Leopardi:
la poetica
Avvertenza: per quanto riguarda il Discorso di un Italiano,
le indicazioni delle pagine fanno riferimento all'edizione commentata da
Francesco Flora, Milano 1968 (1940); invece, per quanto riguarda lo Zibaldone,
vengono indicate, oltre alle date del testo
leopardiano, le pagine dell'edizione a cura di Walter Binni,
Firenze 1989 (1969).
1) Leopardi teorico della poesia, oltre che poeta
Intendiamo
per poetica di un autore l’insieme delle idee che l’autore ha sulla poesia, ciò
che lui crede che sia la poesia, quindi i principi cui si attiene nel fare
poesia. Una poetica può essere esplicita o implicita. Il primo caso si ha
quando l’autore dichiara esplicitamente tali principi, quando il lettore dispone di testi in cui l’autore ha esplicitamente enunciato
le sue idee sulla poesia. Il secondo caso si ha quando, al contrario, non
esistono tali documenti, ma è dalla poesia stessa che il lettore desume il
pensiero del poeta sulla poesia, sulla sua natura, sulle sue finalità; la
poetica, insomma, è implicita nell'opera.[1] Nel
caso di Leopardi la riflessione sulla poesia è costante ed accompagna per tutta
la vita il suo fare poetico. Abbiamo un documento fondamentale per capire il
suo pensiero sulla poesia (il Discorso di un italiano intorno alla poesia
romantica) ed abbiamo nello Zibaldone le riflessioni continue che
egli viene svolgendo nel corso degli anni. E’ una riflessione tormentata, anche
contraddittoria, che si innesta originariamente sulla
polemica allora viva fra classicismo e romanticismo, ma che arriva ad esplorare
territori nuovi e giunge a conclusioni originali.
2) Una riflessione tormentata e contraddittoria: l’opinione di Ungaretti
Dicevo,
riflessione tormentata e contraddittoria. E infatti se
noi leggiamo il Discorso e a questa facciamo seguire la lettura delle
pressoché contemporanee o di poco successive riflessioni rintracciabili nello Zibaldone,
non possiamo non stupirci di fronte a certi cambiamenti di prospettiva, di più,
a certi rovesciamenti di giudizio. Ma anche restando
al solo Discorso, lo stesso Leopardi appare talmente consapevole della
problematicità del proprio pensiero che sente il bisogno di avvertire il
lettore:
forse in progresso mi toccherà di combattere due opinioni contrarie, l'una delle quali s'avvicini alla nostra, e se il lettore non ci guarderà molto per minuto, gli dovrà parere ch'io combatta me medesimo. (p.476)
Lo
fa attribuendo la contraddittorietà all'avversario, ma è fin troppo evidente
che la precisazione denuncia una difficoltà nel contestare idee che, per
qualche verso, sono anche sue (o che, se si
preferisce, per qualche verso, hanno fatto breccia in lui).[2] Del
resto le stesse poesie di quegli anni (gli idilli,
scritti fra il 1819 e il 1821: e leggeremo qualche testo esemplare in questo
senso, La sera del dì di festa
e L’infinito) testimoniano un fare poetico che non corrisponde ai
principi enunciati polemicamente nel Discorso, ma sembra piuttosto
accettare ciò che lì era stato contestato. Al punto che Ungaretti,
in uno scritto su Leopardi (Secondo discorso su Leopardi, 1944) giunge a
sostenere che il Discorso non è più di un’esercitazione accademica,
mentre in verità Leopardi, come poeta, sarebbe fortemente influenzato dalle
opinioni del Di Breme,
insomma quelle stesse opinioni che contesta nel Discorso, Leopardi le
farebbe proprie nella poesia; e cerca di dimostrarlo, Ungaretti,
con qualche forzatura, a mio giudizio, ma indubbiamente ha buon gioco nel
rilevare che Leopardi finisce per accogliere, teoricamente e praticamente, i
principi dei cosiddetti "moderni", ovvero dei romantici.
3) L’occasione del Discorso
e l’equivoco patriottico
Il
Discorso è scritto nel 1818 come risposta alle Osservazioni di Di Breme
sullo "Spettatore italiano" (si tratta di due articoli che
compaiono nel gennaio;[3] nel
marzo Leopardi ha già elaborato la risposta, ma non viene pubblicata né dallo
"Spettatore", né, successivamente, in opuscolo; vedrà la luce
nel 1906). Era questo un vero e proprio manifesto di adesione
al romanticismo, e la risposta di Leopardi intende controbattere a quelle idee
in nome della tradizione classica e italiana.[4]
Tradizione classica e italiana: notate che Leopardi ritiene la tradizione
letteraria italiana erede, continuatrice di quella classica; dunque per lui la
difesa della classicità è anche una difesa patriottica della italianità contro
l’invadenza di caratteri e gusti di origine nordica: tale gli sembra appunto il
romanticismo, nient’altro che una moda proveniente dalla Germania e
dall’Inghilterra ed estranea alla sensibilità latina.[5] Per
capire come questo spirito patriottico sia una componente fondamentale del Discorso
(che non a caso è "di un italiano"), si pensi che dello stesso anno
sono le canzoni Sopra il monumento di Dante
e All’Italia, dove si leva alto il lamento per la sorte della patria
("di catene ha carche ambo le braccia" e "siede a
terra negletta e sconsolata"): lo stesso lamento, traboccante di amor
patrio, si distende nelle pagine finali del Discorso:
vedo negletti e avuti a schifo i nostri sovrani scrittori, e i greci e i latini antecessori nostri, e accolte, e ingozzate ghiottissimamente, e lodate e magnificate quante poesie quanti romanzi quante novelle quanto sterco sentimentale e poetico ci scola giù dalle Alpi e c’è vomitato sulle rive del mare; vedo languido e pressoché spento l’amore di questa patria: vedo gran parte degl’italiani vergognarsi d’essere compatriotti di Dante e del Petrarca e dell’Ariosto e dell’Alfieri e di Michelangelo e di Raffaello e del Canova. (p.546-47).
E’
un rilievo importante, perché proprio questo amor patrio
sembra far velo, in Leopardi, alla comprensione ed accettazione delle idee
romantiche. Idee che, come vedremo, finisce per accogliere nella loro sostanza.
4.1) I principi del Discorso: imitazione della natura, immaginazione,
diletto
Leggiamo
il Discorso. Ci sono parole e concetti ricorrenti su cui Leopardi insiste per definire quello che per lui è l’”ufficio” della
poesia, il suo fine, il suo fondamento: imitazione della natura, diletto,
illusioni, immaginazione. Al centro c’è il seguente principio: la poesia è
imitazione della natura (e quindi è immutabile, poiché è immutabile la natura),
si fonda sull’immaginazione ed ha come fine il diletto.
“Le bellezze dunque della natura (…) non
variano pel variare de'
riguardanti, ma nessuna mutazione degli uomini indusse mai cambiamento nella
natura, la quale vincitrice dell'esperienza e dello studio e dell'arte e d'ogni
cosa umana mantenendosi eternamente quella, a volerne conseguire quel diletto puro e sostanziale ch'è il
fine proprio della poesia (giacchè il diletto nella
poesia scaturisce dall'imitazione della natura), ma che insieme è
conformato alla condizione primitiva degli uomini, è necessario che, non la
natura a noi, ma noi ci adattiamo alla natura, e però la poesia non si venga
mutando, come vogliono i moderni, ma ne' suoi caratteri principali, sia, come
la natura, immutabile. E questo adattarsi degli uomini alla natura, consiste in
rimetterci coll'immaginazione
come meglio possiamo nello stato primitivo de' nostri
maggiori, la qual cosa ci fa fare senza nostra fatica il poeta padrone delle
fantasie.” (p. 477-78)
Il
poeta sceglie “dentro i confini del verosimile quelle
migliori illusioni che gli pare, e quelle più grate a noi e meglio accomodate all’ufficio della poesia, ch’è imitar la
natura, e al fine, ch’è dilettare” (p. 474)
“il poeta deve illudere, e illudendo
imitar la natura, e imitando la natura dilettare: e dov'è un diletto
poetico altrettanto vero e grande e puro e profondo?” (p. 481)
4.2) I principi del Discorso: la
poesia non è filosofia
Sbaglia
quindi Di Breme (e i romantici con lui) quando
sostiene che la poesia moderna si fonda sulla ragione e sulla conoscenza del
vero; sbaglia, perché questo è proprio della filosofia, non della poesia (la
poesia è cosa "corporale", non "metafisica"):
Già è cosa manifesta e notissima che i romantici si sforzano di sviare il più che possono la poesia dal commercio coi sensi, per i quali è nata e vivrà finattantoché sarà poesia, e di farla praticare coll’intelletto, e strascinarla dal visibile all’invisibile e dalle cose alle idee, e tramutarla di materiale e fantastica e corporale che era, in metafisica e ragionevole e spirituale (p. 470)
La poesia si fonda sul falso, non sul vero, sull’inganno dell’immaginazione non sulla conoscenza della verità, perché è quell’inganno (quella illusione) che procura il diletto:
Non è del poeta ma del filosofo il guardare all’utile e al vero: il poeta ha cura del dilettoso, e del dilettoso alla immaginazione, e questo raccoglie così dal vero come dal falso, anzi per lo più mente e si studia di fare inganno, e l’ingannatore non cerca il vero ma la sembianza del vero (p. 477)
Si pensi alla famosa formula manzoniana: la poesia ha per oggetto il vero e per fine l’utile (e per mezzo l’interessante). Quella formula è rovesciata: la poesia ha come oggetto il falso e per fine il diletto (e per mezzo l’inganno).
