DESCRIZIONE DELLA VEGETAZIONE

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4. 1. INTRODUZIONE.

L’area esaminata, ricade, secondo la classificazione della vegetazione elaborata da ARRIGONI nel 1968, nel climax termoxerofilo delle boscaglie e delle macchie litoranee; in essa si possono distinguere tratti con aspetti che presentano caratteristiche, sia ecologiche sia geomorfologiche, anche molto differenti e che, inoltre, sono soggetti a sostanziali variazioni dovute all’alternarsi delle stagioni.

I vari ambienti osservati presentano formazioni vegetali che possono essere definite secondo il seguente schema:

  1. Formazioni vegetali di ambienti salmastri.
  2. Formazioni vegetali di ambienti di acqua dolce.
  3. Formazioni vegetali di ambienti psammofili.

 

Possiamo inoltre suddividere l’intero territorio secondo indicazioni topografiche, considerato che, in linea di massima, esse ricalcano la suddivisione basata su principi ecologici e geomorfologici. La descrizione della vegetazione seguirà principalmente l’indirizzo ecologico entro il quale, di volta in volta, saranno considerati i riferimenti topografici che sono stati individuati sul territorio.

L’area è stata perciò suddivisa in quattro zone:

 

Passiamo ora a descrivere dettagliatamente le formazioni vegetali degli ambienti che sono stati elencati nello schema precedente.


 

4. 2. FORMAZIONI VEGETALI DI AMBIENTI SALMASTRI

Gli ambienti salmastri rappresentano una delle caratteristiche principali di tutta l’area esaminata; di conseguenza, il tipo di vegetazione che in essi prevale, è costituita da specie dotate di alta o media resistenza alla salinità del suolo su cui esse si sviluppano. L’elevata salinità che si riscontra in questi ambienti è dovuta alla presenza, temporanea o permanente, di ampie zone di ristagno di acqua salmastra.

Le subzone A1, B2 e C1, sono interessate dalla formazione temporanea di ampi bacini di accumulo di acqua salmastra, che occupano la maggior parte delle depressioni retrodunali per circa nove mesi l'anno, e che si riducono progressivamente con l’inizio del periodo arido, descritto nel capitolo relativo al clima della zona, sino a prosciugarsi completamente, o quasi, durante la stagione estiva, per poi riformarsi con le prime piogge autunnali.

Nelle subzone A1 e C1, buona parte della depressione retrodunale è caratterizzata dalla presenza di una particolare associazione vegetale costituita prevalentemente da specie alofite, quasi tutte cespugliose e perenni, della famiglia delle CHENOPODIACEAE. Tale associazione (fig. 9), è definita con il nome di Arthrocnemetum in quanto costituita prevalentemente dalla specie Arthrocnemum glaucum, accompagnata da altre specie, soprattutto a foglie e fusto carnosetti, della famiglia delle Chenopodiacee come Salicornia europaea, Suaeda fruticosa e Polycnemum arvense, tra le quali si insinuano le specie reptanti a foglie piane Halimione portulacoides e Atriplex rosea. Si può senz’altro affermare che le Chenopodiacee sono nettamente predominanti rispetto alle specie di altre famiglie, costituendo, da sole, nella subzona A1 almeno il 60-70 % e nella subzona C1 cieca il 40 % del manto vegetale che ricopre l’area immediatamente circostante le acque stagnanti. Leggermente più arretrate rispetto alle Chenopodiacee, che vegetano quasi a contatto con l’acqua salmastra, si osservano numerose altre specie, tutte decisamente alofile, tra le quali citiamo Inula crithmoides, Parapholis strigosa, Parapholis incurva e Frankenia laevis; più all’interno, sul suolo fangoso, troviamo il giunco spinoso (Juncus acutus), il giunco marittimo (Juncus maritimus), l’astro delle saline (Aster tripolium) e, inoltre, alcune specie del genere Limonium, più numerose nella subzona C1, che da sole costituiscono oltre un terzo degli endemismi presenti in tutta l’area di studio, tra i quali ricordiamo: L. laetum, L. glomeratum, L. acutifolium subsp. acutifolium, etc.

