Laboratorio per la Critica Sociale con il Patrocinio del Ministero dell'Università e Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST)

Quale Cultura , quale lavoro, per quale società

Proposte e linee di attuazione

Roma 12 febbraio 2001 ore 9.30 Aula Gini, Fac. Scienze Statistiche

Università "La Sapienza", Roma

Relazione di

Luciano Vasapollo

Appare sempre più evidente come la società odierna divenga sempre più complessa e più collegata a livello internazionale, tanto da identificare ormai universalmente l’era attuale come quella della "globalizzazione".

Alla base di questa realtà sociale ed economica vi è la profonda trasformazione avuta negli ultimi 25 anni nel sistema produttivo, il quale si è sviluppato "uscendo" dalla centralità della fabbrica fordista e mettendo in discussione la validità dello stesso modello keynesiano.

Non vogliamo entrare nel merito di questioni prettamente politiche ma certamente qualsiasi intellettuale, che si ponga la questione dell’indipendenza culturale come principio guida nella difesa degli interessi collettivi per un equilibrato e sostenibile sviluppo sociale, non può non analizzare, nel modo più obiettivo possibile, la realtà attuale del sistema economico e soprattutto deve saper correttamente interpretare le tendenze che ne derivano nella trasformazione sociale complessiva.

Infatti per comprendere le dinamiche sociali bisogna leggere le tendenze di fondo della società a partire dal modo di produzione che però si accompagna ad una continua evoluzione e diversificazione dei modelli di produzione (in termini semplificati passaggio dal fordismo al post-fordismo), dei paradigmi dell'accumulazione (in termini generali dall'accumulazione rigida alla cosiddetta accumulazione flessibile) e di conseguenza a cambiamenti nell'organizzazione del lavoro e nell'organizzazione del vivere sociale complessivo. E' solo così che si può dare una corretta interpretazione dello sviluppo delle forze produttive, dei mutamenti dei rapporti economici e delle continue evoluzioni nella composizione sociale relativamente ad un dato livello di sviluppo.

E allora bisogna dire con chiarezza che la vera "globalizzazione" è in realtà nella sola dimensione finanziaria; devastanti speculazioni mettono in ginocchio paesi interi, e una competizione sempre più forte, sempre più veloce, tra singole imprese, tra paesi, tra aree economiche, determina uno sviluppo ineguale, riguardo la crescita economica, ai modelli produttivi e sociali e porta ad una sempre più accentuata concorrenza che, in termini generali, fa prevedere scenari catastrofici sul piano della sostenibilità ambientale e sociale dello sviluppo.

Le metamorfosi del lavoro, il mutamento della prestazione lavorativa negli ultimi 25 anni, hanno ben evidenziato il superamento dell'organizzazione taylorista-fordista per entrare in una fase caratterizzata dal modello cosiddetto dell'accumulazione flessibile. Ed è proprio il processo di trasformazione socio-economica del lavoro che determina le linee portanti dell'attuale contesto sociale, come nuova forma di presentarsi dei modelli economici dello sviluppo. Nonostante una convincente e definitiva lettura dell'attuale società a tutt'oggi non sia ancora ben delineata, il contenuto della trasformazione economica in atto evidenzia che è cambiata forse l'essenza del lavoro, sicuramente l'organizzazione del lavoro. Le stesse funzioni, figure economiche e sociali, che ancora sono oggetto di studio, ma che sicuramente nulla hanno a che fare con le fasi economico-sociali immediatamente precedenti, fanno emergere certo nuove figure sociali e del lavoro, ma identificano sempre una centralità del lavoro, in particolare di quello salariato. Altro che fine del lavoro!

Diventa, così, determinante l'analisi dell'organizzazione del ciclo produttivo, delle caratteristiche del tessuto produttivo e sociale, dei rapporti tra le aree internazionali, della struttura economica della singola area, per identificare le nuove determinazioni sociali attraverso la comprensione critica della nuova struttura e organizzazione del mondo del lavoro imposta dai nuovi processi produttivi e dalla finanziarizzazione dell’economia.

L'innovazione tecnologica, l'omogeneizzazione mondiale dei bisogni dei consumatori, la diminuzione delle barriere doganali e la trasformazione produttiva sono senza dubbio tra le principali motivazioni "ufficiali" di questo nuovo processo che sta ormai interessando il mercato mondiale.

