LABORATORIO
PER LA CRITICA SOCIALE
Intervento del
Prof. Vasapollo, Università "La Sapienza", Roma, Maggio 2001
Nei mesi scorsi il dibattito e la
polemica sul ruolo della ricerca e della scienza ha preso le prime pagine di tutti
i giornali a partire dalla posizione
dei circa 1500 ricercatori che, va chiarito immediatamente, non rappresentano
né possono rappresentare l'intera comunità scientifica.
Come Laboratorio per la Critica Sociale
ci sembra importante intervenire in qualche modo su questo scontro che, è
meglio sottolineare subito, tocca questioni di grande concretezza politica -
economica e culturale e non può essere letto come un capitolo della secolare
lotta fra scientismo e oscurantismo.
E' vero che la discussione sulla
neutralità della scienza è iniziata da diversi secoli ed è altrettanto vero che
la componente politico-sociale ed economica di impostazione marxista, alla
quale facciamo riferimento, ha sempre evidenziato la non neutralità della
scienza. Ma è altrettanto vero che in questa fase, attraverso i processi di
globalizzazione finanziaria, e più in generale con la competizione globale
internazionale sempre più sfrenata, si è entrati in un processo di
mercificazione totale ed estremo di ogni momento del vivere sociale,
utilizzando sempre più le risorse del capitale intangibile e ponendo, quindi,
come elemento centrale dei processi di accumulazione flessibile, la
brevettabilità, il know-how, cioè ponendo le nuove frontiere della ricerca come
momento già immediatamente interno ai processi di valorizzazione del capitale.
Ed allora le controriforme della scuola
e dell'Università, le nuove "attenzioni" alla scienza e alla ricerca,
in particolare quella genetica, diventano linee strategiche del potere
all'interno di un sempre e comunque valido ed attuale modo di produzione
capitalistico per piegare i modelli sociali e di economia ad un sistema
totalitario dell'impero del capitale, in cui il ruolo del fattore umano, in
particolare di quello intellettuale, è direttamente e completamente assunto nel
processo produttivo. Ricerca-capitale e intellettuali-capitale omologati,
quindi, al totalitarismo neoliberista in una scienza del tutto finalizzata
esclusivamente agli interessi d una nuova fabbrica sociale generalizzata, con una
ricerca che deve essere l'elemento strategico della coercizione sociale
complessiva.
Se è vero che la spesa italiana per la
ricerca è di gran lunga fra le più basse di quelle dei paesi a capitalismo
avanzato è allo stesso tempo vero che
tali fondi sono quasi totalmente destinati alla ricerca privata in maniera
diretta o indiretta, nel senso che ormai anche quel poco di ricerca pubblica è
finalizzata alle esigenze e ai processi di innovazione dell'impresa privata,
così come la formazione nella scuola e nell'Università pubblica con i
nuovi processi di riforma in atto
tendono a formare nuovi quadri che
rispondano alle esigenze settoriali e tecnicistiche dell'impresa privata.
Partiamo da questo assunto perché, come
Laboratorio per la Critica Sociale abbiamo in più occasioni affermato che
l'attuale modo di intendere l'organizzazione del lavoro, e con essa della
cultura, della ricerca e del sociale, consiste nella destinazione privatistica
totale delle risorse pubbliche finalizzate a imporre a docenti, studenti,
ricercatori in genere, la negazione della scienza e della cultura in quanto
tale, in un contesto di pensiero unico del profitto imperniato su un ruolo
degli scienziati, e degli intellettuali in genere, omologati e asserviti agli
interessi e alle logiche dell'impresa e
del mercato. In tale ottica, quindi non esiste più una netta demarcazione fra
ricerca pubblica e privata, perché anche la ricerca pubblica deve diventare
valore di scambio per il profitto, in una società in cui la stessa scienza, la
complessità del sapere e della conoscenza devono essere inserite direttamente e
con un ruolo strategico all'interno della produzione. Questa è una delle
caratteristiche chiave del paradigma
della cosiddetta accumulazione flessibile tipica di una fase con caratteri generali da post fordismo.
E' chiaro che tutto questo è stato
possibile grazie anche ad un diverso modo di interpretare e mettere in atto i
processi formativi, i processi culturali in genere. Si passa, ad esempio, da
una formazione sul posto di lavoro molto limitata nel modello fordista, agli
attuali lunghi processi formativi e di apprendimento specifico imposti sul
luogo di lavoro. Ma sempre più spesso gli iter innovativi della formazione,
così come quelli della ricerca e dello sviluppo, non sono più finanziati dalle
imprese stesse, ma è lo Stato che sollecita, sviluppa e soprattutto finanzia
ricerca, formazione e cultura per l'impresa, ancora una volta in una logica di
privatizzazione del bisogno collettivo del sapere. Una cultura sempre meno
interpretata come ricerca della verità, come sapere critico e sempre più
orientata al tecnicismo, al settorialismo, utile immediatamente alle logiche
dell'efficienza economica d'impresa ma sicuramente scollegata da un'utilità
sociale complessiva.
