UNA GEOECONOMIA PER LA "STABILITÀ" DEL GRANDE IMPERO "PROFIT GLOBAL NATO"

di

LUCIANO VASAPOLLO

(docente Univ. "La Sapienza", Roma, Dir. Scient. CESTES-PROTEO)

- Il progetto imperialista di "stabilità" politico-economica

La dimensione internazionale propria dell’imperialismo è sempre più basata sull’esportazione di capitali e non soltanto sull’esportazione di beni e servizi, esportazioni però verso quei paesi aperti al mercato che si caratterizzano per un medio livello di sviluppo. Si tratta di una dimensione imperialistica sull’estero che si rivolge a quel gruppo di paesi di una nuova frontiera facilmente ricattabili dai grandi poteri finanziari internazionali e dagli organismi istituzionali finanziari, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. In tali aree in cui si combinano bassi salari, lavoro deregolamentato, alta produttività del lavoro e del capitale, buona specializzazione del lavoro, quindi ottimo terreno per profitti industriali, la globalizzazione finanziaria gioca un ruolo fondamentale poiché è in grado con enormi movimenti di capitale a carattere speculativo di imporre la "stabilità" del grande impero minacciando la completa "destabilizzazione". Tale frase apparentemente contraddittoria non lo è nel momento in cui la "stabilità" del grande impero è contro la stabilità sociale e l’autonomia dei diversi popoli che sono ormai alla mercé della globalizzazione imperialista.

La dottrina della "stabilità" politico-economica diventa elemento prioritario della politica di controllo e dominio imperialista nel mondo imposto attraverso il nuovo ruolo della NATO. Una "stabilità" che diventa legge di dominio sia di natura politica sia economica da parte del "Profit Global NATO", che controlla così che nelle aree del mondo ad interesse strategico-economico le dinamiche politiche, sociali e le crisi economiche si risolvano sempre a favore delle grandi multinazionali occidentali e degli interessi imperialistici garantiti da una NATO gendarme della globalizzazione finanziaria. All’interno di tali dinamiche si scatena il conflitto fra il modello capitalista selvaggio anglosassone (USA, Gran Bretagna) e quello renano-nipponico apparentemente più "morbido" e neokeynesiano. Ma la guerra NATO contro lo Stato sovrano della Jugoslavia ha posto definitivamente in chiaro lo scontro politico ed economico in atto tra i due poli imperialisti USA e UE. Gli Stati Uniti affermano decisamente la volontà di non rinunciare in nessun modo al loro ruolo di controllo dell’Europa intera avendo forti mire espansionistiche e di dominio politico-economico nell’area balcanica e più in generale nell’Europa centro-orientale e dell’Asia centrale.

Tale competizione fra Europa e USA punta sul dominio dell’Eurasia con caratteristiche geopolitiche e geoeconomiche realizzate con la collocazione degli IDE (investimenti diretti esteri) e con un intervento in termini di globalizzazione finanziaria che, sfruttando i proventi degli investimenti produttivi esteri, ricicla i profitti in occidente favorendo forme di speculazione finanziaria a facile guadagno e capaci di strozzare le economie deboli o a medio livello di sviluppo a favore delle istituzioni finanziarie, in particolare non bancarie, su cui si basa la crescita dei poli imperialisti.

La configurazione e le modalità d'uso a finalità di controllo sociale complessivo del capitale privato mondializzato non ha smesso di modificarsi e oggi si indirizza sempre più a favore di istituzioni finanziarie non bancarie legate alle multinazionali.

Si tratta dunque di forme istituzionali di finanziarizzazione che centralizzano un risparmio, la cui fonte iniziale proviene dai salari sociali complessivamente ridotti a vantaggio della rendita finanziaria internazionale. Dal momento in cui il risparmio accumulato va oltre un certo livello, i fondi prendono posto nella categoria delle istituzioni finanziarie non bancarie, la cui funzione è quella di far fruttare una crescita elevata del capitale finanziario, conservandone la forma della liquidità, massimizzandone i rendimenti, e avendo a disposizione una enorme massa finanziaria per la "stabilità" funzionale al grande impero "Profit Global NATO".

Al primo posto si trovano i grandi fondi-pensione anglosassoni e le società di investimento collettivo incrementati dalle quote trattenute sui salari e sugli stipendi con lo scopo dichiarato di assicurare ai lavoratori una pensione regolare e stabile, ma con il fine reale di rendere immediatamente disponibili ingenti somme per la speculazione finanziaria e al contempo di abbassare le forme pubbliche di previdenza e tutela, trasformando il Welfare State in Profit State. Cosi facendo i fondi di investimento cessano di essere l’espressione di un risparmio modesto divenendo delle istituzioni centrali del capitale finanziario e prendono un posto di primo rango nella finanza speculativa. Il compito dei fondi-risparmio diventa quello di valorizzarsi conservando la forma-denaro disponibile come "massa finanziaria" di destabilizzazione politica ed economica di quelle aree, di quei paesi che non si rendono immediatamente disponibili e funzionali ai meccanismi dell’accumulazione flessibile del capitale internazionale e quindi alla "stabilità" imposta dall’imperialismo.

Il capitale-finanziario privilegia a tal fine le operazioni di investimento finanziario a breve termine in modo da poter riciclare i fondi immediatamente disponibili in investimenti diretti all’estero (IDE) indirizzati inizialmente al settore produttivo per ritornare poi ad essere disponibili per la speculazione finanziaria; imponendo così in maniera diretta o indiretta i percorsi geopolitici e geoeconomici imperialisti della "stabilità" in particolare nell’Europa centro-orientale e nei paesi dell’Asia centrale, punta avanzata dei paesi a medio livello di sviluppo.

La composizione tra i tassi di crescita modesti della formazione del capitale fisso nel settore privato dei paesi dell’OCSE e quello del valore dell’ammontare degli attivi finanziari, pone dinanzi a una delle dimensioni più critiche della globalizzazione incentrata sul carattere finanziario e speculativo L’accelerata crescita della sfera finanziaria è stata seguita in breve tempo dalla liberalizzazione e deregolazione dei sistemi finanziari nazionali in un regime di finanza di mercato nel quale una frazione estremamente ampia delle transazioni finanziarie si svolge nel campo chiuso delle relazioni tra istituzioni specializzate, senza alcuna controparte né a livello di scambio di merci e di servizi, né a livello di investimenti produttivi. Esistono comunque legami molto forti e di grande portata economica e sociale tra la sfera della produzione delocalizzata e quella della finanza. Le politiche neo-liberiste hanno così come effetto quello di aggravare sempre più la situazione di quei paesi in cui il deficit si accresce costantemente, anche per una perdita di entrate fiscali che risultano dalla diminuzione del consumo in seguito all’attuazione di politiche volte a un ridimensionamento salariale e alla flessibilizzazione del lavoro, così come alla conseguente riduzione della produzione e dell’occupazione. Si realizza così una mondializzazione finanziaria in cui il deficit si acuiscono progressivamente e dove si realizza, allo stesso modo, un processo profondo di modificazione e di distribuzione del reddito in favore dei redditi finanziari, strozzando definitivamente non solo i paesi del Terzo Mondo ma soprattutto quelli a medio livello di sviluppo.

Nell’ambito dei processi di ridefinizione delle aree di influenza dei poli imperialisti il controllo delle risorse materiali (petrolio, gas, metano, minerali preziosi, ecc.) e del capitale umano (lavoratori specializzati a basso costo e con minimi livelli di diritti) di tali regioni diventa motivo forte e strategico di contesa e la dinamica geografica dei flussi degli investimenti diretti esteri (IDE) ha infatti rappresentato negli anni ’90 lo strumento principale del dogma imperialista della "stabilità politico-economica globale ", rimettendo in parte al centro dell’iniziativa capitalistica l’investimento produttivo che non può rimanere del tutto subordinato alle dinamiche della finanziarizzazione.