Da tutti i dati statistici (ISTAT, EUROSTAT, MEDIOBANCA, Banca d’Italia, OCSE, FMI, ecc.) emerge una chiara verità : nella quasi totalità dei casi di concentrazione della proprietà si invoca l'efficienza e la competitività che si traduce in drastiche riduzioni del personale, in esternalizzazioni di fasi del ciclo, in delocalizzazioni produttive e ciò accresce il lavoro nero, precario e flessibile, in condizioni ed in genere in forme di redistribuzione fortemente favorevoli al profitto e derivanti dai forti incrementi di produttività.

Ancora dai dati ufficiali emerge chiaramente come l'economia globalizzata stia rompendo definitivamente i vincoli solidaristici e di salvaguardia dell'interesse collettivo; il divario Nord-Sud del mondo cresce, la stessa sopravvivenza materiale è in discussione per oltre i tre quarti del pianeta; si approfondisce il solco socio-economico fra Occidente e l'Est europeo e non. Un modello di crescita quantitativa che spinge a ritmi forsennati verso logiche sociali impostate su quelle di impresa, verso una tipologia di società incentrata sull'individualismo darwinista, interpretando le relazioni sociali come modalità di selezione naturale.

L’attuale modello di sviluppo ha portato e sta portando pesanti ricadute sull’ambiente, sulla salute, sulle spalle delle popolazioni del Sud del mondo e su quella dei lavoratori dei paesi a industrialismo avanzato in termini di tagli all'occupazione, di disoccupazione ormai a carattere strutturale, ricorso sempre più frequente a lavori intermittenti, a tempo determinato, atipici, precari ecc., a continui tagli e attacchi al salario, in termini di capacità reale di acquisto, di incrementi nelle ore di lavoro e nei ritmi di lavoro e di abbattimento e restringimento continuo dello Stato sociale. In effetti in questi ultimi 25 anni, anche se con modalità diverse, la gestione della crisi fordista è avvenuta prevalentemente aumentando la produttività e redistribuendo sempre meno al fattore lavoro tali incrementi.

Il processo che ha caratterizzato lo sviluppo industriale degli ultimi venti anni nei paesi a capitalismo maturo è stato, infatti, contraddistinto da un forte aumento della produttività del lavoro, a cui è corrisposto un risparmio di lavoro che eccede decisamente la creazione di nuove opportunità occupazionali. In effetti gli incrementi massicci di produttività, dovuta ad intensi processi di innovazione tecnologica e ad una conseguente ridefinizione del mercato del lavoro, hanno fatto sì che tali incrementi si traducessero quasi esclusivamente in aumenti alle varie forme di remunerazione del fattore produttivo capitale. Il fattore lavoro non ha avuto gli stessi benefici in termini di redistribuzione reale di tale crescita di produttività, in quanto, non si è realizzata espansione occupazionale, nè corrispondenti incrementi nell'andamento dei salari reali, nè tanto meno relativi andamenti decrescenti nell'orario di lavoro ed, infine, neppure si è avuto il mantenimento dei precedenti livelli di salario indiretto quantificabili attraverso la spesa sociale complessiva.

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Si è detto che l'uso massiccio delle nuove tecnologie informatiche ha ovviamente accresciuto i guadagni di produttività dell'economia mondiale. Ma anche da questo punto di vista ci sono degli effetti previsti contrastanti, poichè non tutte le nuove tecnologie sono in grado di aumentare la produttività riducendo i costi di produzione. E’ chiaro, inoltre, che la sempre più intensa innovazione tecnologica e gli incrementi di produttività determinano forte insicurezza tra i lavoratori in quanto aumentano la velocità di obsolescenza delle competenze professionali dei lavoratori stessi. A ciò si aggiunga che si ha un settore formativo e dell'istruzione arretrato, che non garantisce sicuramente una modernizzazione delle conoscenze assecondando le logiche di efficienza d’impresa sempre più basate su precarizzazione, flessibilità e mobilità del lavoro, e ciò rende il senso di insicurezza dei lavoratori ancora più alto; anche perchè la precarizzazione è stato l'unico modo per assorbire la manodopera disponibile a qualsiasi condizione e solo così si è riusciti ultimamente a ridurre in parte il tasso di disoccupazione.