Nella subzona B2, a differenza di quanto osservato nelle due subzone precedentemente descritte, sulle sponde temporanee della depressione retrodunale inondata, le specie della famiglia delle Chenopodiacee non hanno più la dominanza rispetto alle specie di altre famiglie. Infatti, sia come numero specifico, sia come copertura vegetale, le Chenopodiacee sono talmente ridotte che non è più possibile riconoscere la presenza di associazioni vegetali come quelle riscontrate nelle subzone A1 e C1. L’area circostante l’acqua salmastra, nella subzona B2, risulta essere popolata da una comunità floristica più varia ma anche molto meno compatta di quella osservata nelle altre subzone; al suo interno si rileva, in ogni modo, la presenza di specie alofite o, quantomeno, alotolleranti. Tra le specie più diffuse ricordiamo Inula crithmoides, ottimamente rappresentata, Limonium dubium, Limonium glomeratum, etc. Si osservano anche isolati cespugli di Juncus acutus e Juncus maritimus talvolta accompagnati dalla Ciperacea Carex extensa, da alcuni cespi di Arthrocnemum glaucum e della nanofanerofita Suaeda fruticosa, anche se molto meno frequenti che nelle subzone A1 e C1.

A poca distanza dalle ampie zone invase dall’acqua salmastra, durante la stagione umida, si può osservare lo sviluppo di comunità vegetali costituite prevalentemente da specie alotolleranti a portamento erbaceo. Queste comunità, definite pratelli salmastri occupano superfici, talvolta anche discretamente estese, nelle quali si formano piccole pozze contenenti acqua a bassa concentrazione salina. Essi sono stati osservati soprattutto nelle subzone A1, B2, e C1, in altre parole le stesse nelle quali si formano i più estesi stagni temporanei di tutto il territorio.

La specie più rappresentativa di questi prati è Triglochin laxiflorum, una Juncaginacea che con il verde brillante delle proprie foglie lesiniformi, durante la stagione primaverile, vivacizza notevolmente ampi tratti sabbiosi, altrimenti sterili nel resto dell’anno. All’inizio della primavera, sul manto erboso risaltano il colore purpureo dei tepali della Iridacea endemica Romulea requienii, ed il bianco lattiginoso dei tepali della Liliacea, parimenti endemica, Ornithogallum biflorum; a queste due specie bulbose e geofite, a partire dal mese di Aprile, si sostituisce, con ampi popolamenti, la bellissima Gentianacea Centaurium erythraea. Altre specie che si osservano con una certa frequenza, sono: Melilotus messanensis, Aster tripolium e alcune graminacee proprie anche di altri ambienti.

Le differenze osservate nello studio comparativo della vegetazione tra le subzone A1 e C1 da una parte e la subzona B2 dall’altra, sono senz’altro dovute alla differenza di salinità dell’acqua stagnante; nella subzona B2, infatti, la depressione retrodunale è parzialmente alimentata da una canalizzazione di acque dolci proveniente dal complesso retrostante, nel quale sono installate le pompe di irrigazione della Bonifica di Puzzinosi.

Oltre agli stagni litoranei temporanei, l’area esaminata comprende anche due stagni permanenti: lo Stagno delle Saline e lo Stagno di Pilo; il primo interamente compreso nella subzona A2; il secondo nella zona X nella quale sono state identificate due subzone, X1 e X2, che rappresentano due aspetti differenti, sia dal punto di vista ecologico che topografico dello stagno.

Lo Stagno delle Saline, poco profondo, di superficie pari a circa 7,5 Ha e orientato parallelamente alla linea di battigia, occupa la depressione retrodunale per una lunghezza pari a circa 800 metri e una larghezza media di poco superiore a 100 metri. Esso è separato dal mare per mezzo di una sottile fascia sabbiosa che costituisce formazioni dunali abbastanza sviluppate e, spesso, discretamente consolidate; mentre, il substrato che costituisce le sponde interne è costituito, prevalentemente, da depositi alluvionali risalenti presumibilmente al Terziario.