L’epoca della globalizzazione vede ormai uno scontro aperto in particolare fra due maggiori poli imperialisti che attraverso il ruolo della "Global NATO" cercano di estendere il dominio del "Profit State Globale" al mondo intero e in particolare su quelle aree ad interesse strategico, in particolare l’Europa centro-orientale e l’area asiatica dell’ex Unione Sovietica, allargando l'ambito di intervento della NATO al fine di comprimere le ambizioni di superpotenza della Russia e l’eventuale costruzione del temibilissimo polo russo-cinese-indiano. L’obiettivo primario del "Profit Global NATO" è quello di imporre, con le buone o con le cattive, la dottrina di dominio della "stabilità politico-economica internazionale", dopodiché si tireranno i conti interni per la supremazia di uno dei due poli imperialisti, l'UE o gli USA.

Il rapporto tra capitale trasnazionale e aree di influenza diverse, e addirittura singoli paesi, è determinato dalla nuova divisione internazionale del lavoro e quindi da come le singole economie nazionali si collocano in funzione dell’allargamento e della ridefinizione dei poli imperialisti. In effetti i fenomeni di interconnessione tra specifiche economie nazionali attuate attraverso l’esportazione dei capitali dando cioè vita al mercato internazionale dei capitali, è una realtà che dura da oltre un secolo. Quello che di nuovo sta succedendo è il ruolo assunto dagli investimenti finanziari, in particolare quelli a carattere speculativo, e dal vertiginoso aumento degli IDE, favoriti da una forte liberalizzazione e movimentazione sul mercato internazionale e dai forti legami del capitale internazionale diretti da un unico progetto di pianificazione strategica centralizzata. Ciò porta una sorta di apparente processo di determinazione monopolistica del capitale che se in un qualche senso può essere utile ai grandi potentati del capitalismo finanziario porta però ad una forte competizione tra i grandi potentati oligopolistici soprattutto del capitale industriale. Più si allargano i contesti territoriali della globalizzazione più la guerra tra i capitali aumenta, anzi assume la forma di guerra economica fra capitale finanziario e capitale industriale-produttivo, tra capitali che controllano i vari settori economici-produttivi, oltre alla secolare guerra tra paesi e poli imperialistici diversi. La guerra economica di controllo globale, e anche di scontro USA e UE inizia da anni, ormai, sul terreno delle modalità, quantità, qualità e dinamiche geografiche degli investimenti, su un terreno geoeconomico di scontro interimperialista. Partendo da questo punto di vista la mondializzazione imperialista deve essere studiata con strumenti analitici che consentano di fare un’analisi su più livelli, che risultino interconnessi, ma analiticamente distinti. Il primo livello si riferisce alla categoria del capitale e quindi degli investimenti , poiché determinati e determinanti l’accumulazione come processo-entità volto all’autovalorizzazione del capitale e alla determinazione dei rapporti sociali che si basano sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Il capitale-investimento deve essere pensato come unità differenziata e gerarchizzata, che include immediatamente il capitale produttivo (quindi anche gli IDE), il capitale commerciale e il capitale-denaro (o investimento finanziario). Al contempo bisogna inoltre evidenziare che il fenomeno dell’internazionalizzazione si attua attraverso il commercio internazionale e l’investimento diretto produttivo all’estero (IDE), con il quale una determinata impresa assume le caratteristiche di multinazionale creando o acquistando filiali di produzione in diversi paesi. Attualmente, l’effetto combinato della divisione dei mercati solvibili a livello internazionale, della tecnologia contemporanea e del nuovo regime giuridico degli scambi internazionali e dei movimenti di capitale, determinano i tassi di rendimento e dunque la scelta della localizzazione degli investimenti, che assumono pertanto la configurazione di investimento produttivo, cioè di investimenti diretti all’estero (IDE), che vengono attuati in pratica da quelle imprese vogliono localizzarsi in altri paesi attraverso la creazione di un nuovo stabilimento produttivo o acquisendo le quote di partecipazioni di società già esistenti , per poi far sì che gli utili realizzati vengano indirizzati all'investimento finanziario, a più facili profitti e immediatamente disponibili come massa-denaro virtuale capace di destabilizzare l'economia, o meglio di imporre la "stabilità" voluta dall'imperialismo.

Tale meccanismo imperialista si afferma definitivamente alla fine degli anni ottanta quando si è ha potuto delineare un sistema centrale più esteso ed interdipendente del capitalismo, rispetto agli anni ‘60-‘70, la cui funzione primaria è di far progredire la strategia concorrenziale globale al fine comunque del dominio imperialista. Questo modello raggiunge il suo scopo attraverso l’organizzazione della produzione interna ai paesi a capitalismo avanzato e delle più efficaci strategie tecnologiche di produzione e di commercializzazione, e grazie alla natura e alla forma delle relazioni stabilite con altre aree a medio o basso livello di sviluppo. Evidentemente le multinazionali di nuovo stile sono dei gruppi finanziari a dominante industriale e con una loro capacità esclusiva di accedere a pieno diritto ai mercati finanziari, sia per piazzare i loro titoli sia per operare come investitori. Tale cambiamento ha importanti conseguenze sull’accrescimento qualitativo e nel livello finanziario dei gruppi multinazionali che adottano questa nuova forma, divenendo gruppi finanziari di più alto livello con dominante industriale, ma con un’attività sempre più importante come operatori sui mercati finanziari e dei cambi. Emergono le formazioni industriali a "rete", caratterizzate dal moltiplicarsi dei partecipanti minoritari e all’affiancarsi di numerose imprese legate a patners aventi una potenza economica spesso fortemente ineguale. Questa evoluzione ha avuto come effetto quello di rendere le "frontiere dell’imperialismo" più legate all’origine di un importante processo di interferenza tra il profitto e la rendita finanziaria. Una parte dei risultati dell’impresa globalizzata corrisponde a dei prelievi sul surplus di altre imprese, a degli sconfinamenti sulla loro catena di valori produttivi a vantaggio di quelli finanziari.

In tale scenario si sviluppa il quadro macroeconomico mondiale degli anni ‘90 contemporaneamente caratterizzato da tassi di crescita molto deboli del PIL, compresi i paesi come il Giappone che hanno svolto una funzione trainante nei confronti del resto dell’economia mondiale; una deflazione crescente; una congiuntura mondiale estremamente instabile, inframmezzata da sussulti monetari e finanziari; aumento di investimenti che si accompagna alla crescita della disoccupazione di massa e la sua natura tecnologica e strutturale coniugata al contenimento dei salari reali, da flessibilità e precarizzazione del lavoro e le condizioni del lavoro medievali in molti paesi in cui la manodopera viene sfruttata all’estremo. Si determina così l’accentuarsi delle diseguaglianze di reddito e di condizioni di vita all’interno anche dei paesi a capitalismo maturo che si accompagna alla marginalizzazione di intere regioni del globo dal sistema di scambi e ad una concorrenza internazionale sempre più intensa. Nel caso dei paesi OCSE, circa i tre quarti delle operazioni d’investimento all’estero hanno preso la forma di operazioni di acquisizione e di fusione di imprese esistenti, ovvero di cambiamento di proprietà del capitale esistente, spesso seguiti da ristrutturazioni di processo e di prodotto che hanno determinato disoccupazione senza creazione di mezzi di produzione nuovi e laddove ci sono stati investimenti produttivi questi non hanno necessariamente diminuito la disoccupazione, anzi il contrario. In molti mercati, i tassi di concentrazione mondiale sono dunque analoghi a quelli di trent’anni fa tipici delle economie chiuse. La priorità nelle operazioni di acquisizione e di fusione di imprese esistenti concerne anche gli investimenti al di fuori dell’OCSE, alla ricerca di concentrazioni compatibili ai movimenti internazionali del capitale finanziario.