Si è così realizzato un continuo smantellamento delle tutele del lavoro modificando in primo luogo le caratteristiche dell’occupazione, passando, ovviamente in modo graduale, dalla prevalenza di lavoro stabile a quello del lavoro precario. L’aumento della disoccupazione non ha le caratteristiche della disoccupazione dovuta al ciclo economico, ma diviene un elemento permanente, strutturale. Di lavoro flessibile, part-time, interinale, a tempo, contratti week end ecc. ne sono pieni i giornali e le televisioni e vengono indicati come modelli di vita "libera" e moderna; in realtà e nei tempi lunghi sono strumenti di forte riduzione dei redditi da lavoro dipendente mettendo in essere forme consistenti di precarizzazione dell’intero vivere sociale, allargando le aree di miseria assoluta e relativa.

Questi sono gli aspetti realmente innovativi dell'attuale fase dell'accumulazione flessibile; questo è il vero volto di quella che a ragione può chiamarsi la "New Economy" di una crescita quantitativa senza sviluppo sociale misurato in termini qualitativi.

Tutto ciò identifica l’affermarsi di quel "capitalismo selvaggio" finalizzato esclusivamente al profitto (come in più occasioni ha affermato Papa Giovanni Paolo II). Una perdita, quindi, di quelle identità solidaristiche e di economia mista, tipica ad esempio, del modello italiano che aveva saputo far convivere, pur nelle sue contraddizioni, crescita quantitativa e solidarietà sociale assumendo come centrali le politiche keynesiane redistributive e con uno Stato occupatore, interventista e con uno specifico ruolo di mediatore del conflitto.

Probabilmente l'Italia e gli altri paesi europei si preparano a politiche non più di carattere restrittivo forte, politiche di crescita ma non sul modello keynesiano classico. Si tratterà cioè, di politiche restrittive temperate, moderate, che sappiano far convivere la ripresa economica con il risanamento del bilancio pubblico, con la riduzione del debito pubblico, per lanciare definitivamente l'euro con una stabilità derivante dalle cosiddette riforme strutturali forti. Un euro che al momento ha la funzione di catalizzatore per riforme sempre più in chiave "privatrizzatrice", in modo da rendere la concorrenza sempre più sfrenata, e permettere all'UE di giocare un proprio ruolo nella competizione globale. Ma per far questo si tenderà ad usare ancora politiche di taglio allo Stato sociale, al sistema previdenziale e assistenziale, con scarse possibilità di crescita della massa salariale e degli incrementi retributivi in genere, senza quindi importanti forme redistributive del reddito e in particolare della ricchezza prodotta.

In Europa e in particolare in Italia il nuovo scenario, sembra essere, quindi, quello di una crescita che non si accompagna ad uno sviluppo economico- sociale generale, cioè ad aumenti occupazionali, ad incrementi dei consumi e a forme redistributive della ricchezza verso il fattore lavoro. Dopo le politiche restrittive imposte per raggiungere l’obiettivo dell’"entrata in Europa", dopo una fase economica di stagnazione e recessione, si realizza oggi una crescita senza forme redistributive, una crescita senza politiche espansive complessive, una crescita senza il rispetto delle compatibilità sociali e ambientali.

La realtà economica è in rapida e ineluttabile evoluzione, ma tende a rendere più evidente la linea di demarcazione fra concentrazioni proprietarie di vario tipo e cittadini che vedono sempre più precarizzata e flessibilizzata non solo la propria vita lavorativa, ma l'intero vivere sociale, vedendo sempre più ridotte le forme redistributive della ricchezza e gli stessi margini di vivibilità sociale, politica, culturale, complessivamente intesi.

Tali scelte si sono rese ancora più palesi in questi ultimi venti anni in cui, a fronte di un enorme progresso tecnologico, si è entrati, per una apparente contraddizione, in una involuzione sociale e culturale.

Da sempre la società nel suo complesso e le istituzioni si sono adeguate alle necessità della produzione e dell’economia ma hanno dovuto tenere conto anche di altri elementi di carattere sociale, religioso, politico, e soprattutto culturale, che non necessariamente andavano nella stessa direzione dell’economia capitalista.

Oggi la condizione è diversa; infatti sempre più spesso le istituzioni e la cultura oltre ad adeguarsi nelle loro finalità alle esigenze della produzione addirittura ne sono parte integrante.

