyrom - Lubiana, Slovenia - Budapest, Ungheria -Belgrado, Serbia - novi Sad -
Nis -Sofia (Corr. IV -Istambul), Bulgaria -Veles -Floriana -Via Egnatia."[17]
E' fin troppo chiaro l'importanza strategica e
politica del controllo di questi corridoi; ed è forse da questa mappa,
tracciata dai corridoi, che si possono controllare e quasi anticipare le future
"guerre umanitarie di liberazione
dal terrorismo".
Per quanto riguarda
soprattutto il Corridoio 8 vanno fatte delle precisazioni. Pur essendo sorto
come un corridoio di importanza marginale negli anni più vicini a noi si è
invece trasformato come fondamentale
nella strategia geopolitica dell'approvvigionamento delle risorse.
Il progetto del 1995
della South Balkan Development Initiative
aveva come scopo quello di aiutare paesi come la Macedonia, la Bulgaria
e l'Albania a migliorare la propria rete di trasporto anche se in realtà il
vero fine era per gli USA quello di controllare questo territori per avere
accesso all'Eurasia e alle sue ricchezze. Lo stesso può dirsi del progetto del
1999 chiamato Silk Road Strategy Act costituito per "aiutare" le
regioni del Caucaso e dell'Asia centrale, ma che in realtà serve per tentare di
escludere la Russia e l'Iran dalle
traiettorie degli approvvigionamenti energetici.
Inoltre se si volesse
tracciare una mappa di tutti i maggiori giacimenti di risorse petrolifere e di
gas, non vanno dimenticati paesi come il Venezuela, la Colombia, l'Algeria, la
Cina, il Ciad, l'Indonesia, la Nigeria, il Sudan, l'Angola; paesi e aree a loro
limitrofe che comprendono circa i quattro quinti delle riserve mondiali di
petrolio. Questi paesi sono così da aggiungere a quelli già citati in
precedenza come aree di conflitto potenziale e quindi come possibili obiettivi
di "Guerre umanitarie e di liberazione".
Ecco i motivi veri dei
bombardamenti contro l'Afghanistan; basta guardare un po’ oltre la
"facciata" per cercare di capire quali sono i motivi economici e di
controllo geopolitico che hanno scatenato in realtà questa guerra.
E' necessario ricordare
che già nel 1975 fino al 1989 questi territori sono stati teatro di una guerra
: quella tra i sovietici e gli afghani; in quel contesto agli USA parve più
conveniente sostenere i ribelli afghani contro il regime "del grande
nemico comunista". E la sconfitta dell'allora URSS fu vista come una vittoria delle modernità
contro "l'impero del male". Bel punto di vista considerare la
vittoria degli afghani talebani come vittoria della supremazia occidentale e
della modernità!!
Negli anni '80 la guerra
civile aveva visto contrapposti i sovietici che erano intervenuti a favore del
governo e gli Stati Uniti che avevano appoggiato tutti i gruppi di opposizione;
ed i talebani poi saliti al potere erano stati sostenuti proprio dagli USA. Già
da allora era chiaro chi fossero e quale
era la cultura di riferimento dei taleban.
Nonostante questo gli
USA, pur di eliminare il "nemico russo", non avevano esitato ad
armare i talebani. In verità anche allora l'allargamento geoeconomico e il controllo delle risorse
strategiche energetiche era prioritario; infatti gli americani avevano
agevolato la vittoria dei talebani per permettere la costruzione di un
oleodotto e di un gasdotto dal Turkmenistan all'Oceano Indiano. Gli USA,
quindi, che finanziarono per i loro
interessi i ribelli afgani, si trovano oggi a combattere contro gli stessi
governi da loro "creati", contro i loro "fantocci". Va ricordato,
infatti, che fino a non più di cinque anni fa il governo dei talebani era
appoggiato economicamente e militarmente da diversi paesi e non solo da Arabia
Saudita e Pakistan.
Ed allora perché oggi è
mutata radicalmente la situazione? Cosa c'è dietro?