Su scala internazionale, il passaggio industriale contemporaneo è dominato dai grandi gruppi dell’industria manifatturiera, anche se subiscono una rivalità molto forte da parte dei grandi gruppi della distribuzione concentrata; comunque le modalità di accumulazione del sistema dipendono da meccanismi all’interno dei settori finanziari ai quali l’investimento industriale si è momentaneamente adattato e sottomesso, anche se si comincia ad intravedere un conflitto intercapitalistico per il ritorno al predominio caratterizzante dell’investimento produttivo. Infatti, terminato il processo di fusioni lunghe e complesse, le grandi imprese multinazionali USA ed europee concentrano nelle loro mani attività strategiche decisive. Oltre l’80% delle spese di ricerca e sviluppo del settore delle imprese dei paesi dell’OCSE vengono effettuate in società classificate come grandi imprese; anche nei paesi in cui le piccole e medie imprese sono forti, la loro esistenza dipende in gran parte dagli sbocchi che vengono loro offerti dai grandi gruppi. A differenza del passato si assiste oggi ad una diffusione anche nelle piccole e medie imprese di quegli elementi che maggiormente riescono ad agire ed influenzare le decisioni imprenditoriali a carattere strategico, come la disponibilità e la speculazione su fattori di capitale finanziario, le risorse umane qualificate, i processi di delocalizzazione produttiva e la esternalizzazione di fasi del ciclo alla ricerca di sempre più bassi costi del lavoro, la disponibilità di infrastrutture e servizi di alta qualità, la valorizzazione dell’informazione, della comunicazione e di tutte le risorse del capitale immateriale. Si arriva, così, al di là delle diversità attuative tra poli imperialisti, ad un nuovo modo di attuare i meccanismi di accumulazione, oggi basata certamente su connotati finanziari e sugli investimenti in immobilizzazioni immateriali, ma anche alla ricerca di nuovi sbocchi per gli investimenti produttivi funzionali al paradigma dell’accumulazione flessibile e della produzione snella.

Questi elementi devono essere interpretati come l’avvisaglia della maturità di un grande regime di accumulazione mondiale nuovo a carattere flessibile, il funzionamento del quale è sottomesso alle esigenze e alle priorità del capitale finanziario privato altamente concentrato, ma essendo alla ricerca di "stabilità" politico-economica e di sempre nuove aree di intervento ha comunque bisogno di rigenerare investimenti produttivi. Tutto ciò ha determinato e sta oggi maggiormente determinando seri conflitti geoeconomici e commerciali tra le grandi potenze triadiche (Usa, Giappone, Unione europea).

- Il ritorno agli investimenti produttivi per una geoeconomia della guerra economica all'interno del Grande Impero

I processi di globalizzazione dell'economia e loro finanziarizzazione, le nuove forme di accumulazione flessibile e la turbolenza dei mercati diventano, come si è visto, fattori di estrema importanza e capaci di influenzare fortemente i processi decisori in materia di creazione di valore degli investimenti e dell'accumulazione complessiva; ed è ovvio che la competizione tra dollaro ed euro si giochi su questo piano strategico terreno di guerra economica all'interno del grande impero "Profit Global NATO".

La crescente integrazione dell’economia mondiale, fenomeno ormai diffuso con il nome di "globalizzazione", si esplica, come si è visto, attraverso vari canali: il commercio con l’estero, la produzione transnazionale, i movimenti di capitale. All’interno di questi ultimi gli investimenti diretti (IDE) tornano ad un’importanza notevole, poiché in quanto investimenti a carattere produttivo costituiscono la principale manifestazione delle attività delle imprese al di fuori del proprio paese di origine, e quindi esplicitano i processi dinamici dell’accumulazione reale dei poli imperialistici.

In Europa, in particolare, l’attività di investimento diretto ha mostrato una fortissima accelerazione dalla metà degli anni ottanta, in concomitanza con l’avvio del processo di integrazione economica messo in atto dal mercato unico, con forti finalità competitive nei confronti degli USA. Il peso assunto dall’UE in relazione agli altri paesi del mondo è stato sicuramente il motivo dell’allargamento della "Global NATO" in un quadro internazionale, allargamento che si esplica come controllo mondiale sottoposto ad una egemonia politico-militare degli USA rispetto all’UE, egemonia che però non ha più l’esclusività anche sul piano economico, grazie al ruolo europeo assunto nel fenomeno dell'"internazionalizzazione", in particolare attraverso la crescita degli investimenti diretti, anche se la partecipazione dei paesi europei non risulta omogenea; alcuni paesi partecipano attivamente e dinamicamente alla determinazione in aumento degli IDE in uscita, altri sembrano essere quasi assenti.

Durante gli anni’90 la brusca frenata registratasi nella crescita degli investimenti diretti internazionali si è accompagnata, in Europa, dalle aspettative sull'Unione Europea e dai processi di intensa riconversione produttiva orientata verso un terziario implicito ed esplicito e da una riorganizzazione nella struttura proprietaria del capitale delle imprese.

Dal 1990 le scelte geoeconomiche hanno modificato la ripartizione territoriale degli IDE: precedentemente quasi tre quarti di quelli effettuati dall’Unione Europea avevano come destinatario gli Stati Uniti; ora l’ammontare complessivo è destinato principalmente ai paesi del Terzo Mondo, ma in forte crescita sono anche quelli verso i paesi a medio livello di sviluppo, tra i quali assumono sempre più importanza i paesi dell’Europa dell’Est, confermando i processi delocalizzativi in aree a basso costo del lavoro e delle risorse in genere. In entrata dei maggiori paesi dell'UE si registra una più significativa presenza dei flussi di investimento provenienti dagli USA che puntano fortemente al condizionamento dell'economia europea temendo il ruolo che potrà assumere l'euro come valuta anche di riserva in ambito internazionale.

Per quanto riguarda gli investimenti intra europei, questi sono in una fase di crescita notevolmente più rapida rispetto a quelli effettuati dall’Europa verso l’estero; fenomeno dovuto principalmente ai processi di ristrutturazione con fusioni e processi di concentrazione messi in atto dalle imprese europee, anche in questo caso seguendo itinerari verso paesi europei con basso costo del lavoro ma a buon livello di specializzazione.

Come si può rilevare dal Graf.1, nel corso degli anni’80 e dei primi anni '90 il movimento internazionale dei capitali ha subito un’estensione veloce se rapportata a quella del commercio mondiale. Questo processo ha determinato un ritorno all’investimento produttivo in maniera decisa seppur nel contesto di globalizzazione finanziaria che oggi viviamo. Tale contesto di finanziarizzazione dell'economia è stato voluto ed agevolato dalle grandi strutture del capitalismo internazionale, dai poli imperialisti per superare la crisi di accumulazione di fine era fordista ed è stato realizzato attraverso i rilevanti cambiamenti strutturali imposti all’interno dei mercati finanziari con una liberalizzazione crescente favorita dall’abolizione dei controlli sul mercato dei cambi e sulla deregolamentazione delle operazioni finanziarie e con tassi di investimenti fissi sempre più ridotti a favore degli investimenti finanziari, spesso a carattere speculativo. Questi fenomeni si sono sviluppati di pari passo con la significativa partecipazione alla globalizzazione, attraverso quella dottrina di "stabilità politico-economica internazionale" che viene adattata di volta in volta dai poli imperialisti per ricondurre a proprio vantaggio le crisi locali o meglio per mantenere uno status quo funzionale agli interessi del grande capitale e del suo gendarme NATO.

Ma la diversità quantitativa, qualitativa e le scelte geoeconomiche accompagnate alle determinanti geopoliche, hanno acutizzato la guerra economica fra il polo imperialista USA e quello europeo per imporre, in particolare dagli anni '90, l'egemonia internazionale e la priorità di scelta nella determinazione delle aree di influenza e di dominio.

