COSTRUIRE IL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO RIPARTENDO DA MARX

di

L.Vasapollo[1]

 

 

1. Si vive in un periodo in cui si sta realizzando un vero e proprio "apartheid politico-culturale" contro il pensiero marxista, arrivando addirittura al punto di proclamare la fuoriuscita delle teorie marxiane dalla "cittadinanza" scientifica ed accademica, e con essa estromettendo gli studiosi marxisti dalla scienza ufficiale.

Ecco perché il Laboratorio per la Critica Sociale (LCS) ha ripreso il dibattito su alcuni temi chiave dell’analisi marxiana, a partire dalla presentazione del libro  "Un vecchio falso problema . La trasformazione dei valori in prezzi nel Capitale di Marx" (curato da chi scrive  e con saggi di Carchedi, Freeman, Kliman, Giussani e Ramos, Ed. Mediaprint, 2002)[2].

E’ importante mettere a confronto marxisti di diversa provenienza internazionale e anche con diverse linee culturali- interpretative.

 Uno dei principali obiettivi  del LCS  è infatti quello di riattivare un circuito internazionale di studiosi che anche nelle loro diversità di impostazione ed interpretazione, hanno scelto di mantenere la teoria e l'analisi  marxiana  al centro dell'azione politica .

L'argomento chiave del testo di cui sopra riguarda la critica della teoria classica del valore, il superamento delle interpretazioni mistificanti della teoria del plusvalore, la ricostruzione scientifica (fondata sul metodo dialettico) del modo in cui la contraddizione capitale-lavoro si configura nelle condizioni attuali e l’utilizzo di questa nella prassi.

2. L’ “economia politica” classica se da un lato poneva in modo rivoluzionario il lavoro alla base del progresso umano, dall’altro però, identificava il sistema capitalistico, fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sul lavoro salariato, come l’unico sistema economico razionale e quindi naturale.

Su tali presupposti teorici e ideologici si innesta lo studio e la crescita del pensiero di Marx. La prima e fondamentale mistificazione dell’ “economia politica” è, secondo Marx, di far passare un certo tipo di economia, una particolare forma sociale della riproduzione umana, per “l’economia” e “la società”. L’economia politica non vede il capitalismo come una realizzazione storica, che in quanto tale se ha avuto un inizio avrà sicuramente una fine; è per questo che l’analisi marxiana è una “critica all’economia politica”.

Per mettere in luce questa contraddizione, Marx nei suoi “Manoscritti economico-filosofici” usa i risultati della spietata analisi cui la stessa “economia politica” sottopone la società industriale moderna. I teorici dell’ “economia politica” affermano che il valore di una merce è dato dal lavoro socialmente necessario per produrla, ma allo stesso modo dimostrano che con il salario all’operaio giunge soltanto una piccolissima parte del prodotto del lavoro. Al contempo, il salario è il prezzo della vendita di se stesso che il lavoratore è costretto a fare, accettando, così, sotto la maschera di un libero contratto una schiavitù simile nei contenuti, se non nella forma, a quella antica della società schiavistica.

Marx prova su base rigorosamente scientifica, partendo dalle conseguenze della sua analisi della teoria del valore che, a differenza di tutte le altre merci, il valore della forza-lavoro è composto di due elementi, incorporando in sé il plusvalore.

Dopo aver sviluppato, quindi, la teoria del plusvalore, Marx rivela, per la prima volta nella storia della scienza economica, il meccanismo dello sfruttamento capitalistico, partendo dall'analisi del  capitale come lavoro appropriato, non pagato alla classe operaia; non quindi in termini di critica morale di un “eccessivo” sfruttamento, ma in termini di spiegazione scientifica di produzione di plusvalore in sé di cui il capitalista comunque si appropria.

