Relazione al Convegno "Cultura, Scienza e Informazione di fronte alle nuove guerre", Politecnico di Torino 22,23 Giugno 2000
Nuovi scenari geoeconomici dello sviluppo internazionale: il controllo dell'area balcanica
di
Luciano Vasapollo
Dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Europa centro-orientale e balcanica è diventata un’area strategica di interesse vitale per l’intera comunità internazionale.
La presenza europea e statunitense in tali paesi si è già da tempo concretizzata tramite le spedizioni militari susseguitesi in questi anni che hanno avuto come obiettivo prioritario quello di imporre ad ogni costo la "stabilità", per salvaguardare i notevoli investimenti e i relativi profitti che le multinazionali hanno, in maniera crescente, realizzato.
In ogni modo, oltre ad avere un aspetto geopolitico, l’eventuale allargamento dell’UE e della NATO a questi paesi, in transizione dall’economia pianificata all’economia di mercato, ha una funzione strettamente strategica sul piano geoeconomico. La dottrina della "stabilità" politico-economica diventa elemento prioritario della politica di controllo e dominio; all’interno di tali dinamiche si scatena il conflitto fra il modello capitalista selvaggio anglosassone (USA, Gran Bretagna) e quello renano-nipponico apparentemente più "morbido" e neokeynesiano.
Ma la guerra NATO contro lo Stato sovrano della Jugoslavia ha posto definitivamente in chiaro lo scontro politico ed economico in atto tra i due poli USA e UE. Il rapporto tra capitale trasnazionale e aree di influenza diverse, e addirittura singoli paesi, è determinato dalla nuova divisione internazionale del lavoro e quindi da come le singole economie nazionali si collocano in funzione dell’allargamento e della ridefinizione geoeconomica internazionale. In effetti i fenomeni di interconnessione tra specifiche economie nazionali attuate attraverso l’esportazione dei capitali, dando cioè vita al mercato internazionale dei capitali, è una realtà che dura da oltre un secolo. Quello che di nuovo sta succedendo è il ruolo assunto dagli investimenti finanziari, in particolare quelli a carattere speculativo, e dal vertiginoso aumento degli IDE, favoriti da una forte liberalizzazione e movimentazione sul mercato internazionale e dai forti legami del capitale internazionale diretti da un unico progetto di pianificazione strategica centralizzata.
All’interno di tale progetto si sta scatenando una guerra economica di controllo globale (in questa lo scontro USA-UE), sul terreno delle modalità, quantità, qualità e dinamiche geografiche degli investimenti, su un terreno di dominio geoeconomico e geopolitico. Questi elementi devono essere interpretati come l’avvisaglia della maturità di un grande regime di accumulazione mondiale nuovo a carattere flessibile, il funzionamento del quale è sottomesso alle esigenze e alle priorità del capitale finanziario privato altamente concentrato, ma questo essendo alla ricerca di "stabilità" politico-economica e di sempre nuove aree di intervento ha comunque bisogno di rigenerare investimenti produttivi. Tutto ciò ha determinato e sta oggi maggiormente determinando seri conflitti geoeconomici e commerciali tra le grandi potenze triadiche (USA, Giappone, Unione Europea).
La competizione globale, in particolare fra Europa e USA, oggi punta soprattutto sul dominio dell’Eurasia con caratteristiche geopolitiche e geoeconomiche realizzate con la collocazione degli IDE (investimenti diretti esteri) e con un intervento in termini di globalizzazione finanziaria che, sfruttando i proventi degli investimenti produttivi esteri, ricicla i profitti realizzati in occidente favorendo forme di speculazione finanziaria a facile guadagno e capaci di strozzare le economie deboli o a medio livello di sviluppo.
La decisione di far aderire nell'UE i paesi dell'Europa centro-orientale, che saranno riusciti a soddisfare i requisiti politici, economici ed istituzionali stabiliti per l'adesione, va letta in questo senso e quindi determinata sulla base di considerazioni strategiche, politiche ed economiche. Dal 1993, col congresso di Copenaghen, l’Unione Europea (UE) ha sottoscritto con dieci paesi dell’Europa centro orientale (PECO) accordi di associazione; tali paesi hanno tutti quanti presentato domanda di adesione all’UE. Per favorire i processi di liberalizzazione delle loro economie, a fronte della possibile integrazione nel mercato unico e nell’Unione Monetaria, l’UE eroga a questi paesi il Programma Phare (strumento di assistenza finanziaria); inoltre, sono stati già definiti piani di preaccessione, nonché una "Partnership strutturata" per intensificare il dialogo su particolari punti della futura integrazione (ambiente, trasporti, scienza, energia e tecnologia) e soprattutto sulla politica estera e di sicurezza comune (Pesc), la giustizia e gli affari interni. La cosiddetta modernizzazione bisognerà raggiungerla, quindi, attraverso programmi di assistenza tecnico-economica e finanziaria, progetti, aiuti, investimenti diretti; in sintesi un vero progetto di egemonia geoeconomica dell’area balcanica e centro-orientale finalizzate al suo completo controllo. Le prime iniziative istituzionali che l'Unione Europea ha compiuto verso queste "cosiddette economie di transizione" sono costituite dagli "Accordi Europei" (AE), atti infatti ad abolire tutte le barriere al commercio di prodotti industriali, realizzando un'area di libero scambio (bilaterale) per il commercio di beni tra l'UE e ciascun partner, da effettuarsi entro dieci anni.