La nascita del mercato unico dei capitali e dei servizi finanziari in Europa ha agevolato anche un rilevante incremento degli investimenti esteri attraverso numerosi processi di ristrutturazione d’impresa con caratteri di internazionalizzazione delocalizzativa, alla ricerca di costi più bassi in particolare per quanto attiene il fattore lavoro, e attraverso fusioni e processi di concentrazione orientati ad un'alta competitività concorrenziale rispetto ai poli capitalistici giapponese e statunitense. Lo stesso afflusso di capitali ha registrato, inoltre, un considerevole aumento rispetto a quello rilevato negli Stati Uniti e in Giappone, mettendo in risalto il crescente potere attrattivo acquisito dall’Europa nei confronti degli investitori esteri. Allo stesso tempo l'Europa viene anche considerata un’esportatrice importante di capitali destinati agli investimento diretti (più di tre quarti di quelli effettuati dalla Unione Europea sono destinati ai paesi industrializzati occidentali); infatti nel 1988 il loro ammontare risultava essere molto vicino a quello realizzato in Giappone, il quale, a partire dagli anni’80, si era collocato in vetta alla classifica degli investimenti internazionali (essi si sono quadruplicati tra il 1984 e il 1988) pur essendo un paese a bassa attrattività di capitali.

Nel 1996 nei paesi asiatici si è avuto un sostanziale incremento degli investimenti in entrata (29.2%) e in uscita (10.3%), mentre nel 1997 non si erano ancora rilevati gli influssi della crisi del Sud Est Asiatico, contrariamente a quanto è accaduto agli investimenti finanziari che hanno registrato un rapido decremento. La causa è da ricercare nella natura degli investimenti diretti che mettono in essere rapporti di medio-lungo termine con i paesi beneficiari. Completamente diversa è la situazione della Cina, la quale ha attratto un alto volume di flussi diretti in entrata. Nell’Europa dell'Est si sono registrate flessioni negli afflussi di capitale, soprattutto in Ungheria, nella Repubblica Ceca e nella Federazione Russa; solo la Polonia ha fatto rilevare un incremento importante nei flussi del 1996.

I flussi mondiali di IDE dopo il calo congiunturale del 1996 hanno raggiunto nel 1997 e 1998 livelli mai toccati in precedenza, soprattutto per le scelte delle multinazionali in funzione dell’aggiornamento e della riconversione legati allo sviluppo tecnologico, all’internazionalizzazione dei mercati e ai processi di liberalizzazione. Nel 1997 i flussi degli IDE in uscita hanno superato i 420 miliardi di dollari con un tasso di crescita medio annuo registrato in tutti gli anni ’90 sempre significativamente più alto a quello registrato a livello internazionale dal PIL, dagli investimenti interni lordi e dalle esportazioni. Nel 1997 lo stock degli IDE in rapporto al prodotto lordo mondiale ha toccato l’11% e per valutare tale percentuale si pensi che solo nel 1980 il rapporto segnava il 5%. Se è vero che i flussi degli IDE in uscita riguardano ancora per l’85% i paesi a capitalismo maturo (in particolare Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Germania e Francia) va comunque segnalato il livello record che nel 1997 hanno raggiunto gli IDE in uscita dei Paesi in Via di Sviluppo (61 miliardi di dollari). Si consideri infine che gli IDE affluiti ai Paesi in Via di Sviluppo continuano ad aumentare in questi ultimi anni toccando nel 1997 i 150 miliardi di dollari, rappresentando il 38% di tutti i flussi IDE internazionali in entrata. Tra le aree che negli ultimi quattro, cinque anni hanno registrato notevoli incrementi di flussi IDE in entrata si possono segnalare in particolare la Cina e l’America Latina. Per quanto riguarda gli IDE intraeuropei questi giungono a 115 miliardi di dollari nel 1997 con un significativo incremento negli ultimi anni. Va segnalato infine l’enorme salto degli IDE verso l’Europa centro-orientale che nel 1997 raggiungono 18 miliardi di dollari, cioè quattro volte e mezzo in più dei flussi registrati nel 1992.

Per quanto concerne l’industria italiana, questa ha mostrato una capacità di investimento all’estero inferiore rispetto alla sua importanza nel commercio internazionale. Va subito evidenziato che per quanto riguarda il commercio con l'estero negli ultimi dieci anni l'Italia ha quasi triplicato il valore delle esportazioni di prodotti ed ha raddoppiato le importazioni (cfr. Tab.1). Se si considera l'anno 1997 va evidenziato che oltre il 50% delle esportazioni del nostro paese è diretto verso i paesi dell'Unione Europea (cfr. Graf. 2 e 3) così come circa il 60% delle importazioni proviene dagli stessi paesi (è chiaro che con l'introduzione della moneta unica europea negli anni a venire questi scambi saranno considerati "interni"); un 10% del totale degli scambi interessa il Canada e gli Stati Uniti mentre è abbastanza elevata la percentuale degli scambi effettuati con i Paesi in Via di Sviluppo (nel 1997 si ha il 21,1% in uscita ed il 19,2% in entrata).

TAB. 1 Evoluzione del commercio con l’estero (quantità di merci scambiate)

indici 1980=100

1988

1989

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

Export

136,2

148,4

153,6

153,8

159,6

173,8

194,1

220,0

215,1

225,1

Import

136,5

147,8

154,4

161,3

166,8

149,9

168,4

184,9

176,8

195,0

Fonte: elaborazione su dati ICE.

Sono questi i dati statistico-economici che evidenziano come la guerra economica interimperialista stia riassumendo le forme di forte caratterizzazione basata sull’investimento produttivo, anche se estero, come ritorno ad una riaffermazione del capitale industriale su quello finanziario.

- L’imperialismo UE verso le nuove aree di dominio dell’Europa centro-orientale: il controllo attraverso i flussi di IDE

Sono ormai anni che l’Europa fa capire in tutti i modi agli altri paesi imperialisti che le aree di crisi dei Balcani, di tutta l’Europa centro-orientale e del Mediterraneo sono di propria competenza, e ha accettato accordi con la Russia e per una nuova "Global NATO" spostata ad est proprio per ribadire l’egemonia europea in quell’area, imponendo la "pace e la stabilità" attraverso le speculazioni finanziarie e il controllo politico-economico attraverso i flussi di IDE.

Si è visto che l’Unione Europea assume un peso assai rilevante nel commercio con l’estero, ma al suo interno i ruoli dei vari paesi risultano diversificati; anche per gli investimenti diretti esteri, che sottendono a forme di internazionalizzazione produttiva, l’Europa si è manifestata molto dinamica lanciando una vera e propria offensiva nei confronti degli USA che ha assunto la forma di una vera e propria guerra economica interna al grande impero.

Il totale degli investimenti europei in uscita (attività) passa da 70920 milioni di dollari del 1996 a 96420 del 1997 aumentando del 36% in un solo anno. Gli investimenti in entrata (passività) crescono in maniera molto più esigua, raggiungendo nel 1997 il valore di 63958 milioni di dollari. Si può notare che per tutti gli anni ‘90 il fenomeno risulta molto più dinamico in uscita, quindi in termini di attività, piuttosto che in entrata (passività) poiché le scelte geoeconomiche dei diversi paesi europei non sono basate sull' "attrazione" dell’Unione Europea dei trasferimenti internazionali dei capitali, quanto sulla ricerca di mercati adatti per la delocalizzazione produttiva e per la conquista di risorse primarie e umane di buon valore e di basso costo, e importanti per affermare nel contempo il ruolo di polo imperialista da parte dell’UE capace di imporre una propria egemonia in alcune aree nei confronti degli USA.