Ma Marx andò ancora oltre, mostrando che l'appropriazione da parte dei capitalisti del lavoro non pagato degli operai era conforme alle leggi interne del capitalismo. Se tutto ciò è vero, allora la società capitalistica non è assolutamente un mondo di rapporti armonici, ma è in realtà il luogo di una guerra generale. Anche se i teorici dell’economia politica classica riconoscono talvolta questi conflitti, tuttavia, secondo Marx, non comprendono che l’elemento conflittuale è la sostanza stessa del sistema capitalistico; ma tutti i forti contrasti che oppongono i gruppi sociali componenti la società civile trovano la loro motivazione centrale, reale, nel conflitto fondamentale fra capitale e lavoro salariato. E’ proprio e solo questa, secondo la dialettica hegeliana, la “contraddizione” che spinge in continuazione verso il suo “superamento”.

3. Sembra si tratti di elementi ormai acquisiti da chiunque abbia affrontato lo studio di questi argomenti. Ma così non è!

In effetti da quando uscì postumo il III Libro del Capitale si è aperta la corsa di economisti di varie scuole, anche marxiste, che mettono in evidenza una supposta contraddizione nella teoria di Marx che sarebbe tale da invalidare del tutto le fondamenta della stessa. Va precisato che le critiche sono partite addirittura dal problema di che cosa è il valore e di come si misura, fino ad arrivare alla critica cosiddetta della "circolarità". Si tratta della critica più dura verso l'analisi di Marx e proposta originariamente da Böhm-Bawerk, da von Bortkiewicz e diffusa anche dall'economista marxista Paul Sweezy.

La teoria economica di Marx, come del resto la dottrina marxista nel suo insieme, è caratterizzata da una sua chiara natura sociale, da una sua tendenza all'azione, alla pratica, da un intimo legame fra teoria e prassi. Conoscere il mondo ha sempre significato per i marxisti trasformarlo. Le leggi economiche oggettive della società capitalista si manifestano nel corso della lotta di classe per il superamento del capitalismo.

E' proprio sulla teoria del valore, sul supposto problema della trasformazione del valore in prezzi, fino ad arrivare all'attuale analisi della forma del lavoro salariato e della sua consistenza quantitativa e qualitativa e, quindi, sull'approccio scientifico alla teoria dello sfruttamento, si gioca la partita teorica sulle possibilità della trasformazione politico-economico-sociale e del superamento del capitalismo.

Ma già spettò proprio a Engels e a Marx trovare una teoria economica e politica che scardinasse i vecchi schemi; una teoria capace di adattarsi e di dialettizzare in ogni momento con la realtà di classe.  E questo ci riporta all'attualità di Marx nell'analisi del presente conflitto capitale-lavoro a partire dalla composizione di classe dell'oggi.

Per comprendere l'attuale fase della competizione globale è determinante, come sempre, connetterla con l'analisi dell'organizzazione del ciclo produttivo, delle caratteristiche del tessuto produttivo e sociale, del ruolo dello Stato, dei rapporti tra le aree internazionali e della loro struttura economica, degli interessi complessivi di dominio ed espansione che determinano il conflitto interimperialistico. Tutte problematiche fortemente  connesse, spesso anzi dipendenti dall'epocale passaggio dall'era fordista a quella cosiddetta postfordista.

La crisi del sistema, dovuta al processo di trasformazione del lavoro nella società post-fordista, può anche essere spiegata nei paesi a capitalismo avanzato da un contesto di sviluppo del lavoro a prevalente contenuto immateriale. Infatti questo tipo di lavoro si caratterizza: estensivamente mediante la forma di cooptazione sociale che va oltre la fabbrica e il lavoro produttivo, ed intensamente attraverso la comunicazione e l’informazione, risorse del capitale dell'astrazione o intangibile.

In particolare emerge un terziario che sempre più interagisce e si integra con le altre attività produttive, specialmente con quelle industriali. Si determina, quindi, un nuovo modello  localizzativo di sviluppo che può definirsi  come tessuto a multilivello di irradiazione terziaria che si associa al modello di flessibilizzazione del vivere sociale, imposto da un'impresa diffusa socialmente nel sistema territoriale. Si tratta, cioè, di un terziario che si accompagna ad esternalizzazioni del ciclo produttivo e ad un modello di flessibilità generale che è venuto assumendo un ruolo sempre più trainante del modello di sviluppo economico, non spiegabile soltanto da semplici processi di deindustrializzazione o di ristrutturazione e riconversione industriale, ma dalle esigenze di ristrutturazione e diversificazione complessiva del modello di capitalismo.