4.3) I principi del Discorso: contro la
mitologia e contro le regole
Ma che
vuol dire “imitare la natura”? Vuol dire porsi davanti alla natura (che è
immutabile) con la stessa freschezza spirituale degli antichi (p. 478: dobbiamo
"rimetterci coll’immaginazione… nello stato
primitivo de’ nostri maggiori"). Ma questo non vuol dire imitare gli autori classici,
riprendendo la loro mitologia e osservando le loro regole, sia perché le favole
greche sono "invenzioni arbitrarie" (e quindi appartengono ai popoli
antichi, non sono "comuni con noi"):
quando noi disputiamo che la poesia moderna non si dee né si può diversificare dall’antica, non difendiamo l’abuso né l’uso delle favole de’ gentili. Vogliamo che sieno essenzialmente comuni alla poesia greca e latina con la presente e con quella di tutti i tempi, le cose naturali necessarie universali perpetue, non le passeggere, non le invenzioni arbitrarie degli uomini, non le credenze non i costumi particolari di questo o di quel popolo, non i caratteri non le forme speciali di questo o quel poeta; le favole greche sono ritrovamenti arbitrari, per la più parte bellissime dolcissime squisitissime, fabbricate sulla natura… ma fabbricate da altri, non da noi, fabbricate, come ho detto, sulla natura, non naturali; perciò non sono comuni agli antichi con noi, ma proprie loro: non dobbiamo usurpare le immaginazioni altrui… (p. 510)
sia perché "l’osservanza cieca e servile delle regole" produce una "imitazione esangue e sofistica", non poesia:
noi non vogliamo che il poeta imiti altri poeti, ma la natura, né che vada accattando e cucendo insieme ritagli di roba altrui… vogliamo che i poeti dell’età presente e delle passate e avvenire sieno simili quanto è forza che sieno gli imitatori di una sola e stessa natura, ma diversi quanto conviene agl’imitatori di una natura infinitamente varia e doviziosa. L’osservanza cieca e servile delle regole e dei precetti, l’imitazione esangue e sofistica, in somma la schiavitù e l’ignavia del poeta, sono queste le cose che noi vogliamo? (p. 511)
E questa, come si vede, è già una bella concessione agli avversari romantici, i quali avevano come bersaglio polemico proprio l’uso e l’abuso della mitologia nelle opere letterarie, nonché l’osservanza delle regole.
4.4) Immaginazione e ragione, filogenesi e ontogenesi
Ma le riflessioni più interessanti del Discorso sono quelle relative alla immaginazione. La poesia si fonda sulla capacità immaginativa, capacità particolarmente sviluppata presso i popoli antichi, a misura che negli stessi, invece, è ridotta la capacità di conoscere razionalmente, scientificamente la natura.[6] Senonché il divenire storico, mentre fa crescere la conoscenza scientifica della natura, produce inevitabilmente una riduzione dello spazio immaginativo. E’ la stessa cosa che succede nella crescita individuale: l’ontogenesi (ovvero, il processo di sviluppo dell’individuo) ripete la filogenesi (ovvero, il processo di sviluppo della società), o viceversa:
quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia” (p. 479-80)[7]
Analogamente
a quel che succede nello sviluppo della civiltà, l’immaginazione (la capacità
di creare favole, di interpretare miticamente la natura, di animarla),
particolarmente sviluppata nei fanciulli, si riduce
man mano che cresce nell’individuo la capacità raziocinante.
4.5) Il poeta è il liberatore dell’immaginazione
dall’oppressione dell’intelletto
Con tutto ciò, l’idea dei romantici, secondo cui, di conseguenza, la poesia moderna
non può che servirsi dell’intelletto e fondarsi sulla conoscenza del vero, è
un’idea assolutamente inaccettabile, perché l’intelletto e la conoscenza del
vero restano sempre la negazione della poesia:
l’esperienze le scoperte gli effetti dell’incivilimento daranno lena… alla fantasia? Quelle cose che l’affogano l’avviveranno? La ragione ch’a ogni poco la mette in fuga e la perseguita e l’assalisce e quasi la sforza a confessare ch’ella sogna, l’esperienza che l’assedia e la stringe e le oppone al volto la sua molestissima lucerna, la scienza che le contrasta e le sbarra tutti i passi col vero, queste cose alimenteranno e conforteranno l’immaginativa? (p. 482-483)
Lo spazio dell’immaginazione, per quanto ridotto, esiste ancora, deve solo essere liberato dai vincoli e dall’oppressione imposta dall’intelletto, e il poeta è questo liberatore:
Non però va creduto, come pare che molti facciano, che col tempo sia scemata all’immaginazione la forza, e venga scemando tuttavia secondoché s’aumenta il dominio dell’intelletto: non la forza, ma l’uso dell’immaginazione è scemato e scema… e a volere che l’immaginazione faccia presentemente in noi quegli effetti che facea negli antichi, e fece un tempo in noi stessi, bisogna sottrarla all’oppressione dell’intelletto, bisogna sferrarla e scarcerarla, bisogna rompere quei recinti: questo può fare il poeta, questo deve (p. 483-484)
A noi l’immaginazione è liberata
dalla tirannia dell’intelletto, sgombrata dalle idee nemiche alle naturali,
rimessa nello stato primitivo o in tale che non sia
molto discosto dal primitivo, rifatta capace dei diletti sovrumani della
natura, dal poeta (p. 508)
In
altre parole, si può dire che il poeta è colui che è
in grado di ridestare in noi adulti la memoria dell’infanzia, allo stesso modo
in cui ce la ridestano le opere degli antichi:
dal genio
che tutti abbiamo della puerizia si deve stimare quanto sia quello che abbiamo
alla natura invariata e primitiva, la quale è né più né meno quella natura che
si palesa e regna ne’ putti, e le immagini fanciullesche e la fantasia che
dicevamo, sono appunto le immagini e la fantasia degli antichi, e le
ricordanze della prima età… sono appunto quelle che ci ridesta
l’imitazione della natura schietta e inviolata, quelle che ci può e
secondo noi ci deve ridestare il poeta, quelle che ci ridestano
divinamente gli antichi, quelle che i romantici bestemmiano e rigettano e
sbandiscono dalla poesia, gridando che non siamo più fanciulli: e purtroppo non
siamo; ma il poeta deve illudere…(p.481)
Il poeta moderno deve soltanto educare la propria immaginazione, ridarle la vitalità perduta (soffocata dalla ragione), e questo lo si ottiene attraverso lo studio degli antichi:
appena mi si lascia credere che in questi tempi altri possa cogliere il linguaggio della natura, e diventare vero poeta senza il sussidio di coloro che vedendo tutto il dì la natura scopertamente e udendola parlare, non ebbero per essere poeti bisogno di sussidio (p. 508)
Gli antichi dunque non sono modelli da imitare ciecamente (come si diceva sopra), ma sono gli educatori della nostra immaginazione, coloro che ci insegnano a guardare la natura con gli occhi dell’immaginazione; sono quei "maestri" - così si diceva nella Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca italiana del 1816 - le cui opere dobbiamo "leggere e considerare e ruminare lungamente e maturamente".
5.1) Oltre il Discorso: il
ripensamento della canzone Ad Angelo Mai
C’è
dunque qui un atteggiamento ottimistico: la possibilità di creare favole,
sogni, illusioni (la possibilità di fare poesia) non è uccisa per sempre dalla invadenza della ragione (della filosofia); sopravvive
uno spazio per l’immaginazione, e questo spazio va coltivato, amplificato, rivitalizzato. Ben diverse, solo due anni
dopo, le sconsolate considerazioni sulla conoscenza razionale (scientifica,
filosofica) della verità che determina senza rimedio la fine della
immaginazione che consentiva agli antichi di creare i loro miti. Sentite la
strofa centrale della canzone Ad Angelo Mai, laddove il poeta, parlando
della scoperta dell’America da parte di Colombo, lamenta la fine della bella
favola che aveva immaginato l’altrove sconosciuto come
sede notturna del Sole e della fanciulla Aurora (vv.