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Le trasformazioni politico-economiche, di cui si è detto in precedenza avvenute in questo ultimo quarto di secolo, hanno avuto come oggetto, quindi, non soltanto il processo produttivo in sé e le modificazioni nei compiti e nelle mansioni dei lavoratori e della stessa organizzazione del mondo del lavoro, ma hanno avuto nel ruolo dello Stato, nella trasmissione dell'ideologia e nelle funzioni della cultura, dei pilastri fondamentali di questo processo di transizione epocale. Si è detto in precedenza che se nell'epoca fordista il ruolo fondamentale dello Stato era quello di regolamentazione e mediazione dei conflitti sociali e di socializzazione del benessere attraverso le politiche di Welfare State, nell'attuale era, della cosiddetta accumulazione flessibile, lo Stato segue la strada della deregulation o di nuove forme di regolamentazione che hanno come propria logica ispiratrice una cultura d'impresa, la cultura dell'efficienza aziendale che viene trasmessa in tutti i momenti del vivere sociale. Il mercato come unico luogo di incontro di interessi diversificati, il mercato quasi come divinità sociale porta all'ideologia dell'individualizzazione, dell'autoaffermazione individuale. E tutto questo diventa l'altra faccia della stessa medaglia che vede nella privatizzazione dei bisogni collettivi e della sicurezza sociale l'abbandono di quelle garanzie universalistiche tipiche dei modelli europei di Welfare State, per incamminarsi, invece, a passi veloci verso forme sempre maggiori di differenziazione economico-sociale.

E' chiaro che tutto questo è stato possibile grazie anche ad un diverso modo di interpretare e mettere in atto i processi formativi, i processi culturali in genere. Si passa, ad esempio, da una formazione sul posto di lavoro molto limitata nel modello fordista, agli attuali lunghi processi formativi e di apprendimento sul posto di lavoro. Ma sempre più spesso gli iter innovativi della formazione, così come quelli della ricerca e dello sviluppo, non sono più finanziati dalle imprese stesse, ma è lo Stato che sollecita, sviluppa e soprattutto finanzia ricerca, formazione e cultura per l'impresa, ancora una volta in una logica di privatizzazione del bisogno collettivo del sapere. Una cultura sempre meno interpretata come ricerca della verità, come sapere critico e sempre più orientata al tecnicismo, al settorialismo, utile immediatamente alle logiche dell'efficienza economica d'impresa ma sicuramente scollegata da un'utilità sociale complessiva.

In poche parole la stessa scuola nei suoi vari ordini, l'Università, l'istruzione pubblica in genere sta perdendo quel ruolo che aveva preso forma nel Welfare State. E' sintomatico, per fare solo un esempio, non solo l'annunciato aumento vertiginoso delle tasse universitarie ma la sua logica ispiratrice che non commisura più l'entità delle tasse stesse al reddito familiare per favorire i meno abbienti ma, fissato un monte-denaro come necessità complessiva di Ateneo, questo viene ripartito sulle tasse degli studenti innalzando fortemente gli importi per chi ha redditi familiari medio-bassi e incidendo invece in misura ridotta sui redditi più elevati ed, inoltre, penalizzando fortemente gli iscritti ai primi anni fuori corso, attraverso alti incrementi di tassazione proprio verso quel gruppo di studenti che spesso sono anche lavoratori precari.

Non pensiamo che debba essere questo lo spirito dell' "autonomia" scolastica e universitaria che sta assumendo sempre di più caratteri di governo economico-finanziario. Lo Stato così ridefinisce l'istruzione pubblica con una profonda trasformazione anche nel modo di governare, individuando, in pratica, il servizio pubblico dell'istruzione, o meglio della cultura, in un rapporto che si avvicina sempre più a quello di diritto privato.

La potenza di una tale rappresentazione trova una delle sue motivazioni in una fase storica dove c’è scarsa opposizione di carattere politico, e soprattutto, di carattere culturale e questo anche da parte di molti di quegli intellettuali che ancora rivendicano un’impostazione finalizzata al sociale del loro agire culturale. Questo non significa che da vari ambiti sociali, politici, culturali, sindacali non vengano segnali di malessere, ma questi mancano di una struttura organica ed organizzata. Per questi motivi mettere al servizio il pensiero critico, ovunque si manifesti, può contribuire a dare chiarezza ed equilibrato sviluppo alla società.

Invece le varie forme del sapere collettivo stanno diventando pienamente compatibili con un progetto di privatizzazione su larga scala, facendo sì che le scuole, l'Università siano sollecitate a definire se stesse come impresa, andando oltre le forme di privatizzazione che fanno della formazione e della cultura un servizio che a spese dello Stato viene trasferito ed erogato al sistema azienda.