Da queste analisi emerge che ci troviamo in una fase  di transizione ancora in via di definizione ma che presenta comunque dei connotati ben chiari. Si ha un aumento della produzione dei servizi su quella dei beni materiali, ma ciò avviene soprattutto con processi di esternalizzazione dei servizi e di fasi del processo produttivo a basso valore aggiunto  basati su un supersfruttamento del lavoro; un lavoro spesso attinto attraverso processi di  delocalizzazione internazionali alla ricerca di forme di lavoro a scarso contenuto di diritti e a bassissimo salario; a ciò si accompagnata una forte presenza di lavori intellettuali e tecnico professionali spesso precarizzati come quelli manuali e ripetitivi.

La minaccia sempre incombente e in aumento della disoccupazione, in particolare l'attuale convivere della disoccupazione congiunturale con la strutturale, il paradigma dell'accumulazione flessibile della cosiddetta era post-fordista dovuta all'automazione della produzione e all'intensificazione del lavoro, tutto ciò esercita un'influenza sostanziale sul  generale peggioramento della situazione complessiva mondiale della classe lavoratrice. L' "incertezza dell'esistenza", di cui parlò Engels, continua ad accentuarsi. Questi fatti oggettivi sono una conferma convincente della validità della teoria marxiana dell'impoverimento assoluto e relativo. E quindi lo sviluppo stesso del capitalismo contemporaneo ribadisce interamente un'altra tesi fondamentale di Marx, quella cioè dell'intensificazione del processo di proletarizzazione in seno alla società capitalistica, dell'incremento, seppur in forme diverse e articolate, del lavoro subordinato, del lavoro salariato, nell’ambito di uno stesso modo di produzione capitalistico incentrato sull’estorsione di plusvalore.

L'analisi che effettuiamo sull'attuale crisi del capitalismo, crisi anche di sovrapproduzione, di accumulazione e di domanda, quindi di sottoconsumo, a causa anche della tendenza alla contrazione complessiva del salario sociale dell'intera classe lavoratrice, è crisi dovuta anche al passaggio dall'accumulazione materiale a forme di accumulazione su capitale immateriale. I nuovi processi di accumulazione sono anche collegati ai forti incrementi di produttività non redistribuita e ai processi di terziarizzazione, cui si accompagnano significativi spostamenti sulla rendita finanziaria. Tutto ciò serve ad evidenziare che il cosiddetto ciclo post-fordista della fabbrica sociale generalizzata realizza oltre a disoccupazione strutturale, anche le mille forme del lavoro atipico e flessibile, comunque catalogabili fra il lavoro salariato, dipendente,eterodiretto.

Oggi, la maggioranza schiacciante della popolazione dei paesi capitalistici è sempre composta da lavoratori salariati; il lavoro salariato costituisce la base del capitalismo, su scala molto più grande che ai tempi di Marx, all'interno dei processi e delle dinamiche di funzionamento del modo di produzione capitalistico di sempre.

Il valore dei mezzi vitali indispensabili alla sussistenza di un operaio forma soltanto il limite inferiore del valore della forza-lavoro, il suo minimo fisico puro di sopravvivenza. Il valore della forza-lavoro è influenzato, inoltre dai fattori culturali, storici, sociali, dal livello di vita tradizionale in un dato paese, dalle mode ecc. Il limite di sopravvivenza inferiore del valore della forza-lavoro ha tendenza ad abbassarsi (in seguito all'innovazione tecnologica e degli aumenti della  produttività del lavoro e quindi alla diminuzione della quota di  valore incorporato nei mezzi di sussistenza dell'operaio) , mentre il suo limite sociale, viceversa, aumenta al crescere del livello tecnologico, socio-culturale  e complessivamente sociale della classe operaia, e ciò man mano che il  lavoro diventa più complesso e che il suo grado di specializzazione e la sua qualifica cresce. Con la rivoluzione tecnico-scientifica il crescere dell'apporto intellettuale, delle conoscenze e delle capacità immateriali dei lavoratori diventa un bisogno sociale della cui necessità la classe prende gradualmente coscienza.

