IN CHE MONDO VIVIAMO …!!!

di

R. Martufi[1]  e L.Vasapollo[2]

1. Le manovre e le dinamiche  politico-economiche dei paradigmi decisivi del potere mondiale.

 

I venti di guerra che di nuovo soffiano impetuosi in questi ultimi mesi hanno, con la loro drammaticità, apportato dei cambiamenti radicali. Allora diventa necessario cercare di comprendere  e chiarire la nuova fase economica e politica che stiamo attraversando a partire dai soggetti e dalle aree maggiormente coinvolte.

Il ventesimo secolo, pur caratterizzandosi per le enormi e inaspettate scoperte scientifiche nei campi  della medicina, delle comunicazioni, della produzione tutta, ecc., viene ricordato soprattutto per la mostruose e crudeli guerre che hanno coinvolto tutto il pianeta (oltre alle due guerre mondiali non vanno dimenticate le decine di guerre civili  di portata internazionale). Ciò ha significato la morte di quasi 90 milioni di persone, numero al quale vanno sommati gli 80 milioni di morti dietro il paravento di ragioni religiose o etniche, in genere per conflitti locali.

In questo contesto si è venuta a determinare una posizione di assoluto predominio da parte degli USA che già con  la seconda guerra mondiale  hanno registrato una crescita ed una espansione gigantesca; infatti il PIL ad esempio è passato da 192,9 miliardi di dollari nel 1938 a 361,3 miliardi di dollari nel 1944;[3] in modo ancora più massiccio rispetto alla prima guerra mondiale sono  quintuplicate le esportazioni.

Con la guerra  gli USA hanno visto realizzate le premesse keynesiane attraverso gli investimenti pubblici e l'accrescimento della produzione bellica, una crescita finanziata in maggior parte dalla politica di allargamento della base monetaria; si sono  create così, quelle condizioni di incrementi occupazionali e ed inflazione "compatibile e controllata" (condizioni in pratica durate, con oscillazioni cicliche, fino all'amministrazione Reagan).

Infatti negli anni  immediatamente seguenti al 1945  si è attuata la previsione di Keynes di una tendenza alla cosiddetta piena occupazione con ridotta inflazione. E' così che gli USA hanno iniziato a dominare il mondo soprattutto per la loro potenza economica e militare. Questa situazione si è  rafforzata in modo sempre più esteso nonostante le crisi economiche congiunturali.

Già dalla metà degli anni '60 si manifestano forti problemi di accumulazione all'interno dei processi cosiddetti fordisti. Con la fine del boom economico post-bellico e di ricostruzione, in Europa e in Giappone, e con processi di ristrutturazione e razionalizzazione fordista, si cominciano ad evidenziare linee di deindustrializzazione.  Nonostante il sostenimento della domanda attraverso politiche keynesiane, anche militari,  e la guerra in Vietnam, gli Stati Uniti vedono, già a partire dal 1966-67, un crollo della produttività e della redditività accompagnato da una crisi monetaria-creditizia che, a causa del crescere dell'inflazione, colpisce il ruolo del dollaro come valuta internazionale di  riferimento. Si passa, così, ai tassi di cambio fluttuanti, a forti instabilità attraverso la fine degli accordi di Bretton Woods e la conseguente svalutazione del dollaro.

Si riconosce tale era come quella della rigidità dei processi di accumulazione, proprio perché tale fase fordista è identificata dalla rigidità degli investimenti e dell'innovazione tecnologica, da una rigidità dei mercati di incetta e dei mercati di consumo; a ciò si aggiunge la rigidità del mercato del lavoro, grazie anche alla forza espressa dal movimento operaio tra la seconda metà degli anni '60 e l'inizio degli anni '70.

A partire dall'inizio degli anni '70, comincia a venir meno quel connubio fra sistema produttivo fordista e modelli keynesiani attraverso i quali lo Stato realizzava un sistema  di mediazione, regolazione e compressione del conflitto sociale. Interpretare l’attuale fase,  iniziata con i primi anni '70, dello sviluppo del capitalismo, non solo per gli USA, significa analizzare le modalità di gestione della crisi del modello fordista finalizzate ad evitare una intensa svalutazione del capitale.

Parlare attualmente di era postfordista non significa che non sussistano ancora elementi tipici dei processi fordisti, anzi  il cosiddetto modello post-fordista tipico dell'area centrale dei paesi a capitalismo avanzato convive  con un tipico modello ancora fordista della periferia e addirittura con modelli schiavistici dei paesi dell'estrema periferia (dove per estrema periferia si intendono anche alcune aree marginali del centro nei paesi a capitalismo avanzato). Tutto ciò perché oggi convivono le diverse facce di uno stesso modo di produzione capitalistico, anche se lo si vuole identificare come l'era della "New Economy" e del paradigma dell'accumulazione flessibile. E' comunque una fase in cui si accentua crescita distruttiva senza alcuna forma di sviluppo sociale e di civiltà. Il processo che ha caratterizzato lo sviluppo industriale degli ultimi 25 anni nei paesi a capitalismo maturo è stato, infatti, contraddistinto quasi sempre e, anche se in modo diversificato, ovunque da un forte aumento della produttività del lavoro, a cui è corrisposto un risparmio di lavoro che eccede decisamente la creazione di nuove opportunità occupazionali.

In effetti gli incrementi massicci di produttività, dovuta ad intensi processi di innovazione tecnologica e ad una conseguente ridefinizione del mercato del lavoro, hanno fatto sì  che tali incrementi si traducessero esclusivamente in aumenti vertiginosi dei profitti e delle varie forme di remunerazione del fattore produttivo capitale. Il fattore lavoro non ha avuto alcun tipo di beneficio in termini di redistribuzione reale di tali incrementi di produttività, in quanto, non si è realizzato incremento occupazionale, né corrispondenti incrementi nell'andamento dei salari reali, né tanto meno relativi andamenti decrescenti nell'orario di lavoro ed, infine, neppure il mantenimento dei precedenti livelli di salario indiretto quantificabili attraverso la spesa sociale complessiva.

Globalizzazione significa  dominio delle Borse  e della finanziarizzazione dell'economia in conflitto con qualsiasi forma di  miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, ostacolando la libertà di scelta e allargamento dei diritti universali; questo concretamente è il concetto di modernità del capitalismo selvaggio anche se si tenta di  plasmarlo su toni più consoni ed equilibrati.

La generalizzazione e globalizzazione  del capitalismo selvaggio,  tipico del modello americano-anglosassone, continuano a far ritenere gli USA riferimento centrale di uno sviluppo  mondiale a guida unipolare, in particolare dagli ultimi anni '80, con la fine dell'URSS.

"L'America ha una posizione predominante nei quattro settori decisivi  del potere mondiale: militarmente, ha un controllo mondiale incontrastato; economicamente, resta la principale locomotiva della crescita internazionale, anche se incalzata in alcuni settori dal Giappone e dalla Germania (che non possiedono tuttavia tutte le altre prerogative di una potenza mondiale); tecnologicamente, mantiene un primato generale nei settori più avanzati dell'innovazione; e culturalmente, nonostante qualche aspetto grossolano, esercita un richiamo senza pari, specialmente fra la gioventù del mondo intero. Tutto questo le dà un peso politico che nessun altro paese possiede. Ed è la combinazione di questi quattro fattori che fa dell'America l'unica superpotenza globale sotto ogni profilo".[4]

E sulla falsariga dei grandi imperi del passato (quello romano, quello cinese e quello mongolo) gli USA tendono alla costituzione di un grande "impero" attraverso il dominio geoeconomico e geopolitico di gran parte del territorio mondiale. E come i romani e i cinesi[5] in passato conquistavano i territori non solo militarmente ma anche e soprattutto attraverso il controllo culturale e la conseguente assimilazione dei territori  occupati dei loro usi e costumi, così gli USA  si adoperano per sottomettere e soggiogare sempre nuovi territori attraverso il modello economico , politico, la cultura, la moda, il sociale, ecc. 

Infatti "….L'esercizio del potere <imperiale> americano deriva in larga misura dalla superiore organizzazione, dalla capacità di mobilitare prontamente grandi risorse economiche e tecnologiche per scopi militari, dal vago ma significativo richiamo dello stile di vita americano….".[6]

In questo senso l'Occidente può essere considerato come un mondo il cui  interesse gira intorno alla superpotenza degli USA.

I messaggi che trasmette la cultura di massa americana sono fatti propri da gran parte dei giovani di altri paesi; la musica, i film, i programmi della televisione, internet e così via, tutto a dimostrare il predominio americano nel mondo. Questo ha permesso agli USA di considerare il pianeta come propria scacchiera per il "gioco" del dominio totale, nel quale è possibile e lecito intervenire in qualsiasi momento. A tal fine anche le maggiori istituzioni internazionali, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, sono controllate completamente dagli USA,  che diventano così "compressore", "regolatore" della politica economica mondiale. D'altra parte anche un organismo internazionale come l'ONU non è in grado di garantire la stabilità, in quanto non è in possesso di un reale potere concreto, in cui forte è l'influenza USA. Ciò contrasta con le finalità istituzionali delle Nazioni Unite che dovrebbero invece dotarsi di strumenti realmente efficaci attraverso una cooperazione internazionale non limitata dalle paure e dagli egoismi nazionali; anche perché istituzionalmente l'ONU dovrebbe allargarsi al massimo (con l'inclusione ossia di più paesi possibili) per cercare di limitare gli squilibri attualmente esistenti tra paesi ricchi e paesi poveri.

