DOPO LA NEP LA MODERNIZZAZIONE SOCIALISTA
di
Luciano Vasapollo[1]
"Le leggi della loro attività sociale,
che sino allora stavano di fronte agli uomini come leggi di natura estranee e
che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di
causa e quindi dominate"
F.
Engels, "Antiduhring"
E'
difficile riprendere le fila di un discorso sulla esperienza del socialismo
realizzato in tempi di oscurantismo culturale, di "liquidazionismo"
della gloriosa storia del movimento operaio, socialista e comunista del XX°
secolo, in una fase in cui si sta realizzando un vero e proprio "apartheid
politico e culturale" contro il pensiero marxista, arrivando addirittura
al punto di proclamare la fuoriuscita delle teorie marxiane dalla
"cittadinanza" scientifica ed accademica. Siamo in presenza ad un
tentativo di attuare un progetto di annientamento dell'identità marxista nel
suo insieme a partire dalla stessa appartenenza delle teorie marxiane, e con essa
degli studiosi marxisti, alla scienza. Certo il marxismo non ha le caratteristiche
tipiche delle cosiddette "scienze borghesi", il marxismo interpreta
le leggi delle scienze naturali, sociali ed economiche come un aspetto
concreto, reale ed indipendente dalla volontà dei singoli uomini, aspetti
strettamente connessi alle relazioni, ai rapporti di forza tra le classi in quel determinato periodo storico.
E ciò è ancora più vero per le leggi dello sviluppo economico; sostiene Engels
nel suo "Antiduhring" che con il superamento del capitalismo e
l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione passata in mano ai
lavoratori, porterà loro la libertà dal giogo delle rivelazioni
economico-sociali, perché avranno così preso coscienza delle leggi oggettive,
applicandole in piena coscienza nell'interesse di tutta la società.
E'
per questo che compito di uno studioso marxista, categoria alla quale mi onoro
di appartenere, è quello di riaffermare con forza il punto di vista di classe e
la validità e attualità del pensiero di Marx e della sua attuazione pratica. Si
può così riprendere un dibattito in positivo e
non soltanto attuare un'operazione
politica e culturale dei marxisti in termini difensivi; lanciando, in
definitiva, una vera e propria "offensiva" scientifica, ideologica,
culturale che sappia riappropriarsi con forza, anche se con elementi di critica
ma sempre in positivo, della teoria marxiana, della nostra storia, della storia
dei comunisti, delle esperienze del socialismo realizzato, di quelle dei
movimenti di liberazione, del movimento operaio, analizzando e studiando
oggettivamente tutto ciò che nel mondo i comunisti hanno saputo realizzare in
termini di opposizione al capitalismo e di costruzione anche delle democrazie
occidentali, migliorando le condizioni di vita materiali e culturali di tutti i
lavoratori.
Mi
sembra allora importante, per rispondere alle giuste sollecitazioni editoriali
dei compagni dell'Ernesto, riprendere il dibattito anche per capire la validità
del modello di socialismo realizzato in Unione Sovietica. A tal fine è allora
indispensabile analizzare il passaggio che, a fine degli anni '20, Stalin ha
voluto per imporre al paese la strada della modernizzazione socialista.
Voglio
inizialmente ricordare che la NEP fu interpretata dal partito come un arretramento
ideologico prima che materiale e tale rifiuto fu espresso soprattutto dalla
base. La grande carestia del 1921-22 fu probabilmente uno degli effetti non
tanto e non solo del cosiddetto "comunismo di guerra" quanto la causa
dell'accerchiamento ideologico ed economico che l'imperialismo, nelle sue
diverse modalità e dimensioni, impose nei confronti dell'Unione Sovietica. Nel
1921 venne introdotto il pagamento in grano, la tassa in natura, anticipando così l'avvento delle tasse in
moneta nel momento in cui il rublo si fosse riequilibrato in maniera stabile;
nel 1922 l'esplosione della domanda di prodotti agricoli porta a forti aumenti
di prezzi ma i contadini non accettano di comprare poiché non soddisfatti dei
beni industriali loro offerti. Se, come Lenin dichiarò, erano solo i contadini
che potevano portare avanti una campagna per la sopravvivenza e difendere la
rivoluzione socialista in Russia, era altrettanto vero che la disoccupazione
aumentava diminuendo fortemente il peso del lavoro operaio.
Nel
1923 la situazione muta, i trust aziendali impongono la fissazione dei prezzi,
l'industria riorganizzata secondo i principi classici del commercio e della
produzione su basi capitalistiche con forti compressioni salariali. Trockij
e i suoi sostenitori firmano la
cosiddetta "Piattaforma dei 46" e addossano la colpa della cosiddetta
"crisi delle forbici" (l'andamento tendenziale dei prezzi agricoli e
industriali) alla inefficienza e incompetenza del Comitato Centrale.