Va ricordato che già dal 1997 in Afghanistan[18]
è stata prevista la costruzione di un
gasdotto in grado di portare il gas naturale
del Caspio fino al Pakistan;
infatti nel Turkmenistan sono
presenti circa duemila miliardi di
metri cubi, ossia il 30% di tutti i giacimenti mondiali di gas naturale. E' in
cantiere, poi, anche l'idea di un
oleodotto sempre dal Caspio al Pakistan che dovrebbe passare per
l'Afghanistan. Il Consorzio creato
appositamente da sette compagnie petrolifere (Central Asia Gas Pipeline Ltd)
prevede la costruzione di un gasdotto
di oltre 1450 Km che attraversano
l'Afghanistan. La principale compagnia petrolifera del consorzio è la Unocal
(americana, per la precisione texana, molto vicina ai repubblicani); vi sono
poi la Crescent Group (pakistana), la
Gazprom (russa), l'Inpex e l'Itochu
(giapponesi), la Delta Oil (saudita), e la Hyundai Engineering Construction
Company (sudcoreana). Nel gennaio 1998 viene
firmato l'accordo tra i talebani e il
consorzio ma tutto si blocca perché gli USA non si fidano più dei
talebani e cominciano anzi creare
condizioni di guerra con la motivazione ufficiale di stanare Bin Laden; quindi
la Unocal sospende la sua attività e nel dicembre 1998 si ritira dal consorzio
sostituita dalla Delta Oil dell'Arabia Saudita. A metà del 1999 il Consorzio si
accorda con l'Afghanistan, il Pakistan e il Turkmenistan per la realizzazione del gasdotto.
E gli USA? Si sentono
minacciati da ciò in quanto sono rimasti fuori dal progetto e rischiano di
veder sfumare ogni possibilità di inserimento e di controllo del rifornimento
dell'energia in Asia. Non va dimenticato che oltre il 28% delle importazioni
americane di energia provengono dall'Arabia Saudita. Diventa quindi necessario
per gli USA cercare di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento
attraverso un avvicinamento alla Cina e alla Russia per contrastare il
dominio saudita.
Sono molto chiare le
parole di Fadel Gheit[19]
(uno degli analisti più quotati dai media americani per il settore dell'energia
e del petrolio):
"Il fatto che il mondo non può ancora
permettersi di vivere senza il petrolio saudita- visto che l'Arabia è il
maggior produttore di greggio al mondo e dagli Stati del Golfo Persico dipende
il 13% del petrolio consumato negli Stati Uniti…..Se i giacimenti di petrolio
finissero in mano ai terroristi, questi si troverebbero nella posizione di
poter ricattare il mondo intero…. Non sono preoccupato di una interruzione di
rifornimento di petrolio nel breve periodo. Piuttosto credo che nel lungo periodo
ci saranno problemi seri di approvvigionamento, perché prima o poi i paesi
produttori finiranno nelle mani di gente che è nemica dell'Occidente."
Ed ancora: essendo il
Consorzio ormai in mano all'Arabia gli USA rischiano di trovarsi di fronte a un'alleanza di paesi asiatici in grado di
contrastare il loro predominio sui territori. Ed allora quale migliore difesa
se non l'attacco?
La "guerra
permanente al terrorismo" è in realtà una "guerra del gas e del
petrolio" in quanto l'Afghanistan rappresenta un territorio cruciale per i futuri rifornimenti di energia. E,
guarda caso, il Pentagono nei suoi piani di guerra ha previsto di occupare tutta la parte del territorio afgano nella
quale sono previsti i passaggi dei gasdotti ed oleodotti che consentono di
portare il gas del Turkmenistan e il petrolio dell'Uzbekistan, fino a Karachi
dove c'è un porto per raggiungere l'Occidente. Si ricorda poi che oltre a ciò è
lo stesso territorio afgano ad interessare gli USA, in quanto nel sottosuolo
sono presenti enormi giacimenti sia di petrolio sia di gas naturale.