La globalizzazione coincide proprio con la fase a guida unipolare del mondo, in particolare dagli ultimi anni '80 a metà degli anni '90.

Ma è proprio in questo quadro  che si inserisce la linea portante della cosiddetta fase dell'accumulazione flessibile, cioè la completa riorganizzazione e deregolamentazione del sistema finanziario mondiale con innovazioni di strumenti, di mercati, di intermediari e con un decentramento dei flussi. Tutto ciò ha evidenziato la necessità della strutturazione di un unico mercato mondiale  finanziario e creditizio, anche se telematico e virtuale, facendo emergere i grandi conglomerati finanziari con un ruolo centrale degli investitori istituzionali. Il contenuto effettivo della cosiddetta globalizzazione è dato, pertanto, non dalla mondializzazione degli scambi, ma da quella delle operazioni del capitale, tanto sotto la forma industriale che finanziaria.

Questi elementi devono essere interpretati come l'avvisaglia della maturità di un grande regime di accumulazione mondiale nuovo; una accumulazione flessibile, il funzionamento della quale è sottomesso alle priorità del capitale privato e finanziario altamente concentrato, in cui l'UE sta cercando di giocare un ruolo di primo piano e in aperta competizione con gli USA, che cercano in tutti i modi di rilanciare il loro ruolo di "gendarme" di un mondo a guida unipolare.

A questo proposito è necessario ricordare che negli ultimi dieci anni  gli USA sono stati impegnati in prima linea in ben quattro conflitti. La prima guerra è stata quella del 1991 contro l'Iraq, poi  c'è stata la guerra in Croazia e Bosnia, ancora l'aggressione ad opera della NATO (guidata sempre dagli USA) contro la Serbia ed infine l'ultima ancora in corso contro l'Afghanistan, con la scusa del " terrorismo internazionale".

E a conferma di quanto sia inopportuna e priva di fondamento la politica estera americana è interessante leggere quanto scritto da  Chalmers Johnson, professore emerito all'Università di California, che in poche righe fotografa e condanna le varie forme di militarizzazione adottata dagli USA.

"Dieci anni dopo la fine della guerra fredda, il Pentagono  monopolizza l'elaborazione e l'attuazione della politica estera americana. Gli Stati Uniti hanno un unico, solitamente inappropriato  mezzo per raggiungere i propri obiettivi esterni: le forze armate. Ormai da tempo non dispongono più di istituzioni valide, tra cui un corpo diplomatico maturo, culturalmente e linguisticamente esperto, organismi internazionali realmente affidabili, sostenuti politicamente e finanziariamente dall'opinione pubblica americana e in grado di dare legittimità alle iniziative americane all'estero, politiche economiche che sfruttino l'enorme attrattiva del mercato americano per ottenere dai paesi esteri risposte adeguate, o finanche la capacità di esprimere i valori americani senza ritrovarsi accusati - a ragione - di intollerabile ipocrisia. L'uso dei missili da crociera  e dei bombardieri B2 per raggiungere obiettivi umanitari è la dimostrazione di quanto squilibrato sia diventato l'apparato decisionale della nostra politica estera. L'intervento  in Jugoslavia nella primavera del 1999, richiesto dagli americani e condotto dalla NATO per proteggere la maggioranza albanese in Kosovo fu un tragico esempio di tutto ciò che non si dovrebbe fare….La potenza militare non è sinonimo  di <leadership del mondo libero>"[7].

E la recessione ormai presente da tempo negli USA, anche se mascherata da una crescita economica pompata dall'indebitamento interno ed estero, dal cambio sostenuto e dalla "bolla" finanziaria" speculativa di Borsa, mette in evidenza una crisi che ha anche carattere strutturale e non semplicemente ciclico-congiunturale.

Ecco perché anche  dopo ciò che è accaduto l'11 settembre è diventato ancora più lampante che gli USA non possono aspirare ad essere gli unici gendarmi o i moralizzatori del pianeta, non avendo nessuna legittimità per essere una guida unipolare come "polizia del mondo". Inoltre, per quanto detto in precedenza, devono essere considerati anche un paese che ha seri problemi interni di stabilità e di crescita economica, di sviluppo sociale, di equilibrio generale con i seri problemi etici, politico-economici, sociali, da risolvere.

E se il predominio assoluto degli USA è in difficoltà, se la "belle epoque" della globalizzazione a guida unipolare è finita, allora quali sono gli immediati competitori nella spartizione del dominio globale?

Il primo paese da considerare è il Giappone, anche se in questi ultimi anni sta subendo  una crisi economica a guida USA, dalla quale ancora non riesce a uscire. Il Giappone è stato per lunghi anni additato come paese esemplare, sfuggito alla colonizzazione e anzi alleato degli occidentali. Questo paese è stato considerato dagli occidentali per lunghi anni come un esempio di democrazia ed è stato sostenuto dagli USA sia nell'ingresso nella NATO  sia nell'Organizzazione per la  Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Con la convinzione che comunque il processo di sviluppo economico di questo paese non potesse costituire un problema, gli americani hanno sostenuto e trasferito al Giappone tecnologie di importanza determinante.

L'economia giapponese però, con la realizzazione di prodotti sempre più sofisticati  ed avanzati  immessi nel mercato mondiale ed in particolare in quello americano, con i forti  tassi di produttività, con il modello della flessibilità e della qualità totale, ha prodotto una sovrabbondanza di capacità industriale che ha portato nel 1997 allo scatenarsi di una crisi  di sovrapproduzione. Si tratta di una crisi diretta, imposta e sostenuta nel tempo dal grande capitale USA che  si è reso conto che le proprie industrie tecnologiche, elettroniche , delle automobili, ecc., si sono trovate in una situazione di completo assoggettamento al potenziale industriale nipponico. Da quel momento il crollo della guida giappopnese si è tirato dietro tutte le economie asiatiche che entrarono in una crisi  profonda che si è estesa in breve tempo.  Una crisi estremamente favorevole agli USA che hanno potuto ridefinire la loro influenza ed espansione nei mercati asiatici.

Certo nell'area asiatica le variabili per un nuovo, forte e competitivo polo geoeconomico e geopolitico sono molteplici, a partire dal ruolo che sta esercitando l'asse russo-cinese-indiano che può rafforzare e maggiormente concretizzare le mire espansionistiche a scapito degli USA.

Un ruolo nuovo e determinato  viene rivestito dall'Europa (soprattutto dopo l'istituzione della moneta unica europea), che oltre ad avere una significativa potenza militare (al momento limitata a livello nazionale ma che si sta attrezzando senza problemi particolari a essere organizzata a livello comunitario) ha una elevata capacità economica e finanziaria, al punto anche di superare gli USA nel volume degli scambi commerciali. Questo fa sì che l'UE potrebbe diventare la "nuova superpotenza" nel mondo; è chiaro che per poter raggiungere questo risultato  dovrebbe  acquisire, oltre ad una unità economica, anche e soprattutto una unità politica, cosa ben più difficile da realizzare considerando le notevoli differenze e discordanze esistenti tra i vari paesi europei.

Va ricordato che l'Unione Europea assomma una popolazione di circa 400 milioni di persone, che hanno degli standard di vita e di modello politico-economico molto simile a quello degli USA. Nell'Unione Europea  l'Italia gioca un suo ruolo con particolari mire espansionistiche verso i paesi dell'est europeo e l'Africa mediterranea, la Francia  vede un modo per ridiventare una vera potenza mondiale, mentre la Germania cerca soprattutto la sicurezza ed anche un riscatto che le restituisca  un prestigio etico e politico, ma soprattutto di espansione geoeconomica. La riunificazione delle due Germanie ha fatto diventare automaticamente questo paese la prima potenza  dell'Europa occidentale anche perché :  "Per esempio, in percentuale sul bilancio complessivo, la Germania partecipa all'UE per il 28,5% ; alla NATO per il 22,8%; all'ONU per l'8.93%, oltre a essere l'azionista più importante della Banca Mondiale e della BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e  lo Sviluppo)".[8]

La Gran Bretagna invece, non è entrata volontariamente  nell'Unione Monetaria, e può essere considerata una semplice appendice degli USA essendo a tutti gli effetti "vassalli fedeli" del grande "feudatario americano";  anche perché la Gran Bretagna vede nell'asse con gli USA l'unico modo per mantenere un ruolo di forte e grande potenza, rafforzando i propri specifici interessi geopolitici.

L'Europa, comunque, non rappresenta soltanto e semplicemente "la testa di ponte"[9] degli USA sull'Eurasia; è per questo che non è stato possibile influenzare fino in fondo in chiave americana il lungo cammino dell'integrazione monetaria ed economica dell'Europa.

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2. La competizione globale non è la globalizzazione

 

Le guerre economiche sui mercati del cambio, gli attacchi speculativi sui mercati finanziari, l'uso delle crisi geopolitiche di area (quelle nei Balcani, i  Afghanistan, in tutta l'Eurasia, e quelle ad apparenti connotati diversi dell'Argentina, sono sistematiche e sintomatiche) rappresentano momenti di guerra economica, finanziaria, commmerciale e politica di una violenta competizione fra poli geoeconomici, in particolare USA e UE. Quest'ultima è ormai in forte competizione con gli USA sia per quanto riguarda l'imposizione del nuovo ordine geopolitico mondiale, sia per la spartizione del mercato mondiale sia, infine per il controllo delle mire espansionistiche geoeconomiche del polo asiatico da parte ancora del Giappone o dell'eventuale costituendo asse russo-cinese-indiano.