Per un’analisi completa del fenomeno bisogna considerare la suddivisione anche per attività economiche degli IDE. La successiva Tab. 2 evidenzia la composizione degli IDE per branche produttive e per i maggiori paesi a capitalismo avanzato nel 1997, in modo da poter meglio effettuare i confronti con le dinamiche geoeconomiche della guerra economica interimperialista e notare il peso sempre più crescente, sia in termini quantitativi ma anche nella diversificazione qualitativa, dei maggiori paesi europei nei confronti del Giappone e degli stati Uniti. Da notare il ruolo sempre più significativo degli investimenti nel terziario rispetto alle altre branche produttive degli IDE da e verso l'Italia.

TAB.2. Investimenti diretti per branca e per paese (valori in miliardi di lire, anno 1997)

Branche

Francia

Germania

Regno Unito

Spagna

Giappone

Usa

ATTIVITA'

18.619

11.885

17.651

10.999

2.224

21.669

Prod. Agr. sil. Pesca

39

4

14

19

1

57

Prod. Energetici

653

508

390

16

27

1.816

Prod. Industriali

5.740

4.837

4.399

6.648

1.327

8.596

Servizi

12.187

6.536

12.848

4.280

869

11.200

PASSIVITA'

19.528

12.851

16.144

441

2.657

20.783

Prod. Agr. sil. Pesca

61

5

53

16

16

Prod. Energetici

627

256

160

3

11

752

Prod. Industriali

4.609

6.352

4.923

285

1.116

13.678

Servizi

14.231

6.238

11.008

137

1.530

6.337

Fonte: Relazione della Banca d'Italia. Maggio 1998.

Se si analizzano gli investimenti dell’Italia negli ultimi decenni appare subito la differenza esistente tra il flusso in uscita che risulta crescente, e quello in entrata invece stabile e attestato su livelli più limitati.

TAB.3 Composizione geografica dello stock mondiale di investimenti diretti esteri (IDE) per paese di origine

Paesi e aree

1970

1975

1980

1985

1990

1995

Paesi industriali

96,9

97,6

97,3

95,8

96,4

93,3

Stati Uniti

44,4

45,6

43,7

35,9

37,8

36,9

Giappone

0,7

3,1

4

6,8

10,6

9,7

Unione Europea (15)

29,6

34,8

39,7

41,3

38,4

38,2

Regno Unito

11,8

13,8

16,1

15,6

12,1

10,5

Paesi Bassi

6,2

7,3

7,8

6,2

4,7

4,9

Germania

2,7

4,6

6,4

6,6

6,6

6,6

Francia

6

5,1

4,8

5,8

5,8

6,5

ITALIA

1,2

1,2

1,5

2,8

3,2

3,4

Belgio-Luss.

0,5

0,7

1

0,7

1,2

1,5

Svezia

0,6

1

1,1

1,9

2,6

2

Danimarca

0,3

0,3

0,4

0,3

0,4

0,6

Spagna

0,1

0,2

0,4

0,7

0,9

0,9

Portogallo

-

-

-

-

-

0,1

Altri industriali

22,3

14,1

9,9

11,8

9,6

8,5

Canada

3,6

3,8

4,6

6,4

4,1

3,2

Svizzera

18,3

9,7

4

3,9

3,5

3,5

Paesi in transizione

-

-

-

0,1

-

-

PVS

3,1

2,4

2,7

4,2

3,6

6,6

TOTALE

100

100

100

100

100

100

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia.

La Tab.3 evidenzia che gli investimenti italiani diretti in uscita, sono cresciuti passando da appena l'1,2% dello stock mondiale (all’inizio degli anni settanta) al 3,4% nel 1995 (il valore è vicino a quello registrato in Canada e in Svizzera, anche se inferiore a quello degli altri maggiori industriali). Importante è anche osservare attraverso il Graf.4 il confronto tra gli IDE con origine in Italia e quelli totali dell'Europa dei 15. L’Europa passa da una quota mondiale del 29,6% del 1970 a ben il 38,2% del 1995, mentre gli Stati Uniti vedono contrarre i propri investimenti dal 44,4% del 1970 al 36,9% del 1995 con un trend sempre decrescente; al contrario è l’andamento sempre crescente del Giappone che passa dallo 0,7% del 1970 al 9,7% del 1995. Importante per l’Europa dei 15 il balzo della Germania dal 2,7% del 1970 al 6,4 del 1980, percentuale che si mantiene pressoché costante fino al 1995.

Gli investimenti mondiali rivolti verso l'Italia sono invece diminuiti, passando dall’iniziale 3,4% (quota prossima a quella francese e doppia di quella spagnola) al 2,3% del 1995 evidenziando la difficoltà dell'Italia nel richiamare investimenti esteri (Cfr. Tab. 4) a causa di fattori di criticità interni, come ad esempio il relativamente alto costo del lavoro e il regime fiscale sfavorevole rispetto ad altri paesi. E’ importante rilevare che mentre l’Europa dei 15 mantiene approssimativamente uguale la percentuale degli IDE in entrata, passando dal 30,7% del 1970 al 32,4% del 1995, e mentre il Giappone trova più che dimezzata la sua quota (dall’1,4% del 1970 allo 0,6% del 1995), sono proprio gli Usa che diventano fortemente attrattivi per i capitali esteri a finalità di investimento produttivo aumentando sempre negli anni la propria percentuale e passando dall’8,2% del 1970 al 30% del 1995.

TAB.4 Composizione geografica dello stock mondiale di IDE per paese di destinazione

Paesi e aree

1970

1975

1980

1985

1990

1995

Paesi industriali

67,7

69,6

71,6

70,8

79,3

73,6

Stati Uniti

8,2

10,7

16,7

28,4

30

30

Giappone

1,4

1,2

0,7

0,6

0,5

0,6

Unione Europea (15)

30,7

35,1

35,4

27,8

35,3

32,4

Regno Unito

7,5

9,3

12,7

8,3

12,1

8,6

Paesi Bassi

2,9

3,8

3,9

4,4

4,4

3,9

Germania

5,9

6,2

5,1

2,9

3,3

2,5

Francia

3,5

4,4

4,6

4,3

4,8

5,8

ITALIA

3,4

3,5

2

2,6

3,3

2,3

Belgio-Luss.

0,5

1,1

1,5

1,1

1,7

2,7

Svezia

1,7

1,2

0,7

0,7

0,7

1,2

Danimarca

0,8

0,9

0,8

0,5

0,4

0,7

Spagna

1,7

2,3

1,8

0,9

2,5

2,4

Portogallo

-

0,1

0,1

0,1

0,4

0,5

Altri industriali

27,4

22,7

18,8

14

13,4

10,6

Canada

16,8

14,7

10,9

8,3

6,3

4,5

Svizzera

5,6

3,8

2,2

1,9

2,4

1,9

Paesi in transizione

-

-

0,1

-

0,3

1,6

PVS

32,2

30,3

28,4

29,2

20,4

24,8

TOTALE

100

100

100

100

100

100

Fonte: elaborazione su dati Banca d’Italia.

E' interessante mostrare quali sono gli orientamenti geoeconomici degli investimenti delle imprese italiane all'estero. L'esame del Graf.5 evidenzia che nel decennio 1986-1996 la quota maggiore di investimenti italiani si è indirizzata verso i paesi dell'Europa occidentale (con valori del 46% nel 1986 e del 47% nel 1996); sempre in questi anni si è avuto invece un calo negli investimenti rivolti verso l'America Latina (si è passati dal 19% nel 1986 all'11% nel 1996) ed anche verso il Nord America (si passa dal 14% nel 1986 al 9% nel 1996). E' importante rilevare che nello stesso decennio di riferimento le partecipazioni italiane in Europa Orientale passano dall'1% al 17%, ciò a dimostrare anche forti processi di delocalizzazione produttiva verso aree a basso costo del lavoro il quale però risulta essere di buon livello di specializzazione.

Questa situazione è riscontrabile anche esaminando il trend in funzione del numero degli addetti nelle imprese partecipate (cfr. Graf.6); i valori infatti rispecchiano la tendenza registrata nell'analisi delle partecipazioni.