«L'Asia centrale sta per
diventare una regione molto più importante per i destini del mondo», dice
Daniel Yergin presidente della Cambridge Research Associate. Sulla sua
spartizione si cementa la nuova Yalta dell'energia mondiale tra Stati Uniti e
Russia. Le vie del petrolio potrebbero essere trasformate radicalmente, e con
loro la geografia della ricchezza, e la forza politica di alcuni regimi
islamici che da 30 anni si intreccia con la dipendenza energetica
dell'Occidente. Prima, naturalmente, bisogna regolare i conti coi Taliban, e
con il loro ospite saudita>[20].
Ma alla luce dei risultati ottenuti con i bombardamenti
in Afghanistan che ancora oggi continuano a
mietere vittime tra i civili viene da chiedersi, se oltre ai problemi economici prima citati, compresi
ovviamente quelli strutturali connessi
alla recessione e alla crisi di accumulazione, non vi sia stato, da parte degli
USA un interesse mirante solo a "tranquillizzare" la propria opinione pubblica. Infatti circa il 90% degli americani, secondo sondaggi dei
mass media locali, si dichiara soddisfatta
della campagna "Libertà Duratura" e vede in qualche modo
placato il proprio desiderio di vendetta contro gli attentati dell'11
settembre.
Ma quali saranno le
conseguenze immediate di questa campagna militare ?
Se si guarda al vicino
Pakistan ci si accorge che la situazione è ormai esplosiva. Il pakistano Kamal
Siddiqi spiega: "Il generale Musharraf ha avuto ben poca scelta: o
cooperare, oppure andare incontro alle
ire del cosiddetto mondo <civile>, che si sarebbero subito tradotte nel
blocco dei prestito del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale
tramite un inasprimento delle già vigenti sanzioni".[21] Un paese come il Pakistan vicino alla
bancarotta non poteva quindi permettersi di perdere questi finanziamenti anche se le conseguenze hanno portato il
governo a traballare in modo sempre più forte; infatti nonostante i divieti di
manifestare e gli arresti
"eccellenti" (sami -ul-Haq, Fazlur Rehman dell'organizzazione
Jamiat-i-Ulema-i-Islami) la protesta è esplosa in modo incontrollabile. Gli USA
hanno necessità del sostegno del
Pakistan e perciò, per mantenere le basi e lo spazio aereo, deve garantire il
mantenimento dell'attuale governo o in alternativa un governo comunque "adattabile" alle proprie
esigenze.
E anche per quanto
riguarda l'Afghanistan, dopo la "caduta di Kabul" la situazione è
ancora più confusa in quanto le varie tribù afghane non possono garantire nessuna stabilità al
paese.
Va ricordato che
l'Afghanistan è un paese frammentato, abitato da popolazioni di diverse etnie, ossia (turcomanni,
Kirghizi, uzbeki, pathani di lingua pashtu, tagiki, beluci, kafiri, hazara,
aimac, ecc.). Queste popolazioni sono
in larga maggioranza musulmani appartenenti ai sunniti con eccezione
degli hazara che appartengono aglii
sciiti. E' quindi molto difficile riuscire a coordinare ed accordare le varie
"anime" esistenti in questo paese. Inoltre l'Afghanistan è uno dei maggiori paesi al mondo produttori
di oppio; va infatti considerato che nel 1999 circa l'80% del consumo mondiale
di questo stupefacente e circa il 90% dell'eroina presente in Europa è
rifornito dal Pakistan e dall'Aghanistan. E' quindi chiaro che gli interessi
economici legati a questo mercato devono in qualche modo "essere
difesi".
E' interessante mostrare
a questo punto una suddivisione delle
forze esistenti oggi in Afghanistan e confrontarle con la distribuzione della
coltivazione dell'oppio.
"1) Il gruppo di
Fahim Khan controlla le provincie di Badakhshan, Takhar, Nonar e Kapisa fino a
Konduz. Nell'area è compresa la zona di produzione dell'oppio di Feyzabad.
2) Le forze di
Atta/Mohaqqed controllano l'area oppifera di Samangan / Aybak e Mazar-e-Sharif.
3) Le forze di Dostum e
Harakat-e-Islami presidiano l'area di Sheberghan, ricca sia di risorse petrolifere e gas sia di
oppio.
