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Romanzi, favole, scritti...
e caffè letterario

reading di fine anno
29 dicembre 2005

presentazione del Leone di Palermo
10 marzo 2006
 
Mauro Mirci (in piedi), Romolo Rossi, Salvatore Requirez e Salvatore Giordano
Caffè letterario 10 marzo 2006
Romolo Rossi, Salvatore Requirez e Maria Parisi
Caffè letterario, 10 marzo 2006
Reading di fine anno
Reading di fine anno
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reading di fine anno
Reading, che passione
di Tina Cancilleri
 
Reading…che passione!
Ebbene si! Finalmente dopo svariati tentativi sono riuscita a sedermi davanti il computer per scrivere e raccontarvi la mia esperienza relativa al reading che si è tenuto a Piazza Armerina il 29 dicembre dello scorso anno. Ormai non ci contavo più ma…com’è che si dice? Meglio tardi che mai! E così eccomi qui a commentare un magico momento! Un momento di smisurate e meravigliose emozioni che, attraverso la forza della voce dei lettori, mi hanno portato a planare verso cieli e orizzonti lontani e che gradualmente mi hanno trasportato verso incantati mondi moderni. Qualcuno di voi starà pensando che Tina ha perso il lume della ragione e quindi non sa quel che scrive e dice. Eppure vi posso garantire che le mie parole hanno un senso e una cognizione di causa ben precise. Non per mettere il dito nella piaga ma chi ha partecipato al reading sa che cosa intendo e spero condividerà le mie parole.
Ho insinuato nella vostra mente un po’ di curiosità? Si?
Allora posso spiegare le ali e far partire il treno della mia memoria per ripercorrere le tappe salienti di quella fantastica esperienza che è stato il reading.
Il tutto è iniziato l’ultimo giovedì di dicembre del 2005!
Erano approssimativamente le 18:30 circa.
Non vi piace questo tipo di “ricostruzione” dei fatti? L’inizio vi sembra prolisso e noioso? Ma allora ditelo!!!! Ricominciamo!
A dare il benvenuto ai presenti è stato il professor, nonché scrittore e ideatore di questa spettacolare manifestazione, Salvatore Giordano mentre ad aprire le “danze” è stato l’altro artefice della manifestazione ossia Mauro Mirci che in maniera, oserei dire, quasi teatrale ha iniziato a dar voce alle parole con lo scritto di Antonio Musotto, Scrivere. Subito dopo, giusto per far riscaldare ancora un pò gli animi degli ascoltatori, si è ripartiti con una poesia di Giovanni Piazza prima e una di Libero dopo.
Dopo di ciò la serata è stata un crescendo e un susseguirsi di emozioni con i racconti brevi del giovane Francesco Paolo Mastruzzo che, attraverso Icaro, Clitemnestra, Ifigenia, Agamennone e L’ultimo viaggio ci ha fatto rivivere, in maniera quasi surreale ma nel contempo in chiave umana, i miti classici greci. È indubbiamente nuovo, innovativo il modo di catapultarci nella classicità di questo giovane scrittore catanese che, tra l’altro, ci ha deliziato della sua presenza in sala. Altrettanto magnifica nonché interessante la lettura di due scritti di Salvatore Giordano. Mi riferisco nello specifico al suo finto saggio Tota nostra e Il pesce subaereo (dedicato ai più piccini).
E non finisce qui! Particolarmente piacevole, grazie alla spettacolare interpretazione dello stesso autore, è stata la lettura di alcuni scritti di Mauro Mirci tra cui Il mitico pesto alla trapanese. E giusto per continuare…momenti di straordinaria vitalità durante la serata si sono avuti quando si è data voce alle parole di Franca Maria Bagnoli con la sua Favola di Natale e Il porto di Talamone e a Marim con Limoni. E…meraviglie delle meraviglie, proprio per farvi comprendere l’aria che si respirava in sala, il tutto è stato costellato da uno splendido e singolare accompagnamento musicale grazie alla presenza di due giovani musicisti, Massimiliano Giordano e Antonio Masciulli, esponenti del gruppo Night train.
Che dirvi?
Sicuramente ho dimenticato di citare qualche autore, ma…abbiate pazienza…nonostante la giovane età la mia memoria fa brutti scherzi!
Ma non è che sono affetta da una forma di vecchiaia precoce? Non so! Vi farò sapere prossimamente…se me ne ricorderò naturalmente!
Tina Cancilleri
 