Le varie forme del sapere collettivo
stanno diventando pienamente compatibili con un progetto di privatizzazione su
larga scala, facendo sì che le scuole, l'Università, gli enti pubblici di
ricerca siano sollecitate a definire se stesse come impresa, andando oltre le
forme di privatizzazione che fanno della formazione , della cultura , della
ricerca un servizio che a spese dello Stato viene trasferito ed erogato al
sistema azienda.
Se è questo lo scenario, allora che
senso ha oggi porre lo scontro tra
"progresso scientifico e oscurantismo" in una dinamica che chiama in
causa la responsabilità etica e politica-culturale. Tale approccio ci sembra
assolutamente mistificatorio e fuorviante perché ancora una volta, rivendicando
i percorsi dell'analisi scientifica marxiana e il nostro punto di vista di una
critica marxista, pensiamo che anche la scienza, lo stesso ruolo dei
ricercatori, non può non essere letto che in chiave di scontro capitale-lavoro,
mercato e profitto contro gli interessi sociali ed economici della
collettività, in una fase in cui il capitalismo ha imboccato una strada
de-emancipatrice e del tutto involutiva.
Siamo convinti che la crescita della
conoscenza è espansione della libertà solo e soltanto se è ricerca della verità,
una verità che deve tener conto del fatto che il vero limite per l'azione
umana, e quindi anche per la scienza, sono le nostre decisioni, le nostre
scelte, scelte che non possono essere libere fintanto che si vive in un modello
economico e sociale basato sul modo di produzione capitalistico.
Ma dire questo potrebbe sembrare da una
parte un arduo e lungo compito legato alla costruzione di un alternativo
modello di sviluppo al capitalismo e dall'altra riduttivo e semplicistico
perché non si danno risposte immediate.
Non è facile proporre rimedi subendo,
come sembra di fatto al momento siamo costretti, questo stato presente di cose, basato su rapporti di forza al
momento fortemente favorevoli al capitale. Possiamo porci da subito, però,
degli interrogativi e dei piani di intervento su un terreno tattico ma
immediato.
E’ la scienza che deve adattarsi ai
mutamenti dei processi produttivi e dei modelli economici, come in questo
periodo sta avvenendo, o invece, il grande compito della cultura è quello di
sottoporre ad esame tutte le opinioni, tentando di superare quelle idee che alterano la percezione della
realtà, indirizzando anzi la realtà, anche quella economica e produttiva, verso
il sapere critico, considerando sempre provvisorio il nostro sapere? A noi
sembra che solo in questo ultimo modo si rimette al centro della società
l'indispensabilità della scienza ma allo stesso tempo anche i suoi limiti,
anteponendo il desiderio di ricerca della verità e dei saperi effettivi al
dominio dell'economia. La vicenda "mucca pazza" rivela ancora una
volta l'impotenza della politica e dello Stato quando si manifesta appieno la
crisi del mito dell'autoregolamentazione del mercato. Questa esplicitazione non
appare solo agli esperti o ai politicizzati ma diviene manifestazione evidente
agli occhi di tutti i cittadini. A tal fine è necessario che lo Stato si faccia
carico di compiti di indirizzo riassumendo la sua veste di regolatore della
società, sia per quanto attiene il conflitto sociale sia riprendendo un ruolo
interventista e occupatore nell'economia.
Si può, per esempio, riproporre da
subito la centralità della ricerca di base come momento vero di costruzione
della conoscenza; una ricerca pura basata sui principi di conoscenza orientati
a i bisogni sociali-collettivi. Per far ciò non basta porre come centrale la ricerca pura da contrapporre a quella
applicata ma bisogna distinguere i due terreni: innanzitutto la ricerca di base
deve diventare modello di riferimento e perno centrale dell'insegnamento
finalizzato esclusivamente alla ricerca della verità finanziata completamente
dallo Stato e libera da ogni condizionamento del mercato, delle multinazionali
e delle logiche in genere di impresa.
Per quanto attiene la ricerca applicata
bisogna da subito iniziare una battaglia contro la brevettabilità della
genetica, cioè l'assumere a capitale la
materia vivente , il codice genetico, l'intero vivere sociale che è deve
rimanere patrimonio dell'uomo, di un uomo libero che sappia contrapporsi alla totalizzazione del modo di produzione capitalistico.
Per far ciò bisogna trovare terreni di
battaglia per far sì che lo Stato non solo debba assumere in sé la
responsabilità e il controllo della ricerca e del suo finanziamento ma deve avere
al contempo un ruolo fondamentale ed interventista sulle garanzie di libertà
della scienza che sono essenzialmente la libertà dal mercato, la libertà dal
profitto e dagli interessi di impresa .