4) Karim Khalili
controlla l'area centrale compresa nelle provincie di bamiyan e vardak che
dominano Kabul da ovest.
5) Ismael Khan controlla
il grande Ovest del paese, che include le piantagioni di oppio di Herat.
6) Le forze di Karim
Brahvi controllano l'area oppifera di Farah e la zona di Zaranj
7) Al Centro-Sud le
forze talibane controllano la vasta area attorno a Kandahar, dove la densità di
coltivazione dell'oppio è più elevata. Si può essere sicuri che anche in
futuro, con o senza talibani, Kandahar sarà dominata dai pashtun e dai
pakistani.
8) Le forze pashtun del
fronte nazionale islamico controllano le aree fra Paktika e Paktia, dove le
coltivazioni sono più estese.
9) Le forze dell'Eastern
Council controllano Jalalabad e
relative fertilissime coltivazioni di
oppio.
10) Infine, anche le
poche centinaia di uomini di Gul Agha hanno un potere contrattuale enorme
controllando l'accesso all'Afghanistan attraverso il passo Kojar."[22]
Questa divisione
dimostra come in questo territorio siano presenti molte "anime
diverse", difficilmente concordabili tra loro e che denotano una
grave instabilità politica oltre che
economica.
E' chiaro allora che
parlare di un governo stabile in Afghanistan diventa abbastanza improbabile e i "grandi Occidentali" dovranno fare i conti con questa situazione.
7. Conclusioni: … E la guerra vera in occidente per
chiudere la partita con il movimento dei lavoratori!
La prospettiva sembra
essere quella di un contesto internazionale di guerre diffuse alla ricerca di
ipotetici terroristi presenti a livello internazionale su tutte le aree
(Afganistan, Irak, Libano, altri paesi
dell’area fino a coinvolgere nuovamente i Balcani, e l’area euro-asiatica in generale); si
parla pertanto di Guerra Infinita, di lungo periodo (vedi le ipotesi di fonte
ufficiale sulla missione “giustizia
infinita”, "libertà duratura", ecc.).
Al di là
dell'immediatezza o meno e dell'intensità dei veri e propri atti di guerra
guerreggiata, si configura, comunque, una lunga fase di guerra permanente e
globale economica e di dominio. Una competizione globale sfrenata tra blocchi
geoeconomici per il controllo delle risorse energetiche, e per la fuoriuscita
dalla crisi attraverso il keynesismo militare. Una competizione in particolare
tra USA e UE, e in un momento in cui l'Europa sta realizzando
contemporaneamente il passaggio fra consolidamento ed affermazione definitiva
di un proprio autonomo blocco geoeconomico e geopolitico e la contraddizione
interna di uno sviluppo diseguale, e comunque basato su modalità diverse .
Si apre, pertanto, la
fase della globalizzazione che entra nella dimensione di guerra per permettere
al capitalismo di uscire da un contesto macroeconomico recessivo; rilanciando
l'industria bellica, per tentare di superare con l'economia di guerra la crisi
di domanda, di sovrapproduzione, che si coniuga ad una epocale e
strutturale crisi di accumulazione del
capitale.
Il Congresso USA ha dato
"carta bianca" a Bush e alla
sua amministrazione ad attuare qualsiasi tipo di operazione militare e in
qualsiasi paese sia ritenuto responsabile.
Al momento non vi sono
limitazioni di nessun tipo a ciò che l'amministrazione USA decida di fare;
basta ricordare che i "consigli" dati in precedenza dai partner
europei ed arabi non sono stati seguiti in nessun caso. Ad esempio era stato
chiesto di interrompere i bombardamenti in Afghanistan durante il Ramadam; di
non prolungare a lungo i bombardamenti per evitare numerose perdite tra i
civili e la presa di Kabul da parte dell'Alleanza del Nord: tutto ciò non è
stato preso in nessuna considerazione da Bush.
Ed anche l'opposizione
ad eventuali attacchi degli USA contro paesi come il Sudan, la Somalia e l'Iraq
non hanno smosso minimamente l'amministrazione americana dai suoi progetti.