In prossimità delle sponde dello stagno più vicine alla linea di costa, si possono osservare varie associazioni vegetali come l’Arthrocnemetum, poco sviluppato, che si pone proprio a ridosso delle acque stagnanti, ed il Limonieto, poco più arretrato, che costituisce una comunità vegetale molto interessante in quanto, comprende le specie endemiche Limonium laetum (fig. 11), Limonium acutifolium subsp. acutifolium, e Limonium glomeratum. Si rileva, inoltre, la solita e quasi scontata presenza di altre specie alofite come Frankenia laevis, Parapholis incurva e Inula crithmoides, quest’ultima, soprattutto nei tratti dello stagno retrostanti la spiaggia delle Saline, forma popolamenti molto estesi, associandosi, sovente, con Juncus acutus e Juncus maritimus.

Sulle sponde interne, si osserva la formazione di un Phragmiteto piuttosto discontinuo e di una formazione a gariga mista, affacciata sull’acqua, che in alcuni tratti si spinge sin sopra le dune più avanzate; in quest’ultima si osservano varie specie arbustive come Pistacia lentiscus, Thymelaea hirsuta, Artemisia arborescens, Cistus monspeliensis e Cistus salvifolius, e suffruticose come Helichrysum italicum subsp. microphyllum e l’endemica Euphorbia cupanii.

Lo Stagno di Pilo, di superficie pari a circa 1,2 Kmq., è separato dal mare da una stretta formazione dunale che, con il suo lato interno, costituisce anche la maggior parte della sponda più settentrionale dello stagno stesso. Le sponde laterali sono formate da depositi eolici quaternari soggiacenti su un substrato costituito da depositi alluvionali di terre rosse, risalenti probabilmente al Cenozoico, dei quali sono evidenti gli affioramenti nella sponda più interna dello stagno.

Le diverse condizioni geomorfologiche, nonché ecologiche, sono dovute, pertanto alla differente geologia succitata, ma anche alla differente composizione delle acque che bagnano le sponde dello stagno nei diversi punti. Esso, infatti, nella sua parte meridionale, è alimentato da alcuni piccoli ruscelli che vi apportano acque dolci; questo fattore comporta che la salinità delle acque dell’intero bacino, non sia costante in ogni suo punto, ma aumenti progressivamente procedendo verso la sponda più vicina al mare, dove si raggiunge la maggiore concentrazione salina per via delle infiltrazioni di acqua marina che provengono dalla costa antistante.

La subzona X1, relativa alla sponda più settentrionale dello Stagno di Pilo, nel tratto sabbioso che si affaccia sull’acqua salmastra, presenta una vegetazione piuttosto rada, costituita prevalentemente da specie carnosette della famiglia delle Chenopodiacee che, come negli altri ambienti già citati, formano una piccola associazione ad Arthrocnemum. Altre specie presenti sono Frankenia laevis, Limonium glomeratum, Limonium narbonense, la piccola composita Senecio leucanthemifolius e, unica specie arbustiva, Tamarix africana; poco più indietro troviamo i vari giunchi, ancora Triglochin laxiflorum e un piccolo popolamento di Umbilicus orizzontalis.

Come possiamo notare, la comunità floristica e le formazioni vegetali riscontrate sulla sponda settentrionale dello Stagno di Pilo, sono quasi del tutto simili a quelle osservate negli altri ambienti, nei quali il fattore ecologico principale è rappresentato dalla più o meno elevata salinità del suolo. Questa, come abbiamo visto, favorisce lo sviluppo di specie cosiddette alofite e alotolleranti e inibisce o limita la crescita delle altre, risultando determinante nella costituzione di formazioni vegetali aventi sempre le stesse caratteristiche.

All’inizio dell’autunno di quest’ultimo anno di osservazioni, in corrispondenza della sponda settentrionale dello stagno, si è verificato un incredibile quanto spettacolare fenomeno: tutte le piante, e soprattutto il gruppo dei tamerici, sono state completamente ricoperte da un’immensa ragnatela, all’interno della quale si poteva notare l’incessante brulichio di milioni di piccoli ragni dal colore rosso-arancio, la cui visione dava al paesaggio un aspetto, allo stesso tempo, irreale e stupefacente.


