
INCONTRO CON QUINO
Scegliere fra Mafalda
e
i Peanuts
è un
po’ come scegliere tra Beatles
e
Rolling
Stones,
comunque io sono con Mafalda (il cui autore preferisce
i Beatles,
ma è difficile pensare a Charlie Brown come a Mick Jagger).
Perciò non potevo mancare all’appuntamento con Quino,
il 7 marzo alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte.
Paradossalmente, Quino non è in tour promozionale, anzi: è
in anno sabbatico (“per ora sono tre mesi
sabbatici”, precisa lui). Non ha volumi da
“spingere” (e d’altronde, uno come lui
non è che ne abbia un gran bisogno di signing-tour e uscite
promozionali). Però, dal momento che acchiapparlo è
difficile (non vive stabilmente in un solo posto, ma si
muove continuamente fra l’Argentina e
l’Europa), la Feltrinelli lo ha amabilmente
“incastrato” per incontrare il pubblico
italiano.
Quino è un genio, su questo non si discute, uno dei pochi
geni ancora in attività. Cinquant’anni e oltre di
carriera. E la prima cosa che noti è che Quino è la prova
vivente che genio non si abbina necessariamente a
sregolatezza. Il signor Joaquin Lavado è un gentleman di
settantaquattro anni, vestito in completo scuro con tanto
di cravatta. Parla un italiano più che discreto, e si
confessa con un sano pragmatismo venato da lampi di ironia.
Racconta che la sua “argentinità” è molto
relativa, dato che la sua casa in Argentina è in una
provincia ai confini col Cile. “Non mangio carne
tutti i giorni e non ballo il tango”, spiega
divertito. “La gente che ho intorno è di origine
italiana, spagnola, e da queste parti ci sono perfino degli
islamici. Perciò mi sento mediterraneo.”
A condurre l’incontro è Ranieri Polese, che pone
senza tanti preamboli la domanda fatidica. “Quino
sente il suo lavoro “oscurato” dall’ombra
di Mafalda?” Quino come Connery con James Bond?
Nemmeno per idea. L’autore nega decisamente.
“Mi farebbe piacere che il resto del mio lavoro fosse
più conosciuto, ma non sono affatto scontento che Mafalda
sia il mio lavoro più conosciuto.”
Pragmatico. E come non esserlo? D’altronde, è
stata la bambina terribile partorita “su
commissione” (doveva fare da testimonial a una marca
di elettrodomestici) a rendere il suo autore conosciuto (e
amato) in tutto il mondo. E, diciamo la verità, è Mafalda
ad avere attirato in libreria questa sera un pubblico
variegato. C’è la signora di
quarantacinque-cinquant’anni che ricorda Mafalda come
fumetto femminista. Ci sono genitori trentacinquenni con
bambini al seguito. C’è perfino qualche giovanissimo
“alternativo” con lo zainetto Invicta tatuato
col simbolo di Emergency
e
c’è il nerd brufoloso e grassoccio, perché Mafalda
non è sexy come Elektra,
ma la sua lingua è più affilata di una katana.
(“Ciao, bella bambina. Vuoi bene ai tuoi
genitori?” “Certo. E lei le paga le
tasse?”).
Mafalda è trasversale come quella famosa crema alla
nocciola che ha allietato le nostre merende di bambini.
Piace a tutti. E piace sempre, nonostante il passare del
tempo.
Quino smise di disegnarla nell’ormai lontano 1973
“perché gli anni sessanta erano finiti”, e
Mafalda, per lui, era parte di quel decennio irripetibile:
come i Beatles, come Che Guevara, come papa Giovanni XXIII.
La cosa buffa è che Mafalda è diventata famosa forse non
proprio come quelle icone, ma è invecchiata un po’
meglio, riuscendo a non restare incasellata nella scomoda
posizione di “reperto d’epoca”, da
rievocare nostalgicamente. Mafalda è sempre attuale. Un
po’ per oculatezza professionale dell’autore
(“non amo la satira politica, perché non voglio che
chi legge una mia vignetta a distanza di tempo si chieda
chi era il primo ministro all’epoca”); e un
po’ per quei meravigliosi scherzi del destino, che
consegnano un personaggio nato in una contingenza precisa
all’immortalità. Apri a caso uno dei tanti volumi con
le strips della bambina terribile – Salani Editore le
sta ristampando in edizione economica – e Mafalda ci
parla ancora con la stessa freschezza di ieri, sempre
sincera, sempre pungente, sempre attuale.