Ancora una volta è interessante notare le dinamiche geoeconomiche che evidenziano lo sviluppo che si è registrato negli investimenti italiani verso i paesi dell'Europa Orientale, a dimostrare chiaramente, anche nella classificazione per numero di addetti, come il basso costo del lavoro e delle risorse primarie in questi paesi siano la maggiore attrattiva per gli imprenditori italiani.

Un evento rilevante si è verificato nel biennio 1996-1997 in concomitanza con la crescita degli investimenti diretti all’estero effettuati dalle imprese italiane; un numero crescente di piccoli imprenditori italiani decidono di avviare una nuova attività imprenditoriale all’estero. I principali destinatari di questi progetti sono i paesi dell’Europa centrale e orientale e quelli dell’area del Mediterraneo. Nuove tipologie di microimprenditorialità a carattere multinazionale stanno nascendo come esternalizzazione e delocalizzazione delle piccole e medie imprese, caratterizzate da una ripartizione sull’intero spazio economico internazionale delle più importanti attività aziendali a forte connotato finanziario e di terziario spesso avanzato: finanza, produzione, commercio, assicurazione, distribuzione e marketing. Si registra nel contempo una consistente riduzione del numero delle imprese italiane nei settori dell’alta tecnologia, che si accompagna ad una significativa contrazione degli investimenti nell’Europa occidentale e nell’America del Nord, evidenziando la limitata crescita dell’imprenditorialità italiana nei grandi mercati oligopolistici dell’occidente. Ancora una volta evidenziando che la traiettoria degli investimenti esteri italiani si individua verso quelle aree dell’Europa centro-orientale dove la delocalizzazione produttiva e la esternalizzazione di fasi del processo produttivo significano buon livello di specializzazione dei lavoratori con basso costo, scarse garanzia sindacali e di diritti, ma anche spesso ricorso al lavoro nero, al lavoro minorile, al lavoro precario, aumento dei ritmi e dell’orario, insomma supersfruttamento di una manodopera alla ricerca dei mezzi minimi di sussistenza.

L’attuale dinamica di internazionalizzazione diffusa del sistema industriale italiano si inserisce sempre più in aree territoriali differenti occupando ormai un importante spazio economico nell’ambito del controllo imperialista. In particolare, come si è visto, è iniziato ormai da una decina di anni l’assalto ad est con flussi di investimenti italiani che sono diventati tra i più rappresentativi in molti paesi della cosiddetta Eurasia, con particolare presenza nell’Europa del centro-est. Tutto ciò ci porta a definire non tanto quella che si chiamava la funzione dell’ "imperialismo in Italia" quanto un ruolo di vero e proprio imperialismo italiano all’interno del grande impero del Profit Global NATO. Tale ruolo è esplicitato dalla dinamica delle esportazioni che vede sempre più l’Italia come esportatrice netta di capitali oltre che esportatrice di beni e servizi. L’internazionalizzazione produttiva dell’Italia nel 1998 segna 2034 imprese industriali all’estero partecipate da imprese italiane; le imprese investitrici sono 804, gli addetti totali all’estero sono 606.266; il fatturato del 1997 è di 186.686 miliardi di lire. Va posta l’attenzione sul fatto che le partecipazioni di controllo riguardano oltre il 75% delle imprese, il 72% degli addetti e l’80% del fatturato totale; l’incremento dell’incidenza delle attività controllate rispetto alle partecipazioni paritarie e minoritarie è in continuo aumento negli ultimi anni. Dal punto di vista invece delle imprese industriali italiane partecipate dall’estero, se è vero che queste sono 1769 con l’intervento di 1031 imprese investitrici, per un totale di addetti in Italia di 560.438 unità ed un fatturato delle imprese partecipate di 263.451 miliardi di lire, è altrettanto vero che negli ultimi anni il saldo tra gli addetti nelle partecipazioni industriali dirette estere in uscita ed in entrata diventa sempre più favorevole all’investimento italiano effettuato all’estero. Infatti l’analisi di lungo periodo evidenzia come negli ultimi dieci anni ci sia stata una continua evoluzione in crescita delle partecipazioni di imprese italiane in imprese industriali estere e tale evoluzione positiva è avvenuta sia nel numero delle imprese italiane investitrici (da 282 nel 1986 a 804 nel 1998 e per le partecipazioni di controllo da 180 a 623), sia per le imprese estere partecipate (da 697 del 1986 a 2.034 nel 1998), sia per gli addetti delle imprese partecipate ( da 244.188 a 606.266) ed infine per il fatturato che passa da 42.166 miliardi di lire del 1986 a 186.686 miliardi di lire al 1 gennaio 1998, tenendo conto che il fatturato delle imprese in cui la partecipazione italiana è di controllo passa nello stesso periodo da 33.500 miliardi di lire a 149.305 miliardi di lire. La dinamica di lungo periodo degli IDE italiani per area geografica segna un cambiamento negli ultimi anni della composizione geografica confermando il forte interesse per l’America Latina, per l’Europa orientale e per alcune aree asiatiche.

Quindi, in veste di media potenza imperialista si allarga l’area di influenza italiana nei mercati internazionali per ridefinire i propri interessi economici a valenza strategica. In particolare dopo il 1989 il nuovo ruolo dell’economia imperialista italiana si determina una sua area strategica di influenza in Albania, Romania, Bulgaria, Serbia, Macedonia e in molti altri paesi dell’area del centro-est europeo, entrando in aperta competizione, anche se a volte a carattere concertativo, con gli Stati Uniti ed altri paesi europei come la Germania.

Infatti tutte le incertezze della politica diplomatica ed economica estere dell’Italia che si erano manifestate nei primi anni della guerra civile in Jugoslavia, incertezze derivanti da una riconosciuta subalternità all’egemonia tedesca e statunitense in quelle aree, si è trasformato invece, negli anni in massiccio percorso italiano di penetrazione economica, attivismo diplomatico, presenza militare, fino ad arrivare ai nostri giorni, con la guerra NATO alla Jugoslavia in cui l’Italia ha voluto svolgere un ruolo di primo piano per difendere i propri interessi imperialisti nelle diverse aree dell’Eurasia.

Nella ridefinizione dei territori di espansione dell’imperialismo l’Italia non accetta più la tradizionale subalternità agli Stati Uniti e la nuova frontiera dei mercati euroasiatici e del Mediterraneo devono essere campo di battaglia per l’Italia e per gli altri paesi europei, cioè per il polo imperialista UE con i suoi scontri interni.

In tale ottica risulta interessante analizzare i movimenti di capitale tra tutti i paesi dell’Unione Europea e quelli dell’Europa dell’Est. A partire dal 1995 i dati sono disponibili a livello dettagliato: gli investimenti sono suddivisi in equity, non equity ed utili reinvestiti.

TAB. 5 Composizione geografica dei flussi di investimenti diretti esteri dell’Est europeo

(valori in milioni di dollari)

1995

Investimenti diretti all’estero

Investimenti diretti dall’estero

 

Invest. azionari

(equity)

Altri invest.

(non equity)

Azionari

+ altri

(equity+

non equity)

Utili reinvestiti

TOTALE

Invest. azionari

(equity)

Altri invest.

(non equity)

Azionari

+ altri

(equity+

non equity)

Utili reinvestiti

TOTALE

Polonia

1162

298

1460

35

1495

8

28

36

12

48

Paesi Baltici

172

66

237

25

262

-6

0

-6

3

-4

Rep. Ceca

1735

323

2058

184

2242

13

23

36

10

46

Cecosl.