Questi sono solo alcuni aspetti della guerra di egemonia economica che si fa sempre più frontale in tutte le aree del pianeta fra il polo geopolitico-geoeconomico USA e quello dell'UE. E lo scontro è diventato ancora più duro con l'avvento dell'Euro e con il timore da parte USA che nel tempo crescano le opportunità di rafforzarsi e diventare valuta di riserva e di riferimento internazionale.

Comunque, la mondializzazione capitalistica e l’intento del capitale finanziario di dominare il movimento di capitale nella sua totalità, non cancellano l’esistenza degli Stati nazionali, bensì tali processi accentuano i fattori di gerachizzazione tra i paesi e ne ridimensionano la configurazione, acutizzando così i conflitti per il controllo su quelle aree a maggiore interesse di spartizione geopolitica e geoeconomica. E' questo il contesto della competizione globale.

In tale scenario si sviluppa il quadro macroeconomico mondiale degli anni ‘90, in particolare la seconda metà, contemporaneamente caratterizzato da tassi di crescita molto deboli del PIL, compresi i paesi come il Giappone che hanno svolto una funzione trainante nei confronti del resto dell’economia mondiale; una deflazione crescente; una congiuntura mondiale estremamente instabile, inframmezzata da sussulti monetari e finanziari; aumento di investimenti che si  è accompagnata alla crescita della disoccupazione di massa e la sua natura tecnologica e strutturale, coniugata al contenimento dei salari reali, da flessibilità  e precarizzazione del lavoro e le condizioni del lavoro medievali in molti paesi in cui la manodopera viene sfruttata all’estremo.

Si determina, così, l’accentuarsi delle diseguaglianze di reddito e di condizioni di vita all’interno anche dei paesi a capitalismo maturo che si è accompagnata alla marginalizzazione di intere regioni del globo dal sistema di scambi e ad una concorrenza internazionale sempre più intensa.  Nel caso dei paesi OCSE, circa i tre quarti delle operazioni d’investimento all’estero hanno preso la forma di operazioni di acquisizione e di fusione di imprese esistenti, ovvero di cambiamento di proprietà del capitale esistente, spesso seguiti da ristrutturazioni di processo e di prodotto, che hanno determinato disoccupazione senza creazione di mezzi di produzione nuovi; e laddove ci sono stati investimenti produttivi questi non hanno necessariamente diminuito la disoccupazione, anzi il contrario. In molti mercati, i tassi di concentrazione mondiale sono dunque analoghi a quelli di trent’anni fa, tipici delle economie chiuse.

Si aggiunga poi che il contesto complessivo della cosiddetta globalizzazione è stato sempre più legato alla dinamica specifica della sfera finanziaria, la cui crescita a ritmi qualitativamente superiori a quelli degli investimenti produttivi, del PIL o degli scambi, sono stati il fattore che ha maggiormente sconvolto la situazione economica degli ultimi 15 anni. A  risentirne sono stati i paesi in particolare delle aree a basso e medio livello di sviluppo soprattutto dell'Europa dell'Est e dell'Asia centrale ricca di risorse petrolifere e di gas; intere aree che  devono affrontare questi problemi sotto il ricatto di una guerra economica, e non solo, fra USA e UE.

Sono questi due blocchi economici che impongono gravi costrizioni dovute al peso schiacciante del debito contratto dai i paesi dipendenti. E' proprio agli USA e ai paesi UE che (vedi da ultimo la situazione in Argentina) si devono pagare in interessi più di quello che si è ricevuto in prestiti, donazioni, investimenti; e il pagamento di un debito così cospicuo  costringe  i paesi del Terzo Mondo a saccheggiare le foreste, svendere le materie prime, supersfruttare e distruggere il patrimonio ambientale in genere sottostare ad accordi neoliberisti e a privatizzazioni e a standard sociali minimi, tali da attirare gli investitori stranieri.

 

3. Altro che sviluppo!! Il nuovo sistema schiavistico del Terzo Mondo

 

Il dominio del centro sulla periferia si esprime nell’enorme disuguaglianza dei livelli relativi allo sviluppo e nella crescente difficoltà a raggiungere una crescita dinamica ed autonoma nei paesi del Terzo Mondo.

Il sistema mondiale riproduce su scala ampliata la contraddizione centro-periferia, tenendo ancorati ad un luogo e ad una funzione, determinanti per la propria produzione interna o per l’esportazione, i diversi paesi che ne fanno parte. Questa tendenza configura una struttura mondiale che permette ai paesi sviluppati di giocare un ruolo dominante nel settore industriale, agricolo, finanziario, militare e tecnologico, che può essere accresciuto attraverso la lotta dei mercati del capitale soprattutto contro il Terzo Mondo, che subisce fame, sottosviluppo, guerra di ogni tipo, economica, commerciale, finanziaria, militare; cioè milioni di vite in vario modo distrutte ogni anno. E nonostante tutta la potenza economica e tecnologica che gli USA e i paesi occidentali mostrano al mondo intero la principale contraddizione che si può trovare è senza dubbio quella riguardante il dominio delle aree territoriali che producono energia e materie prime; questi territori sono abitati da popolazioni povere che vedono sfumare la propria ricchezza a favore dei paesi ricchi, i quali senza nessuna remora si appropriano di tutte le risorse energetiche di cui questi paesi dispongono, fino a determinare e controllare ogni ragione e ogni momento del vivere sociale.

E, quindi, paradossalmente i morti causati dal terribile attentato dell'11 settembre visto giustamente dagli occidentali come una barbarie, può essere interpretato dalle popolazioni dei paesi poveri come un danno di poco rilievo se confrontato con le migliaia di morti civili (palestinesi, afghani, iracheni, ecc.) causati dall'Occidente con le proprie guerre. Due mondi, due modi di vedere che difficilmente si incontrano.

In mancanza di una rottura radicale con la struttura della dipendenz,a i paesi a medio sviluppo  (e in Europa quelli dell'area balcanica e dell'ex blocco socialista, in pratica i paesi dell'Eurasia allargata ne sono un esempio eclatante) e del Terzo Mondo si continuano a vedere condizionati a sviluppare la loro industria e la loro produzione agricola in modo tale che i paesi portatori dei diversi progetti di dominio globale ne beneficino a piene mani e senza scrupolo alcuno.

Siamo tutti coscienti che i paesi  a medio-basso sviluppo (come ad esempio quelli dell'area balcanica, dell'est europeo, per non parlare di alcune diverse realtà asiatiche) in molti casi hanno delle grandi potenzialità economiche nel loro territorio, sia in termini di risorse materiali sia di capitale umano, nonostante ci siano delle grandi disuguaglianze economiche e sociali tra paese e paese. Questi paesi, per poter sopravvivere sono indebitati in una maniera incredibile con i paesi sviluppati, i quali così facendo sfruttano le risorse di queste aree tenendole sotto il loro controllo ed evitando così che, quelli più stabili economicamente e politicamente, diventino un domani concorrenti pericolosi. Hong Kong, Singapore, Taiwan, le altre ex "tigri asiatiche" e altri paesi anche dell'America Latina, sono stati costretti a convertire i processi di trasformazione. Il loro sviluppo è ormai direttamente sottomesso dalle esigenze del mercato europeo e statunitense.

E' la domanda esterna dei due grandi poli occidentali che modella l’ampiezza e l’orientamento del processo di accumulazione del capitale asiatico  e latino-americano, funzionale al paradigma dell'accumulazione flessibile occidentale. La maggior parte dei paesi dell'America Centrale e Meridionale, l’Africa Sub-Sahariana, il Sud Asia hanno deboli apparati politici, economici e produttivi, non essendo ancora capaci di dare l’impulso ad un processo di industrializzazione avanzato e autonomo. Si tratta di aree del tutto funzionali a veri a propri processi di "nuova colonizzazione" da parte dei due poli USA e UE. Vi sono in queste aree anche dei paesi che dagli anni ’70 hanno sperimentato una crescita economica nell’industria sotto l’azione combinata del capitale straniero e di quello controllato dalla borghesia interna. E' proprio qui che ha un ruolo dominante il capitale finanziario occidentale che ha cercato di modificare i termini di dominio politico-economico e dare un nuovo impulso all’industrializzazione dipendente fortemente dalle importazioni. Si è così sempre andata  mantenendo una struttura di controllo totale della forza lavoro con una distribuzione dei salari che non deve consentire una crescita verso la reale sussistenza.

Infine, nei paesi esportatori di petrolio con importanti risorse finanziarie (Arabia Saudita, Venezuela, ecc.) o nei paesi con grande abbondanza di risorse naturali e con "capitale umano" specializzato e a basso costo pronto per le dinamiche economiche imposte dalle grandi potenze dell'occidente, il mercato interno si espande in modo significativo, dando un impulso ad una industria del tutto dipendente dal capitale finanziario USA e UE (ad es. Colombia, Cile, Nigeria, Indonesia, ecc.). La crescita economica di alcuni di questi paesi è dovuta al processo di accumulazione e di trasformazione tecnologica che ha creato un nuovo e solido modello di dipendenza finanziaria e tecnologica dai due grandi poli occidentali. La riproduzione su vasta scala del moderno apparato industriale, agroindustriale e agricolo è basato sull’importazione di macchinari, attrezzature e fabbricazioni e sulla completa dipendenza finanziaria. L’alto livello di importazioni inerente a questo modello di crescita e l'impostazione di un basso dinamismo del settore delle esportazioni, le relazioni di scambio diseguale, gli utili rimessi alle imprese straniere, lo "strangolamento" imposto con l'usura dei creditori sul debito estero, sono alcuni degli elementi che originano nei vari decenni uno squilibrio macroeconomico. La tendenza continua al deficit della bilancia commerciale, colmato con sempre più frequenti ricorsi ad un indebitamento con l’estero e ad uno continuo ricorso all'impiego di capitali stranieri finanziari e il rilancio controllato delle crescita economica, spiegano bene le dinamiche dello schiavismo moderno, della completa sottomissione politico-economica quale via per ottenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.