Infatti l'allargamento ai paesi dell'Europa centro-orientale deve essere considerato innanzitutto come un processo di integrazione commerciale e di strategia economica complessiva da parte dell’UE. Tale integrazione provocherà degli effetti sulle relazioni economiche dei paesi facenti parte dell'area di integrazione, con un cambiamento della specializzazione commerciale di ogni paese verso quei settori che presentano maggiori vantaggi comparati. Il crescente processo di globalizzazione dei mercati, indotto appunto dalle enormi opportunità di localizzazione offerte da questi paesi in transizione, incentiverà notevolmente i movimenti internazionali di capitale. La nascita di un'area di libero scambio europeo basata sull'euro influenzerà, non di poco, le relazioni internazionali. Chi trarrà maggiori vantaggi dall'integrazione dei paesi dell'Europa centro-orientale nell'UE saranno in particolare i paesi del centro e del nord europeo, poiché la loro specializzazione commerciale si concentra nei settori ad alta e media tecnologia e quindi di maggiore efficacia per i PECO per il completamento del loro processo di transizione verso l’economia di mercato e con minori costi di aggiustamento; invece i paesi del sud Europa, presentando una specializzazione nei settori tradizionali simile a quella dei PECO, subiranno maggiori pressioni competitive. Per quanto riguarda l’Italia, pur avendo una specializzazione settoriale non molto differente da quella dei paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica nei settori tradizionali, potrà avvantaggiarsi in questi nuovi mercati grazie soprattutto alla specializzazione nei settori dei beni strumentali e delle macchine utensili nonché nel comparto dei mezzi di trasporto e simili.
In pratica nelle aree in cui si combinano bassi salari, lavoro deregolamentato, alta produttività del lavoro e del capitale, buona specializzazione del lavoro, presenza di materie prime strategiche quindi ottimo terreno per profitti industriali, la globalizzazione finanziaria gioca un ruolo fondamentale poiché è in grado con enormi movimenti di capitale a carattere speculativo di imporre la "stabilità" del "grande impero" minacciando la completa "destabilizzazione" di paesi ed interi continenti. Tale frase apparentemente contraddittoria non lo è nel momento in cui la "stabilità" del capitalismo nell’era della competizione globale è contro la stabilità sociale, l’autonomia e l’indipendenza dei diversi popoli che sono ormai alla mercé dei processi di ristrutturazione e riposizionamento geoeconomico del capitale internazionale.
E’ all’interno di queste dinamiche che dal 1990 assistiamo all’agonia e alla lunga crisi della Jugoslavia, una crisi imposta dai nuovi assetti geoeconomici capitalisti che ha causato decine di migliaia di morti, ha costretto oltre due milioni di persone a lasciare la propria casa ed ha sconvolto la regione balcanica; e ciò perché la Jugoslavia e i paesi dell’Europa centro-orientale sono importanti non solo per la posizione che occupano sulla carta geografica, per le risorse economiche di cui sono dotate in termini di materie prime e "capitale umano", ma anche perché quest’area costituisce la cosiddetta "Porta d’Oriente"; cioè è un’area che funge da ponte per il passaggio di merci, materie prime, investimenti tra il polo europeo occidentale e il polo ad est dell’Europa, cioè l’Eurasia. E’ questa un’area di grande importanza strategica nella quale si concentrano enormi risorse di petrolio e gas, e di manodopera specializzata a bassissimo costo.