 

4. 3. FORMAZIONI VEGETALI DI AMBIENTI DI ACQUA DOLCE.

L’unica area nella quale è possibile riscontrare esclusivamente formazioni vegetali di ambienti di acqua dolce, è quella corrispondente alle sponde più interne dello Stagno di Pilo (fig. 14); essa è stata indicata con il nome di subzona X2. L’acqua dolce che bagna le sponde interne, come accennato nel paragrafo precedente, proviene da un paio di piccoli ruscelli che affluiscono nel bacino che pertanto, nella parte interna, assume appieno le caratteristiche di uno stagno di acqua dolce, determinando, di conseguenza, la formazione di una vegetazione propria di tali ambienti, anche se incompleta e, a tratti, discontinua.

Questa parte di stagno presenta un complesso di associazioni vegetali molto diverse. Vi si possono osservare, infatti, associazioni tipiche di zone paludose come il Phragmiteto, molto esteso, che lambisce le acque per un lungo tratto e che, nella sponda prospiciente l’azienda zooagricola denominata Cuile Cagaboi, forma un tutt’uno con un’ampia e molto fitta formazione costituita da arbusti di Tamarix africana, che in questo caso hanno raggiunto dimensioni considerevoli. Tra questi ultimi si insinuano alcune specie lianose, come Calistegia sepium e Smilax aspera che costituiscono un’intricata trama quasi impenetrabile, resa tale anche dalla presenza di giunchi e dal consistente popolamento della Malvacea Althaea officinalis che vegetano proprio al di sotto dei tamerici.

Le sponde laterali dello stagno sono ricoperte da una stretta fascia di specie arbustive, testimoni residue di un'antica e più estesa formazione a macchia mediterranea, tra cui riconosciamo Rhamnus alaternus, Arbutus unedo, Erica arborea, Pistacia lentiscus, Daphne gnidium, Thymelaea hirsuta, etc., che si affacciano direttamente sull’acqua. Il territorio circostante la ridotta formazione a macchia è stato completamente modificato dall’azione dell’uomo che ne ha ricavato estese aree per uso agricolo, ed ha alterato irrimediabilmente il fragile ecosistema floro-faunistico dello Stagno di Pilo.

Esso, oltre alle specie vegetali di cui abbiamo già parlato, ospita anche un’interessante avifauna, comprendente alcune specie di anatidi ed altre specie di volatili, tra i quali il Pollo Sultano e, per pochi giorni, alla fine dell’inverno, i fenicotteri che vi sostano temporaneamente durante il lungo tragitto migratorio verso le aree umide della Francia meridionale.


 

4. 4. - FORMAZIONI VEGETALI DI AMBIENTI PSAMMOFILI

Gli ambienti psammofili, rappresentano quelle aree nelle quali il substrato, su cui si sviluppano determinate specie vegetali, è costituito quasi esclusivamente da depositi eolici sabbiosi sciolti o più o meno consolidati.

In questo paragrafo, pertanto, sarà fatta una descrizione di tali ambienti, seguendo un percorso che, procedendo ortogonalmente alla linea di costa, ci consenta di illustrare al meglio le diverse formazioni vegetali osservate in ciascuna fascia dell’area costiera, con l’esclusione dei tratti retrodunali soggetti a ristagno di acqua salmastra, dei quali abbiamo già parlato nei precedenti paragrafi.

 

 4. 4. 1. PRIMA FASCIA: litorale e dune embrionali.

Lungo il litorale, immediatamente al di sopra della linea di battigia, tra i detriti accumulati dall’alta marea e dalle mareggiate, si sviluppa una comunità vegetale assai rarefatta, costituita soprattutto da piante carnosette come Cakile maritima e Salsola kali, che predominano in diversi punti, talvolta isolate, ma spesso accompagnate da specie psammofile di duna mobile, come Pancratium maritimum (fig. 15) ed Eryngium maritimum, e da specie stabilizzatrici delle dune che si spingono maggiormente verso il mare, come Sporolobus pungens, Agrophyron junceum, Otanthus maritimus, etc.