La liberalizzazione degli scambi, insieme alla deregolamentazione e allo smantellamento della legislazione a tutela dei salari, ha permesso ai gruppi delle multinazionali, in particolare americane, di sfruttare simultaneamente i vantaggi della libera circolazione delle merci e delle forti disparità tra i paesi, le regioni o i luoghi situati anche all’interno delle stesse grandi aree economiche occidentali.

La politica economica determina sempre più scelte monetariste e neoliberiste, lasciando intatte le cause profonde che originano gli squilibri della struttura produttiva approfondendo il deficit commerciale. Seguendo le indicazioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, numerosi governi dei paesi dipendenti ( vedi da ultimi Messico, Brasile, Indonesia, Malesia, Russia, Argentina, ecc.) continuano ad applicare politiche non di semplice congiuntura ma sempre più invece di carattere strutturale e di apertura commerciale dipendente accelerata, con privatizzazione delle imprese statali e la deregulation economica. Si realizzano così politiche economiche che hanno come prime ripercussioni l’abbassamento dei salari reali, l’aumento della disoccupazione, la deindustrializzazione senza investimenti reali e produttivi finanziati da capitale interno e, quindi, l’ampliamento della dipendenza dai due grandi blocchi economici occidentali USA e UE

 

4.Capitale finanziario e capitale produttivo: le due facce del dominio mondiale

 

La configurazione e le modalità d'uso, a finalità di controllo sociale complessivo, del capitale privato mondializzato non ha smesso di modificarsi e oggi si indirizza sempre più a favore di istituzioni finanziarie non bancarie legate alle multinazionali , in un perverso legame fra capitale finanziario e capitale produttivo (che si configura sempre più nelle dinamiche degli IDE, investimenti diretti esteri).

La dimensione internazionale propria del dominio mondiale è sempre più basata sull’esportazione di capitali e non tanto sull’esportazione di beni e servizi; esportazioni però verso quei paesi aperti al mercato che si caratterizzano per un medio livello di sviluppo. Si tratta di una dimensione geoeconomica sull’estero che si rivolge a quel gruppo di paesi di una nuova frontiera, facilmente ricattabili dai grandi poteri finanziari internazionali e dagli organismi istituzionali finanziari, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

Si tratta,  cioè dei luoghi del comando del dominio mondiale che anche attraverso il controllo di forme istituzionali di finanziarizzazione centralizzano un risparmio, la cui fonte iniziale proviene dai salari sociali complessivamente ridotti a vantaggio della rendita finanziaria internazionale. Dal momento in cui il risparmio accumulato va oltre un certo livello, i fondi del mercato finanziario prendono posto nella categoria delle istituzioni finanziarie non bancarie, la cui funzione è quella di far fruttare una crescita elevata del capitale finanziario, conservandone la forma della liquidità, massimizzandone i rendimenti,  e avendo a disposizione una enorme massa finanziaria per la "stabilità" funzionali ai grandi giochi di dominio complessivo del capitale. In questo ruolo al primo posto  si trovano i grandi fondi-pensione anglosassoni e le società di investimento collettivo, incrementati dalle quote trattenute sui salari e sugli stipendi con lo scopo, ovviamente quello dichiarato, di assicurare ai lavoratori una pensione regolare e stabile, ma con il fine reale di rendere immediatamente disponibili ingenti somme per la speculazione finanziaria. Si abbassano così con tali meccanismi le forme pubbliche di previdenza e tutela sociale, trasformando il Welfare State in Profit State. Cosi facendo i fondi  di investimento cessano di essere l’espressione di un risparmio modesto, divenendo delle istituzioni centrali del capitale finanziario e prendono un posto di primo rango nella finanza speculativa. Il compito dei fondi-risparmio diventa quello di valorizzarsi conservando la forma-denaro disponibile come “massa finanziaria” di destabilizzazione politica ed economica di quelle aree, di quei paesi che non si rendono immediatamente disponibili e funzionali ai meccanismi dell’accumulazione del capitale internazionale e, quindi, alla “stabilità” imposta dai grandi poli geoeconomici in termini di dominio mondiale.

Ciò è parte determinante di una sorta di apparente processo di determinazione monopolistica del capitale che se, in qualche senso, può essere utile ai giochi del capitalismo finanziario, porta però ad una forte competizione tra i grandi potentati oligopolistici soprattutto del capitale industriale. Più si allargano i contesti territoriali della cosiddetta  globalizzazione più la guerra tra i capitali aumenta, anzi assume la forma di guerra economica del capitale finanziario e capitale industriale-produttivo, tra settori del capitale internazionale che controllano i vari segmenti economici-produttivi; guerra intercapitalistica che si accompagna  alla secolare guerra tra paesi e poli geoeconomici diversi.

Si realizza, così, una mondializzazione finanziaria e produttiva a quasi esclusivo dominio USA e UE in cui  gli squilibri economico-produttivi si acuiscono progressivamente; e si realizza, allo stesso modo, un processo profondo di modificazione e di distribuzione del reddito in favore dei redditi finanziari e comunque del capitale (profitti industriali che vanno a rendita per poi tornare a profitti), strozzando definitivamente non solo i paesi del Terzo Mondo ma soprattutto quelli a medio livello di sviluppo. Nell’ambito dei processi di  ridefinizione delle aree di influenza dei poli geoeconomici il controllo delle risorse materiali (petrolio, gas, metano, minerali preziosi, ecc.) e del capitale umano (lavoratori specializzati a basso costo e con minimi livelli di diritti) delle regioni a medio livello di sviluppo diventa, pertanto, motivo forte e strategico di contesa nella competizione globale. 

La dinamica geografica dei flussi degli investimenti diretti esteri (IDE) ha, infatti, rappresentato negli anni ’90 lo strumento principale del  paradigma della “stabilità politico-economica globale “, rimettendo in parte al centro dell’iniziativa capitalistica l’investimento produttivo che non può rimanere del tutto subordinato alle dinamiche della finanziarizzazione. Infatti, la sfera finanziaria si alimenta proprio della ricchezza creata dagli investimenti produttivi nei paesi a medio livello di sviluppo, tra i quali centrali sono quelli dell’Eurasia. Investimenti in quest’area significano profitti per le multinazionali, accaparramento di risorse primarie e di capitale umano a basso prezzo e a buona specializzazione, controllo del petrolio, delle materie prime e delle fonti di energia, determinazione della valuta di quotazione dei barili del petrolio e, quindi, determinazione della valuta che giocherà in futuro il ruolo di riserva internazionale.  Significa, cioè,  profitti e capitali immediatamente disponibili per gli operatori finanziari, istituzionali e non, per le speculazioni internazionali e capitali industriali produttivi pronti a processi sfrenati di sfruttamento. Si tratta delle due facce del capitale internazionale che ha comunque carattere destabilizzante per i paesi poveri e a medio livello di sviluppo, sottoposti all’aggressione economica, finanziaria e militare.

 

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5. I nuovi territori di conquista

5.1. La lunga lotta per il controllo dei Balcani

 

L'area balcanica più vicini al nostro Paese è teatro da anni di guerre "umanitarie" da parte della NATO con la ipocrita e falsa motivazione di combattere il "nazionalismo radicato, l'intolleranza e la pulizia etnica", ed è collocata in un contesto geografico europeo anche se è oggetto di attenzioni ben più ampie. Popoli come i serbi, i croati, i bulgari, gli albanesi, i bosniaci devono essere considerati "europei a tutti gli effetti"; anche se poi sono visti come appartenenti a quella parte di  Europa  debole e sottomessa che deve comunque in qualche modo essere "civilizzata"; ma meglio sarebbe dire sfruttata e usurpata delle proprie risorse.

E' chiaro, quindi, che gli interventi militari da parte della NATO (guidati come sempre dagli USA) rispondono ad esigenze di dominio geoeconomico e geopolitico; esigenze rese sempre più pressanti dalle pressanti mire espansionistiche USA accelerate dalla crisi economica. Infatti, l'intervento militare nei Balcani del 1999 ha dato un nuovo stimolo alla grande industria bellica americana con la possibilità di raggiungere elevati profitti per le industrie di armi e insediandosi in un'area strategica tentando di diminuire l'influenza dell'UE. Va infatti evidenziato il vero obiettivo da raggiungere con gli interventi militari: ossia  lo scontro USA-UE per il controllo dei "corridoi" che collegano il Mediterraneo al Caucaso e al Mar Caspio e che sono di importanza fondamentale strategica sul medio periodo per far affluire le risorse energetiche (petrolio, gas, ecc.) da questi territori all'Occidente.

"In questo quadro un rilievo particolare è venuto assumendo il progetto del "corridoio 8", finanziato dal Fondo Monetario Internazionale, dall'Unione Europea e dalla Francia, per la realizzazione di un asse  est-ovest che parta dalla costa bulgara del Mar Nero, attraversi la Macedonia e l'Albania meridionale e raggiunga l'Adriatico nei porti di Durazzo e Valona. Lungo questa direttiva……è prevista la realizzazione di un'autostrada, di una linea ferroviaria  ad alta velocità e, soprattutto, del più grande  oleodotto della storia europea"[10].