166

13

179

55

235

0

-1

-1

0

-1

Ungheria

2540

172

2712

-101

2611

17

159

175

4

179

Romania

84

13

97

0

97

6

1

8

0

8

Bulgaria

10

0

10

0

10

3

-1

1

0

1

Albania

1

0

1

0

1

1

0

1

0

1

Croazia

192

66

258

12

270

3

1

4

1

5

Slovenia

74

14

88

1

89

-1

0

-1

0

-1

Ex-Jugoslavia

0

0

0

1

1

0

0

0

0

0

Turchia

312

97

409

-68

341

53

0

53

6

59

Russia

263

139

402

-68

334

160

10

170

13

183

Ucraina

40

-50

-10

-3

-13

1

0

1

0

1

TOTALE

6752

1149

7901

74

7975

257

221

478

49

527

Il segno meno indica disinvestimenti.

Fonte: elaborazione su dati Eurostat.

Dai dati della Tab.5 si nota subito come il fenomeno evidenzia una crescita rapidissima; gli investimenti in uscita sono quasi raddoppiati, raggiungendo 7975 milioni di dollari; di questi l’85% proviene dagli investimenti di tipo equity. Il fenomeno in entrata segna un totale di 527 milioni di dollari investiti nei paesi dell’Est europeo nel 1995, con una crescita rispetto all’anno precedente; guardando alla tipologia di investimento, i movimenti di capitale di tipo equity e non equity in quest’anno si sono quasi bilanciati.

Nella Tab.6 si può notare la situazione del 1996. Questo anno sembra presentare una leggera battuta d’arresto, riducendo gli investimenti in uscita a soli 339 milioni di dollari e confermando per quelli in entrata un valore che non raggiunge gli 8 mila milioni di dollari.

TAB.6 Composizione geografica dei flussi di investimenti diretti esteri dell’Est europeo

(valori in milioni di dollari)

1996

Investimenti diretti all’estero

Investimenti diretti dall’estero

 

Invest. azionari

(equity)

Altri invest.

(non equity)

Azionari

+ altri

(equity+

non equity)

Utili reinvestiti

TOTALE

Invest. azionari

(equity)

Altri invest.

(non equity)

Azionari

+ altri

(equity+

non equity)

Utili reinvestiti

TOTALE

Polonia

2118

585

2703

135

2838

5

-10

-5

1

-4

Paesi Baltici

131

45

176

23

199

6

-1

5

1

6

Rep. Ceca

876

454

1330

234

1564

4

-8

-4

1

-3

Cecoslovacchia

169

44

213

-38

175

6

0

6

0

6

Ungheria

873

436

1309

314

1623

23

-10

13

0

13

Romania

80

55

135

-10

125

11

-3

9

0

9

Bulgaria

28

28

55

3

58

-3

-4

-6

0

-6

Albania

0

4

4

0

4

0

0

0

0

0

Croazia

50

35

85

-9

76

1

0

1

0

1

Slovenia

63

16

79

15

94

3

-1

1

0

1

Ex-Jugoslavia

10

0

10

-4

6

-3

0

-3

0

-3

Turchia

410

39

449

88

536

115

5

120

20

140

Russia

293

205

498

69

566

109

14

123

55

178

Ucraina

40

9

49

11

60

1

0

1

0

1

TOTALE

5138

1954

7093

830

7923

279

-18

261

78

339

Il segno meno indica disinvestimenti.

Fonte: elaborazione su dati Eurostat.

Nella Tab.7 vi sono i dati del 1997 disponibili solamente per alcuni paesi.

TAB. 7 Composizione geografica dei flussi di investimenti diretti esteri dell’Est europeo

(valori in milioni di dollari)

1997Investimenti diretti dall’estero

 

 

 

Invest. azionari

(equity)

Altri invest.

(non equity)

Azionari

+ altri

(equity+

non equity)

Utili reinvestiti

TOTALE

Invest. azionari

(equity)

Altri invest.

(non equity)

Azionari

+ altri

(equity+

non equity)

Utili reinvestiti

TOTALE

Polonia

1879

410

2289

-81

2208

5

54

59

20

79

Rep. Ceca

1353

292

1644

-197

1448

-2

-21

-24

-1

-25

Ungheria

1035

232

1267

138

1405

40

28

68

21

89

Turchia

280

43

323

19

342

31

28

59

-1

58

TOTALE

4547

976

5523

-120

5403

72

89

161

40

201

Il segno meno indica disinvestimenti.

Fonte: elaborazione su dati Eurostat.

Notevole risulta l’incremento in termini di entrata, in particolare per la Polonia e per l’Ungheria. L’area nel suo complesso evidenzia in quest’anno una buona capacità attrazione di investimenti da parte dei paesi tecnologicamente più avanzati, in particolare dai paesi dell’Europa Occidentale alla ricerca di delocalizzazioni produttive, per sfruttare il basso costo delle materie prime e della manodopera.

Il Graf. 7 mette in evidenza la crescita della consistenza degli investimenti diretti nel quinquennio 1993-1997; l’attività degli investimenti diretti è in continua

Graf.7 Stock di investimenti diretti in entrata per paesi o gruppi di paesi

(milioni di dollari)

Fonte: elaborazione su dati UNCTAD, FDI database.

ascesa, confermando, in coerenza con i dati precedentemente esposti come la crescita più repentina del fenomeno sia avvenuta tra il 1994 ed il 1995 per tutti i paesi in esame.

La Tab.8 evidenzia il peso sempre più crescente degli investimenti, anche nell'Europa centro-orientale, nei settori del terziario dove rivestono un peso importante anche le risorse del capitale intangibile.

TAB.8 Distribuzione settoriale dello stock di investimenti diretti in alcuni paesi dell’Europa dell’Est (1997). Valori percentuali.

SETTORI

REP. CECA

UNGHERIA

POLONIA

ROMANIA

FED. RUSSA

SLOVENIA

UCRAINA

PRIMARIO

1

2

2

7

18

1

3

SECONDARIO

45

39

60

56

26

35

54

TERZIARIO

54

59

38

37

56

64

43

Fonte: elaborazione su dati UNCTAD, 1998 ripartendo gli investimenti senza specificazione territoriale.

La Tab. 9 mette a confronto i tassi di crescita degli investimenti diretti e quelli del PIL; queste stime sono state effettuate dall’UNCTAD in base alle statistiche nazionali.

TAB.9 Europa centrale e dell’Est: tassi di crescita degli investimenti diretti in entrata e del prodotto interno lordo, 1995-97. Valori percentuali

PAESI

Tasso di crescita

degli IDE

Tasso di crescita

del PIL

Polonia

43,1

6,7

Slovacchia

-8,0

6,5

Croazia

135,5

6,4

Estonia

14,3

5,4

Rep. Ceca

47,9

3,6

Lituania

124,8

3,4

Albania

4,6

3,3

Slovenia

38,6

3,0

Lettonia

35,2

3,0

Ungheria

79,4

2,4

Romania

115,9

1,7

Macedonia

-28,2

0,3

Fed. Russa

129,1

-2,9

Rep. di Moldova

139,3

-2,9

Bulgaria

120,7

-5,4

Ucraina

60,9

-8,5

Fonte: UNCTAD FDI, 1998.

Indipendentemente dalla omogeneità dei dati utilizzati, si può affermare che i paesi del centro-est europeo negli ultimi anni vedono aumentare enormemente le loro capacità di attirare investimenti diretti dall’estero con tassi di crescita degli IDE, nell'ultimo biennio considerato, veramente impressionanti, tenendo anche conto dei rispettivi tassi di crescita del PIL; da segnalare in particolare i tassi di crescita degli IDE verso la Croazia, la Lituania, l'Ungheria, la Romania,la russia, la Bulgaria.

Ancora più interessante risulta la Tab. 10 che considera gli incroci tra i maggiori "investitori" di tutto il mondo e i maggiori recettori di capitali dell’Europa centrale e dell’est.

TAB.10 Distribuzione geografica dello stock di investimenti diretti in alcuni paesi dell’Europa centrale e dell’Est. (Valori percentuali).