Salvatore Giordano
Salvatore Giordano
Il pesce subaereo
Quello che segue è il primo capitolo di un libro non ancora pubblicato dal suggestivo titolo Il pesce subaereo e altre storie tra terra e mare. L’autore, Salvatore Giordano, si propone al lettore con l’intenzione di farlo giocare a leggere e rileggere. Ciascun capitolo è concepito come un episodio a sé stante ed è possibile seguire la “storia” indipendentemente dall’ordine di lettura come si trattasse di racconti indipendenti l’uno dall’altro. Qualcuno di questi è decisamente rivolto a quei grandi lettori che sono i bambini (è il caso per esempio del “pesce subaereo”, una donzella pavonina, che sogna di uscire dall’acqua e immergersi nell’aria per esplorare lo sconfinato mondo sub aereo e che stringe una bella ma inizialmente timida amicizia con Alice, graziosa bimba con maschera da subacqueo e “pinnette” rosa); qualcun altro come Uno spicchio di vita, due fette di esistenza incuriosisce i più piccini ma necessita esplicitamente della mediazione degli adulti, mentre La neve in fondo al mare e L’eccidio delle balene si prestano sia a una lettura da grandi che a una visione infantile. Un divertimento appunto in cui i più piccoli potranno giocare con i grandi cimentandosi anche con una lettura “adulta” mentre gli adulti e i ragazzi più grandi vorranno desiderare di rientrare in possesso del gusto e del piacere infantile per la scoperta e il gioco.