Si comprende quindi come le "guerre " in realtà non abbiano alcunchè di "umanitario" ma si spiegano sempre valutando attentamente gli interessi economici, neanche troppo nascosti che le ispirano.

E osservando più da vicino l'intervento militare contro la Repubblica Federale Jugoslava, si può senza dubbio dire che si è trattato di una vera e propria aggressione contro uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite in barba a qualsiasi  diritto internazionale. Infatti è molto emblematico lo scritto di Cassese a questo riguardo:

" In questo caso la violazione della Carta delle Nazioni Unite  non è certo di lieve entità. L'intervento  dei paesi della NATO si discosta  radicalmente dal sistema di sicurezza previsto dalla Carta, che si fonda su una regola (un'azione collettiva di intervento coercitivo, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza) e su un'eccezione (la legittima difesa). Il sistema della Carta è stato violato in quanto un gruppo di Stati  è deliberatamente ricorso all'uso della forza contro uno Stato sovrano senza esserne autorizzato dal Consiglio di Sicurezza"[11].

Le conseguenze della guerra sono state devastanti, nell'immediato e anche nel lungo periodo, per i popoli che vivono in questi paesi. Basti pensare che  a Pristhina ( Kosovo) abitavano circa 30.000 serbi ; dopo la guerra quasi il 90% della popolazione non albanese (serbi, rom, ecc.) è stato di fatto "espulso" e si è rifugiato in Serbia. Il "Governo provvisorio del Kosovo" guidato dall'UCK, non ha rispettato l'obbligo di disarmo (se si fa eccezione per alcune armi vecchie, non più usate e quindi inutilizzabili consegnate qualche tempo fa); l'UCK ha intensificato invece i contatti con la mafia europea e con i trafficanti di droga. Essendo questo il governo avallato e favorito dagli Occidentali, e soprattutto dagli USA, non è difficile capire quanto siano gravi le responsabilità statunitensi ed europee che hanno innescato una spirale di violenza in questi territori che difficilmente sarà appianabile in tempi brevi.

E' allora lecito chiedersi se la guerra della NATO  in questi territori abbia ottemperato a qualcuno degli obiettivi che erano stati chiamati a gran voce per giustificare l'intervento militare.

Dopo due anni dalla guerra del Kosovo risulta sempre più chiara l'inutilità e l'atrocità della cosiddetta "guerra umanitaria" che non ha portato la pace, la democrazia e la stabilità nei Balcani. L'odio, la violenza, la corruzione, la povertà, la prostituzione, il disastro ambientale sono il lascito di questa guerra, come delle  altre guerre balcaniche. I territori e i centri urbani  devastati duranti i 78 giorni di ininterrotti bombardamenti sono stati ridotti ad una condizione preindustriale. Vogliamo poi considerare le migliaia di morti e di gravi mutilati!!! I veri obiettivi sono i progetti espansionistici, in particolare degli USA prevedono  di fare del Kosovo una propria postazione  che permetta loro di controllare tutta questa parte dei Balcani.

Questo ci riporta alla situazione odierna: ci troviamo infatti in piena "guerra infinita umanitaria " con i bombardamenti all'Afghanistan . Ed allora: i risultati saranno come quelli del Kosovo? O come si preannuncia, molto più disastrosi?

 

5.2. I Balcani Euroasiatici  e la finta guerra religiosa

 

Nell'Eurasia vive il 75% della popolazione mondiale e già da solo questo dato ci dice quale sia l'importanza di questa estesa porzione del nostro pianeta. Per chiarire meglio questo concetto basta ricordare l'aforisma di Harold Mackinder:

 

"Chi governa l'Europa orientale comanda la zona centrale ;

chi governa la zona centrale  comanda la massa euroasiatica;

chi governa la massa euroasiatica comanda il mondo intero".[12]

 

Investimenti in Eurasia, infatti, significano profitti per le multinazionali, accaparramento di risorse primarie e di capitale umano a basso prezzo e a buona specializzazione, controllo del petrolio, delle materie prime e delle fonti di energia, determinazione della valuta di quotazione dei barili del petrolio e, quindi, determinazione della valuta che giocherà in futuro il ruolo di riserva internazionale. Ciò significa profitti e capitali immediatamente disponibili per gli operatori finanziari, istituzionali e non, per le speculazioni internazionali con carattere destabilizzante per i paesi sottoposti all’aggressione economica da parte delle grandi potenze occidentali.

Paesi come Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Armenia, Georgia hanno diverse composizioni etniche, diverse lingue e diverse culture. Ad esempio il Tagikistan parla la lingua persiana, ha un 25%  di popolazione ubzeka, un 3% di russi e quasi due terzi sono tagiki, il Kazakistan, abitato da più di 18 milioni di persone, ha una elevata percentuale di russi (oltre il 35%) e più del 20% di persone non kazaki; invece una grande percentuale di persone kazaki vive in una regione dell'Uzbekistan o in Russia;  nel Kirghizistan la popolazione di 5 milioni di persone è prevalentemente kirghizi ma è presente un 15% di russi e un 13% di uzbeki.

In sostanza però nonostante le diverse etnie presenti in tutti gli stati appartenenti alla ex Unione Sovietica, la maggior parte della popolazione è di religione musulmana. E non è da escludere che anche i musulmani russi  che sono più di 20 milioni subiscano il processo di islamizzazione e chiedano quindi un maggiore riconoscimento della loro religione.

La religione è tradizionalmente reputata con la lingua, come uno degli aspetti fondamentali della cultura di un popolo.

Se si effettua un confronto tra le due principali religioni (il cristianesimo e l'islamismo) nell'arco degli ultimi 80 anni  si nota una molto più intensa diffusione della seconda rispetto alla prima.

Mentre oggi nei paesi dell'Occidente cristiano post-industriale il peso della convinzione religiosa sembra meno importante di un tempo nella vita sociale, nel mondo islamico, invece,  la religione sta assumendo una crescente importanza politica e impone regole nel campo dei comportamenti individuali, del diritto, dell'educazione. E' per questo che le vere motivazioni espansionistiche geoeconomiche dell'occidente vengono rappresentate attraverso una guerra religiosa contro l'integralismo e l'intolleranza degli islamici. E'  un bel lanciare questa accusa da parte di chi ha fatto del cristianesimo lo strumento di dominio  e di sottomissione  di intere aree e interi  popoli. E' utile ricordare che:

"I rapporti fra Islam e cristianesimo, sia ortodosso che occidentale, sono stati spesso burrascosi. Per entrambi, la parte opposta ha sempre rappresentato <l'altro>…..Nel corso dei secoli le fortune delle due religioni si sono alternate in una sequela di ondate possenti, con attimi di pausa e periodi di riflusso……Le cause di questa costante conflittualità non vanno ricercate in fenomeni transitori quali il fervore cristiano del XII secolo o il fondamentalismo musulmano del XX, bensì nella natura stessa di queste due religioni e delle civiltà su di esse fondate, nelle loro differenze e nelle loro similitudini….Le cause della rinnovata conflittualità tra Islam e Occidente si riassumono dunque nelle due questioni fondamentali: potere e cultura. Kto? Kogo? Chi comanda chi? "[13]

L'islamismo nasce in  Arabia; è utile ricordare che la maggior parte dei musulmani vive in Asia, anche se essi sono comunque diffusi in tutto il mondo (Europa occidentale, Cina, India, ecc.).

Nel mondo più di un miliardo di persone sono musulmani e oltre agli arabi vi sono molti musulmani in Africa, in Asia e in America; queste persone si sentono dominate e  screditate e sfruttate dalla civiltà occidentale  e dai paesi ricchi.

"…….A partire dagli anni Settanta simboli, credenze, costumi, istituzioni, strategie politiche e organizzazioni musulmane hanno ottenuto un sostegno sempre  crescente tra il miliardo di musulmani disseminati dal Marocco all'Indonesia e dalla Nigeria al Kazakistan. L'islamizzazione si è di norma manifestata innanzitutto in campo culturale, per poi diffondersi nella sfera sociale e politica"[14].

Questo deve far riflettere, anche perché i recenti attacchi terroristici compiuti negli USA  hanno creato un clima di tensione  e di  intolleranza verso i popoli arabi e la loro religione visti come " possibili terroristi"  in tutto il mondo.

La parola islamismo significa l'applicazione al sistema politico, culturale e sociale della religione fondata da Maometto. Nel mondo islamico, comunque, è nata una sorta di combinazione tra politica e religione con l'intento di ripristinare la civiltà musulmana escludendo la "corruzione" generata dalla civiltà occidentale; civiltà che viene vista dall'Islam sempre più come corrotta, sfruttatrice ed estranea.

"Nel mondo musulmano, sostiene Bernard Lewis, si è avuta <una tendenza ricorrente, in tempi di emergenza, ad individuare la propria fonte principale di identità e di fedeltà nella comunità religiosa, vale a dire in un'identità definita non già da criteri etnici o geografici  bensì dall'islamismo>[15] Il concetto della "gihad", ossia della "guerra santa" non sottintende però nessuna disposizione riguardante la guerra, in quanto è prevista al più la guerra di carattere difensivo, mai quella offensiva. E' chiaro, quindi, che le varie guerre di conquista compiute da alcuni paesi musulmani sono state attuate per volere dei governi dei paesi e non in nome dell'islamismo. Infatti il Corano chiede solo "l'impegno a camminare sulla strada di Allah", ossia ad ampliare su tutta la terra "i diritti di dio e degli uomini".