Effettivamente
l'URSS è ancora in ritardo nella sua economia e in particolare l'industria pesante
occupava un ruolo assolutamente secondario così come carente era l'assetto
complessivo del commercio estero e dei servizi, non era aumentata
significativamente la produttività, non realizzando l'attesa rapida ascesa
dell'agricoltura. Ciò anche perché l'unica industria che fu in qualche modo
sostenuta dalla NEP era quella leggera. E' solo nel 1924 che il rapporto tra prezzi dei beni agricoli e di quelli
industriali ritorna approssimativamente
ai livelli antecedenti la prima guerra mondiale e riparte il commercio estero con una buona propensione alle
esportazioni. Ma la crisi e il ritardo dell'URSS continuano, tanto che nel 1927
forti si fanno le voci di un diretto intervento economico straniero. Molti trust
industriali falliscono e l'industria in
genere, in particolare quella pesante, subisce una crisi senza precedenti; solo
nel 1928 si raggiunge un livello della produzione in URSS pari a quello
precedente la grande guerra.
E'
così che Stalin nel 1928, in base a considerazioni sia economiche ma
soprattutto politiche, comincia il
superamento della politica della NEP, affrontando la questione della rottura
con i tecnici e gli esperti, cioè con gli specialisti borghesi, non accettando
neppure la posizione di Bucharin sulla cosiddetta "modernizzazione
graduale" che di fatto significava proseguire la politica della NEP. Si
cerca la strada di una gigantesca opera di modernizzazione socialista, con un
piano di industrializzazione rapida e con un'agricoltura basata sui Kolchoz e i
Sovchoz (le grandi imprese agricole collettive). Stalin giustamente sceglie di puntare sull'industria pesante,
sulla collettivizzazione nelle campagne, anche per poter far fronte alle innumerevoli cospirazioni
diversificate e su vasta scala e alle continue minacce di intervento non solo
sul piano militare ma soprattutto sul piano economico che il capitale straniero
aveva sferrato e attuato.
L'idea
della pianificazione economica era già presente all'inizio degli anni '20, ma è
proprio nel dicembre del 1929, in concomitanza della grande depressione dei
paesi a capitalismo avanzato, che Stalin decise di mettere in pratica un'economia regolata fortemente da
strumenti scientifici, in modo da garantire uno sviluppo equilibrato e moderno
nell'interesse generale del popolo sovietico e del socialismo. Nasce così il
Primo Piano Quinquennale studiato già nel 1926 dal Gosplan (Comitato statale
per la Pianificazione) e dal Consiglio Supremo dell'economia nazionale, per il
periodo 1 ottobre 1928- 31 dicembre 1932. Proprio mentre è in atto la più
grande crisi che il capitalismo aveva attraversato, il Primo Piano prevede
un'espansione dell'economia mai realizzata in quell'epoca in nessuna parte del
mondo. Era previsto un incremento della produzione industriale del 180%, quella
dell'impiantistica del 230%, quella agricola del 55%; l'incremento del reddito
nazionale doveva essere del 103% con un aumento dei redditi operai del 71%,
quello dei contadini del 67% con un aumento generale della produttività del
lavoro del 110%.
E'
su tali obiettivi che si può leggere il primato della politica su ogni
considerazione di ordine economico; è ovvio che la realizzazione di tali
obiettivi presuppone condizioni che non potevano essere in mano e determinate
da Stalin e dai bolscevichi (come ad esempio buone condizioni climatiche per un
raccolto abbondante, una situazione internazionale stabile e tranquilla in modo
da poter contenere le spese militari, miglioramento degli scambi con l'estero,
con la contestuale riduzione dei costi
di produzione).E' queste sono invece le condizioni macroeconomiche
internazionali che Stalin non poteva controllare né tanto meno determinare.