I cambiamenti più recenti nella struttura della classe lavoratrice stessa indicano l'estrema importanza della categoria dell'operaio "collettivo", introdotta e analizzata nel Capitale. Tale categoria comprende gli operatori del lavoro fisico e intellettuale che partecipano direttamente alla fabbricazione di un prodotto e sono comunque, rispetto al capitale, dei lavoratori salariati, lavoratori subordinati.

Ma quale fine del lavoro! Sempre più è viva l'analisi scientifica di Marx sul lavoro salariato, sulla "proletarizzazione" ed immiserimento, assoluto e relativo, di strati sempre maggiori delle società a capitalismo avanzato; per non parlare dei livelli di schiavitù, di feudalesimo e di miseria assoluta nel Terzo e Quarto mondo.

Tuttavia, le tendenze attuali, con l'aumento del numero dei lavoratori salariati impegnati al di fuori della produzione materiale propriamente detta, l'aumento del numero degli impiegati, dei flessibili, dei precari, dei temporanei, degli atipici in genere, l'incremento del tasso del lavoro intellettuale, o del finto lavoratore autonomo, nella composizione dell' "operaio collettivo", sono ben lungi da testimoniare la "deproletarizzazione" della classe operaia, o della classe lavoratrice in genere.

E' così che nonostante il passaggio dall'era fordista alla cosiddetta era post-fordista, dall'operaio massa all' "operaio sociale", dalla centralità di fabbrica alla fabbrica sociale generalizzata, dalle "tute blu" ai colletti bianchi, dal lavoro manuale a lavoratori della conoscenza e dell'intelligenza, anche nei paesi a capitalismo avanzato permane e vive sempre più il lavoro salariato con forme sempre più sofisticate e sempre più incisive di sfruttamento.

4. Marx rivelò la tendenza oggettiva della produzione capitalistica verso uno sfruttamento massimo della classe operaia. Tale tendenza si è verificata e si verifica nel corso di tutta la storia del capitalismo.

Ciò che è caratteristico del modo capitalistico di produzione, quindi ancor oggi e a maggior ragione oggi, non è il fatto che ci sia sfruttamento di una parte della popolazione da parte di un’altra, quanto la forma che tale sfruttamento assume, cioè la produzione di plusvalore e quindi nel fatto che il profitto non si origina nello scambio, esso proviene dal fatto che le merci si vendono proprio al loro valore.

D'altra parte nel III Libro del Capitale,  Marx evidenzia in maniera esplicita che nel costo del prodotto ci sono tutti gli elementi costitutivi del suo valore, pagati dal capitalista o per i quali ha immesso nella produzione un equivalente; e, quindi, questi costi di prodotto devono essere reintegrati per permettere al capitale di conservarsi, di recuperare la sua entità originale.

Ma è nel capitolo 9 del III Libro del Capitale in cui tradizionalmente si è cercata la spiegazione di Marx della "Formazione di un saggio generale del profitto (saggio medio del profitto) e trasformazione dei valori delle merci in prezzi di produzione", partendo proprio dall'assunto che i prezzi di produzione altro non sono che i prezzi realizzati facendo la media dei vari saggi di profitto dei diversi ambiti produttivi e aggiungendo tale media ai prezzi di costo sostenuti dagli stessi ambiti produttivi si ha la definizione “classica” di prezzo di produzione.

Ed è proprio questo lo snodo fondamentale, e se vogliamo anche lo scontro teorico, che è presente da decenni e che si è riproposto al convegno-presentazione del Laboratorio di Critica Sociale tenuto all’Università di Roma “La Sapienza”, il 21 maggio u. s.

All'impostazione fondamentale dell'analisi di Marx della trasformazione del valore in prezzi hanno risposto  nel libro e nel convegno, alcuni studiosi che da anni si occupano di questo problema (come G.Carchedi, A. Freeman, A.Ramos e A. Kliman), smontando completamente le critiche semplicemente rispondendo che si tratta di un problema inesistente, in quanto la trasformazione dei valori in prezzi è stata risolta già da Marx nel III Libro del Capitale. In questa prospettiva di grande aiuto è il confronto con il manoscritto originale di Marx pubblicato per la prima volta nel 1992 nella MEGA2. Gli Autori di "Un vecchio falso problema" hanno affrontato ancora una volta i cosiddetti "critici" con pazienza, con serietà, con rigore scientifico, anche nella scelta di un linguaggio e di un approccio divulgativo, per riaffermare un punto di vista di correttezza formale e sostanziale dell'intero impianto dell'analisi di Marx.