91-105):
Nostri
sogni leggiadri ove son giti / dell'ignoto ricetto /
d'ignoti abitatori, o del diurno / degli astri albergo, e del rimoto letto / della giovane Aurora, e del notturno /
occulto sonno del maggior pianeta? / Ecco svaniro a un punto, / e figurato è il mondo in breve carta; / ecco
tutto è simile, e discoprendo, / solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta / il
vero appena è giunto, / o caro immaginar; da te s'apparta / nostra mente in
eterno; allo stupendo / poter tuo primo ne sottraggon gli anni; / e il conforto perì de' nostri affanni./
5.2) Oltre il Discorso: il ripensamento a
proposito della poesia sentimentale
Qualcosa
è cambiato nell’arco di due anni. Ed è un cambiamento
che si avverte ancora meglio se mettiamo a fuoco la questione della poesia
sentimentale. La tesi del Di Breme,
che Leopardi contesta nel Discorso, era appunto che la poesia moderna,
per le ragioni suddette, dovesse fondarsi sul "patetico", sul
sentimentale (l’immaginazione è propria degli antichi, il sentimentale dei
moderni). Ovviamente Leopardi ha buon gioco nell’accusare i romantici di eccesso ed artificiosità; il sentimento di cui parlano
non è naturale (come tale, era proprio anche degli antichi, i quali erano
commossi dallo spettacolo della natura e comunicavano con semplicità questa
commozione: a prova di ciò, Leopardi cita due famosi "notturni", uno
di Omero, Iliade, VIII, 555-559[8], e
uno di Virgilio, Eneide, VII, 8-16[9]), ma
è sollecitato forzatamente ed artificialmente: è patetismo, affettazione di
sentimento, sentimentalismo deteriore:
(i romantici) vogliono che il poeta a bella posta scelga, inventi, modelli, combini, disponga, per fare impressioni sentimentali, che ne’ suoi poemi non soltanto le cose ma le maniere sieno sentimentali, che prepari e conformi gli animi de’ lettori espressamente ai moti sentimentali, che ce li svegli pensatamente e di sua mano, che in somma e il poeta sia sentimentale saputamente e volutamente, e non quasi per ventura come d’ordinario per gli antichi… (p. 515-516)
… è nudo e palese l’intendimento risoluto dello scrittore, di fare un libro o una novella o una canzone o un passo sentimentale: e ometto come il patetico sia sparso e gittato e versato per tutto… possiamo vedere, non so s’io dica senza pianto o senza riso o senza sdegno, scialacquarsi il sentimentale… gittarsi a manate, vendersi a staia… ridondare le botteghe di Lettere sentimentali, e Drammi sentimentali, e Romanzi sentimentali e Biblioteche sentimentali… (p. 522-523)
Ma non c’è dubbio che, al di là degli eccessi indicati, sulla sostanza del pensiero del Di Breme e dei romantici Leopardi finisce per ricredersi, anzi per farlo proprio pienamente. Si legga il pensiero del 1 luglio 1820, dove – riferendosi alla grande crisi patita l’anno precedente, soprattutto a seguito dell’accentuarsi dei problemi alla vista – dice di essere divenuto filosofo, e quindi sentimentale, da poeta, e immaginifico, che era: lo stesso che è successo allo "spirito umano in generale":
Nella
carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito
umano in generale. Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi
erano pieni d'immagini, e delle mie letture poetiche io cercava
sempre di profittare riguardo alla immaginazione. Io era
bensì sensibilissimo anche agli affetti, ma esprimerli in poesia non sapeva...
La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì
si può dire dentro un anno, cioè nel 1819 dove privato dell'uso della vista, e
della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità
in un modo assai più tenebroso, cominciai... a divenir filosofo di professione
(di poeta ch'io era)... Allora
l'immaginazione in me fu sommamente infiacchita... E s'io mi metteva a far
versi, le immagini mi venivano a sommo stento, anzi la fantasia era quasi
disseccata... bensì quei versi traboccavan di
sentimento. (Zib. 71) (1/7/20)
5.3) Oltre
il Discorso: la questione del consenso dell’intelletto all’inganno
dell’immaginazione
Segue
la pagina del 19 ottobre 1820, dove si nega la tesi sostenuta nel Discorso,
secondo cui le favole sono il fondamento della poesia,
suscitano diletto, a prescindere dal consenso dell’intelletto (il quale, in un
certo senso, accetta la convenzione di entrare nel mondo dell’immaginazione),
anzi, contrastando la tirannia dell’intelletto, rispetto a cui il poeta è un
liberatore. Si confronti ciò che è detto nel Discorso:
… il poeta non inganna gli intelletti né gl’ingannò mai… ma solamente le fantasie… è ridicolo dire che il poeta non possa illudere (la immaginazione) quando non s’attenga alle opinioni e ai costumi nostri, quasi che noi non le dessimo licenza di lasciarsi ingannare, e che ella non avesse forza di scordarsi, né il poeta di farle scordare, e opinioni e consuetudini e checchessia… l’intelletto in mezzo al delirio dell’immaginativa conosce benissimo ch’ella vaneggia… (p. 473)
… abbiamo veduto come s’ingannino coloro i quali negando che le illusioni poetiche antiche possano stare colla scienza presente, non pare che avvertano che il poeta già da tempi remotissimi non inganna l’intelletto, ma solamente la immaginazione degli uomini… (p. 507)
con ciò che è detto nello Zibaldone: adesso si dice che il consenso dell’intelletto (la persuasione) è indispensabile per ottenere l’effetto voluto (cioè, il diletto), e questo consenso, "in tanta propagazione e incremento dei lumi", è impossibile che ci sia (altro decisivo argomento, insomma, a sostegno della tesi che la poesia moderna non può prescindere dalla conoscenza del vero, dalla filosofia, dalla facoltà intellettiva):
La poesia tanto riguardo al maraviglioso, quanto alla commozione o impulso di qualunque genere, ha bisogno di un falso che pur possa persuadere, non solo secondo le regole ordinarie della verisimiglianza, ma anche rispetto ad un certo tal quale convincimento che la cosa stia o possa stare effettivamente così… Ma oggidì in tanta propagazione e incremento di lumi, nessuna finzione o nuova o nuovamente applicata, trova il menomo luogo nell’intelletto… E questa è una gran ragione per cui la poesia oggidì non può più produrre quei grandi effetti né riguardo alla maraviglia e al diletto, né riguardo all’eccitamento degli animi, delle passioni ec… (Zib. 117) (19/10/20)
5.4) Oltre il Discorso: il ripensamento sul classicismo
Quindi
la decisiva riflessione dell’8 marzo 1821, dove non solo si dice che "la
poesia sentimentale è unicamente ed esclusivamente propria di questo secolo"
(ed è così, anche se "appena si può dire che la sentimentale sia
poesia, ma piuttosto una filosofia, un’eloquenza"), ma anche che è
insensato ogni tentativo di "voler fare quello stesso che facevano i
nostri avoli… di voler fingere una facoltà che non
abbiamo, o abbiamo perduta":
La forza creatrice dell’animo appartenente alla immaginazione, è esclusivamente propria degli antichi. Dopo che l’uomo è divenuto stabilmente infelice e, che peggio è, l’ha conosciuto… e dopo che il mondo è divenuto filosofo, l’immaginazione veramente forte, verde, feconda, creatrice, fruttuosa, non è più propria se non de’ fanciulli… Un Omero, un Ariosto non sono per li nostri tempi, né, credo, per gli avvenire. Quindi molto e giudiziosamente e naturalmente le altre nazioni hanno rivolto il nervo e il forte e il principale della poesia dalla immaginazione all’affetto, cangiamento necessario, e derivante per se stesso dal cangiamento dell’uomo… Che smania è questa dunque di voler fare quello stesso che facevano i nostri avoli, quando noi siamo così mutati?… Di voler fingere una facoltà che non abbiamo, o abbiamo perduta, cioè l’andamento delle cose ce l’ha renduta infruttuosa e sterile, e inabile a creare? Di voler essere Omeri, in tanta diversità di tempi? (Zib. 221) (8/3/21)
Insomma
qui Leopardi contesta esplicitamente le posizioni che lui stesso aveva sostenuto nel Discorso (si pensi in particolare
a quel passo in cui diceva che, siccome immutabile è la natura, non si può pensare
che muti la poesia: “è necessario che, non la natura a noi, ma noi ci
adattiamo alla natura, e però la poesia non si venga mutando, come vogliono i
moderni, ma ne' suoi caratteri principali, sia, come la natura, immutabile. E questo adattarsi degli uomini alla natura, consiste in
rimetterci coll'immaginazione come meglio possiamo
nello stato primitivo de' nostri maggiori, la qual
cosa ci fa fare senza nostra fatica il poeta padrone delle fantasie”).