Da
dati di fonte E. Zalescki ("Stalinist planning for economic growth",
1933-1952, London Macmillan 1980) risulta che
l'industria pesante è quella che ha raggiunto risultati più
soddisfacenti, superando largamente, addirittura, secondo le stime ufficiali
sovietiche e anche quelle di varie fonti occidentali, quanto programmato,
mentre i beni di consumo, la cosiddetta industria leggera, aveva raggiunto solo
l'80% di quanto previsto nel Piano quinquennale. Era ovvio che i risultati
nell'agricoltura fossero inferiori alle previsioni, anche perché molti
contadini costituirono la nuova forza-lavoro operaia nella città, annullando di
fatto il tasso di disoccupazione; viene inoltre realizzato un monte-salari
addirittura del 144% (salario medio) rispetto a quanto previsto dal Piano quinquennale. La produzione
industriale fu più alta di quella pianificata, anche se la produttività del
lavoro fu di quasi un terzo più bassa del previsto. Il programma di
investimenti fu completato soltanto per il 54% di quanto previsto e portato a
termine nel 1934-35 con un forte
rinnovo dell'impiantistica; ciò fu dovuta anche al fatto che si dovette far fronte con molte risorse agli
scarsi raccolti del '32 che provocarono la carestia del 1933. Anche
successivamente Stalin terrà sempre conto
della stretta relazione fra produzione industriale e produzione agricola: "Questo sistema (cioè la
"smercantilizzazione" o "scambio dei prodotti") richiederà
un gigantesco aumento della produzione fornita dalla città alla campagna;
perciò dovrà essere introdotto senza una fretta particolare, nella misura che
si accumulano i prodotti della città…Questo sistema, restringendo il campo d'azione
della circolazione mercantile, favorirà il passaggio dal socialismo al
comunismo…Questo sarà appunto un mezzo concreto e decisivo per elevare la
proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo nelle nostre
attuali condizioni" (Stalin: "Risposta ai compagni A.V. Sanina e V.C.
Vensger", 1952).
In
definitiva, se alcuni risultati del Primo Piano non furono del tutto raggiunti,
anche e soprattutto per fattori politici e macroeconomici esterni collegati
oltre che all'attacco politico ed
economico sull'Unione Sovietica ma anche alla congiuntura internazionale,
rimane comunque il fatto che il Primo Piano Quinquennale porta alla ribalta
l'Unione Sovietica come grande potenza mondiale indipendente da un punto di
vista tecnologico e capace di realizzare impiantistica, industria meccanica,
industria chimica, industria metallurgica e automobilistica e anche beni di
consumo. Il tutto non solo modifica l'organizzazione economica dell'URSS, ma ha
un'imponente effetto di coesione sull'intera società sovietica.
Per
concludere mi sembrano, quindi, in
questo caso particolarmente appropriate le parole di Stalin in "Problemi economici del socialismo in URSS":
"Una
delle particolarità dell'economia politica sta nel fatto che le sue leggi, a
differenza delle leggi delle scienze naturali, non sono eterne, che esse, o per
lo meno la maggior parte di esse, vigono nel corso di un determinato periodo
storico, dopo di che cedono il posto a leggi nuove. Ma esse, queste leggi, non
si distruggono; bensì perdono la loro forza a causa delle nuove condizioni economiche e scompaiono dalla
scena per lasciare il posto a nuove leggi, che non si creano per volontà degli
uomini, ma sorgono sulla base di nuove condizioni economiche…. Si dice che le
leggi economiche rivestano un carattere elementare, che le azioni di queste
leggi siano irreparabili, che la società sia impotente di fronte ad esse. Ciò
non è vero. Questo significa fare delle leggi dei feticci, rendersi schiavi delle
leggi. E' provato che la società non è impotente di fronte alle leggi, che la
società può, dopo aver conosciuto le leggi economiche e basandosi su di esse,
limitare la sfera della loro azione, utilizzarle nell'interesse della società e
<mettere loro il morso>, come succede per quanto riguarda le forze della
natura e le loro leggi, come succede nell'esempio dato sopra dello
straripamento dei grandi fiumi".
Quindi
come sosterrà sempre Stalin " Non si tratta di studiare l'economia, ma di
trasformarla; non siamo legati da nessuna legge; non ci sono fortezze che i
bolscevichi non possano conquistare: sono gli uomini a risolvere il problema
dei tempi!". Un passo definitivo sulla strada della costruzione del
socialismo era stato certamente fatto!
E'
per questo che il marxismo è una scienza vera e completa al servizio
dell'umanità, perché vuole leggere ed interpretare i fenomeni sociali, politici
ed economici, le loro tendenze per trasformarle in movimento capace di superare
radicalmente lo stato presente delle cose.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Carr E.H., La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin, (1917-1929), Torino,
Einaudi, 1980
Mc. Cauley M., Stalin e lo stalinismo, Bologna, Il Mulino, 2000
Mongili A., Stalin e l'impero sovietico, Firenze, Giunti ed.,1995
Nove A., Storia economica dell'Unione Sovietica, Torino, UTET, 1970
Stalin G., Opere scelte, Milano, ed. Movimento studentesco s.r.l., 1973.
Zalescki
E., Stalinist planning
for economic growth, 1933-1952, London Macmillan 1980
[1] Professore di
Statistica Aziendale all'Università di Roma "La Sapienza", Direttore
Scientifico del CESTES (Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali) e della
rivista PROTEO.