Nonostante tutto ciò la privatizzazione della formazione non ha saputo dare equilibrate risposte nemmeno alle imprese, ai privati in genere, se è vero che da fonti dell'Unione Industriali e confindustriale si denuncia giornalmente il fatto che non si trova manodopera specializzata, con una sempre più forte mancanza di formazione adeguata ai profili richiesti. Manca a tutt'oggi nel nostro Paese un piano organico per le politiche attive del lavoro, per l'apprendistato, per una reale moderna e adeguata formazione al lavoro che venga però completamente tenuta distinta dal ruolo fondamentale dell'Università e della cultura in generale. La ricerca e l'approccio ai nuovi saperi, al pensiero critico, non può e non deve essere racchiusa in una visone aziendalista ed economicista.

E' anche per questi motivi che il Laboratorio per la Critica Sociale ha espresso le sue critiche, anche forti, al modello complessivo di riforma universitaria che si avvicina ormai alla fase di applicazione concreta. Giustamente, come ha affermato Morkel (per dodici anni Presidente dell'Università di Treviri) in un nostro recente convegno, l'Università deve avere ben chiari i suoi compiti e per questo "non può bastarle essere luogo delle scienze ma deve orientare tutti i suoi sforzi a diventare il luogo in cui le scienze si incontrano a stimolo e integrazione reciproca e come reciproca critica e controllo…il nocciolo dell'etos universitario è il dovere verso la verità….. aspirare alla conoscenza, ricercare la verità o meno pretenziosamente il tentativo di far luce sulla nostra ignoranza e di portare alla luce i nostri errori, gli offuscamenti e le illusioni. Questa è la vera vocazione dell'Università….Se si sostiene che il compito dell'Università è la formazione professionale come pure la ricerca che serve alla società, allora rimane poco da obiettare contro una politica universitaria che sostenga l'orientamento professionale ed economico….questa opinione non è sbagliata ma incompleta; l'esperienza insegna che le scoperte e le invenzioni più importanti si devono alla ricerca non intenzionale della conoscenza. Senza la ricerca scientifica di base quella finalizzata all'applicazione minaccia di esaurirsi….. quindi, contrariamente all'opinione molto diffusa, anche la ricerca della conoscenza svincolata da qualunque obiettivo non è affatto inutile, anche se spesso si sostiene che con tutta la buona volontà non si può spendere alcun soldo per questo lusso. Ma in realtà la ricerca della verità non è assolutamente un lusso. Dipende da noi convincere in tal senso l'economia, l'opinione pubblica ed i politici".

Ed è con questa citazione e con un interrogativo che pongo a Voi, illustri uomini politici delle istituzioni, che voglio terminare il mio intervento. E’ la cultura che deve adattarsi ai mutamenti dei processi produttivi e dei modelli economici, come in questo periodo sta avvenendo, o invece, il grande compito della cultura è quello di sottoporre ad esame tutte le opinioni, tentando di superare quelle idee che alterano la percezione della realtà, indirizzando anzi la realtà, anche quella economica e produttiva, verso il sapere critico, verso la filosofia del dubbio, considerando sempre provvisorio il nostro sapere? A me sembra che solo in questo ultimo modo si rimette al centro della società l'indispensabilità della scienza ma allo stesso tempo anche i suoi limiti, anteponendo il desiderio di ricerca della verità e dei saperi effettivi al dominio dell'economia. A tal fine è necessario che lo Stato si faccia carico di compiti di indirizzo riassumendo la sua veste di regolatore della società, sia per quanto attiene il conflitto sociale sia riprendendo un ruolo interventista e occupatore nell'economia; lo Stato quindi si deve far carico di una più moderna ed estesa protezione sociale, arrivando a riconoscere un Reddito Sociale Minimo per disoccupati, precari, pensionati al minimo, intervenendo per una drastica riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e allargando, in sostanza, l'insieme delle tutele sociali in funzione dei nuovi diritti di cittadini. E' solo a ripartire da tali forme concrete di redistribuzione della ricchezza che si può parlare di nuovo e moderno Stato sociale.

Pongo a me e a Voi questi interrogativi e queste riflessioni perché, citando ancora una volta Morkel: "comunque dobbiamo provarci, altrimenti un giorno gli studenti ci rimprovereranno dicendo: ci deufradate del meglio che un'Università possa offrire e di quello di cui noi tutti, anche singolarmente abbiamo oggi urgente bisogno, vale a dire la possibilità di andare a fondo delle cose senza considerare le opinioni correnti, gli interessi economici e le esigenze politiche, per poi chiederci come ci si rapporta ad esse nella verità".

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