5.5) Oltre
il Discorso: il ripensamento sul patriottismo
Ma quest’ultima riflessione è notevole anche perché appare chiaro come il patriottismo del Discorso sia superato: non solo si indicano con ammirazione le altre nazioni che “molto e giudiziosamente e naturalmente” “hanno rivolto il nervo e il forte e il principale della poesia dalla immaginazione all’affetto” (si ricordi come nel Discorso si parlasse di “sterco sentimentale e poetico [che] ci scola giù dalle Alpi e c’è vomitato sulle rive del mare”), ma, nel prosieguo, si denuncia con asprezza la mediocrità degli italiani, i quali, incapaci di poesia sentimentale (perché incapaci di filosofia), si dedicano ad una poesia di pura imitazione degli antichi, e quindi di nessun valore (così fa Monti, ora definito "non poeta, ma traduttore", cosiccome precedentemente era stato definito poeta "dell’orecchio e non del cuore"):,
Ma gl’Italiani contuttociò, e contro la natura de’ tempi e della poesia, si gittano ad un genere che oggi non può essere se non o forzato o imitativo, e lo fanno perché questo riesce loro molto più facile del sentimentale… E così tutti i sensati Italiani e forestieri, si accordano in dire che l’Italia manca del genere sentimentale. Ma non osservano che con ciò vengono a dire e confessare che l’odierna Italia manca di letteratura, certo di poesia. Quasi che il detto genere fosse proprio di questa o quella nazione, e non del tempo. Quasi che oggidì la condizione generale degli uomini ammettesse altro genere di poesia, e che il mancare di questo genere non fosse lo stesso che il mancar di poesia (Zib. 222) (8/3/21) .[10]
6) La conclusione: il vero è oggetto della poesia
In
conclusione:
La
poesia sentimentale è unicamente ed esclusivamente propria di questo secolo,
come la vera e semplice… poesia immaginativa fu unicamente ed esclusivamente
propria de’ secoli omerici, o simili a quelli in altre nazioni. Dal che
si può ben
concludere che la poesia non è quasi propria de’
nostri tempi… Giacché il sentimentale è fondato e sgorga dalla filosofia,
dall’esperienza, dalla cognizione dell’uomo e delle cose, in somma dal vero,
laddove era della primitiva essenza della poesia l’essere ispirata dal falso…
(per cui) appena si può dire che la sentimentale sia poesia, ma piuttosto una
filosofia, un‘eloquenza, se non quanto è più splendida, più ornata della
filosofia ed eloquenza della prosa. Può anche esser più sublime e più bella, ma
non per altro mezzo che d’illusioni, alle quali non è dubbio che anche in
questo genere di poesia si potrebbe molto concedere, e più di quello che facciano gli stranieri. (Zib. 222)
(8/3/21)
Sulla
questione delle "illusioni", che sono pur sempre una componente fondamentale della poesia, bisognerà tornare. Per
intanto notiamo tre cose: 1) che la poesia sentimentale viene
indicata come l’unica poesia possibile per i moderni; 2) che la poesia attuale
(sentimentale) non può non basarsi sul vero, e con questo è stato accolto un
punto fondamentale del programma dei romantici italiani (si pensi a Manzoni: la letteratura ha per oggetto il vero). Ma mentre
i romantici pensano al vero "storico", o al vero della cronaca
contemporanea, Leopardi pensa a un vero filosofico, al
vero della condizione umana: quel vero che la ragione scopre e che il poeta non
può più dimenticare (e che quindi diventa l’oggetto della poesia leopardiana: e
lo diventa in maniera sempre più chiara e vistosa, con la poesia filosofica
degli ultimi anni, quella che Binni chiama la
"poesia eroica"); 3) che, cionondimeno,
questa, pur essendo l’unica poesia che possiamo fare, non è propriamente
poesia, è una sottospecie di poesia (una filosofia, un’eloquenza), perché
l’essenza della poesia consiste pur sempre nell’essere fondata
sull’immaginazione e nell’essere ispirata dal falso.
7) La
poesia sentimentale come poesia lirica
Ma
a questo punto bisognerà chiarire meglio che cosa si intenda
per “poesia sentimentale”, soprattutto in quale accezione la intenda Leopardi. Il
sentimento di cui si parla non è quello indicato nel Discorso come proprio degli antichi (Omero e Virgilio), commossi
davanti alla natura, un sentimento immediato e irriflesso.
E’ piuttosto un sentimento generato dalla consapevolezza propria dell’uomo
moderno, dunque un sentimento alla maniera in cui ne parlava Schiller, nella sua celebre opera Sulla poesia ingenua e sentimentale (che Leopardi non conosce:
l’opera è del 1795-96, una traduzione in italiano sarà del 1867 e Leopardi non
conosceva il tedesco). E’ un sentimento connesso col pensiero che riflette, non
è espressione immediata dell’impressione che la natura fa sul poeta, ma è il
frutto di una riflessione su quell’impressione.[11] Per
questa strada Leopardi arriva a una doppia conclusione: da una parte scopre che
il poeta non è imitatore della natura, ma imitatore di se stesso e, in quanto
tale, piuttosto creatore che imitatore; dall’altra arriva ad affermare che –
siccome il poeta non può che esprimere il proprio sentimento soggettivo – la
poesia è essenzialmente lirica. Siamo a quel pensiero (da cui sono partito)
citato da Anceschi in Che cosa è la poesia:
L'imitazione tien
sempre molto del servile. Falsissima idea considerare e
definir la poesia per arte imitativa, metterla colla pittura ec. Il poeta immagina:
l'immaginazione vede il mondo come non è, si fabbrica un mondo che non è,
finge, inventa, non imita, non imita (dico) di proposito suo: creatore,
inventore, non imitatore; ecco il carattere essenziale del poeta. (Zib. 1175) (29/8/1828)
Il poeta non imita la natura: ben è
vero che la natura parla dentro di lui e per la sua bocca. I' mi son
un che quando Natura parla, ec. vera definizione del
poeta. Così il poeta non è *imitatore* se non di se stesso. Quando colla imitazione egli esce veramente da se
medesimo, quella propriamente non è più poesia, facoltà divina; quella è
un'arte umana; è prosa, malgrado il verso e il
linguaggio. (Zib. 1180) (10/9/28)
Questa idea, secondo cui se il poeta esce da
se stesso non è più veramente poeta, diventa un’idea centrale nel pensiero di
Leopardi. Per questo aspetto persiste la polemica con
i romantici, che prediligono generi letterari come il dramma e il romanzo: per
Leopardi la lirica è la sola vera poesia perché in essa il poeta esprime solo e
pienamente il proprio sentimento.
Da
queste osservazioni risulterebbe che dei 3 generi
principali di poesia, il solo che veramente resti ai moderni, fosse il lirico;
(e forse il fatto e l'esperienza de' poeti moderni lo
proverebbe); genere, siccome primo di tempo, così eterno ed universale, cioè
proprio dell'uomo perpetuamente in ogni tempo ed in ogni luogo, come la poesia;
la quale consistè da principio in questo genere solo,
e la cui essenza sta sempre principalmente in esso genere, che quasi si
confonde con lei, ed è il più
veramente poetico di tutte le poesie, le quali non sono poesie se non in quanto
son liriche. (Zib.
1218) (29/3/1829.).
la
lirica, contrapposta all’epica e alla drammatica (ma anche al romanzo), ove il
poeta, creando le varie passioni dei vari personaggi, deve fingere sentimenti
non suoi:
il poeta è
spinto a poetare dall’intimo sentimento suo proprio, non dagli altrui. Il
fingere di avere una passione, un carattere ch’ei non
ha (cosa necessaria al drammatico) è cosa alienissima dal poeta… Il sentimento che l’anima al presente, ecco la sola
musa ispiratrice del vero poeta… Quanto
più un uomo è di genio, quanto più è poeta, tanto più avrà de’
sentimenti suoi da esporre, tanto più sdegnerà di vestire un altro personaggio,
di parlare in persona altrui, d’imitare, tanto più dipingerà se stesso… L’estro
del drammatico è finto, perch’ei dee fingere: un che
si sente mosso a poetare, non si sente mosso che dal bisogno d’esprimere de’ sentimenti ch’egli prova veramente (Zib. 1175) (29/8/1828)
8) Il diletto ai tempi della poesia sentimentale
Ma se il
sentimento dominante dei tempi moderni è proprio quello che deriva dalla
consapevolezza della perdita dell’armonia, del deserto delle illusioni prodotto
dalla ragione, della nullità di tutte le cose, che ha che fare allora questo
sentimento con il diletto, che resta pur sempre il vero ed unico fine della
poesia? Su questo Leopardi non si ricrede: come procurerà la poesia il diletto,
se non può più procurarlo con le favole create dall’immaginazione? Una prima
risposta a questa domanda possiamo trovarla in un
celebre pensiero del 4/10/1820:
Hanno
questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la
nullità delle cose, quando anche dimostrino
evidentemente e facciano sentire l'inevitabile infelicità della vita, quando
anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un'anima grande che
si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia
e scoraggimento della vita… servono sempre di
consolazione, raccendono l'entusiasmo, e non
trattando nè rappresentando altro che la morte, le
rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E così quello
che veduto nella realtà delle cose, accora e uccide l'anima, veduto
nell'imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio (come p.e. nella lirica che non è
propriamente imitazione), apre il cuore e ravviva… E lo stesso
conoscere l'irreparabile vanità e falsità di ogni
bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l'anima,
quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio. E lo stesso spettacolo
della nullità, è una cosa in queste opere, che par che ingrandisca
l'anima del lettore, la innalzi, e la soddisfaccia di se stessa e della propria
disperazione. (Gran cosa, e certa madre di piacere e di entusiasmo,
e magistrale effetto della poesia…) (Zib. 110)
(4/10/20)
Ma
la risposta più significativa ed originale sta nelle
riflessioni, sparse nello Zibaldone: a cominciare da quella, che abbiamo
già letto, in cui si dice che anche nella poesia sentimentale molto si può
concedere alle illusioni; e poi in quelle, molteplici, sul piacere
dell’indefinito e della rimembranza.
9) Dalla teoria del piacere al piacere dell’indefinito
Si
tratta di riflessioni per lo più riconducibili agli anni 1820-21, ma poi più
volte riprese successivamente (in particolare, sulla
rimembranza, negli anni 1827-28, gli anni dei canti pisano-recanatesi).