Il pesce subaereo

La mattina presto era il momento migliore del giorno. Di notte non c’era luce a sufficienza per esplorare quel mondo straordinario e nelle altre ore della giornata ce n’era fin troppa. Roba da rimanere accecati. Così Jerry decise finalmente di immergersi più che poteva nell’aria asciutta e sconfinata per scoprire il mondo subaereo del quale sarebbe certamente diventato il primo grande esploratore. Il nostro straordinario eroico pesce aveva preparato con cura quel momento facendosi aiutare nella fatica dal laborioso amico Polpo Artista.
Jerry era un coloratissimo pesciolino della specie Donzella pavonina. Una bella specie di pesci i cui neonati nascono tutti femminucce per poi trasformarsi in maschi dopo essere diventate mamme. Così ogni donzella, se ha la fortuna di vivere a lungo, può diventare un papà dopo essere già stata una mamma. Jerry era una bella e simpatica femminuccia e, come tutti i giovani di ogni genere e specie, era molto curiosa. Aveva una grande voglia di imparare a conoscere la vita e si sentiva invasa da un desiderio irresistibile di scoprire il mondo. Nel mare aveva molti amici, molti più di quanti ne possiamo immaginare noi che abitiamo sulla terra, ma anche, ahimé, qualche compagno invidioso del suo grande coraggio. Fra tutti i pesciolini dello scoglio ubriaco era l’unica che aveva osato avvicinare i vanitosi pesci volanti e con molti di loro aveva stretto una sincera amicizia. In questo modo, Jerry aveva imparato tante cose dai suoi amici pesci volanti. Questi nuovi compagni, abituati a balzare fuori dell’acqua, erano abilissimi a fare piroette; amavano esibirsi in splendide acrobazie come i trapezisti o i ginnasti del circo e Jerry li considerava bravissimi nell’inventare sempre nuovi e divertenti funambolismi. L’incantevole donzella pavonina si era confidata con Icaro e sua moglie, la bella Eco dalla voce melodiosa: a tutti e due Jerry aveva rivelato il suo proposito di sollevarsi dall’acqua e immergersi nell’aria alla scoperta del mondo subaereo. La coppia di fidati simpatici e leali amici le aveva svelato, e spiegato, un sacco di segreti insegnandole un bel po’ di “trucchi del mestiere”. Nessuno dei due, però, aveva mancato di avvertirla del pericolo e delle mille difficoltà che avrebbe dovuto superare per riuscire nel difficilissimo gravoso sforzo di mantenersi a galla nell’aria.
Jerry, impaziente, aveva voluto provare subito tutto ciò che imparava e aveva sperimentato lei stessa quanto fosse difficile rimanere sospesi in aria, fuori dell’acqua.
L’acqua è, appunto, molto più pesante dell’aria e riesce facilmente a tenerci a galla mentre, al contrario, quando un povero pesce prova a uscire fuori del mare il peso del suo corpo lo fa inevitabilmente ripiombare verso il basso fino a quando ricade a capofitto nell’acqua che, all’opposto dell’aria, lo risolleva piacevolmente verso l’alto.
Jerry, entusiasta dei suoi progressi, raccontava le sue impressioni a tutti quegli amici che, incuriositi, le chiedevano informazioni sulle sue esperienze extramarine. Allora gli occhi le brillavano di rosso per il fuoco della passione che l’ardeva dentro e andava ripetendo a destra e a manca:
– Tutto lassù, fuori dell’acqua, è diverso: ci si sente più pesanti e le cose appaiono più piccole di quanto sono sott’acqua.
Fuori dell’acqua, in realtà, ci sono regole stranissime per un pesce: i corpi e quasi tutti gli oggetti sono più pesanti dell’aria, che è incredibilmente leggera, e perciò ogni cosa va verso il basso e non verso l’alto. Per alzarsi, sollevandosi in direzione del lontanissimo cielo senza confini, ci vuole una grande fatica e poi si ricade sempre e di nuovo verso il basso senza poter rimanere sospesi in aria.
– E finché si cade in acqua non succede nulla di drammatico -non si stancava di ripetergli Icaro il pesce volante- però quando ti dovesse capitare di stramazzare sulla terra asciutta ti potresti fare tanto ma tanto male.
Polpo Artista, accorto e lungimirante come sempre, era stato molto previdente e aveva costruito per Jerry un paio di occhiali in cui era facile trattenere l’acqua del mare: in questo modo, le lenti gli restituivano quasi la giusta visione delle cose di sopra grazie a quelle due bolle d’acqua salata davanti agli occhi.
La cosa più difficile, però, era imparare a trattenere il respiro.
Ogni pesce nasce con branchie, attaccate al collo vicino alle orecchie, che lo rendono capace di respirare in mezzo all’acqua; ma fuori, nell’aria, non si possono utilizzare: la gola si seccherebbe subito e il malcapitato abitante del mare, pesciolino o pesciolone, rischierebbe di morire soffocato. Non a caso, quando una persona non si trova bene in un certo ambiente, sostiene che si sente “come un pesce fuor d’acqua”!
Jerry allora, allenandosi sodo con un esercizio continuo e ripetuto, aveva imparato a rimanere per prolungati interminabili minuti senza respirare. Senza saperlo, stava diventando pian piano il più grande e ammirato esperto dell’apnea subaerea.
Tutte le volte che tratteneva il respiro gli sembrava di guardare dentro di sé più di quanto non vedesse dell’ambiente esterno, ma un po’ alla volta era riuscito a trovare la giusta concentrazione per avvicinarsi fino alla riva.
Trattenendo il fiato e bloccando il respiro, il bel pesce donzella era atterrato sulla spiaggia: un granchio armato era uscito allo scoperto fuori del suo rifugio segreto, una stretta profonda fessura nascosta nella roccia dello scoglio ubriaco, per avvertirlo che andava nella direzione sbagliata. Lì, infatti, finiva il mare e iniziava l’aria: la pericolosa aria calda, sotto il sole d’agosto, e soprattutto asciutta come l’arida terra secca. Per quanto il granchio sentinella insistesse, Jerry era così risoluta a proseguire che era andata a correre un brutto rischio proprio sulla battigia dove s’era insabbiata tutta al punto che sembrava una triglia infarinata pronta per la frittura.
In quell’occasione Jerry incontrò Alice, una graziosa e simpatica bambina innamorata persa del mare, che sognava di esplorare il mondo subacqueo. Alice fu sorpresa di ritrovarsi la giovane donzella tra le pinnette rosa che stava indossando sulla riva. Jerry era stanca morta e tutta imbrattata di sabbia; d’istinto la bimba tentò di aiutarla, ma la bella donzella pavonina si spaventò, ebbe paura che Alice la volesse catturare e scivolò via tra i flutti a prendere una boccata d’ossigeno in mezzo all’acqua del suo mare profondo dove si sentiva certamente più a suo agio e al riparo dai pericoli della terra. Per qualche giorno non riemerse in superficie come quei bimbi che si nascondono sotto le coperte dentro la loro culla finché non passa la paura e non prevale l’irresistibile desiderio di dare una sbirciatina intorno.
Quell’incontro avventuroso tra Jerry e Alice fu solo l’inizio di una lunga e intramontabile amicizia fra la bimba subacquea e il pesce subaereo: i due giovani esploratori si guardavano in faccia, giocando silenziosi, e si capivano … proprio come capita a vecchi amici affiatati.
Mauro Mirci
Mauro Mirci e il ...Pesto alla trapanese
 