Questo però non significa assolutamente che l'Islam  sia di impostazione fondamentalista militante e pur non accettando i musulmani l'idea occidentale di modernità e sviluppo, ciò non vuol dire certo che  questo porti alla cosiddetta "guerra santa" contro l'occidente.

"Il fondamentalismo islamico generalmente inteso come islamismo politico è solo un componente  del ben più ampio fenomeno di reviviscenza delle idee, dei costumi e del linguaggio islamici e del riaccostamento all'islamismo da parte delle popolazioni musulmane"[16] .

 

 

6. …E la guerra vera in Eurasia per il controllo geopolitico e geoeconomico

 

E i bombardamenti americani sull'Afghanistan  in nome di una " Giusta guerra infinita  al terrorismo" sono la conferma della ricerca dell'allargamento geoeconomico, per uno scontro di dominio e di  potere tra grandi potenze degli occidentali. Potere è controllo politico ed economico delle risorse strategiche.

Ci sembra a tal fine determinante ricordare un avvenimento  che ha segnato la "storia futura" dei paesi europei ed asiatici dell'Eurasia nella grande competizione globale di conquista. Ci si riferisce alla riunione che si è tenuta ad Helsinki nel 1997 alla Terza Conferenza paneuropea dei ministri dei trasporti (Cemt). E' stato in questa circostanza che si sono  predisposti i cosiddetti  "10 corridoi" intesi come infrastrutture  multimodali e multinazionali di trasporto, energetica e di telecomunicazione. I dieci corridoi indicati dalla Pan europea Networks (Pan) sono:

 

"Corridoio 1 : Via baltica 445 Km; Ferrovia Baltica 550 Km,

Helsinki, Finlandia- Tallin, Estonia - Riga, Lettonia - Kaunas, Lituania Varsavia, Polonia - Danzica, Polonia - Kaliningrad, Russia.

 

Corridoio 2:

Berlino, Germania - Poznam, Polonia - Varsavia, Polonia - Brest, Bielorussia -Minsk, Bielorussia - Smolensk, Russia- Mosca, Russia - Nizny Novgorod, Russia

 

Corridoio 3:

Berlino, Germania - Dresda, Germania - Breslavia, Polonia - Katowice, Polonia - Cracovia, Polonia - Leopoli, Ucraina - Kiev, Ucraina.

 

Corridoio 4:

dorsale di collegamento  UE -Europa sudorientale.

Berlino, Germania - Dresda, Germania -Norimberga, Germania - Praga, Repubblica Ceca - Brno, Repubblica Ceca - Vienna, Austria - Bratislava, Slovacchia -  Gyor, Ungheria - Budapest, Ungheria - Arad, Romania - Craiova, Romania - Bucarest, Romania - Costanza, Romania - Sofia, Bulgaria - Plovdiv, Bulgaria - Salonicco, Grecia - Ormenio, Turchia - Istambul, Turchia.

 

Corridoio 5:

Venezia, Italia -  Trieste, Italia - Capodistria, Slovenia - Lubiana, Slovenia - Maribor Slovenia - Budapest, Ungheria - Uzgorod, Ucraina- Leopoli, Ucraina -  Kiev, Ucraina - Bratislava, Slovacchia - Zilina, Slovacchia -  Kosice, Slovacchia - Fiume, Croazia - Zagabria, Croazia - Osijjek, Croazia - Ploce, Bosnia-Erzegovina - Sarajevo, Bosnia-Erzegovina

 

Corridoio 6:

Danzica, Polonia - Torun, Polonia - Poznam, Polonia -Grudziads, Polonia -  Varsavia, Polonia - Zebrzydowice, Polonia - Zilina, Slovacchia - Ostrava, Repubblica Ceca

 

Corridoio 7:

Idrovie interne.

Germania, Austria, -Bratislava, Slovacchia -Gyor-Gonyu - Ungheria -Croazia -Serbia - Ruse, Bulgaria - Lom, Bulgaria - Moldavia -Ucraina -Costanza, Romania

 

Corridoio 8:

Durazzo, Albania - Tirana, Albania - Skopie, Fyrom - Bitola, Fyrom -Sofia, Bulgaria - Dimitrovograd, Bulgaria -Burgas, Bulgaria - Varna, Bulgaria

 

 

 

 

Corridoio 9:

Helsinki, Finlandia - Vyborg, Russia - San Pietroburgo, Russia - Pskov, Russia - Mosca, Russia - Vilnius, Lituania - Kleipeda, Lituania - Minsk, Bielorussia - Alexandroupoli, grecia - Dimitrovgrad, Bulgaria - Ormenio, Bulgaria

 

Corridoio 10:

 

Graz, Austria - Zagabria, Croazia - Belgrado -Nis - Veles, Grecia -Bitola, Fyrom - Skopie, Fyrom - Lubiana, Slovenia - Budapest, Ungheria -Belgrado, Serbia - novi Sad - Nis -Sofia (Corr. IV -Istambul), Bulgaria -Veles -Floriana -Via Egnatia."[17]

 

E'  fin troppo chiaro l'importanza strategica e politica del controllo di questi corridoi; ed è forse da questa mappa, tracciata dai corridoi, che si possono controllare e quasi anticipare le future "guerre umanitarie  di liberazione dal terrorismo".

Per quanto riguarda soprattutto il Corridoio 8 vanno fatte delle precisazioni. Pur essendo sorto come un corridoio di importanza marginale negli anni più vicini a noi si è invece trasformato  come fondamentale nella strategia geopolitica dell'approvvigionamento delle risorse.

Il progetto del 1995 della South Balkan Development Initiative  aveva come scopo quello di aiutare paesi come la Macedonia, la Bulgaria e l'Albania a migliorare la propria rete di trasporto anche se in realtà il vero fine era per gli USA quello di controllare questo territori per avere accesso all'Eurasia e alle sue ricchezze. Lo stesso può dirsi del progetto del 1999 chiamato Silk Road Strategy Act costituito per "aiutare" le regioni del Caucaso e dell'Asia centrale, ma che in realtà serve per tentare di escludere la Russia  e l'Iran dalle traiettorie degli approvvigionamenti energetici.

Inoltre se si volesse tracciare una mappa di tutti i maggiori giacimenti di risorse petrolifere e di gas, non vanno dimenticati paesi come il Venezuela, la Colombia, l'Algeria, la Cina, il Ciad, l'Indonesia, la Nigeria, il Sudan, l'Angola; paesi e aree a loro limitrofe che comprendono circa i quattro quinti delle riserve mondiali di petrolio. Questi paesi sono così da aggiungere a quelli già citati in precedenza come aree di conflitto potenziale e quindi come possibili obiettivi di "Guerre umanitarie e di liberazione".

Ecco i motivi veri dei bombardamenti contro l'Afghanistan; basta guardare un po’ oltre la "facciata" per cercare di capire quali sono i motivi economici e di controllo geopolitico che hanno scatenato in realtà questa guerra.

E' necessario ricordare che già nel 1975 fino al 1989 questi territori sono stati teatro di una guerra : quella tra i sovietici e gli afghani; in quel contesto agli USA parve più conveniente sostenere i ribelli afghani contro il regime "del grande nemico comunista". E la sconfitta dell'allora URSS  fu vista come una vittoria delle modernità contro "l'impero del male". Bel punto di vista considerare la vittoria degli afghani talebani come vittoria della supremazia occidentale e della modernità!!

Negli anni '80 la guerra civile aveva visto contrapposti i sovietici che erano intervenuti a favore del governo e gli Stati Uniti che avevano appoggiato tutti i gruppi di opposizione; ed i talebani poi saliti al potere erano stati sostenuti proprio dagli USA. Già da allora era chiaro chi fossero e quale  era la cultura di riferimento dei taleban.

Nonostante questo gli USA, pur di eliminare il "nemico russo", non avevano esitato ad armare i talebani. In verità anche allora l'allargamento  geoeconomico e il controllo delle risorse strategiche energetiche era prioritario; infatti gli americani avevano agevolato la vittoria dei talebani per permettere la costruzione di un oleodotto e di un gasdotto dal Turkmenistan all'Oceano Indiano. Gli USA, quindi, che finanziarono per  i loro interessi i ribelli afgani, si trovano oggi a combattere contro gli stessi governi da loro "creati", contro i loro "fantocci". Va ricordato, infatti, che fino a non più di cinque anni fa il governo dei talebani era appoggiato economicamente e militarmente da diversi paesi e non solo da Arabia Saudita e Pakistan.

Ed allora perché oggi è mutata radicalmente la situazione? Cosa c'è dietro?

