Nella Satira I, Ariosto racconta la favola dell’asino e del topolino.
Dite, in sintesi, di che si tratta e qual è l’insegnamento che se ne deve
trarre.
Un asino affamato era entrato in
un granaio attraverso un buco in una parete; lì aveva mangiato a più non posso,
ma poi, con la pancia gonfia, non riusciva più ad uscire attraverso il buco.
Allora il topolino gli consiglia di vomitare tutto, se vuole recuperare la
libertà. L'insegnamento è questo: se i doni e i benefici che si ricevono dal
signore impongono poi delle scelte di vita contrarie alla propria volontà (ad
esempio, nel caso di Ariosto, seguire il cardinale in
Ungheria), è preferibile restituirgli tutto ed essere poveri, ma liberi.
E’ stato detto che Ariosto
attua nel suo poema quella stessa tecnica che in pittura si chiama
"velatura". Di che si tratta?
La "velatura" è la
tecnica attraverso cui i pittori smorzano ("velano") il tono troppo
acceso dei colori, al fine di ridurne il contrasto e produrre armonia. Allo
stesso modo Ariosto, attraverso sottolineature ironiche o paragoni che evocano
immagini belle e piacevoli, intende smorzare gli eccessi, ovvero attenuare
sentimenti o immagini troppo forti (ad esempio, scene di violenza, o comunque cruente) che altrimenti turberebbero l’armonia e
l’equilibrio della composizione (armonia ed equilibrio che sono propri del
poema e che riflettono i più alti ideali del Rinascimento).
Nel coro "O bella età dell’oro" dell’Aminta, per quale
aspetto viene esaltata l’età dell’oro e, al contrario, deplorata l’età
presente?
Nel coro in questione l’età
dell’oro viene esaltata non per quegli aspetti che
tradizionalmente la caratterizzano (assenza di lavoro, natura rigogliosa e
benevola, ecc.), ma perché in essa era consentito amare liberamente (secondo il
principio "s’ei piace, ei lice"), senza quelle ipocrisie e
quei falsi pudori che invece, nell’età presente, sono imposti dall’"onore",
ovvero dal senso del decoro, dalle convenzioni sociali proprie di una società
civilizzata.
Per quali ragioni Tasso non ha inserito nella Gerusalemme conquistata
un episodio quale quello di Erminia tra i pastori?
Da un punto di vista formale
l’episodio violava il principio aristotelico dell’unità compositiva,
in quanto risultava a se stante rispetto alla vicenda
centrale del poema. Da un punto di vista contenutistico, all’autore doveva
sembrare moralmente poco appropriato che, nel poema in cui si celebrava la
guerra santa come dovere della cristianità, si vagheggiasse (come succede in quell’episodio) un mondo idilliaco, di pace e di estraneità a quella guerra.
Con quali argomenti Galileo nella lettera Cristina di Lorena si difende
dall’accusa di sostenere una tesi (quale quella copernicana) contraria alla
verità delle Sacre Scritture?
Galileo sostiene che è “parola di Dio” tanto la Bibbia quanto la natura, dunque entrambe dicono la verità e non possono contraddirsi. L’apparente contraddizione deriva dal fatto che la Bibbia (la cui funzione è quella di insegnarci “non come vada il cielo, ma come si vada al cielo”) si serve di immagini concrete e metaforiche per farsi comprendere da uomini che altrimenti non capirebbero; ma il libro della natura è scritto con caratteri matematici e geometrici, dunque le verità scientifiche, che l’intelletto umano raggiunge attraverso le “sensate esperienze e le necessarie dimostrazioni”, sono incontrovertibili.
Spiegate
in che senso si può dire che Beccaria, nella sua
opera Dei delitti e delle pene,
contesta tanto la legittimità quanto l’utilità della pena di morte.
Beccaria contesta la legittimità della pena di morte in quanto sostiene che, nell’ipotetico contratto sociale che
gli uomini hanno stipulato per dar vita alla sovranità dello Stato, non è
concepibile che gli abbiano ceduto anche il potere di dare la morte,
soprattutto perché di tale potere non disponevano gli stessi contraenti. Ma la
pena di morte è anche inutile in quanto non ha
efficacia deterrente: e questo è dimostrato dall’esperienza storica (laddove è
stata in vigore la pena di morte non è diminuita la criminalità), la quale ci
insegna che non è l’intensità della pena a trattenere il criminale dal
commettere delitti (la morte è un pena “intensa”, ma tutto si risolve in un
attimo), bensì la sua durata nel tempo (la prospettiva di passare tutta la vita
in prigione è più dolorosa della prospettiva della morte).
Contestualizzate
e parafrasate e i seguenti versi, tratti dal canto I del Furioso: “ecco il giudicio uman come spesso erra! / Quella che dagli esperii ai liti eoi / avea difesa con sì lunga guerra, / or tolta gli è fra tanti
amici suoi / senza spada adoprar, ne la sua terra. / Il savio imperator, ch’estinguer volse / un grave incendio, fu che gli la
tolse.”
Siamo all'inizio dell'opera e
Ariosto, riallacciandosi al punto in cui Boiardo
aveva interrotto la storia, intende spiegare che Orlando, che tanto aveva faticato
per "catturare" Angelica, aveva dovuto
rinunciare a lei per volontà di Carlo Magno. E quindi:
"Ecco come spesso si sbagliano gli uomini nelle loro valutazioni ("giudicio", capacità di giudicare)! Quella (Angelica)
che con tante battaglie egli (Orlando) aveva difeso da
occidente (dai "liti esperii) a oriente (ai "liti eoi"),
ora gli è sottratta in mezzo agli amici, nella sua patria (in Francia), senza
nemmeno poter combattere. Colui che gliela sottrasse
fu il saggio imperatore (Carlo), che così facendo volle spegnere un pericoloso
incendio (e cioè, la rivalità fra Orlando e Rinaldo a causa di Angelica)."
Contestualizzate e parafrasate la seguente
ottava: “Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte, / sol per farne più
danno, il figlio diede. / Ei venne e ruppe le tartaree porte, / e porre osò ne’ regni nostri il piede, / e trarne l’alme a noi dovute in
sorte, / e riportarne al Ciel sì ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno / l’insegne ivi spiegar del vinto
Inferno.” (Liberata, IV, 11)
Satana si sta rivolgendo ai diavoli per
esortarli a rinnovare la loro antica lotta contro Dio, intervenendo ora in
aiuto dei musulmani nella guerra contro i cristiani. Precisamente, qui si
riferisce all’umiliazione subita a seguito della morte e resurrezione di Cristo : “Né questo (cioè, il fatto di averci vinti e relegati
nell’inferno) gli (a Dio) sembrò abbastanza; per farci più male ha consentito
che il proprio figlio (Cristo) morisse. A seguito di quella morte, Cristo
spezzò le porte dell’inferno (le 'tartaree porte') e osò venire nel nostro regno e prendere, e
portare con sè in cielo come un ricco bottino, anime
destinate a noi (allude alle anime del limbo che Cristo, risorgendo, porta con sé
in paradiso); di più, per ulteriore scherno, come
fanno i vincitori trionfanti, ha mostrato in cielo le insegne del nostro esercito
sconfitto”