“Conflitto arabo-israeliano… Tom &
Jerry.”
“So che non devo chiederTi cose materiali, ma Ti
prego di migliorare lo stato della situazione… o la
situazione dello Stato?”
“Capisco che ognuno, per quel poco che faccia, il suo
granello di sabbia lo mette. Quello che non capisco è
perché mai deve andare a ficcarlo proprio nell’occhio
del prossimo.”
“La società moderna… o la zoocietà moderna? La
sudicità moderna?”
Quino gira provocatoriamente la domanda al pubblico:
“Perché Mafalda è sempre attuale?”. Gli viene
risposto che Mafalda è attuale perché il mondo, in fin dei
conti, non è cambiato. C’è sempre una guerra da
qualche parte. C’è sempre una crisi economica nel
nostro Paese (qualunque esso sia). E tutti vogliamo dai
nostri genitori (o da chi ne fa le veci: lo Stato, la
Società, la Scuola) risposte sincere, mentre ci vengono
fornite bugie più o meno benintenzionate.
Sono tutte osservazioni giuste, ma con un denominatore
comune: mi sembrano tutte incentrate sui contenuti, cioè
sul personaggio. Come se Mafalda vivesse di vita propria,
fosse una bambina in carne e ossa che si è fatta strada nel
mondo, e non una serie di disegni su carta. Voglio dire, mi
sembra che siano attribuiti al personaggio meriti che sono
dell’autore. E che vengono sbrigativamente liquidati
nell’appiccicare su Quino l’etichetta –
d’altronde meritatissima – di genio.
Invece un piccolo indizio per risolvere il mistero Quino lo
dà durante la conferenza quando a un certo punto parla di
pittura e di cinema. “Bottero è bravo, ma disegna
solo donne grasse. Se devo esprimere una preferenza, dico
che preferisco Picasso, che non si è mai fermato.”
E quando poi Quino parla del suo tempo libero e dice che
gli piace il cinema, quello visto in sala, fa un cenno a
Clint Eastwood, di cui ha appena visto Letters
from Iwo Jima.
“Le cose migliori Eastwood le ha fatte quando è
maturato, con il passare del tempo.”
Eccolo, l’indizio per svelare il mistero di
Mafalda: Quino non si è fermato nemmeno quando si è fermato
(cioè quando ha smesso di disegnare Mafalda). Vediamo di
spiegarci. Il maestro argentino non si è mai adagiato né su
un segno né su un certo tipo di trovate. Non è mai
diventato un manierista di se stesso. Beatles, non Rolling
Stones, ricordate?
Con Mafalda, Quino ha affrontato una struttura –
quella della strip – rigida, ardua, estenuante. Ma
l’autore ne ha sfruttato fino in fondo – come e
forse anche più di Schultz – tutte le possibilità, e
basta sfogliare appena tre o quattro tavole di
Mafalda
per
rendersene conto.
Prima di tutto c’è il segno, l’intuizione del
segno e il lavoro sul segno. Il paragone con Schultz è
illuminante: Schultz sceglie un segno bidimensionale,
grafico, che gli consente di aprire a un mondo surreale
dove gli adulti non sono mai visualizzati e dove i
bracchetti interloquiscono con gli uccelli e coltivano
aspirazioni letterarie. Quino invece adotta un segno pur
sempre rotondeggiante – e quindi gradevole, come si
conviene a una strip umoristica, ma “pieno”,
tridimensionale, adatto a rappresentare un mondo di bambini
e di adulti verosimili, una tipologia umana perfettamente
riconoscibile. Nel mondo di Mafalda gli animali non
parlano. Al limite un gatto può starnutire, e Mafalda gli
dice “Salute!”, per poi aggiungere: “Se
mi avesse risposto avrei passato il resto della mia vita in
psicoterapia”.