E dunque: il diletto cui si affida la poesia, nel
tempo in cui la conoscenza del vero rende impossibile il piacere delle favole,
è il diletto suscitato da parole, immagini e suoni vaghi e indefiniti. E’ un
pensiero che discende da quella teoria del piacere che Leopardi veniva
elaborando e il cui nucleo centrale appartiene al luglio del 1820 (ed è, per
inciso, il vero nucleo fondante del pessimismo leopardiano, a testimonianza
della stretta correlazione esistente fra visione complessiva e riflessione
specifica sulla poesia): il desiderio di piacere, connaturato all’esistenza
individuale (per inciso: di ogni essere vivente), è
senza limiti di durata e di estensione, e come tale (per quanto possa essere,
occasionalmente, "ingannato", "mitigato",
"addormentato") non può essere mai soddisfatto; l’immaginazione
supplisce a questa impossibilità di soddisfazione, in quanto capace di
concepire ciò che non è limitato e circoscritto (ciò che quindi è adeguato alla
infinitezza del piacere desiderato); e dunque la
poesia piace, comunica piacere, proprio perché offre alla immaginazione del
lettore uno spazio infinito in cui vagare (12-23 luglio 1820):
il desiderio del piacere essendo materialmente infinito in estensione… la pena dell’uomo nel provare un piacere è di veder subito i limiti della sua estensione… Quindi è manifesto: 1. Perché tutti i beni paiano bellissimi e sommi da lontano, e l’ignoto sia più bello del noto… 2. Perché l’anima preferisca in poesia e da per tutto, il bello aereo, le idee infinite. Stante la considerazione qui sopra detta, l’anima deve preferire naturalmente agli altri quel piacere ch’ella non può abbracciare (Zib. 81) (luglio 1820)
…fra tutte le letture, quella che lascia l’animo meno desideroso del piacere è la lettura della vera poesia. La quale destando emozioni vivissime, e riempiendo l’animo d’idee vaghe e indefinite e vastissime e sublimissime e mal chiare ec., lo riempie quanto più si possa a questo mondo (Zib. 444) (27/8/21)
10.1) La poetica dell’indefinito: le parole
Ecco
quindi le riflessioni famose sulla lingua della poesia, sulle
"parole" che non sono "termini" (30-4-1820):
Le parole come osserva il Beccaria (trattato dello stile) non presentano la sola idea dell'oggetto significato, ma quando più quando meno immagini accessorie. Ed è pregio sommo della lingua l'aver di queste parole. Le voci scientifiche presentano la nuda e circoscritta idea di quel tale oggetto, e perciò si chiamano termini perché determinano e definiscono la cosa da tutte le parti. Quanto più una lingua abbonda di parole, tanto più è adattata alla letteratura e alla bellezza ec. ec. e per lo contrario quanto più abbonda di termini… Il pericolo grande che corre ora la lingua francese è di diventar lingua al tutto matematica e scientifica, per troppa abbondanza di termini in ogni sorta di cose, e dimenticanza delle antiche parole. (Zib. 60) (30/4/20)
sulle
parole come "notte", "notturno", "oscurità",
"profondo", che sono poeticissime in quanto
offrono all’animo "un’immagine vaga, indistinta, incompleta"
(28-9-21), o come "lontano" e "antico" che "destano
idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse" (25-9-21); su
quelle "che indicano moltitudine, copia, grandezza, lunghezza, larghezza,
altezza, vastità, ec.", come "tanto",
"ultimo", "mai più", che "sono di grand’effetto
poetico per l’infinità" (3-10-21);
10.2) La poetica dell’indefinito: le immagini e i suoni
ma anche
quelle sulle immagini, che sono piacevoli quando evocano sensazioni di
infinito, perché la vista non arriva ad abbracciarle:
una
campagna arditamente declive in guisa che la vista in certa lontananza non
arrivi alla valle; e quella di un filare d’alberi, il cui fine si perda di
vista, o per la lunghezza del filare, o perch’esso
pure sia posto in declivio (Zib. 411) (1-8-21)
o perché
sono di ostacolo allo spaziare della vista. e quindi sollecitano
l’immaginazione dell’infinito (esemplarmente, la siepe de L’Infinito):
Una
fabbrica, una torre ec. veduta in modo ch’ella paia inalzarsi sola sopra
l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito (ivi)
sul
suono, che, analogamente,
è piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per una idea vaga e indefinita che desta, una canto (il più spregevole) udito da lungi, o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco lontanando… o che sia così lontano…che l’orecchio quasi lo perda nella vastità degli spazi… un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte… Stando in casa, e udendo tali canti e suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perché né l’udito né gli altri sensi arrivano a determinare né circoscrivere la sensazione e le sue concomitanze. (Zib. 523) (16-10-21)
Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o echeggiante con un’apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell’idea ec. Però è piacevole il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una gran valle ec., il canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de’ buoi ec. nelle medesime circostanze (Zib. 1151) (21-9-27);
10.3) La poetica dell’indefinito: la rimembranza e la
doppia visione
e infine
quelle sulla rimembranza, che è poetica perché ci allontana dal presente e ci
rimanda alle lontananze della fanciullezza, e quindi ci comunica quella sensazione
di indefinito collegata alla lontananza nel tempo:
la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca, una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso dell’immagine antica... in maniera che se non fossimo stati fanciulli, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano (Zib. 175) (16-1-21)
Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in un altro modo, si trova consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago. (Zib. 1199) (14-12-28)
riflessioni
associabili a quelle sulla "doppia visione" propria del poeta:
forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei… vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ec. perchè ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. (Zib. 175) (16-1-21)
All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione. (Zib. 1196) (30/11/28)[12]
11) La sera del dì di
festa, un testo esemplare
Tutto
ciò si può vedere in maniera esemplare ne La sera
del dì di festa, un idillio del 1820. L’incipit famoso rimanda a versi
omerici (Iliade, VIII, 555 e sgg.), tanto cari
a Leopardi che li aveva citati nel Discorso come esempio della poesia
antica che sa sollecitare i sentimenti con semplicità, imitando la natura (e
non in maniera artificiosa e forzata, come fanno i romantici, che riproducono
immagini e situazioni straordinarie):
Sì come quando graziosi in cielo / rifulgon gli astri intorno della luna, / e l’aere è senza vento, e si discopre / ogni cima de’ monti ed ogni selva / ed ogni torre; allor che su nell’alto / tutto quanto l’immenso etra si schiude, / e vedesi ogni stella, e ne gioisce / il pastor dentro all’alma.
Ed è un
incipit carico di suggestioni indefinite (più che per le parole evocative
dell’indefinito, che pure ci sono[13], per
la stessa atmosfera notturna e per la visione in lontananza delle montagne; e
poi, naturalmente, per quel canto notturno dell’artigiano udito in lontananza,
vera e propria cerniera fra le du parti che
compongono l’idillio). Quel "posa" (verbo che ritorna al verso
38) piaceva ad Ungaretti, il quale ci sentiva un’eco
del Trionfo petrarchesco (e Petrarca è il
poeta sentimentale per eccellenza), laddove, descrivendo la morte di Laura, si
dice che "parea posar come persona
stanca"[14] (a questo proposito,
bisognerà notare che la scelta del verbo è dell’edizione Starita
del 1835, perché prima si era sempre letto "La luna si riposa, e le
montagne / si discopron da
lungi"; ma il "posa" era già entrato nell’edizione
Piatti del 1831 a correzione dei versi 38-39, che prima suonavano così: "Tutto
è silenzio e pace, e tutto cheto / è ‘l mondo, e più di lor
non si favella").
Ma
è anche una poesia che non prescinde dalla conoscenza del vero, anzi se ne
nutre drammaticamente, in quanto fondata sul contrasto
fra la serenità del paesaggio (dolce e chiaro) e la sofferenza disperata del
poeta (sofferenza che si manifesta in forme titaniche, fortemente
"patetiche", di ascendenza, mi pare, alfieriana
e ortissiana). Segue il canto solitario
dell’artigiano, ed è un’altra sensazione vaga e indefinita (proprio quell’esempio citato nello Zibaldone); il canto, a
sua volta, sollecita non solo pensieri sullo scorrere del tempo (sulla sua infinitezza, per contrasto, cosiccome
il canto contrasta col silenzio: lo stesso effetto provocato ne
L’Infinito dallo stormire del vento tra le piante), ma anche la
rimembranza dell’infanzia (negli ultimi versi); di più, quel canto che è
sentito come il "doppio" di uno stesso canto udito nell’infanzia, è
senz’altro un bell’esempio di quella doppia visione
di cui è capace l’uomo "sensibile e imaginoso"
(quale è il poeta).
Altre
osservazioni si possono fare, a partire dalla considerazione che l’idillio è
spesso sembrato ai lettori, nella sua struttura, un po’ disorganico,
frammentario, non perfettamente composto nei suoi elementi costituivi,
in sostanza, spezzato al verso 24 in due parti, apparentemente non
omogenee, disunite. Ma intanto quel verso, pur con la
pausa imposta dalla punteggiatura (che sancisce il passaggio da un motivo
all’altro: dalla disperazione individuale del poeta alla sensazione acustica
del canto dell’artigiano), ha una forte continuità metrica, segnata dalla
sinalefe fra "etate" ed "ahi"[15];
quindi introduce il motivo (l’evento acustico) che è la vera chiave di volta
del componimento, una chiave di volta che illumina anche retrospettivamente
il senso dell’idillio.