Alle specie pioniere Cakile maritima e Salsola kali, seguono poi le prime dune embrionali, continuamente modificate dal vento e solo parzialmente consolidate da erbe che strisciano con lunghi stoloni o rizomi, come le già citate Agrophyron junceum e Sporolobus pungens, e da alcuni suffrutici di Camphorosma monspeliaca e di Frankenia laevis.

Sporadicamente è possibile osservare, soprattutto nelle zone maggiormente soggette a calpestio, qualche individuo isolato di Euphorbia cupanii, di Euphorbia pithyusa, di Polygonum maritimum e nel tratto compreso tra le subzone B1 e C2, qualche esemplare di Armeria pungens, spintisi più avanti del loro naturale sito di sviluppo rappresentato da dune più stabilizzate. La situazione relativa a questo tipico ambiente, si ripete, più o meno allo stesso modo, nel litorale di tutta l’area esaminata.


 

4. 4. 2. SECONDA FASCIA: dune stabili.

Le dune stabili sono formazioni sabbiose, più o meno elevate ed estese, che non vengono modificate, o quasi, dall’azione del mare e degli agenti atmosferici; esse assumono una direzione all’incirca parallela a quella della linea di battigia, dalla quale, generalmente, sono separate da una fascia costituita da dune meno stabili e meno elevate, definite embrionali, soggette a continue trasformazioni.

Nell’area in esame le dune stabili, più o meno sviluppate, sono presenti in tutta l’area costiera, ma raggiungono la loro massima estensione e stabilità nelle subzone B1, B2, C1, e C2.

L’azione stabilizzatrice è dovuta alla presenza di specie vegetali dotate di apparati radicali che, con il loro sviluppo sia profondo, sia superficiale, creano una sorta di rete tridimensionale avente un’estensione e una resistenza tali da impedire, o quasi, i movimenti della massa sabbiosa, contrastando, in questo modo, l’azione erosiva del mare e degli agenti atmosferici.

Le specie che più assolvono a questa funzione appartengono alla famiglia delle Graminacee, le più rappresentative della quale sono Agrophyron junceum, Sporolobus pungens e Ammophila littoralis; la presenza di quest’ultima, però, pare in costante diminuzione. Questo fatto è probabilmente da imputare all’opera dei campeggiatori non autorizzati che, durante la stagione estiva, imperversano in tutto il litorale e che, nel corso degli anni, hanno deturpato e continuano a deturpare l’ambiente naturale, non solo inquinando, ma anche radendo al suolo tutto ciò che crea intralcio all’insediamento dei loro accampamenti.

Tra le succitate specie stabilizzatrici, compaiono numerose altre specie, adattate in vari modi alla superficie sabbiosa, che nei mesi estivi, durante le ore più calde, può raggiungere temperature elevatissime: vi si possono osservare i cuscinetti delle due Leguminose Medicago marina e Lotus cytisoides, protetti, contro la forte evapotraspirazione, da una fitta pelosità bianco-argentea; anche la santolina delle spiagge (Otanthus maritimus) e la violaciocca (Matthiola tricuspidata) si difendono per mezzo di un tomento, un tipo di pelosità feltrosa e biancastra. Nella tarda estate fioriscono l’Umbellifera spinosa Eryngium maritimum e, con i suoi grandi fiori bianchi e profumati, il giglio marino (Pancratium maritimum), i cui grandi semi neri punteggiano la sabbia bianca a partire dalla fine della stagione estiva.

In corrispondenza della subzona B1, iniziano a notarsi i primi individui della Plumbaginacea Armeria pungens; essa vegeta soprattutto nella parte più elevata delle formazioni dunali stabili e nel versante rivolto a terra delle stesse. E’ interessante sottolineare che l’area di distribuzione di Armeria pungens, nelle coste settentrionali sarde, ha il suo limite estremo proprio all’interno della subzona B1, mentre nei tratti corrispondenti alla zona A non se ne rileva più la presenza. Le formazioni dunali di questa zona, anche se relativamente stabili, sono estremamente basse e strette e si trovano molto più vicine alla linea di costa di quanto non lo siano le dune nelle quali si sviluppa normalmente Armeria pungens. Visto quanto sopra, la causa per cui la specie non si sviluppa in corrispondenza delle subzone A1 e A2, potrebbe essere ascritta al fatto che, in questo tratto di costa, il substrato sabbioso delle formazioni dunali, dovrebbe avere una salinità maggiore rispetto a quella presente nel restante litorale, sia perché maggiormente a contatto con l’acqua marina, sia perché le depressioni retrodunali corrispondenti sono, temporaneamente o permanentemente invase dall’acqua salmastra.