Questo pezzo - letto dal vivo durante la serata “Sunaturi e cunti” del 29 dicembre -
necessita di un’introduzione. Durante un viaggio a Roma, ospite di Girolamo Grammatico, lui e la cara Cristina (un salutone a entrambi), prepararono un ottimo pesto che mi dissero essere il mitico
pesto alla trapanese. Essendo loro trapanesi (vabbé, ericini*, ma siamo lì), e pertanto titolari di un diritto all’autorevolezza in materia, prestai attenzione alla preparazione della preziosa salsa, che, mi fu raccomandato, richiede l’uso di un mortaio (da cucina, ovviamente), meglio se di pietra. Se di legno, pazienza. In ultimo, constatai, il trapanese termina il piatto (di pasta condita col pesto,chiaro), con alcune patatine fritte, depositate in cima al cumulo, che vanno mangiate calde e prima di dare l’attacco al resto. Questo è quello che mi hanno insegnato. Tornato al paesello, raccontai la ricetta alla mia signora (una buona forchetta le ricette può solo raccontarle, non descriverle), la quale si disse interessata, ma poi cambiò discorso con abilità, sicché della pasta col pesto alla trapanese non se ne fece più nulla sino a che, complice un periodo di Mare - appartamento in affitto- a San Vito con la di lei famiglia…

Il mitico pesto alla trapanese, o giù di lì
Mi fa mia moglie: “Com’era quel pesto che mi hai raccontato quando sei tornato da Roma?” Ho sorriso. In vacanza mia moglie non mi fa mai avvicinare alla cucina. Dice che preparo pietanze troppo ricche. “Porcose, intendi?” le ho chiesto una volta? E lei: “Porcose, già.” Però si è tradita. Chiedendomi la ricetta mi ha implicitamente consentito l’accesso ai fornelli. Mi brillano gli occhi.
Ora, per la verità, non è che la ricetta carpita a Roma io l’abbia imparata proprio bene. Una cosa fondamentale, in una ricetta – ogni cuoco ve lo confermerà – sono le proporzioni. Credo che sia per questo che molti artisti sono anche buoni cuochi: è per il fatto di possedere un buon senso della misura. Nella cucina, così come nelle altre forme di arte, la misura è fondamentale.
Quindi, dicevo, il piatto in questione avevo preferito mangiarlo che studiarne con attenzione la preparazione. Ma ammetterlo avrebbe significato l’immediato allontanamento dal piano cottura, per cui la risposta alla domanda che mia moglia aveva posto all’inizio di questo brano è stata: “Vuoi che la prepari?” Agata mi ha fissato sospettosa. “Mmmmh… C’è da friggere?” “Da triturare.” “Allora ti prendo il Minipimer.” Ho avuto un moto di orgoglio. Giro e Cristina, a Roma, mi hanno detto che il vero pesto trapanese si prepara nel mortaio. “No” dico. “Lo pesto nel mortaio.” “Ma nemmeno ce l’abbiamo un mortaio” mi fa Agata. E continua: “Ti prendo il Minipimer.” Ma io sono furbo e mefistofelico. Con un rapido movimento ho aperto uno sportello basso. Ho ispezionato con cura l’appartamento in cui stiamo trascorrendo le vacanze; nessuno stipo mi è sfuggito, nessun angolo è rimasto sconosciuto. E poi l’idea di preparare il pesto trapanese mi frullava per la testa da quando siamo qui. “Ah!, quindi il mortaio c’era” ha esclamato mia moglie con voce smorta. “Vabbé. Cerca di non fare troppo casino.”
A questo punto ho dato inizio alla preparazione. Ero assistito amorevolmente da mia cognata e da mia suocera, alle quali Agata aveva conferito mandato per la mia sorveglianza. Lei si è allontanata perché non ce la faceva proprio a guardare. Sembravo un chirurgo in sala operatoria. Uno di quelli di ER. Occhiali schizzati di gocce d’acqua e succo di pomodoro; Grembiule taglia L, femminile, su tronco taglia XXL, maschile; calzoncini da bagno; ciabatte mare, color blu stinto; goccia di sudore perenne sulla fronte, stile lagrima sul ciglio. “Pomodori” ordino. Mi vengono forniti 10 pomodori freschi sbollentati, privati di buccia e semi e tagliati in tocchetti. Ne ho messi metà nella tazza verde. L’altra metà in una tazza gialla. “Basilico”. Mia suocera, con mossa aggraziata, mi ha posto davanti due o tre pugni di foglie di basilico, lavate e ben asciutte. “Aglio”. E’ stata mia cognata, stavolta, a porgermi con garbo cinque o sei spicchi d’aglio privati della pellicina. Del canto mio ho prelevato due cucchiai di mandorle pelate e due di pinoli dai rispettivi sacchetti. Ho posto tutto (meno i pomodori, e in quantità piccole) dentro al mortaio. Poi ho aggiunto sale e giù, a menare colpi di pestello, che sembrava un terremoto dell’ottavo grado della scala Mercalli. Suocera e cognata hanno cominciato a rumoreggiare (ma io battevo il pestello e le ignoravo). Il suocero ha dovuto andare fuori a comporre le parole crociate. Mia moglie stava nell’altra stanza. Non potevo né vederla né sentirla, ma me la immaginavo fare avanti e indietro e ripetere: “Lo sapevo, lo sapevo.” Mi hanno lasciato solo in cucina. Battevo il pestello, tiravo il composto fuori dal mortaio, immettevo nuovi ingredienti e ricominciavo. Infine, quando ho compreso che la disidratazione stava per prostrarmi, ho chiamato mia moglie. “Amore, mi prendi il Minipimer?” Ricomposta l’armonia familiare, ho recuperato tutto il preparato (non aveva un bell’aspetto, visto come l’avevo malamente sfracellato nel mortaio) e dopo avere aggiunto gli ingredienti ancora incolumi, ho immesso tutto nel bicchiere del frullatore. Ho aggiunto i pomodori contenuti nella tazza verde e un abbondante filo d’olio. Infine una bella frullata, un’assaggiatina, un’aggiustatina di sale.
Pronto. Agata aveva preparato gli spaghetti. Mentre versavo il pesto dal bicchiere alla spaghettiera, li stava scolando al dente. Sopra ci abbiamo messo i pomodori della tazza gialla, Un’aggiustatina con un pizzico di sale. Mescolata vigorosa. Spolverata di pecorino (grana o parmigiano per i più schifiltosi). Mentre si sucavano gli spaghetti ho preteso i complimenti.
 