Va ricordato che  già dal 1997 in Afghanistan[18] è stata  prevista la costruzione di un gasdotto in grado di portare il gas naturale  del Caspio fino al Pakistan;  infatti nel Turkmenistan  sono presenti circa  duemila miliardi di metri cubi, ossia il 30% di tutti i giacimenti mondiali di gas naturale. E' in cantiere, poi,  anche l'idea di un oleodotto sempre dal Caspio al Pakistan che dovrebbe passare per l'Afghanistan.  Il Consorzio creato appositamente da sette compagnie petrolifere (Central Asia Gas Pipeline Ltd) prevede  la costruzione di un gasdotto di oltre 1450 Km  che attraversano l'Afghanistan. La principale compagnia petrolifera del consorzio è la Unocal (americana, per la precisione texana, molto vicina ai repubblicani); vi sono poi la  Crescent Group (pakistana), la Gazprom (russa),  l'Inpex e l'Itochu (giapponesi), la Delta Oil (saudita), e la Hyundai Engineering Construction Company (sudcoreana).  Nel gennaio 1998 viene firmato l'accordo tra i talebani e il  consorzio ma tutto si blocca perché gli USA non si fidano più dei talebani  e cominciano anzi creare condizioni di guerra con la motivazione ufficiale di stanare Bin Laden; quindi la Unocal sospende la sua attività e nel dicembre 1998 si ritira dal consorzio sostituita dalla Delta Oil dell'Arabia Saudita. A metà del 1999 il Consorzio si accorda con l'Afghanistan, il Pakistan e il Turkmenistan  per la realizzazione del gasdotto.

E gli USA? Si sentono minacciati da ciò in quanto sono rimasti fuori dal progetto e rischiano di veder sfumare ogni possibilità di inserimento e di controllo del rifornimento dell'energia in Asia. Non va dimenticato che oltre il 28% delle importazioni americane di energia provengono dall'Arabia Saudita. Diventa quindi necessario per gli USA cercare di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento attraverso un avvicinamento alla Cina e alla Russia  per contrastare  il dominio saudita.

Sono molto chiare le parole di Fadel Gheit[19] (uno degli analisti più quotati dai media americani per il settore dell'energia e del petrolio):

 "Il fatto che il mondo non può  ancora  permettersi  di vivere senza  il petrolio saudita- visto che l'Arabia è il maggior produttore di greggio al mondo e dagli Stati del Golfo Persico dipende il 13% del petrolio consumato negli Stati Uniti…..Se i giacimenti di petrolio finissero in mano ai terroristi, questi si troverebbero nella posizione di poter ricattare il mondo intero…. Non sono preoccupato di una interruzione di rifornimento di petrolio nel breve periodo. Piuttosto credo che nel lungo periodo ci saranno problemi seri di approvvigionamento, perché prima o poi i paesi produttori finiranno nelle mani di gente che è nemica dell'Occidente."

Ed ancora: essendo il Consorzio ormai in mano all'Arabia gli USA rischiano  di trovarsi di fronte a un'alleanza di paesi asiatici in grado di contrastare il loro predominio sui territori. Ed allora quale migliore difesa se non l'attacco?

La "guerra permanente al terrorismo" è in realtà una "guerra del gas e del petrolio" in quanto l'Afghanistan rappresenta un territorio cruciale  per i futuri rifornimenti di energia. E, guarda caso,  il Pentagono  nei suoi piani di guerra ha previsto di occupare  tutta la parte del territorio afgano nella quale sono previsti i passaggi dei gasdotti ed oleodotti che consentono di portare il gas del Turkmenistan e il petrolio dell'Uzbekistan, fino a Karachi dove c'è un porto per raggiungere l'Occidente. Si ricorda poi che oltre a ciò è lo stesso territorio afgano ad interessare gli USA, in quanto nel sottosuolo sono presenti enormi giacimenti sia di petrolio sia di gas  naturale.

«L'Asia centrale sta per diventare una regione molto più importante per i destini del mondo», dice Daniel Yergin presidente della Cambridge Research Associate. Sulla sua spartizione si cementa la nuova Yalta dell'energia mondiale tra Stati Uniti e Russia. Le vie del petrolio potrebbero essere trasformate radicalmente, e con loro la geografia della ricchezza, e la forza politica di alcuni regimi islamici che da 30 anni si intreccia con la dipendenza energetica dell'Occidente. Prima, naturalmente, bisogna regolare i conti coi Taliban, e con il loro ospite saudita>[20]. 

Ma alla luce  dei risultati ottenuti con i bombardamenti in Afghanistan che ancora oggi continuano a  mietere vittime tra i civili viene da chiedersi, se oltre ai  problemi economici prima citati, compresi ovviamente quelli strutturali  connessi alla recessione e alla crisi di accumulazione, non vi sia stato, da parte degli USA un interesse mirante solo a "tranquillizzare" la propria  opinione pubblica. Infatti circa il  90% degli americani, secondo sondaggi dei mass media locali, si dichiara soddisfatta  della campagna "Libertà Duratura" e vede in qualche modo placato il proprio desiderio di vendetta contro gli attentati dell'11 settembre.

Ma quali saranno le conseguenze immediate di questa campagna militare ?

Se si guarda al vicino Pakistan ci si accorge che la situazione è ormai esplosiva. Il pakistano Kamal Siddiqi spiega: "Il generale Musharraf ha avuto ben poca scelta: o cooperare, oppure andare incontro  alle ire del cosiddetto mondo <civile>, che si sarebbero subito tradotte nel blocco dei prestito del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale tramite un inasprimento delle già vigenti sanzioni".[21]  Un paese come il Pakistan vicino alla bancarotta non poteva quindi permettersi di perdere  questi finanziamenti anche se le conseguenze hanno portato il governo a traballare in modo sempre più forte; infatti nonostante i divieti di manifestare e  gli arresti "eccellenti" (sami -ul-Haq, Fazlur Rehman dell'organizzazione Jamiat-i-Ulema-i-Islami) la protesta è esplosa in modo incontrollabile. Gli USA hanno necessità del  sostegno del Pakistan e perciò, per mantenere le basi e lo spazio aereo, deve garantire il mantenimento dell'attuale governo o in alternativa un governo comunque  "adattabile" alle proprie esigenze.

E anche per quanto riguarda l'Afghanistan, dopo la "caduta di Kabul" la situazione è ancora più confusa in quanto le varie tribù afghane non  possono garantire nessuna stabilità al paese.

Va ricordato che l'Afghanistan è un paese frammentato, abitato da popolazioni  di diverse etnie, ossia (turcomanni, Kirghizi, uzbeki, pathani di lingua pashtu, tagiki, beluci, kafiri, hazara, aimac, ecc.). Queste popolazioni sono  in larga maggioranza musulmani appartenenti ai sunniti con eccezione degli hazara  che appartengono aglii sciiti. E' quindi molto difficile riuscire a coordinare ed accordare le varie "anime" esistenti in questo paese. Inoltre l'Afghanistan  è uno dei maggiori paesi al mondo produttori di oppio; va infatti considerato che nel 1999 circa l'80% del consumo mondiale di questo stupefacente e circa il 90% dell'eroina presente in Europa è rifornito dal Pakistan e dall'Aghanistan. E' quindi chiaro che gli interessi economici legati a questo mercato devono in qualche modo "essere difesi".

E' interessante mostrare a questo punto una suddivisione  delle forze esistenti oggi in Afghanistan e confrontarle con la distribuzione della coltivazione dell'oppio.

"1) Il gruppo di Fahim Khan controlla le provincie di Badakhshan, Takhar, Nonar e Kapisa fino a Konduz. Nell'area è compresa la zona di produzione dell'oppio di Feyzabad.

2) Le forze di Atta/Mohaqqed controllano l'area oppifera di Samangan / Aybak e Mazar-e-Sharif.

3) Le forze di Dostum e Harakat-e-Islami presidiano l'area di Sheberghan, ricca  sia di risorse petrolifere e gas sia di oppio.

4) Karim Khalili controlla l'area centrale compresa nelle provincie di bamiyan e vardak che dominano Kabul da ovest.

5) Ismael Khan controlla il grande Ovest del paese, che include le piantagioni di oppio di Herat.

6) Le forze di Karim Brahvi controllano l'area oppifera di Farah e la zona di Zaranj

7) Al Centro-Sud le forze talibane controllano la vasta area attorno a Kandahar, dove la densità di coltivazione dell'oppio è più elevata. Si può essere sicuri che anche in futuro, con o senza talibani, Kandahar sarà dominata dai pashtun e dai pakistani.

8) Le forze pashtun del fronte nazionale islamico controllano le aree fra Paktika e Paktia, dove le coltivazioni sono più estese.

9) Le forze dell'Eastern Council  controllano Jalalabad e relative fertilissime  coltivazioni di oppio.

10) Infine, anche le poche centinaia di uomini di Gul Agha hanno un potere contrattuale enorme controllando l'accesso all'Afghanistan attraverso il passo Kojar."[22]

Questa divisione dimostra come in questo territorio siano presenti molte "anime diverse", difficilmente concordabili tra loro e che denotano una grave  instabilità politica oltre che economica.

E' chiaro allora che parlare di un governo stabile in Afghanistan diventa  abbastanza improbabile e i "grandi  Occidentali" dovranno fare i conti con questa situazione.

 

7. Conclusioni: … E la guerra vera in occidente per chiudere la partita con il movimento dei lavoratori!

La prospettiva sembra essere quella di un contesto internazionale di guerre diffuse alla ricerca di ipotetici terroristi presenti a livello internazionale su tutte le aree (Afganistan, Irak, Libano, altri paesi  dell’area fino a coinvolgere nuovamente i Balcani,  e l’area euro-asiatica in generale); si parla pertanto di Guerra Infinita, di lungo periodo (vedi le ipotesi di fonte ufficiale sulla  missione “giustizia infinita”, "libertà duratura", ecc.).