L’Eurasia compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio, che costituisce ormai la nuova frontiera dell’energia, produce notevoli conseguenze nelle relazioni politiche ed economiche internazionali sia nell’accaparramento di giacimenti, diritti di sfruttamento, concessioni, sia per il trasporto di gas e petrolio, sia per l’accaparramento di un mercato del lavoro a scarso contenuto di diritti e garanzie. E’ proprio per questo che l’Europa centro-orientale e balcanica costituisce effettivamente un’area di fondamentale importanza strategica in chiave geopolitica e geoeconomica per i due poli degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
L’idea degli USA è quella di creare degli Stati-cuscinetto di fede americana tra L’Europa occidentale e la Russia. La strategia degli Stati Uniti si spinge lungo due direttrici; estendere la NATO ad est e "sottomettere" tutti gli alleati con la conferma che il Patto Atlantico è insostituibile nonostante la fine della minaccia sovietica. Pertanto l’entrata nella NATO di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca ha tutte le sembianze di una militarizzazione da parte degli USA per condizionare tutti gli altri Stati intermedi. E’ evidente, allora, che la presenza militare della NATO nei Balcani, il cui intento dichiarato è di garantire gli aiuti umanitari, si spinge in tal senso poiché per gli Stati Uniti i Balcani costituiscono senz’altro la regione attraverso cui cercare di imbrigliare le smanie europee di sottrarsi alle direttive americane, nonché di logorare ulteriormente la Russia.
Alla luce di quanto si è detto è chiaro che la crisi balcanica è stata incubata e preparata da tempo per condizionarne (o cercare di condizionare) i suoi esiti in funzione degli interessi strategici degli Stati Uniti nei rapporti di forza con le altre potenze, la Russia ed in particolare l’Unione Europea. Dunque, dietro i bombardamenti su Belgrado, che all’opinione pubblica sono stati imposti come necessari per fini umanitari, si cela un’altra guerra; quella geoeconomica tra poli per l’accaparramento e la spartizione dei giacimenti di gas e petrolio dell’Eurasia, per la destinazione degli IDE, per il ruolo in quell’area delle multinazionali, per facilitare i processi internazionali di delocalizzazione produttiva. qqueqqqqhghhtyyyQuest’area, infatti, è diventata il luogo dove si concentrano crescenti fattori di competizione e notevoli investimenti per l’accaparramento delle concessioni.
L’ulteriore obiettivo degli Stati Uniti è, quello di eliminare qualunque legame o collegamento tra le repubbliche dell’ex URSS, in modo tale che la Russia perda l’influenza economica, politica e militare che tuttora ha sull’area. Dunque il punto nevralgico di questo legame sono i corridoi delle comunicazioni e i tracciati degli oleodotti e gasdotti che ancora transitano sul territorio russo. Uzbekistan, Kazachistan, Turkmenistan, Kirghisitan e Tagikistan (repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale) hanno espresso, alla fine del summit (gennaio 98) la volontà di <<far marciare dal Mar Caspio verso il Mediterraneo le risorse energetiche del Turkminstan e del Kazachistan>>. Questo, altro non significa che le rotte del petrolio e del gas non sono più costrette a passare attraverso la Russia. Dunque l’obiettivo degli USA è non solo realizzabile ma a tal fine gli Stati Uniti hanno intrapreso chiari rapporti con la Turchia e con l’Azerbajian. Per il passaggio di questi corridoi i Balcani sono pertanto decisivi. A causa di questi corridoi strategici la geografia economica dell’Eurasia è, dunque, destinata a cambiare.
Nelle relazioni internazionali, pertanto, si impone nettamente la spartizione delle fonti di energia e delle materie prime. Quindi, le guerre nei Balcani, come del resto quelle delle altre regioni strategiche del mondo, non sono altro che conseguenza della crescente conflittualità delle varie potenze; in questo caso della competizione globale fra gli USA e l’Europa. La guerra geopolitica appena descritta è anche un guerra geoeconomica che invece di usare missili ed aeri usa capitali e monete.
Infatti, non a caso i rapporti tra USA ed Europa occidentale sono cominciati notevolmente a peggiorare dopo la costituzione dell’Unione Monetaria Europea. La nascita del nuovo polo europeo concretizzatosi con l’entrata in vigore dell’euro, con mire geoeconomiche e geopolitiche espansionistiche, ha messo in allarme gli Stati Uniti che ad ogni costo vogliono difendere la supremazia del dollaro in modo da impedire che avvenga un deflusso di capitali verso l’area dell’euro. Siamo, dunque, di fronte ad un’altra guerra tra USA ed Europa che viviamo ormai quotidianamente attraverso l’andamento dei cambi: è una guerra valutaria che si accompagna a quella finanziaria e a quella più generale di natura commerciale ed economico-produttiva. Anche a fronte delle prime quotazioni del dollaro e viste le intenzioni di alcuni paesi asiatici di basare il prezzo del petrolio sull’euro e non più sul dollaro, timorosi che l’Europa fondata sull’euro possa rappresentare seri pericoli sia a livello economico-finanziario sia politico, gli USA hanno, ad esempio, avanzato delle concrete proposte, sotto la spinta del Presidente argentino, Menem, sulla cosiddetta "dollarizzazione" delle monete dell’America Latina. La scopo di tale azione è stato quello di creare un’ampia area valutaria del dollaro da opporre a quella fondata sull’euro.