Sulla sommità delle dune soggette ad una prima azione stabilizzatrice, fiorisce, a partire dal mese di maggio, Polygonum maritimum, una specie erbacea reptante caratteristica delle coste sabbiose del Mediterraneo, che spesso protende i propri fusti prostrati e ramificati per alcuni metri lungo la superficie sabbiosa.

In corrispondenza del breve promontorio di sabbia denominato Punta D’Elice, si può osservare l’unico popolamento, di tutta l’area esaminata, di Ephedra distachya, un basso frutice dioico con fusti sotterranei striscianti e rami articolati ascendenti, che all’inizio dell’estate impreziosisce producendo minuscoli frutticini simili a piccole bacche rosse da ciascuna delle quali sporge il seme all’esterno. Il popolamento si protende per parecchi metri lungo il versante interno della formazione dunale e, unitamente ai fitti tappeti formati dalla Aizoacea Carpobrotus acinaciformis e agli ampi cuscini di Lotus cytisoides, costituisce una comunità vegetale che ricopre buona parte del promontorio.

Proseguendo verso sud-est, pochi metri dopo Punta d’Elice, possiamo osservare, con una buona frequenza, i primi esemplari dell’endemica Anchusa crispa, una Boraginacea erbacea biennale a portamento prostrato e foglie tomentose, che peraltro si riscontra, anche se più raramente, nelle subzone A1 e A2. Essa si sviluppa prevalentemente sulla sabbia consolidata delle dune stabilizzate, anche se non disdegna i substrati sabbiosi meno coerenti delle prime dune embrionali.

In alcuni tratti del litorale, sulle dune consolidate già da parecchio tempo, si sviluppano suffrutici, più o meno legnosi, come Helichrysum italicum subsp. microphyllum, Euphorbia cupanii ed Euphorbia pithyusa, ai quali seguono specie arbustive di maggiori dimensioni. Nelle dune più avanzate della subzona A2, si possono osservare alcuni arbusti prostrati di Tamarix africana e di Juniperus phoenicea tra i quali si insinua la lianosa Galium verrucosum. Nelle dune più interne si riscontra un’ampia zona a gariga mista, più o meno degradata, posta a ridosso delle acque stagnanti e che, in alcuni tratti, tende ad assumere l’aspetto di macchia, anche se in uno stadio ancora giovanile. Vi possiamo osservare specie tipiche come la palma nana (Chamaerops humilis), Euphorbia characias, Calicotome villosa, Pistacia lentiscus, Thymelaea hirsuta, Artemisia arborescens, Daphne gnidium, Cistus monspeliensis, Cistus salviflius, ., l’endemica Euphorbia cupanii, etc. Dietro Punta d’Elice, la formazione arbustiva si estende sin sopra la sommità delle prime dune stabili e si pone a diretto contatto con il popolamento di Ephedra distachya precedentemente descritto.

Le dune delle subzone B2 e C1, non hanno raggiunto ancora una fase di stabilizzazione evoluta come quella riscontrata nella subzona B1; l’unica specie arbustiva che vi si riscontra con una certa frequenza, è il tamericio, anche se, in alcuni tratti, si osservano piccoli popolamenti di Pistacia lentiscus e di Cistus monspeliensis, che, salvo interferenze "esterne", preludono l’evoluzione verso il climax termoxerofilo delle boscaglie e delle macchie litoranee definito da ARRIGONI nel 1968.