 

Salvatore Giordano
Più a Sud verso la Sicilia
Edito da La Riflessione, Cagliari, 2005, € 10,00
se non lo trovi in libreria, ordina il libro
per telefono: 070389321
on line: www.boxerlibri.com oppure www.lariflessione.com
per email: ordini@lariflessione.com
Salvatore Giordano
Tota Nostra
Scarica gratuitamente il trailer alla URL http://www.serviziculturali.org
Salvatore Giordano
Il Pesce Subaereo
Leggi su http://www.mediterraneoforpeace.it/
Tina Cancilleri
leggi l'anticipazione su
http://www.mediterraneoforpeace.it/
Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia
A proposito de Il Re di Girgenti
Ed. Tracce 2005
Più a sud verso la Sicilia
 
Un racconto molto ben congegnato. Ed eccolo arrivare nelle librerie di tutta Italia il romanzo di Salvatore Giordano, scrittore piazzese, originario di Barrafranca. Più a sud verso la Sicilia, è ricco di belle sfumature, di descrizioni attente e coinvolgimenti, con una cura per i particolari e i tratti, sia dei personaggi che delle scene, che lo rende davvero interessante. In particolare mi è piaciuto molto il modo in cui sei riuscito a ricreare l’atmosfera di un Italia che non c’è più. Ed insieme c’è ancora. (…) Insomma, il racconto è ben scritto, scorrevole, prende l’attenzione del lettore. (Commento tratto da ‘lettura incrociata, sezione romanzi’ del ‘Rifugio degli esordienti’

Riportiamo qualche brevissimo stralcio del romanzo, edito da La Riflessione nella “Collana in bianco e nero: il colore nelle parole” e presentato all’edizione 2005 del Salone del libro di Torino. Codice ISBN 88-90-1850-0-7. Prezzo di copertina: € 10,00.