Al di là dell'immediatezza o meno e dell'intensità dei veri e propri atti di guerra guerreggiata, si configura, comunque, una lunga fase di guerra permanente e globale economica e di dominio. Una competizione globale sfrenata tra blocchi geoeconomici per il controllo delle risorse energetiche, e per la fuoriuscita dalla crisi attraverso il keynesismo militare. Una competizione in particolare tra USA e UE, e in un momento in cui l'Europa sta realizzando contemporaneamente il passaggio fra consolidamento ed affermazione definitiva di un proprio autonomo blocco geoeconomico e geopolitico e la contraddizione interna di uno sviluppo diseguale, e comunque basato su modalità diverse .

Si apre, pertanto, la fase della globalizzazione che entra nella dimensione di guerra per permettere al capitalismo di uscire da un contesto macroeconomico recessivo; rilanciando l'industria bellica, per tentare di superare con l'economia di guerra la crisi di domanda, di sovrapproduzione, che si coniuga ad una epocale e strutturale  crisi di accumulazione del capitale.

Il Congresso USA ha dato "carta bianca" a Bush e  alla sua amministrazione ad attuare qualsiasi tipo di operazione militare e in qualsiasi paese sia ritenuto responsabile.

Al momento non vi sono limitazioni di nessun tipo a ciò che l'amministrazione USA decida di fare; basta ricordare che i "consigli" dati in precedenza dai partner europei ed arabi non sono stati seguiti in nessun caso. Ad esempio era stato chiesto di interrompere i bombardamenti in Afghanistan durante il Ramadam; di non prolungare a lungo i bombardamenti per evitare numerose perdite tra i civili e la presa di Kabul da parte dell'Alleanza del Nord: tutto ciò non è stato preso in nessuna considerazione da Bush.

Ed anche l'opposizione ad eventuali attacchi degli USA contro paesi come il Sudan, la Somalia e l'Iraq non hanno smosso minimamente l'amministrazione americana dai suoi progetti.

E in aggiunta a ciò va ricordato che il ritiro statunitense dal trattato sui missili antibalistici è in sostanza passato senza alcuna reale opposizione; ciò farà si che i paesi che già dispongono di armi  nucleari siano portati a rinforzare il loro arsenale e quelli che ancora non ne sono provvisti a cercare in ogni modo di disporsi in tal senso.

E' questa la globalizzazione?

"In futuro avremo un mondo meno libero, segnato da una nuova geopolitica che, peraltro ha già da qualche mese iniziato e ridisegnare i rapporti di forza tra gli stati. Il baricentro del mondo si sta spostando nell'area che va dal Centro-Asia all'estremo oriente, la cui parte occidentale è inzuppata di petrolio, mentre quella orientale la più popolata con i suoi quasi 3 miliardi di abitanti. Non a caso il Pentagono ha aumentato considerevolmente la sua forza navale nell'oceano Pacifico occidentale: la globalizzazione si configura sempre più come un infido teatro d'esibizione uso di distruttivi  muscoli d'acciaio"[23].

Il concetto espresso da Bush secondo cui la lotta al terrorismo  può colpire diversi luoghi in quanto il "nemico" può trovarsi ovunque portano conseguenze drammatiche anche negli stessi paesi occidentali,  sia dal punto di vista sociale, sia dal punto di vista politico,  oltre alle ragioni di controllo geoeconomico e geopolitico nella competizione globale.

La "guerra giusta" intrapresa dagli USA e dai suoi alleati contro il terrorismo nasconde pericolose insidie, attacchi alla libertà e alla democrazia; negli stessi paesi cosiddetti a capitalismo avanzato il capitale tenta così la resa dei conti  definitiva con il movimento dei lavoratori.

Basta ricordare un recente discorso di Bush ai giornalisti  nel quale il Presidente degli USA sostiene: "Lasciatemi porre condizioni alla stampa nel modo seguente: qualunque fonte e metodo di informazione resterà protetto e segreto. La mia amministrazione non parlerà di come raccoglieremo informazioni, se lo facciamo e cosa esse dicano. E' per la protezione del popolo americano".

Queste parole chiariscono, se ce ne fosse stato bisogno, che  vi è una minaccia reale alla libertà di pensiero, di stampa, di associazione, in quanto in nome della sicurezza vengono sacrificate le libertà acquisite nel corso degli anni attraverso le lotte dei lavoratori, del movimento sindacale.

Ed è emblematico riportare  quanto scritto da Gore Vidal[24], dopo l'attentato dell'11 settembre:

"Lo spaventoso danno fisico che Osama e compagnia ci hanno provocato, durante il Martedì delle Tenebre, non è nulla  in confronto al doppio colpo da KO inflitto alle nostre libertà in via di estinzione: l'Anti-Terrorism Act del 1991 e la recente richiesta al Congresso di poteri speciali supplementari. Per esempio quello di seguire intercettazioni telefoniche senza mandato giudiziario, oppure quello di deportare residenti legittimi e permanenti, turisti e immigrati privi di permesso di soggiorno senza rispettare le procedure di legge e così via. Persino quel fedele giornaletto cittadino corporativo che è il <Washingotn Post> si è allarmato : < Il dipartimento della Giustizia sta facendo un uso straordinario dei suoi poteri di arresto e detenzione dei singoli, e, a un ritmo davvero inusuale, sta incarcerando centinaia di persone per reati minori…>… E da un ritaglio pre-Osama :< Restrizioni della libertà personale, del diritto della libera espressione delle proprie opinioni, compresa la libertà di stampa, e dei diritti di associazione e di riunirsi in assemblea; violazioni della privacy delle comunicazioni postali, telegrafiche e telefoniche; permessi di perquisizione, ordini di confisca e restrizioni sulla proprietà sono ritenuti leciti al di là dei limiti legali altrimenti prescritti>. Il tono è familiare. Viene da un discorso di Hitler del 1933, che invocava una legge-delega per la < protezione del popolo e dello Stato>, dopo il catastrofico incendio del Reichstag che i nazisti avevano segretamente appiccato…. In conclusione, il danno fisico che Osama e i suoi amici possono infliggerci - per terribile che sia stato fino a oggi - è niente in confronto a ciò che stanno facendo alle nostre libertà. Una volta alienato, un <diritto inalienabile> può essere perso per sempre, nel qual caso non saremmo più, nemmeno lontanamente, l'ultima e migliore speranza della terra ma solo uno squallido stato imperiale i cui cittadini vengono tenuti a bada dalla squadre SWAT e il cui stile di morte, e non di vita, viene imitato da tutti."

Pertanto il movimento dei lavoratori, e gli oppositori al modello capitalistico in genere, dovranno fare i conti con questo scenario di  keynesismo di guerra come fenomeno economico strutturale e quindi prepararsi a restrizioni da parte dei governi sul piano delle libertà individuali e sindacali, dei diritti in genere e con forme di sviluppo della spesa pubblica a carattere militare, con conseguenti restrizioni economiche che colpiranno sempre di più i salari e la spesa sociale.

E' questo lo scenario  dei prossimi anni entro cui il movimento dei lavoratori dovrà organizzarsi e confliggere.

 

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[1] Ricercatrice socio-economica; membro del Com. Scient. di CESTES-PROTEO.

[2] Professore di Statistica Aziendale, Fac. di Scienze Statistiche, Univ.  “La Sapienza”, Roma, Direttore Scientifico CESTES-PROTEO.

[3] I valori sono valutati a prezzi costanti 1958.

[4] Cfr. Z. Brzezinski , La grande scacchiera, Longanesi & C,1997 , Milano, pag.36.

[5] Si ricorda che il grande impero mongolo, pur essendo stato di vaste dimensioni e molto potente, ha sempre realizzato occupazioni di tipo militare arrivando invece ad assimilare gli usi e i costumi dei paesi invasi.

[6] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…", op. cit., pag.22

[7] C. Johnson, Gli ultimi giorni dell'impero americano, Garzanti, settembre 2001, pag.139-140.

[8] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…, op. cit., pag.92-93.

[9] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…, op. cit.

[10] Cfr. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi,2000, Torino, pag.54.

[11] Cfr. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto…, op. cit., pag.88.

[12] Cfr. Z. Brzezinski , La grande…, op. cit., pag.55.

[13] Cfr. S.P Huntington., Lo scontro delle civiltà…., pag. 306,307,308,310

[14] Cfr S.P Huntington., "Lo scontro delle civiltà…, op. cit., pag.157.

[15] Cfr. S.P Huntington., "Lo scontro delle civiltà…, op. cit., pag.135.

[16] Cfr S.P.Huntington., Lo scontro delle civiltà…, op. cit., pag.155

[17] M.Paolini, L'Europa dei corridoi e il nuovo quadro strategico, GIANO, maggio settembre 2001, pag.167-168-169

[18] Cfr.  M. Dinucci, Sotto il corridoio afghano,  Il Manifesto 18 ottobre 2001 pag.7

[19] Cfr. Sturani M. , Lo scenario nero è un regime nemico a Riad, in CorriereEconomia, 22 ottobre 2001, pag.2

[20] Cfr.F.Rampini, In guerra per il petrolio. L'altra faccia dei raid, in Repubblica  del 24 ottobre 2001, pag.14.

[21] Cfr. S. Trippodo, La strategia occidentale e l'alternativa asiatica, in LIMES, gruppo ed. l'Espresso, Roma, ottobre 2001, pag.10

[22] Cfr. Mini F., Perché combattiamo ancora", in  Le spade dell'Islam, Quaderni LIMES, novembre 2001, pag.15,16

 

[23] G.Moriani, L'oro nero del Mar Caspio,  Il Manifesto, 29 dicembre 2001, pag.18

[24] Cfr. G.Vidal (scrittore americano), La fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo?, Fazi editore, Novembre 2001, pag.23,24.