 I prezzi di produzione, quindi, si basano sul fatto che esiste un saggio tendenziale generale del profitto, il quale a sua volta si basa sul fatto che i saggi di profitto di ogni singolo ambito produttivo sono stati già trasformati in altrettanti saggi medi di profitto.

Si può così ricostruire una formulazione coerente della teoria marxiana del valore che non venga intaccata dal supposto "traumatico passaggio" (come lo vedono i critici di Marx) dal "capitale in generale" ai capitali “particolari”.

Il plusvalore può anche assumere la forma modificata del profitto, o il tasso di profitto prendere la forma modificata del tasso di plusvalore, ma questa evoluzione, spiega Marx nei Grundrisse, si realizza "solo nell'analisi di numerosi capitali (reali) e non ha ancora il suo posto qui", cioè nel momento in cui si pone in essere un tasso medio  di profitto e la trasformazione del valore in prezzi determinata dal regime di concorrenza, che non è  preso in considerazione  dall'analisi del "capitale generale.

D'altra parte, ci spiega Marx, che per fare un'analisi scientifica del reale sviluppo del capitale, per analizzare il rapporto capitale-lavoro e il ruolo del plusvalore come reale perno del modo di produzione capitalistico, non si può e non si deve partire dai "numerosi capitali reali", ma dal "capitale", cioè quello di tutta la società, come bene spiegano i Grundrisse:

"Il subentrare di numerosi capitali reali non perturba la nostra analisi. Al contrario il rapporto fra i numerosi capitali diventerà chiaro solo quando avremo  messo in evidenza quello che hanno tutti in comune, ossia che sono capitale."

In questo sviluppo di momenti successivi, ma strutturati, sembra si possa trovare una spiegazione adeguata della “presunta” contraddizione fra il I ed il III Libro del Capitale.

Marx ha dimostrato chiaramente che il profitto ha origine nel plusvalore e che il sistema dei prezzi è spiegato come espressione fenomenica della legge del valore. E allora se le merci non vengono scambiate al loro valore è perché si attua uno scambio di prodotti di capitali che sono titoli per distribuire fra capitalisti la massa del plusvalore.

Già nella Prefazione al III Libro del Capitale Engels sottolineava i criteri con cui aveva scelto di pubblicare il materiale scritto da Marx; quindi ammette una selezione degli scritti e una sua personale interpretazione degli stessi. Tant'è che parte delle "cattive interpretazioni", anche da parte di alcuni marxisti in buona fede, derivano da una non coerente ricostruzione dell'insieme della teoria marxiana. Si pensa, infatti, nell'ambito del progetto della MEGA di riaffermare il ritorno ai testi originali, di riaffermare, cioè, il vero pensiero di Marx, quindi quello da lui scritto, e non le varie interpretazioni storico-politiche fino alle attuali. E' così che allora si ipotizza di intitolare il III Libro storico del Capitale "Testo pubblicato da Engels come Capitale, Libro III sulla base dei manoscritti di Marx del 1864-76”.

Se si procede ad una coerente ricostruzione filologica dei testi marxiani, cosa adesso possibile grazie ai testi della MEGA2, si può sostenere che molte delle interpretazioni tradizionali della “trasformazione” dei valori in prezzi siano legate ad un’incomprensione di alcuni snodi teorici fondamentali (se non addirittura, in certi casi, a letture interessate).

Le risposte di Kliman, Freeman, Carchedi, Ramos, oltre quelle del sottoscritto e di molti altri, sono state molto puntuali, e alcune di queste possono essere lette in maniera approfondita sul libro di cui sopra. Comunque, la risposta non ancora direttamente confutata è la Temporal Single-System Interpretation (TSSI) che è molto importante perché rimette al centro il meccanismo di creazione del profitto nel modo di produzione capitalistico basato sullo sfruttamento del lavoro salariato, dimostrando nel contempo che la categoria dello sfruttamento non è valida e vera soltanto per un principio logico ed etico, ma spiegabile con analisi fortemente scientifiche.