Allora
il notturno lunare con cui si apre il componimento, con il suo silenzio dopo i
rumori della festa, non solo si contrappone drammaticamente alla disperazione
del poeta (a significare la crudele indifferenza della natura di fronte al
dolore individuale), ma anche prefigura il silenzio in cui, nella seconda
parte, precipitano i grandi eventi della storia: un silenzio, quest’ultimo, in cui tutto (il dolore individuale cosiccome la
gloria dei popoli antichi), annullandosi nell’infinito scorrere del tempo,
perde di senso. Il ritorno nei due contesti del verbo
"posa" (v. 3 e v. 38) in contrapposizione al "grido"
(di disperazione del poeta, al v. 23; dei popoli antichi, al v. 34) avvalora
questa lettura.
Data
la centralità del canto dell’artigiano (che quindi sembra avere una funzione
analoga a quella del vento che stormisce tra le piante, nell’Infinito),
tutto il resto (come bene ha messo in luce Luigi Blasucci)[16] si
assesta simmetricamente: silenzio e serenità della natura, gesticolazione
fisica e verbale del poeta ("grido"), canto dell’artigiano,
"grido" dei popoli antichi, silenzio in cui tutto precipita.
In
appendice, l’eco di quel canto nella memoria dell’infanzia (che crea grande suggestione poetica, come è proprio della
rimembranza): "già similmente mi stringeva il core" quella
sensazione di naufragio (altrettanto "dolce"?) nell’infinità del
tempo.
12) L’Infinito, un altro testo esemplare
1) Il tema
Si
tratta di un itinerarium ad infinitum: il sentimento che si vuole comunicare è
quello dell’infinito, nella sua dimensione prima spaziale e poi temporale.
L’idillio, di 15 versi, è infatti perfettamente diviso
a metà del verso 8 nelle due parti che, appunto, intendono rappresentare il
sentimento-sensazione della infinitezza, nello spazio
e nel tempo. Ed è un sentimento che nasce, per contrasto, dall’avvertimento,
tramite i sensi prima della vista e poi dell’udito, di dati concreti: la siepe
che, in quanto preclude la vista dell’orizzonte,
consente l’immaginazione (io nel pensier mi fingo) dell’infinito spaziale; lo stormire
del vento tra le piante che, in quanto interrompe il silenzio, sollecita il
pensiero (mi sovvien)
dell’eterno (dell’infinito scorrere del tempo). Ma siccome si tratta di sentimenti-immaginazioni troppo vaste perché la mente le
possa definire e il cuore le possa abbracciare, in esse ci si perde, con paura
dapprima (8), e ci si annega, come in un dolce naufragio poi (15). E’
un’esperienza potente, per certi versi terribile, perché comporta un perdersi,
un annullamento della propria individualità: ne è
prova l’uso, nel momento in cui si descrive l’acme dell’esperienza, di verbi
estremamente significativi, che risaltano nel lessico abbastanza povero
dell’idillio e che hanno nell’opera leopardiana un riscontro rarissimo (si spaura,
solo in La vita solitaria e Amore e morte) o unico (s’annega, naufragar).[17]
Ma
se questo è schematicamente il piano tematico
dell’idillio, molti e significativi sono i rilievi che si possono fare sul
piano formale, della struttura complessiva, della sintassi, del lessico, della
metrica[18].
2)
La struttura
e la sintassi
Sulla
struttura complessiva andranno notate non solo le corrispondenze già rilevate
(perfetta divisione in due parti, parallela simmetria dal dato concreto al suo
trascendimento), ma anche
a.
la continuità ritmica dell’intera lirica, tale per cui,
con la sequenza ininterrotta delle inarcature[19],
nessun verso è isolato e a sé stante: nessuno, tranne il primo e l’ultimo, che
quindi sembrano incorniciare perfettamente l’idillio (non ci si lasci ingannare
dal punto alla fine del verso 3: la pausa sintattica è apparente perché la
coordinante avversativa che segue tende ad unire i due versi, malgrado il
punto).
b.
Il perfetto
disegno costruttivo si rileva, oltre che dall’incorniciamento
fornito dal primo e dall’ultimo verso, anche dalla divisone
sintattica in quattro periodi che si corrispondono in modo speculare: il primo
(tre versi) corrisponde all’ultimo (due versi e mezzo), il secondo (quattro e
mezzo) al terzo (cinque): la lirica risulta così divisa in due parti uguali, di
sette versi e mezzo ciascuna (per cui risalta la centralità dell’ottavo verso,
che contiene due emistichi che separano e congiungono le due parti del
componimento).
c.
Inoltre il primo
e l’ultimo periodo hanno un andamento piano, paratattico, a carattere
enunciativo, mentre i periodi mediani sono connotati da una sintassi più mossa
e con un incremento dei costrutti ipotattici (c’è la tensione che vuole rendere
il processo mentale che conduce all’infinità, spaziale e temporale; una
tensione preceduta dalla descrizione affettiva del paesaggio e seguita dal suo
placamento-compimento nel naufragio finale).
3)
Il lessico
Interessanti
sono i riscontri sul piano del lessico:
a.
la poesia è punteggiata di parole che Leopardi stesso
indica come particolarmente poetiche per l’indefinito del loro significato (le
cataloga proprio come “Voci e frasi
piacevoli e poetiche assolutamente, per l’infinito o l’indefinito del loro
significato” nell’ Indice del mio
Zibaldone, che compila, da notare, a partire dal luglio del 1827): e sono ermo, tanta, ultimo, silenzio, profondo,
eterno, morte; ma a queste si possono aggiungere sostantivi come orizzonte, immensità, e aggettivi come interminati, sovrumani, infinito).
b.
Un rilievo a
parte va fatto per l’avverbio “sempre”,
con cui si apre la lirica. La prima cosa da notare è l’ascendenza petrarchesca di tale incipit (tipico in Petrarca, a indicare la persistenza di una condizione: “io amai sempre, et
amo forte ancora”, “cercato ò sempre
solitaria vita”, ecc.). In Leopardi la parola è, come altre, per il suo
significato indeterminato, evocativa dell’infinito. Ma notate come nell’espressione
“sempre caro mi fu” sia associata ad un passato remoto, tempo verbale che
contrasta con tutti i presenti iterativi che seguono nella lirica. La cosa è sempre
apparsa problematica ai lettori, ma a me sembra che nella scelta si manifesti
l’intenzione dell’autore di unire l’esperienza straordinaria che si accinge a
descrivere al ricordo di un passato felice: quel “sempre”, più che indicare il ripetersi dell’evento, sollecita la
memoria di un passato affettivamente evocato (caro); il sentimento affettivo è intensificato dalla memoria, e
quel “fu” sottolinea
proprio questa associazione affetto-memoria. Dunque
qui è in campo un altro elemento della poetica dell’indefinito, e cioè l’elemento della poeticità della rimembranza.
c.
Il riferimento
del “quella” del v. 5 alla siepe non
convince tutti (alcuni preferiscono riferirlo a “tanta parte”, visto che la siepe è vicina, tant’è
che al v. 2 era accompagnata dal dimostrativo “questa”). Ora, a parte che la logica impone di intendere il
riferimento alla siepe, mi pare convincente la lettura che A. Marchese ha fatto
dell’uso dei dimostrativi nell’idillio. Essi segnalano il passaggio da un “qui
ed ora” iniziale (questo colle, questa siepe) a
un “altrove” trascendente in cui è trasportata la mente del poeta (quella siepe, perché ora il poeta è lontano
dalla siepe, è altrove, nella lontananza infinita); quindi lo stormire del
vento è come se risvegliasse il poeta dal suo sogno di un viaggio nell’altrove,
lo riporta a terra, qui ed ora (dunque, queste
piante, quel silenzio, questa voce); ma la mente è ora
sollecitata al pensiero dell’infinito scorrere del tempo, trascende di nuovo i
dati del reale e del presente, è altrove (in questa immensità, in questo
mare).
d.
Altro problema è
quello del valore dell’avversativo “ma”
con cui si apre il verso 4. E’ un problema perché logicamente non può avversare
il periodo precedente (non si può avversare il fatto che
il colle e la siepe al poeta siano cari), caso mai avversa soltanto la seconda
parte del periodo – tant’è che Bacchelli
proponeva di intenderlo come un asseverativo, nel senso di “appunto, proprio
per questo”. Nella forza di quel “ma”
sarà da vedere piuttosto l’intenzione di avversare il carattere petrarchesco-arcadico di quell’incipit
che sembra evocare la tradizionale figura del locus amoenus. Quel “ma”
intende dire che l’idillio non vuole descrivere le piacevolezze di un luogo
campestre, ma invece rappresentare sensazioni di tutt’altro tipo, proporre una narrazione diversa, di tipo
mentale e introspettivo, rappresentare appunto l’itinerarium ad infinitum.