Per tutto questo è chiaro che la guerra in Jugoslavia, che continua in forme diverse da quella guerreggiata, è una guerra contro l’Europa la cui unica colpa è di aver cercato "di insidiare l’egemonia planetaria degli Stati Uniti a partire dalla forza della propria moneta". E’ evidente come i bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia erano determinati dalla guerra di dominio geoeconomico tra Europa e USA per la spartizione dei mercati dell’est, e allo stesso modo nella logica con la quale gli Stati Uniti cercano di destabilizzare l’area di influenza del polo europeo rientrano oggi tutte le dinamiche legate alla crescente integrazione e di competizione globale dell’economia mondiale, fenomeno ormai diffuso con il nome di "globalizzazione".
Si tratta di una dura competizione globale che si esplica, come si è visto, attraverso vari canali: il commercio con l’estero, la produzione transnazionale, i movimenti di capitale. All’interno di questi ultimi gli investimenti diretti (IDE) tornano ad un’importanza notevole, poiché in quanto investimenti a carattere produttivo costituiscono la principale manifestazione delle attività delle imprese al di fuori del proprio paese di origine, e quindi esplicitano i processi dinamici dell’accumulazione reale dei poli per il dominio geoeconomico, attraverso le multinazionali e il controllo tramite le delocalizzazioni produttive.
In Europa, in particolare, l’attività di investimento diretto ha mostrato una fortissima accelerazione dalla metà degli anni ottanta, in concomitanza con l’avvio del processo di integrazione economica messo in atto dal mercato unico, con forti finalità competitive nei confronti degli USA. Il peso assunto dall’UE in relazione agli altri paesi del mondo è stato sicuramente il motivo dell’allargamento della NATO in un quadro internazionale. Allargamento che si esplica come controllo mondiale sottoposto ad una egemonia politico-militare degli USA rispetto all’UE, egemonia che però non ha più l’esclusività anche sul piano economico, grazie al ruolo europeo assunto nel fenomeno dell'"internazionalizzazione", in particolare attraverso la crescita degli investimenti diretti, anche se la partecipazione dei paesi europei non risulta omogenea; alcuni paesi partecipano attivamente e dinamicamente alla determinazione in aumento degli IDE in uscita, altri sembrano essere quasi assenti.
Dal 1990 le scelte geoeconomiche hanno modificato la ripartizione territoriale degli IDE: precedentemente quasi tre quarti di quelli effettuati dall’UE avevano come destinatario gli Stati Uniti; ora l’ammontare complessivo è destinato principalmente ai paesi del Terzo Mondo, ma in forte crescita sono anche quelli verso i paesi a medio livello di sviluppo, tra i quali assumono sempre più importanza i paesi dell’Europa dell’Est, confermando i processi delocalizzativi in aree a basso costo del lavoro e delle risorse in genere. In entrata dei maggiori paesi dell'UE si registra una più significativa presenza dei flussi di investimento provenienti dagli USA; questi ultimi puntano fortemente al condizionamento dell'economia europea, temendo il ruolo che potrà assumere l'euro come valuta anche di riserva in ambito internazionale.
I flussi degli IDE verso l’Europa centro orientale sono cresciuti rapidamente sin dall’inizio degli anni novanta passando dall’1% degli IDE totali nel 1989 al 12% nel 1995, mostrando un particolare interesse da parte delle imprese straniere nello sfruttare le opportunità create dal processo di transizione. Gli IDE dell’Europa occidentale hanno contribuito alla transizione verso un’economia di mercato ed alla ristrutturazione industriale dei paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica. I sistemi industriali locali sono cambiati grazie all’azione combinata delle grandi multinazionali e delle piccole e medie imprese. Le prime hanno contribuito alla ristrutturazione delle industrie ad alto utilizzo di capitali, introducendo nuovi prodotti ed efficienti metodi di produzione; le seconde hanno introdotto le conoscenze imprenditoriali nei settori tradizionali.