INVESTITORI

REP. CECA

UNGHERIA

POLONIA

ROMANIA

FEDED. RUSSA

SLOVENIA

UCRAINA

Stati Uniti

13

20

23

7

29

1

19

Germania

28

22

12

9

12

14

10

Paesi Bassi

14

13

7

9

4

2

10

Regno Unito

3

4

7

4

17

5

8

Francia

8

8

9

13

2

7

1

Svizzera

11

3

3

-

15

4

10

Austria

7

10

4

3

2

34

2

Italia

1

6

9

6

3

7

2

Rep. di Corea

-

1

6

11

-

-

-

Belgio

-

4

1

-

-

-

-

Giappone

-

2

-

-

-

-

-

Altri

15

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Fonte: Stime dell’UNCTAD basate su dati nazionali; queste stime sono effettuate in base alle statistiche nazionali.

Come avevamo accennato precedentemente, gli Stati Uniti, inizialmente "investitori" per eccellenza, offrono ancora un contributo notevole agli investimenti diretti in queste aree in aperta competizione geoeconomica con i paesi dell'UE. In particolare il 29% dei movimenti di capitale nella Federazione Russa, il 23% degli investimenti in Polonia, il 19% in Ucraina ed il 20% di quelli in Ungheria, provengono dagli Stati Uniti. Ma sempre di più i paesi dell’Unione Europea contribuiscono fortemente al totale degli investimenti in queste aree; tra tutti, la Germania è il paese che risulta più presente, con un ruolo anche importante giocato da Austria, Paesi Bassi ed Regno Unito e un aumento continuo dell'Italia nell’introdurre le proprie attività nei paesi del centro-est europeo. L’unico dato disponibile per il Giappone è il 2% del totale degli investimenti in Ungheria; ricordiamo, infatti, che il Giappone pur essendo stato tra i promotori del fenomeno insieme agli Stati Uniti, nel corso degli anni ha mostrato un’inversione di tendenza, sostituendo al suo ruolo di investitore quello di recettore di capitali dall’estero. Tali dinamiche negli IDE statunitensi non sono casuali ma dipendono dalle scelte geopolitiche e geoeconomiche del polo imperialista americano che comunque non vorrebbe cedere tanto facilmente il controllo dell’Europa orientale né alla Russia né all’Europa occidentale ma nel contempo ha continuo bisogno di attirare capitali e investimenti diretti dall’estero per rafforzare l’economia interna e il ruolo del dollaro come valuta di riserva a valenza internazionale.

Nei paesi dell’Europa centro-orientale oltre ai fenomeni legati agli IDE, ai processi di delocalizzazione e di esternalizzazione produttiva da parte soprattutto di imprese europee, si è assistito ad una particolare dinamica interna dell'andamento dell’industria nazionale e dell’agricoltura, sviluppo parzialmente "bloccato" attraverso un industrializzazione sostanzialmente orientata ai beni di consumo duraturi. Conseguentemente la riproduzione amplificata dei distinti settori produttivi nazionali non si è potuta stabilire in modo fondamentale a partire dalle risorse e dalle capacità di investimento all’interno dei confini nazionali, e ciò ha fatto si che il settore di beni di consumo, per riprodursi su ampia scala e convertire una parte degli utili accumulati in capitale fisso, sia ricorso all’approvvigionamento esterno di macchinari e tecnologia producendo serie deformazioni nel processo di industrializzazione e provocando disoccupazione, sottoccupazione e condannando all’emarginazione la popolazione contadina che emigra verso centri urbani.

Da qui la tendenza che nei paesi del centro-est europeo, nell’Eurasia in genere e un po’ in tutte le aree a medio livello di sviluppo, aree strategiche prioritarie di conquista dell'imperialismo, una considerevole parte degli investimenti si concentri in grandi unità di produzione, rendendo complicata la diversificazione del progresso tecnico e concentrandolo nelle regioni più dinamiche nello sviluppo, accentrando le diversità dei profili economici locali e la disoccupazione. La dipendenza tecnologica dell’industria dei paesi del centro-est europeo colpisce il settore economico delle esportazioni, ed inoltre il funzionamento, il rinnovo e l’ampliamento dell’apparato industriale esigono un elevato livello di importazioni e riparazioni di macchinari che genera un deficit nella bilancia dei pagamenti commerciale sempre crescente. Tale squilibrio si intensifica con il progressivo esaurirsi delle capacità del settore agricolo di produrre alimenti base per il consumo popolare, causando nel contempo anche una crescente importazione di beni di prima necessità.

L’effetto congiunto dei precedenti fenomeni economici, i ridotti e diversi livelli salariali, una "mobilità" minima del lavoro in confronto a quella del capitale voluta dalle politiche neoliberiste, sta a dimostrare che i gruppi industriali, in particolare delle multinazionali europee, impongono le dinamiche di sviluppo interno di tali paesi in funzione della necessità strategica di delocalizzare le loro produzioni al di fuori dell’Unione Europea verso qualche paese limitrofo dell’Est, per trovare manodopera a basso prezzo e deregolamentata senza sicurezza sociale, senza pensioni allineate ai livelli dei paesi più avanzati, con nessuna regolazione di livelli salariali attraverso convenzioni collettive uniche divise per settori.

Si aggiunga poi che il contesto complessivo della globalizzazione è sempre più legato alla dinamica specifica della sfera finanziaria, la cui crescita a ritmi qualitativamente superiori a quelli degli investimenti produttivi, del PIL o degli scambi, sono il fattore che ha maggiormente sconvolto la situazione economica degli ultimi 15 anni in particolare nelle aree a medio livello di sviluppo.

Infatti, la sfera finanziaria si alimenta proprio della ricchezza creata dagli investimenti produttivi nei paesi a medio livello di sviluppo, tra i quali centrali sono quelli dell’est europeo o meglio dell’Eurasia. Investimenti in quest’area significano profitti per le multinazionali, accaparramento di risorse primarie e di capitale umano a basso prezzo e a buona specializzazione, controllo del petrolio, delle materie prime e delle fonti di energia, determinazione della valuta di quotazione dei barili del petrolio e, quindi, determinazione della valuta che giocherà in futuro il ruolo di riserva internazionale, significa profitti e capitali immediatamente disponibili per gli operatori finanziari, istituzionali e non, per le speculazioni internazionali con carattere destabilizzante per i paesi sottoposti all’aggressione economica imperialista.

I capitali, di cui godono gli operatori finanziari assicurano la valorizzazione attraverso le loro collocazioni finanziarie, per ritornare in parte al reinvestimento attraverso gli IDE che si effettuano tra diversi paesi indirizzati inizialmente nel settore produttivo, ma sempre più caratterizzati come massa di capitale speculativo pronto ai processi di finanziarizzazione a facili profitti e utilizzato per il controllo geopolitico e geoeconomico dei poli imperialisti attraverso operazioni di destabilizzazione dei paesi ad interesse strategico, o sarebbe meglio dire imponendo la "stabilità" politico-economica del grande impero "Profit Global NATO".

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ESSENZIALI

AA.VV., l’Italia s’è desta, Ed. Laboratorio Politico, 1998.

Caminotti R., Mariotti S ( a cura di), L’Italia multinazionale (F.Angeli 1990, ETAS libri 1992, ETAS libri 1994, F.Angeli 1996, CNEL 1999).

Confindustria Centro Studi, Rapporto sull’industria italiana, vari anni

Contropiano Annate 1995-1998

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Guandalini-Ukmar, Dalla Cina verso Ovest, ETAS Kompass, 1994

ICE, Rapporto sul Commercio Estero: Sintesi e prime valutazioni. 1998

Lafay G., Capire la globalizzazione, il Mulino, Bologna 1996

Martufi R., Vasapollo L, Profit State, redistribuzione dell’accumulazione e reddito sociale minimo, Ed. La Città del Sole, 1999.

Proteo N.ri vari in particolare n.1/99

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