E in aggiunta a ciò va
ricordato che il ritiro statunitense dal trattato sui missili antibalistici è
in sostanza passato senza alcuna reale opposizione; ciò farà si che i paesi che
già dispongono di armi nucleari siano
portati a rinforzare il loro arsenale e quelli che ancora non ne sono provvisti
a cercare in ogni modo di disporsi in tal senso.
E' questa la
globalizzazione?
"In futuro avremo
un mondo meno libero, segnato da una nuova geopolitica che, peraltro ha già da
qualche mese iniziato e ridisegnare i rapporti di forza tra gli stati. Il
baricentro del mondo si sta spostando nell'area che va dal Centro-Asia
all'estremo oriente, la cui parte occidentale è inzuppata di petrolio, mentre
quella orientale la più popolata con i suoi quasi 3 miliardi di abitanti. Non a
caso il Pentagono ha aumentato considerevolmente la sua forza navale
nell'oceano Pacifico occidentale: la globalizzazione si configura sempre più
come un infido teatro d'esibizione uso di distruttivi muscoli d'acciaio"[23].
Il concetto espresso da
Bush secondo cui la lotta al terrorismo
può colpire diversi luoghi in quanto il "nemico" può trovarsi ovunque portano conseguenze drammatiche
anche negli stessi paesi occidentali,
sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista politico, oltre alle ragioni di controllo geoeconomico
e geopolitico nella competizione globale.
La "guerra
giusta" intrapresa dagli USA e dai suoi alleati contro il terrorismo
nasconde pericolose insidie, attacchi alla libertà e alla democrazia; negli
stessi paesi cosiddetti a capitalismo avanzato il capitale tenta così la resa
dei conti definitiva con il movimento
dei lavoratori.
Basta ricordare un
recente discorso di Bush ai giornalisti
nel quale il Presidente degli USA sostiene: "Lasciatemi porre
condizioni alla stampa nel modo seguente: qualunque fonte e metodo di
informazione resterà protetto e segreto. La mia amministrazione non parlerà di
come raccoglieremo informazioni, se lo facciamo e cosa esse dicano. E' per la
protezione del popolo americano".
Queste parole
chiariscono, se ce ne fosse stato bisogno, che
vi è una minaccia reale alla libertà di pensiero, di stampa, di
associazione, in quanto in nome della sicurezza vengono sacrificate le libertà
acquisite nel corso degli anni attraverso le lotte dei lavoratori, del
movimento sindacale.
Ed è emblematico
riportare quanto scritto da Gore Vidal[24],
dopo l'attentato dell'11 settembre:
"Lo spaventoso
danno fisico che Osama e compagnia ci hanno provocato, durante il Martedì delle
Tenebre, non è nulla in confronto al
doppio colpo da KO inflitto alle nostre libertà in via di estinzione:
l'Anti-Terrorism Act del 1991 e la recente richiesta al Congresso di poteri
speciali supplementari. Per esempio quello di seguire intercettazioni
telefoniche senza mandato giudiziario, oppure quello di deportare residenti
legittimi e permanenti, turisti e immigrati privi di permesso di soggiorno
senza rispettare le procedure di legge e così via. Persino quel fedele
giornaletto cittadino corporativo che è il <Washingotn Post> si è
allarmato : < Il dipartimento della Giustizia sta facendo un uso
straordinario dei suoi poteri di arresto e detenzione dei singoli, e, a un
ritmo davvero inusuale, sta incarcerando centinaia di persone per reati
minori…>… E da un ritaglio pre-Osama :< Restrizioni della libertà
personale, del diritto della libera espressione delle proprie opinioni,
compresa la libertà di stampa, e dei diritti di associazione e di riunirsi in
assemblea; violazioni della privacy delle comunicazioni postali, telegrafiche e
telefoniche; permessi di perquisizione, ordini di confisca e restrizioni sulla
proprietà sono ritenuti leciti al di là dei limiti legali altrimenti
prescritti>. Il tono è familiare. Viene da un discorso di Hitler del 1933,
che invocava una legge-delega per la < protezione del popolo e dello
Stato>, dopo il catastrofico incendio del Reichstag che i nazisti avevano
segretamente appiccato…. In conclusione, il danno fisico che Osama e i suoi
amici possono infliggerci - per terribile che sia stato fino a oggi - è niente
in confronto a ciò che stanno facendo alle nostre libertà. Una volta alienato,
un <diritto inalienabile> può essere perso per sempre, nel qual caso non
saremmo più, nemmeno lontanamente, l'ultima e migliore speranza della terra ma
solo uno squallido stato imperiale i cui cittadini vengono tenuti a bada dalla
squadre SWAT e il cui stile di morte, e non di vita, viene imitato da
tutti."