Nella subzona C2, le formazioni dunali, sono presenti solo in corrispondenza del tratto confinante con la subzona C1, per una lunghezza pari ad un centinaio di metri o poco più; nel restante tratto, lungo circa 350 metri, le dune sono state letteralmente cancellate dalla realizzazione di un terrapieno e di un imponente massicciato in corrispondenza del complesso della centrale termoelettrica ENEL di Fiume Santo.

Sulle dune secondarie del primo tratto è stata rilevata la Composita Santolina corsica, un endemismo sardo-corso; tale osservazione rappresenta un caso assolutamente eccezionale, poiché la specie, sino ad ora era stata segnalata ad altitudini superiori a 500 metri e in Sardegna, solo sull’altopiano calcareo del Monte Albo presso Siniscola. Essa costituisce un popolamento discontinuo formato da una trentina, o forse più, di piccoli arbusti e vegeta associata all’elicriso, con il quale può essere confusa, ad una prima non accurata osservazione, soprattutto nei periodi precedenti la fioritura. La spiaggia antistante la recinzione dell’area dove è ubicata la centrale Enel, è ridotta ad una stretta lingua di sabbia, mentre più avanti è stata interamente eliminata dalla messa in posa di un'enorme massicciata. Tuttavia, proprio al confine con la recinzione metallica, si può osservare una piccola duna parzialmente consolidata, sulla quale vegetano alcune specie stabilizzatrici. Vi sono stati rilevati, inoltre, gli unici esemplari di tutta l’area della Graminacea Lophochloa pubescens e della Ascepliadacea lianosa Cynanchum acutum.

Tra le altre specie osservate sulle dune stabilizzate, ricordiamo ancora: l’Aizoacea Mesembryanthemum crystallinum, il cui unico imponente esemplare avvistato in tutta l’area vegeta sulle piccole dune della subzona A1, le Umbellifere Cachris libanotis e Daucus gingidium, la Papaveracea Hypecoum procumbens, la Composita Anacyclus tomentosus, etc.

Oltre alle varie formazioni vegetali già menzionate, in corrispondenza di alcuni tratti dunali delle subzone A1, A2, B2 e C1, è stata osservata un’associazione vegetale tipica di ambienti costieri rupicoli, che in tali condizioni, è inequivocabilmente classificata come un’associazione a Crithmo-Limonion. In considerazione del fatto che il substrato, sul quale vegetano associati gli ampi pulvini di Crithmum maritimum (fig. 16) e le specie di Limonium, è costituito esclusivamente da sabbia sciolta o parzialmente consolidata, la formazione potrebbe rappresentare un’associazione vegetale non ancora descritta e quindi, eventualmente, da riconsiderare con ulteriori e più esaurienti indagini specifiche.


 

4. 4. 3. TERZA FASCIA: depressioni retrodunali

Le depressioni retrodunali delle varie subzone del litorale, presentano caratteristiche differenti; così, mentre nelle subzone A1, A2, B2 e C1 la maggior parte della depressione funge da bacino di raccolta, temporaneo o permanente, di acqua più o meno salmastra, nelle subzone B1 e C2, non occorre, in nessun periodo dell’anno, alcun fenomeno di accumulo di acqua.

Le diverse situazioni ambientali che delineano l’ambiente retrodunale di ciascuna subzona, determinano profonde differenze nel tipo di vegetazione e nella varietà floristica che ciascuno di essi accoglie al suo interno.

Considerato che gli ambienti retrodunali interessati da ristagno d’acqua sono stati già ampiamente trattati e descritti nei paragrafi precedenti, l’esposizione che seguirà riguarderà esclusivamente i tratti retrodunali mai inondati.

Nella subzona A1, il tratto retrodunale asciutto è ridotto ad una sottile striscia di sabbia consolidata che separa due ampie zone di ristagno temporaneo. Su di essa è stato realizzato il breve tratto di strada sterrata che, dalla vecchia provinciale SS-Stintino, conduce in prossimità della torre delle Saline. Il tipo di vegetazione riscontratovi consta di elementi appartenenti ai più svariati ambienti, compresi quelli sino ad ora descritti, disposti in maniera piuttosto disordinata e vicendevolmente ostacolati nel vegetare: si può quindi pensare che questo tratto si trovi in una fase di climax antropizzato fortemente regressivo. L’unica citazione di sicuro interesse riguarda il rinvenimento di Crepis vesicaria subsp. taraxacifolia (fig. 8), una specie appartenente alla famiglia delle Composite, mai osservata prima in Sardegna, della quale diamo una descrizione più dettagliata nel par. 3.1.6.