I flussi degli IDE mostrano la crescente integrazione economica tra l’occidente europeo e l’Europa centro orientale. Circa il 76% delle iniziative è stato condotto da paesi europei, anche se il valore totale degli IDE europei è irrilevante se comparato agli investimenti in altre regioni. La crescita degli IDE è conseguenza di un intenso programma di privatizzazione che ha creato grosse opportunità di investimento. Le imprese che hanno partecipato a questi progetti di investimento provengono principalmente dalla Germania (27%), Italia (18%), Austria (13%) e Francia (10%). Anche alcuni paesi non partecipanti all’UE hanno mostrato interesse nell’investire nell’Europa centro orientale; in particolare le multinazionali provenienti dagli USA e dal Giappone hanno investito in Polonia, Estonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Le politiche di privatizzazione hanno, pertanto, incanalato gli investimenti stranieri in settori specifici e stabilito le caratteristiche della penetrazione nei mercati. Il settore manifatturiero è quello che ha raccolto la gran parte (60%) delle iniziative europee; di seguito si ha il settore dei servizi (33%) ed infine agricoltura, pesca ed estrazione di minerali. Gli investimenti nei settori dove sono presenti grandi economie di scala hanno avuto un peso maggiore nella Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia e Polonia; negli altri paesi dell’area la gran parte degli investimenti sono stati indirizzati nei settori tradizionali. Gli investimenti provenienti dai paesi più importanti, esclusa l’Italia, sono concentrati nei settori dove ci sono forti economie di scala, mentre gli investimenti nei settori tradizionali occupano una posizione secondaria. Infatti Germania, Austria, Francia, Regno Unito e Svezia effettuano il 50-59% dei loro progetti di investimento nei settori caratterizzati da forti economie di scala, mentre il 33-46% delle loro iniziative è indirizzato verso i settori tradizionali.
Come si era accennato precedentemente, gli Stati Uniti, inizialmente "investitori" per eccellenza, offrono ancora un contributo notevole agli investimenti diretti in queste aree in aperta competizione geoeconomica con i paesi dell'UE. In particolare il 29% dei movimenti di capitale nella Federazione Russa, il 23% degli investimenti in Polonia, il 19% in Ucraina ed il 20% di quelli in Ungheria, provengono dagli Stati Uniti. Ma sempre di più i paesi dell’Unione Europea contribuiscono fortemente al totale degli investimenti in queste aree; tra tutti, la Germania è il paese che risulta più presente, con un ruolo anche importante giocato da Austria, Paesi Bassi ed Regno Unito e un aumento continuo dell'Italia nell’introdurre le proprie attività nei paesi del centro-est europeo.
Le dinamiche negli IDE statunitensi non sono casuali ma dipendono dalle scelte geopolitiche e geoeconomiche del polo del dollaro che comunque non vorrebbe cedere tanto facilmente il controllo dell’Europa orientale né alla Russia né all’Europa occidentale, ma nel contempo ha continuo bisogno di attirare capitali e investimenti diretti dall’estero per rafforzare l’economia interna e il ruolo del dollaro come valuta di riserva a valenza internazionale.
Nella ridefinizione dei territori di espansione, anche l’Italia non accetta più la tradizionale subalternità agli Stati Uniti e la nuova frontiera dei mercati euroasiatici e del Mediterraneo devono essere campo di battaglia e propria area di influenza. Tutte le incertezze della politica diplomatica ed economica estere dell’Italia che si erano manifestate nei primi anni ‘90, incertezze derivanti da una riconosciuta subalternità all’egemonia tedesca e statunitense in quelle aree, si è trasformato invece, negli anni in massiccio percorso italiano di penetrazione economica, attivismo diplomatico, presenza militare, fino ad arrivare alla guerra NATO alla Jugoslavia in cui l’Italia ha voluto svolgere un ruolo di primo piano per difendere i propri interessi di espansione geoeconomica e geopolitica nelle diverse aree dell’Eurasia. Vediamo pertanto come si pone in termini di investimento produttivo l’Italia.
L’industria italiana ha sempre avuto una scarsa tendenza all’internazionalizzazione attiva, ossia nell’effettuare investimenti all’estero. Questo in buona parte può dipendere dal fatto che la nostra industria è caratterizzata da piccole e medie imprese e non di meno dalla scarsa propensione all’internazionalizzazione dei settori in cui il nostro apparato industriale è maggiormente specializzato, e cioè il tessile-abbigliamento e la meccanica. In veste di media potenza si allarga l’area di influenza italiana nei mercati internazionali per ridefinire i propri interessi economici a valenza strategica. In particolare dopo il 1989 il nuovo ruolo del dominio geoeconomico italiano determina una propria area strategica di influenza in Albania, Romania, Bulgaria, Serbia, Macedonia e in molti altri paesi dell’area del centro-est europeo, entrando in aperta competizione, anche se a volte a carattere concertativo, con gli Stati Uniti ed altri paesi europei come la Germania. In particolare, è iniziato ormai da una decina di anni l’assalto ad est con flussi di investimenti italiani che sono diventati tra i più rappresentativi in molti paesi della cosiddetta Eurasia, con particolare presenza nell’Europa del centro-est. Guardando alla distribuzione geografica si nota che all’inizio del ’96 nei paesi dell’Europa orientale si concentrava il 16,7% delle imprese a partecipazione italiana (dietro solo all’Europa occidentale avente il 46,4%) ed il 16,4% del numero di addetti coinvolti (all’Europa occidentale spetta il 41,9%, all’America latina il 17,1%).
Nuove tipologie di microimprenditorialità a carattere multinazionale stanno nascendo come esternalizzazione e delocalizzazione delle piccole e medie imprese, caratterizzate da una ripartizione sull’intero spazio economico internazionale delle più importanti attività aziendali a forte connotato finanziario e di terziario spesso avanzato: finanza, produzione, commercio, assicurazione, distribuzione e marketing. Si registra nel contempo una consistente riduzione del numero delle imprese italiane nei settori dell’alta tecnologia, che si accompagna ad una significativa contrazione degli investimenti nell’Europa occidentale e nell’America del Nord. Ancora una volta evidenziando che la traiettoria degli investimenti esteri italiani si individua verso quelle aree dell’Europa centro-orientale dove la delocalizzazione produttiva e la esternalizzazione di fasi del processo produttivo significano buon livello di specializzazione dei lavoratori con basso costo, scarse garanzia sindacali e di diritti, ma anche spesso ricorso al lavoro nero, insomma supersfruttamento di una manodopera alla ricerca dei mezzi minimi di sussistenza.
Concludendo, nei paesi dell’Europa centro-orientale oltre ai fenomeni legati alle dinamiche degli IDE, ai processi di delocalizzazione e di esternalizzazione produttiva da parte soprattutto di imprese europee, si è assistito ad una particolare dinamica interna dell'andamento dell’industria nazionale e dell’agricoltura, sviluppo parzialmente "bloccato" dalle capacità di investimento all’interno dei confini nazionali. Ciò ha fatto si che il settore di beni di consumo, per riprodursi su ampia scala e convertire una parte degli utili accumulati in capitale fisso, sia ricorso all’approvvigionamento esterno di macchinari e tecnologia producendo serie deformazioni nel processo di industrializzazione e provocando disoccupazione, sottoccupazione e condannando all’emarginazione la popolazione contadina che emigra verso centri urbani. La dipendenza tecnologica dell’industria dei paesi del centro-est europeo colpisce il settore economico delle esportazioni, ed inoltre il funzionamento, il rinnovo e l’ampliamento dell’apparato industriale esigono un elevato livello di importazioni e riparazioni di macchinari che genera un deficit nella bilancia dei pagamenti commerciale sempre crescente. Tale squilibrio si intensifica con il progressivo esaurirsi delle capacità del settore agricolo di produrre alimenti base per il consumo popolare, causando nel contempo anche una crescente importazione di beni di prima necessità.
L’effetto congiunto dei precedenti fenomeni economici, i ridotti e diversi livelli salariali, una "mobilità" minima del lavoro in confronto a quella del capitale voluta dalle politiche neoliberiste, sta a dimostrare che i gruppi industriali, in particolare delle multinazionali europee, impongono le dinamiche di sviluppo interno di tali paesi in funzione della necessità strategica di delocalizzare le loro produzioni al di fuori dell’UE verso qualche paese limitrofo dell’Est, per trovare manodopera a basso prezzo e deregolamentata senza sicurezza sociale, senza pensioni allineate ai livelli dei paesi più avanzati, con nessuna regolazione di livelli salariali.
E’ evidente che questo processo di penetrazione nell’Europa centro orientale continuerà a crescere notevolmente anche alla luce delle notevoli opportunità di sviluppo produttivo che offrono questi paesi ed in particolare alla possibilità di sfruttare, nell’ormai ben delineato processo di delocalizzazione produttiva, oltre ai ricchi giacimenti di materie prime strategiche anche i bassi costi del lavoro. E’ su questo terreno che si giocherà nei prossimi anni lo scontro USA-UE, ma più in generale sul controllo dell’area balcanica, e quindi dell’Eurasia, si svolgeranno i nuovi scenari dello sviluppo internazionale.
Bibliografia essenziale
Articoli vari su Contropiano (annata ’99) e Proteo (annata ’99)
AA.VV., L’Italia s’è desta, Ed. LaboratorioPolitico, 1998
Brzezinski Zbignew: "La Grande Scacchiera", Longanesi 1998
Caminotti R., Mariotti S. (a cura di ), L’Italia multinazionale, F.Angeli ,1990
Guandalini –Ukmar, Dalla Cina verso ovest, ETASS Kompass, 1994
Le Monde Diplomatique ,"Il grande Gioco del Petrolio", Ottobre 1997
Negri Alberto su Sole 24 Ore del 13 aprile 1999
Tramballi Ugo su Sole 24 Ore del 6 aprile 1999
ALLEGATO
In Allegato risulta interessante analizzare i movimenti di capitale riferiti agli IDE in particolare per i paesi dell’Europa dell’Est.