4)
Il ritmo
Quel “ma”
forse ci suggerisce anche il cambiamento di ritmo che ci attende nei versi
successivi:
a.
dall’andamento piano e regolare, prevalentemente bisillabico, si passa ora ad un ritmo segnato da fortissime
inarcature e rallentato dalla serie ardita di parole polisillabiche, in un crescendo che va da parole
trisillabiche (sedendo, mirando) a
parole di 5 sillabe (interminati, profondissima), parole che anche foneticamente vorrebbero esprimere l’idea dell’infinito
(come se la lentezza della pronuncia volesse segnalare la difficoltà di
circoscrivere quell’idea).
b. Come abbiamo notato, l’alta frequenza di enjambements e di pause sintattiche interne fa sì che nessun verso della lirica sia sintatticamente isolabile, ad eccezione dei due estremi (che per altro non sono perfettamente isolati perché congiunti dalla coordinante “e”). Il componimento si presenta così come un continuum ritmico, in cui spiccano alcuni fortissimi enjambements che mettono in rilievo termini infinitivi, accentuandone la carica evocativa (vedi i due aggettivi “interminati” e “sovrumani” a fine verso, o i sostantivi “infinito silenzio” e “immensità” ad inizio verso, ma evidenziati dall’attesa creata dai dimostrativi alla fine del verso precedente). La carica evocativa propria dei tre sintagmi dei vv. 4-6 è potenziata dagli enjambements che separano e uniscono i primi due, e trova compimento e appagamento (sintattico e metrico) nel terzo (profondissima quiete), cui contribuisce anche la dieresi che rende trisillabo il sostantivo “quiete”, rallentandone la pronuncia.
5)
I fonemi
Sul
piano fonetico, da notare
a.
sia la “rilevanza strategica” di timbri vocalici aperti,
in particolare di quello in “a”, in posizione tonica e/o ritmica, cioè a fine
verso (parte, rafforzato da tanta, interminati, sovrumani, mare) o a fine
emistichio (in quarta o sesta sillaba, a seconda che l’endecasillabo sia a
minore o a maiore: mirando, comparando, immensità, naufragar); e sono in maggioranza parole legate al tema
dell’infinito, per le quali dunque l’apertura vocalica entra in sinergia col
significato di vastità. Il fenomeno era già stato notato da Contini (“trionfo di a”), e la minore forza impressiva delle parole con timbro in “e” (pur
leggermente prevalenti nella lirica) andrà ascritta alla eterogeneità semantica
di tali parole (con significati e collocazioni non di rilievo).
b.
sia la frequenza
di parole caratterizzate dall’incontro di nasale più consonante, con effetti di
amplificazione sonora (fenomeno che investe in particolare parole che intendono
esprimere l’infinito: orizzonte, interminati, profondissima, infinito, silenzio, immensità).
13) Una conclusione provvisoria
I “segnali dell’infinito” (parole,
immagini, suoni, rimembranze, doppie visioni) si possono rintracciare in canti
successivi. E’ un’operazione che ha fatto Blasucci,
che ha riscontrato la presenza nei canti non solo di parole evocative
dell’infinito (come è logico aspettarsi, vista la
esplicita predilezione di Leopardi) ma anche di scelte espressive (fonemi,
sintagmi, inarcature), già presenti nell’Infinito, che Leopardi sente cariche di
una tensione capace di comunicare il piacere dell’indefinito.
E’ il caso, ad esempio, del timbro
vocalico in “a”, rintracciabile in Ricordanze,
sia ai vv. 20-24[20] (dove
investe parole evocative dell’infinito, come lontano, mar, varcare, arcani, arcana, e
riecheggia in altre, come qua, pensava,
felicità, amplificandone la sonorità), sia ai vv.
11-13[21]
(dove – a parte il ricorrere di espressioni presenti
nell’idillio del ’19, come gran parte,
mirando – detto timbro confluisce nella parola conclusiva, “campagna”, associata più volte nello Zibaldone al piacere dell’indefinito suscitato
da sensazioni acustiche: l’echeggiare del tuono in campagna, il canto degli
agricoltori in campagna, lo stormire del vento in campagna).
E’ anche il caso dell’inarcatura nelle due tipologie (aggettivo infinitivo +
sostantivo, sul modello di interminati / spazi e sovrumani /
silenzi; dimostrativo + sostantivo infinitivo, sul modello di quello / infinito silenzio e questa / immensità). In particolare, sul
modello di “questa / immensità”, va
notato l’uso frequente, ad inizio verso ed entro un’inarcatura,
di un sostantivo femminile quadrisillabo ossitono, evocativo dell’infinito, con
predilezione per la parola “felicità”
(anche se non preceduta da aggettivo infinitivo, è parola semanticamente
coinvolta nella tematica dell’infinito: si veda come
in Ricordanze 23-24, citato sopra, e
in Amore e morte 35-39[22] sia
associata ad espressioni – fingendo, il
suo pensier figura - che rimandano all’immaginazione
mentale, e quindi alla sua irraggiungibile lontananza).
Ma è un riscontro che si fa sempre più
arduo man mano che ci si inoltra nel tempo. Dopo i
canti pisano-recanatesi, la poesia tende a farsi più
filosofica, più ragionata ed argomentativa, sempre
più tesa ad affermare la verità della condizione umana, quindi sempre più
asciutta e, in un certo senso, sempre meno disponibile a cercare ed offrire la
consolazione del diletto proprio delle parole vaghe e indefinite. E’ quella che
Binni ha chiamato la poesia eroica, riferendosi
all’atteggiamento di Leopardi che, come Tristano, ha il coraggio di guardare in
faccia la realtà senza nulla detrarre al vero e senza più cercare il conforto
di ricordi, speranze, illusioni, belle immaginazioni. Il linguaggio della Ginestra non è più il linguaggio evocativo
dell’infinito, è un linguaggio diverso, ancora tutto da studiare. Del
resto le pagine dello Zibaldone si
chiudono nel dicembre del ’32 e, per quanto riguarda la riflessione sulla
poesia, si ha l’impressione di un sentiero interrotto.
Forse si può dire che, se il profumo che
la ginestra spande sul deserto del paesaggio impietrato
dalla lava è il profumo della poesia, c’è ancora un diletto che può consolare
nel deserto delle illusioni, ed è il diletto del vero. E
allora bisognerà fare un passo indietro e dare il giusto peso a quella semplice
affermazione che in un canto del 1826, l’epistola Al conte Carlo Pepoli. conclude una rassegnata previsione sul destino di un poeta,
il cui petto non è più scaldato da “alto senso” e “tenero affetto”
: "conosciuto, ancor che tristo, ha suoi diletti il vero"
.
Marcello Tartaglia
[1] A questo riguardo basterà pensare, come esempio, alla differenza fra Ariosto e Tasso: mentre del primo non abbiamo dichiarazioni esplicite di poetica (e però possiamo facilmente dedurla dal Furioso), il secondo ha accompagnato la stesura della Liberata con una continua e faticosa elaborazione teorica su natura, struttura e finalità del poema epico.
[2] Che le idee dell’avversario (Di Breme) lo avessero profondamente colpito, si deduce chiaramente da un contemporaneo commento nello Zibaldone: “Finisco in questo punto di leggere nello Spettatore n. 91 le Osservazioni di Ludovico Di Breme sopra la poesia moderna, o romantica che la vogliamo chiamare, e perché ci ho veduto una serie di ragionamenti che può imbrogliare e inquietare, e io per mia natura non sono lontano dal dubbio anche sopra le cose credute indubitabili, però avendo nella mente le risposte che a quei ragionamenti si possono e si debbono fare, per mia quiete le scrivo”
[3] Si trattava precisamente di una recensione in due puntate alla traduzione italiana del Giaurro di Byron. Di Breme polemizzava proprio con l’idea di poesia come imitazione della natura; il poeta interpreta la natura (e una cosa è interpretarla come facevano gli antichi, altra cosa interpretarla alla luce dell’ampliamento delle cognizioni proprio dei moderni), anzi, gareggia con la natura nella stessa creazione. Dunque la poesia moderna non può prescindere dal carattere riflessivo, raziocinante, del proprio tempo, e trovare fondamento, più che sull’immaginazione, sulla forza del sentimento.
[4] Sarà utile a questo punto una breve digressione, e necessariamente schematica, sul dibattito fra classici e romantici. Le idee romantiche erano arrivate in Italia piuttosto in ritardo, rispetto alle elaborazioni teoriche di tedeschi ed inglesi che risalgono agli ultimi anni del ‘700. Solo nel gennaio del 1816 la pubblicazione sulla Biblioteca Italiana dell’articolo di Madame de Stael “Sulla maniera e sull’utilità delle traduzioni” aveva smosso le acque. La de Stael in quell’ articolo sosteneva la necessità che gli italiani, invece di rimanere fossilizzati nella propria tradizione letteraria, leggessero i moderni autori stranieri (in specie, tedeschi), portatori di nuove forme e nuova sensibilità poetica. In parole povere, la de Stael diceva agli italiani: c’è una poesia moderna, aggiornatevi, siete vecchi, siete fuori dalla storia, mettetevi al passo col nuovo che avanza. Ne seguì un intenso dibattito polemico: da una parte coloro che condividevano l’esortazione della de Stael (i romantici: Di Breme, appunto, Borsieri, Berchet, Pellico, ecc.), dall’altra coloro che intendevano difendere la validità della tradizione letteraria italiana, fondata sui modelli della classicità (i classicisti: Monti, Giordani).