6. In conclusione, se i vari critici, compresi quelli presenti alla giornata di studio del LCS avessero "sgonfiato" la loro modellistica e impiegato un differente formalismo in cui i prezzi degli input e quelli degli output non siano determinati simultaneamente, se avessero cioè tenuto conto della variabile tempo, allora non solo i risultati della trasformazione dei valori in prezzi si sarebbero dimostrati in modo formalmente rigoroso e scientifico ma avrebbero ben capito che il problema della trasformazione è un "problema inesistente". E con tutto ciò, chi scrive non vuole assolutamente apparire presuntuoso e con un approccio “fideistico”, perché non ha “grandi capi” da santificare.

I lavori dell' "approccio temporale" vengono per la prima volta introdotti sistematicamente nel dibattito italiano e così si riempie una lacuna che aiuta i marxisti, ma soprattutto il mondo accademico italiano ad uscire anche dal suo provincialismo. Non vi è più "scusa" per continuare ad ignorare i contributi dell' "approccio temporale" e chi lo farà non potrà più appellarsi alla propria ignoranza ma dovrà, in molti casi, ammettere la propria interpretazione interessata.

E' per questo che compito degli studiosi scrupolosi, onesti e coerenti è quello di affermare con forza la validità scientifica e l'attualità del pensiero di Marx e, se marxista, anche della sua attuazione pratica concreta.

Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico sono soprattutto trasformazioni che nascono dalla continua interazione del nuovo terziario postfordista con il resto del sistema produttivo, con tutto il territorio proprio perché si tratta di trasformazioni nate dall’esigenza di ridefinizione produttiva e sociale del capitale. Per poter essere lette è pertanto necessaria un'analisi marxista della società con una lettura attenta di carattere sociale e politico-economica della forma attuale in cui si presenta il nuovo modo di produzione capitalistico.

E’ allora l'analisi marxista il centro verso il quale far convergere una parte rilevante degli interessi della collettività, della classe, delle nuove soggettualità che operano in un’impresa diffusa socialmente nel sistema territoriale.

Nuovi soggetti di classe, quindi,  capaci, cioè, di innescare contraddizioni economico-sociali e processi di socializzazione. Valori e comportamenti orientati e derivati dalla presenza di un modello di sviluppo che a causa  della ristrutturazione dell’impresa e del capitale incide profondamente sul territorio e crea la sua contraddizione nella nuova fase del conflitto capitale-lavoro.

Tali processi necessitano di una diversa e più articolata lettura socio-politica; hanno bisogno di nuove logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi che non si pongono l'obiettivo prioritario di leggere la società attraverso la contraddizione capitale-lavoro, di  rilanciare una nuova fase del conflitto di classe per  costruire l’alternativa al capitalismo. Cioè tracciare una via attuabile per la liberazione dei lavoratori dallo sfruttamento capitalistico, possibile soltanto mediante il superamento del modo di produzione capitalistico. Questa deduzione aveva ed ha tuttora un'importanza molto grande poiché pone decisamente in discussione ogni sorta di illusione circa il superamento della contraddizione capitale-lavoro all’interno del sistema capitalistico.

Questa deve essere la linea guida della trasformazione, e in ciò fondamentale è il compito dell'onesto studioso marxista.

Lasciamo ad altri le divagazioni radical-chic post-marxiste, che spesso nascondono un viscerale antimarxismo, sulla fine del lavoro salariato, sulla messa da parte della teoria del valore, sul fascino dell’impero e delle moltitudini. A noi interessa interpretarla e viverla questa realtà per quella che è, lottando tutti i giorni per cambiarla, forzando l’orizzonte, per il superamento dello stato presente delle cose attraverso il comunismo.

HOME

 



[1]Univ.  “La Sapienza”; Direttore Scientifico CESTES (Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali) e della rivista PROTEO.

[2] Molte delle considerazioni presenti in questo articolo sono tratte dalla Prefazione dello stesso Autore al suddetto libro.