Dai dati della Tab.1 si nota subito come il fenomeno evidenzia una crescita rapidissima; gli investimenti in nel 1995 ha raggiunto 7975 milioni di dollari; di questi l’85% proviene dagli investimenti di tipo equity. Il fenomeno in entrata segna un totale di 527 milioni di dollari investiti nei paesi dell’Est europeo nel 1995, con una significativa crescita rispetto all’anno precedente; guardando alla tipologia di investimento, i movimenti di capitale di tipo equity e non equity in quest’anno si sono quasi bilanciati.
Nella Tab.2 vi sono i dati del 1997 disponibili solamente per alcuni paesi.
Notevole risulta l’incremento in termini di entrata, in particolare per la Polonia e per l’Ungheria. L’area nel suo complesso evidenzia in quest’anno una buona capacità attrazione di investimenti da parte dei paesi tecnologicamente più avanzati, in particolare dai paesi dell’Europa Occidentale alla ricerca di delocalizzazioni produttive, per sfruttare il basso costo delle materie prime e della manodopera.
Il Graf. 1 mette in evidenza la crescita della consistenza degli investimenti diretti nel quinquennio 1993-1997; l’attività degli investimenti diretti è in continua ascesa, confermando, come la crescita più repentina del fenomeno sia avvenuta tra il 1994 ed il 1995 per tutti i paesi in esame.
La Tab. 3 mette a confronto i tassi di crescita degli investimenti diretti e quelli del PIL; queste stime sono state effettuate dall’UNCTAD in base alle statistiche nazionali.
Indipendentemente dalla omogeneità dei dati utilizzati, si può affermare che i paesi del centro-est europeo negli ultimi anni vedono aumentare enormemente le loro capacità di attirare investimenti diretti dall’estero con tassi di crescita degli IDE, nell'ultimo biennio considerato, veramente impressionanti, tenendo anche conto dei rispettivi tassi di crescita del PIL; da segnalare in particolare i tassi di crescita degli IDE verso la Croazia, la Lituania, l'Ungheria, la Romania,la russia, la Bulgaria.
Ancora più interessante risulta la Tab. 4 che considera gli incroci tra i maggiori "investitori" di tutto il mondo e i maggiori recettori di capitali dell’Europa centrale e dell’est.
TAB. 1 Composizione geografica dei flussi di investimenti diretti esteri dell’Est europeo
(valori in milioni di dollari)
|
1995 |
Investimenti diretti all’estero |
Investimenti diretti dall’estero |
||||||||
|
|
Invest. azionari (equity) |
Altri invest. (non equity) |
Azionari + altri (equity+ non equity) |
Utili reinvestiti |
TOTALE |
Invest. azionari (equity) |
Altri invest. (non equity) |
Azionari + altri (equity+ non equity) |
Utili reinvestiti |
TOTALE |
|
Polonia |
1162 |
298 |
1460 |
35 |
1495 |
8 |
28 |
36 |
12 |
48 |
|
Paesi Baltici |
172 |
66 |
237 |
25 |
262 |
-6 |
0 |
-6 |
3 |
-4 |
|
Rep. Ceca |
1735 |
323 |
2058 |
184 |
2242 |
13 |
23 |
36 |
10 |
46 |
|
Cecosl. |
166 |
13 |
179 |
55 |
235 |
0 |
-1 |
-1 |
0 |
-1 |
|
Ungheria |
2540 |
172 |
2712 |
-101 |
2611 |
17 |
159 |
175 |
4 |
179 |
|
Romania |
84 |
13 |
97 |
0 |
97 |
6 |
1 |
8 |
0 |
8 |
|
Bulgaria |
10 |
0 |
10 |
0 |
10 |
3 |
-1 |
1 |
0 |
1 |
|
Albania |
1 |
0 |
1 |
0 |
1 |
1 |
0 |
1 |
0 |
1 |
|
Croazia |
192 |
66 |
258 |
12 |
270 |
3 |
1 |
4 |
1 |
5 |
|
Slovenia |
74 |
14 |
88 |
1 |
89 |
-1 |
0 |
-1 |
0 |
-1 |
|
Ex-Jugoslavia |
0 |
0 |
0 |
1 |
1 |
0 |
0 |
0 |
0 |
0 |
|
Turchia |
312 |
97 |
409 |
-68 |
341 |
53 |
0 |
53 |
6 |
59 |
|
Russia |
263 |
139 |
402 |
-68 |
334 |
160 |
10 |
170 |
13 |
183 |
|
Ucraina |
40 |
-50 |
-10 |
-3 |
-13 |
1 |
0 |
1 |
0 |
1 |
|
TOTALE |
6752 |
1149 |
7901 |
74 |
7975 |
257 |
221 |
478 |
49 |
527 |
Il segno meno indica disinvestimenti.
Fonte: elaborazione su dati Eurostat
.
TAB. 2 Composizione geografica dei flussi di investimenti diretti esteri dell’Est europeo
(valori in milioni di dollari)
|
1997 |
Investimenti diretti all’estero |
Investimenti diretti dall’estero |
||||||||
|
|
Invest. azionari (equity) |
Altri invest. (non equity) |
Azionari + altri (equity+ non equity) |
Utili reinvestiti |
TOTALE |
Invest. azionari (equity) |
Altri invest. (non equity) |
Azionari + altri (equity+ non equity) |
Utili reinvestiti |
TOTALE |
|
Polonia |
1879 |
410 |
2289 |
-81 |
2208 |
5 |
54 |
59 |
20 |
79 |
|
Rep. Ceca |
1353 |
292 |
1644 |
-197 |
1448 |
-2 |
-21 |
-24 |
-1 |
-25 |
|
Ungheria |
1035 |
232 |
1267 |
138 |
1405 |
40 |
28 |
68 |
21 |
89 |
|
Turchia |
280 |
43 |
323 |
19 |
342 |
31 |
28 |
59 |
-1 |
58 |
|
TOTALE |
4547 |
976 |
5523 |
-120 |
5403 |
72 |
89 |
161 |
40 |
201 |
Il segno meno indica disinvestimenti.
Fonte: elaborazione su dati Eurostat
.
Graf.1 Stock di investimenti diretti in entrata per paesi o gruppi di paesi
(milioni di dollari)
Fonte: elaborazione su dati UNCTAD, FDI database.
TAB.3 Europa centrale e dell’Est: tassi di crescita degli investimenti diretti in entrata e del prodotto interno lordo, 1995-97. Valori percentuali
|
PAESI |
Tasso di crescita degli IDE |
Tasso di crescita del PIL |
|
Polonia |
43,1 |
6,7 |
|
Slovacchia |
-8,0 |
6,5 |
|
Croazia |
135,5 |
6,4 |
|
Estonia |
14,3 |
5,4 |
|
Rep. Ceca |
47,9 |
3,6 |
|
Lituania |
124,8 |
3,4 |
|
Albania |
4,6 |
3,3 |
|
Slovenia |
38,6 |
3,0 |
|
Lettonia |
35,2 |
3,0 |
|
Ungheria |
79,4 |
2,4 |
|
Romania |
115,9 |
1,7 |
|
Macedonia |
-28,2 |
0,3 |
|
Fed. Russa |
129,1 |
-2,9 |
|
Rep. di Moldova |
139,3 |
-2,9 |
|
Bulgaria |
120,7 |
-5,4 |
|
Ucraina |
60,9 |
-8,5 |
Fonte: UNCTAD FDI, 1998.
TAB.4 Distribuzione geografica dello stock di investimenti diretti in alcuni paesi dell’Europa centrale e dell’Est.
|
INVESTITORI |
REP. CECA |
UNGHERIA |
POLONIA |
ROMANIA |
FEDED. RUSSA |
SLOVENIA |
UCRAINA |
|
Stati Uniti |
13 |
20 |
23 |
7 |
29 |
1 |
19 |
|
Germania |
28 |
22 |
12 |
9 |
12 |
14 |
10 |
|
Paesi Bassi |
14 |
13 |
7 |
9 |
4 |
2 |
10 |
|
Regno Unito |
3 |
4 |
7 |
4 |
17 |
5 |
8 |
|
Francia |
8 |
8 |
9 |
13 |
2 |
7 |
1 |
|
Svizzera |
11 |
3 |
3 |
- |
15 |
4 |
10 |
|
Austria |
7 |
10 |
4 |
3 |
2 |
34 |
2 |
|
Italia |
1 |
6 |
9 |
6 |
3 |
7 |
2 |
|
Rep. di Corea |
- |
1 |
6 |
11 |
- |
- |
- |
|
Belgio |
- |
4 |
1 |
- |
- |
- |
- |
|
Giappone |
- |
2 |
- |
- |
- |
- |
- |
|
Altri |
15 |
9 |
18 |
39 |
17 |
25 |
37 |
|
Totale |
100 |
100 |
100 |
100 |
100 |
100 |
100 |
Fonte: Stime dell’UNCTAD basate su dati nazionali; queste stime sono effettuate in base alle statistiche nazionali.