Giustamente, come ha affermato Morkel
(per dodici anni Presidente dell'Università di Treviri) in un nostro recente
convegno, l'Università deve avere ben chiari
i suoi compiti e per questo "non può bastarle essere luogo delle
scienze ma deve orientare tutti i suoi sforzi a diventare il luogo in cui le
scienze si incontrano a stimolo e integrazione reciproca e come reciproca
critica e controllo…il nocciolo dell'etos universitario è il dovere verso la
verità….. aspirare alla conoscenza, ricercare la verità o meno pretenziosamente
il tentativo di far luce sulla nostra ignoranza e di portare alla luce i nostri
errori, gli offuscamenti e le illusioni. Questa è la vera vocazione
dell'Università….Se si sostiene che il compito dell'Università è la formazione
professionale come pure la ricerca che serve alla società, allora rimane poco
da obiettare contro una politica universitaria che sostenga l'orientamento
professionale ed economico….questa opinione non è sbagliata ma incompleta;
l'esperienza insegna che le scoperte e le invenzioni più importanti si devono
alla ricerca non intenzionale della conoscenza. Senza la ricerca scientifica di base quella finalizzata
all'applicazione minaccia di esaurirsi….. quindi, contrariamente all'opinione
molto diffusa, anche la ricerca della conoscenza svincolata da qualunque obiettivo non è affatto inutile,
anche se spesso si sostiene che con
tutta la buona volontà non si può spendere alcun soldo per questo lusso. Ma in
realtà la ricerca della verità non è assolutamente un lusso. Dipende da noi
convincere in tal senso l'economia, l'opinione pubblica ed i politici".
La logica non può essere quella della
riforme del mercato né quella di un capitalismo temperato in un mercato
sociale, né quella dell'impresa sociale e dell "industria
ricostruttiva", perché anche questa risponde sempre alle logiche del modo
di produzione capitalistico.
Nelle polemiche dei giorni scorsi
quello che ci sembra sia mancato è
stata proprio una seria analisi sullo Stato e sul governo dell'economia; e
questo da parte di tutti, anche di quelle forze politiche e di quegli
intellettuali che si dichiarano più "radicalmente di sinistra".
Le trasformazioni politico-economiche,
di cui si è detto in precedenza
avvenute in questo ultimo quarto di secolo, hanno avuto come oggetto non
soltanto il processo produttivo in sé e le modificazioni nei compiti e nelle
mansioni dei lavoratori e della stessa organizzazione del mondo del lavoro,
ma hanno avuto nel ruolo dello Stato,
nella trasmissione dell'ideologia e nelle funzioni della cultura, dei pilastri
fondamentali di questo processo di transizione epocale. Se nell'epoca fordista
il ruolo fondamentale dello Stato era quello di regolamentazione e mediazione
dei conflitti sociali e di socializzazione del benessere attraverso le
politiche di Welfare State derivate dal forte conflitto politico di classe,
nell'attuale era della cosiddetta
accumulazione flessibile, lo Stato segue la strada della deregulation o di
nuove forme di regolamentazione che hanno come propria logica ispiratrice una
cultura d'impresa, la cultura dell'efficienza aziendale che viene trasmessa in
tutti i momenti del vivere sociale. Il mercato come unico luogo di incontro di
interessi diversificati, il mercato quasi come divinità sociale porta
all'ideologia dell'individualizzazione, dell'autoaffermazione individuale. E
tutto questo diventa l'altra faccia della stessa medaglia che vede nella
privatizzazione dei bisogni collettivi e della sicurezza sociale l'abbandono di
quelle garanzie universalistiche tipiche dei modelli europei di Welfare State,
per incamminarsi, invece, a passi veloci verso forme sempre maggiori di differenziazione economico-sociale.
Il capitale si manifesta in questo
frangente per quello che è, cioè un "apprendista stregone" che pur
sviluppando al massimo le forze produttive è costretto a coercizzarle nel
miserrimo fine esclusivo del profitto. Nonostante ciò la potenza di una tale
rappresentazione trova oggi una delle sue motivazioni in una fase storica dove
c’è scarsa opposizione di carattere politico, e soprattutto, di carattere
culturale e questo anche da parte di molti di quegli intellettuali che ancora
rivendicano un’impostazione finalizzata al sociale del loro agire culturale.
Questo non significa che da vari ambiti sociali, politici, culturali, sindacali
non vengano segnali di malessere, ma questi
mancano di una struttura organica ed organizzata. Per questi motivi mettere al
servizio il pensiero critico, ovunque si manifesti, può contribuire a dare
chiarezza ed equilibrato sviluppo alla società.
Su questi temi, appena accennati,
aspettiamo contributi di tutti, per far sì che il LCS possa intraprendere iniziative culturali, di dibattito, di
scontro politico-culturale per affermare principi e posizioni che dall'attuale
dibattito mistificatorio non sono certo emerse e allo stesso tempo per rivendicare
la assoluta indisponibilità alla cooptazione capitalistica della scienza come
da noi intesa, cioè come comprensione e spiegazione dei fenomeni sociali, in
modo da utilizzare tale conoscenza come guida all'azione per la trasformazione
radicale e, quindi, per il superamento del capitalismo.