gennaio 2008

BRUNO CONCINA E LA DISNEY

Questo aggiornamento consiste in un editoriale un po’ insolito. Di quelli che avrei preferito non fare. A seguito di questo articolo troverete una lettera aperta scritta da Bruno Concina, apprezzato sceneggiatore disneyano, praticamente messo alla porta dall’azienda dopo trent’anni.

Chi frequenta i siti fumettistici in internet saprà cos’è successo tra Concina e la Walt Disney Italia, ma, per chi non fosse al corrente, lo ricapitolo qui in due parole. E’ successo che la Walt Disney Italia ha deciso di mettere il motore al minimo dei giri: cioè, ha deciso di produrre solo il minimo indispensabile di storie per permettere a
Topolino di andare in edicola (contando su una sovrabbondante “scorta” di sceneggiature accumulatasi in archivio negli ultimi anni). A scontare la diminuzione della produzione sono soprattutto gli autori “anziani”: cioè quelli che, come Concina, sostanzialmente campavano col materiale prodotto per Topolino. Capite bene lo sconcerto e l’amarezza di Concina quando si è sentito dire dai vertici Disney che in un anno poteva scrivere solo due storie. Il che equivaleva sostanzialmente a non lavorare.

Prima di sparare a zero contro la casa madre del Topo, sarà bene precisare una cosa: dal punto di vista strettamente legale, la Disney non ha commesso niente di illecito. Quando un’azienda deve “tagliare”, taglia. I collaboratori firmano regolari contratti, e non possono ignorare che cosa li aspetta. E certo sono un po’ ingenue, da “uomo d’altri tempi”, le rivendicazioni di Concina sulle promesse (mancate) della dirigenza Disney.

Perché riporto qui la lettera di Concina, allora? Perché evidenzia una situazione di cui vale la pena parlare, e non è giusto liquidarla come il semplice sfogo di chi si vede sbattere una porta sul naso.

A Concina va la mia solidarietà, doverosa. Umanamente, capisco la sua difficile situazione, che poi è la situazione a cui vanno incontro tutti coloro che del fumetto hanno fatto la loro professione esclusiva, senza percorrere strade parallele.

E in un certo senso sono doppiamente solidale con Concina perché – seppure per poco – anch’io ho avuto a che fare con Walt Disney Italia. Ho lavorato per un anno alla serie
Kylion, realizzando due sceneggiature. Quando la Disney l’ha chiusa – nonostante la disponibilità di noi collaboratori a portare avanti il progetto – non ho nemmeno ricevuto una telefonata dalla redazione. Non pretendevo un “Grazie, è stato bello finché è durato”. Mi bastava semplicemente essere avvisato della chiusura. Così, semplicemente per un principio elementare di buona creanza. Bastava una telefonata. Non hanno fatto nemmeno quella.

Se è vero che mettere alla porta un collaboratore è difficile, non è affatto difficile adottare un minimo di correttezza nel farlo. Concina ha ragione: l’offerta di due storie all’anno è proprio come un osso buttato al cane sotto il tavolo, giusto per farlo smettere di mugolare. Più corretto sarebbe stato spiegare a Concina perché non poteva più lavorare. E ancora più corretto, da parte della Disney, sarebbe stato preavvisare tutti i collaboratori, con ampio anticipo, della difficile situazione che si andava creando; in questo caso, ciascun collaboratore avrebbe potuto prendere per tempo adeguate contromisure, e cercare altri lavori.

E’ troppo facile fare i cinici – come lo sceneggiatore Fausto Vitaliano nel forum
La Tana del Sollazzo – e ribadire che nei contratti è tutto scritto nero su bianco, e che sceneggiatori e disegnatori della Disney sanno a cosa vanno incontro e a cosa non vanno incontro: cioè alla pensione.

In un mondo normale Concina – che ha sessantasei anni – potrebbe tranquillamente smettere di lavorare perché di fatto l’avrebbe, la pensione. L’avrebbe se la Disney facesse quello che è giusto fare: pagare ai collaboratori i diritti sulle ristampe e sulle edizioni all’estero. Ma la Disney non paga le ristampe. Non paga la pubblicazione all’estero. Ed esige dai disegnatori la proprietà delle tavole originali (una pretesa sempre più assurda nell’era della digitalizzazione).

Dopo trent’anni di lavoro a queste condizioni, non vedo chi di noi si accontenterebbe di un osso buttato sotto il tavolo.

La prossima volta che vi capiterà di leggere una vecchia storia di Paperino o Topolino, pensate a quante volte la Disney l’ha ristampata, quella storia, e in quanti paesi del mondo l’ha pubblicata. E poi pensate che gli autori sono stati pagati solo per la prima stampa, e che non hanno nemmeno avuto indietro le tavole.

Che nel ventunesimo secolo una grande azienda sia ancora condotta con questi criteri paleocapitalistici è davvero incredibile. Ma è realtà.

Che poi questa grande azienda sia la stessa che ha fatto sognare milioni di grandi e piccini in tutto il mondo, beh, non è neanche incredibile. E' semplicemente grottesco.

leggi la lettera aperta di Bruno Concina

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vignetta di Davide Zamberlan