Agatino
Ora che era diventato vecchio, Agatino ritornava spesso con la memoria alla sua giovinezza. Quella giovinezza irrimediabilmente perduta ma sempre a portata di mano nei suoi pensieri e nelle sue fantasticherie. Chi lo conosceva sapeva bene che era un uomo concreto sempre con qualcosa da fare, da dire, da raccontare o proporre per il giorno dopo o l’altro ancora. Gli era sempre piaciuto ricordare ciascun avvenimento della sua vita, ogni fatto, qualunque cosa gli capitasse quotidianamente. Non aveva nostalgia della sua gioventù: stava molto meglio adesso e godeva intensamente di tutti i momenti piacevoli che ancora gli capitavano. Si ostinava a pensare che sarebbe diventato vecchio solo quando avrebbe perso la memoria e il ricordo delle cose passate, recenti o antiche che fossero.
(…)
 
Tota nostra (della Sicilia)
 
di Salvatore Giordano

Avete questo libro tra le mani, chissà perché, magari ve lo hanno appena regalato o l’avete acquistato per regalarlo o lo avete preso in prestito oppure siete ancora in libreria e lo state sfogliando per decidere se comprarlo o no. Quale che sia il caso vostro, vi siete diretti qui – alla prima vera pagina – e magari vi aspettate che fin dall’inizio vi presenti il protagonista della storia o la protagonista. Mi auguro di non deludervi, poiché protagonista di questa storia non è una persona. State pensando a un animale? Magari vi siete detti “se non è persona può benissimo essere un animale” e vi vengono in mente storie antichissime – e bellissime – che raccontano di animali più o meno furbi e dai tratti umanizzati. Cosa vi viene in mente? Lupus et agnus? La volpe e l’uva o la Batracomachia?

Vi sorprendo se dico subito che non si tratta neanche di un animale?
Forse no, esistono tante altre storie che raccontano vicende di cose o di un qualche oggetto particolare: laghi, fiumi, montagne, oceani o altri luoghi e addirittura motociclette e persino un pettine, oltre che specchi e reliquie, sono stati i protagonisti di storie ben congegnate. Nella narrazione capita che alcuni di questi oggetti diventino animati pur rimanendo privi di una vita “vera”. Ebbene no, protagonista di questa storia è Convicino che – pur non essendo una persona o un animale – è pieno di vita. È assai probabile che non l’abbiate mai sentito nominare. Adesso, a scanso di equivoci, lo riscrivo: Convicino. Sapete cos’è? No? Me lo aspettavo.
Convicino è soltanto una piccola città della provincia siciliana. Un paisi come tanti, del tutto simile ai paesi che gli stanno vicino...
 
Bambini e animali
Scritto da Franca Maria Bagnoli
 
Bambini e animali
Recensione di Pietro Sassi
Il libro di Franca Maria Bagnoli, "Bambini e animali", è una raccolta di
favole a cui sono stati aggiunti quattro racconti dal carattere
autobiografico che narrano le vicende di due bambini, cugini e molto amici
tra di loro, raccolti ne "Il mondo di Giulietta e Romeo".
Nella prefazione Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dell'età
evolutiva, mette in evidenza l'importanza di leggere, ad alta voce, storie
ai bambini perché questo crea un scambio affettivo con i genitori o i nonni
e perché ciò stimola la loro fantasia e immaginazione e, a differenza della
televisione o dei videogiochi, dà ai bambini la possibilità di interagire
facendo domande o commenti e quindi facilita la creatività e
l'apprendimento.
Nella sua nota per i genitori Franca, l'autrice, racconta in breve come ha
iniziato ad inventare favole, quando i suoi figli o i loro amici, stanchi di
ascoltare le favole classiche, hanno iniziato a chiederle di crearne di
nuove su un tema dettato da loro. Nonostante la difficoltà iniziale, ella
poi è riuscita a dare alle storie raccontate una struttura narrativa ben
definita, a trasmettere messaggi, con ironia e leggerezza, a stabilire
un'intensa comunicazione affettiva e uno scambio creativo con i piccoli
ascoltatori. Questa esperienza così ricca, che l'autrice suggerisce ad ogni
genitore, è alla base delle favole che sono raccolte nel libro.
"Bambini e animali", già il titolo suggerisce un attenzione particolare a
questi due soggetti i cui mondi, in qualche modo, si avvicinano per un modo
simile di porsi di fronte alla realtà.
 