[5] Va ricordato che due anni prima, nel luglio del 1816, Leopardi aveva mandato alla Biblioteca Italiana una lettera di risposta all’articolo della de Stael (lettera mai pubblicata). In essa è evidente l’ironia (anzi, il sarcasmo) nei confronti della presunzione che la lettura degli stranieri possa dare nuovo vigore alla poesia italiana (“Apriamo tutti i canali della letteratura straniera, facciamo sgorgare ne’ nostri campi le acque del settentrione, Italia in un baleno ne sarà dilagata, tutti i poetuzzi italiani correranno in frotta a berne, e a diguazzarvi, e se n’empieranno sino alla gola…”; quindi aggiungeva: “Leggiamo e consideriamo e ruminiamo lungamente e maturamente gli scritti dei Greci maestri e dei Latini e degli Italiani che han bellezze da bastare ad alimentarci per lo spazio di tre vite se ne avessimo.”; e infine: “ringrazio il cielo di cuore per avermi fatto Italiano…, e ciò non per il potere d’Italia che niuno ne ha, né per il suo bel clima di cui poco mi cale, né per le sue belle città di cui mi cale ancor meno, ma per lo ingegno degli Italiani, e per la maniera della italiana letteratura che è di tutte le letterature del mondo la più affine alla greca e alla latina, cioè a dire… alla sola vera, perchè la sola naturale, e in tutto vota d’affettazione”)
[6] Andrà notato che l’idea leopardiana delle società antiche è l’idea settecentesca (riconducibile a Rousseau, a Herder, ecc.) di società primitive, ingenue, “fanciulle” appunto, sostanzialmente felici nella loro innocenza, non corrotte dall’incivilimento. Ma si tratta di una idealizzazione dell’antico (storicamente infondata), smascherata già da Nietzsche con la scoperta del dionisiaco come componente fondamentale dell’anima, e della cultura, greca.
[7] A questa considerazione Leopardi fa seguire, come esempio, un appassionato ricordo della propria fanciullezza e si dilunga a raccontare di come la sua fantasia animasse gli elementi della natura (astri, piante, animali), li personificasse, derivandone sentimenti di commozione, di piacere, di paura.
[8] Sì come quando graziosi in cielo / rifulgon gli astri intorno della luna, / e l’aere è senza vento, e si discopre / ogni cima de’ monti ed ogni selva / ed ogni torre; allor che su nell’alto / tutto quanto l’immenso etra si schiude, / e vedesi ogni stella, e ne gioisce / il pastor dentro all’alma.
[9] Adspirant
aurae in noctem, nec candida cursus
Luna negat,
splendet tremulo sub lumine
pontus.
Proxima Circaeae raduntur litora terrae,
Dives inaccessos ubi Solis filia lucos
Adsiduo
resonat cantu, tectisque superbis
Urit odoratam nocturna in lumina cedrum,
Arguto tenues
percurrens pectine telas.
Hinc exaudiri gemitus iraeque leonum
Vincla
recusantum et sera sub nocte rudentum.
[10] Il riferimento al patriottismo si presta a qualche considerazione sull’atteggiamento di Leopardi in anni fervidi di quegli ideali che poi porteranno alle guerre d’indipendenza e all’unità nazionale. Persiste nella mente di molti quel giudizio espresso da De Sanctis nel famoso saggio in cui confrontava Leopardi con Schopenhauer: diceva De Sanctis che se Leopardi fosse vissuto fino al 1848 (a differenza di Schopenhauer, collocato su posizioni reazionarie), sarebbe stato sulle barricate “al nostro fianco”. A me pare invece oltremodo discutibile questo giudizio: quella patriottica non è certo la corda che vibra nella poesia di Leopardi, e le canzoni civili degli anni 1818-20 mi sembrano piuttosto il frutto di suggestioni letterarie (di tipo alfieriano e foscoliano) che di autentica passione politica. Ricordiamo anche che nel 1831, in occasione dei moti liberali che investirono l’Italia centrale, Leopardi rifiutò l’incarico, offertogli dal governo provvisorio di Recanati, di rappresentante presso l’assemblea costituente di Bologna. Del resto lo sviluppo stesso del suo pensiero, come lo porta in rotta con il gruppo dei cattolici-liberali fiorentini, lo porta anche a diffidare di qualsiasi progressismo, anche di tipo patriottico. Ne sono testimonianza testi come la Palinodia al marchese Gino Capponi, la satira I nuovi credenti (i nuovi credenti sono proprio i liberali) e il poemetto Paralipomeni della Batracomiomachia (dove l’ironia si rivolge non solo ai granchi e alle rane, che rappresentano gli austriaci e i reazionari, ma anche ai topi, che rappresentano i liberali). Il fatto è che Leopardi aveva la vista lunga, vedeva più a fondo e più lontano dei suoi contemporanei, vedeva le guerre catastrofiche che avrebbero coinvolto i paesi dell’una e l’altra sponda dell’Atlantico, dunque era difficile che si entusiasmasse per gli ideali dell’unità nazionale. E infine: era difficile che si entusiasmasse per le guerre d’indipendenza chi credeva, come Leopardi, che l’unica guerra sensata fosse quella di tutti gli uomini confederati contro il comune nemico, la natura, e non quella di uomini contro altri uomini.
[11] “Quelli (gli antichi) ci commuovono per mezzo di natura, di verità sensibile, di presente vivo; questi (i moderni) ci commuovono per mezzo di idee (…) Questi (il poeta sentimentale) riflette sull’impressione che gli oggetti fanno su di lui e solo su quella riflessione è fondata la commozione, da cui è preso egli stesso e che dà a noi” (Schiller, Della poesia ingenua e sentimentale, in Saggi estetici, UTET, Torino 1951, pp. 396-400).
[12] Questo pensiero mi ha sempre fatto venire in mente la “memoria involontaria” di Proust, in particolare il famoso episodio della madeleine narrato nel primo volume (Du côté de Chez Swann) della Recherche. Quella doppia visione che Leopardi dice propria dell’uomo sensibile e immaginoso mi ricorda quelle sensazioni che Proust prova – e che cerca con fatica di afferrare e definire – quando inzuppa la madeleine nella tazza di tè, sensazioni di una esperienza già vissuta in un altro tempo, il tempo dell’infanzia (sapori e odori già sentiti, visioni già viste), sensazioni che lo fanno riandare al “tempo perduto”.
[13] Notte, lontan, notturna, antica, antichi, tarda notte, lontanando, a poco a poco.
[14] Straordinaria questa eco sentita da Ungaretti con alcuni dei versi fra i più belli dell’intera letteratura italiana. Si tratta di una terzina che, nel finale del Trionfo della morte, descrive la morte di Laura: “Pallida no, ma più che neve bianca / che senza venti in un bel colle fiocchi, /parea posar come persona stanca”. Come possa il “posare” della luce lunare sul paesaggio notturno ricordare il “posare” riferito al volto di Laura nella quiete della morte, è cosa da chiedere alla sensibilità poetica di Ungaretti. Ma certo, oltre alla quiete assoluta (del paesaggio notturno e della morte) che quel verbo evoca, bisognerà notare come esso sia associato al colore bianco, del pallore mortale (tramite il paragone con la neve in Petrarca), del chiarore lunare (non nominato, ma implicito nel paesaggio notturno descritto da Leopardi).
[15] Si tratta del fenomeno per cui la vocale finale di una parola e quella iniziale della parola seguente si pronunciano unite in un’unica sillaba (senza caduta o assorbimento dell’una nell’altra – caso in cui si parla di elisione).
[16] Leopardi e i segni dell'infinito, Bologna 1985.
[17] Per altro, quella di cui si parla non è un’esperienza di tipo mistico-religioso: non lo è, sia perché Leopardi stesso precisa nello Zibaldone che “l’infinità della inclinazione dell’uomo è una infinità materiale” (luglio 1820), sia perché è evidente la base sensistica di tutta la costruzione (l’immaginazione dell’infinito si ha a partire da dati sensibili), sia infine perché ancora lo stesso autore chiarisce nello Zibaldone (4 gennaio 1821) che “non solo la facoltà conoscitiva, o quella d’amare, ma neanche l’immaginativa è capace dell’infinito, o di conoscere infinitamente, ma solo dell’indefinito, e di concepire indefinitamente. La qual cosa ci diletta perché l’anima, non vedendo i confini, riceve l’impressione di una specie d’infinito, e confonde l’indefinito con l’infinito..”
[18] Per alcuni di tali rilievi sono debitore a Luigi Blasucci (Leopardi e i segnali dell'infinito, Bologna 1985).
[19] Per chi non lo sapesse, l’inarcatura, o enjambement, è quel fenomeno per cui la pausa metrica non coincide con la pausa sintattica, anzi la pausa metrica separa elementi che sintatticamente sono uniti (ad esempio, un sostantivo e il suo attributo), con l’effetto di sottolineare maggiormente (nel suono e nel significato) i termini separati.
[20] Che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
[21] delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna
[22] a sé la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura