UNA PROPOSTA CONTRO LA DISOCCUPAZIONE STRUTTURALE E LA FLESSIBILITA' DEL LAVORO E DEL SALARIO: RIDUZIONE DELL'ORARIO DI LAVORO E REDDITO SOCIALE MINIMO
Stiamo attraversando ormai da circa venti anni un intenso processo di finanziarizzazione dell'economia spiegabile non soltanto da fenomeni di ristrutturazione e riconversione che interessano l'industria ma che sta mutando lo stesso modo di presentarsi del modello di sviluppo capitalistico. Tali processi di globalizzazione a connotati finanziari perseguono semplicemente la loro logica interna tendente alla massimizzazione dei profitti complessivi, attraverso incrementi di dividendi, interessi e capital gain.
E' in tale chiave che vanno lette le relazioni di coercizione comportamentale complessiva che si instaurano tra impresa capitalistica, lavoratori come l'insieme di occupati e disoccupati, e popolazione direttamente o indirettamente legata alla "nuova impresa a diffusione sociale nel territorio", determinando una specifica forzata capacità autocontenitiva in relazione a domanda e offerta di lavoro realizzata tramite marginalizzazione, precarizzazione ed espulsione dei soggetti economici e produttivi non compatibili.
Si tratta nella maggior parte dei casi di disoccupati nuovi e di ex lavoratori dipendenti di fatto precarizzati, non più garantiti nella continuità del lavoro, espulsi dall'impresa madre e assoggettati a una nuova forma di lavoro a cottimo, fuori dalle garanzie normative e retribuite del lavoro dipendente. Si tratta spesso di nuove forme di lavoro subordinato, privo di normativa, un supersfruttamento a cottimo, con la mancanza assoluta di garanzie retributive, normative, sociali e assicurative.
Oggi è possibile voltare pagina definitivamente nelle scelte di politica economica e di politica industriale, perché le innovazioni tecnologiche permettono una più alta produttività di impresa che deriva esclusivamente dall'incremento di produttività del lavoro. Incrementi di produttività che sono quindi ricchezza sociale nel suo complesso, e perciò tali incrementi di produttività devono essere finalizzati al miglioramento della qualità del lavoro, della qualità della vita, a partire dalla riduzione dell'orario di lavoro, e alla redistribuzione degli aumenti di produttività al fattore lavoro, e quindi ai disoccupati, e non solo ai profitti come è avvenuto in particolare in questi ultimi venti anni.
Se la proposta della riduzione dell'orario di lavoro però non è accompagnata da una battaglia offensiva dell'intera classe dei lavoratori, dei garantiti e dei non garantiti; se le organizzazioni dei lavoratori non impongono la parità del salario reale, il controllo dei ritmi, della condensazione del lavoro, il mantenimento degli stessi turni, specialmente nelle attività produttive a ciclo continuo; se non si ha il controllo sul lavoro straordinario e sull'aumento dell'utilizzo degli impianti che può più che compensare l'incremento del salario-orario derivante dalla riduzione dell'orario; se la proposta della riduzione dell'orario di lavoro non è effettuata considerando l'intero arco di vita del lavoratore; se tale proposta non è legata alla più ampia battaglia sull'adeguamento del tempo di lavoro a favore del tempo liberato e di una migliore socialità dell'intera collettività e quindi relativa alla socializzazione dell'accumulazione di ricchezza riconoscendo a tutti i non garantiti un REDDITO SOCIALE MINIMO; allora si può cadere in un contesto contraddittorio, difensivistico, compatibile con le esigenze di ristrutturazione del modello capitalistico, creando anche forti conflitti orizzontali all'interno della stessa classe dei lavoratori.
Nasce proprio con questi presupposti una proposta controtendenza portata avanti da oltre due anni dal Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES-PROTEO) e ormai da oltre cinquanta sigle dell'associazionismo di base (centri sociali, comitati di quartiere, circoli e strutture del volontariato). Davanti ai dati statistici che segnalano in tutta Europa una riduzione del reddito complessivo e una compressione del potere d'acquisto salariale anche attraverso il massiccio ricorso alla flessibilità, alla precarizzazione, alla sottoccupazione, al lavoro nero o sottopagato e all'annullamento totale o parziale dei diritti sindacali acquisiti, la proposta invece realizza la combinazione fra riduzione dell'orario di lavoro e istituzione del Reddito Sociale Minimo. La previsione di un Reddito Sociale Minimo vuole contrapporsi alla dissoluzione dello stato sociale proponendo già da subito la riqualificazione di tutti gli strumenti di protezione sociale e l'aumento dei livelli delle pensioni sociali e minime. L'articolato legislativo proposto dal CESTES prevede un importo del Reddito Sociale Minimo di lire dodici milioni annui (non soggetti a tassazione); i requisiti per l'accesso prevedono la regolare residenza nel nostro Paese da almeno due anni, l'iscrizione alle liste di collocamento da almeno un anno, reddito imponibile annuo percepito non superiore a 5 milioni, e appartenenza a nucleo familiare con reddito imponibile annuo non superiore a 35 milioni. L'importo sopra indicato va rivalutato annualmente in base agli indici ISTAT; è prevista inoltre la riduzione del cinquanta per cento dell'importo nell'ipotesi di svolgimento di attività lavorative che comunque producono un reddito inferiore all'ammontare del reddito minimo e la decadenza dal percepimento dello stesso nell'ipotesi in cui si ottenga un lavoro a tempo pieno; ciò permette di rivolgere tale istituto non solo ai disoccupati ma anche a coloro che svolgono lavoro precario, sottopagato o che hanno forme di sottoccupazione.
Il periodo di fruizione del Reddito Sociale Minimo deve essere calcolato ai fini pensionistici e prevede inoltre in favore di soggetti titolari del Reddito Sociale Minimo forme di reddito indiretto e differito attraverso l'accesso gratuito ai servizi fondamentali (trasporti urbani, servizio sanitario, studi, ecc.) e il dimezzamento dei costi delle utenze relative alle forniture di gas, luce, acqua, telefono, rifiuti, oltre a un canone sociale per l'utilizzo degli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Si è calcolato che le risorse necessarie per le spese conseguenti all'introduzione della nuova normativa ammonteranno a circa cinquantamila miliardi di lire annui che andranno reperite esclusivamente attraverso varie forme di tassazione sui capitali. Si tratta di reperire, quindi, le risorse finanziarie per l'istituzione del Reddito Sociale Minimo non dalla fiscalità generale, ma dalla tassazione dei capitali, anche attraverso una Tobin Tax finalizzata alle prestazioni sociali per la povertà, la disoccupazione, per creare nuovi posti di lavoro a pieno salario e pieni diritti. L'obiettivo minimo, praticabile per riverticalizzare il conflitto capitale-lavoro è allora quello di rafforzare la battaglia, l'iniziativa di dibattito e di lotta, che realizzi la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro sull'intero arco di vita del lavoratore a parità di salario e con controllo dei ritmi e della condensazione del lavoro realizzando così un milione di posti di lavoro ripartendo anche da produzioni non mercantili e dalla ridefinizione di uno Stato occupatore; recuperare almeno 50 mila miliardi annui dalla tassazione dei capitali da destinare al Reddito Sociale Minimo per disoccupati e precari. E' su tale proposta che CESTES-PROTEO ha lanciato una battaglia culturale, politica e sociale, che vuole avere dimensioni europee, a partire da una proposta di legge di iniziativa popolare che solo negli ultimi due mesi ha già raccolto circa 30.000 firme per poter giungere a fine maggio ad oltre 50.000 firme in modo da portare la proposta in Parlamento.
Rinascita aprile 1999
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