Pubblicato da Edizioni Tracce il libro di Tina Cancilleri
Andrea Camilleri e il romanzo storico in Italia
a proposito de il Re di Girgenti
Circo... che passione
Signore e Signori,
dalla collaborazione del Gruppo Spettacolo Arcobaleno e StudioEventi si è realizzato quello che io amo definire il “Miracolo della Gioia” per grandi e piccini.
Proprio così! Questo magnifico gruppo di “giovani scalmanati” è partito per far divertire i più piccoli, ma ha coinvolto anche i più grandi....
di Tina Cancilleri
forum Sicilia
halloween e la scrittice
 
Silenzio? No, meraviglioso rumore
di Tina Cancilleri
Se prendete un vocabolario della lingua italiana e cercate le parole Silenzio e Rumore le definizioni date sono approssimativamente queste:
Silenzio! Mancanza completa di suoni, rumori, voci e simili.
Rumore! Qualsiasi fenomeno acustico, generalmente irregolare, casuale e non musicale, specialmente se sgradevole, fastidioso, molesto, nocivo.
Qualcuno di voi starà pensando che Tina è impazzita e ha perso il lume della ragione. Può darsi! Ma un motivo per cui ho citato queste due definizioni effettivamente c’è. Nella mia mente...
 
la solitudine
 
La solitudine, opera dell'artista siciliano Francesco Meli, intervistato da Tina Cancilleri

Dialogo con l’artista
Che cos’è per te l’arte?
L’arte è un esprimere tutto ciò che si ha dentro!

Nello specifico, il tuo dentro che cosa esprime?
Voglia di creatività e di rinascita.
Voglia di creatività perché esprimo un qualcosa che sento nel momento in cui comincio a creare e che attraverso il contatto dell’argilla con le mie mani prende forma.
Rinascita perché la realizzazione di ogni mia opera rappresenta da un lato la nascita di un nuovo figlio e dall’altro una mia nuova nascita.
Tra l’altro, ci tengo a precisare che questa creatività trova espressione in me non solo attraverso l’argilla ma ogni qual volta creo qualcosa. Può essere la realizzazione di una nuova vetrina in un negozio, un disegno o qualsiasi altra cosa che mi spinga a creare.

Com’è nata la passione per l’arte? C’è stato un momento d’inizio?
La passione per l’arte è nata da piccolo. Ho iniziato ad esplicarla grazie a un professore salesiano, don Enzo Biuso, che “chiamava a sé” gli allievi che riteneva più portati all’arte. Nonostante la mia passione non ho mai frequentato un istituto d’arte. Ho imparato tutto da autodidatta.

Che cosa “si sente dentro” Francesco?
Io più che “sentirmi dentro” ho una forma di chiusura personale che, se da un lato si trasferisce e si avverte nelle mie sculture dall’altro mi porta, anche se potrebbe sembrare un paradosso, ad una forma di apertura verso il prossimo. Probabilmente questo mio modo di essere e di porgermi è dovuto ad una serie di difficoltà avute durante il mio percorso di vita. Questa forma di “chiusura” per me rappresenta una sorta di autodifesa perché in tal modo, soprattutto all’atto della creazione, nessuno mi può scalfire. Un esempio di questo mio modo di essere si possono riscontrare nei miei due figli “L’UOMO E LA SUA COSCIENZA” e “LA SOLITUDINE”. Queste due opere rappresentano due tappe fondamentali di “Io Francesco”.

Ti senti solo quando ti esprimi artisticamente?
Nel momento in cui creo sono in “beata solitudine”. Infatti, non riesco a creare in presenza di altri perché in quel momento viene a mancare l’energia propulsiva alle mie creazioni, ossia “la solitudine”.

C’è un artista a cui ti ispiri?
C’è sempre un qualcosa o un qualcuno da cui si prende spunto. Quello è il punto di partenza per una creazione. Può essere l’opera di un artista famoso come l’incontro con una persona.

Tra le opere realizzate fino ad ora quale ti rappresenta di più o senti più tua?
“L’uomo e la sua coscienza”!

Perché?
Perché in quella rivedo me e l’altro me! Non si è mai da soli alla fine perché in noi albergano sempre due personalità apparentemente distinte l’una dall’altra ma in realtà complementari tra loro.