Pertanto il movimento
dei lavoratori, e gli oppositori al modello capitalistico in genere, dovranno
fare i conti con questo scenario di
keynesismo di guerra come fenomeno economico strutturale e quindi
prepararsi a restrizioni da parte dei governi sul piano delle libertà
individuali e sindacali, dei diritti in genere e con forme di sviluppo della
spesa pubblica a carattere militare, con conseguenti restrizioni economiche che
colpiranno sempre di più i salari e la spesa sociale.
E' questo lo
scenario dei prossimi anni entro cui il
movimento dei lavoratori dovrà organizzarsi e confliggere.
[1] Ricercatrice
socio-economica; membro del Com. Scient. di CESTES-PROTEO.
[2] Professore di Statistica
Aziendale, Fac. di Scienze Statistiche, Univ.
“La Sapienza”, Roma, Direttore Scientifico CESTES-PROTEO.
[3] I valori sono valutati a
prezzi costanti 1958.
[4] Cfr. Z. Brzezinski , La grande scacchiera, Longanesi &
C,1997 , Milano, pag.36.
[5] Si ricorda che il grande
impero mongolo, pur essendo stato di vaste dimensioni e molto potente, ha
sempre realizzato occupazioni di tipo militare arrivando invece ad assimilare
gli usi e i costumi dei paesi invasi.
[6] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…", op. cit., pag.22
[7] C. Johnson, Gli ultimi giorni dell'impero americano,
Garzanti, settembre 2001, pag.139-140.
[8] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…, op. cit., pag.92-93.
[9] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…, op. cit.
[10] Cfr. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine
globale, Einaudi,2000, Torino, pag.54.
[11] Cfr. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto…, op.
cit., pag.88.
[12] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…, op. cit., pag.55.
[13] Cfr. S.P Huntington., Lo scontro delle civiltà…., pag.
306,307,308,310
[14] Cfr S.P Huntington., "Lo scontro delle civiltà…, op. cit.,
pag.157.
[15] Cfr. S.P Huntington., "Lo scontro delle civiltà…, op. cit., pag.135.
[16] Cfr S.P.Huntington., Lo scontro delle civiltà…, op. cit.,
pag.155
[17] M.Paolini, L'Europa dei corridoi e il nuovo quadro
strategico, GIANO, maggio settembre 2001, pag.167-168-169
[18] Cfr. M. Dinucci, Sotto il corridoio afghano,
Il Manifesto 18 ottobre 2001 pag.7
[19] Cfr. Sturani M. , Lo scenario nero è un regime nemico a Riad,
in CorriereEconomia, 22 ottobre 2001, pag.2
[20] Cfr.F.Rampini, In guerra per il petrolio. L'altra faccia
dei raid, in Repubblica del 24
ottobre 2001, pag.14.
[21] Cfr. S. Trippodo, La strategia occidentale e l'alternativa
asiatica, in LIMES, gruppo ed. l'Espresso, Roma, ottobre 2001, pag.10
[22] Cfr. Mini F., Perché combattiamo ancora", in Le spade dell'Islam, Quaderni LIMES,
novembre 2001, pag.15,16
[23] G.Moriani, L'oro nero del Mar Caspio, Il Manifesto, 29 dicembre 2001, pag.18
[24] Cfr. G.Vidal (scrittore
americano), La fine della libertà. Verso
un nuovo totalitarismo?, Fazi editore, Novembre 2001, pag.23,24.