Per il primo tratto di retroduna della subzona B1, può essere fatto un discorso simile a quello relativo alla subzona A1, con la considerazione del fatto che in esso, non essendovi alcun ristagno d’acqua, la costante presenza dell’uomo, soprattutto durante la stagione estiva, oltre a comportare la quasi estinzione di alcuni elementi, favorisca oltremodo lo sviluppo di specie proprie di ogni genere di ambiente. Nel tratto seguente, fortunatamente, la situazione si presenta ancora entro i limiti della tollerabilità; progredendo parallelamente alla linea di costa, si possono via via osservare le fasi evolutive dei climax propri delle aree costiere. E’ infatti possibile osservare un graduale sviluppo della vegetazione, che inizialmente costituisce una formazione a gariga degradata, costituita da individui sparsi di Helichrysum italicum subsp. microphyllum, di Cistus monspeliensis, di Euphorbia cupanii e di Pistacia lentiscus, e che in corrispondenza del tratto retrodunale di Punta d’Elice, diventa molto più fitta assumendo quasi l’aspetto di una formazione a macchia. Nei prati interni della formazione si possono osservare varie specie erbacee tra le quali citiamo Euphorbia peplus, Linum bienne, Linum strictum, alcune graminacee, varie leguminose e tre specie di orchidee: Orchis papilionacea, Serapias lingua e Ophris speculum.

Proseguendo in direzione sud-est, sempre parallelamente alla linea di costa, si va incontro ad una vasta area nella quale la formazione a macchia lascia il posto ad un ampio Giuncheto. Esso consta di tre specie del genere Juncus (J. maritimus, J. subulatus e J. acutus), che vegetano associate con le Ciperacee Holoschoenus australis e Carex extensa.

Nella subzona B2, la depressione retrodunale retrostante la spiaggia di Ezimannu, durante l’estate, subisce anch’essa l’azione antropizzante dovuta all’insediamento di campeggi non autorizzati; tuttavia, in primavera, nei tratti meno aggrediti, si assiste allo sviluppo di prati verdissimi la cui crescita è favorita dalla formazione di piccole pozze d'acqua dolce di provenienza imprecisata. Il manto erboso è costituito da varie specie, tra le quali predominano quelle appartenenti alla famiglia delle Graminacee, tra le quali le più frequenti sono Briza minima, Anthoxatum aristatum e Bromus scoparius; tra le altre citiamo Tuberaria guttata, Centaurium spicatum, e Silene laeta.

Nella subzona C1, i tratti retrodunali non interessati a ristagno d'acqua salmastra, presentano una copertura vegetale discontinua, nella quale, comunque, sono state rilevate alcune specie di un certo interesse. E’ questo infatti l’unico tratto di litorale dove è stata riscontrata la presenza della Caryophyllacea endemica Silene corsica; una presenza ridotta però a soli tre esemplari, per di più distanziati tra loro, e che pare destinata a scomparire completamente. I motivi per cui si stia verificando questo fenomeno, sono di difficile interpretazione, anche perché, in questa subzona, la pur considerevole presenza umana durante la stagione balneare, non è certo inferiore a quella che si riscontra in altri lidi, come è il caso del litorale della marina di Sorso, dove Silene corsica pare svilupparsi normalmente e con buona frequenza.

Altra specie interessante è Bromus rigidus, una Graminacea segnalata in Italia con le due sottospecie rigidus e ambigens. Gli esemplari raccolti nella subzona C1, presentano caratteristiche morfologiche differenti, alcune coincidenti con la sottospecie rigidus, altre con la sottospecie ambigens; pertanto si potrebbe inferire, che la pianta, di cui abbiamo dato una più dettagliata descrizione nel par. 3.1.6, possa rappresentare un ibrido tra le due sottospecie note.

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