La struttura “a gag” della strip umoristica
trova particolarmente congeniale la sequenza “a
camera fissa”, come se la strip fosse una sorta di
teatrino. E Quino la usa, certamente. Ma non sempre. A
volte la interpreta inquadrando leggermente
dall’alto. Spesso la spezza con un montaggio
cinematografico, avvicinandosi ai personaggi come se stesse
zoomando, o a volte allontanandosene bruscamente, anche con
campi lunghi dall’alto quasi perpendicolari:
soluzioni “di regia” più tipiche del fumetto
realistico-avventuroso.
E poi c’è il ritmo. Difficilmente Quino porge la
battuta in maniera secca, in due-tre vignette. La media è
di quattro vignette per striscia, ma ci sono anche strisce
che contano sei vignette (il record è di sette in una
striscia con Manolito). Quino dilata la gag come se fosse
un invisibile elastico, per poi lasciarla andare
nell’ultima vignetta (a volte muta, usata come
contrappunto ironico offerto da uno sguardo o da un gesto).
A volte si permette addirittura stacchi spazio-temporali
audaci da una vignetta all’altra (passando dalla
notte al giorno, da interno a esterno, da mondo della
fantasia a mondo della realtà).
C’è un lavoro sulla strip, insomma, tutt’altro
che improvvisato (e lo stesso Quino ha ammesso di non
essere un disegnatore veloce). C’è una riflessione
sulla struttura che diventa quasi ontologica, tesa a
esplorarne a trecentosessanta gradi tutte le possibilità
espressive; una ricerca che diventa quasi virtuosistica, ma
senza mai rinunciare alla leggibilità e
all’immediatezza. Un miracolo di equilibrio.
E poi, naturalmente, dietro l’artista
c’è l’uomo, dietro Mafalda c’è il
pensiero che Joaquin Lavado affida alle matite di Quino. Il
pensiero di uno che si definisce “non pessimista, ma
realista.”. In realtà dietro la rappresentazione
– puntuale, ma mai compiaciuta – di un mondo
che non va come dovrebbe andare si intravede una tensione
dialettica fra rassegnazione (“in fin dei conti
l’umanità non è che un sandwich di carne tra terra e
cielo”) e rabbia (“Smettetela di litigare, ché
la famiglia è AMORE, capito? E’ AMORE!”).
Quino racconta che dopo i primi cartoni animati di Mafalda
gli appassionati della strip protestarono perché la voce di
Mafalda “non era quella là”. Naturalmente,
nessuno riusciva a spiegare quale fosse la
“vera” voce di Mafalda. Ma su una cosa tutti
erano concordi: non era quella del cartone.
Anche se questo è un fenomeno comune ogni volta che a un
personaggio di carta viene “prestata” una voce
umana, si presta a una lettura metaforica che spiega molte
cose. Non può essere quella la voce di Mafalda, perché
ognuno di noi sente la propria
voce
quando la bambina terribile parla. Per fortuna, possiamo
aggiungere. Perché davanti alle storture del mondo noi
spesso tacciamo – per pigrizia, convenienza,
vigliaccheria, o per effettiva impotenza –, mentre
Mafalda non tacerà mai.
Quino è troppo gentleman o forse semplicemente troppo
smaliziato per avventurarsi in discorsi vischiosi sul
fumetto come Nona Arte, anche se durante l’incontro
Polese gli porge la palla citando la frase di Garcia
Marquez: “Il miglior rimedio contro
l’infelicità è la Quinoterapia.”. Non è un
semplice complimento, questo. Non lo sarebbe per nessuno.
In buona sostanza, questo è il riconoscimento dello status
di Artista da parte di un premio Nobel.
John Lennon avrebbe detto che Mafalda è “più famosa
di Gesù Cristo”, e avrebbe invitato le signore
presenti a far tintinnare i gioielli in segno di
acclamazione. Quino la butta sull’understatement :
“E’ solo una frase molto gentile.”.
Si accomoda al tavolino e si sottopone pazientemente al
rito degli autografi.
Il sito
di Quino: http://www.clubcultura.com/clubhumor/quino/italiano/intro.html